Radio Pirata 44 (nel segreto dell’urna)

Radio Pirata torna a numero giusto che mi pare è Quarantaquattro, dopo lunga pausa estiva che trasmissione si prese meritato riposo. E torna come non potrebbe essere altrimenti che si butta ad agone di grande e gloriosa kermesse elettorale, come mai se ne vide a precedenza di analoga per eleganza di confronto sereno e pacato. Che pare che futuro è donna, che grande selezione musicale non si sottrae a linea di tendenza di sondaggio.

Che c’è a consapevolezza di intero mondo politico che occorre risposta a cambio di clima per evidenza di scioglimento di ghiaccio di polo che polo non si riconosce più e circolo stesso di polo pare giardino tropicale. E proprio per dare risposta concreta a fatto di gravità eccezionale c’è senso di responsabilità di tutte le forze politiche che fanno a moltiplicazione di poli che non c’è più nostalgia di quello scomparso a nord quale a sud.

A taluno pare che scontro d’elezione è però sempre tra A e B, con innesto di C e talora di D, che A vince e fa omaggio a promessa mantenuta con grande atto di generosità a povero ricco che se non ha liquido di doblone e immunità – pure di gregge – poi non crea ricchezza adeguata e paese soffre. Che a finanza pubblica malmessa, si ribella dopo poco mercato e spread rimbalza, debito s’accascia esausto.

Ma risponde B che interviene a riequilibrio – con originale proposta di governo tecnico – di conti a tempo appropriato per grande senso di responsabilità, che non s’arrende a retorica e bastona su dente avanzato salario di molti, che quelli rispondono a felicità conclamata per sussiego a povero ricco che è a digrigno di gengia sana e sbiancatissima per prebenda di magnata d’autentica abbuffata. C’è rischio che erede di tale Giambattista Vico vuole diritto per saccheggio d’opera omnia d’antenato illuminato.

Pure non c’è attimo che non è a dire di grave pericolo per rincaro d’energia, che a commercio s’alza prezzo per non fallire, che è tutto a schizzare per aria di inflazione. E però non c’è alternativa che non sia a fare grande sanzione che fa malissimo a Zar che si dispiace, ma grandissimi e migliorissimi, vecchi a valigia pronta e nuovi a poltrona a sicurezza d’accomodo, con fremente, condiviso e viril senso d’amor patrio, non faranno a vengo meno a grande coalizione internazionale per fedeltà imperitura nel secolo del secolo. Ma a chi disgraziato a salario alza prezzo per sopravvivenza non è ancora a chiarezza definitiva. Mi sa che si provvede ad acquisto a rate di corda ben saponata che sarebbe meglio bonus per quello.

Che rincaro d’energia fece piccolo effetto collaterale di vantaggio per altro me a stipendio fisso e blocco d’aumento da tempo immemore, ch’egli, a residenza lontana da luogo di lavoro, si fece a raccatto informazione per costo di mezzo di trasporto a raggiungo posto per consegna a segreto d’urna di sua fattispecie di cittadinanza. Ch’egli s’avvide che quello – mezzo di trasporto, intendo – fece a schizzo elevatissimo di tariffa per colpa di zar, che consegna preferenza sofferta vale prestito ad usura o vendo ultimo oggetto di valore conclamato a compro oro a strozzo. Pare che ci sia indicazione da risorsa carente a non contribuzione a deriva vichiana e copione già scritto quale gran pezzo di cabareth.

Confiteor

A caro tutto rilancio vecchia mia proposta, che è cosa che mi sovviene quando capisco che c’è forse via di scampo, pure a percorrenza collettiva. Moto rivoluzionar-indignato dal che non si torna indietro.

