Altre storie di donne (Allonsanfàn parte sedicesima: Unica e Pamela Vindigni)

Unica e Pamela Vindigni, in mostra dal 24 settembre allo spazio L’Altelier di Modica Alta, paiono artiste diverse, hanno storie e linguaggi differenti, biografie ed origini lontane, eppure, attraverso le loro opere, concepiscono un dialogo di convergenze, sorprendentemente affine.

Usano la materia in modo personale, riconoscibilissimo, la plasmano per consentirsi una profonda esplorazione d’un universo di genere – quello femminile – ce lo rendono, entrambe, in una prospettiva liberata. Partono, dunque, da sponde antipodiche, approdano insieme, al di là delle costrizioni dell’apparire, del metodo, compiono lo stesso viaggio di ri-scoperta.

Leonie Adler (Unica) è artista contemporanea, nata a Pune, in India, con radici irlandesi, è cresciuta e vive in Svizzera. La sua anagrafica non è, come appare dalle sue realizzazioni, un dato neutro, un timbro su un passaporto, è elemento pregnante della sua formazione artistica. Infatti, le sue forme geometriche esatte, disegni ad ago e filo, esprimono un’attrazione fatale per l’ambiente, lo interpretano quale contenitore di culture, ella stessa è consapevolmente scrigno di diversità che si uniscono ad ogni passaggio d’ordito. Il contrasto cromatico tra le sue forme ne evidenzia il desiderio di riscoperta, induce alla ricerca d’un viaggio intimo nello spazio e nel tempo attraverso traiettorie spiazzanti, un susseguirsi di cambiamenti repentini di direzione, quasi a voler significare la ricerca precisa del dettaglio, il non volersi precludere nulla che le appartiene, che appartiene al tutto d’intorno.

Ma è anche desiderio di fuga da quotidiani standardizzati e labirintici, il rifiuto di direzioni preconfezionate, della banalità prêt-à-porter. Nonostante la scelta del filo, dell’ago, dunque, Unica non rassomiglia affatto alla più celebre delle tessitrici, non è Penelope, i suoi complessi intrecci non sono trame che si sfilacciano, si scuciono, ma memoria di una direzione precisa ancorché mai scontata, flusso di informazioni che non si esaurisce ma che fa d’ogni passaggio condizione essenziale per l’esistenza del successivo. Rassomiglia ad Arianna, invece, i suoi orditi indicano percorsi salvifici di liberazione, includono la possibilità del ritorno. In quel tornare a casa, alle sue radici, come nelle articolazioni più complesse dell’intimo, non v’è mai ricerca appagante di staticità, d’un passato che invecchiato si trasforma in presente, ma la prospettiva d’un nuovo viaggio, di nuove esperienze che, a paradosso di apparenza d’accumulo, lo rendano ogni volta più leggero, più agile. Pare che Unica si ricerchi, si ritrovi, infine, nelle sue origini, nelle sue infinite discendenze, e su quelle può contare – paesaggi della memoria d’un vissuto – come intensa scarica emozionale per una nuova ripartenza. In buona parte autodidatta, ha tuttavia assorbito perfettamente le prospettive artistiche di Louise Bourgeoise e dell’artista tessile svizzera Lissy Funk. È anche membro dell’associazione artistica GAAL.

Pamela Vindigni, siciliana di Modica (RG), è artista di tecnica raffinata, frutto di studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze e di una vasta attività esperienziale. Ha partecipato a diverse mostre collettive e personali, esplorando, oltre alla pittura ed alla scultura, altri linguaggi espressivi ed esibendosi quale attrice e performer. La sua visione dell’arte è sociale, solidaristica, non prescinde mai dal rapporto dialettico con altre forme del linguaggio e della comunicazione. Questi tratti fondanti la sua pratica l’hanno indotta a fondare, nel 2017, il gruppo “Artisti Associati – Matt’Officina”, impegnato nella riqualificazione dell’ex mattatoio comunale di Modica e divenuto un laboratorio artistico polivalente, un luogo di produzione collettiva e creativa oltre che di accoglienza d’esperienze.

Le sue sculture riscoprono la natura primigenia del corpo, lo denudano delle sovrastrutture, lo spogliano dell’effimero, lasciano che si esprima quale strumento di comunicazione essenziale. Alcuni suoi volti, scarni d’espressione, pare leggano negli accadimenti una sostanziale disumanizzazione. Pamela Vindigni, quando si concentra sulle forme delle donne, le libera da costrizioni, da stereotipi arcaici. Rappresenta la maternità con ironia, sottolineando al contempo una specificità di genere e smantellando la subcultura patriarcale che relega le donne al ruolo esclusivo e subalterno di madre e moglie. La leggerezza con cui ci rende la gravidanza non è, dunque, solo la rappresentazione prossima del parto quale passaggio funzionale alla procreazione, alla conservazione della specie, cui deve seguire la gabbia totalizzante della cura parentale, ma diviene, anche e soprattutto, metafora di concepimenti, elaborazioni, pratiche creative ed irrinunciabili, di idee, progetti, riscritture sociali e politiche. L’opera di Pamela è, in effetti, “politica”, non nel senso deteriore che oramai s’attribuisce al termine, ma in quello che ne recupera il significato etimologicamente più puro e profondo, dal concetto di Polis, il contenitore per eccellenza del desiderio di partecipazione. È pratica che aderisce ai processi sociali, alle vicende comuni, li legge, intende rideterminarli anche, con consapevolezza d’analisi, abilità d’usare strumenti espressivi plurimi e mai scontati, volontà di esserci con la propria identità di genere, di persona, d’artista.

