L’analisi del voto

Non posso mica farmi a sottrazione d’analisi del voto, che di mia coscienza civica d’impegno assai sociale ve ne sarebbe poi soltanto traccia residua. Che quindi non m’astengo a siffatta valutazione che di risultato scontato val la pena di chiacchierare. Prima, che mi pare cosa assai importante, vado di musica, ma non di qualsiasi musica, ma per saluto ad ultimo grande che ci ha lasciati, che forse non era il più grande ma che a trovarne uno tra i vivi pare impresa disperata e tra i morti pure non ce n’era a bizzeffe così.

Insomma, valutazione del voto è che prescinde da risultato che pareva già scritto, ma non v’era a confronto di disfida durissima molto più di quanto non emerse da feroce dibattito elettorale tra contendenti di grande arguzia e spessore per contendimento di presidenza a nuovo mandato di Circolo della Bocciofila. Ché se c’è rischio di scoppio universale di bomba che tutto pianeta pare Hiroshima, non è a discussione come faccio a fare disinnesco, ma da quale parte pigio pulsante per spettacolo di fungo atomico. Se cambio di clima fa disastro pure a tempo di fine estate, che paeselli a placidi torrentelli paiono terre di grandi e furibondi monsoni, che montagna altissima non ha cubetto di ghiaccio per farsi un gin, se fertile pianura, motore di sviluppo, pare Patagonia di disperazione, senza manco orizzonte a sguardo libero per affanno d’assembramenti a capannone dismesso, a campagna elettorale pare tutto a scordo che mantenimento di grande trogolo non consente visione globale a smetto inquino a quanto mi pare, ché alleanza è a preservo, a prescindere, di immensa mangiatoia locale e di provincia.

S’ode a destra squillo di tromba, da sinistra risponde gran sbadiglio, che a continuo potrei per pagine e pagine. Ma io son nessuno, e tale resto, pure se, d’improvviso, mi trovai a maggioranza di paese, primo partito senza appello, in fulminante crescita ma che non va a governo, né mai ci andrà. Ma quanto mi parve inutile tutto a confronto di gesto di immensa semplicità di Hadis Najafi, che a vent’anni muore perché ebbe pretesa di farsi coda ai capelli per testa libera, metafora portentosa di pensiero che – quello sì – vola alto, a spettinare e ricomporre.

Ciao Pharoah!

A non sprecar tempo

Esiste una specie di morti viventi, di gente banale che a malapena ha coscienza di esistere se non nell’esercizio di qualche occupazione convenzionale. Portateli in campagna o imbarcateli su una nave e vedrete quanto si struggeranno di nostalgia per il lavoro o il loro studio. Non sono mossi da curiosità, non sanno abbandonarsi alle sollecitazioni del caso, non provano piacere nel mero esercizio delle loro facoltà, e, a meno che la necessità non li incalzi minacciandoli con un bastone, non muoveranno un dito. Non vale la pena di parlare con gente simile: sono incapaci di abbandonarsi alla pigrizia, la loro natura non è abbastanza generosa; e trascorrono in una specie di coma le ore che non sono applicate a una frenetica furia di arricchirsi.” (Robert Louis Stevenson)

Il mare frenesie non ne vuole, pretende attese. La lampara che corre lungo la costa di notte è capace di rimanere senza una sardina per gran parte del tempo. Poi, a che la pesca pare finita, si riempie di seppie. Quindi l’attesa non fu mai tempo perso, che quella va impiegata bene, non può essere giocata come fatto inutile.

E nell’attesa si consuma la consapevolezza che qualcosa è ad accadimento, pure se non è certo, dietro l’onda ci sta che c’è. Pare, l’attesa, messa lì a bella posta a riflessione sul tutto, che è vuoto che si può riempire. Il pieno a colmo di spazio e di tempo è già finito, non va oltre ciò che è stato, non accetta evoluzioni altre. Il vuoto è desiderio, è sorpresa di scoperta per ogni cosa possa colmarlo un poco. È insegnamento di mare questo, che mare è immenso vuoto a certe ore, tanto che non se ne vede confine autentico. Ma è pieno d’ogni attesa, pieno d’ogni ricchezza solo se ne voglia prendere quello che ci tocca. E ci tocca quello che siamo riusciti ad aspettare, che non ci venne a sottrazione d’impazienza. Forse nemmeno arriva altro che quella vista, che è già tutto, pure gratis, non si paga niente per vederla.

