Non ce n’è più

In fondo al promontorio, oltre il borgo, Pilu Rais sgrana la rete. Il mio incubo peggiore è sempre stato quando il Mar d’Africa, all’orizzonte, si tinge di blu e rosso, il caldo soffoca ed il vento arriccia le onde che tutto pare che frigge e mugugna. Ti fai le sabbiature a caldo quando il tempo è così. Il Libeccio svuota la spiaggia non solo alle mie ore consuete, quelle piccole che il sole ancora è cauto, ma anche quando la torma barbara s’ammassa sulla rena, s’agghinda di tamburelli e si sente l’odore rancido della protezione solare per vichinghi dalla pelle in tintarella di luna. “E che pesce avete preso oggi?”, dico di solito quando il tempo è così. E lui s’alza un sopracciglio, s’arruffa i capelli di salsedine e sbotta: “Vossia mi cugghiunia sempri – io abbozzo mezzo sorriso, pure m’aspetto la risposta che non voglio, ma non ce la faccio a trattenermi -. C’è Libiciu, nun si nesci cu stu tempu”.

Il libeccio non te la fa passare liscia, che le onde paiono da surfisti, non da barchette e reti leggere, che non sono quelle dei transatlantici che sostengono palamitare occhi a mandorla, quelle che si perdono per chilometri e si grattano anche lo scoglio dell’abisso finché non c’è nulla. Mi tolgo il sorriso di bocca, gli porgo il caffè raccattato al chioschetto, e m’allontano mesto, di tanto in tanto bloccando al volo il panama che non ce la fa a starsene a posto in testa, che s’è vestito d’aquilone. Il pensiero di finire con una cotoletta mi rovina la giornata, mi riporta a tristi serate d’autunno-inverno. Roba che si rischia la depressione. Mi viene l’ansia e mi metto a scorrazzare per le campagne, fermo nel rifiuto del ritorno alla stagione grigia. Formaggio, olive, pagnotte calde e pomodoro secco, m’assecondano nel dimenticare le sfortune meteo. Questo succede se c’è il Libeccio, ‘u libiciu di Pilu Rais, che non s’affronta il mare se mugugna lui. Questo succede per due o tre giorni al massimo, poi tornano sgombri e occhibelli, che rientra il ponentino, e il peggio ti pare passato, ti riappropri del tutto all’acqua pazza, dei guazzetti, della griglia. Quest’anno è diverso, che il mare pareva una lastra di metallo tirata a lucido, che te ne puoi andare a pescare anche col canotto a remi. Soffia il ponentino e il Libeccio non sfonda. Se ne vede la striscia scura in fondo in fondo, che smorza il contrasto fitto dell’orizzonte marino col cielo. Ma non passa. Sto giro non ce la fa. Che uno se ne va al moletto, oltre il paese, fiducioso di riprendersi identità arcaiche, quelle che ti fanno dentro pirata fenicio o argonauta. “E che pesce avete preso ogg?i”. Stavolta non alza manco il sopracciglio, non s’arruffa i capelli di salsedine, quasi manco gli esce la voce quando risponde: “Triglie, quattro triglie, manco di scoglio”. “Ma ora siete voi che mi cugghiuniati. Con questo mare m’aspettavo che dovevate chiamare pure i vostri nipoti per svuotare le reti”. Nemmeno risponde subito, sempre a testa bassa che lui è abituato a guardarti negli occhi, quelli neri come l’abisso che quante volte ha conosciuto, che ha affrontato le tempeste, che certi pesci ha preso che il Vecchio di Hemingway pareva dilettante allo sbaraglio, pescatore della domenica. Le rughe di sale non sono più semplici pieghe bruciate dal sole, paiono scavi di sbancamento, aratura di campi. “Non ce n’è pesce, tutto l’inverno è stato così, e così continua, pure peggio”. Poi riabbassa gli occhi, e sgrana la rete, due o tre triglie ancora.