Nero Pinocchio (Allonsanfàn parte quattordicesima: Raffaello De Vito)

Le atrocità sollevano un’indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono “more”, “sudice”, dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. (…) L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell’istante in cui l’occhio di un animale ferito a morte colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – “non è che un animale” – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il “non è che un animale”, a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell’uomo è la parodia dell’uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della “proiezione morbosa” che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l’umano proprio come il diverso”. (Theodor Adorno)

Raffaello De Vito è fotografo raffinato, dotato di grande tecnica, padronanza degli strumenti. Ma non ne fa uso consueto, non ricerca perfezione d’immagini e basta, studia, concepisce, elabora narrazioni complesse. Il suo “Nero Pinocchio”, in mostra prima a Basilea, poi all’Altelier di Modica Alta (Luglio-Settembre 2022), è il recupero della vicenda del burattino secondo una rilettura analitica e controcorrente – o forse spietatamente corretta – delle pagine di Collodi, attraverso il filtro efficacissimo della sua trasposizione televisiva di Comencini.

Il burattino di De Vito si riappropria di atmosfere gotiche, minimaliste, sopite allo sguardo da trascorsi rassicuranti e consueti, come nelle illustrazioni “educative” del Dorè, o filmiche, manichee, edulcorate delle animazioni disneyane. Denuncia l’inadeguatezza di quelle rappresentazioni, disdegna con sguardo arguto l’idea del burattino che diviene finalmente bimbo in carne ed ossa solo dopo un percorso di crescita di consapevolezze cash & carry. De Vito centra la quinta scenografica della vicenda nell’estremo miserabile del mondo degli ultimi, ma non ne fa riproposizione compassionevole, pietistica. Ne disvela piuttosto l’essenza materiale, non indugia in infingimenti, nemmeno produce moralismi.

Il suo Pinocchio, come quello di Comencini, attraversa l’orrore della violenza (le torture di Abu Ghraib, la grottesca umiliazione dei prigionieri chiusi in sai pinocchieschi, appunto), è vittima di giustizie ingiuste (il carabiniere non ha sguardo umano, è solo divisa, financo nello sguardo), attraversa l’effimero eldorado del paese dei balocchi, la sconfinata illusione d’una vita altra, viene ingannato, vilipeso. Pinocchio, dunque, nella narrazione di De Vito, è burattino per sempre, vittima assoluta, paga pegno per la sua deviazione dal consueto. È personaggio contemporaneo, si riaffaccia all’oggi nelle parallele forme del migrante, con le sue identità annullate, marginalizzato, respinto, vilipeso, torturato, sfruttato, ridotto a clandestinità permanente. Il Gatto e la Volpe dialogano negli abiti più consoni al loro ruolo di predatori, non solo di qualche moneta, d’umanità. Sono gli incappucciati del Ku Klux Klan, paiono divertirsi nel pianificare la caccia all’ultimo, la sua definitiva marginalizzazione. I volti celati nascondono nature social, di piazza virtuale che urla a nuove, abbondanti impiccagioni, crocifissioni. Mangiafuoco è convitato di pietra d’ogni immagine, non è soggetto riconoscibile, non è immagine precisa in quanto sistemico, artefice del circo della filiera lunga, massimizzatore di profitti, si nutre dei nuovi schiavi. È il 100% italiano che esclude da tracce percentuali nazionalità di braccia invisibili, corpi depredati. Pinocchio è bracciante senza nome, sconta identità sottratta, corpo dimenticato, spiaccicato sui prodotti dell’”eccellenza” a cottimo, un tanto al chilo, archetipo illustrativo d’operare di caporalati collettivi. C’è più di qualche congruenza in “Nero Pinocchio” con l’essenza stessa dell’originale collodiano, se ne coglie il ribaltamento paradigmatico della visione consueta, in un certo senso la narrazione è compiuta, con la sua vertigine dialettica. Come per un fiume carsico De Vito fa riemergere la critica profonda a realtà che parevano dimenticate, da quel tempo di secolo nobile, e che, invece, sopravvivono, invisibili, sotto traccia, spaventose come allora.

Raffaello De Vito nasce a Mirandola nel 1967. Vive e lavora come fotografo pubblicitario a Reggio Emilia. Si avvicina alla fotografia all’età di 12 anni e a 14 inizia il suo percorso formativo in uno studio di fotografia pubblicitaria, esperienza che lo porterà a confrontarsi con diversi professionisti del settore e con importanti aziende presenti sul mercato internazionale. Alla fine degli anni Ottanta inizia una collaborazione come assistente alla produzione con Luigi Ghirri, collaborazione che si interrompe nel 1991 con la prematura scomparsa del grande fotografo e che ha dato inizio a una ricerca visiva che esplora ancora oggi.
Un costante lavoro di semplificazione, di sottrazione e di sintesi verso un linguaggio universale immediatamente comprensibile. Ha al suo attivo diverse esposizioni in Svizzera, Francia, Spagna, Inghilterra e Italia oltre a numerose pubblicazioni nei siti web di tutto il mondo.

http://www.raffaellodevito.com/

Le Vie dell’Immaginario

Manca poco alla partenza di “Le Vie dell’immaginario” a Modica (RG). Già tante le adesioni di artisti e associazionio, tra questi: Aldo Palazzolo, Alberto Refrattario, Teresa Miccichè, Galleria “Fermata d’Arte”, Giuliana Belluardo, Essegì Stefania Gagliano. Pamela Vindigni. Marco Grifola, Giuseppe Pitino, Antonella Giannone, Grazia Ferlanti. Vi ripropongo la presentazione dell’iniziativa, e se siete da quelle parti, o volete andarci, se vi perdete lo spettacolo peggio per voi.

“A che serve un libro, pensò Alice, senza dialoghi né figure?”.