Radio Pirata 30 (a singolar tenzone)

Radio Pirata si fa Trenta, che è prima di Trentuno quasi sempre. Che essere conseguenziali, pure precisi, è cosa che si conviene a strutture serie, che Radio Pirata tale è, o forse, come da premessa pare tale, quasi. Che c’era desiderio esaudito che faccio puntatone a talk show e invito, quale salotto buono, ospite a pago a cottimo, un tanto a minchiata, a speranza, che fa grande audience, che intellettualume poi se le dà che faccio share che pare borsa a volo ad altissima quota per predisposizione di guerra. Che Radio non manca però di suo compito definitivo che è di porre a musica la sensazione di scorribanda che è ad insito in suo nome.

Che subito mi viene a mente tale che ci fui a lezione, pure mi tocca di invitarlo per proporre questione seria, che a causa d’impedimento mi mandò sua frase che casca a fagiolo per cosa precisa. Che mi posi problema di come pandemia è sconfitta ex legis e scienziato pare sparito, ch’egli, a previsione di tale domanda mi scrisse “Pensiamo che la scienza sia obiettiva. La scienza è modellata dalla società perché è un’attività umana produttiva che richiede tempo e denaro, e dunque è guidata e diretta da quelle forze che nel mondo esercitano il controllo sul denaro e sul tempo. Le forze sociali ed economiche determinano in larga misura ciò che la scienza fa e come lo fa” (Luigi Luca Cavalli Sforza)

Egli pure suggerì che razza non esiste e primo fu a dimostrazione, che se uno dice tale uomo è diverso da altro, a conseguenza, pare razzista, che ci scrisse pure Manifesto assieme a banda d’altro scienziato che c’era anche tale Rita Levi Montalcini.

Che egli qui mi pare esagerò, che se vero fosse questo che dice, se governo di migliori dice che tale profugo per guerra si può accogliere, pure a cambio di doblone a frutto di solidarietà, e tal altro, invece, per guerra altra, se ne può andare a deserto ramingo o a carcere a voce di spesa patria, sempre a deserto, e se scappa muore d’annego, pare sia razzismo anche quello. Che come fa governo di migliori a essere a razzismo conclamato, pure a norma di firma ceralaccata di norma, che ci ha a sostegno grande, glorioso e giusto partito di sinistra? Se veniva, il Professore, a salotto buono di talk show di Radio Pirata, ci sta che c’era cazzotto certo. E vado a musica a giusto stacco a stemperare tensione di singolare tenzone.

Volevo invitare anche tal altro che scrive e fa di scrittura mestiere, ma ci sta che poi finisce a cazzottatura, ch’io non mi metto a separazione di contendenti che ci ho menischi malmessi, ch’egli voleva venire pure da posto che d’ultimo e ha sconforto, per dire cosa che mi mandò promemoria. “la schiavitù non è altro che il profitto di pochi del lavoro della massa. Perché la schiavitù possa essere abolita è necessario che gli uomini non sfruttino più le fatiche delle masse e che considerino vergognoso e vile tale sfruttamento. Intanto si fa in modo che venga nascosta la forma esteriore della schiavitù e che venga abolito il mercato degli schiavi; così facendo tendiamo a persuaderci che non esiste più la schiavitù e non vediamo e non vogliamo vedere che invece continua a esistere, dal momento che tutti gli uomini continuano a credere che sia giusto sfruttare le fatiche altrui. E poiché quest’opinione resiste, ci saranno sempre quelli più furbi e più forti che si credono in diritto di farlo.” (Lev Nikolajevič Tolstoj)

Che finisco a saluto con poesia di tale che è a colore giusto per convenzione amministrativa, dunque non contraddico norma ch’egli qua già c’era, pare non ci arrivò a barcone di sfollato.

Nun mi lassari sulu

Ascutami,
parru a tia stasira
e mi pari di parrari o munnu.

Ti vogghiu diri
di non lassàrimi sulu
nta sta strata longa
chi non finisci mai
ed havi i jorna curti.

Ti vogghiu diri
chi quattr’occhi vidinu megghiu,
chi miliuna d’occhi
vidinu chiù luntanu,
e chi lu pisu spartutu nte spaddi
è diventa leggìu.

Ti vogghiu diri
ca si t’appoji a mia
e io m appoju a tia
non putemu cadiri
mancu si lu furturati
nn’assicutanu a vintati.

