A specchio, lo sguardo mancato

Non c’è progresso fermo e irreversibile in questa vita; non avanziamo per gradi fissi verso l’ultima pausa finale: attraverso l’incanto inconscio dell’infanzia, la fede spensierata dell’adolescenza, il dubbio della gioventù (destino comune), e poi lo scetticismo, e l’incredulità, per fermarci alla fine, maturi, nella pace pensosa del Forse. No, una volta arrivati alla fine ripercorriamo la strada, e siamo eternamente bambini, ragazzi, uomini e Forse. Dov’è l’ultimo porto da cui non salperemo mai più? In quale etere estatico naviga il mondo, di cui i più stanchi non si stancano mai?” (Herman Melville)

Che questa è terra che di bellezza fece sua condanna inesausta, che di figli che sono suoi e che tali si sentono, farà per forza a meno, che non c’era scampo a partenza. E come fratello, padre, madre, sorella, Lui è a sommo d’arguzia di sapere, di temere destino d’altri prossimi, che ad esorcismo esatto dell’io so, sostituisce il non dico che sarà strappo furibondo, mancanza di vertigine. Questa è terra che di bellezza fece condanna suprema, che mai vi fu a goderne senza patimento estremo di chi seppe coglierla. Fu terra che accolse pure chi non meritava accoglimento, che ricambiò cortesia d’ospitalità con violenza di fare sorprendente d’inumano. Quelli rimasero, a perpetrare l’orrore della trasformazione d’abbrutimento. Chi seppe che doveva stare a goderne non ebbe strumento di sopravvivenza, quale esiliato dovette muoversi a cercare tesori d’effimero, porto salvo, come per veleggiare di barcaccia fenicia di pescatori di tormente, rossi di sangue e di porpore di murici. Terra che respinse i suoi figli d’altra sponda che Lui voleva salvare da deriva. Talora, Lui se ne fece carico, ch’è dato meglio una sofferenza d’istanti, tra le braccia di sale generatore che l’orrenda, eterna, reprimenda dei vivi già morti, ad accusar d’essere nati a sponda diversa da quella data per giusta. Questa fu, è, sarà terra che fa a prezzo di strozzo prestito di bellezza, e pretende pagamento esoso per essersene imbattuti a coincidenza d’esservi nati.


E quelli che vi giunsero non furono accolti se non per essere vilipesi, quando non vi giunsero armi in pugno, a dettar legge del più forte sono io, che detti vennero blanditi. Ed altri che noi fummo andarono e non si fermarono se non per voltarsi a riempire ogni vena, ogni arteria, il più piccolo capillare d’eterna, infinita nostalgia. Eppure fummo noi a dire nave non salpa a salvar vite, a far ciò che serve a nave che si fece varo, abbracciare altre terre, altre genti, sollevare da flutto, e non per cima tesa ad ancoraggio a porto salvo per bufera, ma per diktat a rifiuto di sguardo a specchio.

Okkio

Che meraviglia a giocar di fregola di clava che a luogo di quella si usa disgraziato a ripescaggio da annego sicuro che io non lo voglio e neppure io. Che meraviglia risveglio d’orgoglio sacro d’imperi, che a far due conti pareva che fossero già a puzzo di putrefazione a caldo che cuoce, e ora, a momento di son desto, pure peggio pare odore nauseabondo ch’emana da presidi imperituri di culla di civiltà varie e sparse. Ma io faccio opposizione a riflesso emetico spontaneo, e mi do a raccontar di riciclaggio favola che la morale non la scrissi, che ognuno ci veda quel che gli pare.

“Era così piccolo, il topolino, che da quella feritoia sotto il battiscopa ci passava solo lui, manco quel forellino era visibile agli occhi della coppia di contadini che abitavano la casa. Era più piccolo pure degli altri topolini dei dintorni, era nato così, ma quello che pareva svantaggio fu fortuna sua che lo rese invisibile. Nella sua tana ci stava comodo comodo ed era felice. La mattina, quando i due umani uscivano di casa, lui veniva fuori di lì e raccattava le mollichine sotto il tavolo, che si faceva dei bei pranzetti. Qualche volta cascava anche qualche pezzo di buccia di cacio e per lui era festa grande. Se la portava nel suo rifugio e pure ci beveva sopra qualche goccia d’acqua che veniva giù da un tubo rugginoso. Stava bene ed era contento.

