C’è crisi

L’informazione è cresciuta più velocemente della cultura. In questo senso la propaganda ha più chance di prima.” (Georges Brassens)

C’è crisi a strappo di veste di giornalettume, che urla a crucifige d’eretico, pure a rogo in piazza si fa presente necessità immanente. Che migliorissimi sono a rischio di porto a termine missione illuminata che compirono miracolo su miracolo per bocca aperta di popolume. Che se c’è musica è meglio, pure in circostanza nefasta.

E tra miracolo e miracolo se ne ricorda uno di portata pressoché da sacra scrittura, che illuminato visitò califfo e disse accordo s’ha da fare, a cambio di cancello tranquillo popolo negletto ch’ebbe torto marcio a farsi popolo anziché sottospecie d’umanità a vincolo di religione e donna a fascia perpetua, per somma devozione a grande, glorioso e giusto protettore d’interesse d’Occidente, santo alleato d’improvviso, reintegrato a consesso civile, ch’è perdita di quello è prezzo congruo per destini fulgidi d’altri. Eppure, popolo a futura cancellazione, fu chiamato a belligeranza ad anni pochi addietro, per difesa di frontiera d’Occidente contro altro califfato ad espansione di preoccupazione profonda, armato, primo, da grande democrazia a consesso unico, per compiere incarico vitale a salvo importazione di oro nero, con sofisticatissima mitraglietta politoys, secondo ad armo sottobanco di potente bombarda a mantengo tensione utile a scopi a senza diritto di cittadinanza per confessionale.

E popolume plaude a opera di migliorissimo sotto incitamento di tutti in pista di giornalistume a paga a cottimo un tanto al chilo di minkiata, e ora s’avvede di pericolo imminente che prebenda una tantum che svolta a tesoro per una vita migliore, pare a rischio di divenire. Mentre grande motore di sviluppo che fece cambio di clima pare vittima di cambio di clima medesimo, a morir di disidratazione, altra parte d’Occidente, ad isola triangolare senza pressione di giornalettume che racconta vicenda, pare a soffoco di monnezza ad altezza di primo piano di casa, che ratto fece vacanza per rilancio d’economia di turismo a coda lunga. Posto che mondo pare a effetto serra già per asfissio di prossima vista mare per borgo alpino, a me che son nessuno mi venne improvviso riflesso emetico che mi parve occasione buona per stanzialità a scoglio perduto, che mi prendo vista d’orizzonte prima di troppo tardi per sua mutazione di skyline che PNRR prevede costruzione di grande stabilimento a butto fuori mutazione genetica di globo terracqueo.

Le Vie dell’Immaginario

Manca poco alla partenza di “Le Vie dell’immaginario” a Modica (RG). Già tante le adesioni di artisti e associazionio, tra questi: Aldo Palazzolo, Alberto Refrattario, Teresa Miccichè, Galleria “Fermata d’Arte”, Giuliana Belluardo, Essegì Stefania Gagliano. Pamela Vindigni. Marco Grifola, Giuseppe Pitino, Antonella Giannone, Grazia Ferlanti. Vi ripropongo la presentazione dell’iniziativa, e se siete da quelle parti, o volete andarci, se vi perdete lo spettacolo peggio per voi.

“A che serve un libro, pensò Alice, senza dialoghi né figure?”.

Pensare di trasformare un intero, estesissimo quartiere storico, per pezzi consistenti semi abbandonato, in un gigantesco libro, le cui pagine sono rappresentazioni d’altri libri, “Alice nel paese delle Meraviglie”, il suo seguito immaginifico “Alice attraverso lo Specchio”, capolavori di Lewis Carroll, è pensiero divergente rispetto alle presunte inquietudini della lettura. I ragazzi di Immagina, quando concepiscono “Le Vie dell’Immaginario”, manifestazione annuale dedicata a grandi autori, ribaltano queste inquietudini, le trasformano in piacere autentico di scoperta, gioco, sorpresa. Immagina è già associazione atipica, ne fanno parte cinquanta ragazzi d’età compresa tra i sette ed i diciassette anni, che da qualche tempo animano il quartiere di Modica Alta, giocando a scuoterne le fondamenta, con epicentro nella Chiesa dei SS. Nicolò ed Erasmo, abbandonata, rinata. L’anno scorso celebrarono i cento anni dalla nascita di Federico Fellini, riportando i suoi film tra le strade strette, i vicoli, le ripide scalinate di quel quartiere abbarbicato su uno scosceso costone roccioso. Quest’anno la manifestazione farà la stessa cosa con Alice ed i suoi compagni d’avventura, i suoi incontri, le suggestioni di un capolavoro immortale. Ci stanno lavorando, a partire proprio dal loro quartier generale, perché tutto sia pronto per il via, il 19 luglio.

Il viaggio inizia proprio con l’ingresso alla chiesa oltre il quale sono cinque porte, quelle tra cui deve scegliere Alice, della Paura, della Rabbia, della Noia, dell’Amore, della Razionalità. Si aprono su altrettante stanze, ma solo una consentirà di iniziare il viaggio nel Paese delle Meraviglie. È viaggio che coglie il senso – o forse il non senso – del racconto di Carroll. Alice non sceglie la via breve del percorso chiavi in mano. La manichea distinzione tra bene e male le sfugge, non sembra imparare nulla, appare frastornata. Cammina attraverso un paese di contraddizioni, dove incubi e sogni non sembrano distinti, in cui le dimensioni del tempo e dello spazio si inseguono private della liturgia del consueto.

Atelier “Borgo nativo” di Aldo Palazzolo

Il viaggio è complesso, articolato, come nel Nastro di Möbius attraversa il sotto come il sopra, scopre il dentro tale e quale al fuori. Viene smarrita la stessa natura di fiaba, se ne perde la necessaria morale, si trasforma, invece, nella negazione stessa della narrazione quale strumento educativo, che induce a divenire “bravi bambini”, forse “bravi cittadini” ossequiosi, stereotipi d’infanzia “perfetta”. Si trasforma lentamente nel viaggio in una personalità intima ed esclusiva, non a caso si conclude esattamente dove ebbe inizio.

