Giornata della dimenticanza

D’ultimi tempi quell’altro me che s’affanna di quotidiani furibondi, mi tiene assai lontano dal gradito passatempo della mia bloghettola (sintesi di cosa di rete e bettola per quattro chiacchiere tra amici con bicchier di vino). Che cerco pure di leggere tutto, pure se tempo per risposte me ne rimane assai poco. Stamane, mi capita, costretto a poco movimento causa parainfluenzal declino, di buttar occhio ad un paio di cosarelle che gradii, d’un paio di blog che seguo con interesse: eccovele qui e qui. Poi vado un tanto di musica.

Insomma, che s’avvedono di cose luttuose ad idem sentire che d’altri tempi pure io parlai di fatti analoghi. Ma faccio mia parte che aggiungo un tantino a riflessioni già pregiatissime e la prendo alla larga. Mi feci, ad età scolastica, soprattutto a periodo di media, partecipazione ad attività educativa con metodologia che pareva un tantino segregazionista. Era d’uopo costruzione di classi su basi non proprio pedagogissime, ma erano altri tempi pure se non più medioevo da qualche frammento di secolo. Nella classe mia c’eravamo quelli messi male in arnese. Non me li ricordo tutti, qualcuno si, non di nome ché a certi ambiti non val la pena sottolineatura anagrafica e io, nessuno per scelta consapevole, ne trassi allora pieno convincimento. Il mio compagno di banco – figlio di tal contadino che era a pestaggio istituzionale per manifestazione non gradita a spesso e per protesta di condizione di morto di fame a schiena china e artrosi precoce – parlava a balbuzie e pareva che aveva manciata di ceci in bocca. Allorché interrogato sbiascicava sillaba confusa e compito suo si faceva carta straccia a tempo niente. Tale altro, a banco attiguo, era a soglia di servizio alla patria e di lui poco si sapeva giacché svolgeva a ristorante fuori porta servizio di lavapiatti sino alle tre del mattino e poi, dopo attraverso campagna su campagna con motobecane a sganghero di scarburo, convolava a giusto sonno su banco d’obbligo scolastico per intera mattina.

C’era poi la fila, ch’era novità recente per incedere di modernità, di ragazze a grembiule nero, a precisa distinzione a classe mista ma non troppo. Una di tali, di cui ho memoria solo per capigliatura rossa e silenzio imperscrutabile, era a padre ignoto e madre di mestiere antico. I miei insegnanti – e nemmeno di loro ho memoria di nome alcuno – erano assai poco a propensione a strategia pedagogica d’alto profilo e lettura di lettera a professoressa, piuttosto a righellate su nocca. Pure erano d’età avanzata a pensionamento precoce e dietro l’angolo, che ne cambiavamo a blocco d’anno parecchi in coro. C’era volontà di sorta d’appartheid non codificato. Ma, a far due di conto, che poi divenni coso, per legge di contrappasso, che fa matematica a creatura, tale attività, a faccio elenco separato di buoni e cattivi, mi parve che continuò a mentite spoglie. E allora eccovelo il conto per l’anno che se n’è andato, che ogni anno si ripete, semmai s’amplifica: morti in carcere 203 di cui 84 per m’ammazzo da volontario; sono a morto di lavoro circa un migliaio; circa 1.500 è il migrante che s’è fatto un nome anonimo d’annegato e cibo per pesce; 120 sono le donne femminicidiate; 367 morti senza tetto; sono 4.400 all’anno quelle che si sono sniffate un bel po’ d’amianto a ciclo produttivo preciso ed antico per mancata bonifica, e tutti parvero senza nome che d’altra categoria ce ne sarebbe da raccontare. A tirar le somme pare selezione bancaria che crea scompenso cimiteriale, roba che Darwin si sbagliò di grosso ed io, che non sono che nessuno, altro non aggiungo, che m’andò bene. Ma fra tanta giornata di lutto, la giornata per lutto di perdita d’Ultimo Ignoto a paese civilissimo, non sarebbe d’istituzione gradita?

Radio Pirata 49 (in merito alla questione)

Radio Pirata assurge a quota Quarantanove che mica è pizza e fichi, nemmeno si frigge con l’acqua da queste parti che pare ormai quasi telenovela brasiliana di mille e più mila puntata. Ed anche questa s’appresta a puntatona che c’è cosa che bolle in pentola di livello elevatissimo e redazione di radio pare impazzita a poter dare dettaglio improrogabile a fedele schiera di lettorascoltatore. Per il momento si fa lettore a parte che si parte di musica a razzo spedito che pare armato di testata nucleare prima di quella ad autentico botto per effetto speciale prossima ventura.

Che cominciamo speditamente a cronaca esatta di sacco di soldo che viaggia in terra di confine per esaltazione di grande evento di campionissimi a mutanda ad inseguire sfera rotolante. E ad apologia di sport tra gli sport s’aggiunge proclama d’alto profilo istituzionale di grandezza imprenditoriale per illuminato sovrano d’oriente che produce arena per reziario moderno con contenuto spargimento di sangue a poca roba che manco arriva a diecimila morto ammazzato per lavoro a sfrutto. Che c’è terra di rinascimento vero e mai presunto a fronte di deserto a colapasta per fuoriuscita d”oro nero, che vi fu in illo luogo rispetto autentico di diritto a stimolare rovescio per diversa tendenza sessuale, donna e lavoro di migrante coatto per miseria. Che mi dissi, così, per celia, che se sacco di soldi lo davo proprio a quelli impiegati a schiena rotta, forse che non c’era morto, ma poco importa a diritto televisivo che invece preferisce palla a rotolo.