La mar…

“Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna.” (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)

Cos’è diventato il mare? Quello di petto al quale stavo da ragazzino, su uno scoglio ad aspettare che all’amo ci fosse qualcosa di notevole, di gigantesco e pesante. La lampuga, che lo scirocco si porta via, ma qualche volta invece se la pensa così, vira dal largo e punta sotto costa, per capire se c’è roba da mangiare. Che finge d’essere altro, con quella pinnettina azzurro e argento, che strappa l’urlo a quei tre turisti tedeschi, affacciati alla banchina del porto perché hanno sbirciato tra le pagine di Goethe, che c’è il pescecane, come in una canzone di Kurt Weill. Zitti, che magari ci casca e viene a fare colazione all’amo. O la ricciola che, meno pudica e più ingorda, s’appresta a lambire la costa, come bestia famelica. Ma anche due sauri e quattro ope vanno bene. E quelli prendo. Che fine ha fatto il mare del libeccio, che prima tartaglia giorni interi, poi s’arruffa il pelo e t’avverte col boato dell’onda, col ringhio della risacca, l’odore del sale, che con lui non si scherza? Poi si stanca, e se ne sta buono buono, quasi voglia farsi perdonare per l’ascesso d’ira, nascondendosi dietro forma di specchio, senza manco farti capire dove finisce lui e passa le consegne al cielo, laggiù in fondo, dove curva e la vela fa capolino, mentre il resto della barca pare se lo siano inghiottito Scilla e Cariddi. E allora ti piglia quella specie di commozione per come s’appresta a farsi bello il tutto d’intorno. Non ti viene da fare nessun movimento, non tiri su la lenza e la lasci lì, sotto sotto sperando che nulla abbocchi. Che il tonfo della bestia che si divincola non spezzi il silenzio, che non ti costringa a far fatica per tirarla a secco e ti distragga dal meravigliarti. Al limite ci pensa Pilu Rais a tirar su la cernia, con la sua barchetta e la faccia d’uomo senz’anni, cotta dal sole e scavata di rughe di sale, che somiglia ad una carta geografica di El Idrisi riemersa dalle intemperie delle biblioteche d’Alessandria.

Che fine ha fatto il mare? Quello di Giovannina e Teresa che, tra un cliente e l’altro s’affacciano al bastione del sole che si leva e, i grandi seni sulle ringhiere rugginose, urlano ai ragazzini di stare attenti che sugli scogli si scivola che c’è il lippo. Ma a noi non importava di scivolare, come fili di posidonia ci saremmo rialzati come niente fosse successo, con in mano il limone rubato all’albero del vescovo, e lo scollo da intingere nel riccio aperto a piatto di gran portata, perché piccolo com’è, pure, là dentro ci sta tutto il mare.

Che fine ha fatto il mare? Che ora è tomba di disgraziati. Una volta quelli venivano a raccontarci le storie d’altre rive, d’altre facce come la nostra, e le ascoltavamo con lo stupore del fanciullo. Ora sembra che debbano starsene al fondo, per farsi perdonare d’esistere. E chi se la mangia più la ricciola? Che ne sai con cosa ha cenato la sera prima quando all’alba, poco accorta, viene a farsi uno spuntino all’amo? Che fine ha fatto il mare, che non è mai stato mio e basta, ma anche d’ogni cristo che ci si affaccia, ci nuota, e d’ogni creatura che ci respira dentro? Almeno lasciatecene un pezzo, quello dell’alba che la rena è umida e deserta, quello della luna che ci si tuffa dentro. A certi cosa importa di starsene lì, se poi si sono comprati un tanto all’etto il divertimento d’una notte, che non gliene importa nulla se lo vendono lì che ancora c’è un pezzo di mare, poiché nuotano più volentieri nel cloro, tra olivette di plastica ed ombrellini nei calici colorati? Non lo sentono nel bum bum il suono della risacca. Ci sono distese di capannoni che hanno tirato su, produttivi, mica come noi pigre creature del mare che abbassiamo il PIL. Dunque, se tanto vi piacciono le fabbriche dei soldi che vi servono per comprare felicità prêt-à-porter, perché non vi trovate uno spazietto lì per tracannare le vostre coppe di champagne? Il mare, anzi, quel che ne resta, lasciatelo semplicemente a chi se ne sa emozionare appena lo vede, anche fuori stagione e senza servizio in camera.