La lettera che non ho scritto

Che ad approssimarsi di fine degli esami, a catena di montaggio studente dopo studente passa a schiera esatta sotto occhio attento di inquisizione a domanda, mi sovviene cosa che vale ancora e che, dopo suono di musica, oppure assieme, vi rimando che è ancora valida.

“Tutte le volte, poi, mi viene che alle mie alunne, ai mie alunni, in luogo di pagellina, scriverei una lettera, se solo potessi consegnargliela, a quelli che non ho più, che hanno preso strade diverse, talune fortunate per com’è dato di pensarle, talaltre meno di soddisfazione. a quelli che ho, a quelli che avrò. Scriverei in lettera che, mentre termino rendiconto a numero di quanto valgono, mi volevo scusare, che per pigrizia, per vigliaccheria, forse, non me ne sottrassi, non m’opposi, a parziale discolpa addurrei che taluni mi mandano rate di mutuo e bollette da pagare.

Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che in questi anni ho agito da cattedra lontana, non per distanziamento asociale, quale imposto da protocollo, ma da mero esecutore materiale d’ordine sbagliato di burocrate, di cui fui consapevole come soldato che saluta i propri commilitoni per missione suicida. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei di farmi scendere da pulpito che non m’appartiene, che fingo sia mio per pudore di dirgli che me lo imposero come non volevo. Alle mie alunne, ai miei alunni, che richiamai al compito scritto, al test a croce, non raccontai mai le cose che ho appreso, non me ne fu dato tempo, nemmeno modo, né cercai quel tempo e quel modo, forse per pigrizia, per ignavia. Che d’Archimede disegnai formule geometriche, ma non mi fu dato tempo di parlargli delle sorprese della sua scienza, della Biblioteca d’Alessandria dove si formò, dell’odio suo per la guerra, cui dovette partecipare per volere di tiranno contro tiranno. Che se gli parlai delle meraviglie di natura, non ebbi tempo di spiegare che sono loro più dei panni a firma che indossano, e che, quelli stessi che m’impongono di metterli in fila, di targarli a voto, gliele mangiano ogni giorno, o le danno a cibo per porci che non grugniscono, atteggiati a Bel Paese in doppio petto. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che avrei voluto dirgli che adesso tocca a loro, ch’io e quelli come me hanno fallito, di non credere d’essere liberi, nel qual caso mai lo saranno, che mi facciano vedere che può andare a finire in altro modo di quello ch’è già scritto. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che m’avrebbe creato solluchero ascoltare le loro storie, sapere chi sono, seduti in cerchio. Che quello era da fare, che ridere d’un riso solo è d’obbligo per mondo libero, e invece passai tempi e tempi a relazionare a numero esatto per sapere di tabellina, di formula, di legge di frodo. Per dirgli che sapere pure serve, che rende liberi, non il lavoro, che basta guardare in faccia il loro vecchio professore per dimostrare il teorema. Che sapere serve per sé, non per un voto qualunque per cinquemila lire in premio di nonno s’è buono. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che sono nessuno, roba facile da dimenticare, che li ho delusi, pure se non lo sanno, che talora mi dimostrano tale affetto che più mi rende colpevole di non averci provato meglio, per stanchezza, forse.”

Radio Pirata 39 (a scanso di liquefazione)

Radio Pirata si piglia il Trentanove, con giusto cipiglio di conguaglio con temperatura ad esterno che in casa pare forno acceso. Pure m’adeguai a indicazione di migliorissimo tra migliorissimi che disse che è fatto di pace non accendere condizionatore ed a boccheggio agonizzo per amor di patria a canna del gas esausta. Poi m’avvidi che non lo accesi che non ne possedetti alcuno. Che vado di musica come si compete a rango istituzionale di radio.

Che cambio di clima pare si sia appalesato senza invito con acqua a razionamento, che pone quesito su come produrre gavettone libero per ragazzo ad esame scongiurato. Proposta di legge potrebbe essere ad uso prosecco, ma c’è opposizione ferma di patto atlantico che impone utilizzo di bevanda a gusto di ciodue e melassa appiccicaticcia per accordo internazionale, pure per fatto d’evidenza che vigna si innaffia male e produzione rischia tasso alcolico a straripo, che tanto fiume a straripo non ci arriva, meglio a sputacchio.

Fiume a sputacchio è grande di impiego a turismo che disvela imbarcazione di guerra a riemersione da secca che a riciclo diventa merce da parco gioco che addestra giovane creatura di campo estivo ad amore naturale per bomba. Inaridimenti musicali non sono previsti.

Che c’è grande apprensione che paese è vittima di querelle come mai prima, fatto ad arrovello genialità d’ogni livello, alimenta dibattito coltissimo per amore di verità che alfine non è dato di chiarezza prezzo esatto di Pizza Margherita. Che si potrebbe abbassare esso stesso ad utilizzo parco e misurato per impasto di Champagne, che è cosa che addiviene a costo più conveniente di apro rubinetto a foraggio di multinazionale. Mi liquefaccio di musica scorrevole e fluida.

Pure è avveduto governo di migliorissimi, che proclama, a dopo proclamazione d’eroe ignoto e multiplo insegnante, medico ed infermiere, per gratitudine a soccorso di paese a pandemia, che a compenso fa taglio orizzontale di scuola e sanità, che così recita progetto d’ampia veduta per paese a sconfinfero d’unità nazionale, sotto stendardo di vette invalicabili di genio politico a statismo immenso. Che a raccatto risparmio faccio tesoretto buono e caritatevole per investo in bombarda di pace, che alleato a battuta pronta chiede a gran voce. Forse per giusto sarebbe che taglio pure pensione, che mando vecchio beone anch’egli a lavoro per zappo orto arido con piccone a mano, che così risparmio di carburo per trattore e faccio embargo a zar. Vado d’eroica musica.

