Colonne sonore

Ci sono cose che facciamo che pretendono musica. A me capita per qualsiasi cosa, ho sempre una cosa che mi frulla per la testa. Quando affronto la tormenta del mare d’inverno, quando mi sobbarco le cartacce di burocrazie borboniche che si autorigenerano, paiono Araba Fenice. Pure se cucino, mangio o bevo, di più se mi concedo una sigaretta a fronte di tramonto, oppure una passeggiata lungo il fiume, quando spero che con l’acqua possa raggiungere anch’io l’oceano. Certe volte mi chiedo quale sia la mia musica preferita. Ne ho tanta per la testa che mi pare difficile trovarne una che ce la fa a portare il risultato a casa. E poi le cose cambiano, oggi c’è una tal cosa, domani ce n’è un’altra. Ma oggi è oggi, e ci provo, senza classifiche, a sceglierne qualcuna. Domani è un altro giorno, con soddisfazione non sarà lunedì.

“La mia cosa preferita”, è composizione antica, del 1959, scritta da Richard Rodgers e Oscar Hammerstein per il musical “Tutti insieme appassionatamente”. Ne esistono un numero impressionante di versioni, ma quella di Coltrane, con le sue furibonde sfuriate al sax, su cui si inseriscono le staffilate di Pharoah Sanders sul tappeto volante delle note al piano di Alice Coltrane, ci sono giorni che non mi molla un attimo. Coltrane chiarisce una cosa di questo pezzo, che è nato per durare all’infinito, ripetendosi in forme caleidoscopiche, ed ognuno si sceglie il suo frammento. Io li prendo tutti. Me la appiccico addosso quando capita, se sono in auto la mattina presto, ad esempio, per andare al lavoro, e mi faccio via crucis bar dopo bar, alla ricerca d’un caffè dignitoso, ma ammetto che davanti a bicchier di vino e sigaretta, luci spente, sul divano, la indosso meglio, in qualche modo mi dona.

A questa cosa sublime di Mingus gli schiaffò sopra un testo Joni Mitchell. Me la porto dietro, anzi, in testa, come necessario kit di sopravvivenza. Mi diverte, sconfinfera in modo patologico, ne sono dipendente. Scanzonata, irriverente, ipnotica, è musica notturna per definizione, fa compagnia e non ne pretende, ma pure invita a ballare, ma che la luce sia al massimo un neon fioco, meglio niente, però, un museo d’ombre e basta. Sta benissimo senza far niente, due tartine al pomodoro, due olive ed un bicchiere di whisky che sa di torbiere non troppo lontane dal mare.

Come certi vestiti di sartoria buona, ch’io non posseggo, Red Clay di Freddie Hubbard s’abbina bene a tutto. Financo se sei alla cassa d’un supermercato. Ma certe atmosfere meritano giusta cornice in illuminazioni di strade deserte, dove la sorpresa è persino un gatto che s’è fregato un sacchetto dell’immondizia. Brano che ha in sé un difetto fondamentale che lo accomuna ai precedenti, ad un certo punto finisce. Allora v’è il fastidioso compito di riavviarlo. Fortuna che non dura poco. Consiglio di sorbirselo con pane e salame, che fa venir sete, dunque, prima di procedere all’ascolto, valutate di avere scorte sufficienti di bibite giuste, che non sto a dirvi quali siano, in ciò si parrà la vostra nobilitate (parafraso, pure male)

Mi capita spesso di ascoltare questa versione immaginifica di Maiden Voyage quando sono in strade antiche, che percorri piano poiché la curva nasconde segreti imperscrutabili. Pezzo da viaggio in solitaria esplorazione per eccellenza, reca in sé anche qualcosa di profondamente peccaminoso, poiché s’avventura nei meandri più remoti dell’intimo. Forse va persino condiviso, ma rispettando il silenzio che si deve al già formidabile dialogo tra tasti. Con cautela, se non siete in altre faccende affaccendato, accompagnatelo con biscotti al miele ed un vino ambrato, forse anche un passito da uve d’isole perdute.

Ian Garbarek, quando fa questo pezzo pare ti dica fanne ciò che vuoi, ma ciò che è giusto è altro: devi metterti su uno scoglio, in quelle giornate grigie, quando cielo e mare si contendono a colpi di sfumature cangianti l’egemonia sull’orizzonte. Non dimenticare le sigarette, non puoi contare su un tempo limitato e dove sei non c’è tabacchi. Pure c’è un po’ di vento che sa di sale, mi raccomando il cappello, e la borraccetta con la grappa, qualora servisse.

