Il fotografo di frodo

Che mi sconfinfera, oggi, che domenica s’appresta di villaggio altro di villaggio mio antico, di farvi regalino di vecchio racconto, che m’evito di scrivere per stanca di settimana di peso che me ne tolse una certa gana – ad attesa che ritorna -, pure faccio omaggio per lettura a chi non meglio ha da fare.

“Ce n’erano state di domeniche così, che pareva che tutti i colori del mondo si fossero dati convegno in paese, pure sui panni al sole che si fanno a specchio sul mare, una lastra di metallo lucente che in fondo, sulla linea d’orizzonte, diventava cielo senza che si capisse in quale punto esatto avveniva il passaggio di consegne. Dentro i cortili e nei vicoli che scivolavano verso gli approdi, le donne spazzavano dinnanzi alle porte dei dammusi, i bambini si rifacevano le ginocchia dietro le palle di pezza, e qualcuno faceva partire le lenze dal molo. Il vecchio professore se ne stava seduto al sole d’una terrazzina, provando a leggere qualcosa su un libro dalla copertina consunta.

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet ;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit ! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
Ô toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !

Cercava nella sua memoria il senso di parole un tempo assai più chiare, ora oscure per neuroni in disarmo anagrafico. Mentendosi spudoratamente dissimulava il buio di comprensione con altri difetti organici emotivamente più sopportabili, cambiando e rinforcando lenti altre sul naso aguzzo proteso verso il centro della terra.

Cominciavano a muoversi come processionarie le file lente di quelli che raggiungevano la parrocchiale per la messa di mezza mattina, spiate da occhi neri dietro persiane socchiuse, pronti a cogliere dettagli nascosti male sotto i vestiti di festa. Era l’ora in cui i sughi cotti dalla mattina evaporavano per raggiungere la piazza di basole verso il caffè più centrale, popolato degli uomini a sedere che si scambiavano i due quotidiani a disposizione. Più giù, sul molo, erano le barche e le reti tirate in secco, con le casse del pesce stoccato a riva pronte per le tavole dei tre ristoranti della zona, già in fibrillazione per l’invasione di quelli di città in divisa da villeggianti. Arrivavano a frotte quando c’erano giornate così, e quelli del posto non è che ne avvertissero la presenza con gioia, se si escludevano i titolari dei bar, delle trattorie sul lungomare e di quel paio di bettole che dalle verande apparecchiate con tovaglie a quadri bianchi e rossi, offrivano alla vista solo fette di mare e muri scheggiati in cambio di prezzi a buon mercato.

“Gaetano”. Chiamò la donna nel grembiule nero di sovrapposizioni luttuose. “Gaetano”. Ripeté ancora, affacciata al balcone. Gaetano non è che subito rizzava le orecchie. Aveva cose altre per la testa, mentre saltellava tra i frangiflutti che correvano paralleli a ponente del molo più importante del porticciolo. Doveva ritirare la nassa con le quattro scorfane pescate e si accarezzava il gomito contuso colorato del livido, nero come l’occhio destro, mordicchiandosi il labbro tumefatto per capire se ancora faceva male. “Sono caduto con la bici”. Ripeteva alla zia e all’amico Mimmo. Si vergognava a dire che l’avevano pestato quei quattro che facevano banda, sempre pronti a farsi scattare i nervi quando lo vedevano arrivare. Perché a loro proprio quel tipo con cui erano cresciuti non era mai andato a genio. “È troppo strano Palmisano”. Uno che non parlava mai, e se ne stava ore a fissare chissà che cosa. Uno che non raccontava niente, che aveva la pelle attaccata alle ossa e sembrava più piccolo dei suoi dodici anni. Che pareva che viaggiasse su un altro pianeta, con quella testa troppo grossa, non in dimensioni assolute, piuttosto per l’illusione ottica dell’essere troppo “siccu, e poi si move ca pari nu ‘nvertebratu”. Con quell’espressione di sofferenza che si portava dietro da quand’era ancora più bambino, quando se ne stava perennemente allettato perché le malattie le prendeva tutte lui. Così, quei quattro, qualche volta, provavano a tirargli fuori qualcosa, lo chiamavano per nome, cercavano una reazione qualunque. Niente. Quello pareva alienato e gli faceva venire una rabbia che poi alla fine gli veniva di caricarlo di botte. Gaetano se le prendeva e non reagiva, tornandosene a casa come se sulle spalle avesse il mondo. “Ma sempre dalla bicicletta cadi?” Diceva zia Lucia. Un’altra volta la scusa buona era che era scivolato sul “lippo” degli scogli, quando ci era passato sopra per calare la lenza. L’unico ragazzo del borgo a cui non davano noia quelle sue cose strane era Mimmo. Lui ci parlava con Gaetano, e riusciva anche a strappargli più di qualche monosillabo. Quando era con Mimmo gli altri lo lasciavano in pace. Si limitavano a guardarlo male da lontano. Mimmo era d’altra pasta, come tutta la sua famiglia. Tutti comunisti, “ncazzusi”. Quelli, gli Scandurra, non si tenevano niente, e se gli mollavi una sberla te ne restituivano trecento. Il padre era una specie d’istituzione. Faceva l’avvocato e difendeva tutti i disgraziati del paese, facendosi pagare una volta si e chissà quante altre no. Per cui la gente gli portava rispetto.