L’aceddi volanu a sbardu,
cantanu a sbardu,
un cantu sulu è lamentu
e mori ntall’aria.

Non calari l’occhì,
ti vogghiu amicu a tavula;
e non è veru mai
ca si diversu di mia
c’allongu i vrazza
e ti chiamu frati.

Frati ti sugnu e cumpagnu
calatu a scippari i spini
chi nsangnunianu i pedi:
frati e cumpagnu jisatu
a sfardari i negghi
e astutari i lampi:
frati e cumpagnu
si scattanu i trona
e trema a terra,
si spunta u suli e l’abbrazza.

Unu nun fa numiru,
nascemu pi cantari nzemmula
e non pi lassari
eredità di lacrimi
e ripitìu di lamenti. (Ignazio Buttitta)

Non mi lasciare solo
Ascoltami, / parlo a te stasera / e mi pare di parlare al mondo. // Ti voglio dire / di non lasciarmi solo / in questa strada lunga / che non finisce mai / e ha i giorni corti. // Ti voglio dire / che quattro occhi vedono meglio, / che milioni d’occhi / vedono più lontano, / e che il peso diviso sulle spalle / diventa leggero. // Ti voglio dire / che appoggiato a me / e io appoggiato a te / non possiamo cadere / nemmeno se la bufera / c’insegue a ventate. // Gli uccelli volano a stormo, / cantano a stormo, / un canto solo è lamento / e muore nell’aria. // Non abbassare gli occhi, / ti voglio amico a tavola; /e non è vero mai / che sei diverso da me / che allungo le braccia / e ti chiamo fratello. // Fratello ti sono e compagno / curvato a strappare le spine / che insanguinano i tuoi piedi: / fratello e compagno alzato / a lacerare le nuvole / e a spegnere i lampi: / fratello e compagno / se scoppiano i tuoni / e trema la terra, / se spunta il sole e l’abbraccia. // Uno non fa numero, / siamo nati per cantare assieme / e non per lasciare / eredità di lacrime / e ripetuto di lamenti.

E buona domenica assai con musica a favore di vento, pure se di colore fuori legge.

La guerra è finita

Lo spettacolo è il brutto sogno della società moderna incatenata, che infine non esprime che il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il custode di questo sonno (…) Lo spettatore più contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la propria esistenza e il proprio desiderio.” (Guy Debord)

Che vado di musica, ch’è meglio.

Io, con le cose di finanza, ho poca dimestichezza, praticamente so che esiste la vil moneta, ma lei mi evita, e pure io non la cerco che non saprei dove. Poi, da che mi sono fatto prof, questo rapporto è divenuto assai più evanescente, ancorché la cosa sia a concreta spiegazione in mutui più spese varie.

Che l’ultima volta ch’ebbi a che fare con banca, mi ci trovai a sportello, con direttrice una zia, donna devota, cortese e garbata che, come altre congiunte, causa mia scelleratezza riguardo alle cose del mondo, ma anche alle vicende mie di spirito, mi diseredò ad libitum. Tra le tante nefande cose da me compiute, di cui mi rendo conto e mi dolgo con desiderio di contrizione prolungata, vi fu quella che feci allora, allorché la pia donna mi invitò ad accomodo nel lussuoso ufficio di cui era comandante suprema. Premetto che, a quel tempo, operando in qualità di pennivendolo, godevo di miglior fortune economiche, tanto da potermi garantire, qualora avessi insistito, ruolo su questa terra qual ricco e spietato, pari a Conte di Montecristo. Optai, com’è noto, per depilazione da pelo allo stomaco, finendo per professoreggiare in attesa di rinnovo contrattuale come deserto attende pioggia. Ma in banca c’ero per versare assegno di lauto compenso professionale per scrittura a cottimo, che Ella, la pia zia, mi richiamò all’ordine, che parevo – mi rimproverò – che avessi soldi a libretto postale, come becero pensionato a procaccia di favori di cassa mutua. Mi paventò destini aulici di arricchimenti sorprendenti con colpi d’obbligazioni, titoli e derivati. Io, irrispettoso, egoisticamente legato al tirare a campo più che a destini fulgidi, optai per chiusura di conto immediata con esito finale del risparmio a libretto postale. Poco importa se la banca, da lì a poco, si sorprese gambe all’aria, che questo è prezzo che si paga a progresso, che la pia zia, piè veloce, si sottrasse a disfatta con pensione d’anticipo. Riconosco, però, virtù di competenza d’alta finanza a taluni che non siedono ad alto scranno. Tra questi, il mite Giorgio, storico centralinista di Camera del Lavoro, lo è a spanna sopra gli altri. Che con lui, bicchier di vino e fiasco poco distante, cercai di capire se guerra fosse. Ch’egli mi disse di no, che non sarebbe stato necessario che l’obiettivo era raggiunto, la guerra già vinta ed il nemico domo. E io, già ad elmetto, mi schernii per notizia di spiazzo. Che mi spiegò che in realtà virtuale, la guerra annunciata a reti unificate, significava schizzo di prezzi, dunque casse di stato piene ad IVA ed accise d’ogni bene, a ripianar debiti da pandemia, a risalita di PIL per bonus a bandito maggiore, per sgonfio di bolla. Che mi sfuggiva chi fosse il nemico domo, ch’egli, saggiamente rispose: “non t’avvedi di colpo d’obice ad alzo uomo ricevuto a buca della lettera e a cassa di spesa?”.

