Le formiche

Ma che siamo noi, che siamo?… Formicole che s’ammazzano di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo. In fila avant’arriere senza sosta sopra quest’aia tonda che si chiama mondo, carichi di grani, paglie, pùliche, a pro’ di uno, due più fortunati. E poi? Il tempo passa, ammassa fango, terra sopra un gran frantumo d’ossa. E resta, come segno della vita scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena o figura.” (Vincenzo Consolo)

Che a festa finita, vacanza esausta, questo ci resta, che è condizione di formica, ad accumulare cose conto terzi, manco per regina però, che, ricca e spietata, almeno pare ha istinto materno, financo progetto di conservazione della specie. Peggio di formiche, a finire sotto tallone, non per fine d’occasione di passeggiata distratta d’altro grande e grosso, ma tallone sempre è in testa che manco lo senti più a consapevolezza, però fa male uguale, e padrone di tallone fece suo progetto di estinzione di massa di sua stessa specie per puro godimento. Che per quello pare che lavoro di moltitudine sia a sfrutto e basta, con contrattualizzazione per bava alla bocca ed insofferenza in permanenza. Che mai fu colpa d’alto rango, sempre d’ultimo peggio che noi che è a maggior patimento. Che c’è tanti che sperano per rientri a routine che di vite spente fanno a riempimento di fatica che svuota idee. E non s’avvede moltitudine di propria fatica per riempir granai che alta sfera gaudente usa sfrutto di braccia e di mente, pure magazzino stracolmo, per far guerra a cottimo, per far distruzione di natura a manca e destra, per decidere di destino di massa deforme e claudicante di pensiero a che viene peggio, che se c’è peggio quella più si piega a schiaccio di tallone per assuefazione definitiva. Ch’ebbe sensazione di consapevolezza solo a fatto di pubblico memoria di vacanza d’io con sfondo di meraviglia d’uno sopra l’altro su pagina di faccia libro e affini, quale surrogato di libero pensiero.

Rivolta sarebbe dire, so cosa sto facendo, so cosa mi fate fare, dire che pure per lavoro divento merce un tanto al chilo, ma ora lo so. Che se so, vertice di piramide è alto assai, ma si scordò di fare forte fondamenta di base per crollo tra un istante. Rivolta è dire che ultimo è con ultimo e più ultimo assieme qual fratello, e far da piedistallo ci venne un po’ a noia, che c’è a scostamento improvviso di tutti a medesimo tempo per crollo di piramide, di busto impomatato.

L’artista

Tu vedi un blocco,
pensa all’immagine:
l’immagine è dentro
basta soltanto spogliarla.

(Michelangelo Buonarroti)

Conobbi e, c’è seria probabilità, conoscerò, artisti d’ogni fatta e luogo, geniali modellatori di materia, capaci di plasmare immagini, suoni, opere ed omissioni, a creare capolavori d’espressione elevatissima, talora concettualmente indecifrabili che non rinunciarono a profondità in luogo di comprensione. Ma è memoria mia, pure se ormai a scarsa frequentazione nella sua opera integra, che ve n’è uno che non seppe giungere secondo, e che quel tal secondo alle sue spalle, parve, ancorché illuminato, dover guardar lontano quel primo sopra tutti.

Me ne avvidi d’opera a tratto di costa a semi abbandono, ch’è di quelli ormai radi che per tutela antica non violata fecero divieto di soggiorno a chiasso inconsulto financo a giorno d’intorno a grande festa d’estate. Che è artista unico ed irripetibile, che trasporta opere ad esposizione millenaria, modella legno e roccia, rimuove rena e la lascia a dimensione altra, la spiana e l’accumula ad aiuto di vento.

Che non s’avvede che relitto è scarto, ma ne riarticola posizione e forma, ne liscia il contenuto intimo, lo scava e lo proietta a dimensione di bellezza autentica, lo staglia ad orizzonte che spettatore veda, a forma di contrasto di vertigine, perfezione di sua struttura imperfetta. Liscia semi, barcolla frammento, leviga giunco, infilza albero, smotta la pietra e il sasso rotola e si smussa, financo coccio di vetro diviene miracolo di gioielleria che mercante da dietro banco non s’approfitta che pare furto esporre opera raffinatissima di levigatura d’anno dopo anno. E io, ancora bimbo, ebbi facoltà di vedere musei su musei di detto artista, a costa strapiena, che distanza impediva asfaltatura di nobile esposizione e Bagno un tanto a chilo, peggio, a cottimo di servizio a plasticume dorato, non sostituì l’Expo universale di meraviglia autentica. A ruspa non era ancora concesso spazio, per lido di lindo fiammeggiante, che non v’era necessità di spazzare via tutto per fare spazio a grande cantante da ritmo ad osanna, con testi scritti a sapienza d’antica conoscenza di regola aulica di lingua e ricchezza di vocabolario, che solo con cotale sapienza, a sapere di tutto a poesia, si può evitare la stessa per concepimento di verso a regressione ad infante e mugugno gutturale, senza tema d’incontrarlo a scherzo di caso.