Pure si sentiva utile ché, a ripulire d’avanzi il pavimento, faceva che la casa non s’infestasse di formiche. Una sera, che s’era saziato, se ne stava in panciolle quando udì uno strano armeggiare da oltre il battiscopa. Da un forellino lì nei pressi puntò l’occhio a cercar di capire che succedeva. Il contadino stava mettendo su qualcosa di tremendo, una trappola proprio per lui. Non ne aveva mai vista una, ma la riconobbe facile, che gliela aveva descritta un tempo, ch’era ancora un sorcetto da nulla, un suo zio. Quello, lo zio, c’era incappato malamente e ci aveva rimesso la coda che non ebbe più equilibrio e camminava che pareva ubriaco. La notte la passò a tremare di paura, era terrorizzato che non sapeva che altro stessero preparando per dargli la caccia, nemmeno era convinto si fossero fermati alla trappola. La mattina, che ancora tremava e nemmeno aveva chiuso occhio, appena udì che i due se ne uscirono di casa, si precipitò fuori che non ebbe manco il coraggio di razzolare sotto il tavolo della cucina per far colazione. Giunto nell’aia, cominciò a squittire così forte che la gallina, il maiale e la mucca lo udirono e si precipitarono per capire cosa stesse succedendo. “Cosa c’è, sorcetto? – Disse la mucca – Cos’hai da urlare?”. Tremando, spaventato pure dall’idea di non riuscire a farsi capire, il topolino disse che aveva visto tirar su quella macchina infernale, la trappola. Ma la gallina gli fece pronta: “Io capisco che tu possa essere preoccupato, ma cosa c’entriamo noi? Non è mica per noi quella cosa?” E pure il maiale disse la sua: “Caro sorcio, mi dispiace veramente per te, ma, tutto sommato, non è un problema nostro”. Infine la mucca: “Eh, caro sorcio, il destino ci appartiene e come tale dobbiamo occuparci ciascuno del nostro. Comunque, ti auguro buona fortuna”. Ridendo e sghignazzando, i tre si allontanarono. Il topolino, adesso, oltre che terrorizzato, era pure mortificato, si sentiva umiliato, invisibile più di quanto la sua piccola statura ce l’avesse reso. Sfidando la sorte se ne tornò al suo buco, zampetta dopo zampetta, guardingo e tremante. Quella notte stessa, si sentì un gran frastuono provenire da oltre il battiscopa, un rumore tale da paralizzarlo. Ormai era certo che oltre quella barriera sottile si stava consumando qualcosa di orribile. Ma volle guardare ancora dal forellino spia. La trappola era scattata, ma su un serpente velenoso che, prima d’essere ucciso dal contadino, era riuscito a mordere la donna ch’era stramazzata al suolo tra le urla. Persino si dispiacque, il topolino, che alla fine la coppia l’aveva pure sfamato. Fu fortuna per la donna che i medici riuscirono ad intervenire rapidi e le salvarono la vita. Ma la convalescenza fu lunga e il contadino sapeva che la miglior medicina per un malato è un bel brodino caldo. Così ammazzò la gallina e lo preparò alla sua compagna. Non passarono che poche settimane che quella si rimise in piedi completamente guarita, e fu tanta la gioia che organizzarono una grande festa invitando tutto il vicinato. Con tutti quegli ospiti a festa, per la grazia ricevuta da Domineddio, non si poteva che ammazzare il maiale. Ma finiti i bagordi, giorno dopo giorno, i due sposi dovettero fare i conti con i debiti accumulati per pagar le cure, addivenendo all’unica conclusione che occorreva vender la mucca al macellaio. La povera bestia fu caricata su un carro, e quando giunse al mattatoio, vide tra le ultime sue lacrime, l’immensità della trappola per topi.”

Sdoppiamenti

Quando mi sdoppiai, non fu cosa d’improvviso, ma avvenne a gradualità a fatto di lockdown. Che comunque io la sensazione di doppio ce l’avevo, ma non era lampante, si faceva a gioco di capolino di tanto in tanto che mi era a estraneo un tale che poi ero pure io. La cosa non mi pesava, che pensavo non era grave. Ma al che me ne stetti a chiusura d’obbligo solo con me medesimo, e poi a reiterata quarantena a più e più riprese, mi fece dimostrazione scientifica d’evidenza.

Che poi io e quell’altro abbiamo affinità consistenti, direi, e non solo a fatto che condivisione di corpo medesimo è vincolo a fughe di divergenza notevolissima, ma anche che c’è precisa condivisione di principio.

È la risposta a tale condivisione che è differente, mi pare che è ciò che deriva dall’essere più o meno a legame con proprio vissuto di quotidianità andata. Ch’egli, altro me, intendo, affronta questione di petto, ad abnegazione non si tira indietro. Non fa a lascio intentato, che a busso di porta apre sempre. Egli s’affastella a disperazione, mai se ne sta fermo pure che a sfianco s’appresta spesso ed anche a volentieri. Financo fa a meno di sé stesso e di cose che ad egli aggradano. Io me ne starei, invero, a fare più tranquillo, a far nulla mi ritrovo più propenso. Che, in pratica, a me tocca di vivere quando lui s’acquieta. Il punto è che c’è impedimento a che io mi faccia niente e nessuno liberamente, che suddetta condivisione di carne, sudore e sangue è vincolo assai efficace. Dunque, c’è attraversamento di momento in cui egli ha priorità su me, mi trascina a destra e manca, a incombenza infinita che pare autorigenerante se stessa e mai si ferma a lasciar scorrere il tutto d’intorno. E mi faccio venia con altri che passano qui che talora mi dolgo di scarsa presenza, e pure prendo talora pausa lunga da questa che è casa mia, ci feci residenza e ad altro me non consetii di metterci naso con sua precisa condizione anagrafica, che questo – bloghettino di sassi senza nome, voglio dire– è spazio mio riservatissimo.

