Radio Pirata 46 (il ritorno di Radio Londra)

Riappare Radio Pirata che ha successo planetario, e fila che pare farmacia da tampone, che di tante collaborazioni c’è offerta che devo fare selezione dura. Taluni ragazzi meritano e gli do spazio sotto, con voce loro e musica d’altri. Che subito partirei di musica a far colonna sonora a pace e meraviglia, che ad altri piace ritmica di bombe come bimbi a gioco d’azzuffo. E riappare in forma di rilancio a gemellaggio per uopo con Radio Londra.

Che mi pare, almeno così, per sentito dire, che a fare la guerra sempre è facile, che a dichiararla c’è tempo uno sbadiglio per chi ha dito su pulsante. Mi dice il ragazzo qua che “Quando i ricchi vanno in guerra, sono i poveri che muoiono.” (Jean-Paul Sartre)

Capisco meglio una rissa d’osteria, una guerra di santi, una faida di quartiere e di palio; meglio Cerchi contro Donati, romanisti contro laziali, automobilisti in furore; perfino negri contro bianchi e viceversa… Torve dissennatezze, naturalmente, ma che nascono da uno sgarro, un’incompatibilità, un torto presunto, un pregiudizio, e sono in qualche modo un rovescio dell’amore, s’apparentano alla passione. Ma sparare a freddo su uno che è nato all’altro capo del mondo, che non hai mai visto, che non ti conosce e non parla la tua lingua, per ragioni che non sai, che non ti toccano, decise da altri, indenni in stanze blindate, persuasi di figurare dopodomani nella storia!”(Gesualdo Bufalino, Il malpensante)

Si è scritto in passato che è dolce e meritevole morire per la patria. Ma in una guerra moderna non c’è niente di dolce né di meritevole nella tua morte. Morirai come un cane senza una buona ragione.” (Ernest Hemingway, Note sulla prossima guerra)

Che quella di passare pezzi consistenti della propria miserabile esistenza a cercare massacro di prossimo (non come se stesso) per taluno è malattia, che pure è patologia anelare potere assoluto, che anche si fa sindrome grave il sottrarsi a starsene quieti, che ne so, a godersi una pensioncina bevendo un bicchiere con gli amici al bar, che ti fa anche buon sangue (che non si versa come d’altri) e non ti viene ansia d’accumulazione compulsiva di dobloni, bazooka e poteri, neppure di minchiate a cottimo.

Certo che se s’è strafogato tutto di tutti, non s’avvede che non s’è sgraffignato la collanina nuova di madama la marchesa, o il rolexino di mister Pippone, ma s’è rubato vite, a bombe ha buttato equivalente di chemioterapici, buono mensa per qualche milioncino di bimbi… E lo so che taluno non se ne rende conto, che la cosa il sonno non glielo toglie, che è tossico, e pure dipendente, ma allora talaltro gli può dire, così a consiglio spassionato, fatti curare, ma da uno bravo, se nel frattempo non gli hanno chiuso il reparto che di fondo c’è l’esausto, che tutto finì a scommessa di Risiko, o se li sono intascati i fenomeni come lui e degli amici suoi. (Questa l’ho detta da me, che non delegavo il primo venuto, semmai offro da bere e buon tutto)

Che radio che si rispetti ci ha i suoi inviati per inchieste dai risvolti insospettabili. E io telefono a mastro di pennello, che ha casa in cima alla collina, con vista a infinito di mare mio e spiaggia che sa di deserto, a dune cangianti. S’affaccia a veranda e m’assicura – ch’io tengo ad attendibilità delle fonti – che ha preso bidonate di caffè a smaltire sbornia della sera, per cui garantisce lucidità d’informazione.

Vede da lì che jet sfrecciano che non se n’erano mai visti, pure navi a cannone schierato gli pare di vedere, che non ha binocolo ma discreta fiducia in diottrie a disarmo, che almeno quelle non fanno arsenale. M’aggiunge, ma io me ne dissocio che è opinione sua, che a salvare disgraziati a barcone non c’è tale prodigo schieramento di forze. E rivado a musica, per brano di suggestione antica.

Che c’è puzza di guerra terminale, che è tutta analisi di politici a raffinatissima preparazione, qual migliori, cui s’aggiunge pletora immaginifica di giornalismo a cottimo, che tesse lodi di mediazioni, o che critica le stesse, a seconda di pruriti da orticaria sotto le ascelle.