“Gaetano”. Si sgolava zia Lucia. Poi Gaetano sentì. Più che altro aveva finito di fare quello che stava facendo e si era messo a correre verso casa. Era il giorno del suo compleanno e magari, pensava, qualcuno se lo sarebbe ricordato con un regalo. Gli sarebbe stata utile una canna da pesca nuova, col mulinello possibilmente, per pescare “a lancio” un po’ più a largo, che sotto costa cominciava ad esserci poca roba. Doveva essere arrivato lo zio Carmelo che faceva l’usciere al tribunale in città, e magari la canna l’avrebbe portata lui. Affrontò la leggera salita con la nassa che sembrava un lume, in quel modo che faceva ridere ed arrabbiare gli altri ragazzi, e si beccò una pietra ad una coscia. “Talia come curri”. Lui non si fermò nemmeno a vedere chi gliela aveva tirata, ma sbiascicò un “ahi!”, piano piano, per non dare a nessuno la soddisfazione di dire che gli aveva fatto male, e continuò a correre claudicando pure per l’ultima botta. A quel punto l’obiettivo era la canna nuova ed era sicuro che lo zio gliel’aveva portata, da uno di quei negozi di città. Una canna con un mulinello di quelli “spaziali”, che lanciano ami, esche e galleggianti a più di cento metri.

“Auguri beddu! Guarda cosa ti ho portato”. E in quel pacchetto quadrato venti per venti doveva starci una canna da pesca? E che razza di canna da pesca era quella che stava lì dentro? C’era qualcosa di sbagliato. Ma come, pensò, uno fa il compleanno, e per non disturbare troppo si limita a farlo una sola volta l’anno, e poi non si concede il giusto riconoscimento a quella delicatezza con una canna da pesca nuova? Eppure con lo zio ne aveva discusso che la sua canna da pesca era messa male. “Volevo portarti una canna nuova, ma poi la zia, giustamente, mi ha fatto notare che quando vai sugli scogli caschi e ti fai male, che torni a casa che sembri un Lazzaro”. Ma la zia, gli affari suoi, mai…

“Aprilo, vedi che c’è dentro”.

E che roba è questa? Pensò scartando la confezione di carta blu. Ma anche quando l’oggetto fu totalmente nudo in suo possesso non capì. Sollevò gli occhi verso lo zio, che per lui era come domandare ossessivamente. “Minchia! È una macchina fotografica, una Polaroid”. Sbottò quello a mezzo riso comprensivo.

“Che devi dire per forza queste parole vastase davanti o picciriddu. Spieghici comu funziona inveci di fari u cretinu o solitu to”. Sbraitò zia Lucia.

“E come funziona… Si prende la mira da qua – prese in mano l’oggetto misterioso, ed indicò il mirino – si inquadra quello che si vuole fotografare e si preme questo bottone. Poi si aspetta che esce la fotografia, e dopo mezzo minuto, come per magia, c’è la foto”. E lo disse tutto d’un fiato, ondulando la testa soddisfatto per quella abile docenza sostenuta senza la benché minima esitazione, proprio come fa un professionista serio che istruisce il suo ragazzo di bottega. “Ne puoi fare dieci per volta. La prossima volta ti porto anche un paio di ricariche, così fai pratica. Ci sono fior fiori di fotografi che usano la Polaroid. Anzi, fai una cosa Tano, visto che fra poco si mangia, qua ci sono i soldi. Vai al bar da Nuzzo, prendi i cannoli per tutti, e già che ci sei fai un paio di foto che poi vediamo se hai talento”.

Era ora di pranzo, a quell’ora per strada praticamente non c’era nessuno, e con l’oggetto misterioso Gaetano entrò al bar. Lì c’era soltanto Nuzzo che stava servendo un paio di aperitivi a due che dovevano essere di città. A Gaetano quelli di città andavano giù ancor meno che agli altri perché arrivavano lì per pescare con barche pazzesche che poi scaricavano nafta a mare e il pesce puzzava. In estate si mettevano tutti a fare il bagno come pinguini ed il pesce scappava. Poi avevano quelle canne sofisticatissime, e c’era pure chi usava la “pietra celeste”, anche se era vietato. La buttava sugli scogli sciolta nell’acqua, così i polpi si sentivano avvelenati ed uscivano fuori dalle tane e li raccoglievano a mezze dozzine per volta. Non era così che si faceva. Quella non era pesca.

Lui l’aveva detto al padre di Mimmo che gli aveva dato una risposta che non è che aveva capito tutta, ma il senso almeno gli pareva d’averlo afferrato. “Insomma, questi di città vengono qua e fanno col solfato di rame al nostro pesce quello che gli Americani facevano col Napalm ai Vietnamiti. Li stanano per mangiarseli. Ma la storia ci insegna che qualche volta chi fa certi calcoli poi può anche rimanersene digiuno, oppure finisce pure lui avvelenato”.