“Di una cosa voglio parlare, a moto d’indignazione e mea culpa, per rimuovere da coscienza azione mia assai disdicevole. Mosso ancora d’insufficiente pentimento, mi decido di vuotare il sacco, a scopo d’espiazione, circa l’esistenza d’organizzazione tremenda, manipolo di sciagura, che s’atteggia, nel silenzio e nell’oscuro – dove invero merita posizione esclusiva – a congrega di distruzione di civiltà. Che tanto m’è a dolore di viscere per la prova provata che n’ebbi, che a bottiglia quale ultimo appiglio di disperazione mi rivolsi, pure trovai parziale conforto a musica. Ve ne offro di buona ed altrettanto espiatoria.

Ora, io m’avvedo che i destini d’umanità sono legati all’azione di pochi saggi e, mentre il mondo intero saluta pandemia per abrogazione ex legis, questi s’attrezzano a bomba per risorgimento autentico. Tali e altri indurrebbero a partecipazione anch’essi, poiché piatto ricco mi ci ficco, giammai per sé stessi, o, come sostenuto da biechi oscurantisti, per pura bramosia di sangue e potere, piuttosto per destino fulgido di civiltà. Che sfoltita a genere umano era opportuno che vi fosse, per conservazione di specie, puntellamento d’economie traballate da virus. Eppure, che ciò è evidente a stolto, che ne ho prove che convincerebbero un cieco, v’è contezza in me d’altrettanto pochi che in ombra tramano a sventare la faticosa elevazione a grande civiltà d’intero pianeta.

Partiamo dal principio, che meglio vi spiego se dettaglio. Ebbi le prime avvisaglie dell’orrendo complotto l’estate scorsa, che me ne andavo a banchina di molo, speranzoso in totano di Pilu Rais, con portafoglio rifornito a bancomat. Già m’ero persuaso di colpe, di peccati, sia pure lievi, che optavo per ciò in luogo di tramezzino a surgelato al sapore di granchio delle Molucche con odore di funghetto trifolato in petrolio raffinatissimo. Ma ciò che vidi m’orripilò. Il tale, vestito a camuffo a pantaloncino, con fare furtivo e circospezione, s’era appropinquato al vecchio pescatore con cesto di pomodoro e, consegnatolo, ne ricevette in cambio cartoccio di pinne e lische. Sospettai ciò che poi, ingenuamente, mi fu confessato: ci fu baratto. Seppi, di lì a poco, che v’era usanza diffusa di trasferirsi, proprio lì, in terra mia di civiltà aulica, in campagna, per autosufficienza alimentare, che non v’era interesse in dette persone di partecipar a dolore di crisi, con contributo a cassa di centro commerciale.

Di più, tale abiezione s’era fatta moda, e tali e tanti me ne indicarono, che non ressi a pianto. Ciò che invero mi turbò è che questi infingardi, nemici d’uomo e di progresso, mostravano – con chiaro intendimento di proselitista – sguardi felici e beati, sì da catturare a contagio i più fragili. L’orrore mi pervase che tornai a casa non senza aver pienato due carrelli di supermercato di minchiate, in atto di generosa compensazione. La cosa si ripetè. Un amico, possessore di orto proprio, mi disse di aver scambiato certe sue produzioni con olio e frutta secca, un altro, che fa di mestiere il musico, mi riferì di suono a festa di compleanno di tribù, a cambio di derrate varie, quali vino, cavolo e persino salamoie e formaggio. Mi si riferì di tale che esercitava professione di ripetizioni di latino a figlio di contadino aggratis e che talora veniva ricompensato con caci di forma varia. C’era dato a soffrire tutti per gesto di pochi. Ormai m’era chiaro. Eppure tutto mi sarei aspettato tranne di finire io stesso travolto dall’inganno. Dapprima il germe della rottura civile mi s’è insinuato lento, come un prurito sotto la pelle cui non diedi peso particolare, sino all’episodio fatale. Si, è vero che cucinai per feste di natale in maggior abbondanza prodotti di pesca di cugino, per distribuirne eccesso ad amici fraterni, pure, quelli, ricambiarono con d’altro di cui disponevano. Ma la situazione è precipitata proprio stamane. Mi trovavo, com’è giusto che sia, a far benzina, poi, che m’era finita libagione, m’ero per affacciarmi, qual cittadino modello, a centro commerciale. Ma, proprio su ciglio di strada, notai movimenti di tale conosciuto c’armeggiava in portabagagli d’auto con fare di chi occulta cadaveri. M’avvicinai e lì, stipato, c’era vino in damigiana per dar da bere a truppa. Rosso che macchiava pure il vetro di fuori. Ne chiesi lumi e mi fu risposto che trattavasi di vino di antico contadino, aspro e che sa di terra, – il vino, non il contadino – e che lui, piccolo agricoltore, l’aveva avuto in cambio di formaggio di capra sua, castagne e patate. Ormai corrotto dalla vista della trappola a gola, prestai il fianco, che mi si chiese in cambio d’una damigiana un paio di libri di quell’altro me che opinatamente tengo a mo’ di tappetino d’auto. M’allontanai soddisfatto, lì per lì inconsapevole del misfatto. In casa mi svegliai dall’incubo e m’arrovellai per l’accaduto, ché mi tocco dar fondo alla scorta avuta illecitamente. Ed ora, contrito nel mio dolore, spero nel perdono di comunità intera, che, senza passaggio a bancomat, come neanderthalensis che tinge fondo di caverna, commisi delitto di scambiar cultura con coltura.”