La quinta scenografica di Modica Alta, con le sue invenzioni urbane, l’imprevisto della scena, sembra costruita per questo viaggio, per un necessario monologo interiore. La natura corruttibile delle cose, infatti, ritiene in sé le orme del tempo, che si sovrappongono, si stratificano diacronicamente; la traccia più recente non cancella le precedenti, le opacizza soltanto, per un periodo effimero. Lo stesso tempo gioca con le cose degli uomini e, graffiando via gli strati superiori deposti al suo passaggio, ne scopre i precedenti, in un gioco cromatico che li riconduce ad un unicum narrativo che va oltre il presente. Questa ricerca non può che consumarsi dentro un percorso di riscoperta identitaria, dunque, che si riappropria dei luoghi anche quando il senso d’abbandono appare ad occhi distratti prevalente e fastidioso. Effetto sublime e collaterale di questo cammino, è la messa a fuoco del dettaglio che sfugge a chi è vittima inconsapevole del gioco d’inganno del tempo, a chi ha scelto la disillusione dell’accelerarsi quale pratica quotidiana. Appare, il dettaglio, quale irrinunciabile taumaturgia agli occhi di chi non è irretito dalla consuetudine. “Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci” (John Ruskin), e questo impone il viaggio lento, dentro i silenzi che in una condizione “urbana” e convenzionale non sono previsti, appartengono, semmai – in un immaginario qui smentito – solo a certe valli antiche e remote, ai più fitti dei boschi. Silenzi in cui si avverte profondo il respiro del tempo che è passato, rotto solo da qualche richiamo lontano ed ancestrale che proviene da un luogo indefinito, da dietro persiane serrate su un occhio scuro che spia il transito inatteso, allarmato, forse da scalpiccii desueti, lungo scalinate labirintiche, dentro il profumo di intingoli che sanno di memoria. Si dipanano – pure compiacendosene – le attese lunghe e pazienti, sinché i raggi sghembi del sole d’una certa ora, o qualche goccia di occasionale pioggia, non vivificano le coloriture di vernici dismesse, frammenti di intonaci, infissi scorticati. Dettagli d’umanità senza presenze, che riconciliano con dimensioni perdute, alternative ed ostili al mordi e fuggi, all’unica prospettiva dell’ora e subito. E del dedalo dimenticato, non rimase che l’opera collettiva di popolo e tempo, bellezza che riesce a farsi vanto delle sue rughe più profonde, senza riguardo, invero, per l’estetista. Pure s’arricchisce dei contributi di artisti, ispirati da Carroll, negli angoli più improbabili, che siano vecchie chiese, frammenti d’archeologia dimenticata, ripide e strette salite, cortili. La via degli adulti, la via che i “grandi” hanno già predisposto e realizzato, pare dimenticata, diviene la via di Alice, una strada personalissima di riscoperta.

La divisione dei beni

M’attrezzai a sdoppiamento in illo tempore, allorché altro non fu di sconfitta persuaso. Egli s’arrovella che non se ne fece pace, ma è agitarsi di pesce in rete, che ormai non v’è più aria di disponibilità per respiro. Altro me è a ostinazione di convincimento che cimento è per destino ineluttabile, che è a produrre testimonianza, a rivendico di io c’ero, che non è medaglia al valore per me che ho identità di nessuno. Egli, però, ed è ad atto di protocollo, capì che parte di lui era a ragionare di convenienza esatta altra se chiedeva d’essere ceduto a libertà. Indi, pure di cuore a ristrettezze, mi fece che sciolse catena. Musica è d’abbisogna.

Pure decidemmo che ciascuno prendeva d’intero parte precisa, non è a sovrapposizione possesso di frammento. Non fu facile trattativa di ciò che spetta all’uno, cosa a tal altro, ma ci fu accordo definitivo con raro sconfinamento. Ch’egli si prese carico di lavorio a saldo per bolletta, baruffa a cottimo un tanto ogni tanto, velocità per esecuzione, carato di perfezione, prodotto finale a prova d’esame. Io feci per me incetta di lentezza, del tempo feci stralcio, d’inesattezza non mi feci cruccio, obiettivo piuttosto, di divenire la retta via che fu storta sin da concepimento.

Egli s’appresentò a seriosità conclamata, a dico cosa meditata e mai d’istinto, di mediazione appacificata vezzo irrisolto, di cronometria di tempo pratica di quotidiano, patì d’urbanità represse. Io m’attrezzai di lentezze, a noia qual virtù suprema ed obiettivo di strategia esistenziale, ozio quale pratica di totem, di tempo a trascorso non m’avvidi, d’inesattezze cercai ad ogni intendimento, feci per me desiderio solitario di scoglio e basta. Pure, egli, mantenne identità a nome preciso, titolo d’accademia, appellativo di professione, epiteto d’impegno sociale, si fece portavoce d’altrui disgrazia, scrisse d’esattezza a punteggiatura, d’orpello si fece carico, di presenza non fu domo e cercò atto rivoluzionario. Dal mio, che son nessuno, mi tolsi nome, pure cognome, feci falò di tessere e passaporti, di pergamene feci fascio a cacciamosche, mi vestì di vagabondo, mi tramutai in cialtrone, godetti dell’essere evitato, evitai affratellamento se non per pari mio di nessuna identità, di scrittura feci a come mi pare, mai a come pare ad altro, fui eversivo che cambiai direzione ad evito ingorgo. Ma di tutto che ci si spartì non s’addivenne a ragionamento di questo a te e questo a me per pane e pomodoro, vino e musica giusta, che ci toccò di dividere a metà, che ce ne manca sempre abbastanza.