Pensare di trasformare un intero, estesissimo quartiere storico, per pezzi consistenti semi abbandonato, in un gigantesco libro, le cui pagine sono rappresentazioni d’altri libri, “Alice nel paese delle Meraviglie”, il suo seguito immaginifico “Alice attraverso lo Specchio”, capolavori di Lewis Carroll, è pensiero divergente rispetto alle presunte inquietudini della lettura. I ragazzi di Immagina, quando concepiscono “Le Vie dell’Immaginario”, manifestazione annuale dedicata a grandi autori, ribaltano queste inquietudini, le trasformano in piacere autentico di scoperta, gioco, sorpresa. Immagina è già associazione atipica, ne fanno parte cinquanta ragazzi d’età compresa tra i sette ed i diciassette anni, che da qualche tempo animano il quartiere di Modica Alta, giocando a scuoterne le fondamenta, con epicentro nella Chiesa dei SS. Nicolò ed Erasmo, abbandonata, rinata. L’anno scorso celebrarono i cento anni dalla nascita di Federico Fellini, riportando i suoi film tra le strade strette, i vicoli, le ripide scalinate di quel quartiere abbarbicato su uno scosceso costone roccioso. Quest’anno la manifestazione farà la stessa cosa con Alice ed i suoi compagni d’avventura, i suoi incontri, le suggestioni di un capolavoro immortale. Ci stanno lavorando, a partire proprio dal loro quartier generale, perché tutto sia pronto per il via, il 19 luglio.

Il viaggio inizia proprio con l’ingresso alla chiesa oltre il quale sono cinque porte, quelle tra cui deve scegliere Alice, della Paura, della Rabbia, della Noia, dell’Amore, della Razionalità. Si aprono su altrettante stanze, ma solo una consentirà di iniziare il viaggio nel Paese delle Meraviglie. È viaggio che coglie il senso – o forse il non senso – del racconto di Carroll. Alice non sceglie la via breve del percorso chiavi in mano. La manichea distinzione tra bene e male le sfugge, non sembra imparare nulla, appare frastornata. Cammina attraverso un paese di contraddizioni, dove incubi e sogni non sembrano distinti, in cui le dimensioni del tempo e dello spazio si inseguono private della liturgia del consueto.

Atelier “Borgo nativo” di Aldo Palazzolo

Il viaggio è complesso, articolato, come nel Nastro di Möbius attraversa il sotto come il sopra, scopre il dentro tale e quale al fuori. Viene smarrita la stessa natura di fiaba, se ne perde la necessaria morale, si trasforma, invece, nella negazione stessa della narrazione quale strumento educativo, che induce a divenire “bravi bambini”, forse “bravi cittadini” ossequiosi, stereotipi d’infanzia “perfetta”. Si trasforma lentamente nel viaggio in una personalità intima ed esclusiva, non a caso si conclude esattamente dove ebbe inizio.

La quinta scenografica di Modica Alta, con le sue invenzioni urbane, l’imprevisto della scena, sembra costruita per questo viaggio, per un necessario monologo interiore. La natura corruttibile delle cose, infatti, ritiene in sé le orme del tempo, che si sovrappongono, si stratificano diacronicamente; la traccia più recente non cancella le precedenti, le opacizza soltanto, per un periodo effimero. Lo stesso tempo gioca con le cose degli uomini e, graffiando via gli strati superiori deposti al suo passaggio, ne scopre i precedenti, in un gioco cromatico che li riconduce ad un unicum narrativo che va oltre il presente. Questa ricerca non può che consumarsi dentro un percorso di riscoperta identitaria, dunque, che si riappropria dei luoghi anche quando il senso d’abbandono appare ad occhi distratti prevalente e fastidioso. Effetto sublime e collaterale di questo cammino, è la messa a fuoco del dettaglio che sfugge a chi è vittima inconsapevole del gioco d’inganno del tempo, a chi ha scelto la disillusione dell’accelerarsi quale pratica quotidiana. Appare, il dettaglio, quale irrinunciabile taumaturgia agli occhi di chi non è irretito dalla consuetudine. “Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci” (John Ruskin), e questo impone il viaggio lento, dentro i silenzi che in una condizione “urbana” e convenzionale non sono previsti, appartengono, semmai – in un immaginario qui smentito – solo a certe valli antiche e remote, ai più fitti dei boschi. Silenzi in cui si avverte profondo il respiro del tempo che è passato, rotto solo da qualche richiamo lontano ed ancestrale che proviene da un luogo indefinito, da dietro persiane serrate su un occhio scuro che spia il transito inatteso, allarmato, forse da scalpiccii desueti, lungo scalinate labirintiche, dentro il profumo di intingoli che sanno di memoria. Si dipanano – pure compiacendosene – le attese lunghe e pazienti, sinché i raggi sghembi del sole d’una certa ora, o qualche goccia di occasionale pioggia, non vivificano le coloriture di vernici dismesse, frammenti di intonaci, infissi scorticati. Dettagli d’umanità senza presenze, che riconciliano con dimensioni perdute, alternative ed ostili al mordi e fuggi, all’unica prospettiva dell’ora e subito. E del dedalo dimenticato, non rimase che l’opera collettiva di popolo e tempo, bellezza che riesce a farsi vanto delle sue rughe più profonde, senza riguardo, invero, per l’estetista. Pure s’arricchisce dei contributi di artisti, ispirati da Carroll, negli angoli più improbabili, che siano vecchie chiese, frammenti d’archeologia dimenticata, ripide e strette salite, cortili. La via degli adulti, la via che i “grandi” hanno già predisposto e realizzato, pare dimenticata, diviene la via di Alice, una strada personalissima di riscoperta.