Mi chiudo ma non mi taccio che è a saluto d’autentico affetto a liquefazione su sedia d’esaminatore che domanda trabocchetto feci ad abolizione, ché neurone funziona più come trappola a me che a ragazzo che non sa cosa gli aspetta. Fosse saggio per destino di mondo a mano sua, prospetterebbe prossimo venturo distacco di spina a globo terracqueo, che accanimento terapeutico a tengo in vita moribondo mi parve cosa assai poco a pietas disvelata. Vi faccio flebo di musica.

Paure ataviche due (manco fu di vendetta)

Riciclo pezzo antico, che mi pare che potevo anche scriverlo domani, che ora ho foga di non scrivere che sono a burocratume di scuola, lavoro forzato per compilo moduli a un tanto al chilo, modulo su modulo che taluno mai, m’è certo ad esperienza, leggerà. Che paio soldato di Cadorna che scava trincea poi la riempie, per tener alto morale della truppa a sfatto di rancio rancido. Al più faccio cambio di musica, che mi costa poco e dà tanto a godimento e buon ascolto, e vi sparo fotografia e levapelo, se proprio non volete a lettura sollazzarvi.

“Ogniqualvolta mi accorgo di mettere il muso; ogniqualvolta giunge sull’anima mia un umido e piovoso novembre; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, dinanzi alle agenzie di pompe funebri o pronto a far da coda a ogni funerale che incontro; e specialmente ogniqualvolta l’umor nero mi invade a tal punto che soltanto un saldo principio morale può trattenermi dall’andare per le vie col deliberato e metodico proposito di togliere il cappello di testa alla gente – allora reputo sia giunto per me il momento di prendere al più presto il mare. Questo è il sostituto che io trovo a pistola e pallottola”. (Herman Melville, Moby Dick, incipit)

Che per mare, se c’è bufera, se l’onda scavalla lo scoglio e se la prende coi primi promontori abusivi, io so come ci si comporta, che conosco cale e ripari segreti. Che se c’è l’uragano che seppellisce di schiuma la spiaggia, che fa giardiniere di praterie di posidonia, che s’arruffa di schiuma il pelo e lancia frangiflutti alla malora, io, che di cauto ossequio sono edotto, m’evito il peggio di deriva. Pure, se del ciclone ti tremano le gambe, se la banchina ed il moletto tremano a terremoto, nemmeno, per il gorgoglio d’onda, se ne vede più la pietra lucidata di feroce risacca, m’attrezzo a resistere, ne ho mestiere. Se la spiaggia e la rena s’intorbidano, si ritraggono della marea incattivita dalle folate, l’assecondo e, rispettoso, me ne faccio paziente ragione oltre le dune, nell’attesa che se n’entri soave ponentino. Né ebbi mai paura, che so che passa, so che serve, del ribollire di Scilla e Cariddi, che restituisce discariche al mondo di sopra, nutre dell’essenze profonde le creature che affollano gli abissi, dove la calma non è che perenne, e di sopra si toglie il legno leggero di scialuppa dallo scoglio. Insomma, mal che vada mi faccio attento, drizzo le antenne, mi muovo con circospezione, m’arrangio di cautele antiche, che non c’è comunque da scherzare.

Ma se vedo doppi petti, nerofumi a bandiera funesta, legioni di contrattualizzati per bave alla bocca, se sento digrignare di denti, urlaioli a cottimo, se scorgo nella buca delle lettere la bolletta a massacro, in lontananza l’inevitabile pompa di benzina, le code a cassa e casello, lì mi si incartapecorisce a brivido di terrore il vecchio pellame. Né mai vi fu tifone che m’orripilò più d’una manovra finanziaria.

Radio Pirata 32 (that’s all folks)

Riparte Radio Pirata, che arriva a Trentadue senza batter ciglio, per disvelo d’orizzonte sconosciuto e dà notiziona ad ogni puntata. Che notizia s’è data, non è bene di sapere dove s’è data, ma ci fu a gioco di mosca cieca che si prende tramvata per non vedere palo di luce senza infingimento, collocato ad uopo e a far da barriera ad occhio spento. Radio fa suo lavoro ad ossequio giudizioso e va di musica che è giornata di musica e cabareth che tutto mondo ride.

Radio s’avvede che è a triste giorno di ricorrenza, pure a giorno che s’avvicina ricorrenza di sacro rito liturgico di elezioni in taluni posti prescelti quali salvifici, e di mafia si torna a parlare, che pare fiume di sottoterra, come carsico che riemerge che ora c’è, ora non c’è, ma se c’è non si vede. Pure quella gioca a mosca cieca che però benda mette ad occhio di mondo che soldo non puzza, profuma d’ogni fiore, pure camomilla a sonno di ragione.

Ma governissimo di migliori, come mai furon visti a storia di repubblica, ha strategia di debello per vil criminale, che non è quella di tali retrogradi che dicono di seguire puzzo di soldo – pure quello a morto ammazzato in strage, diceva – ma sottilissimo gioco di psicologia, che se ignoro l’arcaico mammasantissima, quello, per trascuro di cenno a giornalettume e anatema di politico terrapiattista, soffre d’abbandono, così si fa a sprofondo di depressione che si debella da solo. Vado con riempipista ad all toghether now.

Che guerra impazza a moda, che se c’è, c’è pure più fila a partecipo, in caso s’allarga mi metto a prima fila che pure voglio bomba che, se è sgancio di bomba, rispondo a rima bombata, verso di mirino a pentasillabo. Che alunno di prima media a chiaro plagio di scuola, – che fortuna che governo di migliori aggiusta ora a furor di decretazione d’urgenza, così non sforna terrapiattista a calo demografico, neppure orrendo insegnante bolscevico – s’abbacinò che grandi e muscolosi d’avverso hanno confine a chilometri di mare che pare piscina nemmanco olimpionica, che pure con cane da slitta s’arriva di parte in parte a tempo di gelo. Che taluno dice che ad incontro cordiale e gioco a pugnalo come viene viene, ma pure a bombarda, si potevano fanno guerra loro da quella parte che è ad abito zero e, persona poco dabbene – non certo Radio che è cordiale e pacata e si dissocia – aggiunge, così non ci fracassate la minkjia alla povera gente. Che è dimentico, tale vil disfattista, che democrazia impone sacrificio di popolo a quando serve, pure sotto a bomba di potentissimo. Spingo pulsante d’obice a musica ad alzo uomo.