Che mi ricordo del tempo che certi ceffi, par di bucanieri a servizio di regina, pur se a portafoglio gonfio di furto a destrezza, faccia avevano d’apparire a pubblico di reti unificate a dir, con voce rotta ad emozione e somma maestria d’attorame consumato, che le cose erano gravi, che ci toccava a breve bagno di sangue, oppure anche no. Che faccia comunque ce la mettevano. E andiamo ancora a musica.

Che mi sono fatto persuaso, a tempo, che ragione aveva Mastro Don Gesualdo Bufalino, che vi cito pari pari ch’io, di certo, meglio non pronunciavo il concetto: “Si firmerebbero poche dichiarazioni di guerra se chi le dichiara dovesse per legge firmarle col proprio sangue”. E io che sono nessuno, mi pregio di continuare a musica che vi rallegra domenica.

Che di stentoree dichiarazioni oramai s’è fatta piena la storia, che il prezzo di bolletta aumenta, ma aumenta per disgraziati che gli altri ci hanno assicurazione di conto solido. Pure, se scoppia la guerra, il mondo nostro pare dimentico di quel piccolo effetto collaterale che l’evento si porta dietro da che è tale: ci scappano i morti a fasci, che raro li ritrovi tra chi la guerra la dichiarò. E musica sia, a solluchero di pensiero lieve.

Che se c’è voglia di rosso, io, che di sangue buono ne ho poco, mi faccio latore di proposta di legge che di rosso s’inondino le vie, le strade, le piazze, pure i laghi per piacere di pesci, ma che sia di quello buono, di contadino, che sa del legno della botte, della terra arsa, pure di quella umida a rugiada della notte. E chiudo di musica. Che ho mal di testa per sera prima di adesione a concetto.

Cari tutti, che a balcone vostro sia bandiera bianca, che al mio c’è sempre stata.

Sgomberare

Guardò il mare e capì fino a che punto era solo, adesso. Ma vedeva i prismi nell’acqua scura profonda, e la lenza tesa in avanti e la strana ondulazione della bonaccia. Le nuvole ora si stavano formando sotto l’aliseo e guardando davanti a sé vide un branco di anatre selvatiche stagliarsi nel cielo sull’acqua, poi appannarsi, poi stagliarsi di nuovo; e capì che nessuno era mai solo sul mare.” (Ernest Hemingway – Il vecchio e il mare)

Pure io, che non sono vecchio quanto quell’altro al calar di lenza e assai meno d’esperienza sul campo pure, detto a scanso di natali, mi convinsi che a mare solitudini non abbiamo mai a patirne. Dunque, mi sovviene, che ad affastellarsi l’uno sull’altro è cosa che rasenta qualche strana afflizione, che non è a scaccio di solitudine, piuttosto sorta di fobia d’isolamento, che se non fai a branco non ti viene destino d’essere senziente. Ti pare che a moltiplicare te stesso nella moltitudine d’uguale un tanto al chilo, d’arma di pari identità, che fu scudo di sdraio o lancia in resta d’ombrellone, pure a convinzione certa d’avere servitor fedele che ti reca sacro bibitone a color vago di naturale, assai più probabile di derivazione ad estrazione precisa di trivella petrolifera, t’è a far di cacciata definitiva di solitudine. Che mi feci persuaso di detta cosa ad osservare in lontananza orda di assembramento a fetta di rena che l’altra apparve libera di buona parte, pure sgombra fu erta scogliera e basso scoglio.

Ora, è a mia ammissione che detto comportamento di massa, ancorché non sia da vecchio lenza armata per pesca di grosso pesce, ma neppure mio per ossequioso adeguamento, mi sconfinfera di molto, che è tale che lascia ampia veduta d’apparente compagnia esclusiva di mare a me soltanto a tratto grande di riva, dunque ben venga. Ma mi viene a giudizio di pensiero che cotale massa, non edotta di mia idea – che è cosa probabile assai a evidenza che io son nessuno – farebbe meglio ad affastellarsi a piscina da parte altra, che a bordo di tale è certo ci s’affratella assai di più, a strettume ci si fa sardina d’artificio, ci si riscopre ad identità più chiara di condivisione. A detto agire massa stessa non lascerebbe così passaggio libero che io raggiunga con facilità non agorafobica baretto per caffettino di prima mattina in cima al paese, senza slalom proibitivo e gesto atletico indicibile tra stuoino e tamburello?