Pasodoble 21 (Allonsanfàn parte dodicesima: Alberto Chicayban e Michele Pucci)

Un omaggio all’amico Alberto Chicayban poiché esce a giugno Pasodoble 21, l’ultima sua incisione insieme a Michele Pucci, un lavoro maturo, frutto di una collaborazione più che ventennale. Compagni di viaggio dei due sono Roberto Daris (acordeón), Elisa Frausin (violoncello), Angelo Giordano (percussioni), Franco Feruglio (contrabasso). Michele Pucci e Alberto Chicayban sono protagonisti della scena musicale da molto tempo. Il primo, esploratore della musica etnica, da quella sudamericana, a quella araba e andalusa, ha già inciso 14 CD e collabora stabilmente con diverse formazioni in Italia ed all’estero, tra cui il gruppo “Mimbrales”. Chicayban, nato a Niterói, Rio de Janeiro (Brasile), ha al suo attivo produzioni musicali anche per il cinema, la TV (TV Globo di Rio de Janeiro e TV Fuji di Tokyo) ed il teatro. Ha all’attivo dischi come interprete solista e strumentista del Grupo Maria Déia, fondato da egli stesso nel 1974 a Rio de Janeiro ed occasione d’incontro con Caetano Veloso, Ivan Lins, Sergio Ricardo, Sidney Miller, Vital Farias. È stato docente di Storia della Musica Brasiliana alla Scuola Statale di Musica Villa-Lobos di Rio de Janeiro e di Linguaggio Musicale alla Scuola Statale di Teatro Martins Penna di Rio de Janeiro.

Negli undici brani di Pasodoble 21, i due chitarristi si riconoscono, si cercano, si scoprono, costruiscono un unicum sonoro dialettico in cui l’espressione del virtuosismo è funzionale solo ad una rilettura originale dei brani, non è mai fine a se stesso, autocelebrativo. Piuttosto crea un ordito sonoro ricco di coloriture timbriche, su cui la voce particolarissima e potente di Alberto Chicayban ricama dettagli e suggestioni di vivida ispirazione melodica.

In questo lavoro corale esplorano le consuetudini della musica sud e centro americana, tango, milonga, bolero, samba, ma attingono energia e linfa vitale anche da classica e moderna, per una deriva di ricerca che conduce ad approdi desueti, per nulla scontati. È sintesi perfetta tra tradizione e sperimentazione, una vera formula alchemica che crea un linguaggio identitario altro e riconoscibile, pur attingendo ad un repertorio in qualche modo classico. Le riletture di brani immortali della musica sud americana, quali “Vuelvo al sur” (Astor Piazzolla y Pino Solanas), “Malena” (Lucio De Mare y Homero Manzi), “O que serÁ?” (Chico Buarque de Hollanda) o ancora “EU SEI QUE VOU TE AMAR” (A.C.Jobim e Vinícius de Moraes), definiscono appena i confini di un viaggio d’esplorazione autentica, il cui esito è il concepimento di un nuovo metodo sonoro, che, al contrario, non conosce frontiere applicative. La chiave di arrangiamento ed interpretativa è, infatti, estremamente flessibile, disvela sonorità versatili, uniche ed universali al contempo.

È disco che si ascolta con attenzione, fa da sottofondo ad altro, si balla, si propone, invita alla lentezza dell’ascolto, dal piacere del riascolto fa emergere dettagli sempre nuovi e sorprendenti, come in un gioco d’azzardo di dialoghi mai scontati ed inesausto.

Le Vie dell’Immaginario (Allonsanfàn parte decima: Alice nel Paese delle Meraviglie)

“A che serve un libro, pensò Alice, senza dialoghi né figure?”.

Pensare di trasformare un intero, estesissimo quartiere storico, per pezzi consistenti semi abbandonato, in un gigantesco libro, le cui pagine sono rappresentazioni d’altri libri, “Alice nel paese delle Meraviglie”, il suo seguito immaginifico “Alice attraverso lo Specchio”, capolavori di Lewis Carroll, è pensiero divergente rispetto alle presunte inquietudini della lettura. I ragazzi di Immagina, quando concepiscono “Le Vie dell’Immaginario”, manifestazione annuale dedicata a grandi autori, ribaltano queste inquietudini, le trasformano in piacere autentico di scoperta, gioco, sorpresa. Immagina è già associazione atipica, ne fanno parte cinquanta ragazzi d’età compresa tra i sette ed i diciassette anni, che da qualche tempo animano il quartiere di Modica Alta, giocando a scuoterne le fondamenta, con epicentro nella Chiesa dei SS. Nicolò ed Erasmo, abbandonata, rinata. L’anno scorso celebrarono i cento anni dalla nascita di Federico Fellini, riportando i suoi film tra le strade strette, i vicoli, le ripide scalinate di quel quartiere abbarbicato su uno scosceso costone roccioso. Quest’anno la manifestazione farà la stessa cosa con Alice ed i suoi compagni d’avventura, i suoi incontri, le suggestioni di un capolavoro immortale. Ci stanno lavorando, a partire proprio dal loro quartier generale, perché tutto sia pronto per il via, il 18 luglio.

Il viaggio inizia proprio con l’ingresso alla chiesa oltre il quale sono cinque porte, quelle tra cui deve scegliere Alice, della Paura, della Rabbia, della Noia, dell’Amore, della Razionalità. Si aprono su altrettante stanze, ma solo una consentirà di iniziare il viaggio nel Paese delle Meraviglie. È viaggio che coglie il senso – o forse il non senso – del racconto di Carroll. Alice non sceglie la via breve del percorso chiavi in mano. La manichea distinzione tra bene e male le sfugge, non sembra imparare nulla, appare frastornata. Cammina attraverso un paese di contraddizioni, dove incubi e sogni non sembrano distinti, in cui le dimensioni del tempo e dello spazio si inseguono private della liturgia del consueto. Il viaggio è complesso, articolato, come nel Nastro di Möbius attraversa il sotto come il sopra, scopre il dentro tale e quale al fuori. Viene smarrita la stessa natura di fiaba, se ne perde la necessaria morale, si trasforma, invece, nella negazione stessa della narrazione quale strumento educativo, che induce a divenire “bravi bambini”, forse “bravi cittadini” ossequiosi, stereotipi d’infanzia “perfetta”. Si trasforma lentamente nel viaggio in una personalità intima ed esclusiva, non a caso si conclude esattamente dove ebbe inizio.