Che tale potentissimo dice che vuole soldo come dice lui, forse doblone, che non ho memoria. Che tutti dicono ad indigno, ma come ti permetti, che poi affare è affare e dico va bene, pure stampo moneta di Topolino e faccio bagno a deposito di zio Paperone se è cosa gradita. Che soldo buono che risparmio lo uso per bombarda di quella buona, che spara a morto ammazzato quale effetto collaterale, che mica gente per bene può dare soldo che avanza a periodo di crisi a scuola, che tanto c’è calo demografico e che bimbo muore ad annego di Mar d’Africa, o ad infermiere e dottore o medicina, che virus non c’è che ci fu abolizione di norma di governo, così s’impara il vil cinese che ce lo mandò. Chiudo di musica che tutto è gran divertimento a ballo, e faccio trenino.

Immagina (Allonsanfàn parte nona: la scuola oltre la scuola)

È cominciato tutto come progetto di Giornalismo Televisivo per bambine e bambini, ragazze e ragazzi, come ce ne sono molti in giro per lo Stivale, a cura di associazioni culturali, centri di aggregazione, parrocchie, scuole, tanti da riempire pagine gialle. Ma è subito evidente che quell’esperienza è anche altro.

Rispetto a certi laboratori scolastici non si è consumata la liturgia della compilazione delle tabelle, per tempi destinati, risorse, e poi l’approvazione, lo sgranarsi asettico di abilità, conoscenze, competenze, obiettivi, finalità, l’analisi delle ricadute, gli strumenti di valutazione. La cosa ha preso un’altra piega, a partire dalla oggettiva originalità dell’esperienza, la qualità di ciò che veniva prodotto. L’amministrazione comunale di Modica concede a quelle bambine e bambini, a quelle ragazze e ragazzi, uno spazio proprio dove continuare ad incontrarsi, una vecchia chiesa abbandonata nel quartiere di Modica Alta.

La ripuliscono, recuperano altari, cantoria, pulpito e sacrestia, la trasformano in luogo d’aggregazione, mettono su una biblioteca (incredibilmente cartacea) ma, soprattutto, quelle bambine e bambini, ragazze e ragazzi, 50 in tutto, d’età compresa tra i 7 ed i 17 anni, si organizzano, cominciano a ribaltare il paradigma che li relega a passivi recettori delle progettazioni di adulti, scelgono invece loro cosa fare. Iniziano un’interlocuzione serrata con le istituzioni, con le scuole, con associazioni ed enti culturali, programmano percorsi, promuovono eventi, si integrano nel territorio, ne divengono soggetti attivi, attori protagonisti della sua valorizzazione, disvelano identità culturali, ne trovano la sintesi con i nuovi strumenti espressivi. Il quartiere, quella parte di centro storico che s’allontana dai fasti da cartolina della Modica più in basso, quella che si istoria del barocco patrimonio dell’umanità, li accoglie, li riconosce. Quando occupano il piccolo slargo dinnanzi alla chiesa per il biomercato non se ne lagna nessuno, “ci organizziamo” dicono, anche se quel budello si restringe in altre curve e quei pochi posti d’auto disponibili fanno comodo, che il resto del quartiere è vicoli, scale, strade strette, difficile percorrerlo a quattro ruote, impossibile parcheggiarvi. Nell’estate del 2021 progettano e realizzano Le Vie dell’Immaginario, un percorso esattamente per quelle strade quasi dimenticate che non s’avvedono della mondanità donata dai passaggi di Montalbano. Trasformano piccole chiese, cortili, frammenti di archeologia incastonati tra i vicoli silenziosi in luoghi per esporre opere di artisti che celebrano i cento anni dalla nascita di Federico Fellini, i suoi film. In chiesa si ricostruiscono, con grande attenzione per i dettagli, scene significative dei film del regista di Otto e Mezzo. In tutto ci vanno quattromila persone. In cantiere c’è Le Vie dell’Immaginario per il 2022, dedicato ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Quest’anno il gruppo si formalizza nell’associazione Immagina, un nome che evoca volontà di prodursi in un’idea, in una visione, dentro cui si consolida una matrice etica, non come prospettiva astratta, piuttosto come abito da lavoro. L’associazione ha una struttura politica, nel senso che recupera il significato etimologicamente più puro e profondo del termine, da quel concetto dimenticato della Polis greca, consolida i legami attraverso un rapporto orizzontale e democratico, si confronta e costruisce comunità, sistemi di relazioni. La capacità di strutturare percorsi culturali e, in definitiva, la loro realizzazione, prescinde da una visione “scolastica” dell’associazionismo, nemmeno appare mai autocelebrativa. Dei processi di formazione sociale recupera, invece, d’istinto, per osmosi, i paradigmi propri delle esperienze pedagogiche più innovative, il dialogo, la relazione tra pari. Offre un’opzione di sperimentazione civile di notevolissimo interesse, un punto di riferimento da cui attingere informazioni, proposte, modalità operative anche per la scuola. In questo senso si prefigura, anche per l’età di chi fa parte di Immagina, come una sorta di scuola oltre la scuola, dove il libro di testo s’accompagna alla pratica costruttiva del concepimento d’un nuovo vocabolario, d’una nuova grammatica della condivisione e della relazione sistemica. Lo sguardo ed il punto di vista di queste ragazze, di questi ragazzi, non si ferma al vissuto quotidiano del proprio territorio, si interroga sulle dinamiche sociali, sulle grandi questioni, con un approccio ragionato. Bellissimo, in questo senso, il video “Grammatica di pace”, per la qualità della realizzazione, la profondità del testo, immaginifico manifesto d’autentica, appassionata, sentita opposizione alla guerra. Il prodotto finale della loro azione quotidiana è libero da condizionamenti, è frutto di creazione dal basso, condivisa, non è giudicabile con pagelline o inutili pletore di indicatori che il mondo degli adulti pretende quale sterile quantificatore della formazione degli adolescenti, financo per misurarne la maturazione della personalità. I legacci burocratici della scuola appaiono d’improvviso inutili al cospetto di energie liberate: nessuno lì resta indietro, s’avverte la precisa prospettiva che ciascuno può dare qualcosa al collettivo, ricavarne molto di più in cambio, e questi ragazzi ne sono consapevoli. Si muovono dentro questo ruolo con naturalezza sorprendente, quasi a significare che v’è, in una generazione ritenuta da più parti inadeguata – l’alibi perfetto per burocrati indistinti per ingabbiarla ulteriormente dentro strutture piramidali -, un enorme potenziale relazionale inespresso. Potenziale che si libera, produce risultati imprevedibili e spiazzanti, che nulla hanno da invidiare qualitativamente alle produzioni cosiddette mature. Immagina è laboratorio sociale, culturale, politico in senso lato, dimostra sperimentalmente quanto sia dirimente ed indispensabile allontanare dai percorsi formativi le derive burocratiche, gli artefatti della valutazione, del giudizio, mostra, in definitiva, l’urgenza di ripensare radicalmente le prospettive educative e pedagogiche, gli spazi aggregativi dentro e fuori la scuola. Poiché sicuramente esiste una peculiarità della scuola delle conoscenze, dei saperi disciplinari, che necessita di più cospicui interventi in risorse umane, economiche e strutturali, non si può, al contempo, non pensare ad una scuola anche delle competenze relazionali, della critica, delle pratiche democratiche, dell’immaginario e della fantasia, nemmeno si può continuare a concepirla senza tempi ampi, ingolfandola nel burocraticismo di progettazioni verticistiche, sradicate da contesti e peculiarità umane e sociali, in definitiva dai talenti.