Le cere perse

Che è finito uno in tramoggia, proprio a due passi da casa mia (rende liberi, il lavoro), mentre il bollettino d’altro è cammino impietoso, e il teatro dell’assurdo è a scheda bianca e voto Topolino – o Minnie, per quota rosa – pare che fa il palio con farsa scritta a mano manca. In giorno di memoria mi sovviene che a memoria di passato non abbiamo occhi per oggi. Vado di musica, che esagero, che i tempi vanno di fretta, e ve ne passo che dura a stonfo, ad aprire e chiudere, pure ad inframezzo, se vi pare.

Ad essere nessuno io ci guadagno, che posso anche star zitto, che tanto anche se parlo non conta niente, che ho in testa, ormai, solo scoglio a mare aperto, che quello basterebbe, quello m’aspetta.

Mi sono fatto Repubblica di silenzio, indi e per cui, faccio ambasciatore mio altro d’altri tempi, di più titoli e parole inesauste delle mie, che il tempo non passa, che quel ch’è scritto ieri pare per l’oggi uguale.

“L’uomo, si dice. E noi pensiamo a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, e a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo all’offesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche a tutto quello che in lui è offeso, e ch’era, in lui, per renderlo felice. Questo è l’uomo. Ma l’offesa che cos’è? È fatta all’uomo e al mondo. Da chi è fatta? E il sangue che è sparso? La persecuzione? L’oppressione?

Chi è caduto anche si alza. Offeso, oppresso, anche prende su le catene dai suoi piedi e si arma di esse: è perché vuol liberarsi, non per vendicarsi. Questo anche è l’uomo. (…) Ma l’offesa in se stessa? È altro dall’uomo? È fuori dall’uomo?

Questo è il punto in cui sbagliamo.

Noi presumiamo che sia nell’uomo solo quello che è sofferto, e che in noi è scontato. Aver fame. Questo diciamo che è nell’uomo. Aver freddo. E uscire dalla fame, lasciare indietro il freddo, respirare l’aria della terra, e averla, avere la terra, gli alberi, i fiumi, il grano, le città, vincere il lupo e guardare in faccia il mondo. Questo diciamo che è nell’uomo. (…)

Ma l’uomo può anche fare senza che vi sia nulla in lui, né patito, né scontato, né fame, né freddo, e noi diciamo che non è l’uomo.

Noi lo vediamo. È lo stesso del lupo. Egli attacca e offende. E noi diciamo: questo non è l’uomo. Egli fa con freddezza come fa il lupo. Ma toglie questo che sia l’uomo?

Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! O uomo!

Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lagrime? Ecco l’uomo.

E chi ha offeso che cos’è? Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo.” (Uomini e no, Elio Vittorini)

Sono colpevole

Il nostro tempo preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere. Ciò che per esso è sacro, non è che l’illusione, ma ciò che è profano, è la verità.” (Guy Ernest Debord)

Mi disse, amico caro a perduta conversazione, mentre leggeva le pagine di questo blog, che poco gli sconfinferava ch’io nascondessi la mia identità. Che mi toccò di spiegare che non la nascondevo affatto, che quell’altro me che s’aggira per il mondo, se taluno dalla finestra ne urla il nome assieme a cognome, altri non si volta che lui. Rivendicavo, piuttosto, l’essenza del mio nulla nell’essere nessuno, che quello, ad oggi, m’appare atto finalmente eversivo, di dissacrante irriconoscenza verso il mondo d’intorno ricco di sgomito.