La quinta scenografica di Modica Alta, con le sue invenzioni urbane, l’imprevisto della scena, sembra costruita per questo viaggio, per un necessario monologo interiore. La natura corruttibile delle cose, infatti, ritiene in sé le orme del tempo, che si sovrappongono, si stratificano diacronicamente; la traccia più recente non cancella le precedenti, le opacizza soltanto, per un periodo effimero. Lo stesso tempo gioca con le cose degli uomini e, graffiando via gli strati superiori deposti al suo passaggio, ne scopre i precedenti, in un gioco cromatico che li riconduce ad un unicum narrativo che va oltre il presente. Questa ricerca non può che consumarsi dentro un percorso di riscoperta identitaria, dunque, che si riappropria dei luoghi anche quando il senso d’abbandono appare ad occhi distratti prevalente e fastidioso. Effetto sublime e collaterale di questo cammino, è la messa a fuoco del dettaglio che sfugge a chi è vittima inconsapevole del gioco d’inganno del tempo, a chi ha scelto la disillusione dell’accelerarsi quale pratica quotidiana. Appare, il dettaglio, quale irrinunciabile taumaturgia agli occhi di chi non è irretito dalla consuetudine. “Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci” (John Ruskin), e questo impone il viaggio lento, dentro i silenzi che in una condizione “urbana” e convenzionale non sono previsti, appartengono, semmai – in un immaginario qui smentito – solo a certe valli antiche e remote, ai più fitti dei boschi. Silenzi in cui si avverte profondo il respiro del tempo che è passato, rotto solo da qualche richiamo lontano ed ancestrale che proviene da un luogo indefinito, da dietro persiane serrate su un occhio scuro che spia il transito inatteso, allarmato, forse da scalpiccii desueti, lungo scalinate labirintiche, dentro il profumo di intingoli che sanno di memoria. Si dipanano – pure compiacendosene – le attese lunghe e pazienti, sinché i raggi sghembi del sole d’una certa ora, o qualche goccia di occasionale pioggia, non vivificano le coloriture di vernici dismesse, frammenti di intonaci, infissi scorticati. Dettagli d’umanità senza presenze, che riconciliano con dimensioni perdute, alternative ed ostili al mordi e fuggi, all’unica prospettiva dell’ora e subito. E del dedalo dimenticato, non rimase che l’opera collettiva di popolo e tempo, bellezza che riesce a farsi vanto delle sue rughe più profonde, senza riguardo, invero, per l’estetista. Pure s’arricchisce dei contributi di artisti, ispirati da Carroll, negli angoli più improbabili, che siano vecchie chiese, frammenti d’archeologia dimenticata, ripide e strette salite, cortili. La via degli adulti, la via che i “grandi” hanno già predisposto e realizzato, pare dimenticata, diviene la via di Alice, una strada personalissima di riscoperta.

Parole, opere e omissioni (Allonsanfàn parte quarta: Iller Incerti)

“Gli individui separati ritrovano la loro unità nello spettacolo, ma solo in quanto separati. Giacché la comunicazione è unilaterale; è il Potere che giustifica se stesso e il sistema che l’ha prodotto in un incessante discorso elogiativo del capitalismo e delle merci da esso prodotte. (…) Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo. È l’autoritratto del potere all’epoca della gestione totalitaria delle condizioni di esistenza. (…) Lo spettacolo presuppone, quindi, l’assenza di dialogo, poiché è solo il potere a parlare. Condizione per raggiungere tale risultato è la totale separazione di individui sempre più isolati nella folla atomizzata (…) Ridotto al silenzio, al consumatore non resta altro che ammirare le immagini che altri hanno scelto per lui. L’altra faccia dello spettacolo è l’assoluta passività del consumatore, il quale ha esclusivamente il ruolo, e l’atteggiamento, del pubblico, ossia di chi sta a guardare, e non interviene. Lo spettacolo è «il sole che non tramonta mai sull’impero della passività moderna» (…) In questo modo lo spettatore è completamente dominato dal flusso delle immagini, che si è ormai sostituito alla realtà, creando un mondo virtuale nel quale la distinzione tra vero e falso ha perso ogni significato. È vero ciò che lo spettacolo ha interesse a mostrare. Tutto ciò che non rientra nel flusso delle immagini selezionato dal potere, è falso, o non esiste”. (Guy Ernst Debord. La società dello spettacolo)

Il potere ha necessità di un linguaggio, di segni che veicolino il dogma, che come la goccia percia la pietra, impongono un unico punto di vista, un’unica prassi liturgica. La parola ed il segno hanno, nella liturgia, un posto speciale, V’è, in questi anni, un uso piuttosto disinvolto delle parole, che finiscono per annullare, con la loro struttura perentoria, la dialettica, la critica dentro la società atomizzata. Alcune parole divengono dettato assolutistico, ancorché se ne possa scorgere un uso in apparenza utile e necessario: la strada per l’inferno è camuffata da buone intenzioni. M’è sorto subito alla testa il mitico “distanziamento sociale”, definizione, pare, frutto di una traduzione un po’ troppo letterale dall’inglese. Invero, si usa come termine di carattere igienico-sanitario, di per sé, dunque, asettico. Ma non sfugge che nega, nella sua reiterazione, la vitalità del linguaggio della ragione, per il quale occorrerebbe, e con miglior efficacia semantica, parlare di distanziamento fisico. Distanziamento sociale, nella sua accezione più letterale, rievoca piuttosto un senso di separazione relazionale, non solo fisica, pure solidaristica, d’attenzione ed ascolto, sociale, appunto. L’altro termine che mi rimbalza tra tempia e tempia, è “meritocrazia”. Al di là del fatto ch’è pare un neologismo mal coniato, pure sotto il profilo estetico, non v’è soggetto languidamente accovacciato in posizioni più o meno di potere, che non vi faccia riferimento. Scegliere i migliori per certe funzioni elevate, appare talmente ovvio che non v’è piccolo vate del popolo che non ne rivendichi una qualche misera paternità. Dunque, poiché occorre scegliere i migliori, e poiché chi decide e delibera è tale per sua stessa autoapologetica considerazione, va da sé che il migliore è quello che scelgo io, senza passare dal via. Infine – ma si potrebbe continuare assai più a lungo – ultimo ritrovato del linguaggio-segno con lucchetto alle caviglie, la famigerata “resilienza”. Dai miei vecchi studi biologici me n’è memoria d’un uso assai meno positivo, poiché sottintende la capacità di un ecosistema, sottoposto a brutale manipolazione, di ritrovare un proprio equilibrio, non necessariamente preshock. Insomma, l’uso del termine, ch’è esploso in uso da qualche settimana anche per indicare le prassi economiche e di spesa, financo le metodologie riformiste e per fare il bucato, finirebbe per giustificare scelte di qualsiasi tipo, purché suggellate dall’appellativo stesso, meglio se accompagnato da un qualche riferimento ad una fattispecie di transizione, sia essa ecologica, finanziaria, sociale o quel che vi pare. Ad ogni buon conto, sempre in termini ecologici, la condizione di resilienza si deve dopo la sconfitta dell’altra qualità degli ambienti naturali, definita come Resistenza. Dunque, nell’immane conflitto resilienza vs resistenza, la prima vince a mani basse per abbandono del campo da parte della seconda.