Dissenso dal dissenso

Lo spettacolo è il brutto sogno della società moderna incatenata, che infine non esprime che il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il custode di questo sonno.” (Guy Ernst Debord)

Che c’è quell’altro me che scalpita, che vuol parlare, chiede udienza. Si lamenta ch’io al più gli offro da bere, gli do buona musica. Non se ne lamenta, e vorrei vedere, di questo. Ma pretende pure spazi, che io glieli darei, ma non so se posso, se faccio bene, se poi non s’approfitta. Ma m’impesta di lamento, che se forse lo metto un pò a fase di sfogo, poi s’acquieta, non mi tiene martire ad apprensione sua. Così, oggi, m’è a sconfinfero che lo faccio parlare, l’assecondo, a prova. Ch’io mi faccio un bicchiere e metto musica buona, oltre non vado, faccia lui.

Quanto dissenso c’è nel dissenso? In questi anni me lo sono chiesto talmente tante volte che quasi la domanda è diventata conta di pecore per sonni negati. In realtà, credo che occorra ragionare su alcuni punti della questione, a mio modo di vedere, dirimenti. Quell’altro me affermerebbe che, volendo esprimere taluni concetti, egli sarebbe in grado di dire ciò che vuole poiché, essendo nessuno, il suo è parere di nessuno, dunque non opinabile. Io non sono nessuno, ma altrettanto sono ascritto a tale categoria dai fatti. Sono nessuno per proclamazione universale, non per scelta autonoma. Ma, vieppiù, credo di poter ragionare, il che, al di là dell’essere qualcuno o qualcosa, rende il mio giudizio umanamente concepito, quindi, comunque opinabile. Il primo punto della questione è che il presupposto dell’informazione, che è poi quella che determina la presa di posizione in dissenso, passa inevitabilmente per la circolazione di un punto di vista peculiare. La novità, di questi tempi, è che i punti di vista sono sempre e soltanto due. O sei Si Vax o sei No Vax, o sei a favore del greenpass, o sei contro, per le restrizioni oppure assolutamente contrario. Entrambe le posizioni sono supportate da argomentazioni solide, tali in quanto dal dibattito è escluso il dubbio.

