No, grazie!

La rapidità dello sviluppo materiale del mondo è aumentata. Esso sta accumulando costantemente sempre più poteri virtuali mentre gli specialisti che governano le società sono costretti, proprio in virtù del loro ruolo di guardiani della passività, a trascurare di farne uso. Questo sviluppo produce nello stesso tempo un’insoddisfazione generalizzata ed un oggettivo pericolo mortale, nessuno dei quali può essere controllato in maniera durevole dai leader specializzati” (Guy Debord, I Situazionisti e le nuove forme dell’arte e della politica) E che musica sia.

Che già mi pare assai d’averci il blog, che m’è palestra di scrittura e pensiero, che rischio di perdere pure quelli, a scorrere d’anagrafe che mi disarma neuroni un tanto al chilo. Ma di social sono sprovvisto, né mi sconfinfera d’esserci. Vieppiù non mi piacciono i singolar tenzoni e le dialettiche di disfide di Barletta al calor bianco di agorà virtuali. Neppure ho manifeste concupiscenze di mia immagine a selfie, manco ho gatti, e i cani che mi convissero per quattro lustri, attacchinati da tempo nel Giorno del Ringraziamento, non s’amavano ritrarsi in pose plastiche, consapevoli di bellezze interiori, altrettanto di scarsa fotogenia, come s’addiviene agli ultimi degli ultimi, raccattati ad abbandono su cigli di discariche. Pure mi parrebbe assai strano d’inquietarmi in social di diseguaglianze globali in click compulsivi, ad ingrassar portafogli a primi per svuoto d’altrui.

Che piazza per me rimane piazza, al più bettola, pur se prediligo certi scogli affioranti, come rifugio romitico a protezione d’onde e correnti. Ma anch’io faccio cose, vedo gente, pur con cautela, come si compete a nessuno quale fui e rimango, e quei rari ch’attraversano le mie strade mi paiono sì convintamente nessuno almeno quanto me. Che ce n’è uno che sa di pennelli più d’altri taluni assai acclamati, e che, prima d’annessunarsi per nausea sopraggiunta, s’era appeso tele ai quattro angoli del globo terracqueo. Pure, l’amico con cui faccio cose, è uno che esplora altro, e s’è messo a scrivere, sino al pubblico a mentite spoglie, indotto dai più d’intorno cui parve ottimo lavoro quello fatto. Io dissi la mia convintamente, stimolando il gesto. E quando finì in stampa, niente avvenne di cose particolari, ma al primo affaccio di versione virtuale si bloccò tutto, che, pare, il portale o come si chiama, gli avvenne per la testa che la copertina pareva di stimolo a gesucristizzazioni di poveri animali e di traviamenti infantili, che ve la mostro pure.

La copertina incriminata

A sollecito di spiegazione, non ve ne fu alcuna. Poi mi capita che talaltra persona si pubblica cosa su social di maggior massa, che trattavasi di evento a presentazione di libro, ma d’intransigenze s’adombrava l’algoritmo, che c’era parola abbietta qual fascismo. Che coll’algoritmo potevo aver convergenza financo io che sono nessuno, ma se il libro parlava di Matteotti, la censura con rimozione m’è parsa d’azzardo. E se la decisione la prende persona avveduta, poi avveduta non m’appare, se è macchina, che interlocutore fantastico a decidere di destini e dialettiche pure per cambio del mondo.

A me bastano bettole ed osterie, e se voglio social, che sia a manovella di ciclostile.

Fotografia, tempo e specializzazioni (reloaded)

Che mi scappano dieci minuti, sottratti abilmente, con furto a destrezza, al lavoro. Troppo pochi per dedicarmi a scrivere altro, da ciò desumo che mi tocca di riciclare, pratica in cui eccello, che non m’è mai di fatica, sfruttare il già fatto. Poi m’attende full immersion in altre faccende d’affaccendamento. Stavolta vi faccio pure la colonna sonora al testo, che quella, come ebbi a dire, almeno, vi rimane.

“Charles Baudelaire si scagliò con tale veemenza sulla fotografia, da far venire mossa ogni foto nel raggio di chilometri dal suo Salon. Non era ammissibile, per il poeta vergine che la fulminea attrazione dell’attimo spostasse lo sguardo dalla contemplazione elevatissima dell’arte pura, nella sua rappresentazione più autentica, come nel teatro o nella pittura. Inaccettabile il processo di massificazione e tecnologizzazione dell’arte. L’industria si sostituiva al genio creativo, lo filtrava attraverso uno strumento, poneva anche gli inetti nella condizione di potersi definire artisti. Poi si fece fotografare in poltrona dall’amico Nadar, e questi ne colse nella sua posa disincantata tutta la poetica, sublimandola nell’attimo, appunto.