All that jazz

Due Giugno, oggi, si festeggia la Repubblica, tale cosa appare infondata che già è a trabiccolo ad art. 1, che per compro bomba a super PIL di sforamento di tetto previsto, pure a 11 pare messa male. Ma fa caldo d’asfissio che provai ad uscire ma incorsi in vicissitudini che mi riportarono a fresche mura domestiche. Allora mi prendo tempo e vi rifaccio storia vecchia di musica, a tutto volume.

“Ho memoria vaga d’un prozio, non consanguineo, tale dunque per incroci matrimoniali ibridi. Ad ogni buon conto, faceva l’ufficiale medico nell’esercito regio, quando le bombe cascavano a grappoli. Una di quelle colpì in pieno il palazzo dove viveva e lo squarciò catapultandolo immobile e privo di sensi su un cornicione. Ci rimase appeso per chissà quanto tempo. Non si riprese più, se ne rimase muto e zitto, chiuso in un autismo definitivo da lì a che sarebbe campato. E gli anni dopo la guerra erano quelli d’una psichiatria ancora antica. A chi manifestava segni di squilibrio evidenti, che ne so, patteggiava per le mobilitazioni contadine, non s’arrendeva al tubo catodico, gli facevano l’elettroshock. A quelli come il vecchio prozio, invece, si diceva, bisognava fargli provare uno shock di pari brutalità come quello che l’aveva incarcerato nel suo intimo assoluto. Così, mi raccontavano, diceva il luminare svedese (che quelli erano anche anni in cui il luminare, se non era svedese, difficile fosse tale, luminare intendo). Il poveretto non si riprese, semmai parve peggiorare. Me lo ricordo già vecchio e con un cruciverba in mano che risolveva, correttamente e in pochi frangenti, gli incroci più complessi, azzeccando ogni definizione. Due volte sole, dal terribile incidente, parlò. La prima, quando morì mio nonno, e vedutolo così disteso sul letto di morte, lasciando di stucco i presenti, tirò fuori la caritatevole preoccupazione del suo giuramento d’Ippocrate: “Gliela avete data la penicillina?”. La seconda, quando dalla televisione non venne fuori una cosarella orchestrale di Strauss. Sollevò gli occhi dal cruciverba e, a rinnovato stupore di sorella e cognata, disse: “Oh, i bei valzerini viennesi”. Poi zitto, fino alla morte. Se l’avessero curato con la musica? Ma io sono nessuno e tutto possono dirmi, fuorché svedese o luminare. A scanso d’equivono non me ne privo, anche se dei valzerini viennesi, che un po’ mi stuccano, ne faccio a meno. Vado di jazz, pure ve lo racconto come mi viene.

Primo step

Succede così, sono quelle cose che non ti aspetti. Cioè, ti aspetti senz’altro che un povero contadino di un piccolissimo paese della Sicilia salga su una nave a vapore nella seconda metà dell’Ottocento e, dopo un viaggio estenuante durato settimane, sbarchi con la famiglia a New Orleans per fare il calzolaio, il manovale o chissà ché. Il biglietto da Palermo, poi, costava assai meno di quello delle tratte di Napoli e Genova. Roba che certi barconi sul Mar d’Africa quella traversata sembra che la rifacciano pari pari, comprese certe privazioni estreme. E “quel mare color del vino” di contadini siciliani ne vomitava a migliaia nel Delta , tanto che in certe strade pareva di starsene alla Conca D’Oro o su un moletto dello Ionio. Te lo aspetti che qualcuno cerchi un orizzonte diverso per fuggire alla fame, alla guerra. Quello che non ti aspetti mai, e forse nemmeno Girolamo La Rocca con sua moglie Vittoria Di Nino immaginavano, è che in quella terra avrebbero dato vita al “Cristoforo Colombo della musica”. Era così che si definiva Nick, il loro secondogenito, il primo ad incidere un disco jazz nel 1917, con la sua “Original Dixieland Jass Band”, proprio con due esse e senza zeta. Nick non era un virtuoso, ed aveva anche la testa matta, come l’hanno certi di quelli che lasciano un segno, ma anche un labbro così duro da fare certe sparate alla tromba che chi lo ascoltava si metteva ginocchioni.

Ecco, questo non te l’aspetti, ma questo è il jazz, esattamente quello che non ti aspetti. Pure se certo, al di là d’un certo ego smisurato del vecchio Nick, il jazz aveva già diritto di cittadinanza su questo pianeta da mo’, non altrettanto chi lo suonava, generalmente d’un colore diverso del nostro di cui sopra.

Secondo step

“Cos’è il Jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai.” diceva Louis Armstrong. La cosa migliore è mettere su un disco e cominciare ad ascoltarlo. Se dopo un po’ ti sembra di sentire l’odore di chi sta suonando, il suo alito caldo, se la musica comincia a strisciarti sotto la pelle e hai la sensazione che scappi fuori da ogni parte di te, e che tu sei lì, tra quelli della band, allora l’hai scoperto, il jazz intendo.

Terzo step

Insomma, ora sai cos’è il jazz, l’hai ascoltato, ne hai capito il senso profondo, fai parte della band. Possiamo parlarne se ti va. John Coltrane diceva che “Il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un’espressione musicale; e questa musica è per me espressione degli ideali più alti. C’è dunque bisogno di fratellanza, e credo che con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra”.

Quarto step

Fratelli della stessa band, non possiamo dimenticarci di nessuno perché, come dice Wynton Marsalis, “Il jazz è un’arte collettiva e un modo di vivere che allena alla democrazia” è l’arte del timing: ti insegna il quando. Quando cominciare, quando attendere, quando farti avanti, quando prendere il proprio tempo”.