E voi avete colonne sonore?

Okkio

Che meraviglia a giocar di fregola di clava che a luogo di quella si usa disgraziato a ripescaggio da annego sicuro che io non lo voglio e neppure io. Che meraviglia risveglio d’orgoglio sacro d’imperi, che a far due conti pareva che fossero già a puzzo di putrefazione a caldo che cuoce, e ora, a momento di son desto, pure peggio pare odore nauseabondo ch’emana da presidi imperituri di culla di civiltà varie e sparse. Ma io faccio opposizione a riflesso emetico spontaneo, e mi do a raccontar di riciclaggio favola che la morale non la scrissi, che ognuno ci veda quel che gli pare.

“Era così piccolo, il topolino, che da quella feritoia sotto il battiscopa ci passava solo lui, manco quel forellino era visibile agli occhi della coppia di contadini che abitavano la casa. Era più piccolo pure degli altri topolini dei dintorni, era nato così, ma quello che pareva svantaggio fu fortuna sua che lo rese invisibile. Nella sua tana ci stava comodo comodo ed era felice. La mattina, quando i due umani uscivano di casa, lui veniva fuori di lì e raccattava le mollichine sotto il tavolo, che si faceva dei bei pranzetti. Qualche volta cascava anche qualche pezzo di buccia di cacio e per lui era festa grande. Se la portava nel suo rifugio e pure ci beveva sopra qualche goccia d’acqua che veniva giù da un tubo rugginoso. Stava bene ed era contento.

Pure si sentiva utile ché, a ripulire d’avanzi il pavimento, faceva che la casa non s’infestasse di formiche. Una sera, che s’era saziato, se ne stava in panciolle quando udì uno strano armeggiare da oltre il battiscopa. Da un forellino lì nei pressi puntò l’occhio a cercar di capire che succedeva. Il contadino stava mettendo su qualcosa di tremendo, una trappola proprio per lui. Non ne aveva mai vista una, ma la riconobbe facile, che gliela aveva descritta un tempo, ch’era ancora un sorcetto da nulla, un suo zio. Quello, lo zio, c’era incappato malamente e ci aveva rimesso la coda che non ebbe più equilibrio e camminava che pareva ubriaco. La notte la passò a tremare di paura, era terrorizzato che non sapeva che altro stessero preparando per dargli la caccia, nemmeno era convinto si fossero fermati alla trappola. La mattina, che ancora tremava e nemmeno aveva chiuso occhio, appena udì che i due se ne uscirono di casa, si precipitò fuori che non ebbe manco il coraggio di razzolare sotto il tavolo della cucina per far colazione. Giunto nell’aia, cominciò a squittire così forte che la gallina, il maiale e la mucca lo udirono e si precipitarono per capire cosa stesse succedendo. “Cosa c’è, sorcetto? – Disse la mucca – Cos’hai da urlare?”. Tremando, spaventato pure dall’idea di non riuscire a farsi capire, il topolino disse che aveva visto tirar su quella macchina infernale, la trappola. Ma la gallina gli fece pronta: “Io capisco che tu possa essere preoccupato, ma cosa c’entriamo noi? Non è mica per noi quella cosa?” E pure il maiale disse la sua: “Caro sorcio, mi dispiace veramente per te, ma, tutto sommato, non è un problema nostro”. Infine la mucca: “Eh, caro sorcio, il destino ci appartiene e come tale dobbiamo occuparci ciascuno del nostro. Comunque, ti auguro buona fortuna”. Ridendo e sghignazzando, i tre si allontanarono. Il topolino, adesso, oltre che terrorizzato, era pure mortificato, si sentiva umiliato, invisibile più di quanto la sua piccola statura ce l’avesse reso. Sfidando la sorte se ne tornò al suo buco, zampetta dopo zampetta, guardingo e tremante. Quella notte stessa, si sentì un gran frastuono provenire da oltre il battiscopa, un rumore tale da paralizzarlo. Ormai era certo che oltre quella barriera sottile si stava consumando qualcosa di orribile. Ma volle guardare ancora dal forellino spia. La trappola era scattata, ma su un serpente velenoso che, prima d’essere ucciso dal contadino, era riuscito a mordere la donna ch’era stramazzata al suolo tra le urla. Persino si dispiacque, il topolino, che alla fine la coppia l’aveva pure sfamato. Fu fortuna per la donna che i medici riuscirono ad intervenire rapidi e le salvarono la vita. Ma la convalescenza fu lunga e il contadino sapeva che la miglior medicina per un malato è un bel brodino caldo. Così ammazzò la gallina e lo preparò alla sua compagna. Non passarono che poche settimane che quella si rimise in piedi completamente guarita, e fu tanta la gioia che organizzarono una grande festa invitando tutto il vicinato. Con tutti quegli ospiti a festa, per la grazia ricevuta da Domineddio, non si poteva che ammazzare il maiale. Ma finiti i bagordi, giorno dopo giorno, i due sposi dovettero fare i conti con i debiti accumulati per pagar le cure, addivenendo all’unica conclusione che occorreva vender la mucca al macellaio. La povera bestia fu caricata su un carro, e quando giunse al mattatoio, vide tra le ultime sue lacrime, l’immensità della trappola per topi.”