Immagina

La lettera che non ho scritto

Che finii lunga maratona di scrutinio, spugna che assorbe forze interiori che subito mi serve un litro buono di rosso, musica giusta.

Tutte le volte, poi, mi viene che alle mie alunne, ai mie alunni, in luogo di pagellina, scriverei una lettera, se solo potessi consegnargliela, a quelli che non ho più, che hanno preso strade diverse, talune fortunate per com’è dato di pensarle, talaltre meno di soddisfazione. a quelli che ho, a quelli che avrò. Scriverei in lettera che, mentre termino rendiconto a numero di quanto valgono, mi volevo scusare, che per pigrizia, per vigliaccheria, forse, non me ne sottrassi, non m’opposi, a parziale discolpa addurrei che taluni mi mandano rate di mutuo e bollette da pagare.

Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che in questi anni ho agito da cattedra lontana, non per distanziamento asociale, quale imposto da protocollo, ma da mero esecutore materiale d’ordine sbagliato di burocrate, di cui fui consapevole come soldato che saluta i propri commilitoni per missione suicida. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei di farmi scendere da pulpito che non m’appartiene, che fingo sia mio per pudore di dirgli che me lo imposero come non volevo. Alle mie alunne, ai miei alunni, che richiamai al compito scritto, al test a croce, non raccontai mai le cose che ho appreso, non me ne fu dato tempo, nemmeno modo, né cercai quel tempo e quel modo, forse per pigrizia, per ignavia. Che d’Archimede disegnai formule geometriche, ma non mi fu dato tempo di parlargli delle sorprese della sua scienza, della Biblioteca d’Alessandria dove si formò, dell’odio suo per la guerra, cui dovette partecipare per volere di tiranno contro tiranno. Che se gli parlai delle meraviglie di natura, non ebbi tempo di spiegare che sono loro più dei panni a firma che indossano, e che, quelli stessi che m’impongono di metterli in fila, di targarli a voto, gliele mangiano ogni giorno, o le danno a cibo per porci che non grugniscono, atteggiati a Bel Paese in doppio petto. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che avrei voluto dirgli che adesso tocca a loro, ch’io e quelli come me hanno fallito, di non credere d’essere liberi, nel qual caso mai lo saranno, che mi facciano vedere che può andare a finire in altro modo di quello ch’è già scritto. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che m’avrebbe creato solluchero ascoltare le loro storie, sapere chi sono, seduti in cerchio. Che quello era da fare, che ridere d’un riso solo è d’obbligo per mondo libero, e invece passai tempi e tempi a relazionare a numero esatto per sapere di tabellina, di formula, di legge di frodo. Per dirgli che sapere pure serve, che rende liberi, non il lavoro, che basta guardare in faccia il loro vecchio professore per dimostrare il teorema. Che sapere serve per sé, non per un voto qualunque per cinquemila lire in premio di nonno s’è buono. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che sono nessuno, roba facile da dimenticare, che li ho delusi, pure se non lo sanno, che talora mi dimostrano tale affetto che più mi rende colpevole di non averci provato meglio, per stanchezza, forse.

Le regole d’ingaggio

Che c’è aria di crisi, pure nera, tra me e l’altro me, che qualcuno obietta che crisi ce n’è in ogni dove, e che mal comune appare mezzo gaudio, ma il bicchiere non è manco mezzo pieno, pare di più assai vuoto. Che io ai bicchieri pieni ci tengo, come ci tengo a musica ad orecchie inesauste, stanche semmai d’altro.

La crisi si mostra impietosa, ogni giorno s’avvinghia a viscere che ormai manco la magnesia appare di conforto, che pure quella inacidisce, s’attrezza ad ulcera perforante. Che s’era messo a fare l’insegnante – ma glielo avevo detto che c’era odore di trappola – che gli pareva che tutto fosse Gianni Rodari e Maestro Manzi, che li si ride e si gioca, pure s’impara.