Che paese nostro è altro che non quello, ma a quello c’è tendenza. Per ora si presume che carico di pullman di donna a mestiere antico sia di comprovata fede nostrale che così non turba sonno di calciatore a cui promessa di tale omaggio sublime venne fatto a carico di vittoria per calcio meglio ad incrocio di pali. Altra donna, bambino vecchio e quant’altro, con pedigree ben definito noi non si sfrutta, al massimo si concede annego libero a mare di tempesta. E se si sfrutta di fa a pudore autentico che non si vede, dentro serra a far leccornia per pranzo di festa a prezzo calmierato.

E c’è pure grande e dolorosa contrizione per donna e ragazzo, a rischio di vita per protesta a speranza di cambio di cose a terra che fu di Scià e che ora ad altro dice sciò. E a detta compagnia disgraziata di ribellione audace, ricordo che grande plauso generalizzato di perfettissimo per rispetto di democrazia coacervo di paese occidentale, dura a spazio di memoria di tal divenuto famoso a Collegno in tempo andato, e che scanna e ammazza fa specie fino a prossima puntata di indecenza. A testimonio rimembro come parve rito di commozione generale donna afgana tornata a medioevo, che indignazione durò tempo esatto di sbadiglio e poi mi volto d’altra parte che non è fatto mio.

Mi dò a carrellata di foto che è a spiaggia mia deserta e desolata, senza manco un barettino, un lidotello nemmanco un bagnomaria, che è cosa assai opinabile per fautori meritevoli di grande merito. In detta spiaggia, che è cosa da brivido e fastidiosa sabbia nelle mutande, non c’è olivetta annegata a shortino, non c’è spa, nemmeno sdraio ad ombrellone a prezzo di superattico, non c’è ombra di ristorantino di tropicalprodotto sovrano, ed incomprensibilmente pure accesso è gratis, che non c’è che vista ad infinito e basta.

Mi venne però dubbio – anche per sciogliere quesito di mia identità, ch’io sostenni erroneamente d’essere nessuno, smentito da elevatissimo intelletto – se risultai ascrivibile, in quanto frequentatore assiduo di detta spiaggia a godimento gratuito di libera solitudine, a categoria di tossicodipendente, rifiuto, o ad entrambe.

E a proposito di tossici e rifiuti, ne ho trovato uno una volta, proprio su una spiaggia libera, straparlava, poveretto. Lo registrai, così vi dico che disse. “

Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa ch’io vi dica quanti – avendo poco o punto denaro in tasca e niente che particolarmente m’interessasse a terra, pensai di mettermi a navigare per un po’, e di vedere così la parte acquea del mondo. Faccio in questo modo, io, per cacciar la malinconia e regolare la circolazione.

Ogniqualvolta mi accorgo di mettere il muso; ogniqualvolta giunge sull’anima mia un umido e piovoso novembre; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, dinanzi alle agenzie di pompe funebri o pronto a far da coda a ogni funerale che incontro; e specialmente ogniqualvolta l’umor nero mi invade a tal punto che soltanto un saldo principio morale può trattenermi dall’andare per le vie col deliberato e metodico proposito di togliere il cappello di testa alla gente – allora reputo sia giunto per me il momento di prendere al più presto il mare. Questo è il sostituto che io trovo a pistola e pallottola.

Con un ghirigoro filosofico Catone si getta sulla spada; io, quietamente, mi imbarco. Non c’è niente di straordinario in questo. Basterebbe che lo conoscessero appena un poco, e quasi tutti gli uomini, una volta o l’altra, ciascuno a suo modo, si accorgerebbero di nutrire per l’oceano su per giù gli stessi sentimenti miei.” (Herman Melville)

Sdoppiamenti

Quando mi sdoppiai, non fu cosa d’improvviso, ma avvenne a gradualità a fatto di lockdown. Che comunque io la sensazione di doppio ce l’avevo, ma non era lampante, si faceva a gioco di capolino di tanto in tanto che mi era a estraneo un tale che poi ero pure io. La cosa non mi pesava, che pensavo non era grave. Ma al che me ne stetti a chiusura d’obbligo solo con me medesimo, e poi a reiterata quarantena a più e più riprese, mi fece dimostrazione scientifica d’evidenza.

Che poi io e quell’altro abbiamo affinità consistenti, direi, e non solo a fatto che condivisione di corpo medesimo è vincolo a fughe di divergenza notevolissima, ma anche che c’è precisa condivisione di principio.

È la risposta a tale condivisione che è differente, mi pare che è ciò che deriva dall’essere più o meno a legame con proprio vissuto di quotidianità andata. Ch’egli, altro me, intendo, affronta questione di petto, ad abnegazione non si tira indietro. Non fa a lascio intentato, che a busso di porta apre sempre. Egli s’affastella a disperazione, mai se ne sta fermo pure che a sfianco s’appresta spesso ed anche a volentieri. Financo fa a meno di sé stesso e di cose che ad egli aggradano. Io me ne starei, invero, a fare più tranquillo, a far nulla mi ritrovo più propenso. Che, in pratica, a me tocca di vivere quando lui s’acquieta. Il punto è che c’è impedimento a che io mi faccia niente e nessuno liberamente, che suddetta condivisione di carne, sudore e sangue è vincolo assai efficace. Dunque, c’è attraversamento di momento in cui egli ha priorità su me, mi trascina a destra e manca, a incombenza infinita che pare autorigenerante se stessa e mai si ferma a lasciar scorrere il tutto d’intorno. E mi faccio venia con altri che passano qui che talora mi dolgo di scarsa presenza, e pure prendo talora pausa lunga da questa che è casa mia, ci feci residenza e ad altro me non consetii di metterci naso con sua precisa condizione anagrafica, che questo – bloghettino di sassi senza nome, voglio dire– è spazio mio riservatissimo.