Poi, a continuare, mi relegò a discussione sull’oggi che trema d’impietosa decadenza, d’informazione negletta, pure mi girò pletore e più di millanta scritti a web e video che – sempre a dire suo – smantellavano il mainstream. Che ci sono termini dell’oggi che mi lasciano simpatie urticanti, che pare ci siamo persi s memoria di semplice apparentamento d’nformazione a potere. Che se Pasolini, a stigma di Villa Giulia, come Sciascia sui professionisti dell’antimafia, anziché il paginone roboante del giornalone, avessero usato altro mezzo, forse non avrebbero fatto etto di danno ad essere ignorati, che tanto si son confusi di tiramenti di giacchetta. Che poi, mi domando e dico, quale sarebbe la ragione che più mi sfuggì, che rende faccelibro et similia, dei tre o quattro più ricchi del mondo, pure per click d’antagonismo, meno mainstrimmanti? Che ho odore d’appattamento, di gioco di parti. Dunque, m’annessuno volentieri, pure più volentieri di sempre.

E nel mio annessunarmi ancor più eversivo, m’è balenato per la testa che non avevo fatto degni auguri al caro collega in pensione. Neppure mi viene d’andarlo a trovare che, in là con gli anni e preda facile d’acciacchi pesanti, rischio, ad auguri sentiti, d’aggiungere carico da novanta da scuola sicura. E così m’avvenne di mettermi a rovistare, sino a scorgere in fondo a cassetto, stipato d’ogni scemenza mi scordo di far monnezza, due fogli, due, che lì mi pareva d’averli lasciati, di carta martellata di un qualche remoto pregio. Ne inserisco prima l’uno quindi l’altro nella vecchia tedesca, e batto tasti meccanici a testo d’affetto, a ricordo pure d’altro collega, che ci ha fatto scherzo d’abbandono anzitempo. Poiché avevo necessità impellenti di prelievo di contante a bancoposta, m’avanzavano 95 centesimi per spedizione ordinaria, e consegnata la busta alla solerte funzionaria, con tanto di destinatario accompagnato da mittente, me ne sono tornato a casa, guardingo, che quello mi parve davvero atto eversivo, pure con tanto di firma ad autodenuncia.

Ultimo atto?

Arrivato all’ultimo tampone mi pare che mi devo fare pure l’RCA, che non c’è cautela che basti. Se mi va bene domani mi danno il foglio di via libera. Fino all’ultimo inciampo, ch’è scritto pure su fondi di caffè che c’è. Libero tutto, ma di DAD mi cavo gli occhi, e mi si abbassa la palpebra sopra l’oscurità di sotto. Nemmeno mi viene di indugiare a monitor, ch’è roba ormai da tormento, da ferri caldi sotto le unghie. Che mi verrebbe di scrivere ma diottrie esauste m’invitano a frugare in archivio che una cosarella che scriverei pure ora l’ho trovata. Nasi strippati a tamponi ardenti, occhi rifusi, mi rimangono orecchie, e se ne avete altrettante, partite di musica, con quella leggete, se vi viene, che non vi porta scompenso, pure s’è ritrito.

“Le finestre, talvolta, sono copertine di libri aperti, le porte finestre lo sono di grossi tomi che s’aprono sulle distese di pagine di terrazzi e balconi. Libri di memorie, diari di viaggio, appunti per una fuga. Pagine ancora intonse, da riempire di parole. Mi sono convinto che il Borneo di Salgari deve essere stato scritto su quelle pagine. C’è un momento migliore degli altri per scriverci sopra, quando s’apre la copertina rigida e fuori è appena l’alba. Fa ancora freddo, e l’aria t’entra sotto la pelle, cerca riparo, s’apre varchi e risveglia le curiosità della notte. La luce non mostra ancora la consuetudine, ma fa della penombra l’anticamera della scoperta, come se alla sua esplosione il già visto dovesse trasformarsi nell’inattesa sortita della sorpresa.