Incipit

A tempo perso ho giusto incipit per nuovo lavoro di gestazione lunga solo perché tempo pare tiranno inesorabile. Che incipit si fece a convergenza con desiderio a oggetto dello stesso per ricerca di distacco, e non me ne venne di maggiore idoneità a racconto di mi faccio altro rispetto al tutto, che è tutto che pare assedio di fortilizio a fronte di deserto aperto.

C’è scoglio e scoglio, che non tutti sono uguali. C’è scoglio finto, eletto a frangiflutto, di pietra per scherzo, manufatto di calcestruzzo d’innaturale cubo, schiavo già a concepimento, a prendere schiaffo di mareggiata per protezione di banchina di molo, a non far di rena di lido polvere di marea, a reggersi a barriera per porre divieto di diruto a villetta fronte mare, a budello di strada a fresco di palma solo voragine di falesia. C’è scoglio a supponenza, che mette culo a nord e muso a sud, pure a viceversa, a prender sberle da vento di maestro, ma che non si fa a sottrazione di scirocco e libeccio. Tal altro scoglio si fa ponente e levante insieme, che di grecale patisce l’onda, ma pure a provenza s’espone, a farsi rosicare frammento ad ogni uggio di tempo. C’è scoglio mansueto, che s’alliscia piano di risacca, si infila collana di cistoseira, all’uopo s’adatta ad ospizio per sole, si finge spiaggia rubiconda a color medesimo d’arenaria. C’è scoglio pure che non s’avvede di brutalità di bufera, che prima s’alza a promontorio, poi, a grattar d’onda a tempesta, diventa amputazione, pare nave d’Argonauta pronta a varo e, a confine suo, fatta isola, si cinge di posidonia.

Ce n’è altro che di corrosione di sale si camuffa a riccio puntuto, diviene collezione di lama di rasoio e qui non si cammina. Se ne videro che prima furono in vetta a ripido strapiombo, poi, per scavo d’inesorabile cavallone, si fecero scoglio riverso per crollo improvviso, e ancora portano traccia di antica postura in radice d’arbusto cotto al sole. Se ne scorsero di biancheggianti di calcare, tali altri furono di nero basalto o dorati di friabile argilla. Certi paiono a gobbe di cammello o unica di dromedario, su altri si scavano pozze, diventano alveari di granchio e paguro, s’istoriano della patella, si tingono di mitilo. Tutti questi, tanti altri, non s’affermano d’ospitalità mondana per forza, talora stanno alla larga da fasto di cartolina, s’accucciano a braccia di mare, ne reggono l’urto d’intemperanza, si carezzano di bonaccia, ma pare fanno all’unisono trampolino per sguardo acceso a volta d’orizzonte, passerella per infinito, si tingono di colore di sangue e vino quando la distesa dinnanzi s’inghiotte il sole, per poi risputarlo a luogo opposto. Si strisciano di bianco di sale, talora patiscono il tratto nero della pece, l’azzurro della pietra celeste che impazzimento produsse al polpo a tana di sotto. Se ne vedono che pare che aspettano compagnia, si dispongono ad acqua cheta, ma pure fanno resistenza a fortunale, che sollevano lo spruzzo ad altezza di vertigine e fanno omaggio di sale al tutto d’intorno. Ma non c’è, mai ci fu, mai ce ne sarà, scoglio che si sottrasse a braccia ad aggrappo per porto salvo, che pare – scoglio intendo – a cuore assai ampio per accoglimento d’altro che fece cammino d’intemperia. Che tra uomini fu a poca rilevanza di percentuale rispetto a moltitudine totale di scogli chi mostrò cuore di pari ampiezza che quei pezzi di pietra.