Comunque una cosarella, oggi, a dono per me e per chi ve ne legge assoluta, elevatissima verità filosofica, la lascio.

Nonostante la mia pigrizia, ho fatto un mucchio di cose che non avrei dovuto fare. Però ho confermato l’esattezza del suo giudizio per quanto riguardava il tralasciare di fare molte cose che non avrei dovuto assolutamente tralasciare. La mia pigrizia è sempre stato il mio cavallo di battaglia. Ma non mi vanto di ciò, è un dono di natura. Sono in pochi a possederlo. C’è una gran quantità di pigri, ci sono mascalzoni a bizzeffe, ma un ozioso genuino è una rarità. Non è il tipo che se ne va in giro con le mani in tasca. Al contrario, la sua più sorprendente caratteristica sta nel fatto che è sempre vorticosamente indaffarato. Infatti è impossibile godere della pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere. Non è affatto divertente non far nulla quando non si ha nulla da fare. Perdere tempo diventa allora una mera occupazione, e un’occupazione tra le più affaticanti. L’ozio è come i baci, per essere dolce deve essere rubato. Molti anni fa, quand’ero un ragazzo, mi ammalai gravemente: non sono mai riuscito a capire che cosa avessi di tanto grave, a parte un bestiale raffreddore. Immagino però che si trattasse di un malanno molto serio perché il dottore mi spiegò che sarei dovuto andare da lui un mese prima, e se la mia malattia (fosse quel che fosse) fosse durata per un’altra settimana, lui non avrebbe risposto delle conseguenze. Pare impossibile, ma non ho mai saputo di un medico chiamato a curare un qualsiasi ammalato, senza che si scoprisse che un altro giorno di indugio avrebbe reso impossibile la guarigione. La nostra guida sanitaria, filosofo e amico, è come l’eroe di un melodramma: compare sulla scena solo ed esclusivamete all’ultimo minuto utile”. (“Pensieri oziosi di un ozioso” – Jerome K. Jerome)

La lentezza e la scoperta del silenzio

Quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare, e il mare li annega e li manda via con i suoi grandi suoni larghi, li purifica con il suo rumore, e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disorientato e confuso.” (Rainer Maria Rilke)

Quando, pure, hai sensazioni di solitudini definitive c’è, in riva al mare, il costernato godimento proprio di quelle solitudini vertiginose. Che non v’è ragione di solitudine quando si è carosello vorticoso del tutto che non si ferma, a far d’ogni dettaglio un infinito a sé, e l’infinito dei dettagli la sorpresa della finitezza apparente della materia che ci si ricompone intorno.

Che non è risolta, invece, la solitudine dello stare a stretto contatto con molteplicità d’umane distanze, non propensi a fraterni abbracci, solo corpi materiali a barriera di separazione dall’ebbrezza d’esser parte del tutto. Il tempo incombe nelle incombenze, nell’essere ostaggi irrimediabili dei pesanti fardelli del fare, ora e subito, a scadenza improrogabile. Svanisce, invece, e l’attesa è solo tappa d’un viaggio, il suo prolungarsi diviene semplice disvelarsi d’una meta ancora nuova, quando fummo liberi da soma. Il bagaglio, allora, è solo memoria, dove fatti, suoni, versi, immagini, s’accumulano con la stessa rapidità con cui si dissolvono, per poi tornare indietro, in forma di pioggia di ricordi e desiderio insopprimibile di lentezza ri-generatrice, del caos che non ci confonde di sue linee sghembe, di progetto accurato d’insolvenze volontarie. La gigantesca vasca d’abluzione è, ad osservazione esatta, strumento di rituale liturgico di purificazione, che offre liberazioni nell’incertezza dell’oltre d’una linea d’orizzonte che si fa curva, del mistero d’un abisso di vite. E si può essere talmente ricchi lì, da potersi permettere la povertà estrema del non creare posti di lavoro – a rischio financo di divenir contagiosi -, con buona pace di motori di sviluppo, avviluppati nell’essere soli con le proprie moltitudini a cottimo, nei tempi preordinati, nell’ansia permanente d’orrore per tempi che non passano.

Il grande trogolo

Che a far alleanza a dire io si, quello no, a far guerra ad oltranza che c’è quella che morto ammazzato pare giusto pure se bimbo, altra non tanto, qualcuna speriamo, che a far faccia cattiva ad ultimo arrivato ad aggrappo di scoglio e molto di porto salvo, siam tutti bravi a sfare. Che a me, d’infinita stanchezza, manco a scrittura mi viene a dettato, che ripiglio ciò ch’è stato, che tanto avrei scritto pari pari uguale quello. “La verità, voglio dire, non rischia niente a passare per un periodo di abbiezione: non il suo avvenire e nemmeno la sua gioventù. Quello che non deve mai venire meno è il nostro sforzo di intrattenerla, comunque, tra noi uomini.” (Elio Vittorini)