Agave

O rabido ventare di scirocco
che l’arsiccio terreno gialloverde
bruci;
e su nel cielo pieno
di smorte luci
trapassa qualche biocco
di nuvola, e si perde.
Ore perplesse, brividi
d’una vita che fugge
come acqua tra le dita;
inafferrati eventi,
luci-ombre, commovimenti
delle cose malferme della terra;
oh aride ali dell’aria
ora son io
l’agave che s’abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d’alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;
e nel fermento
d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento.
” (L’Agave sullo scoglio, Eugenio Montale)

Non è cosa della mia terra, viene d’altra parte del mondo e fa combriccola festosa con palmette nane e fichi d’india, che pure questi ultimi non ci nacquero qui da generazione antica. Ma ci stanno, non fanno chiasso, si riuniscono a far banda, che quasi nessuno li scorge, ma tutti assieme fanno simbolo se li guardi da lontano. Che non c’è barbarie a farsi fratello e sorella d’altri, non c’è scompenso in certe occasioni, che talora ti dimentichi di diversità. Che si fanno, anzi, a corale perfetta, che ciascuno suona suo bellissimo strumento, come musica d’insieme che non fa pecca di stonatura. E ne ho prove altre, che una ve la riciclo di sgambescio, che m’aggrada assai, pure ne feci a iosa di questi tempi, mentre altri a perfezione di padre matria, o madre patria, a che sollucchera di più, s’appigliarono per leva su viscere contorte che su plausibile presunzione di possesso d’anima e ragione, a far dell’uno contro tutti, arma perfetta a vittoria singola contro ultimi tra gli ultimi.