Senza titolo, per scelta indotta

L’uomo non è granché vicino ai grandi uccelli e alle bestie. Vorrei proprio essere quella bestia laggiù nel buio del mare.” (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)

C’è mare, pure c’è altro mare, che quello sempre lo stesso non pare. Sfugge allo sguardo che lo distoglie e si contorce d’abbandono e ad esule e migrante fa strada in salita, di vertigine si tinge con l’onda che si schianta a fragore e grido di disperazione. C’appartiene alle genti di terre che toccano il mare, a favore di sguardo, destino preciso di farsi a trasporto di bonaccia che mai rimanemmo ferme, nascemmo con schiuma di sale a scorrimento d’arteria. Che ci affratelliamo per forza a compiacenza con genti simili, che c’è ancora altra sponda da lambire a chiglia di barca sgangherata, a vela di strappo, a sforzo di braccia e rete lacera. Pur a star fermi siamo di movimento a mare aperto che quello non s’accheta solo d’attesa.

Gli altri migravano: per mari
celesti, supini, su navi solari
migravano nella eternità.
I siciliani emigravano invece.
Alle marine, nel fragore illune
delle onde, per nuvole e dune
a spirale di pallide ceneri
di vulcani, alla radice del sale,
discesi dall’alto al basso
mondo, figurati sul piede
dell’imbarco come per simbolo
della meridionale specie,
spatriavano, il passo di pece
avanzato a più nere sponde,
al tenebroso, oceanico
oltremare, al loro antico
avverso futuro di vivi.

(Stefano D’Arrigo)

La ripartenza

Ho sempre viaggiato molto, non mi sono mai fermato se non per poco, pure è mia ripromessa di rimettere un piede dopo l’altro per altre traiettorie di scoperte. Ho cominciato a viaggiare che avevo appena smesso ginocchia sbucciate, seguendo flussi d’anadromi, percorsi d’avventura tali che poi me li ritrovavo pari pari nei racconti di Hemingway, di Chatwin, financo in certe cose di Salgari. Vi ci accompagno io in musica, che sono storie segrete, ne meritano di buona.

Partivo, talora, che il sole se ne stava lì lì per decidere se farsi sorprendere negli abiti discinti della notte. Erano le ore d’avvio di grandi flussi migratori, i viali, le strade secondarie, si riempivano delle folle, tutti verso il punto d’accumulo, la grande piazza, quella coi negozi incantati, i bar, lo skyline imperioso dei grandi e moderni condomini, minimo dieci piani per uno, termo-ascensorati, le panchine di cemento tra gli oleandri, le auto più grandi, le moto ardite, abiti scintillanti nella notte, le risate. Il punto d’accumulo s’intasava sino ad ora certa, tarda comunque, che poi il flusso serpentiforme, dopo la lite per il parcheggio, si spostava verso i bum bum, sino all’alba. Io andavo da un’altra parte, il quartiere pareva fosse mio e basta, al più di quei due tre che mi seguivano nell’avventura. Le strade parevano labirinto d’ombre che luce non era prevista, né da case, chiuse da chissà quanto, né da impianti che lì, ai confini della civiltà che ne fu cuore, d’arrivare non ci avevano nemmeno provato. Traversavo il dedalo e ad ogni gomito di via definivo la scoperta, che le ombre di luna a luci sghembe fanno disegni diversi ad ogni passaggio, pure le anima di creature misteriose, miagolii, latrati lontani, le pareti strette di vicoli fanno risonanza di risacca. Si sentivano odori strani, parevano liberati dalle mura da tempi altri, a far festa per passaggio imprevisto, nella teoria d’inganni della notte. La traversata pareva libro di città esotiche, si dissimulava il Suk, la Casbah, o forse tale era, senza l’apparenza di vita, ma densa di essa. La luce della bettola era oltre che oasi nel deserto, bar di Casablanca, pure se non c’era servizio a tavolo, nemmeno Sam a suonare, ma era musica uguale, nelle storie di quattro vecchi ubriachi che raccontavano di mare e di guerra, impastando di zibibbo le poche parole rimaste tra gengie sgangherate.

Pareva whisky financo quel rosso che, per mandarlo giù, dovevi allungarlo con la gazzosa. Poi si ripartiva, ancora, attraverso il labirinto, sino al mare, allo scoglio di notte, l’umidità che t’entra nel colletto, ma non te ne avvedi, che c’è atmosfera di sale a far da coperta. Il viaggio, lento, era la notte intera, sinché il sole non si ripresentava ad Oriente, per promessa mantenuta, a tingere di rosso la schiuma del vento di levante che lascia posto al libeccio. E consente il lungo viaggio a ritroso, ad una luce altra, che riproduce ancora il gioco d’azzardo dell’ombra che diventa colore. Ma quella era terra di nessuno, dunque, forse solo mia, che è di tempi d’orrore che viaggi e non trovi a consumo un tanto al metro, che procedi lento che un miglio scarso pare traversata d’oceano. Che così fu, che fu tolto l’inganno del viaggio di vertigine, per un rassicurante centro commerciale.