Stamane era fresco su quelle pagine, ed il fiume di sotto s’intravedeva appena, una striscia dorata, sottile per le piogge mancate. Poi i raggi più impertinenti, come un re Mida al contrario che ha cambiato fornitore di stupore, lo trasforma in un budello color rame. E mi viene di lanciargli una bottiglia – ho avuto tempo a sufficienza per procurarmene una vuota, pure con tanto di tappo a tenuta – perché la consegni al mare con un messaggio, un pizzino da niente su cui ho buttato uno scarabocchio, giusto tre parole in fila. Ma mi viene, così per scherzo, l’idea di anticipare la bottiglia. E allora mi precipito su un tronco, una zattera, una canoa, pure un canottino gonfiabile va bene, a favore di corrente sino al mare. Lì c’è bisogno d’altri mezzi, roba cui cazzare la randa e il fiocco per cogliere tutto il vento necessario a strappare nodi alle onde, schivare la fiera famelica, le cannoniere portoghesi, i brigantini di sua Maestà, appena una sosta per un bicchiere buttato giù d’un fiato con i pirati, e poi ancora verso Sud. Sino all’approdo su una Ferdinandea che non c’è sulle carte, naufrago su una spiaggia di vetro, con la mia scorta di prugne secche, cucunci e vino.

La speranza è che un’eruzione improvvisa non mi cancelli con lo scoglio, sprovveduto emulo d’Empedocle, per di più pigro poiché per nulla propenso ad accettare la sfida dell’ascesa vertiginosa al grande vulcano, solo oziosamente sdraiato ad un passo dalla risacca. Ma se proprio deve succedere, almeno fammi ritrovare prima la bottiglia, il messaggio che mi sono mandato per vedere se sono più veloce di me stesso. Eccola là, la bottiglia, mentre si sente il brontolio sottomarino della bestia che risorge. Tra la pomice del bagnasciuga strappo il tappo, e sul postit, che con le cartolerie chiuse di meglio non ho trovato, le tre parole in fila : Appena posso arrivo.”

A Love Supreme

Il mio compito di musicista è trasformare gli schemi tradizionali del jazz, rinnovarli e soprattutto migliorarli. In questo senso la musica può essere un mezzo capace di cambiare le idee della gente”. (John Coltrane)

Sono passati quasi sessant’anni da quando esiste A Love Supreme, il brano più iconico dell’intera discografia di John Coltrane. Impulse pubblicherà, questo 22 Ottobre, la registrazione di una ormai mitica performance al club The Penthouse, a Seattle. Al Classic Quartet, la formazione tipo con cui Coltrane si esibiva, con McCoy Tyner al piano, Elvin Jones alla batteria, e Jimmy Garrison al contrabbasso, in quell’occasione – ed in altre a seguire – si aggiunsero il sax tenore di Pharoah Sanders (considerato il suo erede naturale insieme ad Archie Sheep), il contralto di Carlos Ward, ed il contrabbassista Donald Raphael Garrett. Roba che, se fosse Fantacalcio, si vincerebbe facile. Seppure ne esistano dal vivo numerose altre registrazioni, questa di A Love Supreme assume una rilevanza del tutto particolare, poiché Coltrane non riprodusse quasi mai dal vivo l’intera suite in quattro movimenti proposta nella prima edizione in studio. La registrazione – privatissima – è rimasta pressoché sconosciuta, se non a pochi fortunati eletti, poiché gelosamente custodita nella collezione privata del sassofonista Joe Brazil. Tuttavia, ogni singola versione di A Love Supreme non appare come semplicemente riproposta o, a seconda dei punti di vista, rinata, sembra piuttosto proseguire in un loop vertiginoso e definitivo, come se non smettesse mai di riprodursi all’infinito, come non avesse inizio, pure fosse senza fine. Riparte, piuttosto, da dove s’era interrotta l’ultima volta, s’arricchisce d’arabeschi orientali, di pulsioni identitarie, di spirito e corpo. Concepita come opera spirituale, religiosa, travalica le dimensioni consuete della liturgia e diviene immanente, materica, palpabile. Dentro c’è la storia del Jazz, il blues, l’estasi quasi orgasmica del Gospel, le atmosfere soffuse e dilatate del jazz modale, le feroci improvvise staffilate del free. A Love Supreme è opera politica in senso stretto, ne recupera, potremmo dire, l’etimologia più pura, dal concetto stesso di Polis. Pure, in questo senso, è opera eversiva, anche qui nel senso più autentico dell’e-vertere latino, il cambiare direzione radicalmente. Va oltre il senso d’una ricerca interiore, d’una esecuzione perfetta – che con quel po’ po’ di band non doveva essere nemmeno complicato si realizzasse a livelli elevatissimi -, ma avvolge chi l’ascolta, lo trascina dentro una nuova consapevolezza, rendendolo partecipe di un progetto umano evolutivo, ancor prima che musicale. Il sax di Coltrane, ben prima che si concluda la prima parte, Acknowledgement, è strumento d’un afflato comunitario, penna d’abilissimo narratore. L’omaggio a Dio è al contempo inno ad un’umanità ritrovata, o forse sperata, abbraccio di fratellanza, fusion tra corpo ed anima, tra trascendenza e sangue e sudore. Il tappeto ritmico, potente ed ossessivo, ipnotico, appare letteralmente straziato dalle note tirate del sax. Sensazioni distanti, pacate meditazioni, ed urla lancinanti di dolore, si susseguono senza soluzione di continuità, creando una fitta rete emozionale che non è mai contraddizione dicotomica, piuttosto rappresentazione di un complexus sorprendente, dove ogni dettaglio, la meno percettibile sfumatura, ha un ruolo determinante nel definire una narrazione epica.