Comunque una cosarella, oggi, a dono per me e per chi ve ne legge assoluta, elevatissima verità filosofica, la lascio.

Nonostante la mia pigrizia, ho fatto un mucchio di cose che non avrei dovuto fare. Però ho confermato l’esattezza del suo giudizio per quanto riguardava il tralasciare di fare molte cose che non avrei dovuto assolutamente tralasciare. La mia pigrizia è sempre stato il mio cavallo di battaglia. Ma non mi vanto di ciò, è un dono di natura. Sono in pochi a possederlo. C’è una gran quantità di pigri, ci sono mascalzoni a bizzeffe, ma un ozioso genuino è una rarità. Non è il tipo che se ne va in giro con le mani in tasca. Al contrario, la sua più sorprendente caratteristica sta nel fatto che è sempre vorticosamente indaffarato. Infatti è impossibile godere della pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere. Non è affatto divertente non far nulla quando non si ha nulla da fare. Perdere tempo diventa allora una mera occupazione, e un’occupazione tra le più affaticanti. L’ozio è come i baci, per essere dolce deve essere rubato. Molti anni fa, quand’ero un ragazzo, mi ammalai gravemente: non sono mai riuscito a capire che cosa avessi di tanto grave, a parte un bestiale raffreddore. Immagino però che si trattasse di un malanno molto serio perché il dottore mi spiegò che sarei dovuto andare da lui un mese prima, e se la mia malattia (fosse quel che fosse) fosse durata per un’altra settimana, lui non avrebbe risposto delle conseguenze. Pare impossibile, ma non ho mai saputo di un medico chiamato a curare un qualsiasi ammalato, senza che si scoprisse che un altro giorno di indugio avrebbe reso impossibile la guarigione. La nostra guida sanitaria, filosofo e amico, è come l’eroe di un melodramma: compare sulla scena solo ed esclusivamete all’ultimo minuto utile”. (“Pensieri oziosi di un ozioso” – Jerome K. Jerome)

Un ponte

Nazarene bianche, Nazarene nere.
Del fiume a le rive
si guardan da tanto i conventi,
si guardan con occhio di vecchia amicizia
le piccole torri, una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
Due volte s’incontran, le bianche e le nere,
sul ponte, sul ponte che unisce i conventi,
li unisce da tanto per vecchia amicizia,
le piccole torri si guardan ridenti
una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
Le piccole chiese al crepuscolo s’aprono,
ne sortono leste le suore ed infilano il ponte;
nel mezzo s’incontran, s’inchinano
le bianche e le nere,
si recan l’un l’altre a la piccola chiesa al saluto;
vi fanno una breve preghiera
e leste rinfilano il ponte.
Di nuovo s’incontran, s’inchinan le file,
una bianca e una nera,
le suore s’incontran la sera,
la sera al crepuscolo.
” (Aldo Palazzeschi)

I ponti li fecero generosi operai, pietra su pietra, bilichi delicati, arcate sorprendenti, manovalanze esperte di volontà a congiungimento di sponde di fiumi impetuosi, ed isole che divennero promontori. I ponti furono di progetto fatti ad unire da geniali architetti, su valichi di frontiera, sentieri di capre, terreni d’acquitrinio, paludi di creature fameliche che non fecero più paura.

Furono fatti di povere corde, di barche impilate, legni e pietre raccattati in un qualsiasi dove. Pure ce ne furono d’ingegnosi, che resistettero a millenni di barbarie, taluni si fecero immagini da cartolina, simboli, sperimentarono ardite soluzioni d’equilibrio. Tali altri furono fragili, si fecero a crollo drammatico, ma divennero metafora sorprendente di necessità di consolidamento di punti di contatto, allarme che non se ne mettesse a discussione l’esistenza, non se ne facesse per distrazione occasione d’abbattimento e rovinosa caduta. Solo nelle guerre, – allorché scorre il sangue di vinti e vincitori – come nella barbarie, s’abbattono i ponti.
Talora vi sono ponti che di progetto fecero a meno. Oceani a navigazione libera non sono forse ponti? Vette elevate non ebbero esse stesse, che d’animo impervio si tinsero, capacità di congiungere più che di far di divisione, a consentire all’occhio la curiosità dello sguardo che vaga sino all’oltre? Non furono financo i deserti nati quali ponti per essere attraversati in lungo e largo, per giungere d’oasi ad oasi, coste su coste? Non ebbero isole lontane sembianza di ponte, che fecero da ristoro per navigazioni senza precisa meta che non fosse di esclusiva scoperta?
Questa è dei ponti la natura più intima, l’unica necessaria, siano i ponti che abili manovalanze eressero dal nulla, solo armate di mani e sogno d’andare, desiderio di viaggio e sorpresa, siano anche fatti d’oro di nemico che fugge, e i ponti che non paiono ponti, come le vaste pianure, i grandi monti, le sterminate praterie, i mari infiniti. La storia degli uomini è la storia dei loro ponti, di quelli che costruirono, di quelli che elessero a tali, quelli che non ci furono. E se oggi quei ponti, come canali e fazzoletti di mare, qualcuno vuole chiudere, abbattere, doganare e seppellire, allora quel qualcuno nega volontà d’umanità di mille mila anni, di superamento di costrizione, della mente di trovare legittimo congiungimento con l’altrove. Dunque, nega se stesso quale ad appartenenza all’umana genia, se ne espulse, si mise a gattabuia e manco se ne rese conto, mentre provava ad assembrarci pure gli altri che si fecero gregge mansueto.

