Altre storie di donne (Allonsanfàn parte sedicesima: Unica e Pamela Vindigni)

Unica e Pamela Vindigni, in mostra dal 24 settembre allo spazio L’Altelier di Modica Alta, paiono artiste diverse, hanno storie e linguaggi differenti, biografie ed origini lontane, eppure, attraverso le loro opere, concepiscono un dialogo di convergenze, sorprendentemente affine.

Usano la materia in modo personale, riconoscibilissimo, la plasmano per consentirsi una profonda esplorazione d’un universo di genere – quello femminile – ce lo rendono, entrambe, in una prospettiva liberata. Partono, dunque, da sponde antipodiche, approdano insieme, al di là delle costrizioni dell’apparire, del metodo, compiono lo stesso viaggio di ri-scoperta.

Leonie Adler (Unica) è artista contemporanea, nata a Pune, in India, con radici irlandesi, è cresciuta e vive in Svizzera. La sua anagrafica non è, come appare dalle sue realizzazioni, un dato neutro, un timbro su un passaporto, è elemento pregnante della sua formazione artistica. Infatti, le sue forme geometriche esatte, disegni ad ago e filo, esprimono un’attrazione fatale per l’ambiente, lo interpretano quale contenitore di culture, ella stessa è consapevolmente scrigno di diversità che si uniscono ad ogni passaggio d’ordito. Il contrasto cromatico tra le sue forme ne evidenzia il desiderio di riscoperta, induce alla ricerca d’un viaggio intimo nello spazio e nel tempo attraverso traiettorie spiazzanti, un susseguirsi di cambiamenti repentini di direzione, quasi a voler significare la ricerca precisa del dettaglio, il non volersi precludere nulla che le appartiene, che appartiene al tutto d’intorno.

Ma è anche desiderio di fuga da quotidiani standardizzati e labirintici, il rifiuto di direzioni preconfezionate, della banalità prêt-à-porter. Nonostante la scelta del filo, dell’ago, dunque, Unica non rassomiglia affatto alla più celebre delle tessitrici, non è Penelope, i suoi complessi intrecci non sono trame che si sfilacciano, si scuciono, ma memoria di una direzione precisa ancorché mai scontata, flusso di informazioni che non si esaurisce ma che fa d’ogni passaggio condizione essenziale per l’esistenza del successivo. Rassomiglia ad Arianna, invece, i suoi orditi indicano percorsi salvifici di liberazione, includono la possibilità del ritorno. In quel tornare a casa, alle sue radici, come nelle articolazioni più complesse dell’intimo, non v’è mai ricerca appagante di staticità, d’un passato che invecchiato si trasforma in presente, ma la prospettiva d’un nuovo viaggio, di nuove esperienze che, a paradosso di apparenza d’accumulo, lo rendano ogni volta più leggero, più agile. Pare che Unica si ricerchi, si ritrovi, infine, nelle sue origini, nelle sue infinite discendenze, e su quelle può contare – paesaggi della memoria d’un vissuto – come intensa scarica emozionale per una nuova ripartenza. In buona parte autodidatta, ha tuttavia assorbito perfettamente le prospettive artistiche di Louise Bourgeoise e dell’artista tessile svizzera Lissy Funk. È anche membro dell’associazione artistica GAAL.

Pamela Vindigni, siciliana di Modica (RG), è artista di tecnica raffinata, frutto di studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze e di una vasta attività esperienziale. Ha partecipato a diverse mostre collettive e personali, esplorando, oltre alla pittura ed alla scultura, altri linguaggi espressivi ed esibendosi quale attrice e performer. La sua visione dell’arte è sociale, solidaristica, non prescinde mai dal rapporto dialettico con altre forme del linguaggio e della comunicazione. Questi tratti fondanti la sua pratica l’hanno indotta a fondare, nel 2017, il gruppo “Artisti Associati – Matt’Officina”, impegnato nella riqualificazione dell’ex mattatoio comunale di Modica e divenuto un laboratorio artistico polivalente, un luogo di produzione collettiva e creativa oltre che di accoglienza d’esperienze.

