Del tempo che fu ce ne rimase

Nostalgia del tempo che fu? Non so, non credo, non so rispondere. Certo ci penso, poi non trovo risposte. Ché fu tempo di miseria autentica, mica quella si può rimpiangere. Ma a scanso d’equivoco, anche per correttezza nei confronti di chi si troverà qui, per scelta o per sbaglio, a leggiucchiare miei sproloqui, dirò che non so se sarò breve. Vi prometto, qualora decideste di rimanere, che mi farò più lieve di musica, pure di qualche immagine.

Saranno passati vent’anni e mio padre se n’era appena andato. M’ero rimesso in auto per tornare in lidi di Mar d’Africa per una breve vacanza. Mia sorella mi chiamò, mi disse che dovevo andare da quel tal notaio per una firma, una cosa che riguardava parenti del paese d’origine di mio padre, parenti che a stento conoscevo, con cui i rapporti erano sporadici, diluiti, meglio, inesistenti. Non ebbi tempo di sapere altro, la comunicazione s’interruppe e non vi fu verso di chiarire l’inghippo oltre al fatto che lei aveva già provveduto. Tirai il collo alla vecchia Citroen che già da tempo sbuffava di stanchezza, chiedeva l’eutanasia della meritata rottamazione, ma arrivai ad orario tale che mi resi conto di farcela a sbrigare la faccenda di famiglia. Mi toglievo il pensiero, ché l’indomani era destino di mare e pesce fresco che mi volevo garantire. Sfatto da quindici ore di guida mi presentai allo studio che stava quasi per smobilitare per la cena. Mi fecero accomodare ed il notaio mi parve simpatico. L’avrei ritrovato quindici anni dopo per firmare l’acquisto della mia casa di giù, la prima in vita che potevo permettermi, pure se ancora mi tocca di pagare. Era di proprietà di 46 persone, eredi tutti ultra ottuagenari del vecchio proprietario. All’atto ce n’erano diciassette, ciascuno con la delega di qualcun altro. Il vecchio notaio, smilzo e sorridente, pareva divertito per quel vociare scomposto. “Che lavoro faccio? – disse – Non è granché metter bolli e ceralacche, ma certe scene mi ripagano.” Nell’occasione precedente, invece, tirò fuori un librone d’atti e mi chiese se volevo che me lo leggesse. In realtà m’andava un bicchier di vino ed una scaccia, poi di andare a letto, dunque dissi che già era passata mia sorella per quanto di sua pertinenza e che avrei firmato quel che c’era da firmare, mi fidavo. Così feci, poi mi chiese se avessi due Euro. Gliele diedi distrattamente, pensando ad una qualche parcella. Quello me ne rese cinquanta tirati fuori da una busta. “L’eredità – aggiunse – fa quarantotto Euro, lei è l’ultimo”. A quel punto, perplesso, chiesi lumi, più per curiosità che per interesse autentico. Per farla breve, tal architetto del settentrione aveva notato certi vani aggrottati e diruti, lì, da quelle parti, e ci voleva far qualcosa. Per cui aveva incaricato di cercare eredi di quell’abituro e, dopo complesse ricerche ed opportune valutazioni catastali, se n’erano reperiti in numero di quasi duecento, nessuno dei quali consapevole d’essere possessore d’un rifugio neolitico. Mi misi a ridere, la stessa cosa fece lui, salutandomi con un “non li spenda tutti insieme, mi raccomando.” Ci lasciammo così. Tornai a casa e pensai a fatti di dopo guerra, roba che leggi e che, a spizzichi e bocconi, qualcuno ti racconta. Lì molti vivevano nelle grotte, pure parenti miei se ne stavano come le bestie, e non nel medioevo o nella preistoria, in un’Italia già repubblicana. S’erano assommati gli abbandoni fascisti di borghi poveri e antichi, le macerie delle battaglie del grano, i bombardamenti d’acqua sul bagnato degli alleati. Ma ci fu movimento di grandi intellettuali, da Brancati a Guttuso, Pasolini, pure Quasimodo e Vittorini, financo Montale e la Morante, mi pare, ci fossero che si diedero convegno lì, a denunciare al mondo intero che a Scicli – così si chiama il paese, oggi una cartolina illustrata a favore di Montalbano – la gente viveva nelle grotte. E fu cosa che indusse a rapide ricostruzioni, come accadde anche a Matera per illuminata volontà d’Adriano Olivetti.