Proposta modesta

E dopo che passa tre minuti, sciopero diventa roba già a dimentico, nemmanco a trafiletto all’indomani, solo risposta di ministrissimo che dice son “tutte balle”. E che volete che scrivo oggi? Che mi vien di dormire, al più non vedo. Che riciclo, allora, che è cosa che faccio con sommo piacere, ad aggiungo richiesta a voi che fareste ad atto di rivoluzione che abbassa reddito di cittadinanza di bombardaroli? Al più vi mando musica altra ch’aggiungo alla già data.

“Che questo è paese straordinario, con fuga di cervelli a millantato credito, che il meglio è qui che resta. Di talenti abbiamo zeppo faccialibro, pure televisioni a reti unificate a fermo immagini di bomba d’esplosione acuta. Paese di gente che sa, che argomenta invero di raffinatissimo pensiero, che ieri l’altro seppe varare, su proprio profilo, riforme d’istituzione di grande statista, trovò soluzione da Nobel d’economia a bolla speculativa, risolse pandemie da sgamato virologo, ora s’appresta a sentenza definitiva su indagine geopolitica. E faccio musica, ch’io di quello m’intendo, pure di frittata e cipolla, che son nessuno e tale resto fino a fine di miei giorni che auspico per colpo apoplettico, non d’atomica.

Che paese così non poteva che esprimere politico elevatissimo, banchiere da paura, giornalismaio che Pulitzer pare conferito a scribacchio di cronaca per saga della mortadella. Paese così è roba che mette paura a chi fa panno basso, a chi naviga a vista d’ignoranza, che non capisce, ch’io fui preso da terrore atavico che tra questi m’annovero. Che non comprendo è fatto ovvio, che mi sfugge che re d’accoglienza sono uguali e pari a quelli che a bombarda per respinta si attrezzavano per profugo Africano, Afghano, Curdo o Siriano. Pure, mi chiesi, a lettura di giornalistone che per trema di polsi non nomino, che v’è ipocrisia in pacifismo da rincaro per bolletta, che di suo pari mica ci si può mettere a riflettere che costo di benza è ad orefice, e gas per bucatino al burro pare a prezzo di Brunello per chi sfanga il mese a milleedue. Che politico che dice che alzo di prezzi è colpa di boia per guerra, mette stato d’emergenza, ma non disinnesca accise per aumento, avrà ragioni sue, che a me, che sono a mente semplice, sfuggono nella loro struttura di vertigine di comprensione.

Ma poiché ognuno a suo dire risolve, pure se non sono ognuno ma nessuno, m’azzardo all’uopo a dire la mia, che tanto vale quel che vale. Che mi viene lo sghiribizzo di pensare a soluzione di sciopero globale e di popolo non oligarca, e per giorni uno, mica a blocco d’autostrada, a feroce picchetto, nemmeno a fermo coatto di macchinario. Ma per giorni uno mi verrebbe di pensare ad evento funesto per stile di vita a civilissimo occidente, a far come i selvaggi, stesi al sole di clima impazzito, senza nulla operare per giorni uno, nemmeno spesa a centro di commercio. Per giorni uno, per fermo immagine d’istantanea, immagino passeggiata a parco, pranzo a pane e pomodoro, lettura collettiva di libro, non in fila a cassa o pompa di benzina.