Le sue sculture riscoprono la natura primigenia del corpo, lo denudano delle sovrastrutture, lo spogliano dell’effimero, lasciano che si esprima quale strumento di comunicazione essenziale. Alcuni suoi volti, scarni d’espressione, pare leggano negli accadimenti una sostanziale disumanizzazione. Pamela Vindigni, quando si concentra sulle forme delle donne, le libera da costrizioni, da stereotipi arcaici. Rappresenta la maternità con ironia, sottolineando al contempo una specificità di genere e smantellando la subcultura patriarcale che relega le donne al ruolo esclusivo e subalterno di madre e moglie. La leggerezza con cui ci rende la gravidanza non è, dunque, solo la rappresentazione prossima del parto quale passaggio funzionale alla procreazione, alla conservazione della specie, cui deve seguire la gabbia totalizzante della cura parentale, ma diviene, anche e soprattutto, metafora di concepimenti, elaborazioni, pratiche creative ed irrinunciabili, di idee, progetti, riscritture sociali e politiche. L’opera di Pamela è, in effetti, “politica”, non nel senso deteriore che oramai s’attribuisce al termine, ma in quello che ne recupera il significato etimologicamente più puro e profondo, dal concetto di Polis, il contenitore per eccellenza del desiderio di partecipazione. È pratica che aderisce ai processi sociali, alle vicende comuni, li legge, intende rideterminarli anche, con consapevolezza d’analisi, abilità d’usare strumenti espressivi plurimi e mai scontati, volontà di esserci con la propria identità di genere, di persona, d’artista.

Sacche resistenti (Allonsanfàn parte quindicesima: L’Altelier)

La rapidità dello sviluppo materiale del mondo è aumentata. Esso sta accumulando costantemente sempre più poteri virtuali mentre gli specialisti che governano le società sono costretti, proprio in virtù del loro ruolo di guardiani della passività, a trascurare di farne uso. Questo sviluppo produce nello stesso tempo un’insoddisfazione generalizzata ed un oggettivo pericolo mortale, nessuno dei quali può essere controllato in maniera durevole dai leader specializzati.” (Guy Debord, I Situazionisti e le nuove forme dell’arte e della politica)

Le arti non si parlano, non comunicano, si muovono in due direzioni precise, la narcisistica pretesa della propria superiorità l’una sull’altra, si trasformano pure, con protervia efficacissima, in manifestazioni elitarie. Pochissimi poeti ritengono di costruire dialoghi con pittori o scultori, il viceversa vale in misura eguale; rari fotografi immaginano un confronto alla pari con musicisti, e l’opposta direzione si realizza in medesima maniera, inquietante resistenza al confronto. Quando l’assioma della specializzazione ad ogni costo, del narcisismo patologico pare viene meno, è assai comune che finga solo sia così, ché il rapporto artistico non è orizzontale, frutto di dialettica, condivisione, progetto comune, diventa convincimento sacro ed inviolabile che “l’altro” abbia – si merita, meglio – una condizione didascalica, ruolo di insalatina intorno al piatto forte. Dunque, non nasce movimento transartistico, non esiste avanguardia fondata su idem sentire. Il confronto regredisce al nulla, rimane relegato a sacche resistenti ubicate forzosamente nell’oblio del no-social. Di più, l’arte diviene merce, l’artista è mercante che rimuove l’atto creativo per produrre serialità, salvo cambiarne l’identità in funzione del desiderio palesato del consumatore. Critici, gallerie, curatori non s’adeguano semplicemente, divengono artefici del declino, complici – inconsapevoli? – della regola ferrea dell’incomunicabilità, condizione fondante della specializzazione. Più l’osmosi artistica si impoverisce, più la qualità dell’arte regredisce a tratti di mera spazzatura, costruisce per sé la condizione di disperato germoglio su terre aride. Non esiste oggi possibilità alcuna che un Asger Jorn sorseggi vino in una bettola d’i ‘un paese di frontiera con Peggy Guggenheim in dialettica serrata con Debord, i Velvet Underground non vedranno più immagini warholiane sui loro dischi. Nessuno scriverà manifesti per nuove forme d’arte ché questa sarà progressivamente appannaggio di classi sociali che, al contempo, ne detengono il controllo e ne decretano la morte per asfissia da specializzazione. Nemmeno l’arte pare più espressione del tutto d’intorno, punto d’osservazione privilegiato su quello, lo evita anzi, perché se ne pretende, pure quando appare provocatoria ed eretica, una natura rassicurante un tanto al chilo. Questo credo, pure se v’è testimonianza di sacche di resistenza, tentativi di ribaltare lo stato di cose. Ce n’è di tali che portano arte nei non luoghi dell’arte, s’aprono frontiere d’emancipazione e di riscoperta d’umanità dove convenzioni non scritte non ne prevedono, che costruiscono le condizioni proprie della dialettica orizzontale tra le forme espressive, riportano l’arte ad altezza d’ogni individuo, senza pretesa di conoscerne il budget a disposizione. Che se ne parli, che ognuno lo faccia come può e quando può, ne racconti l’esistenza, ne produca l’incontro che si fa anti-rete (virtuale), filo robusto di legame autentico, che sottrae spazio a squallidi mercanti del click, del mega-evento devastatore, della prebenda familistica. L’ho fatto in due occasioni (qui e qui), per lo stesso luogo (lo conosco meglio, altre ne intravidi di interesse notevole ma non ne ho dettaglio esiziale).