La Mar…

Sempre in attesa che quell’altro me, a conto di disbrigo pratiche, mi liberi per andarmene finalmente a cospetto del blu più blu, smetta dunque d’ostinazione di socializzare sue iperattività, gli dico d’imperio “ora scrivi tu che m’hai pure divertito, se non hai tempo scava nei cassetti”, Io al più vado di musica.

Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna.” (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)


Cos’è diventato il mare? Quello di petto al quale stavo da ragazzino, su uno scoglio ad aspettare che all’amo ci fosse qualcosa di notevole, di gigantesco e pesante. La lampuga, che lo scirocco si porta via, ma qualche volta invece se la pensa così, vira dal largo e punta sotto costa, per capire se c’è roba da mangiare. Che finge d’essere altro, con quella pinnettina azzurro e argento, che strappa l’urlo a quei tre turisti tedeschi, affacciati alla banchina del porto perché hanno sbirciato tra le pagine di Goethe, che c’è il pescecane, come in una canzone di Kurt Weill. Zitti, che magari ci casca e viene a fare colazione all’amo. O la ricciola che, meno pudica e più ingorda, s’appresta a lambire la costa, come bestia famelica. Ma anche due sauri e quattro ope vanno bene. E quelli prendo. Che fine ha fatto il mare del libeccio, che prima tartaglia giorni interi, poi s’arruffa il pelo e t’avverte col boato dell’onda, col ringhio della risacca, l’odore del sale, che con lui non si scherza? Poi si stanca, e se ne sta buono buono, quasi voglia farsi perdonare per l’ascesso d’ira, nascondendosi dietro forma di specchio, senza manco farti capire dove finisce lui e passa le consegne al cielo, laggiù in fondo, dove curva e la vela fa capolino, mentre il resto della barca pare se lo siano inghiottito Scilla e Cariddi. E allora ti piglia quella specie di commozione per come s’appresta a farsi bello il tutto d’intorno. Non ti viene da fare nessun movimento, non tiri su la lenza e la lasci lì, sotto sotto sperando che nulla abbocchi. Che il tonfo della bestia che si divincola non spezzi il silenzio, che non ti costringa a far fatica per tirarla a secco e ti distragga dal meravigliarti. Al limite ci pensa Pilu Rais a tirar su la cernia, con la sua barchetta e la faccia d’uomo senz’anni, cotta dal sole e scavata di rughe di sale, che somiglia ad una carta geografica di El Idrisi riemersa dalle intemperie delle biblioteche d’Alessandria. Che fine ha fatto il mare? Quello di Giovannina e Teresa che, tra un cliente e l’altro s’affacciano al bastione del sole che si leva e, i grandi seni sulle ringhiere rugginose, urlano ai ragazzini di stare attenti che sugli scogli si scivola che c’è il lippo. Ma a noi non importava di scivolare, come fili di posidonia ci saremmo rialzati come niente fosse successo, con in mano il limone rubato all’albero del vescovo, e lo scollo da intingere nel riccio aperto a piatto di gran portata, perché piccolo com’è, pure, là dentro ci sta tutto il mare. Che fine ha fatto il mare? Che ora è tomba di disgraziati. Una volta quelli venivano a raccontarci le storie d’altre rive, d’altre facce come la nostra, e le ascoltavamo con lo stupore del fanciullo. Ora sembra che debbano starsene al fondo, per farsi perdonare d’esistere. E chi se la mangia più la ricciola? Che ne sai con cosa ha cenato la sera prima quando all’alba, poco accorta, viene a farsi uno spuntino all’amo? Che fine ha fatto il mare, che non è mai stato mio e basta, ma anche d’ogni cristo che ci si affaccia, ci nuota, e d’ogni creatura che ci respira dentro? Almeno lasciatecene un pezzo, quello dell’alba che la rena è umida e deserta, quello della luna che ci si tuffa dentro. A certi cosa importa di starsene lì, se poi si sono comprati un tanto all’etto il divertimento d’una notte, che non gliene importa nulla se lo vendono lì che ancora c’è un pezzo di mare, poiché nuotano più volentieri nel cloro, tra olivette di plastica ed ombrellini nei calici colorati? Non lo sentono nel bum bum il suono della risacca. Ci sono distese di capannoni che hanno tirato su, produttivi, mica come noi pigre creature del mare che abbassiamo il PIL. Dunque, se tanto vi piacciono le fabbriche dei soldi che vi servono per comprare felicità prêt-à-porter, perché non vi trovate uno spazietto lì per tracannare le vostre coppe di champagne? Il mare, anzi, quel che ne resta, lasciatelo semplicemente a chi si fa saltare il cuore in gola appena lo vede, anche fuori stagione e senza servizio in camera.”