Visto che quelli nel bar erano di città, Gaetano, per non farsi turbare la scelta dei dolci, aspettò fuori che se ne andassero, seduto su uno scalino dietro l’angolo a rigirarsi tra le mani la Polaroid. Piroettando quell’escrescenza d’occhi e memoria si esercitava nelle inquadrature. Finì per fermarsi, puntandolo col mirino, su un gatto che faceva la festa ad un sacchetto di spazzatura abbandonato con dentro i resti di pesce le cui parti nobili a quell’ora dovevano essere stati serviti su ben altra tavola. Capì pure come si inseriva il flash. Poi sentì un rombo. Altri di città che avevano una moto, una tuta nera ed il casco in testa. Come fanno questi a tenersi in testa quella cosa pesante con questo caldo che non è nemmeno obbligatorio? Pensò. Il gatto scappò, e, pensò Gaetano, che aveva fatto bene con tutto quel chiasso che facevano. Ma quello che sentì dopo, altro che chiasso. Sembrava la guerra, una Lambretta smarmittata peggio di quella di suo cugino Stefano. Una cosa insopportabile ma che veniva da dentro il bar. Se ne rimase lì paralizzato, con gli occhi sbarrati, tenendosi la Polaroid stretta al petto. Quindi quei due della moto saltarono in sella e ripartirono a velocità sventolando qualcosa di scuro e metallico sbucato fuori da chissà dove. Rimase ancora qualche secondo lì, gli occhi fissi verso tutto quello che aveva visto, in un silenzio che non era certo ci fosse davvero. Poi si alzò, lentamente, ed entrò nel bar. I tre che ci aveva lasciato prima c’erano ancora, i due di città e Nuzzo. Solo che non erano più ritti al bancone, ma se ne stavano a terra, e di Nuzzo si vedeva solo la testa, in un lago rosso di cui un affluente zampillava ancora dalla gola. Chissà perché quel tremore che l’aveva accompagnato sino a quel momento cessò di colpo, e si trovo a sollevare la sua macchinetta, a spingerne, come se non avesse fatto altro per tutta una vita, il pulsante del flash per poi scaricare anche lui il suo caricatore su quei corpi martoriati.

Dieci foto, dieci. La sua prima collezione che valesse la pena di chiamare tale, perché quella di conchiglie era assai incompleta, senza tutte quelle specie di lontano che aveva visto in qualche negozio della città. E ne sarebbe passato di tempo prima di capire come era che tutti quelli che sino ad allora l’avevano preso in giro e menato perché era così “siccu, e si move ca pari nu ‘nvertebratu”, smettessero di colpo di farlo. Semplicemente perché adesso lui era uno che sapeva cose della vita che gli altri della sua età nemmeno si immaginavano, ed avevano capito che lui, anche se si muoveva strano, era uno che arrivava sempre prima degli altri.”

Se vi fosse, ma non c’è

Dimmi, enigmatico uomo, chi ami di più? tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?
– Non ho né padre, né madre, né sorella, né fratello.
– I tuoi amici?
– Usate una parola il cui senso mi è rimasto fino ad oggi sconosciuto.
– La patria?
– Non so sotto quale latitudine si trovi.
– La bellezza?
– L’amerei volentieri, ma dea e immortale.
– L’oro?
– Lo odio come voi odiate Dio.
– Ma allora che cosa ami, meraviglioso straniero?
– Amo le nuvole… Le nuvole che passano… laggiù… Le meravigliose nuvole!

(Charles Baudelaire, L’étranger)

Se vi fosse in uomini amore per le nuvole, vi fosse passione per onde del mare, vi fosse desiderio d’acque gelide di fiume, come quello che a pochi mesi fa consentì poderose bracciate, ed ora vale appena per pediluvio in acqua di stagno;

se vi fosse estasi a cospetto di quadro d’abilissimo pittore di strada, di bosco e di prateria, financo di deserto incontaminato e steppa gelida, piacere autentico di far l’amore, se uomini anelassero a corale sentimento per pane e pomodoro, bicchiere di vino a compagnia sana (che è umanità intera, se vi fosse) pure, se vi fosse autentica gioia in ascolto di musica di suono giusto, vi fosse piacere a lettura di poesia ispirata, vi fosse piacevolezza del godere d’orizzonte sgombro, occhio che guarda oltre, sgomento dinnanzi alla rena, allo scoglio, financo al vento ed alla bufera che scompiglia quei quattro capelli che mi rimasero in ordine sparso, a chi verrebbe a giovamento di far di piacere e ricerca per bombarda, strage, miseria? Ma tutto ciò che è “se vi fosse” non è che a lontananza di vertigine da desiderio di uomini, e non v’è che in uomini assai pochi – poveri e pazzi – voglia d’altro che non fu compulsione nel non vedere, sofferenza nel guardare, distrazione a mondo intero, non fu responsabilità d’uno, due, o pochi – cui rivolgere maledizione per angoscia d’arrivo a fine mese e caro di bolletta – gettar bomba, accaparro d’armi, fu invece scelta collettiva, fu condiviso per silenzi sfruttamento feroce d’ogni frammento di terra, d’altro uomo cui non ci affratella abbastanza natale, fu ipocrisia piantar alberello ad abbellir villetta a schiera che pare salvai il mondo da disastro annunciato. Né è a salvezza che non decisi io, se a far cosa ch’io faccio decide progetto di vita cash & carry, pure di tutto e subito, e io non me ne faccio a sottrazione. Se vi fosse in uomini a loro complesso, anelito definitivo di bellezza e basta, a tirar bombe, uno, due, pochi, fanno da soli, e a digrignar gengie a rabbia per ignoro corale si fecero condanna per inutilità conclamata, che resto di mondo, invece, con risata globale che si deve a cospetto di scemo del villaggio, finalmente, li seppellirà.