Ti insegna che devi ascoltare, che non ha senso che sia solo tu a parlare ma che quello che dici ha un senso solo se prima o poi toccherà a qualcun altro di dire la sua perché “nel jazz tutti vogliono suonare in modo differente. Devi imparare ad ascoltare modi diversi di fare le cose. E siccome suoni con gli altri, devi accordarti. Ed è quando sei a tempo che sai quando startene quieto e quando essere assertivo. Sai stabilire quando il tuo suono è la risposta a quello dell’altro e quando far partire l’invenzione”.

Quinto step

Il padre di Wynton, Ellis, diceva: “Il jazz libera dalle catene. Ti farà apprendere un modo di pensare sofisticato”. E Wynton… “L’America democratica non ha ancora fatto propria la lezione del jazz. La imparerà attraverso quello che sta accadendo. È solo questione di tempo. La crisi, la mancanza di denaro sono i segni della svolta. Come una persona che dice di essere in forma ma non fa esercizio. Dopo molti anni senza praticare sport e riempiendosi di fritti gli arriva l’infarto. E se sopravvive si mette in forma davvero. Perché il dolore insegna. Lo ha insegnato il jazz.”

Per finire: Sesto step

“Il jazz ha lo stesso valore per i musicisti e per il pubblico perché la musica, legata com’è ai sentimenti, all’unicità dell’individuo e all’improvvisare insieme, fornisce risposte ai problemi fondamentali della vita. Più è alto il livello di attenzione, maggiori sono i benefici. Come in una conver­sazione, il musicista si accorge quando la gente ascolta: a un ascolto ispirato corrisponde un’esecuzione ispirata. Conoscere il jazz apre nuove prospettive alla percezione della storia. Ho letto resoconti della grande Depressio­ne e ho conosciuto e suonato con persone che l’avevano vissuta. Ma quando ascoltate Mildred Bailey o Billie Holiday, l’orchestra di Benny Goodman o Ella Fitzgerald con quel­la di Chick Webb, la vostra visione di quel periodo si fa più acuta e perspicace: il linguaggio che adoperavano, il modo in cui ricorrevano allo humour e agli stereotipi per colma­re il divario tra le razze, la loro concezione dei rapporti in­terpersonali…

Si sentiva che le persone stavano delineando un mo­do di intendere e celebrare la loro esistenza nonostante i tempi duri; anzi, se ne facevano beffe.

La musica può metterci in contatto con le nostre esistenze precedenti e prefigurare un futuro migliore. Ci ricorda qual è il nostro stadio nella catena delle conquiste dell’umanità, lo scopo primario dell’arte.

I più grandi artisti in ogni campo parlano attraverso i secoli di temi universali – morte, amore, invidia, vendetta, avidità, giovinezza, vecchiaia, i temi fondamentali, e quindi immutabili, dell’esperienza umana.

L’arte e gli artisti fanno davvero di noi “la famiglia dell’uomo” e molti dei grandi musicisti jazz incarnano quella consapevolezza.” (Winton Marsalis)

E se la musica è finita, fatela ripartire, meglio se jazz.

Le Vie dell’Immaginario (Allonsanfàn parte decima: Alice nel Paese delle Meraviglie)

“A che serve un libro, pensò Alice, senza dialoghi né figure?”.

Pensare di trasformare un intero, estesissimo quartiere storico, per pezzi consistenti semi abbandonato, in un gigantesco libro, le cui pagine sono rappresentazioni d’altri libri, “Alice nel paese delle Meraviglie”, il suo seguito immaginifico “Alice attraverso lo Specchio”, capolavori di Lewis Carroll, è pensiero divergente rispetto alle presunte inquietudini della lettura. I ragazzi di Immagina, quando concepiscono “Le Vie dell’Immaginario”, manifestazione annuale dedicata a grandi autori, ribaltano queste inquietudini, le trasformano in piacere autentico di scoperta, gioco, sorpresa. Immagina è già associazione atipica, ne fanno parte cinquanta ragazzi d’età compresa tra i sette ed i diciassette anni, che da qualche tempo animano il quartiere di Modica Alta, giocando a scuoterne le fondamenta, con epicentro nella Chiesa dei SS. Nicolò ed Erasmo, abbandonata, rinata. L’anno scorso celebrarono i cento anni dalla nascita di Federico Fellini, riportando i suoi film tra le strade strette, i vicoli, le ripide scalinate di quel quartiere abbarbicato su uno scosceso costone roccioso. Quest’anno la manifestazione farà la stessa cosa con Alice ed i suoi compagni d’avventura, i suoi incontri, le suggestioni di un capolavoro immortale. Ci stanno lavorando, a partire proprio dal loro quartier generale, perché tutto sia pronto per il via, il 18 luglio.

Il viaggio inizia proprio con l’ingresso alla chiesa oltre il quale sono cinque porte, quelle tra cui deve scegliere Alice, della Paura, della Rabbia, della Noia, dell’Amore, della Razionalità. Si aprono su altrettante stanze, ma solo una consentirà di iniziare il viaggio nel Paese delle Meraviglie. È viaggio che coglie il senso – o forse il non senso – del racconto di Carroll. Alice non sceglie la via breve del percorso chiavi in mano. La manichea distinzione tra bene e male le sfugge, non sembra imparare nulla, appare frastornata. Cammina attraverso un paese di contraddizioni, dove incubi e sogni non sembrano distinti, in cui le dimensioni del tempo e dello spazio si inseguono private della liturgia del consueto. Il viaggio è complesso, articolato, come nel Nastro di Möbius attraversa il sotto come il sopra, scopre il dentro tale e quale al fuori. Viene smarrita la stessa natura di fiaba, se ne perde la necessaria morale, si trasforma, invece, nella negazione stessa della narrazione quale strumento educativo, che induce a divenire “bravi bambini”, forse “bravi cittadini” ossequiosi, stereotipi d’infanzia “perfetta”. Si trasforma lentamente nel viaggio in una personalità intima ed esclusiva, non a caso si conclude esattamente dove ebbe inizio.