“D’Arlecchino apprezzo la condizione patchwork, di tutto insieme. Mi ricorda, così lontano come sembra, nel tempo e nello spazio, certi piatti siciliani, da cui si desume che tempo e spazio siano invenzioni fallaci. La Sicilia, Trinacria, tripartita, triangolare, trilaterale, triste e tribolante è, infatti, essa stessa patchwork, “più di una regione” diceva Sciascia, fa continente, aggiungerei, con quel tre reiterato (ne tralascio i riferimenti alla perfezione, non sarei al di sopra d’ogni sospetto, tanto meno ne sono convinto) che è somma del primo pari e del primo dispari, dunque del tutto e del contrario di tutto. Che luttuoso lusso esservi nato. E la sua cucina ne è l’archetipo illustrativo, la quintessenza del Meltin Pot, che ingloba colori, sapori, odori, senza lesinarne e tralasciarne alcuno, rinunciando così al gioco barbarico ad esclundendum. Ma c’è un piatto la cui composizione ne seppellisce ogni altro, non solo per la sua natura complessa ed articolata, dunque non banale, ma perché richiede tempi lunghi di realizzazione, lentezze gastronomiche che riconciliano al gusto dell’attesa e rendono la festa finale una sorpresa vertiginosa; è un piatto internazionalista, quasi un’anticipazione castro-mao-guevarista d’un movimento di emancipazione planetaria che parte molto dal basso, dalla terra addirittura, anzi, da ogni terra sparsa per il globo, cui attinge senza pregiudizi preculturali, senza curarsi di barriere, dogane, frontiere; è piatto libertario, giacché non ve n’è una ricetta unica, diventa scuola di pensiero; ciascuno può, sulla base d’una vena creativa personale, renderla propria ma senza mai esserne davvero esclusivo detentore giacché il gusto della condivisione alla fine prevale su qualsiasi tendenza edonistico-egoistica; ed infine, è piatto di memorie e storie antiche, che si rincorrono e riemergono, come in un fenomeno carsico, nella natura policromatica di chi le ha tramandate: è la “caponata”. Sulla provenienza esotica di certi ingredienti senza i quali non è tale, pomodori e melanzane, solo per citarne un paio, soprassiedo, se ne stenderebbe un trattato geogastronomico troppo vasto.
Si comincia, con calma, a soffriggere dadini di sedano, carote e cipolle – non troppo piccoli, nemmeno particolarmente spessi – in olio extra vergine di oliva. Ora, so che taluni preparano il soffritto in qualche olio di semi, ciò che non capisco è come mai non sia proibito dalla legge. Invece, per chi possiede consapevolezze acquisite e non soffre di palati prelogici, la scelta sarà semmai tra quali oli d’oliva. Ci sono certi oli toscani e liguri meravigliosi, solo peccano di eccessi di protagonismo, preferiscono stare al centro dell’attenzione e meritano il pulpito; difficilmente li si può costringere ad essere comprimari, piccanteggiano il tutto d’intorno, finiscono per sgomitare, scavalcare la fila. Meglio un olio d’oliva siciliano, capace, se occorre, di accompagnare, mantenendosi leggermente defilato, propone delicatezza di trattamenti ma esprime forza e volontà di mantenersi integro nel calor bianco, insomma, non fa “scruscio”. Poi, non appena il battuto cubico comincerà ad acquisire vaghe consistenze e dorature da oreficerie raffinatissime, si aggiungono olive nere (denocciolate, se ci tenete a molari e premolari), capperi (meglio quelli piccoli e vagamente selvatici, sotto sale o in salamoia, appena scrollati), ed un paio di cucchiai di stratto, non di estratto di pomodoro, di “stratto”. Al limite usate pure il secondo poiché il primo è difficile da reperire. È una salsa di pomodoro molto salata che abili mani lasciano essiccare ai più feroci dei soli agostani del Mediterraneo, cosicché, mentre raggiunge consistenze da pasta dentifricia, si avviluppa dello iodio e della umida salsedine dell’aria, per poi finire in barattolo, ricoperto da un sottile film di olio. Poi, rifiorisce in cottura, attribuendo all’insieme sapori forti e contagiosi. Un bicchiere di bianco vellutato e dalle opportune corposità, preferibilmente fatto con l’uva e non di miscele di bisulfiti (ve ne sono di ottimi nella Sicilia Occidentale – di vini intendo, non di bisulfiti -, ma anche quelli friulani e tirolesi si prestano allo scopo, peraltro proponendo ulteriori contaminazioni mai così ben accette, e poi, bervene un bicchiere, ghiacciato, si intende, accompagna bene tutta la lenta preparazione). Quindi un goccio di aceto di vino bianco, un pizzico di peperoncino rosso, e due grossi cucchiai di miele di timo o di salice degli Iblei, e sulla provenienza di questo non transigo: “da una parte la siepe di sempre dal vicino confine, succhiata dalle api Iblee nel fiore del salice spesso t’inviterà ad entrare nel sonno con il lieve sussurro” (Virgilio, V Ecloga). Il miele, rilasciando gli effluvi profumati di impervie balze calcaree battute dal sole, risuonerà di poesie arabe e racconti da “Mille e una notte”. Ancora un po’, e il ricco connubio riuscirà a maturare il proprio sacro convincimento di sapere – e potere – stupire. A parte avrete soffritto, ciascuno nella sua padella, per consentirne perfetti e diversi tempi di cottura che preservino le giuste reciproche croccantezze, dadi di melanzane e strisce di peperoni rossi, preferibilmente a cornetto. Per qualche minuto fate andare a fuoco lento tutto insieme con un mestolo di salsa di pomodoro ben ristretta e, poco prima che tutto abbia fine, una pioggia abbondante d’un trito di prezzemolo, basilico e qualche foglia di menta, perché cromatismi e profumi freschi stemperino certe asperità. Provate di sale e lasciate riposare, anche per ventiquattrore, tanto vi verrà senz’altro riconosciuta la fatica dell’attesa. Consumatela meglio fredda, accompagnandola con del Nero d’Avola (in abundantia) e, sotto, jazz, giacché da quelle parti si improvvisa, che è poi il talento vero di quel vate che per primo servì caponata ai suoi ospiti.” Che non dubito venissero da ogni parte del globo terracqueo su barche sgangherate e sommo desiderio di convivio.