Radio Pirata 22 (a condizionatore spento)

Radio Pirata, giunta a Ventidue, s’arma a nuovi elementi di discontinuità programmatica, che se taluno passa da qua, a parlar di pace, pare che s’è alleato di talaltro ad oltre ex cortina. Che se non ti piace bomba vuol dir che ti piace bomba, che così al sicuro Radio si mette che sgancia missilissimo di nota a pentagramma a efficacia d’abbattimento di scemenza, che fa strage di bruttezza e chi s’è visto s’è visto. Che subito si cominci ad uopo con prima sventagliata, perbacco.

Ci ho giusto un giovane collaboratore che pure lui è guerrafondaio perché a pace si è votato. Pure gli passo parola.
Chissà se la luna
di Kiev
è bella
come la luna di Roma,
chissà se è la stessa
o soltanto sua sorella…
«Ma son sempre quella!

– la luna protesta –
non sono mica
un berretto da notte
sulla tua testa!
Viaggiando quassù
faccio lume a tutti quanti,
dall’India al Perù,
dal Tevere al Mar Morto,
e i miei raggi viaggiano
senza passaporto».
” (Gianni Rodari)

Ancora proseguo con carico da novanta che siamo in dirittura d’arrivo per nuova sublime società di giusti, che a cannoneggiamento s’immolano per destini d’umanità, che tanto d’umanità, uno più, un milione meno, qualcosa poi rimane comunque, forse che si, forse che no. Che ci ho collega di bevuta che m’aiuta a portare avanti trasmissione.

Io sono il mio dio. Siamo qui per disimparare gli insegnamenti della chiesa di stato, e il nostro sistema educativo. Siamo qui a bere birra. Noi siamo qui per uccidere la guerra. Siamo qui per ridere della probabilità e vivere le nostre vite così bene che la morte tremerà a prenderci.” (Charles Bukowski)

Che m’accorsi, giusto oggi, che non mi fu data possibilità di scelta, che mi si chiese, a me come a popolo, se di preferito abbiamo pace o aria condizionata. Che non so quale è risposta giusta, che io l’aria condizionata mai l’ebbi, dunque, in assenza di tale fondamento di civiltà, non mi resta che proclamar pace, che, dunque, sono per gli ammazzatori che ci ho pacifismo peloso a scorrere nelle vene, sono ob torto collo schierato ad interim con bombarolo. “La guerra la combatti bene soltanto dove tra le punte delle lance intravedi una bocca di donna, e tutto, le ferite il polverone l’odore dei cavalli, non ha sapore che di quel sorriso.” (Italo Calvino)

Che mi sconfinfera di pensare che guerra è madre di guerra, giammai si ferma dal generare se stessa, dunque, a fermarla sarà un aborto, che mi pare non potrà essere spontaneo. “Il trattato di Versailles ha fabbricato tedeschi umiliati che hanno fabbricato Ebrei erranti che hanno fabbricato Palestinesi erranti che hanno fabbricato vedove erranti incinte dei vendicatori di domani.” (Daniel Pennac)

Che a tutti quelli che anelano a menar le mani, a buttar bomba c’è vecchio amico che vi saluta così, che io mi dissocio da certi vil pensieri. “Questo si faceva. Si moriva. Non si sapeva di cosa si trattasse. Non si aveva mai il tempo di imparare. Si veniva gettati dentro e si sentivano le regole e la prima volta che vi acchiappavano in fallo vi uccidevano.” (Ernest Hemingway)
E v’abbandono a scoppio di superordigno di deflagrazione sonora imponente.

Radio Pirata 14 (largo ai giovani)

Radio Pirata ad ultimo sondaggio pare prima radio d’ascolto a casa mia, che il resto invece pare relativo. E a vista di successo epocale, che io ho fiducia in giovani, a loro concedo spazio, pure mi raccomando che stavolta gli do tema, che il fuori di quello non viene concesso nemmeno per mai. Anzi, mi faccio duplice e, per selezione a meritocrazia, di temi gliene rifilo a doppia quota, che primo è che musica è a cover, e testo sia, per solluchero mio che detengo imperio di trasmissione, dunque ne ho facoltà, mare. E do via a giro di musica che non è giro di do.