L’impossibile archimedeo (Allonsanfàn parte settima: ancora Aldo Palazzolo)

Recupero frammenti antichi, per creare un mosaico d’immagini e suggestioni, che meritano musica a sigla, musica in fondo.

Charles Baudelaire si scagliò con tale veemenza sulla fotografia, da far venire mossa ogni foto nel raggio di chilometri dal suo Salon. Non era ammissibile, per il poeta vergine, che la fulminea attrazione dell’attimo spostasse lo sguardo dalla contemplazione elevatissima dell’arte pura nella sua rappresentazione più autentica, teatro, pittura, musica, poesia. Inaccettabile il processo di massificazione e tecnologizzazione dell’arte. L’industria si sostituiva al genio creativo, lo filtrava attraverso uno strumento, poneva anche gli inetti nella condizione di potersi definire artisti.

Charles Baudelaire

Poi si fece fotografare in poltrona dall’amico Nadar, e questi ne colse, nella sua posa disincantata, tutta la poetica, sublimandola nell’attimo, appunto.

Nadar aveva compiuto il miracolo, anzi no, la magia, di elevare la sua arte a livelli insospettabili, usando l’immagine del suo più feroce – e certamente credibile – avversario, per emanciparla dal mero tecnicismo cui rischiava di essere relegata per sempre. Di più, l’invasione di campo della fotografia, capace di raccontare il reale con efficacia assai maggiore del più attento iperrealismo manierista, sospinse tutte le altre arti figurative verso orizzonti nuovi, alla ricerca di realtà parallele cui l’occhio non poteva giungere.

Come vi fosse testimone invisibile, Aldo Palazzolo raccoglie l’eredità di Nadar, la attualizza che non gli vien bene fotografare Baudelaire in poltrona. Palazzolo ritrae l’artista, il detentore unico e assoluto dell’atto creativo che genera l’opera. Quello non è in vendita, nemmeno merce plausibile a scambio, appartiene solo all’artista. Solo le opere finite sono al dettaglio. La parola opera e la sua aggettivazione più consueta, finita, sono in stridente contraddizione. Opera offre un senso di dinamismo, di divenire. Finita è qualcosa che la smentisce. L’opera è viva quando non definitivamente plasmata, ancora si trasforma, cresce, matura, cambia, impara, persino. Poi il fermento si esaurisce, l’opera è finita, non c’è più niente che la renda viva. Completare l’opera significa, dunque, recitarne il de profundis? Si espongono, si leggono, si condividono, le lapidi funerarie dell’atto creativo? Le collezioni, le esposizioni, le biblioteche sarebbero nicchie votive per le spoglie mortali dello spirito d’artisti, del loro genio sepolto, e gallerie, abitazioni sontuose, ricche di ‘opere finite’, solo cimiteri. L’artista autentico conosce questo segreto, lo custodisce gelosamente. Gli altri sono mercenari, cercano critici che recitino litanie al capezzale dell’arte che muore. Ma dopo l’atto creativo ciò che resta è comunque il demiurgo, l’artista, una donna, un uomo.

Aldo Palazzolo è a questi che rivolge il suo sguardo, ne destruttura la natura artistica, restituisce al corpo, all’espressione, alla posa accidentale, la dimensione stessa d’opera d’arte. L’artista non è più semplice detentore dell’atto creativo, diventa esso stesso oggetto di quell’atto, immerso nella vertigine del bianco (il nulla che nasconde il tutto infinito dei colori) che ne definisce l’immagine scarnificata sino all’espressione essenziale. Poco importa se davanti l’obiettivo vi sia Patti Smith, Borges, Bufalino, Battiato o Sinopoli, ciò che resta è la natura umana estremizzata all’indispensabile, talmente minimale da spiazzare. Il genio guarda ad altezza d’occhio, da pari s’affratella al resto del genere umano, non è più vetta irraggiungibile, solo essenza d’umanità, dunque, capolavoro definitivo. Di più, talora, sorpresa, l’immagine si destruttura ancora nel gioco alchemico del caso d’una camera oscura, si trasforma e pare che ogni incavo esistenziale, ogni concretezza artistica venga trascinata dalle onde del Mare d’Ortigia, spinta da un Kaos rigenerativo che stravolge il dettaglio, ne rende le sfumature fondamentale quadratura del cerchio, l’impossibile ricerca d’Archimede.