Il grande trogolo

Che a far alleanza a dire io si, quello no, a far guerra ad oltranza che c’è quella che morto ammazzato pare giusto pure se bimbo, altra non tanto, qualcuna speriamo, che a far faccia cattiva ad ultimo arrivato ad aggrappo di scoglio e molto di porto salvo, siam tutti bravi a sfare. Che a me, d’infinita stanchezza, manco a scrittura mi viene a dettato, che ripiglio ciò ch’è stato, che tanto avrei scritto pari pari uguale quello. “La verità, voglio dire, non rischia niente a passare per un periodo di abbiezione: non il suo avvenire e nemmeno la sua gioventù. Quello che non deve mai venire meno è il nostro sforzo di intrattenerla, comunque, tra noi uomini.” (Elio Vittorini)

“E giunse il tempo che desiderio di vertigine m’appare solo a sistemar chiappe a scoglio comodo, a favor di tenue brezza di ponente. Lì c’è posizione di sguardo ad altro tempo che andò via a rapidi scivolamenti. Che feci collezione di pergamene e titoli a ceralacca, di timbri e pacche sulle spalle, inchiostri di stilografica raccolsi. Mi avvidi di saggezze elevatissime di fini accademici, sagaci elucubratori di teorie d’avanzo, e professori mi professarono vie salvifiche di conoscenza. Capitani coraggiosi m’imbellettarono narrazioni d’autentico infinito di profondità, e preti e frati e paternostri m’illuminarono d’incenso, mi deliziarono d’omelie un tanto al chilo, pure in odore di santità mi parvero audaci pescatori di ghiozzi a tendenza d’eversione. Le madame dorè, le miti volontarie di misericordia, e signori dabbene di circolo esclusivo, di fatta impeccabile doppiopettata e profumo millefiori, mi fecero di sé modello esclusivo e beato. Arguzia finanziaria mi trasmisero autentici scienziati di doblone, ed a cure immaginifiche mi sottoposero per trattamento di deviazione.

Che però nacqui storto e storto rimasi, pur se mi sdoppiai a far finta d’assecondo. Che ora, a fase due, non m’è dato di adeguarmi all’immane trogolo di carni e sangue di sacrificio a conforto per Marte e Atena. Che però appresi di non apprendere, pur se assorbii finale convincimento che nemmanco le dame di San Vincenzo riusciranno a far del bene, ch’esse mai seppero cos’è la vita, che imbracciano sotto coscia, ad occulto, mitra e bomba. Ch’io tutto imparai da puttane senza protettore, a quartiere miserabile dove misi dente da latte, e che, accademia autentica di bellezza, fu soffocato a rango di supermarket per saccheggio conclamato, con reparto d’onnisciente mammasantissima. Pure imparai da lambretta smarmittata di venditore di granchio per cattura a pietra celeste, da pazzo con canottiera su cappotto e camicia avvoltolata in testa, per posto a cappello in mano, a buco tappato per dammi cento lire, ci hai ‘na sigaretta. Che mi venne ad aula di lezione autentica osteria perduta, di abitanti a perenne nostalgia di bicchiere pieno, e vecchio compagno che s’accompagna a miserabile scarpa rotta, pantalone logoro e mano di calli e calce viva, curvo di schiena ma mai domo a dir di padrone peste e corna. Pure non fu capace di sopravvivenza a quello, nemmanco per saggezza di mutua a scarso d’assistenza e forse per cicatrice di manganello per protesta di contro legge. Che imparai dinamiche sofisticatissime d’universo da lavandaia a tempo perso, balia asciutta e odor di varechina. Altro seppi da pescatore silenzioso a barca a puzzo di cherosene e sangue di pesce raffermo, con ruga che solca il volto quale fiume di sale e fatica di sole. Che nessuno dei secondi ebbe allora a far mai guerra a tal altro, mai tirò indietro la mano a soccorso per chi vien dopo. Pure, a gengie sfatte, non smisero a riso per bimbo che passa, ch’io mi ricordo – che a denti non m’ero provvisto ancora – di tali sdentature di pace, ora che vedo biancheggiare nobili fauci di squali.”

Rotta altrove

Gettato sull’erba vergine, in faccia alle strane costellazioni io mi andavo abbandonando tutto ai misteriosi giochi dei loro arabeschi, cullato deliziosamente dai rumori attutiti del bivacco. I miei pensieri fluttuavano: si susseguivano i miei ricordi: che deliziosamente sembravano sommergersi per riapparire a tratti trasumanati in lontananza, come per un’eco profonda e misteriosa, dentro l’infinità maestà della natura…” (Canti Orfici, Dino Campana)

Qualche volta bisogna fare rotta altrove, che un sabato d’agosto il mare non è tale, pare cittadella presa d’assalto e si fece altro ad attendere tempi migliori. L’altopiano, invece, sulle guide non c’è, non c’è bagordo che l’accompagna. Mi sono fatto decine di chilometri e non incontrai nessuno, che presenza umana invece è dappertutto, in dedalo infinito di muro a secco, pietra su pietra strappata alla terra resa fertile.