“E giunse il tempo che desiderio di vertigine m’appare solo a sistemar chiappe a scoglio comodo, a favor di tenue brezza di ponente. Lì c’è posizione di sguardo ad altro tempo che andò via a rapidi scivolamenti. Che feci collezione di pergamene e titoli a ceralacca, di timbri e pacche sulle spalle, inchiostri di stilografica raccolsi. Mi avvidi di saggezze elevatissime di fini accademici, sagaci elucubratori di teorie d’avanzo, e professori mi professarono vie salvifiche di conoscenza. Capitani coraggiosi m’imbellettarono narrazioni d’autentico infinito di profondità, e preti e frati e paternostri m’illuminarono d’incenso, mi deliziarono d’omelie un tanto al chilo, pure in odore di santità mi parvero audaci pescatori di ghiozzi a tendenza d’eversione. Le madame dorè, le miti volontarie di misericordia, e signori dabbene di circolo esclusivo, di fatta impeccabile doppiopettata e profumo millefiori, mi fecero di sé modello esclusivo e beato. Arguzia finanziaria mi trasmisero autentici scienziati di doblone, ed a cure immaginifiche mi sottoposero per trattamento di deviazione.

Che però nacqui storto e storto rimasi, pur se mi sdoppiai a far finta d’assecondo. Che ora, a fase due, non m’è dato di adeguarmi all’immane trogolo di carni e sangue di sacrificio a conforto per Marte e Atena. Che però appresi di non apprendere, pur se assorbii finale convincimento che nemmanco le dame di San Vincenzo riusciranno a far del bene, ch’esse mai seppero cos’è la vita, che imbracciano sotto coscia, ad occulto, mitra e bomba. Ch’io tutto imparai da puttane senza protettore, a quartiere miserabile dove misi dente da latte, e che, accademia autentica di bellezza, fu soffocato a rango di supermarket per saccheggio conclamato, con reparto d’onnisciente mammasantissima. Pure imparai da lambretta smarmittata di venditore di granchio per cattura a pietra celeste, da pazzo con canottiera su cappotto e camicia avvoltolata in testa, per posto a cappello in mano, a buco tappato per dammi cento lire, ci hai ‘na sigaretta. Che mi venne ad aula di lezione autentica osteria perduta, di abitanti a perenne nostalgia di bicchiere pieno, e vecchio compagno che s’accompagna a miserabile scarpa rotta, pantalone logoro e mano di calli e calce viva, curvo di schiena ma mai domo a dir di padrone peste e corna. Pure non fu capace di sopravvivenza a quello, nemmanco per saggezza di mutua a scarso d’assistenza e forse per cicatrice di manganello per protesta di contro legge. Che imparai dinamiche sofisticatissime d’universo da lavandaia a tempo perso, balia asciutta e odor di varechina. Altro seppi da pescatore silenzioso a barca a puzzo di cherosene e sangue di pesce raffermo, con ruga che solca il volto quale fiume di sale e fatica di sole. Che nessuno dei secondi ebbe allora a far mai guerra a tal altro, mai tirò indietro la mano a soccorso per chi vien dopo. Pure, a gengie sfatte, non smisero a riso per bimbo che passa, ch’io mi ricordo – che a denti non m’ero provvisto ancora – di tali sdentature di pace, ora che vedo biancheggiare nobili fauci di squali.”

Radio Pirata 37 (ad imboccar strada per viaggio)

Radio Pirata boccheggia a Trentasette, come suo conduttore che forse arriva a vedere, pur se ancora a distanza di sicurezza, fine di tunnel per barlume di luce lontana. Che poi s’appronta a viaggio di ricongiungimento con terra nefasta di sacri natali, dove scoglio attende occupazione permanente, come punto ad osservazione museale d’attivo orizzonte. Questo è cangiante a tempo, s’attrezza stupore autentico che si tinge di colore che vuole, oppure si mette maschera di libeccio quando in basso l’azzurro si gonfia di vento e schiuma, che sale straborda ovunque, ch’io me ne feci godimento autentico. Pure vado di musica.

Che scoglio camufferò di transatlantico, crociera a lusso sfrenato per appagamento d’ogni senso inesausto. Che fu tempo che invece varavo nave a giganteggiare per metri quattro da prua a poppa, a tanto di lampara per richiamo di seppia ed illuminare notte. E la varai ad affrontare intemperia notturna a potente motore di colpo di remo e basta, e mi feci a felicità irrefrenabile se bonaccia stirava superficie di mare a farne tavola di specchio. Che la notte è traversata tra l’onde che non lascia a vedere altro che non è notte, che stella di firmamento, luna anche a spicchio, talora non riesce a scalfitura di staffilata di luce, e preserva ricordo di sorpresa, adrenalina di scoperta, fuoco d’immaginazione dell’oltre la coltre. Musicando penso a notte.

Che talora immaginavo che non fui solo a colpire tavola di piombo fuso, a non far rumore per fuga di sgusciante creatura.

Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro, dove il mare è mare.” (Stefano D’Arrigo)

Ora su scoglio mi intravedo a desiderio di viaggio autentico di infinito a nessun movimento, che quello è viaggio che parte a dentro, a dentro si conclude, che rende però dentro sì tanto ampio ed infinito che non lascia viaggio a conclusione alcuna. Che viaggio a fermo immagine su scoglio immortala narrazione autentica d’unico viaggio d’avventura che fu senza compreso nel prezzo, pare esplorazione di tempo altro, affrontare temerario la distesa di vertigine del globo terracqueo.