E musica sia, quale che sia? Reloaded

A viaggio lungo e periglioso ad attraversare lo stivale, cercando d’evitare incidenti con ricorso a stradine collaterali ad autostrade assolate, mi fa compagnia musica mia, pure debbo prestare attenzione ad accorati appelli di sicurezza stradale per non imbattermi nella fila del secolo. Che tra l’annuncio della coda e della bisarca intraversata a blocco di traffico, mi sorbisco note a va per la maggiore, che a baretto di campagna mi tocca di far fermata a frequenza indefinita per non soccombere alla gastrite. Fu così che mi ricordai di cosa già scritta, che ve la rifilo all’oggi. Con accompagno giusto e rinnovato, s’intende.

“Avevo in casa, la filodiffusione, che paiono passati secoli, pure forse è così. Tuttavia, c’era la Hit Parade di Lelio Luttazzi ed al primo posto ci capitava roba come Angie, dei Rolling Stones. Non è cosa che mi facesse impazzire, mi pareva corta, finiva subito, ma certo schifezza non si poteva dire che fosse. Che io, che sono lento di comprendonio, ho bisogno che la cosa si prolunghi assai per entrarci dentro, se neppure mi basta per una mezza sigaretta, ci resto male, che almeno me l’accompagni fino alla fine, mica dico che me ne faccia fare una stecca più fiasco di vino. Ad ogni buon conto, che è da allora che non mi guardo intorno, che mi avvito al me e basta, mi salta lo sghiribizzo, così, per pura celia, d’andarmi a vedere che c’è ora ai piani alti del disco. Che poi di dischi mi sa che non se ne praticano più, che mi pare che sono l’unico che se ne compra qualcuno ogni tanto.

Mi parrebbe lesa maestà che, per esempio, vi proponessi cosa musicale che non posseggo in un qualche formato, compreso musicassetta originale. Non per adesione incondizionata al diritto d’autore, piuttosto per quella condizionata al dovere di condivisione, roba tra il me e quello che suona. Che poi a quello che suona quanto gliene importa se il me nessuno s’affascina di sue produzioni, piuttosto, ho idea, gli viene a sommo del petto la gioia sublime del me con cognome e nome, timbrati e firmati a sindacatura, che ci ha messo la cinquemila lire. C’è il capitalismo, ch’è cosa che non mi sfugge. Poi mi sovviene a giusto, che dovrei anche andare a vedere di che s’accomodano a delizia i ragazzi dell’oggi, che sono pure quelli a cui insegno cose esatte come i numeri. Insomma, mi rendo smanettone e mi faccio edotto di classifiche ed hit, ascolti e vendite – pari a poco assai, mi pare di capire -. Mi seleziono dieci o dodici cose di quelle più a gettone – che scrivo pure d’antico – e m’avvedo, orribilmente, che non ve n’è nessuna che conosca, che paio uno finito in queste stagioni con una scalcagnata macchina del tempo, assemblata alla meno peggio nel secolo breve. Me le ascolto, financo con attenzione e trattengo una certa disillusa frustrazione, che a me paiono tutte uguali, che sarà pure che non sono aduso. Ma d’acchito immediato m’adombro, che i testi pare che glieli scrive Pappagone post sbronza, che le musiche ce le hanno infilate a forza dal carillon della nonna. Fortuna vuole che durano il tempo d’uno sbadiglio, che la suite non si prevede. Che ci fu tempo che riconoscevi il chitarrista dalla prima nota ed il batterista dal primo rullare, per non parlar di piani e fiati, financo della solitudine della chiave di sol, nella tesssitura del tappeto di sotto. Che certi testi t’agghindavano a liturgico religioso silenzio. Mi ritraggo, mi sgomento, poi m’avvedo, che pare che sia una mia lezione, con tasso d’attenzione che pare il minimo comune divisore, l’uno e basta che val bene per tutti. Che mi devo reinventare a teatro tra Pitagora ed Euclide per non far scappare tutti dalla finestra, non farmi mettere le mani addosso. E che devo dire ancora, che era meglio che mi ricordavo della buonanima di Lelio Luttazzi, che già mi pareva un tanto così e così?”