Per giorni uno immagino popolo disteso a scoglio, a non far altro che scruto d’orizzonte, racconto di nuvola, sasso a stagno. Per giorni uno vedo immagine d’eversione feroce in nulla collettivo, in divenire nessuno e tutti al contempo, a lentezza inesorabile attrezzarsi per non consumo di un tanto al chilo, a briciola per fringuello. Per giorni uno vedo offerta di bicchier di vino di contadino a tal che non conosco, sguardo di non rimprovero ad altro che non ci appartiene, ad auto a parcheggio dimentico. Per giorni uno m’avvedo di torma nullafacente, strascicante in ciabatte, senza lustrino, senza sciortino, senza pellicciotto, con canotta disinvolta, a immondizia bandita. Per giorni uno senza faccialibro o altro ammennicolo, senza news di scampanata a morto, la TV a espressione di lavatrice, a grattare corde di chitarra, a sussurro di poesia, a canzone per coro. Per giorni uno basta, che vena ai polsi trema ad altro se si ripresenta quel giorno uno, che pare bombardamento a tappeto.”

Radio Pirata 21 (per amor d’interventismo)

Radio Pirata torna per quota Ventuno, che non è quota a pensione che in libretto di quella c’è scritto fine pena mai. Torna e si fa Repubblica, pure s’attrezza a guerra, con arsenale che superpotenza pare ha petarduccio di bimbo monello a festa di morti. Che se non partecipi ad azzuffo vai a smidollo, pari amico di zar che ora tutti non riconosce più, che pare Supremo di Pietro Aretino che “di tutti parlò male fuorché di Dio, scusandosi col dir non lo conosco”. Che arma possente di Radio Pirata è tale che oltre è a banal fattura di morto, che tanto è di portento che soffia vita e resuscita l’ammazzato. E si parte subito con superbomba.

E la paura di guerra fa novanta, come numero di morti a giusto ieri, a poco largo di coste di civiltà, in Mar d’Africa mio, che quelli fanno a vedere quanto è profondo il mare, mica sono profugo vero, che gli piace l’annego facile, e paese civile, che ha a cuore democrazia, non può impedire soddisfacimento di intrinseco desiderio di far finta d’essere pesce, pure lesso.

Pure giornalettume a commozione autentica per disgrazia d’ex oltre cortina non ha inchiostro a sfaldo per scrittura di tale morto ammazzato per dabbenaggine, pare financo per viltà di sbagliar candeggio. E io sparo bomba a musica che la metà basta a brivido.

Che cambio di clima pare ha tessera bolscevica, che gioca a rimprovero che asciuga il fiume grande e scoperchia nave di seconda guerra, che poi mai s’è conclusa e pare che te lo rinfaccia. Che fiume, ad accordo complottista con effetto serra e pioggia da altra parte, non ha spirito di democrazia, e di libertà fece cartoccio a discarica abusiva, pare lancia messaggio non richiesto. Che è vil fellone pure fiume, pure cambio di clima, pure tutti e due antichi di pensiero che non si rinnovano a dollaro, rublo e bombardo esatto. Qui a tenzone si tira dritto ad evento bellico e si sgancia supermissile ad improvviso di lunga gittata di nota.

Che ieri giovane è morto di lavoro, che a più di cento da inizio anno puzza di disfattismo che ha grazia di finire a trafiletto. Che è fortuna che stampa illuminata non casca in trappola e non dichiara che pure quella è guerra che a taluno scompensato potrebbe apparire tale. Si tratta solo di remo a contro corrente, di disprezzo per libertà e diritto di far soldo a iosa, che quello è puntello di democrazia e di stato liberale. Che fu fortuna che governo di migliori non presta attenzione a fatto così e, di lungimiranza, abolì pandemia a decreto di visione amplissima. Sgancio altra bomba a suono immortale.

Che è bella la guerra, che induce a parlar di cosa seria, non di scemenza di tutti i giorni, spacciata a tragedia di chi ha critica endovena, e non s’avvede di destini fulgidi d’umanità in mano a intelletto superiore. E vi faccio buona domenica a tutti, domenica di fiume di rosso rubino, e a chi se lo può permettere auguro orizzonte nitido in far di sole a scoglio o rena deserta. Che vi chiudo comunicazione di Radio Pirata con sibilo di grande spessore bellico a soffiar vita a fiato imperituro.

Proposta modesta

Che questo è paese straordinario, con fuga di cervelli a millantato credito, che il meglio è qui che resta. Di talenti abbiamo zeppo faccialibro, pure televisioni a reti unificate a fermo immagini di bomba d’esplosione acuta. Paese di gente che sa, che argomenta invero di raffinatissimo pensiero, che ieri l’altro seppe varare, su proprio profilo, riforme d’istituzione di grande statista, trovò soluzione da Nobel d’economia a bolla speculativa, risolse pandemie da sgamato virologo, ora s’appresta a sentenza definitiva su indagine geopolitica. E faccio musica, ch’io di quello m’intendo, pure di frittata e cipolla, che son nessuno e tale resto fino a fine di miei giorni che auspico per colpo apoplettico, non d’atomica.