Faccio tre con L’Altelier di Modica Alta, uno spazio espositivo dove non dovrebbe esserci, semplicemente anticamera d’una abitazione trasformata ad un uso condiviso, per ospitare arte, al centro d’un quartiere che non v’è preposto, popolare e vecchio, intriso di tradizione ma non abbastanza vicino a fasti da cartolina come quello più in basso. Vi si fermano rari turisti, quelli che sono adusi a esplorazioni faticose a percorrenza di vicoli stretti, dedali di stradine e scalinate erte, silenzi profondi, scarpinanti che s’attrezzano allo stupore dell’improvvisa apertura sul presepe di case. È quartiere dove la domenica presto puoi fare colazione con vino e bollito, dove puoi trascorrere serate sotto le scale d’una chiesa sempre con qualcosa da bere che non necessita di mutui a tasso d’usura a conto fatto. Basta mettere tre sedie fuori da quel posto e può fermarsi qualcuno ad occasionale passaggio, alla ricerca del belvedere con paesaggio mozzafiato, centro metri più avanti, che s’appassiona all’esposizione, si mette a discutere con lo sfondo del jazz di Miles o The Goldberg Variations di Bach suonata da Glenn Gould. Ma pure si ferma Peppe, custode dell’imponente chiesa prossima, birra e sigaretta in mano, oppure il vecchio don Angelo, un tempo abilissimo “mastro” di muri a secco, che s’accomoda con libro in mano o grappolo d’uva della sua vigna. Se capitate da quelle parti c’è ancora la mostra di cui ho parlato qui. La prossima è quella sotto (ne parlerò nei prossimi giorni delle due artiste coinvolte).

Ed a chiusura dello spazio, le convergenze evolutive, il progetto che pretende trasformazione, prosegue più giù, al fresco dello slargo, a tavola, incontro di sensibilità diverse, anche solo di chi semplicemente si trova attratto da conversazioni altre. È esperienza di sanità mentale, è progetto ricostruttivo, atto di resistenza estrema alla barbarie delle elité che pretendono pure di controllare e di guidare il senso, financo la percezione, della bellezza. Altre esperienze ci sono senz’altro, se cominciano a sentirsi, parteciparsi, creano discontinuità, la potentissima – e terribilmente fragile – società dello spettacolo non se lo può permettere.

Radio Pirata 34 (per sopraggiunto disgusto)

Radio Pirata è a puntata di sostituzione di pensiero mio che s’affolla ma si rifiuta d’uscire a scoperta lettura. V’è tanto di orrendo che toglie forze e respiro, pure il quotidiano che è normalità pare concetto di normalità zoppa, a cospetto di follia cotanta che pare pazzo da catena chi non s’affastella a pensiero di normalità comune. Pure, forse, risultai pazzo anch’io che per sfinimento non parlo oggi, forse domani, ma lascio sempre spazio a giovani collaboratori che si fanno a manifesto per farsi ossa in territorio viscido di comunicazione. Io metto musica che faccio radio di servizio.

Direi che il dato più probante e preoccupante della corruzione italiana non tanto risieda nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e nella privata, quanto nel fatto che si rubi senza l’intelligenza del fare e che persone di assoluta mediocrità si trovino al vertice di pubbliche e private imprese.

In queste persone la mediocrità si accompagna ad un elemento maniacale, di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo segno, ma che alle prime difficoltà comincia a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli. Si può dire di loro quel che D’Annunzio diceva di Marinetti: che sono dei cretini con qualche lampo di imbecillità: solo che nel contesto in cui agiscono l’imbecillità appare – e in un certo senso e fino a un certo punto è – fantasia.