Di tregua non si vede ombra, che è settimane che il telefono di quell’altro me pare centralino di ministero. “Prof mi scusi se la disturbo a quest’ora che forse era già in fase Rem”.

“Ma signora, che scherza, non lo sa che la fase Rem è stata abolita per gli insegnanti con protocollo di ministero della burodemorazia, ed è concessa solo tra il 14 ed il 15 agosto, fatte salve esigenze legate allo svolgimento di attività didattiche estive improcrastinabili, con esperti di caratura pedagogica definitiva, quali lanciatori d’aquiloni a cottimo?”

“Che ci volevo dire che non so come deve rientrare mio figlio a scuola, che è stato in quarantena ma che il decreto di quarantena a noi non ce l’ha dato nessuno, ma che mi pare che scatta in automatico se non rispetti un metro e ottancinque centimetri di distanziamento senza mascherina omologata quale dispositivo di protezione individuale e non come presidio sanitario e visto che la sorellina, che frequenta la terza elementare, e che è in sorveglianza volontaria e sanitaria, è stata a contatto col nonno paterno, che sempre di quello è la colpa, che è pure diabetico ma se ne va a farsi infettare nella bettola dello zio di suo padre, e è risultato positivo, che loro, tutti e due l’hanno visto l’altro ieri a cena dalla zia, mentre scendeva le scale che s’era fatto fare la zuppa di cinghiale che manco sappiamo se c’era là dentro la peste suina, che la bestia l’aveva ammazzata mio fratello che lui è cacciatore provetto, ma quella smandrappata della moglie che ne so dove l’ha condita col prezzemolo, e se poi fosse cicuta a me chi me lo dice, e insomma basta il tampone negativo oppure il certificato medico del pediatra, ma anche il prete m’ha detto che casomai lui fa un certificato che s’è fatto il battesimo, la seconda dose con la comunione ed ha prenotato il booster della cresima a giugno, ma mi dice mia cugina, che ha lavorato alle poste e che di cose burocratiche se ne intende, che forse se io faccio una autodichiarazione mi pare che possa bastare che c’è la legge sulla privacy. Ma se non può tornare a scuola, mio figlio mi chiedeva, che gli ho comprato il tablet che lei manco sa quanto m’è costato, se può continuare la Dad, ma come mai nel registro c’è scritto Did e quando non si collega non è come dice la sua collega di disegno che s’è messo a fare i videogiochi che gli ha messo una nota e pure un’assenza, ma perché non ci è campo neppure linea col telefonino che abbiamo telefonato alla Tim, che poi non ce l’abbiamo nemmeno il contratto con la Tim, ma che noi la volontà ce l’abbiamo messa tutta. Ma che le pare modo questo?”

Che si ripete da un mese, che non c’è pace, manco vita, né notte né giorno. Ora, quello è in crisi perché tutto il giorno risponde al telefono, alle mail, ai messaggi, poi lassù gli chiedono di compilare una relazione pure per sapere in quale ordine i bambini devono andare a pisciare, con tanto di firma digitale autenticata. Insomma, lui rischia di scoppiare e io, che sono nessuno, me ne devo fare carico. Ora è in crisi che gli è uscito un libro nuovo nuovo, che ha avuto gestazione di discreta lunghezza, e mentre lui anela a darne visione al mondo, a fare, come un tempo, geniale chiacchierate a pubblico, tocca a me, come al solito di doverlo rinnegare che, gliel’ho pure detto, che non ne vale più la pena. Così, stasera, mi tocca d’avercelo a carico, che quando è ridotto che pare straccio, mi svuota dispensa e cantina. E io pago, che poi manco un aumentino, un rinnovuccio contrattuale, che me lo merito, che sono badante di me stesso.

Ri-critica del regresso formale

Che è mentre – al primo giorno di lavoro di rientro da libagioni sconsiderate – m’avvedo della morte della scuola per desiderio ideologico inesausto, che m’imbatto in una gustosa citazione. Ma prima ci dò di musica d’accompagno.

Il quoziente d’intelligenza medio della popolazione mondiale, che dal dopoguerra agli anni ’90 era aumentato, nell’ultimo ventennio è invece in diminuzione…È l’inversione dell’effetto Flynn. Una delle cause potrebbe essere l’impoverimento del linguaggio. Diversi studi dimostrano infatti la diminuzione della conoscenza lessicale e l’impoverimento della lingua. La graduale scomparsa dei tempi verbali dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente: incapace di proiezioni nel tempo. La semplificazione dei tutorial, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono esempi di “colpi mortali” alla precisione e alla varietà dell’espressione. Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni/elaborare un pensiero. Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza derivi direttamente dall’incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole. Senza parole, non c’è ragionamento. Si sa che i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. Facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Anche se sembra complicato. Soprattutto se è complicato. Perché in questo sforzo c’è la libertà”. (Christophe Clavé) Pure mi ricordo che della cosa scrissi tempo addietro, e pure quello vi riciclo, che sono ecologista integrale.

“Quando addivenni ad assecondare l’idea di questo blog, m’ero, per così dire, lasciato irretire dall’idea d’uno spazio statutariamente ed esclusivamente diaristico, un esatto contraltare per cose assai più serie (meglio sarebbe, però, appellarle quali seriose) altrove ubicate, opera d’un me con nome e cognome e non di questo me “nessuno”. Questo l’intendimento primigenio nella creazione del refugium peccatorum. Capita, tuttavia, che ci si trovi utilmente stimolato ad altro, indotto a mischiare le carte. E così, l’amica cara che ti riporta l’irrequietezza per uno studio recente, t’accende la miccia. Per farla breve, dagli scienziati del Ragnar Frisch Centre for Economic Research, in Norvegia, giunge voce che lo slancio dell’Effetto Flynn, quello della crescita vertiginosa, sin dagli inizi del ‘900, del Q.I. mondiale, pronto ad incontrarsi con l’infinito, in realtà avrebbe raggiunto il suo picco già negli anni ’70, per poi iniziare un lento, inesorabile declino.