Quadrati, rombi, trapezi, cerchi ed ovali, che raccontano storie d’antiche enfiteusi, maggesi, di padri che lasciarono un fazzoletto di terra ai figli che lo lasciarono ai loro. Antichi abituri che non smisero mai d’essere abitati, che di destinazione d’uso fecero gioco bislacco, financo sepoltura di vassallo d’Eblon divenne chiesa di Bisanzio, tombe si fecero magazzini, ovili, abitazioni di chissà quante genti da mille mila anni per bagaglio d’ampia fantasia a necessità impellente. L’intarsio è roba di ordito intricatissimo, d’eleganza somma, sguardo di vertigine si spinge sinché ce n’è. E poi, d’improvviso dicchi e pieghe della crosta, per irrequietezza di mantelli incandescenti, di sommovimenti terribili, pure strapiombi infiniti, dove le acque gelide di fiumi si fecero e si fanno strada a scavare tane per trote, volpi, ghiandaie e biacchi iridescenti. C’è comanda di silenzio e pure il sole picchia con cautela, da leggera brezza si fece persuadere a non farsi calor bianco, che il maestoso carrubo, l’ulivo saraceno secolare, un gelso di frutti maturi, comunque, vigilano che creature abbiano ombra a sufficienza. Financo il Pino d’Aleppo, spilungo e sghembo, s’affaccia a bastione calcareo, fa capolino oltre il sughero di quercia, tra cento anfratti che nascosero velli d’oro e trovature in fondo ad arcobaleno. L’asfodelo richiama avi a perdersi di memoria, che pare tutto ingresso a terra di Lotofagi, che smarrisci tema di ritorno. Quella è terra delle fiabe, terra d’apparenza sola, che di colori si fece tavolozza densa, e non si curò che di chi ne seppe cogliere l’indispensabilità d’ogni cromatismo.

Il prezzo giusto

… oggi nessuno si scandalizza, la società ha trovato dei modi per annullare il potenziale provocatorio di un’opera d’arte, adottando nei suoi confronti il piacere consumista.” (André Breton)

Sergio Poddighe è un amico, di lui, delle sue cose avevo già parlato qui, pure qui. Abbiamo fatto cose insieme, abbiamo riscoperto le nostre siculitudini, siciliani di mare aperto, con la valigia per un altrove, quel desiderio struggente di tornare, roba impertinente che si fa viva come un fenomeno carsico. Ma abbiamo pure giocato, anche coi nostri nomi, ch’io prestai voce ed armonica sgangherata a questa cosa qui di sotto che ha disegni immaginifici suoi.

Mi ha mandato un suo scritto, pubblicato su un suo social.

Sergio Poddighe, nel suo studio

Me l’ha mandato per e-mail, che io sono poco social. ve lo ripropongo ché mi piacque parecchio: “Se da un lato le visite ai musei ci mostrano un persistente interesse per l’arte, dall’altro assistiamo ad una fortissima resistenza a renderla propria. L’acquisto di un quadro, nella mente dei più, rimane prerogativa dei ricchi, magari ignoranti, ma capaci di investire. Tutti gli altri guardano all’opera d’arte come ad un oggetto inaccessibile. A mio parere, la colpa di questa impasse la si deve anche agli artisti: il valore in denaro che danno alla propria opera è quasi sempre esagerato. Con l’equazione “più lo prezzo, più lo carico di valore”, l’artista visivo ha trasformato il suo prodotto in un bene di lusso, rendendone più difficile sia l’acquisizione che la circolazione. Personalmente, se una persona di medio reddito viene nel mio studio desideroso di acquistare un quadro, cerco di fargli un prezzo ragionevole. Non si tratta di sminuire il valore dell’opera, ma di applicare due principi: onorare l’interesse verso il lavoro; rendere il manufatto artistico un oggetto accessibile. Ho gestito per un anno e mezzo una piccola galleria (esponevo solo opere altrui) e una frase ricorrente era: “questo quadro mi piace molto, ma non ho il coraggio di chiedere quanto costa… so già che non è alla mia portata”. Un pittore non dovrebbe tentare di vendere un quadro ad un prezzo che egli stesso non potrebbe permettersi. Un’inversione di tendenza aiuterebbe la crescita di tutti, accorciando la distanza tra chi ama l’arte e chi la produce.” (Sergio Poddighe)