In poche parole

Cercava un’anima che meritasse di partecipare all’universo…” (Jorge Luis Borges, Le rovine circolari)

Rimane rassegnazione per la perdita del senso di meraviglia, che pure chi sostiene di averla, talora, confonde quella con sussieguoso adeguarsi. Senza meraviglia è solo lotta intestina di tutti contro tutti. Nella sua riscoperta si gioca il desiderio di trasferire se stessi in identità invisibili. Diventare nessuno, riscoprirsi nessuno, è passo necessario per sottrarsi alla barbarie, diventare nessuno è parte del viaggio verso l’essere nel tutto.

Poi, non sono necessarie nemmeno parole giuste, solo sguardi vertiginosi.

Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta.” (Cesare Pavese)

A sfidar destini

La terra trema, di bombarda non cessa il suono, a mare aperto c’è continuità d’annego a fuga di disperazione, pure virus appare a cedimento d’eversione per boicotto, che crede a terrapiatta, rema contro governo di migliorissimi, a sprezzo che fu abolito per legge di stato edotto e saggio, non s’eclissa e fa morto ammazzato per piglio criminale e senso civico da fattucchiera. Bolletta schizza con benzina, d’inflazione fecero overdose che stempero dolor con nota ridotta a strumento solo.

A pagamento per sgobbo c’è sempre voce a ribasso, pure per insegnante, che se vuol aumento di centesimo dimostri d’essere ad abnegazione totale, con conseguente contratto h24, reperibilità a notte fonda per esercizio a crocettatura, che pare settimanale a mille mila tentativo d’imitazione, tal altra rassomiglia a roulette che russa è meglio non si dice, che entri in camera caritatis e lista di proscrizione a compagnia di Tolstoj. C’è anche pletora di nullafacenti, a dimostro falso e negletto che sistema è sbagliato, quale kamikaze a martirio, continua a farsi d’ammazzo a posto di lavoro. Grandi firme seguono moda a dir che se donna è incinta al massimo laverà piastrella ch’io non ce la voglio, che a notte inoltrata, senza luna ed ululato di lupo a cottimo, poi non si presenta a lavoro che s’occupa di bebè. Che a ben vedere, pare che taluno lassù esiste, che coincidenza è troppa a malcapitati noi, e col tutto insieme così, vien da pensare che è ad alterazione permanente. Rivolge strale che manco Giove Pluvio, ad anni di suo regno celeste, pareva mosso a tale adirata postura. Mi viene a pensiero che entità possa palesarsi a chiarimento d’equivoco, che ci dice che non si fa a siffatto modo, che con tale autorevolezza conclamata di liturgia salvifica, noi a cenere immergiamo capo, e si volta pagina a giuro non lo faccio più.

In attesa di venuta, m’è palese desiderio di scoglio, pure di frastagliata costituzione a falesia, sferzato da vento di libeccio, che sudore, sangue e lacrime regala di mare onnipotente, sino a sguardo d’orizzonte perduto, per sogno di spiaggia altra e vertigine definitiva. Ad ora mi tocca solo surrogato d’acqua a sputacchio di fiume, asfissiato da cambio climatico

Stasera pure ho invito a cena, che invito è vieni, ma cucina tu. Allora mi sconfinfera antica saggezza popolare per ritrovo di soluzione per casi di grave complessità. Rapidità di esecuzione, sintetica ma esaustiva rappresentazione a slow. Qualcosa nel prodotto finito che ricorda, nella sua natura più intima, il pane e pomodoro. Gli ingredienti sono formazione cameristica che esegue repertorio di tale minimalismo che Glass appare barocco, ma nel contempo è ensemble ad emersione d’eleganze sorprendenti. Allora, mentre l’acqua prova ad aggiudicarsi bollore, si sguscia taluno spicchio d’aglio, se ne asporta l’infame anima verde, e si trita grossolanamente il resto. Quando acqua e sale appaiono preda di deliri convettivi, vi si immergono gli spaghetti e si lancia frammentume d’aglio a tuffo in bollenza d’olio d’oliva, meglio se di giovane piccantezza. Si accompagna la sfrigolante esuberanza con peperoncini rossi (ne ho di varietà che guarderò di sottecchi ignari commensali, sussurrando appena “qui si parrà la tua nobilitate”). A quel punto un film di schiuma d’amido si sarà fatto strato sulla superficie d’acqua, per evasione da trafilature bronzee, e con un cucchiaio ne raccolgo d’abbondanza a stempero soffritture infernali, per verso su aglio e peperoncino a formare biancheggiante salsina. Appena gli spaghetti sono addentabili, si ricongiunge il tutto in padella per divertito salto d’insieme che avvolga ogni cosa all’altra, in morbido e vellutato abbraccio su cui discontinuità cromatica sarà di trito di prezzemolo freschissimo. Infine, sapidissimo grattugiato di ragusano stagionato (va bene anche pecorino, romano o toscano che sia, qualcuno osa parmigiano o grana…). E di bombardo con Sirah a fiasco, meglio a damigiana, è guanto di sfida a Fato, o chi per lui, che si spera in resa sua a senza condizione.

Attese da miscredenti

E questa volta che sia subito musica, che è domenica, ci attendono feste entusiasmanti.