È viaggio che mai potè fermarsi che esso reitera se stesso nel compimento ardito d’una ricomposizione permanente con la dimensione della scoperta ancora e ancora d’un tratto perduto di cosa che è dentro protagonista di viaggio.

Nè mai fu esausto il viaggio che si compì senza a spesa d’energia d’apparenza, che merita solo bagaglio leggero di bibita fresca, che offre a tiro d’occhio da piede frutto di mare e riccio a rendere essenza di ciò che è a vista a forma di gusto e oltre. Fatica di scoperta merita d’essere fatta con pensiero che cancella ogni ipotesi altra che non sia quel viaggio di ricongiungimento con l’immenso, che si riscopre identità di tutto e tutti che sanno aspettare per sbirciarne l’intimo dettaglio. La narrazione autentica si eviscera a cambio cromatico, a forme cangianti frequenti e repentine, a silenzio e risacche, a canto di dolore d’acqua che urta foro a roccia, che pare lamento di sirena, urlo di creatura che soffre e patisce, gabbiano che rivendica congiunto, caccia indesiderato a competizione di desco. Che chiudo anteprima di viaggio con musica a fondo di viaggio.

Radio Pirata 34 (per sopraggiunto disgusto)

Radio Pirata è a puntata di sostituzione di pensiero mio che s’affolla ma si rifiuta d’uscire a scoperta lettura. V’è tanto di orrendo che toglie forze e respiro, pure il quotidiano che è normalità pare concetto di normalità zoppa, a cospetto di follia cotanta che pare pazzo da catena chi non s’affastella a pensiero di normalità comune. Pure, forse, risultai pazzo anch’io che per sfinimento non parlo oggi, forse domani, ma lascio sempre spazio a giovani collaboratori che si fanno a manifesto per farsi ossa in territorio viscido di comunicazione. Io metto musica che faccio radio di servizio.

Direi che il dato più probante e preoccupante della corruzione italiana non tanto risieda nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e nella privata, quanto nel fatto che si rubi senza l’intelligenza del fare e che persone di assoluta mediocrità si trovino al vertice di pubbliche e private imprese.

In queste persone la mediocrità si accompagna ad un elemento maniacale, di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo segno, ma che alle prime difficoltà comincia a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli. Si può dire di loro quel che D’Annunzio diceva di Marinetti: che sono dei cretini con qualche lampo di imbecillità: solo che nel contesto in cui agiscono l’imbecillità appare – e in un certo senso e fino a un certo punto è – fantasia.

In una società bene ordinata non sarebbero andati molto al di là della qualifica di “impiegati d’ordine”; in una società in fermento, in trasformazione, sarebbero stati subito emarginati – non resistendo alla competizione con gli intelligenti – come poveri “cavalieri d’industria”; in una società non società arrivano ai vertici e ci stanno fin tanto che il contesto stesso che li ha prodotti non li ringoia”. (Leonardo Sciascia)

Le atrocità sollevano un’indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono “more”, “sudice”, dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. (…) L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell’istante in cui l’occhio di un animale ferito a morte colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – “non è che un animale” – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il “non è che un animale”, a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell’uomo è la parodia dell’uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della “proiezione morbosa” che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l’umano proprio come il diverso. L’assassinio è quindi il tentativo di raddrizzare la follia di questa falsa percezione con una follia ancora maggiore: ciò che non è stato visto come uomo, eppure lo è, viene trasformato in cosa, perché non possa confutare, con un movimento, lo sguardo del pazzo”. (Theodor Adorno)

Che a sottrazione di luttuoso lutto si disvelano le file, quali processionarie, a sguardo a sorriso spento ed occhio a nulla estatico, di corsa ad accaparramento che non c’è domani… “con la massa degli oggetti cresce… il regno degli enti estranei a cui l’uomo è soggiogato. È lo stadio supremo di un’espansione che ha ritorto il bisogno contro la vita. Il bisogno di denaro è quindi l’unico bisogno prodotto dall’economia politica, e il solo che esso produca“. (Guy Debord)

Al tempo quando non c’era il tempo (Allonsanfàn parte undicesima: Aldo Palazzolo)

Tempi di guerre hanno immagini univoche di madri che piangono figli morti. Stabat Mater dinnanzi al corpo straziato del figlio, non della divinità, ché le madri di ogni guerra, d’ogni intemperanza, non dovrebbero sopravvivere ai figli, per leggi di natura sovvertite da follie d’uomini.

Due millenni addietro, quel momento, che pareva cambiasse la storia, indusse la Veronica al gesto semplice, di Pietas, di ripulire il volto dell’uomo morto. Tale altro, a quel tempo o forse secoli dopo, ricoprì, il corpo martoriato dell’uomo, non con tessuti raffinatissimi, con il lenzuolo più miserabile. Quello, per sue grossolane filature, iniziò l’osmosi perfetta, lasciando che la struttura biochimica della linfa vitale, segregata nella natura mortale, si cristallizzasse casualmente tra le trame della materia inerte del manufatto. Vi rimanesse in un per sempre d’immagine perfetta. La morte, coi suoi tormenti, apparve raffigurata nelle stratificazioni alchemiche, superiori al tratto stesso di grandi pittori. La fotografia si manifestò a donne, uomini increduli. Tredici secoli dopo, il canto vertiginoso della donna che pianse il figlio ebbe pure versi giusti, tredici secoli. Tredici, che è numero che torna, giorno di martirio altro, per Lucia che assurse a protettrice della luce, la fisica che rende possibile la fotografia nelle chimiche portentose d’una camera oscura. La luce che torna dalle profondità del buio.