È vero che vi sono studi persino precedenti a quelli di Flynn, che ci raccontano dell’inadeguatezza del Q.I. poiché questo sarebbe in grado di misurare, e pure in modo assai poco efficace (presuppone elementi culturali di partenza con approcci estremamente astratti, appannaggio esclusivo di certi ambiti sociali, e non per castighi genetici) solo talune intelligenze, per intenderci, al più quella linguistica e quella logico-matematica. Ed invece, la teoria delle intelligenze multiple ne evidenzia almeno altre cinque: l’intelligenza spaziale, l’intelligenza interpersonale o sociale, l’intelligenza introspettiva, l’intelligenza cinestetica o procedurale, l’intelligenza musicale. Dunque, la consapevolezza dell’esistenza di approcci più complessi, in qualche modo, dovrebbe ridimensionare la portata degli studi norvegesi, rendendoli meno drammatici. E questo a primo acchito. Ma non me ne sono fatto così persuaso, giacché, accanto ad altre evidenze, paiono dimostrarsi qualcosa di più che una semplice teoria, la banale lettura di statistiche opinabili. Nel confrontarmi con la natura dura e cruda, ancorché asettica, dei dati, mi sovviene la ricerca più di casa nostra, ma sublime nella sua accezione più pura, condotta dal mai abbastanza compianto Tullio De Mauro, circa il progressivo impoverimento del linguaggio nei giovani. Nel 1976, De Mauro condusse uno studio sui vocaboli normalmente in uso degli studenti dei ginnasi italiani: erano, allora, circa 1600. Vent’anni dopo, nel 1996, si produsse in una nuova rilevazione da cui emerse che erano crollati a 6 o 700. Mi viene l’orrifico pensiero di quante parole abbiano oggi in uso. Mettendo insieme le due cose, anche per perfetta sovrapposizione temporale, e senza citare Wittgenstein o Heidegger – in generale mi producono eruzioni cutanee – mi pare evidente che la capacità di produrre un pensiero complesso, dipenda in buona parte dal linguaggio che lo sostiene, dunque dalla sua natura articolata. Meno il linguaggio è ricco, meno efficace sarà la sua capacità di rappresentare la complessità. In definitiva, ammettendo l’esistenza di “molte” intelligenze, ognuna di queste è funzione del linguaggio con cui viene elaborata e può esprimersi. Il linguaggio complesso libera la creatività, produce ricerca di bellezza oltre i confini predefiniti del prêt-à-porter, di fatto sviluppa le intelligenze. Viceversa, il suo impoverimento produce la delega ad altri del pensare. Si configurerebbe così una condizione in cui l’intelligenza non scompare in assoluto, ma si distribuirebbe in modo ineguale, diventando appannaggio di elité che alimentano la decadenza del pensiero articolato, sostenendo l’impoverimento del linguaggio in funzione di una sorta di monopolio che le porrebbe ai vertici indiscussi della piramide evolutiva. Agli altri, appollaiati sui gradini più bassi del monumento, non rimarrebbe che qualche frase sbiascicata, elaborata più con le viscere che dalla ragione. E questo sino ad una sorta di brontolio primordiale, a fonemi monosillabici e scomposti, con cui s’invoca il vertice divino perché soddisfi bisogni essenziali nemmeno del tutto consapevoli. Ammetto, seppure il mio è osservatorio ristretto, di realtà piccole e statisticamente irrilevanti, che, nel mio lavoro d’insegnante, della cosa mi pare d’essermi avveduto. Pure a partire dai libri di testo, ormai più ricchi di schemi semplificativi, mappe concettuali, immagini e patinature, piuttosto che di contenuti. E la scuola diviene valutatoio a crocette, prima ancora che luogo di formazione sociale, di esplorazione appassionata dei saperi per disvelare talenti, dunque, per liberare intelligenze. E chi insegna non è più tenuto ad insegnare bene, piuttosto obbligato a progettare, pianificare, relazionare ogni colpo di tosse, compilare tabelle in modo impeccabile, crocettare anche lui. Con l’obiettivo finale d’una pagellina, per ora limitata agli studenti, poi, per osmosi ideologica, trasferita ai docenti. Non ci ho mai creduto, ma mi rattrista che se prima ero in abbondante compagnia, in un rovescio d’AlliGalli, ora siamo in quattro, sparuti come i capelli che c’ho in testa.

Pure, per desiderio divergente, non so se avete notato – me lo evidenziava un amico che di musica se ne intende – come le lunghe suite in voga negli anni ’60 e ’70, complesse e musicalmente articolate, come pure con liriche estese e poetiche, siano state sostituite da canzoni brevissime di due o tre minuti al massimo, con quattro frasi ripetute allo sfinimento. Pare passato un millennio pieno da quando sul retro delle copertine dei King Crimson, leggevi Pete Sinfield, words and inspiration. E del resto, nei totalitarismi si bruciavano i libri, taluni si mettevano al bando, si impediva la scuola aperta e per tutti, si proclamava l’ordine rassicurante, il nemico d’orrende complessità, si invocava la sintesi, la logica del fare, dell’orario da rispettare, della disciplina. Insomma, s’ingrossavano le fila dei trogloditi alla base della piramide, persino li si rendevano felici con qualche vittima sacrificale, uno zingaro, un omosessuale, un nero o un ebreo, all’uopo un comunista. E così, con la vista oscurata dalla trave nell’occhio, non ci s’avvede che Zenone chiede la carità sotto un portico scrostato, che non gli hanno dato nemmeno il reddito di cittadinanza. Pure, nell’oggi, non è nemmeno necessario mettere su le arene per il sangue dei reziari, né v’è necessità di falò di libri, arti e bellezza; basta proclamarne l’inutilità, non apertamente che si rischia la sommossa, piuttosto sotto traccia, indurre in camera caritatis qualche intellettuale supponente, mentre ai campi di sterminio s’avvia ogni ipotesi di congiuntivo.