Aldo Palazzolo, dalla Siracusa matrigna, è fra i testimoni più importanti del nostro tempo avendo immortalato i più grandi protagonisti del mondo della cultura contemporanea. Personaggi illustri (tra gli altri, Patty Smith, Adonis, Giulio Andreotti, Gesualdo Bufalino, Rudol’f Nureev, Sinopoli, Julian Beck) ma anche dettagli sorprendenti ed inconsueti che racchiudono storie, segreti, interessanti sempre. Immagini che inquietano profondamente e spesso, quasi sempre anzi, seducono. Nel 1989 il critico Peter Weiermair lo segnala fra i ritrattisti più importanti al mondo allestendo l’esposizione e il catalogo per “Il ritratto nella Fotografia Contemporanea” con artisti come Andy Warhol, Robert Mapplethorpe, Annie Leibovitz, Bruce Weber, Mary Ellen Mark, Cleg & Guttman, Lynn Davis, Thomas Ruff. Ha esposto in manifestazioni di prestigio internazionale: da Arles, dov’è presente nel 1992 con una grande personale, alla Biennale di Venezia, ai festival di fotografia di Amsterdam, Liegi, Montpellier etc. Dal ’90 in poi vira verso una ricerca personalissima che lega l’elaborazione della foto alla riflessione sulla luce e sull’alchimia e che denomina “Liquid Light”. È stato fotografo di scena nel film “Il Garofano Rosso” ed ha curato le scenografie degli spettacoli “Change de Peu” a Geneve e “Le vecchie e il mare”, dal testo del poeta greco Jannis Rytsos, a Catania e Genova. Autore dei video-ritratti dedicati a Manlio Sgalambro, filosofo catanese, ed Enzo Sellerio, fotografo e fondatore dell’omonima casa editrice palermitana.

Fotografia, tempo e specializzazioni (reloaded)

Che mi scappano dieci minuti, sottratti abilmente, con furto a destrezza, al lavoro. Troppo pochi per dedicarmi a scrivere altro, da ciò desumo che mi tocca di riciclare, pratica in cui eccello, che non m’è mai di fatica, sfruttare il già fatto. Poi m’attende full immersion in altre faccende d’affaccendamento. Stavolta vi faccio pure la colonna sonora al testo, che quella, come ebbi a dire, almeno, vi rimane.

“Charles Baudelaire si scagliò con tale veemenza sulla fotografia, da far venire mossa ogni foto nel raggio di chilometri dal suo Salon. Non era ammissibile, per il poeta vergine che la fulminea attrazione dell’attimo spostasse lo sguardo dalla contemplazione elevatissima dell’arte pura, nella sua rappresentazione più autentica, come nel teatro o nella pittura. Inaccettabile il processo di massificazione e tecnologizzazione dell’arte. L’industria si sostituiva al genio creativo, lo filtrava attraverso uno strumento, poneva anche gli inetti nella condizione di potersi definire artisti. Poi si fece fotografare in poltrona dall’amico Nadar, e questi ne colse nella sua posa disincantata tutta la poetica, sublimandola nell’attimo, appunto.

Nadar aveva compiuto il miracolo, anzi no, la magia, di elevare la sua arte a livelli vertiginosi, usando l’immagine del suo più feroce – e certamente credibile – avversario, per emanciparla dal mero tecnicismo cui rischiava di essere relegata per sempre. Di più, l’invasione di campo della fotografia, capace di raccontare il reale con efficacia assai maggiore del più attento iperrealismo manierista, sospinse tutte le altre arti figurative verso orizzonti nuovi, alla ricerca di realtà parallele cui l’occhio non poteva giungere. Stessa preoccupazione di preservare la purezza dell’arte espressa da Baudelaire si ripalesò con il de profundis dei dagherrotipi e linotipie nell’eredità concessa alle prime 35 mm. Eppure, non v’è dubbio che i movimenti colti dal click di Cartier Bresson, ma anche le immagini sfocate di Robert Capa, facciano parte a pieno titolo di ambienti di massima espressione artistica. Con il digitale, come per un misterioso fenomeno carsico, riemerge l’urlo dei puristi, poi la fotografia per tutti col cellulare, credo abbia fatto venire l’orticaria persino alle ortiche. E se c’è chi invita alla riflessione prima del click, stigmatizza l’improvvisazione ottica, c’è invece chi accoglie come una vera rivoluzione democratica la possibilità che miliardi di occhi moltiplichino i propri sguardi con ogni mezzo possibile, raggiungendo l’apoteosi del numero infinito di scatti. Quanti appuntamenti all’alba dietro conventi di frati minoriti si sono consumati nella disfida finale per definire la verità che distingue lo scatto fine a se stesso – ma sarà sempre tale? – dalla foto concettuale? Ammetto che non parteciperò alla dialettica serrata tra i fautori del deposito di megapixel, non prendo parte, non sono interessato alla questione, ho deciso di far repubblica e di dichiararmi neutrale. Sguscio via, piuttosto, evito di frequentare i circoli fotografici come ho smesso di occhieggiare ai cenacoli pittorici, bazzicare simposi letterali.