La quinta scenografica di Modica Alta, con le sue invenzioni urbane, l’imprevisto della scena, sembra costruita per questo viaggio, per un necessario monologo interiore. La natura corruttibile delle cose, infatti, ritiene in sé le orme del tempo, che si sovrappongono, si stratificano diacronicamente; la traccia più recente non cancella le precedenti, le opacizza soltanto, per un periodo effimero. Lo stesso tempo gioca con le cose degli uomini e, graffiando via gli strati superiori deposti al suo passaggio, ne scopre i precedenti, in un gioco cromatico che li riconduce ad un unicum narrativo che va oltre il presente. Questa ricerca non può che consumarsi dentro un percorso di riscoperta identitaria, dunque, che si riappropria dei luoghi anche quando il senso d’abbandono appare ad occhi distratti prevalente e fastidioso. Effetto sublime e collaterale di questo cammino, è la messa a fuoco del dettaglio che sfugge a chi è vittima inconsapevole del gioco d’inganno del tempo, a chi ha scelto la disillusione dell’accelerarsi quale pratica quotidiana. Appare, il dettaglio, quale irrinunciabile taumaturgia agli occhi di chi non è irretito dalla consuetudine. “Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci” (John Ruskin), e questo impone il viaggio lento, dentro i silenzi che in una condizione “urbana” e convenzionale non sono previsti, appartengono, semmai – in un immaginario qui smentito – solo a certe valli antiche e remote, ai più fitti dei boschi. Silenzi in cui si avverte profondo il respiro del tempo che è passato, rotto solo da qualche richiamo lontano ed ancestrale che proviene da un luogo indefinito, da dietro persiane serrate su un occhio scuro che spia il transito inatteso, allarmato, forse da scalpiccii desueti, lungo scalinate labirintiche, dentro il profumo di intingoli che sanno di memoria. Si dipanano – pure compiacendosene – le attese lunghe e pazienti, sinché i raggi sghembi del sole d’una certa ora, o qualche goccia di occasionale pioggia, non vivificano le coloriture di vernici dismesse, frammenti di intonaci, infissi scorticati. Dettagli d’umanità senza presenze, che riconciliano con dimensioni perdute, alternative ed ostili al mordi e fuggi, all’unica prospettiva dell’ora e subito. E del dedalo dimenticato, non rimase che l’opera collettiva di popolo e tempo, bellezza che riesce a farsi vanto delle sue rughe più profonde, senza riguardo, invero, per l’estetista. Pure s’arricchisce dei contributi di artisti, ispirati da Carroll, negli angoli più improbabili, che siano vecchie chiese, frammenti d’archeologia dimenticata, ripide e strette salite, cortili. La via degli adulti, la via che i “grandi” hanno già predisposto e realizzato, pare dimenticata, diviene la via di Alice, una strada personalissima di riscoperta.

La Mar…

Sempre in attesa che quell’altro me, a conto di disbrigo pratiche, mi liberi per andarmene finalmente a cospetto del blu più blu, smetta dunque d’ostinazione di socializzare sue iperattività, gli dico d’imperio “ora scrivi tu che m’hai pure divertito, se non hai tempo scava nei cassetti”, Io al più vado di musica.

Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna.” (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)


Cos’è diventato il mare? Quello di petto al quale stavo da ragazzino, su uno scoglio ad aspettare che all’amo ci fosse qualcosa di notevole, di gigantesco e pesante. La lampuga, che lo scirocco si porta via, ma qualche volta invece se la pensa così, vira dal largo e punta sotto costa, per capire se c’è roba da mangiare. Che finge d’essere altro, con quella pinnettina azzurro e argento, che strappa l’urlo a quei tre turisti tedeschi, affacciati alla banchina del porto perché hanno sbirciato tra le pagine di Goethe, che c’è il pescecane, come in una canzone di Kurt Weill. Zitti, che magari ci casca e viene a fare colazione all’amo. O la ricciola che, meno pudica e più ingorda, s’appresta a lambire la costa, come bestia famelica. Ma anche due sauri e quattro ope vanno bene. E quelli prendo. Che fine ha fatto il mare del libeccio, che prima tartaglia giorni interi, poi s’arruffa il pelo e t’avverte col boato dell’onda, col ringhio della risacca, l’odore del sale, che con lui non si scherza? Poi si stanca, e se ne sta buono buono, quasi voglia farsi perdonare per l’ascesso d’ira, nascondendosi dietro forma di specchio, senza manco farti capire dove finisce lui e passa le consegne al cielo, laggiù in fondo, dove curva e la vela fa capolino, mentre il resto della barca pare se lo siano inghiottito Scilla e Cariddi. E allora ti piglia quella specie di commozione per come s’appresta a farsi bello il tutto d’intorno. Non ti viene da fare nessun movimento, non tiri su la lenza e la lasci lì, sotto sotto sperando che nulla abbocchi. Che il tonfo della bestia che si divincola non spezzi il silenzio, che non ti costringa a far fatica per tirarla a secco e ti distragga dal meravigliarti. Al limite ci pensa Pilu Rais a tirar su la cernia, con la sua barchetta e la faccia d’uomo senz’anni, cotta dal sole e scavata di rughe di sale, che somiglia ad una carta geografica di El Idrisi riemersa dalle intemperie delle biblioteche d’Alessandria. Che fine ha fatto il mare? Quello di Giovannina e Teresa che, tra un cliente e l’altro s’affacciano al bastione del sole che si leva e, i grandi seni sulle ringhiere rugginose, urlano ai ragazzini di stare attenti che sugli scogli si scivola che c’è il lippo. Ma a noi non importava di scivolare, come fili di posidonia ci saremmo rialzati come niente fosse successo, con in mano il limone rubato all’albero del vescovo, e lo scollo da intingere nel riccio aperto a piatto di gran portata, perché piccolo com’è, pure, là dentro ci sta tutto il mare. Che fine ha fatto il mare? Che ora è tomba di disgraziati. Una volta quelli venivano a raccontarci le storie d’altre rive, d’altre facce come la nostra, e le ascoltavamo con lo stupore del fanciullo. Ora sembra che debbano starsene al fondo, per farsi perdonare d’esistere. E chi se la mangia più la ricciola? Che ne sai con cosa ha cenato la sera prima quando all’alba, poco accorta, viene a farsi uno spuntino all’amo? Che fine ha fatto il mare, che non è mai stato mio e basta, ma anche d’ogni cristo che ci si affaccia, ci nuota, e d’ogni creatura che ci respira dentro? Almeno lasciatecene un pezzo, quello dell’alba che la rena è umida e deserta, quello della luna che ci si tuffa dentro. A certi cosa importa di starsene lì, se poi si sono comprati un tanto all’etto il divertimento d’una notte, che non gliene importa nulla se lo vendono lì che ancora c’è un pezzo di mare, poiché nuotano più volentieri nel cloro, tra olivette di plastica ed ombrellini nei calici colorati? Non lo sentono nel bum bum il suono della risacca. Ci sono distese di capannoni che hanno tirato su, produttivi, mica come noi pigre creature del mare che abbassiamo il PIL. Dunque, se tanto vi piacciono le fabbriche dei soldi che vi servono per comprare felicità prêt-à-porter, perché non vi trovate uno spazietto lì per tracannare le vostre coppe di champagne? Il mare, anzi, quel che ne resta, lasciatelo semplicemente a chi si fa saltare il cuore in gola appena lo vede, anche fuori stagione e senza servizio in camera.”