Ma non si sono limitate a questo, hanno riconosciuto che questo non esiste, la verità è ideologicamente precostituita e se non la penso in un modo è inevitabile che la pensi nell’altro. M’ero avveduto d’un rischio mortale di semplificazione del pensiero collettivo da un po’, pur se ammettevo speranza d’errore, naufragata poi nell’oggi, né v’è notizia alcuna di possibili ripescaggi in mare, di salvagenti coniati all’uopo. Intanto, cerco di capire quali sono le centrali operative nei due campi: la prima è quella che comunemente viene definita informazione mainstream, quella delle grandi reti TV, dei network, delle testate giornalistiche. Queste, improvvisamente – ma non troppo -, funzionano all’unisono, appaiono sloganistiche, le differenze appaiono sfumate, non sono sufficienti a distinguere posizioni critiche; l’altro campo ha un enorme potere comunicativo che gli diviene dal disporre dei social (difficile pensare però che le piattaforme dei più ricchi tra i ricchi siano neutri strumenti di comunicazione) anche meglio del primo, vanta un numero elevatissimo di follower, scomunica chi non si attiene a taluni dettati, usa una sorta di obbedienza ideologica come cassa di risonanza per un messaggio semplificato (ed è in questo il più grande successo dei più ricchi tra i ricchi), che urla all’unanimismo dell’avversario quale un deterioramento della vita democratica, ma ne richiama su di sé uno speculare. Quando si aprì il dibattito sulla pandemia, ovvio che anch’io provai a farmi un’idea delle cose. Feci mente locale su talune mie attitudini (ex) professionali: sono un biologo-genetista (non pentito, ma guarito), mi intendo di statistica, così ho strumenti – non sofisticatissimi – di lettura dei dati. L’ho fatto ma non ho partecipato al tenzone. Non avevo alcuna intenzione di farmi arruolare. Anche perché la sensazione maleodorante che scaturiva dalla discussione è che l’una parte esisteva solo in quanto contrapposta all’altra, in qualche modo in una sorta di legittimazione reciproca. Se tutto va male è colpa dell’uno o dell’altro. Questa contrapposizione è risultata talmente violenta dall’avere annichilito qualunque altra riflessione divergente riguardo le questioni sul tappeto, ma ha anche avuto l’effetto (a questo punto, riflettendo, desiderato da entrambe le parti) di seppellire sotto quel tappeto ogni altra questione, dall’esistenza delle guerre in ogni parte del globo agli enormi esodi da queste, dalle carestie ai morti sul lavoro, dai diritti del lavoro ai cambiamenti climatici che stanno affamando un pezzo consistente del pianeta, dalle mafie ai disastri dei sistemi educativi e sanitari: questi temi non esistono più, in quanto di essi non v’è notizia tra le leadership dei due campi. Come nell’antica Roma, il popolo viene rasserenato dallo spettacolo dei legionari, dal poter vedere scorrere il sangue dell’uno o dell’altro. Con la guerra ci risiamo: o sei contro Putin, o sei suo fedele sostenitore. Il movimento pacifista, di cui non ho mai smesso d’essere parte da che avevo ancora ginocchia sbucciate, non esiste, non è mai esistito, non è contro la guerra, è a favore di Putin, contro i valori di libertà dell’occidente. Chi sono i pacifisti, in effetti, quelli che hanno diritto di cittadinanza? Giammai quelli che dicono no alla guerra, che hanno continuato a dirlo senza interruzione, scarichi, certamente, pochi, disperati e pazzi (sono disperato e pazzo da almeno quattro lustri, ma “sono”, al contrario di quell’altro me che non è che nessuno, e gestisce questo blog). Quelli che hanno diritto di cittadinanza in quanto pacifisti non li ho mai visti ad una manifestazione, non li ricordo ad un’assemblea, mai militarono d’antimilitarismo. Taluni li ho visti deridere quelle cose sino a non troppo tempo fa. Sono quelli che dicono, va bene Putin, però anche la Nato, però anche questo, anche quello. Ma quando pioveva non c’erano, non ci sono mai stati se non per qualche comparsata. Eppure loro esistono, hanno voce in capitolo, rappresentano il nemico, sono scelti dal nemico, sono essi stessi compiaciuti d’essere contraltari, articolano linguaggi semplificati, proprio come quelli che ad essi sono contrapposti. È questa la grande novità, il potere può finalmente scegliersi di costruirsi un nemico a sua immagine speculare, e lo fa spettacolarizzando lo scontro. Gli altri, chi dubita, chi decide che il suo campo se lo costruisce, chi non accetta il pret-a-porter, chi non è arruolabile, è fuori dai giochi, è nessuno, non è invitato a partecipare allo spettacolo, non esiste più.” (L’altro me)