E allora, poiché non m’è dato d’accettare passivamente tutto purché sia, mi faccio una ragione del tutto, e scelgo di tornare ai segni-linguaggi che mi piacciono. Così mi rivedo quelli di Iller Incerti e delle sue opere. Iller è artista che esplora, non sta fermo, non s’adegua. Seppure la sua è una formazione ortodossa (gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna), mai m’è parso abbia smesso d’esplorare ogni forma d’arte espressivo-figurativa.

Dalle esperienze più classiche, alle video istallazioni, sino ad un uso estremamente consapevole delle nuove tecnologie. Il suo approccio con queste assume un aspetto d’antica tecnica artigianale, poiché soggioga lo strumento, per rivendicare priorità all’atto creativo dell’uomo-artista, permanentemente ancorato ad un desiderio pionieristico d’esplorazione. Dalla rappresentazione virtuale delle sue cose emerge una percezione materica, quasi se ne avverte sangue e sudore. L’opera di Iller è un viaggio mai concluso, la cui strada è tracciata da segni dinamici, la cui interpretazione rimanda a luoghi senza confini, che profumano d’oriente e s’immergono nel tempo dell’occidente e della storia. Il mito, la sua rappresentazione archetipica, viene sovvertito, diventa strumento della rappresentazione dell’oggi. Ogni passaggio artistico è contrassegnato dalla consapevolezza della prassi evolutiva e non statica dell’opera. Classici stravolti, moderne reinterpretazioni, antiche pulsioni e segni arguti d’un linguaggio del sé e dell’altro, si inseguono creando un ghirigoro vorticoso di suggestioni, dialettico, d’ascolto, di rottura schematica dell’immobilismo della società dello spettacolo. Ve ne ho reso piccolo assaggio (magari riguadatevi tutto dopo aver fatto partire la musica), per il resto, v’aggiungo anche un paio di link ( www.illerincerti.com www.illerincerti.it )

Post scriptum (Allonsanfàn parte seconda: Alberto Sipione)

Capita che antiche letture, come un fiume carsico, riemergano dalle pagine ingiallite della memoria. Capita che cerchino di farsi breccia nel disincanto dell’ora, per finire derubricate a nostalgie del tempo perduto. Capita, pure, che un vecchio ciclostile riaffiori dalla memoria d’un cassetto – quanta memoria hanno i cassetti? – e che scorgendo quelle righe, ripercorrendole sillaba su sillaba, non si riesca a definirne una data certa. Ci sono cose senza tempo, certo, ci sono cose che sembrano scritte oggi, come questa che ho trovato mentre riciclo carta, per appunti o per accendere un fuoco.

“Si può sostenere senza esagerazioni che mai come oggi la nostra civiltà è stata minacciata da tanti pericoli. I vandali, con i loro mezzi barbari, cioè estremamente precari, distrussero la civiltà antica in una zona circoscritta dell’Europa. Attualmente è tutta la civiltà mondiale, nell’unità del suo destino storico, che vacilla sotto la minaccia di forze reazionarie armate di tutta la tecnica moderna. Non ci riferiamo solo alla guerra che si prepara. Sin da oggi, in tempo di pace, la situazione della scienza e dell’arte è divenuta assolutamente intollerabile”.

Tutt’altro che oggi, il brandello di memoria sdrucita è del 1938, a firma Breton, Trotsky. Forse allora progetto autentico di recupero di una strategia rivoluzionaria, oggi, invece, derubricato nel declinante fronte occidentale pronto alla disfatta, ad inutile fardello nascosto nell’ultimo cassetto in fondo a destra, stessa direzione del cesso. Tralascio, poiché non ho voglia di spendere tempi di ragionamento, di discutere nel merito – seppure ne avessi i mezzi, ma forse qualcuno, pure come brandello di memoria anch’esso, ce l’ho per ragioni non confessabili – delle disfide planetarie tra scienziati, psico-medici, che a singolar tenzone si sfidano nei salotti buoni del mainstream. Quant’erano migliori i ritrovi dell’alba, dietro conventi di frati minoriti? Tralascio pure di constatare, senza creanza, come mi confarrebbe e piedi nel piatto, di esternare che pare abbiano studiato medicina e scienze più o meno disapplicate, in facoltà teologiche di confessioni agguerritamente avverse. Tralascio pure – ancora nel merito – di come questo “civilissimo” confronto liberal-democratico, sia divenuto caricatura della dialettica serratissima e sovieticissima tra Kapitsa e Lisenko. L’uno sotteso – e sconfitto – al benessere del suo paese in un’ottica di liberazione della scienza, dunque, dell’uomo; l’altro a sostenere interessi staliniani sino anche a negare le evidenze stesse della scienza. Solo che di Kapitsa se ne sono visti assai meno di quanto egli stesso non abbia avuto spazio sulla Pravda. I Lisenko, più estenuanti, nella loro ottusa reiterazione di impudicizia servile, si sono invece moltiplicati in prospettiva della difesa di interessi da parcella. E nella tragedia postkafkiana, unico contraltare alle loro esternazioni deliranti, lo consumano, nel più scontato dei giochi delle parti, le pletore dei complottisti, alla farsesca ricerca di un colpevole con nome e cognome, un capro espiatorio qualsiasi, un migrante male in arnese o una multinazionale, tutto fa brodo per barbigli d’ogni fatta. Tanto, tutti belli accomodati sullo stesso dito a fronte di luna, s’apprestano alla pesca a strascico, per prede qualsiasi, da un estremo all’altro e senza escludere il ventre molle del mezzo. Dunque, si consuma l’inedita alleanza tra i burocrati del senso di responsabilità e della salute dei cittadini, e le torme metafisiche dei dissidenti, che come due facce della stessa moneta, si spendono insieme perché non vi sia qualcuno che chieda di pagare il conto salatissimo delle contraddizioni ai padroni del vapore.