Ho memoria di una delle rare, rarissime volte, che zia Agata – ei fu – mi fece visita, che era tempo di vigilie natalizie, e se n’era venuta al paesello. Che fatto ingresso subito m’interrogò che non vedeva né albero nemmeno presepe. Chiarito che non se n’era avveduta di presenza per il fatto semplice che non c’erano, s’allontanò indignata dalla sacrilega residenza. Seppi che si fermò per tappa espiatrice in chiesa, dove recitò salmi di purificazione per aver indugiato in luogo di peccato. Ebbe anche a dire ai cugini stretti – quelli che d’eredità s’attribuirono il tutto finanziar-immobiliare, che a me toccò copia della Bibbia del Dorè – che rivolse preghiere per me, per la mia conversione e salvezza. Che quelli, i cugini, intendo, obiettarono che oramai non c’era niente da fare, che mai fui e mai sarei stato timorato e dabbene. Tuttavia, che di rincrescimenti me ne sono sempre fatti pochi, pure per eredità mancate, passò la falsa novella che io fossi autentico nemico del Natale. Che è cosa falsa e brutalmente inaccettabile, per cui mi indigno. Proprio ier sera mi sono avventurato per il ligio e sacrale paesello, e mi sono illuminato d’incenso di lustrini, lucine d’addobbo di super ed iper mercati, di negozi a colori d’entusiasmo a cassa, di Babbi Natali che capolineggiano di lì in qui. Financo il primo mercatino, sotto una leggera spruzzatina di pioggerella mista a neve, cominciava a montarsi, per primo assaggio d’8 dicembre prossimo. E non s’ha idea di quanto questa atmosfera a festa mi renda felice, mi persuada di quanta meraviglia vi sia nelle file, quali processionarie, alla cassa, altare del Credo più alto. Che la Befana l’han fatta brutta che tutto questo si porta via, pur se conosco abiti di befana sotto cui sono sorte meraviglie, ma questo lo tengo per me. Io sono devotissimo al Natale, sia chiaro a tutti, ed a nessuno permetto di asserire il contrario, ch’è festa che riempie negozi, corsi e mercati, che d’iridescenze colora le vie, che abbacina di atmosfere soavi, depone al buono pure i malvagi. Ed io sono grato di ciò a ch’inventò la festa. Che la congegnò in siffatto modo, che concentra tutte le creature devotissime in un punto d’accumulo esclusivo, e mi lascia litorali e scogliere vuote, l’altopiano pieno solo delle fioriture dell’inverno e del suo profumo d’erba fresca.

Che mi ricongiungo con estasi mie, nell’infinito di vertigine che s’apre a vista sul solito scoglio, a rimirar le barche, sperando di scorgere quella giusta, malmessa di lampara fioca al giorno. E ne attendo il rientro per barattare seppie con vino, pure il fiasco in più per il brindisi alla pesca che è stata, comunque sia andata, che un sorso di rosso, prima che si faccia aceto, mai fece male ad alcuno. Che non vi sarà ressa al chiosco per un caffè eretico, che il vento si placa e non intorbida fondali a rena, che se ne scorgano i dettagli dei fili di posidonia, di cistoseire ammantate d’alta marea, di cipree e lambis agghindate di colori usuali, che sanno di festa alla vita. Che mi pare che il canto del gabbiano sia di sirena, il volo delle garzette e dei fenicotteri l’addobbo definitivo. Che, diseredato, divento proprietario esclusivo del mondo, signore e suo padrone, ma pure servo di bellezza. Che i tramonti dell’ora d’aperitivo, dipinti sul Mar d’Africa, appartengono solo a me, a questo nessuno, umile ed unico, solo, una volta l’anno, irripetibile Dio.

In pandemie d’Eros e Thanatos (Allonsanfàn parte quinta: Aldo Palazzolo)