Un po’ di note a margine sulla guerra che mi fornisce il buon Daniele Barbieri che si ostina a non volersi fare grande Network ve le metto qui

Radio Pirata 10 (8 Marzo)

Radio Pirata torna per occasione di buon 8 Marzo, e non a liturgia, per attivo sostegno a giorno di riflessione e lotta, che donna non sgancia bomba. E ad amor di vita e pianeta, anche a sostegno di donna, prometto, a solennità imperitura, che non salto fuori da torta in costume da gattopardo, che anche occhio vuole la sua parte. E do spazio a giovani collaboratrici a conduzione di puntata Dieci, pure e lode. Ora, immantinente, vado a musica.

“Da una parte, la guerra è soltanto il prolungamento di quell’altra guerra che si chiama concorrenza e che fa della produzione stessa una semplice forma di lotta per la supremazia; dall’altra, tutta la vita economica contemporanea è orientata verso una guerra futura.” (Simone Weil)

Da Simone a Simone, che il nome è lo stesso, qualche volta pure il cognome.
“Uno dei vantaggi che l’oppressione offre agli oppressori è che i più umili di loro si sentono superiori: un povero uomo bianco nel sud degli Stati Uniti ha la consolazione di dire che non è un uomo di colore sporco. I bianchi più fortunati sfruttano abilmente questo orgoglio. Allo stesso modo, il più mediocre degli uomini è considerato un semidio di fronte alle donne.” (Simone de Beauvoir)

“Qualche volta ho la sensazione di non essere un vero e proprio essere umano, ma appunto qualche uccello o un altro animale in forma di uomo; nel mio intimo mi sento molto più a casa mia in un pezzetto di giardino come qui, oppure in un campo tra i calabroni e l’erba, che non… a un congresso di partito.

A lei posso dire tutto ciò: non fiuterà subito il tradimento del socialismo. Lei lo sa, nonostante tutto io spero di morire sulla breccia: in una battaglia di strada o in carcere. Ma nella parte più intima, appartengo più alle mie cinciallegre che ai “compagni”. E non perché nella natura io trovi, come tanti politici intimamente falliti, un rifugio, un riposo. Al contrario, anche nella natura trovo ad ogni passo tanta crudeltà, che ne soffro molto.” (Rosa Luxemburg)

“Sono nata con una rivoluzione. Diciamolo. È in quel fuoco che sono nata, pronta all’impeto della rivolta fino al momento di vedere il giorno. Il giorno era cocente. Mi ha infiammato per il resto della mia vita.” (Frida Kahlo)

“La guerra si materializzava nelle cose, negli itinerari, nei divieti, nelle mancanze, era una sorta di disgrazia naturale più che un’impresa umana sulla quale si sarebbe potuto interferire. Potuto e magari dovuto? Quando mai. Quella sorta di cinismo o pigrizia che passa per italica bonomia, secoli di «tutto cambia dunque niente cambia», stringeva dovunque.” (Rossana Rossanda)

Buon 8 Marzo!

Confiteor

Di una cosa voglio parlare, a moto d’indignazione e mea culpa, per rimuovere da coscienza azione mia assai disdicevole. Mosso ancora d’insufficiente pentimento, mi decido di vuotare il sacco, a scopo d’espiazione, circa l’esistenza d’organizzazione tremenda, manipolo di sciagura, che s’atteggia, nel silenzio e nell’oscuro – dove invero merita posizione esclusiva – a congrega di distruzione di civiltà. Che tanto m’è a dolore di viscere per la prova provata che n’ebbi, che a bottiglia quale ultimo appiglio di disperazione mi rivolsi, pure trovai parziale conforto a musica. Ve ne offro di buona ed altrettanto espiatoria.