Posto che sono d’accordo con quanto scrive Sergio, che ciò potrebbe apparire non autentica sorpresa – le persone si frequentano se c’è idem sentire, almeno da qualche parte -, mi va di aggiungere qualcosa, quale nota a margine d’una ricerca imperfetta, che è compito statutario di queste pagine mie. A premessa ricordo che certe avanguardie che fecero storia dell’arte furono più avvezze a frequentazioni di bettole che non di salotti buoni, pure m’è dato a sapere che espressioni elevatissime d’arte trassero ispirazione da privazione e non dal lusso. Tante esperienze di straordinaria bellezza sono finite in dimenticatoi cupi perché non si confrontarono mai in modo efficace con regole, non di bellezza e talento, ma di economie asfittiche e grigie. Oggi, l’artista che non fa scelta diversa da ricerche di prebenda, di curatele un tanto al chilo a prezzo d’oreficeria, di critico ad esaltazione per alzo quotazione, che non si fece sussieguoso ed accondiscendente con fatto di mercato e potente di turno, rimase invisibile. E mi preme dire a Sergio, ch’egli, che è artista di talento limpido, come altri (pochi, invero) par suo, e che fece scelta diversa, non avrà palcoscenico degno, sarà, come l’arte sua, confinata a poco, che c’è il mondo del valore di scambio che non consente che l’arte giunga a chiunque; lo spazio adeguato a che venga resa nota gli verrà precluso, verrà sottratto a lui, ma anche a tutti quelli che ne avrebbero tratto certo giovamento. Aggiungo, l’artista non è soggetto neutro, egli viaggia per il mondo, ne ha, in qualche modo, consapevolezza: dunque, se ritiene che la sua sia arte da grande prezzo pratica una scelta ideologica e nulla più. Egli aspira a vetrina e grande compenso per una ragione sola, perché egli ha, istintivamente, a prova provata di suo agire, un’idea altrettanto ideologica della società. Egli ama la gerarchia sociale, ama il doblone quale criterio di valutazione degli uomini, non è interessato a che la sua arte giunga al più ampio pubblico possibile, che dia un contributo critico alla lettura del mondo, sia di godimento a tanti. Egli aspira alle folle solo se fatte di pubblico pagante, al più in forma di claque al momento del suo ultimo vernissage. Sarà artista costui? Forse si, ma la bellezza è un’altra cosa, non è roba esclusiva. Per quanto mi riguarda questi rimarranno solo mercanti, che vendono la propria arte non perché è bella, ma perché vale un gonfio conto in banca.

Sgomberare

Guardò il mare e capì fino a che punto era solo, adesso. Ma vedeva i prismi nell’acqua scura profonda, e la lenza tesa in avanti e la strana ondulazione della bonaccia. Le nuvole ora si stavano formando sotto l’aliseo e guardando davanti a sé vide un branco di anatre selvatiche stagliarsi nel cielo sull’acqua, poi appannarsi, poi stagliarsi di nuovo; e capì che nessuno era mai solo sul mare.” (Ernest Hemingway – Il vecchio e il mare)

Pure io, che non sono vecchio quanto quell’altro al calar di lenza e assai meno d’esperienza sul campo pure, detto a scanso di natali, mi convinsi che a mare solitudini non abbiamo mai a patirne. Dunque, mi sovviene, che ad affastellarsi l’uno sull’altro è cosa che rasenta qualche strana afflizione, che non è a scaccio di solitudine, piuttosto sorta di fobia d’isolamento, che se non fai a branco non ti viene destino d’essere senziente. Ti pare che a moltiplicare te stesso nella moltitudine d’uguale un tanto al chilo, d’arma di pari identità, che fu scudo di sdraio o lancia in resta d’ombrellone, pure a convinzione certa d’avere servitor fedele che ti reca sacro bibitone a color vago di naturale, assai più probabile di derivazione ad estrazione precisa di trivella petrolifera, t’è a far di cacciata definitiva di solitudine. Che mi feci persuaso di detta cosa ad osservare in lontananza orda di assembramento a fetta di rena che l’altra apparve libera di buona parte, pure sgombra fu erta scogliera e basso scoglio.