Che di santi io non m’intendo, pur se ve ne sono taluni cui rimango fedele, illuminato sulla via di Damasco, ignorandone al contempo il nome di battesimo. Quelli patroni, ad esempio, che mi chiudono, allorché si presentano, la microscuola ch’ora pare incrocio tra altoforno e campo di cotone. Sono quei santi che inducono a conversioni definitive, che financo ti spalancano la Bibbia del Dorè sul comodino, a sostituire la carogna che d’urlo pose fine all’abbraccio di Morfeo ogni sacrosanta mattina che Domineddio manda sulla terra. Quei santi che prefestivano d’ore tarde, di dotte conversazioni col vecchio (nel senso d’invecchiato) Jack, mentre prova l’inutile evasione dall’orlo del bicchiere. Felicemente consapevole della lunghezza della notte prossima ventura, m’annodo i due neuroni funzionanti che mi rimangono per fare accosti improbabili. Me ne sovvengono tra pandemie, che ora di quelle si parla, ed il vecchio Jack (nel senso d’invecchiato, ma prima d’arrivare a me, altrimenti non ne avrebbe avuto il tempo) non s’oppone. Così, quella che c’è incorsa – la pandemia, intendo – me la comparo con quelle di letture antiche e d’età scolare. Insomma, m’è parso incarnarle tutte, per fasi, che cambiando l’ordine degli addendi la somma, stavolta, cambia. Dapprima, tutti felici di starcene in casa, a scorgere i dettagli della natura che s’appropria di spazi inopinatamente sottrattigli, fulgidi di speranze e del tutto andrà bene, a raccontarci storie dai balconi, con la chitarra in mano ad intonare La canzone del sole perché tutto il vicinato patisca le tue stesse pene. M’appariva come scelta d’isolamento boccaccesca, godereccia per le mani in pasta di pizze, speranzosi che certe belle vicine, come nelle canzoni di Brassens, bussino alla tua porta col pretesto di lieviti esausti. Poi subentra la narrazione manzoniana, che prelude all’estate del tutto finito, il virus è morto, cotto al raggio di sole, nell’acqua pazza come pesce, più che dall’acquazzone liberatorio. Così, tutti renzi (tramaglini) e lucie, pronti a soddisfare i nostri più intimi desideri di concupiscenza, come evocato in certe lettere mai corrisposte di San Paolo ai Corinzi. Poi l’angoscia, di narrativa più storica che letteraria, della Spagnola che, cupa statistica di morti e d’economie, t’adombra il futuro di dittature spietate. Insomma, pandemia d’Eros e Thanatos.

E sarà la persistenza di Jack, ma mi viene di parlare d’un amico che quei territori ha battuto d’arte ispirata (le foto me le ha date lui).

Eros e Thanatos in Aldo Palazzolo

Aldo Palazzolo, dalla Siracusa matrigna, è fra i testimoni più importanti del nostro tempo avendo immortalato i più grandi protagonisti del mondo della cultura contemporanea. Personaggi illustri (tra gli altri, Patty Smith, Adonis, Giulio Andreotti, Gesualdo Bufalino, Rudol’f Nureev, Sinopoli, Julian Beck) ma anche dettagli sorprendenti ed inconsueti che racchiudono storie, segreti, interessanti sempre.

Immagini che inquietano profondamente e spesso, quasi sempre anzi, seducono. Nel 1989 il critico Peter Weiermair lo segnala fra i ritrattisti più importanti al mondo allestendo l’esposizione e il catalogo per “Il ritratto nella Fotografia Contemporanea” con artisti come Andy Warhol, Robert Mapplethorpe, Annie Leibovitz, Bruce Weber, Mary Ellen Mark, Cleg & Guttman, Lynn Davis, Thomas Ruff. Ha esposto in manifestazioni di prestigio internazionale: da Arles, dov’è presente nel 1992 con una grande personale, alla Biennale di Venezia, ai festival di fotografia di Amsterdam, Liegi, Montpellier etc. Dal ’90 in poi vira verso una ricerca personalissima che lega l’elaborazione della foto alla riflessione sulla luce e sull’alchimia e che denomina “Liquid Light”. È stato fotografo di scena nel film “Il Garofano Rosso” ed ha curato le scenografie degli spettacoli “Change de Peu” a Geneve e “Le vecchie e il mare”, dal testo del poeta greco Jannis Rytsos, a Catania e Genova. Autore dei video-ritratti dedicati a Manlio Sgalambro, filosofo catanese, ed Enzo Sellerio, fotografo e fondatore dell’omonima casa editrice palermitana.

Difficile parlare della sua opera completa, troppo vasta, ricca delle suggestioni di esplorazioni vertiginose, delle magie delle camere oscure, scarse propensioni per i pixel.

Val la pena soffermarvisi a spizzichi e bocconi, per esempio con la sua ricerca su Eros e Thanatos.

In principio fu l’Eros (La Genesi)

Se v’è poco dubbio che tutto ebbe inizio dall’Eros, qualsiasi ripopolamento naturale ed umano, la ricerca di questo è divenuta ossessione e non fluida riscoperta dell’essenza stessa dei viventi – ivi compreso il genere umano -, gesto semplice e naturale. Al contrario, l’Eros, o viene definitivamente derubricato a pratica immorale, lì dove è stata la fonte cui si sono abbeverati poeti ed artisti d’ogni epoca e luogo, oppure sostituita dall’esasperazione del motto assai poco aulico del “persi per persi meglio perversi”, in definitiva, surrogandone il ruolo di riscoperta minimalista della sua essenza primordiale ed istintiva, delicata poesia di sensi, ad una kermesse di sovrastrutture, tacchi a spillo compresi. Nelle sue immagini della serie dei marmi, Aldo Palazzolo, invece, si rivolge nuovamente ad un Eros genetico, a quell’essenza perduta e sepolta dalla mondanità corrotta delle sovrastrutture, lo ritrova nella semplice e vertiginosa nudità delle forme. Continua, dunque, in una sorta di staffetta ideale, l’opera di recupero della materia primordiale, della forma nascosta, in parte già denudata degli eccessi materici di cave pregiate, da grandi estrattori di poesia umana dai blocchi di marmo.