In una società bene ordinata non sarebbero andati molto al di là della qualifica di “impiegati d’ordine”; in una società in fermento, in trasformazione, sarebbero stati subito emarginati – non resistendo alla competizione con gli intelligenti – come poveri “cavalieri d’industria”; in una società non società arrivano ai vertici e ci stanno fin tanto che il contesto stesso che li ha prodotti non li ringoia”. (Leonardo Sciascia)

Le atrocità sollevano un’indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono “more”, “sudice”, dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. (…) L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell’istante in cui l’occhio di un animale ferito a morte colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – “non è che un animale” – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il “non è che un animale”, a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell’uomo è la parodia dell’uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della “proiezione morbosa” che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l’umano proprio come il diverso. L’assassinio è quindi il tentativo di raddrizzare la follia di questa falsa percezione con una follia ancora maggiore: ciò che non è stato visto come uomo, eppure lo è, viene trasformato in cosa, perché non possa confutare, con un movimento, lo sguardo del pazzo”. (Theodor Adorno)

Che a sottrazione di luttuoso lutto si disvelano le file, quali processionarie, a sguardo a sorriso spento ed occhio a nulla estatico, di corsa ad accaparramento che non c’è domani… “con la massa degli oggetti cresce… il regno degli enti estranei a cui l’uomo è soggiogato. È lo stadio supremo di un’espansione che ha ritorto il bisogno contro la vita. Il bisogno di denaro è quindi l’unico bisogno prodotto dall’economia politica, e il solo che esso produca“. (Guy Debord)

Dissenso dal dissenso

Lo spettacolo è il brutto sogno della società moderna incatenata, che infine non esprime che il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il custode di questo sonno.” (Guy Ernst Debord)

Che c’è quell’altro me che scalpita, che vuol parlare, chiede udienza. Si lamenta ch’io al più gli offro da bere, gli do buona musica. Non se ne lamenta, e vorrei vedere, di questo. Ma pretende pure spazi, che io glieli darei, ma non so se posso, se faccio bene, se poi non s’approfitta. Ma m’impesta di lamento, che se forse lo metto un pò a fase di sfogo, poi s’acquieta, non mi tiene martire ad apprensione sua. Così, oggi, m’è a sconfinfero che lo faccio parlare, l’assecondo, a prova. Ch’io mi faccio un bicchiere e metto musica buona, oltre non vado, faccia lui.

Quanto dissenso c’è nel dissenso? In questi anni me lo sono chiesto talmente tante volte che quasi la domanda è diventata conta di pecore per sonni negati. In realtà, credo che occorra ragionare su alcuni punti della questione, a mio modo di vedere, dirimenti. Quell’altro me affermerebbe che, volendo esprimere taluni concetti, egli sarebbe in grado di dire ciò che vuole poiché, essendo nessuno, il suo è parere di nessuno, dunque non opinabile. Io non sono nessuno, ma altrettanto sono ascritto a tale categoria dai fatti. Sono nessuno per proclamazione universale, non per scelta autonoma. Ma, vieppiù, credo di poter ragionare, il che, al di là dell’essere qualcuno o qualcosa, rende il mio giudizio umanamente concepito, quindi, comunque opinabile. Il primo punto della questione è che il presupposto dell’informazione, che è poi quella che determina la presa di posizione in dissenso, passa inevitabilmente per la circolazione di un punto di vista peculiare. La novità, di questi tempi, è che i punti di vista sono sempre e soltanto due. O sei Si Vax o sei No Vax, o sei a favore del greenpass, o sei contro, per le restrizioni oppure assolutamente contrario. Entrambe le posizioni sono supportate da argomentazioni solide, tali in quanto dal dibattito è escluso il dubbio.