Aldo Palazzolo pare cogliere dalla Veronica il testimone di quei fatti, si concede natali il 9 luglio che è giorno di celebrazione della santa. Quindi, a virtù di tredici per santa della luce, scatta tredici immagini della trasfigurazione del volto della morte. Lascia che la camera oscura divenga la rappresentazione della morte, la riproduce nella casualità alchemica delle Liquid lights, disturbando lo sviluppo dell’immagine latente con gesti non preordinati. Il Kaos generatore fa sì che l’osmosi si realizzi nuovamente, e la scelta della stampa su lenzuola bianche a grandezza giusta ad avvolgere l’uomo, chiude il cerchio, ne riannoda le estremità corrotte, disgiunte. Il cerchio spezzato, simbolo della barbarie, si ricompone. La rappresentazione della morte diviene, al contempo, j’accuse portentoso alla violenza d’un mondo che non si rinnega, che anzi di quella si compiace, e articolazione d’una grammatica della Pietas, quale fu nel gesto della Veronica l’apertura d’una prospettiva altra e vertiginosa. Le immagini dialogano con ogni contesto, riescono a costruire una dialettica, non spariscono nella semplificazione del tutto bianco, tutto nero, restituiscono la complessità della vita, fanno della morte soltanto l’epilogo transitorio d’un ciclo irrisolto. Vita e morte non sono opposti, rappresentano soltanto tappe di un divenire, si arricchiscono ad ogni nuova orbita circolare compiuta, deridono il tempo, lo derubricano a variabile a favor di convenzione. La collezione di quei tredici scatti, diviene, dunque, naturalmente allocata “Al tempo quando non c’era il tempo”, l’infinito ciclico di chi sa che la morte si ripropone soltanto come conseguenza della vita, pure se la negazione della Pietas non dà mai per scontato il viceversa. L’umano che si annulla, non partecipa a quella dialettica, decide per la sua stessa definitiva consacrazione alla morte, ne sovverte i tempi naturali con la disgregazione involutiva del sé. Aldo Palazzolo, invece, si muove in direzione opposta e contraria, dà luce alla morte, e se con la sua rappresentazione caotica indica la caducità della vita, ne trasferisce l’essenza primordiale nella sua opera e ne nega l’assoluto, ricorda che solo la linfa vitale è in grado di riprodurre se stessa.

I teli impressi raffigurano la morte ma sono sorprendentemente vitali, dialogano con ogni luogo in modo diverso, discontinuo, vivono in un linguaggio complesso che catalizza un pensiero divergente rispetto al consueto. È confronto permanente con le cose, col tempo di cui nega il carattere destrutturante, ne amplifica le pulsioni taumaturgiche. Appare esposizione d’una fatta al Palazzo Riso di Palermo, assume aspetto altro nella Chiesa dei SS. Nicolò ed Erasmo di Modica Alta. Si fonde, in entrambi i casi, con l’insieme d’intorno, gioca a rimpiattino con le ombre, cattura la luce, crea una sensazione di catarsi, di cambiamento, lì dove invece, ad analisi poco attente ed avvedute, ancora convenzionali, pare illustri il disfacimento collegato alla morte. Il pensiero semplice, dunque, produce morte, e ne pretende precise raffigurazioni. La complessità, al contrario, ne coglie l’inevitabile contraddizione, ne trasforma l’ombra in amplificatore di luci, catalizzatore chimico d’altra vita. La dialettica tra gli arredi liturgici della chiesa dei SS Nicolò ed Erasmo, dipinti scrostati dal tempo, colori corrotti, e i soggetti di una parte delle immagini – le Mummie della Cripta del Convento dei Cappuccini di Savoca – impressionati sulle lenzuola di Palazzolo, appare il risultato di una narrazione costruita volutamente, non la sorpresa del caso. E se un drappo di colore dimenticato, sfuma nella raffigurazione esposta della morte trasfigurata sul telo, una mano che si alza fa altrettanto con un altro soggetto. Un gioco di equivoci, l’ironia del ricordo d’una struttura che ha smesso le sue falsità liturgiche per divenire luogo di creazione, contrasto, pensiero, progetto di vitale bellezza. Lo fa nel momento in cui derubrica al suo ruolo statutario e fondativo, si suicida nell’abbandono, denuncia se stesso in favore del percorso altro, inaspettato, divergente. La follia dell’incatenare la morte in rappresentazione mitologica, si trasferisce nella sua rappresentazione finalmente aderente al ciclo – circolare – della riscoperta della vita.

Gioco di specchi

“Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini” (Frida Kahlo)

Gli orizzonti ci raccontano di quanto effimeri siano i confini degli uomini, di quanto s’apprestino a divenire solo convenzioni brutali e disumanizzanti, atti di grigia e autobeatificantesi burocrazia. Perché la linea dell’orizzonte giammai sarà confine, piuttosto invoglia lo sguardo, la mente ed il cuore ad andarvi oltre, a cercarne la fine che non c’è. Ed è proprio quell’infinito prescrittivo c’apre fantasia e sogno, libera le coscienze di chi ha le giuste qualità dell’anima per provare l’ebbrezza del viaggio di scoperta. Non v’è forse financo nella natura il dono concesso alle sue creature d’aprirsi all’infinito? Non sono i promontori esposti al vento, brulli per definizione, protesi come infiniti occhi verso l’orizzonte? Non sono, ancora, le vette dei monti aperte perché si goda della meraviglia del tutto d’intorno? Vi fu un tempo che anche gli uomini s’erano avveduti del fatto, e costruivano le loro ipotesi d’architettura più celebrata perché aprissero lo sguardo, concependole solo come l’invito a guardare oltre. Così per certe piazze rinascimentali, passerelle per lo sguardo proteso ad esplorare mondi sconosciuti. Pure per certi templi greci che appaiono più trampolini verso il divino, che cubi di roccia che ritengono preghiere. I teatri dell’antichità dissimulavano la scena perché fosse in continuità solenne e vertiginosa con la striscia di cielo e mare che la chiudeva, con acqua e porti in un tutt’uno, a raccontare le gesta di viaggi infiniti ed estremi.