Mi sono fatto una mia opinione sulla fotografia, che non appartiene alla fotografia, né alla scrittura, tanto meno alla musica o alla pittura o a cos’altro vi pare. Persuaso, infatti, che la narrazione che ci portiamo dentro – nessuno escluso – trovi modo di esprimersi in un momento qualsiasi quando incontriamo la realtà che la rappresenta, e come ad uno specchio costruiamo la magia dell’incontro tra il nostro dentro e il resto d’intorno. Basta avere occhi, certe qualità dell’anima, per guardare il nostro dentro e la sua rappresentazione lì fuori. Quando accade siamo pervasi dalla meraviglia e immortaliamo l’attimo con un’immagine, una poesia, due o tre note in fila, se ci aggrada e ne siamo capaci. Ciascuno come gli aggrada esprime la propria sorpresa nel sentirsi una parte del tutto e vuole conservare quell’istante, renderlo infinito, come il tempo che oltrepassa il frammento di se stesso dello scatto. Nella fotografia, il tempo dell’incontro dura un attimo, bisogna coglierlo prima che fugga, più lungo nella poesia e nella musica, ancora più ampio nella prosa, per il respiro profondo di tempi dilatati. Ed allora basta eliminare la variabile temporale per riprendersi l’originario progetto narrativo che è la parte razionale di quell’intimo e segreto miracolo dell’atto creativo. Del resto “il tempo della produzione, il tempo-merce, è una accumula­zione infinita di intervalli equivalenti. È l’astrazione del tempo irreversibile, di cui tutti i segmenti devono provare sul cronometro la loro sola uguaglianza quantitativa. In definitiva il “tempo è, in tutta la sua realtà effettiva, ciò che esso è nel suo carattere scambiabile. È in questo dominio sociale del tempo-merce che «il tempo è tutto, l’uomo non è niente; egli è tutt’al più l’incarnazione del tempo». È il tempo svalorizzato, la completa inversione del tempo come «campo di sviluppo umano»” (Guy Debord, Miseria della filosofia). Posso dunque ascoltare un’immagine, guardare un suono, sentire l’odore intenso della poesia e della scrittura, se cancello il tempo. Ed il tempo derubricato ad un parametro “non vitale” consente di rifuggire l’orrore della specializzazione e dialogare con le forme espressive, comunque si manifestino. Se si scattano foto perché sono il nostro naturale ricongiungimento con il reale, dunque, poi è bene intrattenere rapporti con altri fotografi, ma senza codificarli nella liturgia dell’appartenenza, piuttosto val la pena leggere un libro e parlare con chi ne scrive, ascoltarsi un disco in compagnia di chi fa musica. Perché nella specializzazione si nasconde il rischio mortale dell’annullamento della dialettica concreta e progressiva delle narrazioni individuali, la cui somma è la narrazione collettiva che trascende il tempo e destruttura e annulla l’immagine-merce al cospetto dell’immaginario. In fondo Nadar non ha letto attentamente le poesie di Baudelaire prima di catturarne l’espressione “maledetta” nel volto d’un uomo in poltrona?”

Il fotografo di frodo

Ce n’erano state di domeniche così, che pareva che tutti i colori del mondo si fossero dati convegno in paese, pure sui panni al sole che si fanno a specchio sul mare, una lastra di metallo lucente che in fondo, sulla linea d’orizzonte, diventava cielo senza che si capisse in quale punto esatto avveniva il passaggio di consegne. Dentro i cortili e nei vicoli che scivolavano verso gli approdi, le donne spazzavano dinnanzi alle porte dei dammusi, i bambini si rifacevano le ginocchia dietro le palle di pezza, e qualcuno faceva partire le lenze dal molo. Il vecchio professore se ne stava seduto al sole d’una terrazzina, provando a leggere qualcosa su un libro dalla copertina consunta.

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet ;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit ! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
Ô toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !

Cercava nella sua memoria il senso di parole un tempo assai più chiare, ora oscure per neuroni in disarmo anagrafico. Mentendosi spudoratamente dissimulava il buio di comprensione con altri difetti organici emotivamente più sopportabili, cambiando e rinforcando lenti altre sul naso aguzzo proteso verso il centro della terra.

Cominciavano a muoversi come processionarie le file lente di quelli che raggiungevano la parrocchiale per la messa di mezza mattina, spiate da occhi neri dietro persiane socchiuse, pronti a cogliere dettagli nascosti male sotto i vestiti di festa. Era l’ora in cui i sughi cotti dalla mattina evaporavano per raggiungere la piazza di basole, verso il caffè più centrale, popolato degli uomini a sedere che si scambiavano i due quotidiani a disposizione. Più giù, sul molo, erano le barche e le reti tirate in secco, con le casse del pesce stoccato a riva pronte per le tavole dei tre ristoranti della zona, già in fibrillazione per l’invasione di quelli di città in divisa da villeggianti. Arrivavano a frotte quando c’erano giornate così, e quelli del posto non è che ne avvertissero la presenza con gioia, se si escludevano i titolari dei bar, delle trattorie sul lungomare e di quel paio di bettole che dalle verande apparecchiate con tovaglie a quadri bianchi e rossi, offrivano alla vista solo fette di mare e muri scheggiati in cambio di prezzi a buon mercato.