Nadar aveva compiuto il miracolo, anzi no, la magia, di elevare la sua arte a livelli vertiginosi, usando l’immagine del suo più feroce – e certamente credibile – avversario, per emanciparla dal mero tecnicismo cui rischiava di essere relegata per sempre. Di più, l’invasione di campo della fotografia, capace di raccontare il reale con efficacia assai maggiore del più attento iperrealismo manierista, sospinse tutte le altre arti figurative verso orizzonti nuovi, alla ricerca di realtà parallele cui l’occhio non poteva giungere. Stessa preoccupazione di preservare la purezza dell’arte espressa da Baudelaire si ripalesò con il de profundis dei dagherrotipi e linotipie nell’eredità concessa alle prime 35 mm. Eppure, non v’è dubbio che i movimenti colti dal click di Cartier Bresson, ma anche le immagini sfocate di Robert Capa, facciano parte a pieno titolo di ambienti di massima espressione artistica. Con il digitale, come per un misterioso fenomeno carsico, riemerge l’urlo dei puristi, poi la fotografia per tutti col cellulare, credo abbia fatto venire l’orticaria persino alle ortiche. E se c’è chi invita alla riflessione prima del click, stigmatizza l’improvvisazione ottica, c’è invece chi accoglie come una vera rivoluzione democratica la possibilità che miliardi di occhi moltiplichino i propri sguardi con ogni mezzo possibile, raggiungendo l’apoteosi del numero infinito di scatti. Quanti appuntamenti all’alba dietro conventi di frati minoriti si sono consumati nella disfida finale per definire la verità che distingue lo scatto fine a se stesso – ma sarà sempre tale? – dalla foto concettuale? Ammetto che non parteciperò alla dialettica serrata tra i fautori del deposito di megapixel, non prendo parte, non sono interessato alla questione, ho deciso di far repubblica e di dichiararmi neutrale. Sguscio via, piuttosto, evito di frequentare i circoli fotografici come ho smesso di occhieggiare ai cenacoli pittorici, bazzicare simposi letterali.

Mi sono fatto una mia opinione sulla fotografia, che non appartiene alla fotografia, né alla scrittura, tanto meno alla musica o alla pittura o a cos’altro vi pare. Persuaso, infatti, che la narrazione che ci portiamo dentro – nessuno escluso – trovi modo di esprimersi in un momento qualsiasi quando incontriamo la realtà che la rappresenta, e come ad uno specchio costruiamo la magia dell’incontro tra il nostro dentro e il resto d’intorno. Basta avere occhi, certe qualità dell’anima, per guardare il nostro dentro e la sua rappresentazione lì fuori. Quando accade siamo pervasi dalla meraviglia e immortaliamo l’attimo con un’immagine, una poesia, due o tre note in fila, se ci aggrada e ne siamo capaci. Ciascuno come gli aggrada esprime la propria sorpresa nel sentirsi una parte del tutto e vuole conservare quell’istante, renderlo infinito, come il tempo che oltrepassa il frammento di se stesso dello scatto. Nella fotografia, il tempo dell’incontro dura un attimo, bisogna coglierlo prima che fugga, più lungo nella poesia e nella musica, ancora più ampio nella prosa, per il respiro profondo di tempi dilatati. Ed allora basta eliminare la variabile temporale per riprendersi l’originario progetto narrativo che è la parte razionale di quell’intimo e segreto miracolo dell’atto creativo. Del resto “il tempo della produzione, il tempo-merce, è una accumula­zione infinita di intervalli equivalenti. È l’astrazione del tempo irreversibile, di cui tutti i segmenti devono provare sul cronometro la loro sola uguaglianza quantitativa. In definitiva il “tempo è, in tutta la sua realtà effettiva, ciò che esso è nel suo carattere scambiabile. È in questo dominio sociale del tempo-merce che «il tempo è tutto, l’uomo non è niente; egli è tutt’al più l’incarnazione del tempo». È il tempo svalorizzato, la completa inversione del tempo come «campo di sviluppo umano»” (Guy Debord, Miseria della filosofia). Posso dunque ascoltare un’immagine, guardare un suono, sentire l’odore intenso della poesia e della scrittura, se cancello il tempo. Ed il tempo derubricato ad un parametro “non vitale” consente di rifuggire l’orrore della specializzazione e dialogare con le forme espressive, comunque si manifestino. Se si scattano foto perché sono il nostro naturale ricongiungimento con il reale, dunque, poi è bene intrattenere rapporti con altri fotografi, ma senza codificarli nella liturgia dell’appartenenza, piuttosto val la pena leggere un libro e parlare con chi ne scrive, ascoltarsi un disco in compagnia di chi fa musica. Perché nella specializzazione si nasconde il rischio mortale dell’annullamento della dialettica concreta e progressiva delle narrazioni individuali, la cui somma è la narrazione collettiva che trascende il tempo e destruttura e annulla l’immagine-merce al cospetto dell’immaginario. In fondo Nadar non ha letto attentamente le poesie di Baudelaire prima di catturarne l’espressione “maledetta” nel volto d’un uomo in poltrona?”