Empedocle, dopo aver assaggiato l’irrequietezza fiammeggiante della più alta delle vette, dovette per forza volgere lo sguardo a quella linea in fondo. E roteandolo in ogni direzione comprese che quella era la somma delizia, tale da non poter essere superata da altra esperienza. Quindi, tanto valeva farsi friggere in magma, nel convincimento che tanto il sommo piacere d’un viaggio immediato per tutto il mondo era appagato. Ammetto che, poco filosoficamente e con scarsa poesia, assai propenso a cose d’un pezzo più prosaiche, mi sarei acceso con l’incandescenza d’intorno una MS, e me la sarei goduta un tanto in più. Ed a dire il vero è esperienza che ripetei più e più volte, sinché almeno, lo sferzare gelido non m’induceva a raggiungere il buen retiro d’un rifugio dove si versava il vino giusto. Pronto, però, a ritornarci, o semmai a reiterare il lancio dello sguardo all’infinito da qualsiasi altra posizione mi sarebbe stata concessa.

Pare, secondo taluni, che quel senso di libertà cui invoglia l’orizzonte libero allo sguardo, sia l’anticamera della pazzia, forse persino la sua conclamata manifestazione, come in un bel ricettario codificato di psichiatra. Ci sono le prove, pare, appunto, e la memoria corre a Don Chichotte, lancia in resta, che si scaglia contro il mulino che si frappone tra lui ed il suo orizzonte d’amore. Il buon Sancho, invece, che è uomo saggio, compassionevole e giusto, urla il suo “signor padrone”.

Venne così il tempo della saggezza, ed ancora dura, in cui l’Homo Faber si mise in testa che più che il sogno, più che il volo di Pindaro, valesse la pena costruire il recinto per le menti. Dunque chiuse quegli orizzonti, mascherando la scelta col bel verde di tigli e cipressi, perché lo spettatore dell’infinito non s’avvedesse di quanto la sua natura d’esplorazione fosse stata sepolta dal tiranno. E dopo aver sradicato foreste e boschi, è divenuta preoccupazione imporre alla natura ciò che non le è mai appartenuto, tappare gli occhi. Ecco la volontà del renderla schiava, donna di servizio ed essa stessa aguzzina e carceriera della ricerca della terra d’Utopia.

I confini sono scritti col sangue degli eroi, gli orizzonti, invece, sono tracciati dalla fantasia dei pazzi e dei visionari. Oggi, che il sangue è finalmente al potere, la fantasia è prigioniera delle segrete dell’oscuro presagio della fine del gioco. E di emuli di Don Giacomino da Recanati, che vincono l’asfissia d’una siepe con semplice sguardo di dentro, non è che ve ne sia una pletora a far fila. V’è invece il tutto pieno di condannati a quel contrappasso dell’inseguire la propria coda nel tentativo d’azzannarla, convinti si tratti del nemico più feroce.

Ma puoi metterla come vuoi, proprio come ti pare, ti puoi mettere a negare l’evidenza, travestirti di certezze granitiche circa la collocazione delle tue chiappe al centro dell’universo, immaginarne l’assedio di quella cosa infida e sgusciante che rifugge dalle tue zanne, ma pur se non t’avvedi dell’esistenza d’un orizzonte diverso, quello c’è comunque, ed oltre quello c’è qualcuno o qualcosa, così come, ti piaccia o no, tu sei esattamente quel qualcuno o qualcosa che c’è oltre l’orizzonte di qualcun altro.

Immagina (Allonsanfàn parte nona: la scuola oltre la scuola)

È cominciato tutto come progetto di Giornalismo Televisivo per bambine e bambini, ragazze e ragazzi, come ce ne sono molti in giro per lo Stivale, a cura di associazioni culturali, centri di aggregazione, parrocchie, scuole, tanti da riempire pagine gialle. Ma è subito evidente che quell’esperienza è anche altro.

Rispetto a certi laboratori scolastici non si è consumata la liturgia della compilazione delle tabelle, per tempi destinati, risorse, e poi l’approvazione, lo sgranarsi asettico di abilità, conoscenze, competenze, obiettivi, finalità, l’analisi delle ricadute, gli strumenti di valutazione. La cosa ha preso un’altra piega, a partire dalla oggettiva originalità dell’esperienza, la qualità di ciò che veniva prodotto. L’amministrazione comunale di Modica concede a quelle bambine e bambini, a quelle ragazze e ragazzi, uno spazio proprio dove continuare ad incontrarsi, una vecchia chiesa abbandonata nel quartiere di Modica Alta.