Ora, io m’avvedo che i destini d’umanità sono legati all’azione di pochi saggi e, mentre il mondo intero saluta pandemia per abrogazione ex legis, questi s’attrezzano a bomba per risorgimento autentico. Tali e altri indurrebbero a partecipazione anch’essi, poiché piatto ricco mi ci ficco, giammai per sé stessi, o, come sostenuto da biechi oscurantisti, per pura bramosia di sangue e potere, piuttosto per destino fulgido di civiltà. Che sfoltita a genere umano era opportuno che vi fosse, per conservazione di specie, puntellamento d’economie traballate da virus. Eppure, che ciò è evidente a stolto, che ne ho prove che convincerebbero un cieco, v’è contezza in me d’altrettanto pochi che in ombra tramano a sventare la faticosa elevazione a grande civiltà d’intero pianeta.

Partiamo dal principio, che meglio vi spiego se dettaglio. Ebbi le prime avvisaglie dell’orrendo complotto l’estate scorsa, che me ne andavo a banchina di molo, speranzoso in totano di Pilu Rais, con portafoglio rifornito a bancomat. Già m’ero persuaso di colpe, di peccati, sia pure lievi, che optavo per ciò in luogo di tramezzino a surgelato al sapore di granchio delle Molucche con odore di funghetto trifolato in petrolio raffinatissimo. Ma ciò che vidi m’orripilò. Il tale, vestito a camuffo a pantaloncino, con fare furtivo e circospezione, s’era appropinquato al vecchio pescatore con cesto di pomodoro e, consegnatolo, ne ricevette in cambio cartoccio di pinne e lische. Sospettai ciò che poi, ingenuamente, mi fu confessato: ci fu baratto. Seppi, di lì a poco, che v’era usanza diffusa di trasferirsi, proprio lì, in terra mia di civiltà aulica, in campagna, per autosufficienza alimentare, che non v’era interesse in dette persone di partecipar a dolore di crisi, con contributo a cassa di centro commerciale.

Di più, tale abiezione s’era fatta moda, e tali e tanti me ne indicarono, che non ressi a pianto. Ciò che invero mi turbò è che questi infingardi, nemici d’uomo e di progresso, mostravano – con chiaro intendimento di proselitista – sguardi felici e beati, sì da catturare a contagio i più fragili. L’orrore mi pervase che tornai a casa non senza aver pienato due carrelli di supermercato di minchiate, in atto di generosa compensazione. La cosa si ripetè. Un amico, possessore di orto proprio, mi disse di aver scambiato certe sue produzioni con olio e frutta secca, un altro, che fa di mestiere il musico, mi riferì di suono a festa di compleanno di tribù, a cambio di derrate varie, quali vino, cavolo e persino salamoie e formaggio. Mi si riferì di tale che esercitava professione di ripetizioni di latino a figlio di contadino aggratis e che talora veniva ricompensato con caci di forma varia. C’era dato a soffrire tutti per gesto di pochi. Ormai m’era chiaro. Eppure tutto mi sarei aspettato tranne di finire io stesso travolto dall’inganno. Dapprima il germe della rottura civile mi s’è insinuato lento, come un prurito sotto la pelle cui non diedi peso particolare, sino all’episodio fatale. Si, è vero che cucinai per feste di natale in maggior abbondanza prodotti di pesca di cugino, per distribuirne eccesso ad amici fraterni, pure, quelli, ricambiarono con d’altro di cui disponevano. Ma la situazione è precipitata proprio stamane. Mi trovavo, com’è giusto che sia, a far benzina, poi, che m’era finita libagione, m’ero per affacciarmi, qual cittadino modello, a centro commerciale. Ma, proprio su ciglio di strada, notai movimenti di tale conosciuto c’armeggiava in portabagagli d’auto con fare di chi occulta cadaveri. M’avvicinai e lì, stipato, c’era vino in damigiana per dar da bere a truppa. Rosso che macchiava pure il vetro di fuori. Ne chiesi lumi e mi fu risposto che trattavasi di vino di antico contadino, aspro e che sa di terra, – il vino, non il contadino – e che lui, piccolo agricoltore, l’aveva avuto in cambio di formaggio di capra sua, castagne e patate. Ormai corrotto dalla vista della trappola a gola, prestai il fianco, che mi si chiese in cambio d’una damigiana un paio di libri di quell’altro me che opinatamente tengo a mo’ di tappetino d’auto. M’allontanai soddisfatto, lì per lì inconsapevole del misfatto. In casa mi svegliai dall’incubo e m’arrovellai per l’accaduto, ché mi tocco dar fondo alla scorta avuta illecitamente. Ed ora, contrito nel mio dolore, spero nel perdono di comunità intera, che, senza passaggio a bancomat, come neanderthalensis che tinge fondo di caverna, commisi delitto di scambiar cultura con coltura.