Parole, opere e omissioni (Allonsanfàn parte quarta: Iller Incerti)

“Gli individui separati ritrovano la loro unità nello spettacolo, ma solo in quanto separati. Giacché la comunicazione è unilaterale; è il Potere che giustifica se stesso e il sistema che l’ha prodotto in un incessante discorso elogiativo del capitalismo e delle merci da esso prodotte. (…) Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo. È l’autoritratto del potere all’epoca della gestione totalitaria delle condizioni di esistenza. (…) Lo spettacolo presuppone, quindi, l’assenza di dialogo, poiché è solo il potere a parlare. Condizione per raggiungere tale risultato è la totale separazione di individui sempre più isolati nella folla atomizzata (…) Ridotto al silenzio, al consumatore non resta altro che ammirare le immagini che altri hanno scelto per lui. L’altra faccia dello spettacolo è l’assoluta passività del consumatore, il quale ha esclusivamente il ruolo, e l’atteggiamento, del pubblico, ossia di chi sta a guardare, e non interviene. Lo spettacolo è «il sole che non tramonta mai sull’impero della passività moderna» (…) In questo modo lo spettatore è completamente dominato dal flusso delle immagini, che si è ormai sostituito alla realtà, creando un mondo virtuale nel quale la distinzione tra vero e falso ha perso ogni significato. È vero ciò che lo spettacolo ha interesse a mostrare. Tutto ciò che non rientra nel flusso delle immagini selezionato dal potere, è falso, o non esiste”. (Guy Ernst Debord. La società dello spettacolo)

Il potere ha necessità di un linguaggio, di segni che veicolino il dogma, che come la goccia percia la pietra, impongono un unico punto di vista, un’unica prassi liturgica. La parola ed il segno hanno, nella liturgia, un posto speciale, V’è, in questi anni, un uso piuttosto disinvolto delle parole, che finiscono per annullare, con la loro struttura perentoria, la dialettica, la critica dentro la società atomizzata. Alcune parole divengono dettato assolutistico, ancorché se ne possa scorgere un uso in apparenza utile e necessario: la strada per l’inferno è camuffata da buone intenzioni. M’è sorto subito alla testa il mitico “distanziamento sociale”, definizione, pare, frutto di una traduzione un po’ troppo letterale dall’inglese. Invero, si usa come termine di carattere igienico-sanitario, di per sé, dunque, asettico. Ma non sfugge che nega, nella sua reiterazione, la vitalità del linguaggio della ragione, per il quale occorrerebbe, e con miglior efficacia semantica, parlare di distanziamento fisico. Distanziamento sociale, nella sua accezione più letterale, rievoca piuttosto un senso di separazione relazionale, non solo fisica, pure solidaristica, d’attenzione ed ascolto, sociale, appunto. L’altro termine che mi rimbalza tra tempia e tempia, è “meritocrazia”. Al di là del fatto ch’è pare un neologismo mal coniato, pure sotto il profilo estetico, non v’è soggetto languidamente accovacciato in posizioni più o meno di potere, che non vi faccia riferimento. Scegliere i migliori per certe funzioni elevate, appare talmente ovvio che non v’è piccolo vate del popolo che non ne rivendichi una qualche misera paternità. Dunque, poiché occorre scegliere i migliori, e poiché chi decide e delibera è tale per sua stessa autoapologetica considerazione, va da sé che il migliore è quello che scelgo io, senza passare dal via. Infine – ma si potrebbe continuare assai più a lungo – ultimo ritrovato del linguaggio-segno con lucchetto alle caviglie, la famigerata “resilienza”. Dai miei vecchi studi biologici me n’è memoria d’un uso assai meno positivo, poiché sottintende la capacità di un ecosistema, sottoposto a brutale manipolazione, di ritrovare un proprio equilibrio, non necessariamente preshock. Insomma, l’uso del termine, ch’è esploso in uso da qualche settimana anche per indicare le prassi economiche e di spesa, financo le metodologie riformiste e per fare il bucato, finirebbe per giustificare scelte di qualsiasi tipo, purché suggellate dall’appellativo stesso, meglio se accompagnato da un qualche riferimento ad una fattispecie di transizione, sia essa ecologica, finanziaria, sociale o quel che vi pare. Ad ogni buon conto, sempre in termini ecologici, la condizione di resilienza si deve dopo la sconfitta dell’altra qualità degli ambienti naturali, definita come Resistenza. Dunque, nell’immane conflitto resilienza vs resistenza, la prima vince a mani basse per abbandono del campo da parte della seconda.