Non resta che attendere con ansia questa registrazione, poiché è proprio nella natura dell’opera che sia presente un pubblico che vi interagisce emozionalmente e che dialoghi con musica e musicisti, che divenga contrappunto necessario alla partitura della prima incisione in studio, perché questa prosegua il suo intenso ed indefinito viaggio di scoperta e trasformazione.

A Love Supreme: Live in Seattle (Impulse! Records/UMe)

A Love Supreme, Pt. 1 – Acknowledgement (Live in Seattle/1965)

Interlude 1 (Live in Seattle/1965)

A Love Supreme, Pt. II – Resolution (Live in Seattle/1965)

Interlude 2 (Live in Seattle/1965)

A Love Supreme, Pt. III – Pursuance (Live in Seattle/1965)

Interlude 3 (Live in Seattle/1965)

Interlude 4 (Live in Seattle/1965)

A Love Supreme, Pt. IV – Psalm (Live in Seattle/1965)

Recorded by Joe Brazil at The Penthouse, Seattle WA.

Oscure visioni 2 (la vendetta)

Ancora mi ricapita, che è cosa che si ripete. Dev’essere la fase di stanca che m’assilla da oltre un mezzo secolo, e che ora mi straborda le ultime trincee, quelle che sino ad ora avevano resistito. Mi viene in mente una cosarella, penso che sia interessante, ci ragiono un attimo, quasi mi butto a buttarla giù, e poi m’addivengo a conclusione che l’ho già scritta. Dapprima m’arrovello, mi scalcio da solo, mi fustigherei. Poi però sospiro di sollievo, che sotto sotto non mi par vero che l’avevo già scritta. Dunque me la rileggo e m’illumino, mai troppo d’immenso però, che le luci mi premono soffuse, quindi ve la propongo pari pari, sempre virgolettata, per far finta che cito persona importante..

“Non è che ne sia persuaso io, è una fatto che gli specchi non mentono. Ma non è per desiderio di fuga dalla verità che mi trovo raramente ad interloquire con loro. Mi capita di ritrovarmici davanti svogliatamente, mi dedico alla cosa con sguardo annoiato e distratto, non mi ci soffermo se non per esigenze improrogabili, come farmi la barba tutte le sante mattine prima di andare al lavoro. C’è questa necessità convenzionale e la rispetto con zelo. Solo che adesso, nella dismissione delle libertà – quanto ob torto collo non è dato a sapersi -, le convenzioni saltano, si infrangono su desideri incompiuti di fughe infinite, di viaggi verso orizzonti sconosciuti, voglie a lungo sopite di derive ed approdi. Ed è allora che le barbe crescono, selvagge, impertinenti, incuranti della fisica, in tutte le direzioni dello spazio e del tempo, il cui scorrere registrano con precisione teutonica. Venuto meno l’obbligo civico del radersi, la distrazione del primo acchito si trasforma impietosa nell’osservazione minuziosa del dettaglio. E quel volto imbiancato ed ispido quasi non lo riconosco, s’affaccia da quella finestra a simmetria invertita senza ritegno, scimmiottando l’abbandono di modi dabbene, la progressiva metamorfosi verso la trascurata barbarie. Ma sarà poi tale, barbarie intendo, quella strana pulsione che aleggia nel silenzio delle case? O è piuttosto la riscoperta di un’essenza sopita di natura compressa? Ed allora immagino cosa succederà nel momento del liberi tutti. Certo vi saranno disperati assalti a barbieri e parrucchieri. Torme di donne e uomini, come per incanto resuscitate da un lungo letargo, che vorranno recuperare le proprie bellezze convenzionali invadendo i territori contesi del glamour.