Ma non si sono limitate a questo, hanno riconosciuto che questo non esiste, la verità è ideologicamente precostituita e se non la penso in un modo è inevitabile che la pensi nell’altro. M’ero avveduto d’un rischio mortale di semplificazione del pensiero collettivo da un po’, pur se ammettevo speranza d’errore, naufragata poi nell’oggi, né v’è notizia alcuna di possibili ripescaggi in mare, di salvagenti coniati all’uopo. Intanto, cerco di capire quali sono le centrali operative nei due campi: la prima è quella che comunemente viene definita informazione mainstream, quella delle grandi reti TV, dei network, delle testate giornalistiche. Queste, improvvisamente – ma non troppo -, funzionano all’unisono, appaiono sloganistiche, le differenze appaiono sfumate, non sono sufficienti a distinguere posizioni critiche; l’altro campo ha un enorme potere comunicativo che gli diviene dal disporre dei social (difficile pensare però che le piattaforme dei più ricchi tra i ricchi siano neutri strumenti di comunicazione) anche meglio del primo, vanta un numero elevatissimo di follower, scomunica chi non si attiene a taluni dettati, usa una sorta di obbedienza ideologica come cassa di risonanza per un messaggio semplificato (ed è in questo il più grande successo dei più ricchi tra i ricchi), che urla all’unanimismo dell’avversario quale un deterioramento della vita democratica, ma ne richiama su di sé uno speculare. Quando si aprì il dibattito sulla pandemia, ovvio che anch’io provai a farmi un’idea delle cose. Feci mente locale su talune mie attitudini (ex) professionali: sono un biologo-genetista (non pentito, ma guarito), mi intendo di statistica, così ho strumenti – non sofisticatissimi – di lettura dei dati. L’ho fatto ma non ho partecipato al tenzone. Non avevo alcuna intenzione di farmi arruolare. Anche perché la sensazione maleodorante che scaturiva dalla discussione è che l’una parte esisteva solo in quanto contrapposta all’altra, in qualche modo in una sorta di legittimazione reciproca. Se tutto va male è colpa dell’uno o dell’altro. Questa contrapposizione è risultata talmente violenta dall’avere annichilito qualunque altra riflessione divergente riguardo le questioni sul tappeto, ma ha anche avuto l’effetto (a questo punto, riflettendo, desiderato da entrambe le parti) di seppellire sotto quel tappeto ogni altra questione, dall’esistenza delle guerre in ogni parte del globo agli enormi esodi da queste, dalle carestie ai morti sul lavoro, dai diritti del lavoro ai cambiamenti climatici che stanno affamando un pezzo consistente del pianeta, dalle mafie ai disastri dei sistemi educativi e sanitari: questi temi non esistono più, in quanto di essi non v’è notizia tra le leadership dei due campi. Come nell’antica Roma, il popolo viene rasserenato dallo spettacolo dei legionari, dal poter vedere scorrere il sangue dell’uno o dell’altro. Con la guerra ci risiamo: o sei contro Putin, o sei suo fedele sostenitore. Il movimento pacifista, di cui non ho mai smesso d’essere parte da che avevo ancora ginocchia sbucciate, non esiste, non è mai esistito, non è contro la guerra, è a favore di Putin, contro i valori di libertà dell’occidente. Chi sono i pacifisti, in effetti, quelli che hanno diritto di cittadinanza? Giammai quelli che dicono no alla guerra, che hanno continuato a dirlo senza interruzione, scarichi, certamente, pochi, disperati e pazzi (sono disperato e pazzo da almeno quattro lustri, ma “sono”, al contrario di quell’altro me che non è che nessuno, e gestisce questo blog). Quelli che hanno diritto di cittadinanza in quanto pacifisti non li ho mai visti ad una manifestazione, non li ricordo ad un’assemblea, mai militarono d’antimilitarismo. Taluni li ho visti deridere quelle cose sino a non troppo tempo fa. Sono quelli che dicono, va bene Putin, però anche la Nato, però anche questo, anche quello. Ma quando pioveva non c’erano, non ci sono mai stati se non per qualche comparsata. Eppure loro esistono, hanno voce in capitolo, rappresentano il nemico, sono scelti dal nemico, sono essi stessi compiaciuti d’essere contraltari, articolano linguaggi semplificati, proprio come quelli che ad essi sono contrapposti. È questa la grande novità, il potere può finalmente scegliersi di costruirsi un nemico a sua immagine speculare, e lo fa spettacolarizzando lo scontro. Gli altri, chi dubita, chi decide che il suo campo se lo costruisce, chi non accetta il pret-a-porter, chi non è arruolabile, è fuori dai giochi, è nessuno, non è invitato a partecipare allo spettacolo, non esiste più.” (L’altro me)

Un po’ di note a margine sulla guerra che mi fornisce il buon Daniele Barbieri che si ostina a non volersi fare grande Network ve le metto qui

La guerra è finita

Lo spettacolo è il brutto sogno della società moderna incatenata, che infine non esprime che il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il custode di questo sonno (…) Lo spettatore più contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la propria esistenza e il proprio desiderio.” (Guy Debord)

Che vado di musica, ch’è meglio.

Io, con le cose di finanza, ho poca dimestichezza, praticamente so che esiste la vil moneta, ma lei mi evita, e pure io non la cerco che non saprei dove. Poi, da che mi sono fatto prof, questo rapporto è divenuto assai più evanescente, ancorché la cosa sia a concreta spiegazione in mutui più spese varie.