E allora, poiché non m’è dato d’accettare passivamente tutto purché sia, mi faccio una ragione del tutto, e scelgo di tornare ai segni-linguaggi che mi piacciono. Così mi rivedo quelli di Iller Incerti e delle sue opere. Iller è artista che esplora, non sta fermo, non s’adegua. Seppure la sua è una formazione ortodossa (gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna), mai m’è parso abbia smesso d’esplorare ogni forma d’arte espressivo-figurativa.

Dalle esperienze più classiche, alle video istallazioni, sino ad un uso estremamente consapevole delle nuove tecnologie. Il suo approccio con queste assume un aspetto d’antica tecnica artigianale, poiché soggioga lo strumento, per rivendicare priorità all’atto creativo dell’uomo-artista, permanentemente ancorato ad un desiderio pionieristico d’esplorazione. Dalla rappresentazione virtuale delle sue cose emerge una percezione materica, quasi se ne avverte sangue e sudore. L’opera di Iller è un viaggio mai concluso, la cui strada è tracciata da segni dinamici, la cui interpretazione rimanda a luoghi senza confini, che profumano d’oriente e s’immergono nel tempo dell’occidente e della storia. Il mito, la sua rappresentazione archetipica, viene sovvertito, diventa strumento della rappresentazione dell’oggi. Ogni passaggio artistico è contrassegnato dalla consapevolezza della prassi evolutiva e non statica dell’opera. Classici stravolti, moderne reinterpretazioni, antiche pulsioni e segni arguti d’un linguaggio del sé e dell’altro, si inseguono creando un ghirigoro vorticoso di suggestioni, dialettico, d’ascolto, di rottura schematica dell’immobilismo della società dello spettacolo. Ve ne ho reso piccolo assaggio (magari riguadatevi tutto dopo aver fatto partire la musica), per il resto, v’aggiungo anche un paio di link ( www.illerincerti.com www.illerincerti.it )

Distanziamento (a)sociale

“La rapidità dello sviluppo materiale del mondo è aumentata. Esso sta accumulando costantemente sempre più poteri virtuali mentre gli specialisti che governano le società sono costretti, proprio in virtù del loro ruolo di guardiani della passività, a trascurare di farne uso. Questo sviluppo produce nello stesso tempo un’insoddisfazione generalizzata ed un oggettivo pericolo mortale, nessuno dei quali può essere controllato in maniera durevole dai leader specializzati” (Guy Debord, I Situazionisti e le nuove forme dell’arte e della politica)