E se invece avesse avuto ragione Lamarck? Se quella cosa secondo cui le specie tenderebbero a preservare se stesse per volontà innata? Come le giraffe che si sarebbero allungate il collo per i germogli più teneri e dolci delle fronde più alte, e le gru le zampe per non sciuparsi il bel piumaggio? Se in funzione della conservazione della specie avessimo partorito la volontà di un bel repulisti di autosterminio di massa, relegando il cervello ad organo vestigiale per la gestione delle funzioni vegetative, sostituendolo per quelle più elevate con un più adeguato social?”

Ultimo atto?

Arrivato all’ultimo tampone mi pare che mi devo fare pure l’RCA, che non c’è cautela che basti. Se mi va bene domani mi danno il foglio di via libera. Fino all’ultimo inciampo, ch’è scritto pure su fondi di caffè che c’è. Libero tutto, ma di DAD mi cavo gli occhi, e mi si abbassa la palpebra sopra l’oscurità di sotto. Nemmeno mi viene di indugiare a monitor, ch’è roba ormai da tormento, da ferri caldi sotto le unghie. Che mi verrebbe di scrivere ma diottrie esauste m’invitano a frugare in archivio che una cosarella che scriverei pure ora l’ho trovata. Nasi strippati a tamponi ardenti, occhi rifusi, mi rimangono orecchie, e se ne avete altrettante, partite di musica, con quella leggete, se vi viene, che non vi porta scompenso, pure s’è ritrito.

“Le finestre, talvolta, sono copertine di libri aperti, le porte finestre lo sono di grossi tomi che s’aprono sulle distese di pagine di terrazzi e balconi. Libri di memorie, diari di viaggio, appunti per una fuga. Pagine ancora intonse, da riempire di parole. Mi sono convinto che il Borneo di Salgari deve essere stato scritto su quelle pagine. C’è un momento migliore degli altri per scriverci sopra, quando s’apre la copertina rigida e fuori è appena l’alba. Fa ancora freddo, e l’aria t’entra sotto la pelle, cerca riparo, s’apre varchi e risveglia le curiosità della notte. La luce non mostra ancora la consuetudine, ma fa della penombra l’anticamera della scoperta, come se alla sua esplosione il già visto dovesse trasformarsi nell’inattesa sortita della sorpresa.

Stamane era fresco su quelle pagine, ed il fiume di sotto s’intravedeva appena, una striscia dorata, sottile per le piogge mancate. Poi i raggi più impertinenti, come un re Mida al contrario che ha cambiato fornitore di stupore, lo trasforma in un budello color rame. E mi viene di lanciargli una bottiglia – ho avuto tempo a sufficienza per procurarmene una vuota, pure con tanto di tappo a tenuta – perché la consegni al mare con un messaggio, un pizzino da niente su cui ho buttato uno scarabocchio, giusto tre parole in fila. Ma mi viene, così per scherzo, l’idea di anticipare la bottiglia. E allora mi precipito su un tronco, una zattera, una canoa, pure un canottino gonfiabile va bene, a favore di corrente sino al mare. Lì c’è bisogno d’altri mezzi, roba cui cazzare la randa e il fiocco per cogliere tutto il vento necessario a strappare nodi alle onde, schivare la fiera famelica, le cannoniere portoghesi, i brigantini di sua Maestà, appena una sosta per un bicchiere buttato giù d’un fiato con i pirati, e poi ancora verso Sud. Sino all’approdo su una Ferdinandea che non c’è sulle carte, naufrago su una spiaggia di vetro, con la mia scorta di prugne secche, cucunci e vino.

La speranza è che un’eruzione improvvisa non mi cancelli con lo scoglio, sprovveduto emulo d’Empedocle, per di più pigro poiché per nulla propenso ad accettare la sfida dell’ascesa vertiginosa al grande vulcano, solo oziosamente sdraiato ad un passo dalla risacca. Ma se proprio deve succedere, almeno fammi ritrovare prima la bottiglia, il messaggio che mi sono mandato per vedere se sono più veloce di me stesso. Eccola là, la bottiglia, mentre si sente il brontolio sottomarino della bestia che risorge. Tra la pomice del bagnasciuga strappo il tappo, e sul postit, che con le cartolerie chiuse di meglio non ho trovato, le tre parole in fila : Appena posso arrivo.”

Le mie prigioni

Che ormai la storia della mia quarantena mi pare che sia diario di viaggio perduto, un classico letterario con cui sollazzo me stesso, privo d’altre beatitudini nell’isolamento coatto. Che il primo tampone è arrivato (lussuoso molecolare, mica mordi & fuggi o pizza e fichi) che, con quello negativo, il sintomo psicosomatico se n’è svanito per com’era arrivato. In attesa del secondo, m’avvedo che sto davanti allo schermo già da troppo, che m’è preso il calo dell’occhio, dunque, musica sia, che l’orecchio appare assai meno stanco. e riciclo cosa che ci sta, che riempie pagine ed è all’uopo che non devo riscriverla.

“Ci sono personaggi della letteratura che se ne stanno nell’immaginario senza fare rumore, non vogliono dare fastidio. A volte ritornano, come un fiume carsico che riemerge più in là. A me ne è rimasto uno che mi si affastella ultimamente, insieme ad altre memorie, si fa il fotofinish con il Capitano Achab: l’Abate Faria, rincalzo di punta nel Conte di Montecristo di Alexandre Dumas e Auguste Maquet. Lessi il romanzo ch’ero alle medie e ancora c’era in giro il maestro Manzi.