La ripuliscono, recuperano altari, cantoria, pulpito e sacrestia, la trasformano in luogo d’aggregazione, mettono su una biblioteca (incredibilmente cartacea) ma, soprattutto, quelle bambine e bambini, ragazze e ragazzi, 50 in tutto, d’età compresa tra i 7 ed i 17 anni, si organizzano, cominciano a ribaltare il paradigma che li relega a passivi recettori delle progettazioni di adulti, scelgono invece loro cosa fare. Iniziano un’interlocuzione serrata con le istituzioni, con le scuole, con associazioni ed enti culturali, programmano percorsi, promuovono eventi, si integrano nel territorio, ne divengono soggetti attivi, attori protagonisti della sua valorizzazione, disvelano identità culturali, ne trovano la sintesi con i nuovi strumenti espressivi. Il quartiere, quella parte di centro storico che s’allontana dai fasti da cartolina della Modica più in basso, quella che si istoria del barocco patrimonio dell’umanità, li accoglie, li riconosce. Quando occupano il piccolo slargo dinnanzi alla chiesa per il biomercato non se ne lagna nessuno, “ci organizziamo” dicono, anche se quel budello si restringe in altre curve e quei pochi posti d’auto disponibili fanno comodo, che il resto del quartiere è vicoli, scale, strade strette, difficile percorrerlo a quattro ruote, impossibile parcheggiarvi. Nell’estate del 2021 progettano e realizzano Le Vie dell’Immaginario, un percorso esattamente per quelle strade quasi dimenticate che non s’avvedono della mondanità donata dai passaggi di Montalbano. Trasformano piccole chiese, cortili, frammenti di archeologia incastonati tra i vicoli silenziosi in luoghi per esporre opere di artisti che celebrano i cento anni dalla nascita di Federico Fellini, i suoi film. In chiesa si ricostruiscono, con grande attenzione per i dettagli, scene significative dei film del regista di Otto e Mezzo. In tutto ci vanno quattromila persone. In cantiere c’è Le Vie dell’Immaginario per il 2022, dedicato ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Quest’anno il gruppo si formalizza nell’associazione Immagina, un nome che evoca volontà di prodursi in un’idea, in una visione, dentro cui si consolida una matrice etica, non come prospettiva astratta, piuttosto come abito da lavoro. L’associazione ha una struttura politica, nel senso che recupera il significato etimologicamente più puro e profondo del termine, da quel concetto dimenticato della Polis greca, consolida i legami attraverso un rapporto orizzontale e democratico, si confronta e costruisce comunità, sistemi di relazioni. La capacità di strutturare percorsi culturali e, in definitiva, la loro realizzazione, prescinde da una visione “scolastica” dell’associazionismo, nemmeno appare mai autocelebrativa. Dei processi di formazione sociale recupera, invece, d’istinto, per osmosi, i paradigmi propri delle esperienze pedagogiche più innovative, il dialogo, la relazione tra pari. Offre un’opzione di sperimentazione civile di notevolissimo interesse, un punto di riferimento da cui attingere informazioni, proposte, modalità operative anche per la scuola. In questo senso si prefigura, anche per l’età di chi fa parte di Immagina, come una sorta di scuola oltre la scuola, dove il libro di testo s’accompagna alla pratica costruttiva del concepimento d’un nuovo vocabolario, d’una nuova grammatica della condivisione e della relazione sistemica. Lo sguardo ed il punto di vista di queste ragazze, di questi ragazzi, non si ferma al vissuto quotidiano del proprio territorio, si interroga sulle dinamiche sociali, sulle grandi questioni, con un approccio ragionato. Bellissimo, in questo senso, il video “Grammatica di pace”, per la qualità della realizzazione, la profondità del testo, immaginifico manifesto d’autentica, appassionata, sentita opposizione alla guerra. Il prodotto finale della loro azione quotidiana è libero da condizionamenti, è frutto di creazione dal basso, condivisa, non è giudicabile con pagelline o inutili pletore di indicatori che il mondo degli adulti pretende quale sterile quantificatore della formazione degli adolescenti, financo per misurarne la maturazione della personalità. I legacci burocratici della scuola appaiono d’improvviso inutili al cospetto di energie liberate: nessuno lì resta indietro, s’avverte la precisa prospettiva che ciascuno può dare qualcosa al collettivo, ricavarne molto di più in cambio, e questi ragazzi ne sono consapevoli. Si muovono dentro questo ruolo con naturalezza sorprendente, quasi a significare che v’è, in una generazione ritenuta da più parti inadeguata – l’alibi perfetto per burocrati indistinti per ingabbiarla ulteriormente dentro strutture piramidali -, un enorme potenziale relazionale inespresso. Potenziale che si libera, produce risultati imprevedibili e spiazzanti, che nulla hanno da invidiare qualitativamente alle produzioni cosiddette mature. Immagina è laboratorio sociale, culturale, politico in senso lato, dimostra sperimentalmente quanto sia dirimente ed indispensabile allontanare dai percorsi formativi le derive burocratiche, gli artefatti della valutazione, del giudizio, mostra, in definitiva, l’urgenza di ripensare radicalmente le prospettive educative e pedagogiche, gli spazi aggregativi dentro e fuori la scuola. Poiché sicuramente esiste una peculiarità della scuola delle conoscenze, dei saperi disciplinari, che necessita di più cospicui interventi in risorse umane, economiche e strutturali, non si può, al contempo, non pensare ad una scuola anche delle competenze relazionali, della critica, delle pratiche democratiche, dell’immaginario e della fantasia, nemmeno si può continuare a concepirla senza tempi ampi, ingolfandola nel burocraticismo di progettazioni verticistiche, sradicate da contesti e peculiarità umane e sociali, in definitiva dai talenti.

Immagina