Poi, ancora, sul vecchio retaggio di memoria ultraottantenne, dunque improduttivo: “In ciò che di individuale conserva nella sua genesi, nelle qualità soggettive che mette in opera per cogliere un certo fatto che implica un arricchimento oggettivo, una scoperta filosofica, sociologica, scientifica o artistica, appare come il frutto di un caso prezioso, cioè come una manifestazione più o meno spontanea della necessità. Non è possibile ignorare un tale contributo sia dal punto di vista della conoscenza in generale (che tende a far sì che si sviluppi l’interpretazione del mondo) sia dal punto di vista rivoluzionario (che, per arrivare alla trasformazione del mondo, esige che ci si faccia un’idea esatta delle leggi che ne governano il movimento). Più in particolare, non è possibile disinteressarsi delle condizioni mentali in cui questo contributo continua a prodursi e, perciò, non si può non vigilare affinché sia garantito il rispetto delle leggi specifiche cui è soggetta la creazione intellettuale”.

Con malcelata stanchezza, m’affido all’arte, alla bellezza, come m’affido alla magnesia per la gastrite.

“La sorda riprovazione che suscita nel mondo artistico questa negazione spudorata dei principi cui l’arte ha sempre obbedito e che neppure Stati fondati sulla schiavitù hanno osato contestare, deve far posto ad una condanna implacabile. L’opposizione artistica è oggi una delle forze che possono utilmente contribuire al discredito e alla rovina dei regimi in cui si annulla non solo il diritto della classe sfruttata di aspirare ad un regime migliore, ma ogni sentimento di grandezza e persino di dignità umana”.

Finisco con un portatore sano d’indignazione – sintomatico -, continuando, sinché reggo, quello che nel precedente post m’ero altresì riproposto, presentandovi, così come so fare e quindi a spizzichi e bocconi, le cose di un artista che definirei militante, per il rifiuto del prêt-à-porter del linguaggio artistico: Alberto Sipione. Alberto è fotografo raffinato, che non rifiuta la modernità e la tecnologia, ma le soggioga – dunque, non ne è soggiogato – al processo di recupero dell’arte come dimensione umana irrinunciabile, bisogno essenziale e componente di una nicchia ecologica primigenia. La sua è opera eversiva, nel senso etimologicamente più puro del termine, dal latino e-vertere, cambiare direzione, che trasforma il quotidiano in una dimensione onirica, la cui interpretazione dis-vela il bisogno essenziale comunicativo.

Alberto Sipione, Dottore in Niente (Università Internazionale Situazionista), nasce a Siracusa nel 1968. All’età di 20 anni si avvicina alla fotografia analogica in Bianco Nero. Si interesse ai reportage sociali ed alla fotografia sociale. Venti anni dopo conoscerà personalmente il suo maestro , Pino Bertelli con il quale lo lega un sodalizio decennale. E’ affascinato dalle teorie sull’Urbanismo Unitario sviluppate dall’Internazionale Situazionista, e basa molti suoi lavori sulla Geografia Urbana. Con un passo indietro fra le avanguardie conosce, cura e si lega alle tematiche surrealiste. Tra i suoi cattivi maestri Benjamin Peret, George Bataille e Pierre Molinier. Definisce la fotografia non come un puro mezzo di masturbazioni estetiche e tecniche ma legata alle altre discipline che interrogano e sognano un cambio radicale sociale slegate da qualsiasi commemorazione mercantile.

albertosipione.it

La mostra covid free (Allonsanfàn parte prima: Sergio Poddighe)

E chi lo può sapere quando finisce ‘sta cosa della pandemia. Ci sono fior fiore d’esperti che brancolano nel buio, s’arrabattano come alchimisti nel medio evo, facendo attenzione a non buttar giù le porcellane buone, a non turbare le suscettibilità dei tribunali dell’inquisizione social, che quelli maneggiano punizioni e torture peggio di certi tenutari di scantinati d’antichi castellacci e di anticamere di forche papaline. Insomma, si naviga a vista. Poche idee ma confuse. Posto questo, che mi pare di buon senso, quasi chiacchiera da bar, forse pure peggio, ci sarà poi da ricostruire tutto, economie sfasciate, casse pubbliche di cui si vedono fondi grattati, cose così. Poi, ciascuno, fa i conti con le proprie vittime. Mi pare che però pochi facciano i conti, a parte giusto i diretti interessati, con chi sceglie di campare d’arte, che già era cosa assai complicata in tempi di vacche grasse, ma ora che i bovini sono a stecchetto, attendono di attraversare il deserto. L’arte e la bellezza fanno abbassare il PIL, sono improduttive. Cioè, se compro un quadro bello, e mi posso permettere quello e poco altro, spendo quanto un paio di telefonini, ma il quadro, ch’è l’anticamera dell’inferno, ci sta che mi dura una vita, mentre il cellulare me lo danno a scadenza. Se poi alzo il prezzo, c’è poco da fare, sfioro l’automobile. Peggio, se compro un libro, e metti caso mi viene di leggerlo; richiede tempo, me ne devo stare ore e giorni davanti quelle pagine col rischio materiale che mi spunta uno spiritello critico in testa, m’arricchisco di prospettive inedite e non cash & carry. Tolgo tempo alla fila al centro commerciale, dove, altro che libro compro. Stessa cosa mi succede se mi vado a vedere una mostra o uno spettacolo di teatro, non solo tolgo tempo a cose che hanno più apPIL, ma poi me ne vengo fuori con strane idee.