Ora, è a mia ammissione che detto comportamento di massa, ancorché non sia da vecchio lenza armata per pesca di grosso pesce, ma neppure mio per ossequioso adeguamento, mi sconfinfera di molto, che è tale che lascia ampia veduta d’apparente compagnia esclusiva di mare a me soltanto a tratto grande di riva, dunque ben venga. Ma mi viene a giudizio di pensiero che cotale massa, non edotta di mia idea – che è cosa probabile assai a evidenza che io son nessuno – farebbe meglio ad affastellarsi a piscina da parte altra, che a bordo di tale è certo ci s’affratella assai di più, a strettume ci si fa sardina d’artificio, ci si riscopre ad identità più chiara di condivisione. A detto agire massa stessa non lascerebbe così passaggio libero che io raggiunga con facilità non agorafobica baretto per caffettino di prima mattina in cima al paese, senza slalom proibitivo e gesto atletico indicibile tra stuoino e tamburello?

Uomini e uomini

Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso,
Ogni uomo è un pezzo del continente.
una parte della Terra.
Se una zolla viene portata via dall’onda del mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un promontorio le mancasse,
o una dimora amica o la tua stessa casa;
ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io faccio parte dell’umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi
suona la campana; essa suona per te.
” (John Donne)

Che più che isola che non c’è paremmo arcipelaghi di scogli lontani ed irraggiungibili, che non c’è rotta a congiungerli, nemmeno casualità di deriva pare possa creare comunicazione.

Ed altro non aggiungo che ormai pare tardi a parlare d’umanità perdute, d’odio, indifferenza dinnanzi alla brutalità dell’agire, al voltare lo sguardo altrove mentre un uomo muore per mano d’altro uomo. Non è questo forse agire d’uomo? Che la bestia mai fa uso della brutalità senza un fine che ha a sfondo la sua stessa vita. Faccio d’altro parola mia, ch’egli ebbe a scriverlo assai meglio pure di quanto io possa avere a pensiero.

“L’uomo, si dice. E noi pensiamo a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, e a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo all’offesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche a tutto quello che in lui è offeso, e ch’era, in lui, per renderlo felice. Questo è l’uomo. Ma l’offesa che cos’è? È fatta all’uomo e al mondo. Da chi è fatta? E il sangue che è sparso? La persecuzione? L’oppressione?

Chi è caduto anche si alza. Offeso, oppresso, anche prende su le catene dai suoi piedi e si arma di esse: è perché vuol liberarsi, non per vendicarsi. Questo anche è l’uomo. (…) Ma l’offesa in se stessa? È altro dall’uomo? È fuori dall’uomo?

Questo è il punto in cui sbagliamo.

Noi presumiamo che sia nell’uomo solo quello che è sofferto, e che in noi è scontato. Aver fame. Questo diciamo che è nell’uomo. Aver freddo. E uscire dalla fame, lasciare indietro il freddo, respirare l’aria della terra, e averla, avere la terra, gli alberi, i fiumi, il grano, le città, vincere il lupo e guardare in faccia il mondo. Questo diciamo che è nell’uomo. (…)

Ma l’uomo può anche fare senza che vi sia nulla in lui, né patito, né scontato, né fame, né freddo, e noi diciamo che non è l’uomo.

Noi lo vediamo. È lo stesso del lupo. Egli attacca e offende. E noi diciamo: questo non è l’uomo. Egli fa con freddezza come fa il lupo. Ma toglie questo che sia l’uomo?

Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! O uomo!

Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lagrime? Ecco l’uomo.

E chi ha offeso che cos’è? Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo.” (Uomini e no, Elio Vittorini)

Vicoli

A certe ore del giorno, di domenica assai più facile, quando c’è tale caldo che non ti fa fare passo alcuno senza ansimo, che pari pesce fuori dall’acqua, c’è quel silenzio che di frenesie estive fece come la scolorina su vecchi fogli. Non c’è vicolo che non paia rivestito d’ovatta, scalinata desertificata, nemmeno dalle poche case abitate si sente arrivare suono alcuno. Un po’ di suono ve lo do io, d’accompagno per il resto.