Ogni mese o due – non ricordo bene – un professore che aveva la sigaretta accesa incorporata, rovesciava sulla cattedra un po’ di libri sbiaditi e logori, e noi dovevamo pescarne uno dal mucchio. Già allora avevo una certa repulsa per lo sgomito, m’è rimasta per le resse al banco delle cene a buffet – di norma digiuno -. A scanso d’equivoci, non è che spintonarsi alla cattedra fosse da ascrivere ad avidità culturale di quella ciurma scalcagnata della nave Suburbia; è che il professore pretendeva la relazioncina sul libro che avremmo dovuto leggere. Dunque, sic et simpliciter, l’azzanno collettivo era funzionale all’accaparro del libro con tante figure e poca roba scritta. Il Conte di Montecristo non rientra in quella categoria e, da buon ultimo, mi toccò a primo acchito. Facendo di necessità virtù, lo lessi d’un fiato, folgorato sulla via di Damasco. Divenni, senza porre tempo in mezzo, io stesso il conte, spietato come lui, ricco assai meno. Tuttavia, sfidavo a singolar tenzone i coetanei più grossi, perché tanto più il nemico è armato più ne verrà in gloria l’averlo affrontato. Accampando pretesti per presunti torti subiti, davo appuntamenti all’alba dietro conventi dei frati minori, brandendo l’indice a mo’ di spada. Ne buscai tante, ma ne uscivo soddisfatto. Per un periodo almeno. Poi, coi lividi, mi crebbe il dubbio, una cosa sotto la pelle che incomprensibilmente mi procurava pruriti nervosi. Decisi di rimettere mano al testo per cercare di capire cosa mi fosse sfuggito e che mi cortocircuitava in testa. Alla ressa successiva, poiché era ormai nota la mia spietatezza, non dovetti sgomitare. Le folle s’allargarono davanti a me come s’aprirono le acque del Mar Rosso al passaggio del popolo eletto, e m’assicurai si il libro di poche righe e tante figure, ma sotto vi feci scivolare con destrezza il fitto “Il Conte di Montecristo”, compiendo il mio primo esproprio proletario. Lo lessi e lo rilessi, quasi non pensavo ad altro. Fu lì che il conte divenne comprimario dell’abate. Ma come, pensai, quello s’affanna per uno spicchio di cielo, per un sorso d’aria, ti fa pure cristiano (nel senso d’umano, senza troppe accezioni religiose, come dicevano i vecchi) spiegandoti le cose del mondo, l’uso proprio del verbo, ti spiana strada per libertà definitive scavando il tunnel della Manica con le unghie e un cucchiaino da tè, t’attrezza un’autostrada verso la ricchezza, e tu che fai? Adesso che sei stramiliardario, che al cospetto Trump pare il ragazzo che ti chiede l’Euro del carrello della spesa, ti potevi comprare un’isola della Grecia o della Martinica, farti un Resort con tutti i confort; oppure, se proprio ti piaceva la bella vita d’occidente, un castello nella Loira, in riva al bosco, con giardino, sauna e doppi servizi. Se pure t’era rimasta in cuore la nobile fanciulla di cui i traditori t’avevano privato con cinica arguzia, vattela a rapire notte tempo, che lei ci viene con te, che t’ha serbato ricordo caldo nella memoria. Con lei te ne potevi stare tranquillo e beato a goderti la fortuna che t’è accorsa, a brindare con Bordeaux e Cognac alla memoria dell’abate, portandoti dietro pure l’unico vantaggio della reclusione: l’essere regredito alla condizione umana primigenia, capace d’afferrare il senso di ciò che si intende per bisogno essenziale, consapevole, finalmente, di cosa significa appagarlo. E invece… Ti procuri un servo sciocco, ti vesti come un manichino d’una Standa d’epoca, e t’appresti a vendicarti, arrovellandoti e costruendoti prigioni di fegato e bile. E la libertà? Non ti serviva quella? Ecco, questo ne ricavai, che il conte quasi non me lo ricordo, l’abate, invece, me lo porto dietro.

Ultimamente, come dicevo, mi si è ripresentato, l’abate intendo. Saranno le lunghe reclusioni forzate, le quarantene, la prigione del lavoro che s’accosta alle quattro mura tra cui soffrire la clausura, ma, insomma, a me manca l’Abate Faria, tanto più che non ho vendette da consumare.

E come Edmond, tutti, soli con noi, riconquistiamo lentamente ma inesorabilmente l’essenza stessa della natura umana, con le barbe che sfogano la loro pulsione antigravitazionale, capelli che s’arruffano, forchette che spariscono, vestiti che si ungono di soffritti. Ma come un qualsiasi Dantes, la libertà ritrovata, anche solo per un istante, si trasforma in vendetta. Dal carcere alla ressa ai centri commerciali, davanti ai concessionari per comprare la vettura con cui ingravidare il garage, affollare i parcheggi, congestionare gli incroci, prenotare appuntamenti notturni con operatori estetici, che recuperano dall’abbrutimento le forme ataviche della nicchia ecologica. A me viene voglia d’altro, di corse (lente, anzi, lentissime, facciamo passeggiate) ignudi sulle spiagge deserte del Mar d’Africa, sino al tramonto ed alle reti di Pilu Rais, nella speranza della ricciola all’acqua pazza, delle rughe dell’altopiano quando piove, che gli orti si gonfiano d’orgoglio e le mucche promettono formaggi, col contadino, prima scosso del tuo apparire selvatico, che poi si commuove e t’omaggia d’uova e verdure. E la sindrome della capanna, che diviene ritiro assai poco spirituale in amplessi incondizionati tra comunardi e baratti d’essenze biologiche. È la libertà che mi penso. Ma voi, novelli Dantes, di chi volete vendicarvi, della vita stessa, della bellezza che non v’è stata prescritta dal medico o da un faccialibro qualsiasi e che non riconoscete più, pure vi infastidisce quando, solo guardando un estratto conto, – spesso in rosso – sceglierete cosa fare del sorso d’aria che v’è concesso?”