Moralis de fabula, leggere, ammirare l’arte, la bellezza, sono abitudini da non coltivare, mi pare. Fatte salve alcune “nobili” eccezioni. Perché la cultura, per qualcuno, non è missione da cui ricavare somme gratificazioni dell’anima, e magari tirarci fuori di che campare con decenza, è cosa d’affari, di prebende, familismi, organizzazione del consenso. Mi posso, che ne so, per suadente lusinga del cliente, considerare che sono attore memorabile, fotografatore (da notare il neologismo, contraltare dell’accezione corretta) ispirato, dipingitore (anche qui, mi supero per politically correct, che potevo dire imbrattatele, ma sono persona dabbene) sublime, scrittore arguto e raffinato, e pure, a somma fortuna che s’accompagna ad un ego smisurato, essere cugino del sindaco, cognato dell’assessora, nipote del plurimilionario fabbricatore, che pensa ch’è meglio mi dedichi all’arte altrimenti mi balena in testa di metter bocca negli affari di famiglia. Beh, questi, che di prebende fecero virtute, la crisi non la patiranno, e si vedranno garantiti spazi e fortune, nonché notorietà imperitura, ora e per sempre. Che se poi, con umile portamento, gli chiedi di condividere almeno gli spazi, ti guardano come fossi il lazzaro senza speranza di resurrezione, ti rigirano il no sotto forma di c’è chi può e chi no: ed io può, che da quelle parti troppa cultura bene non fa.

Allora, a me, che di talento non dispongo, ma che per disponibilità economiche e temperamento, nell’arte trovo soddisfacimento per certe pulsioni elementari, mi viene in mente la pletora degli altri, che non li manda Picone e che non hanno facce le cui sembianze sono assimulabili ad altre zone anatomiche. Ecco, tra questi ce ne sono di bravi veramente, alcuni di talento portentoso, che hanno studiato, ma pare non abbiano diritto di cittadinanza, per carattere e ritrosia, talvolta, spesso perché non hanno santi in paradiso che li illuminano d’incenso. E allora io voglio fare una cosa. Una cosa da poco, roba che vale quel che vale, certe volte conta il pensiero. Io questo ho, il blog, e glielo apro, li presento, li ospito come fosse casa loro, anzi, è casa loro. Mi scrivo le mie cose, poi, spazio all’arte ed alla bellezza che altrimenti, ora come ora, non se le vede nessuno. Che importa se qui al massimo la vedono in sette o otto, sono sette o otto più di prima. E mi viene da pensare che se la faccio io questa cosa, poi c’è qualcuno che s’appassiona e reitera il gesto, così l’rt della bellezza diventa pericolosamente alto come quello del Covid. Magari rimane traccia. Se son rose…okkio al PIL.

E allora comincio subito con uno che trovo veramente bravo, perché me lo ritrovo magicamente tra il surrealismo di Breton e le copertine delle Mothers of Invention. Sergio Poddighe.

I lavori di Poddighe sono la rappresentazione del contesto dei desideri umani e dell’uomo stesso come soggetti effimeri, metafora della parzialità dell’essere. L’uomo, dunque, è entità incompleta, mutilata, che rincorre l’effimero come unica vacua speranza compensativa. Riempie i propri vuoti creandone di nuovi, rincorre le proprie ansie costruendone di ulteriori, mai definitivamente consapevole del proprio progressivo allontanamento dalla concreta condizione umana. Proprio sulla condizione umana le opere suggeriscono una riflessione profonda, una riflessione ed un’analisi che possono essere affrontate da più punti di vista, poiché l’accettazione della complessità, quindi delle diverse angolazioni dell’osservazione è l’unico strumento attraverso cui è possibile costruire una prospettiva di ricomposizione dell’essere umano.

SERGIO PODDIGHE è nato a Palermo nel 1955. Si è diplomato al Liceo Artistico della sua città e in seguito presso l’Accademia di Belle Arti di Roma (corso di pittura). Ha insegnato Discipline Pittoriche presso il Liceo Artistico Statale, dal 1990 risiede ed opera ad Arezzo. Si è interessato agli aspetti simbolici e psicologici del segno grafico (per questo ha frequentato per un anno l’Istituto di Studi Grafologici di Urbino), come delle espressioni legate al mondo dell’illustrazione, del fumetto e della pubblicità. Ha prestato la sua opera per l’esecuzione di decorazioni, copertine di libri, manifesti legati a spettacoli ed eventi culturali. La sua ricerca pittorica si snoda attraverso percorsi espressivi diversi: dalla grafica, alla sintesi tra manipolazione digitale e pittura propriamente detta. Ha all’attivo numerose personali e partecipazioni a rassegne d’arte contemporanea in Italia e in Europa (Francia, Germania, Belgio, Svizzera, Austria, Romania, Croazia). Ha esposto in rassegne d’arte contemporanee in Usa (New York City, Houston, San Diego, Los Angeles), e al padiglione italiano di Art Basel Miami (edizione 2010); con i reduci di questa rassegna ha partecipato, in seguito, a “ Venti artisti internazionali a Palazzo Borromeo” , Milano. In Florida, inoltre, presso la contea di Walton, ha allestito due personali. Sue opere fanno parte d’innumerevoli collezioni private e pubbliche.

https://www.sergiopoddighe.it/