Risse sui marciapiedi si scateneranno al primo levarsi delle saracinesche dei luoghi della bellezza effimera, ed i telefoni per le prenotazioni saranno incandescenti, bruceranno del calor bianco dell’impazienza, del desiderio di porre fine a quell’incontro quotidiano con la figura regredita dall’abbandono che s’affaccia da moltitudini di specchi. Eppure mi sono convinto che l’indugiare nell’ozio estetico, il riappropriarsi della propria natura primordiale, da qualche parte almeno, potrebbe attecchire. L’espressione barbara che in qualche frammento del nostro DNA ci mantiene legati a certi anelli evolutivi perduti, liberata del condizionamento definitivo del senso estetico comune, sia pure per poco, potrebbe riemergere prepotente, come succede alle creature dei boschi che s’avvedono della commestibilità e squisitezza di certi frutti trascurati quando non v’è più traccia di quelli consueti. Li vedo certi affermati professionisti trasformare preziose cravatte di seta inglesi in presidi sanitari anticontaggio o fasce cattura sudore per la fronte; talune ricercate signore di pizzi e leopardi armeggiare in infradito di gomma con tacchi dodici per bucare suoli fertili e porre in sede teneri virgulti di pomodori e zucchine; borsalini che diventano ceste per asparagi e velette e merletti cuciti insieme in reti fai da te per trote e cavedani. Le auto, poi, gigantesche fuoriserie monolitiche, nere e strabordanti, un tempo terrore delle vecchiette ai semafori, con ruote che sgommando rumorosamente sradicavano manti stradali e marciapiedi, parcheggiate a spina di pesce e doppia fila perché masse claudicanti esclamassero “oh” collettivi di stupore ed ammirazione, ora, invece, eccole lì, abbandonate ai bordi dei campi, in riva alla città, trasformate in comodi pollai e conigliere, con le uova ordinate sul cruscotto in radica di noce e la capretta distesa sulla pelliccia dell’ultimo esemplare di una specie estinta. Nei parchi torme di integralisti del sushi si contenderanno panchine con le babysitter per consumare avidamente fette di pane, olio e pomodoro, con spicchi d’aglio il cui olezzo produce il necessario distanziamento sociale, tirandole fuori, con l’unto che le invade, dalle borse di pitone un tempo vanto per le prime. E gli shortini, l’apericena, gli assembramenti sotto i portici del centro? sepolti in una memoria antica per far largo a quella ancestrale di muretti di periferia e fiaschi impagliati di vino spuntato, con le olive in salamoia e fette di pecorino afferrate da mani che mai più vedranno manicure nemmeno se tolgono l’IVA. La catarsi estetica travolgerà un pezzo di questo pianeta, con barbe irriverenti e selvagge, felpe bucate da gocce liberate d’olio di frittura, impertinenti peluche fuori controllo che crescono sotto le ascelle persino di madama la marchesa, scarpe rotte e pur bisogna andar. Anche nei modi non ci sarà freno, e la socializzazione di rumorose digestioni sarà solo la punta d’un iceberg che anticipa il rientro di taluni nella remota nicchia ecologica dei nomadi raccoglitori, mentre gli sguardi ammiccanti tra i sessi saranno sempre più frequenti col crescere esponenziale della produzione di feromoni non più attutiti nell’effetto da deodoranti h24. E però, credo, che chi andrà incontro a certe trasformazioni non avrà più fretta, neanche voglia di mettersi a sbraitare più di tanto, e dopo essersi ripreso un pezzo di sé, magari potrebbe diventare nei modi pericolosamente contagioso, l’untore per definizione, il cattivo maestro.

Per quanto mi riguarda, ammetto che un certo tasso d’abbrutimento io me lo sono portato sempre dietro, per me cambierà poco penso, il fiasco di vino impagliato ed i carciofi trifolati al solito tavolo della trattoria di Michele e Marica immagino li ritroverò dove li ho lasciati. Consumo come certi piccoli diesel, in definitiva abbasso il PIL, sono tra quelli che remano contro già da un pezzo, che danno il cattivo esempio, al più, mi sa, torno a comprare qualche lametta, così, tanto per sostenere l’economia, ma non c’è fretta”.