Quando si spiaggiano o qualcuno le tira a secco perché pensa che d’acqua non ce n’è più bisogno, quelle guardano ancora verso l’orizzonte, finisce pure che ti ci portano, se gli concedi un po’ di credito ancora, se ti fidi di loro, perché “una nave in darsena, circondata dalle banchine e dai muri, ha l’apparenza di una prigioniera che medita sulla libertà, con la tristezza di uno spirito libero, messo a freno”. (Joseph Conrad)

Che a mare mai finisce viaggio, si arriva solo per ripartire. Si fa d’oltre la meta definitiva, che l’oltre non scopri mai dov’è, pure se sai che lì ci dev’essere sicuro un approdo, un’Itaca felice che t’aspetta, ma che non è Itaca per sempre. Decide d’esserlo appena il tempo che tu ti conceda il riposo giusto a carico d’energia per la ripartenza.

Sotto l’azzurro fitto del cielo qualche uccello di mare se ne va; né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto ‘più in là’”. (Eugenio Montale)

Il desiderio del mare è cosa che attiene a certe qualità dell’anima, a tali altre appartiene quella visione d’immenso quale frontiera, muro a separazione, confine, colonna d’Ercole da altro che pare che non siamo sempre noi. Ma se hai solo il sogno, che quello è quanto ti resta, “basta aprire la finestra e si ha tutto il mare per sé. Gratis. Quando non si ha niente, avere il mare – il Mediterraneo – è molto. Come un tozzo di pane per chi ha fame”. (Jean Claude Izzo)

Per mare impari tutto quello che ti serve, che poi fai ripasso ad osterie, quando racconti la storia che vivesti su quell’infinito, che è storia il cui finale è sempre da riscrivere, che muta quanto muti tu, che cambia per come ti senti, ma sempre ha epilogo a conforto. “Ho sempre avuto l’idea che navigando ci siano soltanto due veri maestri, uno è il mare, e l’altro è la barca, E il cielo, state dimenticando il cielo, Si, chiaro, il cielo, I venti, Le nuvole, Il cielo, Si, il cielo”. (José Saramago)

C’è che certe volte il mare si rabbuia, pare che avverta l’esigenza di farlo, non si sottrae dal mostrarsi adirato, non ne ha remora, ma è come se ti trasmettesse il suo disappunto per qualcosa che hai fatto, che se stai a guardarlo senza volontà di rimprovero si rifà a calmo. Finisce sempre che l’arrabbiatura gli passa. “Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna”. (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)

Radio Pirata 5 (ancora più Radio Londra)

Riappare Radio Pirata che ha successo planetario, e fila che pare farmacia da tampone, che di tante collaborazioni c’è offerta che devo fare selezione dura. Taluni ragazzi meritano e gli do spazio sotto, con voce loro e musica d’altri. Che subito partirei di musica a far colonna sonora a pace e meraviglia, che ad altri piace ritmica di bombe come bimbi a gioco d’azzuffo.

Che mi pare, almeno così, per sentito dire, che a fare la guerra sempre è facile, che a dichiararla c’è tempo uno sbadiglio per chi ha dito su pulsante. Mi dice il ragazzo qua che “Quando i ricchi vanno in guerra, sono i poveri che muoiono.” (Jean-Paul Sartre)

Capisco meglio una rissa d’osteria, una guerra di santi, una faida di quartiere e di palio; meglio Cerchi contro Donati, romanisti contro laziali, automobilisti in furore; perfino negri contro bianchi e viceversa… Torve dissennatezze, naturalmente, ma che nascono da uno sgarro, un’incompatibilità, un torto presunto, un pregiudizio, e sono in qualche modo un rovescio dell’amore, s’apparentano alla passione. Ma sparare a freddo su uno che è nato all’altro capo del mondo, che non hai mai visto, che non ti conosce e non parla la tua lingua, per ragioni che non sai, che non ti toccano, decise da altri, indenni in stanze blindate, persuasi di figurare dopodomani nella storia!”(Gesualdo Bufalino, Il malpensante)

Si è scritto in passato che è dolce e meritevole morire per la patria. Ma in una guerra moderna non c’è niente di dolce né di meritevole nella tua morte. Morirai come un cane senza una buona ragione.” (Ernest Hemingway, Note sulla prossima guerra)

Che quella di passare pezzi consistenti della propria miserabile esistenza a cercare massacro di prossimo (non come se stesso) per taluno è malattia, che pure è patologia anelare potere assoluto, che anche si fa sindrome grave il sottrarsi a starsene quieti, che ne so, a godersi una pensioncina bevendo un bicchiere con gli amici al bar, che ti fa anche buon sangue (che non si versa come d’altri) e non ti viene ansia d’accumulazione compulsiva di dobloni, bazooka e poteri, neppure di minchiate a cottimo.