À la guerre comme à la guerre

Che io di bettole feci accademia, ma mai m’apprestai a Bar Sport, che di litigio all’arma bianca per formazione d’undici sbagliata mai m’avventurai. Che poco capisco di tattiche e strategie in mezzo al campo. Di vino e musica, semmai, che almeno della seconda posso farvi offerta, sempre sia gradita.

Nemmeno sono avvezzo a confronti aspri su altri temi che non prevedono preparazioni raffinatissime a commissari tecnici, non m’approccio di politiche elevate su lotte a pandemie, manco mi sovvengono pensieri di conflitto. Che poi sono nessuno e tale resto, pure a dispetto di santi. Ma che struggimento mi viene a sommo del petto per il paese mio natio, straziato di conflitti e asprezze. Pure so per bene che, sotto sotto, questo è paese capace di sintesi dabbene, di trovar terreno comune d’unanimismo affratellante. Che ne ricerco il bandolo della matassa, quello che, tira e ritira, ti concede amor patrio e sorriso a denti ampi e sbiancati, come si compete a paese unito d’ideali elevatissimi. È fortuna che, di tanto in tanto, addivenendomi tempo a sufficienza, mi posso concedere letture di carta, poco avvezze a tempeste di mare magnum virtuali. Che di fortunali io m’intendo solo a reali e materiali, che vanno in una direzione e si perdono nell’altra. Che è difficile trovar l’onda giusta se il totale delle creste giunge da ogni dove. Ma fu così che mi fermai a lettura frusciante e trovai finalmente il busillis dell’unione fraterna fra tutti i miei concittadini. Mi leggo, con cenno di svago e delizia nel cuore, che nell’ultimo anno mai si produsse tanta spesa ad armamenti, che pure nessuno osteggiò i sani provvedimenti, e che forze politiche e partiti trovarono nella bomba la sintesi del proprio desiderio di conciliazione viril-nazionale, mai addivenendosi a scontro su questo aulico tema. Financo vi trovai traccia da condividervi qui della notizia a forma virtuale, che mica ve la potevo spiattellare di carta, che mi toccava fare aeroplanini come bimbi, in forma, a dire il vero adeguata, di bombardiere. Che non capisco quale che sia la voglia di parlare di temi a divisione, se su questo siamo tutti d’accordo.

Pure qualcuno, quale Turi in cima al traliccio, s’oppone a piedi scalzi e dorso di mulo. Ma v’è dimostrazione acuta della civiltà del paese nelle salde e sacre istituzioni, che mai si concedono a popolacci – per fortuna di dimensione numerica trascurabile – sbraitanti che la guerra non fa bene, diffamanti il sano amore per PIL che si gonfia vele come al migliore dei maestrali. Che il paese serio giammai s’arrende di retoriche stantie a non far mercato di benessere con chi di bombe annacqua il latte dei bimbi. Basta, adesso, chiedo a urlo vivo e spinta d’anima e di cuore, che voce si faccia di questo amor patrio, che la guerra è bella, che ci rende uniti, benevoli e solidali, finalmente, se non proprio dentro, almeno un tantino fuori, di bel vestitino a festa.

Chi non ama la Bossa Nova bel soggetto non è.