Che paese così non poteva che esprimere politico elevatissimo, banchiere da paura, giornalismaio che Pulitzer pare conferito a scribacchio di cronaca per saga della mortadella. Paese così è roba che mette paura a chi fa panno basso, a chi naviga a vista d’ignoranza, che non capisce, ch’io fui preso da terrore atavico che tra questi m’annovero. Che non comprendo è fatto ovvio, che mi sfugge che re d’accoglienza sono uguali e pari a quelli che a bombarda per respinta si attrezzavano per profugo Africano, Afghano, Curdo o Siriano. Pure, mi chiesi, a lettura di giornalistone che per trema di polsi non nomino, che v’è ipocrisia in pacifismo da rincaro per bolletta, che di suo pari mica ci si può mettere a riflettere che costo di benza è ad orefice, e gas per bucatino al burro pare a prezzo di Brunello per chi sfanga il mese a milleedue. Che politico che dice che alzo di prezzi è colpa di boia per guerra, mette stato d’emergenza, ma non disinnesca accise per aumento, avrà ragioni sue, che a me, che sono a mente semplice, sfuggono nella loro struttura di vertigine di comprensione.

Ma poiché ognuno a suo dire risolve, pure se non sono ognuno ma nessuno, m’azzardo all’uopo a dire la mia, che tanto vale quel che vale. Che mi viene lo sghiribizzo di pensare a soluzione di sciopero globale e di popolo non oligarca, e per giorni uno, mica a blocco d’autostrada, a feroce picchetto, nemmeno a fermo coatto di macchinario. Ma per giorni uno mi verrebbe di pensare ad evento funesto per stile di vita a civilissimo occidente, a far come i selvaggi, stesi al sole di clima impazzito, senza nulla operare per giorni uno, nemmeno spesa a centro di commercio. Per giorni uno, per fermo immagine d’istantanea, immagino passeggiata a parco, pranzo a pane e pomodoro, lettura collettiva di libro, non in fila a cassa o pompa di benzina.

Per giorni uno immagino popolo disteso a scoglio, a non far altro che scruto d’orizzonte, racconto di nuvola, sasso a stagno. Per giorni uno vedo immagine d’eversione feroce in nulla collettivo, in divenire nessuno e tutti al contempo, a lentezza inesorabile attrezzarsi per non consumo di un tanto al chilo, a briciola per fringuello. Per giorni uno vedo offerta di bicchier di vino di contadino a tal che non conosco, sguardo di non rimprovero ad altro che non ci appartiene, ad auto a parcheggio dimentico. Per giorni uno m’avvedo di torma nullafacente, strascicante in ciabatte, senza lustrino, senza sciortino, senza pellicciotto, con canotta disinvolta, a immondizia bandita. Per giorni uno senza faccialibro o altro ammennicolo, senza news di scampanata a morto, la TV a espressione di lavatrice, a grattare corde di chitarra, a sussurro di poesia, a canzone per coro. Per giorni uno basta, che vena ai polsi trema ad altro se si ripresenta quel giorno uno, che pare bombardamento a tappeto.