Alla fine siamo rossi, che c’è stato un tempo, praticamente da tutta una vita, almeno da quando ho messo quattro gengie in fila, che pur di urlare “tutti rossi” mi sarei svenduto un rene. E invece arriva il crollo annunciato dell’impero, ma senza manco spettri che s’aggirano per l’Europa. Era inevitabile, mi verrebbe da pensare, ma ho salutato i miei ragazzini stamattina non senza sentirmi un certo peso proprio lì, alla bocca dello stomaco. Son ragazzini, ancora non sono adusi al distanziamento sociale, anche se hanno compreso, mi pare piuttosto bene, cos’è quello fisico. Si cercano con gli occhi, nemmeno si chiedono chi sono le rispettive famiglie. Bisognerebbe che facessero qualche webinar ad un mondo d’adulti precotti ed abbrancicati come sarde al mercato, pure testa coda, così ce n’entrano di più a cassetta. Mi verrebbe, così, per sfogo e necessità compensative, di mettermi a riflettere, a discutere della cosa. Poi però mi passa, me ne viene meno la voglia. Mi viene però di parlare d’una cosa a latere, né mi permetto di dire che sarò l’unico a farlo, che di imprimatur faccio a meno. È questa cosa del distanziamento sociale che non mi torna. Perché se c’è bisogno di distanze di sicurezza, quelle ch’evitano il contagio, mi pare – pare a me, cioè, che sono nessuno per scelta e vezzo antico – meglio sarebbe parlare di distanziamento fisico. Già, perché da questa cosa, in un modo o nell’altro, forse se ne esce, ma poi vanno messi assieme i cocci, vanno rizzate su le macerie, certo dell’economia, certo della scuola (quanto m’indispone che, nel bel mezzo della bufera, ci sia l’accanimento terapeutico del chiacchierare ancora di valutazioni, roba che mi faccio fuori scorte secolari di magnesia), ma a queste cose ci pensano intelletti sopraffini, mica uno che parla coi sassi ci si può cimentare. Del sociale distanziato, che non era manco messo così d’appresso manco prima, chi se ne importa.

Cioè, mi viene in mente, che c’è un mondo che non ha diritto di cronaca, non se la passa bene sulle prime pagine dei giornali, manco quelli on line, nemmeno s’affaccia in TV. C’è quel mondo ai margini, che prova a campare di bellezza, d’arte. Conosco taluno che s’accorda con sé stesso d’essere artista, e si cerca chi se lo compra un tanto al chilo, talaltro non ci crede manco lui, ma finge di esserlo, spavaldo di tecniche dissimulative dell’aria fritta. Ma qualcuno lo conosco che fa cose serie. Però è vezzo diffuso che se ne sta a mantecarsi nel suo brodino primordiale, pure se gustoso, ad autocelebrarsi specchiandosi nello stagno fino a caderci dentro. Con gli altri non ci parla, e finché le cose erano da tempi di vacche grasse, la sfangava, a mala pena, ma la sfangava. Ora raccoglie fumo con la racchetta da tennis, e aspetta che gli si ripresenti lo stagno. Solo che, pure se finisce, come finisce? Che ho sensazioni brutte che certe cose non tornano indietro, e di bellezza ci scordiamo, in favore di tenebre rutilanti di fuochi d’artificio. Insomma, se si parla d’arte da queste parti, da qualche decennio, si parla di monadi più attente a mantenere un in-sano distacco da ogni parte che becchi, che dialogare fa fatica. E se poi le espressioni artistiche si mettono a parlare magari fanno movimento d’opinione, espressivo, sociale e solidaristico, si mettono a far cagnara. Dunque meglio distanziarle socialmente le espressioni del libero pensiero, dell’arte, della bellezza. Abbiamo tutti una storia da raccontare, spesso più di una. La bellezza di queste storie è che qualcuno può ascoltarle, leggerle, guardarle in un quadro o una foto, ascoltarle in musica, farle sue, se crede. Ce ne sono alcune tristi, bislacche, altre intricate, a fondo cieco, che non portano da nessuna parte, altre ancora non hanno un inizio né tanto meno una fine, talune hanno una morale ma non se ne vede il senso; ne conosco altre che non hanno una morale, ma si capiscono meglio. Ci sono storie che entusiasmano, storie che fanno ridere, piangere, storie che annoiano. In questi giorni ne ho sentite di storie, fate voi a che categoria appartengono, io non ho troppa voglia di metterle in uno scaffale o in un archivio con l’etichetta “storia seria” o “fatto di cronaca” o quant’altro. E comunque gli artisti non si parlano, non si raccontano le loro storie, mica vorranno fare la fine delle resse al centro commerciale? Sono distanziati socialmente prima del distanziamento sociale. Ma io, umilmente, una proposta a chi fa bellezza gliela devo fare, anche se viene da uno poco credibile che s’è messo a fare nessuno, per cui prendetela come viene: ma perché non v’agghindate tutti a nessuno, che poi se metti insieme un nessuno più un nessuno, e ci aggiungi una pletora di nessuni, magari ne viene fuori uno bello grosso, di quelli che non puoi far finta che non esiste?