“Gaetano”. Chiamò la donna nel grembiule nero di sovrapposizioni luttuose. “Gaetano”. Ripeté ancora, affacciata al balcone. Gaetano non è che subito rizzava le orecchie. Aveva cose altre per la testa, mentre saltellava tra i frangiflutti che correvano paralleli a ponente del molo più importante del porticciolo. Doveva ritirare la nassa con le quattro scorfane pescate, e si accarezzava il gomito contuso colorato del livido, nero come l’occhio destro, mordicchiandosi il labbro tumefatto per capire se ancora faceva male. “Sono caduto con la bici”. Ripeteva alla zia e all’amico Mimmo. Si vergognava a dire che l’avevano pestato quei quattro che facevano banda, sempre pronti a farsi scattare i nervi quando lo vedevano arrivare. Perché a loro proprio quel tipo con cui erano cresciuti non era mai andato a genio. “È troppo strano Palmisano”. Uno che non parlava mai, e se ne stava ore a fissare chissà che cosa. Uno che non raccontava niente, che aveva la pelle attaccata alle ossa e sembrava più piccolo dei suoi dodici anni. Che pareva che viaggiasse su un altro pianeta, con quella testa troppo grossa, non in dimensioni assolute, piuttosto per l’illusione ottica dell’essere troppo “siccu, e poi si move ca pari nu ‘nvertebratu”. Con quell’espressione di sofferenza che si portava dietro da quand’era ancora più bambino, quando se ne stava perennemente allettato perché le malattie le prendeva tutte lui. Così, quei quattro, qualche volta, provavano a tirargli fuori qualcosa, lo chiamavano per nome, cercavano una reazione qualunque. Niente. Quello pareva alienato e gli faceva venire una rabbia che poi alla fine gli veniva di caricarlo di botte. Gaetano se le prendeva e non reagiva, tornandosene a casa come se sulle spalle avesse il mondo. “Ma sempre dalla bicicletta cadi?” Diceva zia Lucia. Un’altra volta la scusa buona era che era scivolato sul “lippo” degli scogli, quando ci era passato sopra per calare la lenza. L’unico ragazzo del borgo a cui non davano noia quelle sue cose strane era Mimmo. Lui ci parlava con Gaetano, e riusciva anche a strappargli più di qualche monosillabo. Quando era con Mimmo gli altri lo lasciavano in pace. Si limitavano a guardarlo male da lontano. Mimmo era d’altra pasta, come tutta la sua famiglia. Tutti comunisti, “ncazzusi”. Quelli, gli Scandurra, non si tenevano niente, e se gli mollavi una sberla te ne restituivano trecento. Il padre era una specie d’istituzione. Faceva l’avvocato e difendeva tutti i disgraziati del paese, facendosi pagare una volta si e chissà quante altre no. Per cui la gente gli portava rispetto.

“Gaetano”. Si sgolava zia Lucia. Poi Gaetano sentì. Più che altro aveva finito di fare quello che stava facendo e si era messo a correre verso casa. Era il giorno del suo compleanno e magari, pensava, qualcuno se lo sarebbe ricordato con un regalo. Gli sarebbe stata utile una canna da pesca nuova, col mulinello possibilmente, per pescare “a lancio”, un po’ più a largo, che sotto costa cominciava ad esserci poca roba. Doveva essere arrivato lo zio Carmelo, che faceva l’usciere al tribunale in città, e magari la canna l’avrebbe portata lui. Affrontò la leggera salita con la nassa che sembrava un lume, in quel modo che faceva ridere ed arrabbiare gli altri ragazzi, e si beccò una pietra ad una coscia. “Talia come curri”. Lui non si fermò nemmeno a vedere chi gliela aveva tirata, ma sbiascicò un “ahi!”, piano piano, per non dare a nessuno la soddisfazione di dire che gli aveva fatto male, e continuò a correre claudicando pure per l’ultima botta. A quel punto l’obiettivo era la canna nuova, ed era sicuro che lo zio gliel’aveva portata, da uno di quei negozi di città. Una canna con un mulinello di quelli “spaziali”, che lanciano ami, esche e galleggianti a più di cento metri.

“Auguri beddu! Guarda cosa ti ho portato”. E in quel pacchetto quadrato venti per venti doveva starci una canna da pesca? E che razza di canna da pesca era quella che stava lì dentro? C’era qualcosa di sbagliato. Ma come, pensò, uno fa il compleanno, e per non disturbare troppo si limita a farlo una sola volta l’anno, e poi non si concede il giusto riconoscimento a quella delicatezza con una canna da pesca nuova? Eppure con lo zio ne aveva discusso che la sua canna da pesca era messa male. “Volevo portarti una canna nuova, ma poi la zia, giustamente, mi ha fatto notare che quando vai sugli scogli caschi e ti fai male, che torni a casa che sembri un Lazzaro”. Ma la zia, gli affari suoi, mai…

“Aprilo, vedi che c’è dentro”.

E che roba è questa? Pensò scartando la confezione di carta blu. Ma anche quando l’oggetto fu totalmente nudo in suo possesso non capì. Sollevò gli occhi verso lo zio, che per lui era come domandare ossessivamente. “Minchia! È una macchina fotografica, una Polaroid”. Sbottò quello a mezzo riso comprensivo.

“Che devi dire per forza queste parole vastase davanti o picciriddu. Spieghici comu funziona inveci di fari u cretinu o solitu to”. Sbraitò zia Lucia.