Per complesse ragioni che mi viene a certezza non rappresentano interesse vivo per chi si trova qui ed ora, mi tocca di attraversarne tanti di vicoli, stradine scoscese, scalinate ripide e lucide d’usura. Fortuna volle che il tragitto è tutto in discesa, che è cosa miracolistica che ho sempre avuto pensiero che tutte le strade qui fossero in salita, a prescindere da versi di percorrenza. Graziato dal Dio della gravità che di fiato non mi fece richiesta ad usura, feci a passo di relativa sveltezza rimanenza di mio viaggio. Ma che bellezza che il viaggio fu di esplorazione autentica, pure se a tale percorso sono aduso per percorrenza di mille mila volte. Il silenzio è magnifico cicerone, guida di turismo impeccabile, che non è ad assillo con ti spiego questo, ti spiego quello, che senti suono di casa antica e diruta come se ti parlasse, d’architrave sbilenco t’avverti di racconto di suoi pesi, di intonaco su intonaco, a scrostarsi a turno, di portone divelto e a scricchiolio pure di leggera brezza, ci s’addivede che c’è novella da narrare pure per loro. Mi feci a capo cosparso di cenere che non ebbi ad accompagno macchina fotografica, che mi tocca di riciclo d’immagine di medesimo tragitto ad occasione e stagione altra.

A mezza costa, a meta quasi giunta, a caviglia e ginocchio ancora a reggenza discreta, ci fu targa che mi disse di natali lì di tal poeta aulico, che mi venne a mente sua poesia, che forse egli ancor bambino visse medesima esperienza.

Mi richiama talvolta la tua voce,
e non so che cieli ed acque
mi si svegliano dentro:
una rete di sole che si smaglia
sui tuoi muri ch’erano a sera
un dondolio di lampade
dalle botteghe tarde
piene di vento e di tristezza.

Altro tempo: un telaio batteva nel cortile
E s’udiva la notte un pianto
Di cuccioli e di bambini.

Vicolo: una croce di case
Che si chiamano piano,
e non sanno ch’ è paura
di restare sole nel buio.

(Salvatore Quasimodo)

Ho preso vento, tempesta e spavento

Che se passi giorno a tortura di disbrigo pratiche, con lotta ad ultimo sospiro con burocrate vario, a caldo che pare forno acceso, ti viene voglia d’altra stagione, che io quella riciclo.

“D’altro me talora faccio a meno, ch’egli è impelagato, quale Atlante, a sostenere destini del mondo, che così pare s’è convinto, che non sposta virgola, nemmeno a pareggio gioca partita, meglio sarebbe facesse briscola pazza, con risultato a perdere. Pure si scorda che c’è orizzonte a merito d’esplorazione e visita, che a convincimento non gliene avviene, o se pensiero lo sfiora, d’abnegazione si fa reietto. Vado di musica a parziale conforto.

Che talora, fortuna volle, si distrae, si fa dimentico di mission impossible, e io approfitto per lusso autentico di scivolamento a sud, dove lo scoglio si espone a schiaffeggio, per vento, tempesta e spavento, che il mare regala a testimonio di sua vita.

Non capitò giorno a fuori stagione che la distesa non rizzasse pelo a schiuma alta, non si facesse a dispensario di sale ad ogni angolo, pure con bufera ad ausilio. Che ci fu, dapprima, sgomento per reiterarsi di gesto, poi sublime approvazione, che calma piatta appartiene a turistume di fine settimana, è da bum bum su spiaggia appinguinata, non certo è ricomposizione di genia antica, abbraccio di vertigine. E mare e cielo si confondono in tutt’uno a color di piombo ed azzurro, ad inseguirsi per forma d’arabesco raffinatissimo e cangiante, disegno appare d’argento e oro, talora, a sbirciar di sole tra coltre di nuvola, sale e rena levati da libeccio, a screzio di rosso che pare sangue di mille mila anni. Cornice vi fu di suono antico, voce di sirena, ululato di lamantino, gemito di gabbiano, brontolio di tuono. Odore c’è di posidonia a far da piatto ricco mi ci ficco ad uccello di ventura.

Che al largo cima di barca non s’arrende a deriva, getta prua a decisione contro fortunale per approdo a sicurezza, che tien di conto pure che quello non arriva con scialuppa armata all’evenienza, occhio al cielo per pietà di porto salvo. Chiglia racconta storia d’abisso tormentato, è memoria d’uomini e uomini che ad abbraccio resero omaggio a sfango di pelle. Che ora è a giubilo se taluno verifica che il mare è abisso di profondità inesplorato, si fa cibo per pesce che splende a ristorante a tutto firmamento per proclama di superiorità del cannibale ad urlo di “a casa loro”.’