Che l’ultima volta ch’ebbi a che fare con banca, mi ci trovai a sportello, con direttrice una zia, donna devota, cortese e garbata che, come altre congiunte, causa mia scelleratezza riguardo alle cose del mondo, ma anche alle vicende mie di spirito, mi diseredò ad libitum. Tra le tante nefande cose da me compiute, di cui mi rendo conto e mi dolgo con desiderio di contrizione prolungata, vi fu quella che feci allora, allorché la pia donna mi invitò ad accomodo nel lussuoso ufficio di cui era comandante suprema. Premetto che, a quel tempo, operando in qualità di pennivendolo, godevo di miglior fortune economiche, tanto da potermi garantire, qualora avessi insistito, ruolo su questa terra qual ricco e spietato, pari a Conte di Montecristo. Optai, com’è noto, per depilazione da pelo allo stomaco, finendo per professoreggiare in attesa di rinnovo contrattuale come deserto attende pioggia. Ma in banca c’ero per versare assegno di lauto compenso professionale per scrittura a cottimo, che Ella, la pia zia, mi richiamò all’ordine, che parevo – mi rimproverò – che avessi soldi a libretto postale, come becero pensionato a procaccia di favori di cassa mutua. Mi paventò destini aulici di arricchimenti sorprendenti con colpi d’obbligazioni, titoli e derivati. Io, irrispettoso, egoisticamente legato al tirare a campo più che a destini fulgidi, optai per chiusura di conto immediata con esito finale del risparmio a libretto postale. Poco importa se la banca, da lì a poco, si sorprese gambe all’aria, che questo è prezzo che si paga a progresso, che la pia zia, piè veloce, si sottrasse a disfatta con pensione d’anticipo. Riconosco, però, virtù di competenza d’alta finanza a taluni che non siedono ad alto scranno. Tra questi, il mite Giorgio, storico centralinista di Camera del Lavoro, lo è a spanna sopra gli altri. Che con lui, bicchier di vino e fiasco poco distante, cercai di capire se guerra fosse. Ch’egli mi disse di no, che non sarebbe stato necessario che l’obiettivo era raggiunto, la guerra già vinta ed il nemico domo. E io, già ad elmetto, mi schernii per notizia di spiazzo. Che mi spiegò che in realtà virtuale, la guerra annunciata a reti unificate, significava schizzo di prezzi, dunque casse di stato piene ad IVA ed accise d’ogni bene, a ripianar debiti da pandemia, a risalita di PIL per bonus a bandito maggiore, per sgonfio di bolla. Che mi sfuggiva chi fosse il nemico domo, ch’egli, saggiamente rispose: “non t’avvedi di colpo d’obice ad alzo uomo ricevuto a buca della lettera e a cassa di spesa?”.

No, grazie!

La rapidità dello sviluppo materiale del mondo è aumentata. Esso sta accumulando costantemente sempre più poteri virtuali mentre gli specialisti che governano le società sono costretti, proprio in virtù del loro ruolo di guardiani della passività, a trascurare di farne uso. Questo sviluppo produce nello stesso tempo un’insoddisfazione generalizzata ed un oggettivo pericolo mortale, nessuno dei quali può essere controllato in maniera durevole dai leader specializzati” (Guy Debord, I Situazionisti e le nuove forme dell’arte e della politica) E che musica sia.

Che già mi pare assai d’averci il blog, che m’è palestra di scrittura e pensiero, che rischio di perdere pure quelli, a scorrere d’anagrafe che mi disarma neuroni un tanto al chilo. Ma di social sono sprovvisto, né mi sconfinfera d’esserci. Vieppiù non mi piacciono i singolar tenzoni e le dialettiche di disfide di Barletta al calor bianco di agorà virtuali. Neppure ho manifeste concupiscenze di mia immagine a selfie, manco ho gatti, e i cani che mi convissero per quattro lustri, attacchinati da tempo nel Giorno del Ringraziamento, non s’amavano ritrarsi in pose plastiche, consapevoli di bellezze interiori, altrettanto di scarsa fotogenia, come s’addiviene agli ultimi degli ultimi, raccattati ad abbandono su cigli di discariche. Pure mi parrebbe assai strano d’inquietarmi in social di diseguaglianze globali in click compulsivi, ad ingrassar portafogli a primi per svuoto d’altrui.