Radio Pirata 21 (per amor d’interventismo)

Radio Pirata torna per quota Ventuno, che non è quota a pensione che in libretto di quella c’è scritto fine pena mai. Torna e si fa Repubblica, pure s’attrezza a guerra, con arsenale che superpotenza pare ha petarduccio di bimbo monello a festa di morti. Che se non partecipi ad azzuffo vai a smidollo, pari amico di zar che ora tutti non riconosce più, che pare Supremo di Pietro Aretino che “di tutti parlò male fuorché di Dio, scusandosi col dir non lo conosco”. Che arma possente di Radio Pirata è tale che oltre è a banal fattura di morto, che tanto è di portento che soffia vita e resuscita l’ammazzato. E si parte subito con superbomba.

E la paura di guerra fa novanta, come numero di morti a giusto ieri, a poco largo di coste di civiltà, in Mar d’Africa mio, che quelli fanno a vedere quanto è profondo il mare, mica sono profugo vero, che gli piace l’annego facile, e paese civile, che ha a cuore democrazia, non può impedire soddisfacimento di intrinseco desiderio di far finta d’essere pesce, pure lesso.

Pure giornalettume a commozione autentica per disgrazia d’ex oltre cortina non ha inchiostro a sfaldo per scrittura di tale morto ammazzato per dabbenaggine, pare financo per viltà di sbagliar candeggio. E io sparo bomba a musica che la metà basta a brivido.

Che cambio di clima pare ha tessera bolscevica, che gioca a rimprovero che asciuga il fiume grande e scoperchia nave di seconda guerra, che poi mai s’è conclusa e pare che te lo rinfaccia. Che fiume, ad accordo complottista con effetto serra e pioggia da altra parte, non ha spirito di democrazia, e di libertà fece cartoccio a discarica abusiva, pare lancia messaggio non richiesto. Che è vil fellone pure fiume, pure cambio di clima, pure tutti e due antichi di pensiero che non si rinnovano a dollaro, rublo e bombardo esatto. Qui a tenzone si tira dritto ad evento bellico e si sgancia supermissile ad improvviso di lunga gittata di nota.

Che ieri giovane è morto di lavoro, che a più di cento da inizio anno puzza di disfattismo che ha grazia di finire a trafiletto. Che è fortuna che stampa illuminata non casca in trappola e non dichiara che pure quella è guerra che a taluno scompensato potrebbe apparire tale. Si tratta solo di remo a contro corrente, di disprezzo per libertà e diritto di far soldo a iosa, che quello è puntello di democrazia e di stato liberale. Che fu fortuna che governo di migliori non presta attenzione a fatto così e, di lungimiranza, abolì pandemia a decreto di visione amplissima. Sgancio altra bomba a suono immortale.

Che è bella la guerra, che induce a parlar di cosa seria, non di scemenza di tutti i giorni, spacciata a tragedia di chi ha critica endovena, e non s’avvede di destini fulgidi d’umanità in mano a intelletto superiore. E vi faccio buona domenica a tutti, domenica di fiume di rosso rubino, e a chi se lo può permettere auguro orizzonte nitido in far di sole a scoglio o rena deserta. Che vi chiudo comunicazione di Radio Pirata con sibilo di grande spessore bellico a soffiar vita a fiato imperituro.

Il progetto

Mi sono persuaso, ma è cosa mia che potrebbe essere paranoia tale e quale, che a sgancio di bomba, cambio di clima, baruffa geopolitica e profugo a iosa, financo a circolo di virus, ci sia cosa che attiene a roba di finanza, d’economia a mercato. Che certo certo non sono, che ci ragiono un attimo con musica a fondo di pensiero.