Perché vi racconto questa cosa? Perché mi sovviene a mente un fatto di cronaca, proprio d’un paio di giorni fa. Una giovane donna, gravemente malata, muore di freddo dentro una canadese sotto un ponte di Firenze, Si chiamava Rossella, aveva quarant’anni, soffriva ai reni, entrava ed usciva dall’ospedale per dialisi sempre più frequenti. Dormiva lì col suo fidanzato, un senegalese più giovane di lei. Morta lì, di stenti, di malattia, non d’altro, circondata da un tappeto degli unici farmaci che potevano darle un qualche sollievo, i pacchetti di sigarette, i cartoni di vino. Morta d’indifferenza. Non m’aspetto molto da politicume che pare assai attento a farsi social, a cercar sgambetto al prossimo proprio, ma nemmeno c’è pletora di intellettuali a dichiarare che, nel 2022, quasi 2023, ancora c’è chi vive e muore in una tenda sotto un ponte. Parecchi, piuttosto, s’affermano tali a far cagnara in certe baraccopoli tirate su abusive in salotti TV.

Pubblicità

32 risposte a "Del tempo che fu ce ne rimase"

  1. D morti di indifferenza, ne ho visti fin troppi e di storie analoghe ne potrei raccontare un sacco; è che sono invisibili e solo gli addetti ai lavori se ne accorgono, salvo qualche sporadico articolo di giornale, ogni tanto, quando non c’è molto da indagare. Non solo nel 2023, ma da sempre. E’ che degli invisibili non si cura nessuno, mai, in nessuna parte del paese, se non i dipendenti delle pompe funebri. Si archiviano.

    Piace a 1 persona

  2. C’è sapidità maggiore in chi viene da terra di sale, di questo ne sono sempre più convinta. A legger le vostre parole, Professore, si può solo che farsi trasportare come si stesse a galla in balìa del blu profondo. Mi sento pure in imbarazzo a “commentare” quanto sopra da voi scritto ma è giusto, da parte mia, rendervi omaggio rosso vivo🍷🍷 che l’arte non è da tutti.
    I “tutti” sono quelli come i politicanti che ci meritiamo che impegnati in improponibili interviste (auto)condotte online, non possono permettersi di veder morire in strada, di stenti e tra la monnezza, la povera gente perché dovrebbero accettare di essere essi stessi morti di fame e: monnezza.
    Mi si permetta di andare ancora di rosso 🍷🍷🍷🍷🍷

    Piace a 2 people

  3. Magari venisse una cascata di rosso! ( col pc non li so fare i disegni ) e si portasse via tutto questo ciarpame inutile!!!! Molto bello e insolito il racconto del notaio. E tristissima la morte di quella ragazza a Firenze. Una vergogna immane per tutti questi politici che non fanno altro che pensare alla “ggente ” 😦

    Piace a 1 persona

  4. Si è davvero assurdo che ai giorni nostri accadono ancora queste cose, ma quello che sbalordisce più di tutto è la totale indifferenza e mi riferisco anche ai media i quali non dedicano neanche una frase a questo malessere, per questi poveri senza tetto non c’è nessuno che gli dia voce rimangono nella più totale emarginazione. Io invece credo che i media dovrebbero parlare di queste situazioni così precarie, perché soktanto parlandone si può riuscire a sensibilizzare. Bellissime le tue foto come sempre del resto 🥀🥀🥀 Ormai buonanotte 😉

    Piace a 1 persona

  5. Ero a godere del fluente rosso piemontese ieri sera.
    L’indifferenza uccide.
    E penso a quella che ho anche io. A tutte le volte che vado dritta al mio obiettivo e non vedo altro. Occorre calma e lentezza per ampliare lo sguardo e cuore connesso

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...