Palazzolo, come è aduso fare, non scatta per scattare, non ha tempo da sottrarre alle pigrizie del Sud, va giustappunto all’essenza, interrogando i marmi circa il pensiero di quei creatori che li hanno liberati, secondo modalità e prassi michelangiolesche, dall’involucro di materia morta, restituendoli alla vita, ed in questo compie ed esalta nel contempo il gesto erotico definitivo e vertiginoso che solo può essere nella scoperta. Interrogando i marmi, con l’occhio “obiettivo” del ricercatore, deduce, e forse scopre al di là d’ogni ragionevole dubbio, il nucleo fondante del pensiero antico che ha generato quella vita di pietra. Una vita che, oltre il pensiero della forma minimale da cui si è generata, viene poi occultata da sovrastrutture, appunto, come certi vini del sud, serviti allungati con la gazzosa perché troppo difficili da buttar giù per corpo ed eccessiva adesione organolettica a terre aspre. Palazzolo dunque “denuda” il dettaglio primigenio, individua in quello il nucleo generatore dell’opera, lo libera da ciò che non serve del tutto d’intorno cui fu imprigionato dal “benpensantismo” che ad ogni epoca il – per definizione – declinante impero impone alle donne ed agli uomini, perché non riscoprano in sé, nella propria viva carne, ciò solo di cui hanno veramente bisogno. Poi ce lo rende, in forme inequivocabili, annullando distanze temporali ed aggiungendo il vuoto d’intorno che non crea equivoci, che proietta in una dimensione immaginifica e sorprendentemente condivisa chi si trova al cospetto di quell’immagine.

Thanatos, ovvero de profundis per l’altro – presunto – inizio.

È nel gesto intriso di pietas della Veronica a ricoprire il corpo martoriato del Cristo che si cela il primo scatto fotografico, il primo sviluppo. Nella concretizzazione di quel sogno d’una immortalità donata nell’imprimersi d’un volto, d’una immagine che prende vita nella camera oscura del tempo, in fin dei conti v’è tutta la tecnica più evoluta, oltre la volontà del gesto; altro che megapixel e photoshop, è invece un atto istintivo che procrastina la narrazione del ritratto all’infinito, come in un click, il click definitivo. Ma il desiderio profondo di sopravvivere a se stessi, prolungando il proprio corpo al di là d’ogni ragionevole barriera temporale, è anche altro, appartiene agli uomini d’ogni epoca, non nasce per caso e conto terzi; la volontà di esorcizzare la caducità d’una esistenza in forme biochimiche sostituendola con l’essenza della pietrificazione che, scarnificando il bio, salva l’immagine e con essa la volontà d’aggrapparvisi in eterno, è cosa da pazzi, ma anche assai diffusa, dai faraoni a Faust, dai corredi funebri a Dorian Gray. “Che fine ha fatto Baby Jane?” è invece roba da giorni nostri, da maquillagé dovuti e ricercati, perché si nasconda la cosa più vera che ci appartiene e che, in definitiva, è che ci apparteniamo per poco più di uno sbadiglio. Palazzolo, che nemmeno nei più audaci voli pindalici riesce a rassomigliare alla Veronica, quando scende nella cripta dei Cappuccini di Savoca, comunque fa quella semplice operazione di chiudere il cerchio, illustra l’illustrazione, amplifica e mette il Re Nudo, denuncia la pazzia di conquista dell’eterno, mostrandoci il volto tumefatto e scarnificato del tentativo fallito.

Chiude il cerchio, in un giro ampio che dura millenni, dal lenzuolo della Veronica, che voleva in realtà nascondere l’orrore del martirio per preservare la bellezza della memoria, ottenendo però l’opposto paradossale, sino al martirio post-portem, alla tecnica brutale che precede alla tragica consapevolezza della morte dell’immortalità. E la pazzia d’essere eterni è del Re, dell’Imperatore, del capo in quanto tale, il miserabile non vi aspira, prende quel che c’è, non vuole un monumento alla sua sciagura, non vuol diventare un Prometeo incatenato, gode delle pause in cui l’aquila è lontana semmai, e non banchetta con la sua carne viva; s’approfitta di quel che viene, pretende al massimo poco più, serene esistenze ad esempio, anche brevi s’è il caso, altro che vite eterne. Ed è dunque un cerchio chiuso, il tempo dell’immortalità, un cerchio che è la dimensione di ciò che si può spezzare, proprio come quelli incisi sulla sabbia da Archimede, a due passi da dove Palazzolo è nato, ucciso dalla barbarie per essersi distratto in una formula geometrica, per essere rimasto in contemplazione del giro perfetto. Il cerchio chiuso, dunque, la metafora di come le cose degli uomini possano essere mirabilie poetiche, maraviglie ed armonie in forme perfette, frutto esclusivo della ricerca del bello, ma che poi si trasfigurano nel potere e nel possesso, e nella conseguente maledizione di portarseli dietro per sempre, in un’orgia di devastazione e di corruzione che quel cerchio spezza, definitivamente, nel semplice tempo d’un battito di ciglia.