Che se poi la cosa s’addimostra veritiera, allora, che governo di migliori certo non si sottrae a indicare ad uopo strada maestra, io che mi sento cittadino, e pure dabbene, non mi sottrarrò ad impegno di finanza. E se malcapitato mio conto di posta oppone spesso gran rifiuto per oro alla patria, c’è governo di migliori ch’è per democrazia d’apparato finanziario, e m’attengo a disposizione sua di fondo smarrito. Che da lì attinsero in tanti, per bonus a trasformo di pianterreno di stanza una in lusso d’appartamento termonuclearascensorato, a cappotto d’emissione zero, con water a sciacquone telecomandato con fotovoltaico, carta igienica autopulente a rispetto di foresta d’Amazzonia. Pure tanto c’è di soldo al quadrato in PNRR, progetto europeo, assistenza d’unione comuni montani della Val di Scasso, per rilancio a commercio di vestiboli di Suburbia ed area dismessa, con capannone a finto amianto ad armamento a riciclo di caffettiera e motore di Lambretta. Tutta roba di genio di finanza, che guarda dritto a futuro per bene d’umanità. Ma di furbi ce ne sono tanti a briga di pubblico interesse, che truffetta e truffettina è dietro angolo, come pacco, paccotto e contropaccotto, a vanificar sforzo di intelletto raffinatissimo d’economia. Torma di briganti ve n’è ad attingere a risorsa preziosa di soldo di stato e sovrastato, che pure fan danno a finanza a quintale di quintale. Allora, ch’io voglio partecipare per amor di patria, tiro fuori progetto finanziabile, di cui già feci cenno in illo tempore e giacente su fondo di cassetto, da presentare ad istituzione, con promessa solenne che etto di danno non procuro. Che tal progetto, che sia scritto al meglio, me lo faccio revisionare da patronato di fiducia, come a dichiarazione di reddito scarso, poi lo controfirmo con estratto d’emocromo e ritimbro a ceralacca per convincimento di sua realizzazione. Pensiero mio è che se pletora di mangiapani a tradimento vengon meno ad impegno preso con doblone di tutti, io, invece, m’attrezzo a scrupolo per progetto, che è far niente, che chi fa falla, chi non fa non falla.

Mi riprometto adunque di rendermi irreversibile nullafacente, che questo significa che non confliggo con alcuno, nemmeno faccio impatto negativo su equilibrio di sistema. Che se vengo finanziato me ne sto buonin buonino per fatti di me, che a lavoro non vado, lascio posto ad altro per rilancio d’occupazione, al più mi concedo passeggiata a sublime spiaggia deserta con sosta a scoglio, attività fisica altra riservo a preparazione di caponata e brodetto di mazzancolla. A girovagare a senza meta m’appronto per vicolo sperduto, con discontinuità per caffè a barettino e vinello a mescita d’artigiano di botte. Di pennica quotidiana mi doto a sfare, non leggo più libro ad esproprio proletario, ma acquisto il tale con finanziamento a voce specifica di capitolato, che pure così sostengo cultura che governo dei migliori ha grata a cuore. Non intaso incrocio a fila, nemmanco a pompa di benzina, e a cassa non m’accalco. Di ciabatta faccio mio calzare a predilezione, di cappello mi doto a ripiego di quotidiano come antico manovale, che a spasso porto me a tempo di lentezza indefinita, che abbasso CO2 con piantagione di gelsomino e cappero solitario, che alfine divengo cittadino modello attento a scrupolo d’investimento per acquisto di sgombro a Pilu Rais. Che in attesa che la commissione esaminatrice ratifichi l’emissione, mi faccio musica e vinello per brindisi ad idea sorprendente.

Un’altra vertigine

Che a sfuggita mi leggo una notizia, me la girano dei tali strani laggiù, che scrutano onde, s’arrovellano di tale incombenza. Cinquanta se ne inghiottì il mare, sorpresi dal nulla a disperazione d’arrivare a vita nuova, sorpresi senza un nome. Sono quelli che non contano, non è a pietà che ci si muove per loro, invisibili pure a morte. M’andrebbe di scrivere, ma forse no. Vi do musica, vi do cosa già scritta, che tanto funziona uguale.

“Mi scappa come mi scappa, di scrivere, intendo. Pure di parlare, talvolta. Che la trama me la cucio addosso, che non è tela di Penelope, è altra roba che non so. Scrivo che chiaro non sono manco a me, forse al me di dentro, che sempre vedo di definizione mai esatta e virtù sfuggita. Che lascio all’altro me – di fuori – la complicazione d’obbligo di parlar chiaro, che il fluire di parole a scopo è il pane suo, il mio m’è di nutrimento diverso. E quando scrivo mi scappano sghiribizzi, che s’affamano delle mancanze. Che penso a cose, mi scappa che penso al mare, che nel mare c’è tutto. C’è il viaggio, che il mare viaggia conto terzi, fermo non ci sta. Seppure ve ne state soli sullo scoglio, quello lo stesso si muove, vi concede la vista del mondo intero. Se lo porta dentro, e nell’onda che s’arrovella, pure di bonaccia, c’è universo che sobbolle.