Che piazza per me rimane piazza, al più bettola, pur se prediligo certi scogli affioranti, come rifugio romitico a protezione d’onde e correnti. Ma anch’io faccio cose, vedo gente, pur con cautela, come si compete a nessuno quale fui e rimango, e quei rari ch’attraversano le mie strade mi paiono sì convintamente nessuno almeno quanto me. Che ce n’è uno che sa di pennelli più d’altri taluni assai acclamati, e che, prima d’annessunarsi per nausea sopraggiunta, s’era appeso tele ai quattro angoli del globo terracqueo. Pure, l’amico con cui faccio cose, è uno che esplora altro, e s’è messo a scrivere, sino al pubblico a mentite spoglie, indotto dai più d’intorno cui parve ottimo lavoro quello fatto. Io dissi la mia convintamente, stimolando il gesto. E quando finì in stampa, niente avvenne di cose particolari, ma al primo affaccio di versione virtuale si bloccò tutto, che, pare, il portale o come si chiama, gli avvenne per la testa che la copertina pareva di stimolo a gesucristizzazioni di poveri animali e di traviamenti infantili, che ve la mostro pure.

La copertina incriminata

A sollecito di spiegazione, non ve ne fu alcuna. Poi mi capita che talaltra persona si pubblica cosa su social di maggior massa, che trattavasi di evento a presentazione di libro, ma d’intransigenze s’adombrava l’algoritmo, che c’era parola abbietta qual fascismo. Che coll’algoritmo potevo aver convergenza financo io che sono nessuno, ma se il libro parlava di Matteotti, la censura con rimozione m’è parsa d’azzardo. E se la decisione la prende persona avveduta, poi avveduta non m’appare, se è macchina, che interlocutore fantastico a decidere di destini e dialettiche pure per cambio del mondo.

A me bastano bettole ed osterie, e se voglio social, che sia a manovella di ciclostile.

Fotografia, tempo e specializzazioni (reloaded)

Che mi scappano dieci minuti, sottratti abilmente, con furto a destrezza, al lavoro. Troppo pochi per dedicarmi a scrivere altro, da ciò desumo che mi tocca di riciclare, pratica in cui eccello, che non m’è mai di fatica, sfruttare il già fatto. Poi m’attende full immersion in altre faccende d’affaccendamento. Stavolta vi faccio pure la colonna sonora al testo, che quella, come ebbi a dire, almeno, vi rimane.

“Charles Baudelaire si scagliò con tale veemenza sulla fotografia, da far venire mossa ogni foto nel raggio di chilometri dal suo Salon. Non era ammissibile, per il poeta vergine che la fulminea attrazione dell’attimo spostasse lo sguardo dalla contemplazione elevatissima dell’arte pura, nella sua rappresentazione più autentica, come nel teatro o nella pittura. Inaccettabile il processo di massificazione e tecnologizzazione dell’arte. L’industria si sostituiva al genio creativo, lo filtrava attraverso uno strumento, poneva anche gli inetti nella condizione di potersi definire artisti. Poi si fece fotografare in poltrona dall’amico Nadar, e questi ne colse nella sua posa disincantata tutta la poetica, sublimandola nell’attimo, appunto.

Nadar aveva compiuto il miracolo, anzi no, la magia, di elevare la sua arte a livelli vertiginosi, usando l’immagine del suo più feroce – e certamente credibile – avversario, per emanciparla dal mero tecnicismo cui rischiava di essere relegata per sempre. Di più, l’invasione di campo della fotografia, capace di raccontare il reale con efficacia assai maggiore del più attento iperrealismo manierista, sospinse tutte le altre arti figurative verso orizzonti nuovi, alla ricerca di realtà parallele cui l’occhio non poteva giungere. Stessa preoccupazione di preservare la purezza dell’arte espressa da Baudelaire si ripalesò con il de profundis dei dagherrotipi e linotipie nell’eredità concessa alle prime 35 mm. Eppure, non v’è dubbio che i movimenti colti dal click di Cartier Bresson, ma anche le immagini sfocate di Robert Capa, facciano parte a pieno titolo di ambienti di massima espressione artistica. Con il digitale, come per un misterioso fenomeno carsico, riemerge l’urlo dei puristi, poi la fotografia per tutti col cellulare, credo abbia fatto venire l’orticaria persino alle ortiche. E se c’è chi invita alla riflessione prima del click, stigmatizza l’improvvisazione ottica, c’è invece chi accoglie come una vera rivoluzione democratica la possibilità che miliardi di occhi moltiplichino i propri sguardi con ogni mezzo possibile, raggiungendo l’apoteosi del numero infinito di scatti. Quanti appuntamenti all’alba dietro conventi di frati minoriti si sono consumati nella disfida finale per definire la verità che distingue lo scatto fine a se stesso – ma sarà sempre tale? – dalla foto concettuale? Ammetto che non parteciperò alla dialettica serrata tra i fautori del deposito di megapixel, non prendo parte, non sono interessato alla questione, ho deciso di far repubblica e di dichiararmi neutrale. Sguscio via, piuttosto, evito di frequentare i circoli fotografici come ho smesso di occhieggiare ai cenacoli pittorici, bazzicare simposi letterali.