Certo che se s’è strafogato tutto di tutti, non s’avvede che non s’è sgraffignato la collanina nuova di madama la marchesa, o il rolexino di mister Pippone, ma s’è rubato vite, a bombe ha buttato equivalente di chemioterapici, buono mensa per qualche milioncino di bimbi… E lo so che taluno non se ne rende conto, che la cosa il sonno non glielo toglie, che è tossico, e pure dipendente, ma allora talaltro gli può dire, così a consiglio spassionato, fatti curare, ma da uno bravo, se nel frattempo non gli hanno chiuso il reparto che di fondo c’è l’esausto, che tutto finì a scommessa di Risiko, o se li sono intascati i fenomeni come lui e degli amici suoi. (Questa l’ho detta da me, che non delegavo il primo venuto, semmai offro da bere e buon tutto)

Cari tutti, che a balcone vostro sia bandiera bianca, che al mio c’è sempre stata.

Non ce n’è più

In fondo al promontorio, oltre il borgo, Pilu Rais sgrana la rete. Il mio incubo peggiore è sempre stato quando il Mar d’Africa, all’orizzonte, si tinge di blu e rosso, il caldo soffoca ed il vento arriccia le onde che tutto pare che frigge e mugugna. Ti fai le sabbiature a caldo quando il tempo è così. Il Libeccio svuota la spiaggia non solo alle mie ore consuete, quelle piccole che il sole ancora è cauto, ma anche quando la torma barbara s’ammassa sulla rena, s’agghinda di tamburelli e si sente l’odore rancido della protezione solare per vichinghi dalla pelle in tintarella di luna. “E che pesce avete preso oggi?”, dico di solito quando il tempo è così. E lui s’alza un sopracciglio, s’arruffa i capelli di salsedine e sbotta: “Vossia mi cugghiunia sempri – io abbozzo mezzo sorriso, pure m’aspetto la risposta che non voglio, ma non ce la faccio a trattenermi -. C’è Libiciu, nun si nesci cu stu tempu”.

Il libeccio non te la fa passare liscia, che le onde paiono da surfisti, non da barchette e reti leggere, che non sono quelle dei transatlantici che sostengono palamitare occhi a mandorla, quelle che si perdono per chilometri e si grattano anche lo scoglio dell’abisso finché non c’è nulla. Mi tolgo il sorriso di bocca, gli porgo il caffè raccattato al chioschetto, e m’allontano mesto, di tanto in tanto bloccando al volo il panama che non ce la fa a starsene a posto in testa, che s’è vestito d’aquilone. Il pensiero di finire con una cotoletta mi rovina la giornata, mi riporta a tristi serate d’autunno-inverno. Roba che si rischia la depressione. Mi viene l’ansia e mi metto a scorrazzare per le campagne, fermo nel rifiuto del ritorno alla stagione grigia. Formaggio, olive, pagnotte calde e pomodoro secco, m’assecondano nel dimenticare le sfortune meteo. Questo succede se c’è il Libeccio, ‘u libiciu di Pilu Rais, che non s’affronta il mare se mugugna lui. Questo succede per due o tre giorni al massimo, poi tornano sgombri e occhibelli, che rientra il ponentino, e il peggio ti pare passato, ti riappropri del tutto all’acqua pazza, dei guazzetti, della griglia. Quest’anno è diverso, che il mare pareva una lastra di metallo tirata a lucido, che te ne puoi andare a pescare anche col canotto a remi. Soffia il ponentino e il Libeccio non sfonda. Se ne vede la striscia scura in fondo in fondo, che smorza il contrasto fitto dell’orizzonte marino col cielo. Ma non passa. Sto giro non ce la fa. Che uno se ne va al moletto, oltre il paese, fiducioso di riprendersi identità arcaiche, quelle che ti fanno dentro pirata fenicio o argonauta. “E che pesce avete preso ogg?i”. Stavolta non alza manco il sopracciglio, non s’arruffa i capelli di salsedine, quasi manco gli esce la voce quando risponde: “Triglie, quattro triglie, manco di scoglio”. “Ma ora siete voi che mi cugghiuniati. Con questo mare m’aspettavo che dovevate chiamare pure i vostri nipoti per svuotare le reti”. Nemmeno risponde subito, sempre a testa bassa che lui è abituato a guardarti negli occhi, quelli neri come l’abisso che quante volte ha conosciuto, che ha affrontato le tempeste, che certi pesci ha preso che il Vecchio di Hemingway pareva dilettante allo sbaraglio, pescatore della domenica. Le rughe di sale non sono più semplici pieghe bruciate dal sole, paiono scavi di sbancamento, aratura di campi. “Non ce n’è pesce, tutto l’inverno è stato così, e così continua, pure peggio”. Poi riabbassa gli occhi, e sgrana la rete, due o tre triglie ancora.