Vi riconoscete in quel viaggio definitivo, perché l’avete già fatto dentro, avete occhi per incontrarlo che già lo conoscete. Chi è di mare aperto, nato con la valigia in mano, migrante per forza, pure se va via sa che, quando se ne torna a casa, la casa fa questo lavoro qui, si sposta da un’altra parte, gioca con le attese, le speranze. Si culla dell’onda. Che non è una la casa che si riconosce al mare, ma è porta aperta sulla vertigine, si trasforma tutti i giorni che domineddio mandò sulla terra, giacché ogni porto che l’onda tocca è già casa. D’inverno, pare che si concede solo a chi ha occhi aperti sull’infinito, e lo ritrova sulla striscia dell’orizzonte. Taluni non sanno ch’esiste, oltre il tempo dedicato a voltargli le spalle, che occhi aprono di distrazione e a tempo, non sanno come aprirli. Con questi gioca, li caccia via, come mercanti dal tempio, si mette a far paura quando ha i cinque minuti. Mi sono persuaso che non voglia intrusi, quelli che occhi alla vertigine non ne vogliono avere. Il mare odia il tiranno, ch’è ponte definitivo e cerniera tra mondi, se li stringe tutti al petto, te li mostra ad ogni onda. L’orizzonte che s’apre all’infinito apre lo sguardo di dentro, gli dà sfogo. Che struggente apprensione mi creava, da bambino, la vista oscurata di cipresso a morto del Teatro Greco, concepito, da chi inventò filosofie, come trampolino di cuore per il balzo dell’occhio verso l’oltre. Ostruito alla vista, a volontà vigliacca del luttuoso nero ch’aggrovigliò il paese, né mai andò via davvero, l’oscena cortina a questo serve, a togliere fantasie, che se guardi oltre, c’è il rischio che pure il pensiero ti corre in quella direzione. C’è il rischio che t’avvedi delle porte aperte, della mano tesa, dello sgusciare del mondo, t’avvedi che non appartieni che al nulla, dunque sei del tutto che vortica d’intorno, sei tu il tutto che vortica d’intorno. Pilu Rais, con la barca lontana di scoglio quando azzurro s’arriccia di bianco, se occorre, conosce la strada per conquistare l’aperto assoluto, e scandaglia di sensi l’abisso, che creature d’argento offre al desco di chi sa attendere. Tempo e mare confliggono di scontro definitivo, l’uno che dell’altro non si cura, l’altro s’acciglia dell’attesa. Il mare questo fa di mestiere, che ti porta genti che hanno storie da raccontare, e se hai una certa qualità dell’anima, ti metti lì e le ascolti, tendi la mano, diventi gente che ha storia da raccontare. Se vivesti nella paura, che mai hai rivolto sguardo all’infinito, il racconto t’angoscia, sostituisci all’orizzonte il rassicurante filare del cipresso, la banchina a cemento, il fortilizio inespugnabile, a difesa del nulla di cui ti sei vestito, schiavo per sempre, con bende a occhi, cuore mutilato.”

La Prima della Prima

V’è corso di storia che non capisco nemmanco a cosa essenziale, come si compete a nessuno, che io tale sono e tale mi ritrovai a dispetto dei Santi, o forse per volontà dei tali. Che al più m’è dato di sostare a furor di scoglio, fiasco in mano. Pure di musica m’intendo, o meglio, con quella m’intendo, che me ne faccio d’overdose e ve ne offro un cincischio appena.

Che anche a sforzo, assai poco capisco, eppure coi numeri ho dimestichezza tecnica e m’è dato a sapere che dopo uno viene due, poi è tre. Ma se uno non è andato, allora difficile che viene due, neppure è possibile ad alcuno infagottarmi da venditor di materassi che poi viene tre. Se la scena è la stessa e l’attore cambia, non è che poi la scena si fa altra, che forse taluno la recita meglio a soggetto, talaltro pare distratto nella parte. Che così, se m’affermano che scoppia la terza, pure mondiale, prima mi è da dimostrazione – se pare, come quelle talune per assurdo – che davvero finì la prima, pure la seconda si portò a conclusione. Ma se prima, seconda e terza sono tali solo perché taluni hanno di provvisorio smesso recita a teatro specifico d’ufficialità, poi, va da sé che mi devi anche dire che gli altri teatri sono baracconi di poco conto, che chi vi recitò è parte di monnezza d’umanità, dunque t’appresenti da attore superiore. Che a spiegarmi non è semplice che, ripeto, son nessuno, e di nessuno parlo la lingua. Ma se si combatte una guerra mondiale, poi la seconda, si propone la terza, a me non mi torna. Che si deve pure dire, se quella è successione esatta, che le altre combattute, che fecero morti e ammazzati pari all’altre, non furono guerre, ma, che ne so, prelievo selettivo, come caccia a cinghiale in esubero. Perché se così è, vieppiù mi vien da dire che campagne di colonia, che pure la bella italica gente fece a schiavo nero sterminato, non fu guerra, ma pic nic a braciola, che altre che fecero gli anglo e di sogno americano, o francesini tra Moulin Rouge ed altro, o belga o olandese, d’Africa ed Indocina, di qua e di là, non furono guerre d’esportazione globale. Pure mi si spieghi che Vietnam, Cambogia, Corea, Angola, Ruanda, Congo, Siria, Iraq, Libia ed altre mille mila a fiume di sangue, non furono guerre, nemmanco globali, assai meno mondiali, seppure a sangue ed armi si combatterono, con il primo che val meno che non è cosa nostra, e seconde che costan di più che ce le mettiamo noi, che siamo civili e che di guerre ne abbiamo a conto esatto, che l’altre non valgono. Che mi pare, ma sempre son soggetto ad errore, che a taluni par orrore la guerra per bolletta di mezzo, che d’altre sconfinfera meno, che è solo reddito a guadagno.

Insomma, essendo persona semplice di ragionamenti, m’è parso che di guerra non s’è mai smesso, nemmeno mai si parlò davvero di pace, che banche e banche stipammo di sangue di bombe. E lo so che il soldo non odora, pure se lo tiri fuori da defecazioni di potente.

E forse proprio d’odore inesatto si guasta il mondo, che taluni paiono che ci hanno gusti strabici a naso, che gli piace carne putrefatta, e mai s’allietarono di bruschetta ad olio nuovo, di bicchier di vino, di profumo di salsedine ad alba, nemmeno di pecorino verace. Che di queste tali cose ho fornitori privilegiati, e se volete ve ne faccio man bassa, che pure me ne privo d’un po’, che però per tutti ce ne sarebbe se a suolo fertile non si preferisse cemento di cimitero. Se volete pure scoglio giusto sono ad indicarvi, per attendere tramonto, ed orizzonte scrutare che di là c’è isola feconda. Pure quella vi indico, se non vi viene però di metterci bandiera a colori, che l’unica che mi pare giusta è quella bianca. O ci avete paura di vertigine di sogno a percorrere strada altra?