La fatica di essere uguali

Non è che uno sceglie di essere minoranza, semmai anela il contrario. Ci credo poco – ma ne ammetto pure l’esistenza – che c’è un taluno che sceglie di essere sempre e comunque minoranza. È cosa degli uomini affratellarsi con milioni di altre creature, pure lontane e diverse. Ma l’evidenza dell’essere minoranza mi sopraffà sinché sono stato investito dall’età della ragione, cosa peraltro non richiesta. Che poi essere nell’età della ragione non per questo impone d’avere “ragione”. Si può dissimulare il proprio torto, nel profilo basso del parziale fraintendimento, nella diplomatica accettazione del volere altrui, nel mugugno a bassi decibel. Ma sempre dentro la riserva indiana, poi, ci si ritrova, senza se e senza ma, spesso con un solito irrisolto perché. C’è che uno non se lo sceglie da che parte stare, mi sono persuaso che gli tocca. Si può cambiare il corso degli eventi, ammettere che esiste il libero arbitrio, comunque ci si porta dietro – del predestinato – la propria ineluttabile condizione esistenziale. Almeno penso, che non ne sono manco così sicuro, pasciuto nel dubbio, forse nel sonno della stessa ragione. Così, predestinato, per origini e censo, a rapinare le vecchiette davanti alla posta, mai m’avvidi di come ciò possa non essere successo, spiattellato a fare un profino qualsiasi, financo a godermi certe smanie piccolo borghesi, talora pure a montare librerie Ikea. Però ho passato tutta la vita nel desiderio d’omologazione maggioritaria, d’adesione agli immaginari collettivi, che sono convinto che ti toglie pensieri, il contrario t’arrovella. E ciò m’è accaduto in ogni frangente che vissi, cosa di cui non vi terrò edotti né nel dettaglio, nemmeno nelle sue linee generali, poiché è cosa di poco conto. Il punto è che, seppure t’asciuga i criticismi, dunque ti solleva di certi gravami d’insonnia, l’essere maggioranza non è a costo zero, richiede tributi che taluni pagano con nonchalance, per altri è compito delicato, che impone fatiche e ti induce a scegliere di quali fatiche puoi fare a meno, quali altre sei in grado di sopportare. A me, lo dico francamente, dell’essere maggioranza mi preoccupa l’essere rapido e preciso. Eppure ci avevo sperato, come montagna inamovibile, in attesa del profeta, che la triste reclusione dei distanziamenti sociali, potesse stravolgere il senso delle cose, stralciare paradigmi, ridurre davvero le distanze. Invece!

È dai tempi della scuola, da quando la frequentavo dall’altra parte della barricata, intendo, che mi sento ripetere, se non esplicitamente almeno nelle indicazioni generali, che occorre essere rapidi, puntuali, efficienti, efficaci. Poi l’università, il lavoro, la musica non cambia, inno imperituro, richiamo costante alla mitica perfezione dell’agire, del produrre. Bisogna apparire decisi, vincenti, volitivi, esprimersi in modo sintetico ed esaustivo, non indugiare, accelerare, non tergiversare, perfezionarsi sino all’eccellenza, dimostrare volontà ferree, strategie definitive, risultare impeccabili, al di sopra d’ogni sospetto di lassismo, rinnegare il dubbio, compiacersi delle proprie granitiche certezze. Eleganti, ma senza pacchianerie – questo, invero, anche alla maggioranza, non è che proprio… -, in forma scultorea, frequentare i luoghi giusti, le giuste compagnie. Bisogna essere rapidi, dunque fast food, apericene, musiche con ritmi definiti, bum bum senza sorprese, rime baciate, brevi, che si ricordino, niente dissonanze e asimmetrie; il jazz è morto, l’improvvisazione sepolta. E io, se mi guardo intorno, se mi affaccio dai miei anni con lo sguardo indietro, la storia che vedo è un’altra. Quanti progetti, quante cose iniziate e lasciate lì, in attesa di chissà cosa. Quante incompiute, quante risoluzioni fallite, quante approssimazioni. Non ho mai avuto una visione circolare del tempo come gli orientali, mi sono crogiolato di memorie, facendo in modo che il futuro si muova con “lentezza” sino a toccarsi col presente, ed insieme aspettino il passato per un tamponamento a catena che li faccia coincidere in un unico punto temporale indefinito ed infinito. Poi, col tempo, continuerò ad esplorare lo “spazio breve che suggerisce l’infinito” (Jean Grenier), e sceglierò in un viaggio sghangherato la mia “Itaca, la terra fedele, il pensiero audace e frugale, l’azione lucida, la generosità dell’uomo che sa” (Albert Camus). Perché quante approssimazioni, per fortuna, possono restituirci almeno uno scorcio di quella bellezza infinita che è nella nostra irredimibile natura umana di creature lente, di strateghi della lentezza, in competizione con le più ostinate lumache nel contemplare i dettagli più insignificanti di questa terra, per cogliervi dentro la suadente poesia. Di converso, quante brucianti accelerazioni, pragmatismi risolutivi, decisionismi improcrastinabili, precisioni burocratiche, successi epocali, ci hanno lasciato l’eredità d’un condono edilizio…!