“E come funziona… Si prende la mira da qua – prese in mano l’oggetto misterioso, ed indicò il mirino – si inquadra quello che si vuole fotografare e si preme questo bottone. Poi si aspetta che esce la fotografia, e dopo mezzo minuto, come per magia, c’è la foto”. E lo disse tutto d’un fiato, ondulando la testa soddisfatto per quella abile docenza sostenuta senza la benché minima esitazione, proprio come fa un professionista serio che istruisce il suo ragazzo di bottega. “Ne puoi fare dieci per volta. La prossima volta ti porto anche un paio di ricariche, così fai pratica. Ci sono fior fiori di fotografi che usano la Polaroid. Anzi, fai una cosa Tano, visto che fra poco si mangia, qua ci sono i soldi. Vai al bar da Nuzzo, prendi i cannoli per tutti, e già che ci sei fai un paio di foto che poi vediamo se hai talento”.

Era ora di pranzo, a quell’ora per strada praticamente non c’era nessuno, e con l’oggetto misterioso, Gaetano entrò al bar. Lì c’era soltanto Nuzzo che stava servendo un paio di aperitivi a due che dovevano essere di città. A Gaetano quelli di città andavano giù ancor meno che agli altri, perché arrivavano lì per pescare con barche pazzesche che poi scaricavano nafta a mare e il pesce puzzava. In estate si mettevano tutti a fare il bagno come pinguini ed il pesce scappava. Poi avevano quelle canne sofisticatissime, e c’era pure chi usava la “pietra celeste”, anche se era vietato. La buttava sugli scogli sciolta nell’acqua, così i polpi si sentivano avvelenati ed uscivano fuori dalle tane, così li raccoglievano a mezze dozzine per volta. Non era così che si faceva. Quella non era pesca. Lui l’aveva detto al padre di Mimmo che gli aveva dato una risposta che non è che aveva capito tutta, ma il senso almeno gli pareva d’averlo afferrato. “Insomma, questi di città vengono qua e fanno col solfato di rame al nostro pesce quello che gli Americani facevano col Napalm ai Vietnamiti. Li stanano per mangiarseli. Ma la storia ci insegna che qualche volta chi fa certi calcoli poi può anche rimanersene digiuno, oppure finisce pure lui avvelenato”.

Visto che quelli nel bar erano di città, Gaetano, per non farsi turbare la scelta dei dolci, aspettò fuori che se ne andassero, seduto su uno scalino dietro l’angolo, a rigirarsi tra le mani la Polaroid. Piroettando quell’escrescenza d’occhi e memoria si esercitava nelle inquadrature. Finì per fermarsi, puntandolo col mirino, su un gatto che faceva la festa ad un sacchetto di spazzatura abbandonato, con dentro i resti di pesce le cui parti nobili a quell’ora dovevano essere stati serviti su ben altra tavola. Capì pure come si inseriva il flash. Poi sentì un rombo. Altri di città che avevano una moto, una tuta nera ed il casco in testa. Come fanno questi a tenersi in testa quella cosa pesante con questo caldo che non è nemmeno obbligatorio? Pensò. Il gatto scappò, e, pensò Gaetano, che aveva fatto bene con tutto quel chiasso che facevano. Ma quello che sentì dopo, altro che chiasso. Sembrava la guerra, una Lambretta smarmittata peggio di quella di suo cugino Stefano. Una cosa insopportabile ma che veniva da dentro il bar. Se ne rimase lì paralizzato, con gli occhi sbarrati, tenendosi la Polaroid stretta al petto. Quindi quei due della moto saltarono in sella e ripartirono a velocità sventolando qualcosa di scuro e metallico sbucato fuori da chissà dove. Rimase ancora qualche secondo lì, gli occhi fissi verso tutto quello che aveva visto, in un silenzio che non era certo ci fosse davvero. Poi si alzò, lentamente, ed entrò nel bar. I tre che ci aveva lasciato prima c’erano ancora, i due di città e Nuzzo. Solo che non erano più ritti al bancone, ma se ne stavano a terra, e di Nuzzo si vedeva solo la testa, in un lago rosso di cui un affluente zampillava ancora dalla gola. Chissà perché quel tremore che l’aveva accompagnato sino a quel momento cessò di colpo, e si trovo a sollevare la sua macchinetta, a spingerne, come se non avesse fatto altro per tutta una vita, il pulsante del flash per poi scaricare anche lui il suo caricatore su quei corpi martoriati.

Dieci foto, dieci. La sua prima collezione che valesse la pena di chiamare tale, perché quella di conchiglie era assai incompleta, senza tutte quelle specie di lontano che aveva visto in qualche negozio della città. E ne sarebbe passato di tempo prima di capire come era che tutti quelli che sino ad allora l’avevano preso in giro e menato perché era così “siccu, e si move ca pari nu ‘nvertebratu”, smettessero di colpo di farlo. Semplicemente perché adesso lui era uno che sapeva cose della vita che gli altri della sua età nemmeno si immaginavano, ed avevano capito che lui, anche se si muoveva strano, era uno che arrivava sempre prima degli altri.