La mar…

“Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna.” (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)

Cos’è diventato il mare? Quello di petto al quale stavo da ragazzino, su uno scoglio ad aspettare che all’amo ci fosse qualcosa di notevole, di gigantesco e pesante. La lampuga, che lo scirocco si porta via, ma qualche volta invece se la pensa così, vira dal largo e punta sotto costa, per capire se c’è roba da mangiare. Che finge d’essere altro, con quella pinnettina azzurro e argento, che strappa l’urlo a quei tre turisti tedeschi, affacciati alla banchina del porto perché hanno sbirciato tra le pagine di Goethe, che c’è il pescecane, come in una canzone di Kurt Weill. Zitti, che magari ci casca e viene a fare colazione all’amo. O la ricciola che, meno pudica e più ingorda, s’appresta a lambire la costa, come bestia famelica. Ma anche due sauri e quattro ope vanno bene. E quelli prendo. Che fine ha fatto il mare del libeccio, che prima tartaglia giorni interi, poi s’arruffa il pelo e t’avverte col boato dell’onda, col ringhio della risacca, l’odore del sale, che con lui non si scherza? Poi si stanca, e se ne sta buono buono, quasi voglia farsi perdonare per l’ascesso d’ira, nascondendosi dietro forma di specchio, senza manco farti capire dove finisce lui e passa le consegne al cielo, laggiù in fondo, dove curva e la vela fa capolino, mentre il resto della barca pare se lo siano inghiottito Scilla e Cariddi. E allora ti piglia quella specie di commozione per come s’appresta a farsi bello il tutto d’intorno. Non ti viene da fare nessun movimento, non tiri su la lenza e la lasci lì, sotto sotto sperando che nulla abbocchi. Che il tonfo della bestia che si divincola non spezzi il silenzio, che non ti costringa a far fatica per tirarla a secco e ti distragga dal meravigliarti. Al limite ci pensa Pilu Rais a tirar su la cernia, con la sua barchetta e la faccia d’uomo senz’anni, cotta dal sole e scavata di rughe di sale, che somiglia ad una carta geografica di El Idrisi riemersa dalle intemperie delle biblioteche d’Alessandria.

Che fine ha fatto il mare? Quello di Giovannina e Teresa che, tra un cliente e l’altro s’affacciano al bastione del sole che si leva e, i grandi seni sulle ringhiere rugginose, urlano ai ragazzini di stare attenti che sugli scogli si scivola che c’è il lippo. Ma a noi non importava di scivolare, come fili di posidonia ci saremmo rialzati come niente fosse successo, con in mano il limone rubato all’albero del vescovo, e lo scollo da intingere nel riccio aperto a piatto di gran portata, perché piccolo com’è, pure, là dentro ci sta tutto il mare.

Che fine ha fatto il mare? Che ora è tomba di disgraziati. Una volta quelli venivano a raccontarci le storie d’altre rive, d’altre facce come la nostra, e le ascoltavamo con lo stupore del fanciullo. Ora sembra che debbano starsene al fondo, per farsi perdonare d’esistere. E chi se la mangia più la ricciola? Che ne sai con cosa ha cenato la sera prima quando all’alba, poco accorta, viene a farsi uno spuntino all’amo? Che fine ha fatto il mare, che non è mai stato mio e basta, ma anche d’ogni cristo che ci si affaccia, ci nuota, e d’ogni creatura che ci respira dentro? Almeno lasciatecene un pezzo, quello dell’alba che la rena è umida e deserta, quello della luna che ci si tuffa dentro. A certi cosa importa di starsene lì, se poi si sono comprati un tanto all’etto il divertimento d’una notte, che non gliene importa nulla se lo vendono lì che ancora c’è un pezzo di mare, poiché nuotano più volentieri nel cloro, tra olivette di plastica ed ombrellini nei calici colorati? Non lo sentono nel bum bum il suono della risacca. Ci sono distese di capannoni che hanno tirato su, produttivi, mica come noi pigre creature del mare che abbassiamo il PIL. Dunque, se tanto vi piacciono le fabbriche dei soldi che vi servono per comprare felicità prêt-à-porter, perché non vi trovate uno spazietto lì per tracannare le vostre coppe di champagne? Il mare, anzi, quel che ne resta, lasciatelo semplicemente a chi se ne sa emozionare appena lo vede, anche fuori stagione e senza servizio in camera.