Mi sono fatto una mia opinione sulla fotografia, che non appartiene alla fotografia, né alla scrittura, tanto meno alla musica o alla pittura o a cos’altro vi pare. Persuaso, infatti, che la narrazione che ci portiamo dentro – nessuno escluso – trovi modo di esprimersi in un momento qualsiasi quando incontriamo la realtà che la rappresenta, e come ad uno specchio costruiamo la magia dell’incontro tra il nostro dentro e il resto d’intorno. Basta avere occhi, certe qualità dell’anima, per guardare il nostro dentro e la sua rappresentazione lì fuori. Quando accade siamo pervasi dalla meraviglia e immortaliamo l’attimo con un’immagine, una poesia, due o tre note in fila, se ci aggrada e ne siamo capaci. Ciascuno come gli aggrada esprime la propria sorpresa nel sentirsi una parte del tutto e vuole conservare quell’istante, renderlo infinito, come il tempo che oltrepassa il frammento di se stesso dello scatto. Nella fotografia, il tempo dell’incontro dura un attimo, bisogna coglierlo prima che fugga, più lungo nella poesia e nella musica, ancora più ampio nella prosa, per il respiro profondo di tempi dilatati. Ed allora basta eliminare la variabile temporale per riprendersi l’originario progetto narrativo che è la parte razionale di quell’intimo e segreto miracolo dell’atto creativo. Del resto “il tempo della produzione, il tempo-merce, è una accumula­zione infinita di intervalli equivalenti. È l’astrazione del tempo irreversibile, di cui tutti i segmenti devono provare sul cronometro la loro sola uguaglianza quantitativa. In definitiva il “tempo è, in tutta la sua realtà effettiva, ciò che esso è nel suo carattere scambiabile. È in questo dominio sociale del tempo-merce che «il tempo è tutto, l’uomo non è niente; egli è tutt’al più l’incarnazione del tempo». È il tempo svalorizzato, la completa inversione del tempo come «campo di sviluppo umano»” (Guy Debord, Miseria della filosofia). Posso dunque ascoltare un’immagine, guardare un suono, sentire l’odore intenso della poesia e della scrittura, se cancello il tempo. Ed il tempo derubricato ad un parametro “non vitale” consente di rifuggire l’orrore della specializzazione e dialogare con le forme espressive, comunque si manifestino. Se si scattano foto perché sono il nostro naturale ricongiungimento con il reale, dunque, poi è bene intrattenere rapporti con altri fotografi, ma senza codificarli nella liturgia dell’appartenenza, piuttosto val la pena leggere un libro e parlare con chi ne scrive, ascoltarsi un disco in compagnia di chi fa musica. Perché nella specializzazione si nasconde il rischio mortale dell’annullamento della dialettica concreta e progressiva delle narrazioni individuali, la cui somma è la narrazione collettiva che trascende il tempo e destruttura e annulla l’immagine-merce al cospetto dell’immaginario. In fondo Nadar non ha letto attentamente le poesie di Baudelaire prima di catturarne l’espressione “maledetta” nel volto d’un uomo in poltrona?”

Parole, opere e omissioni (Allonsanfàn parte quarta: Iller Incerti)

“Gli individui separati ritrovano la loro unità nello spettacolo, ma solo in quanto separati. Giacché la comunicazione è unilaterale; è il Potere che giustifica se stesso e il sistema che l’ha prodotto in un incessante discorso elogiativo del capitalismo e delle merci da esso prodotte. (…) Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo. È l’autoritratto del potere all’epoca della gestione totalitaria delle condizioni di esistenza. (…) Lo spettacolo presuppone, quindi, l’assenza di dialogo, poiché è solo il potere a parlare. Condizione per raggiungere tale risultato è la totale separazione di individui sempre più isolati nella folla atomizzata (…) Ridotto al silenzio, al consumatore non resta altro che ammirare le immagini che altri hanno scelto per lui. L’altra faccia dello spettacolo è l’assoluta passività del consumatore, il quale ha esclusivamente il ruolo, e l’atteggiamento, del pubblico, ossia di chi sta a guardare, e non interviene. Lo spettacolo è «il sole che non tramonta mai sull’impero della passività moderna» (…) In questo modo lo spettatore è completamente dominato dal flusso delle immagini, che si è ormai sostituito alla realtà, creando un mondo virtuale nel quale la distinzione tra vero e falso ha perso ogni significato. È vero ciò che lo spettacolo ha interesse a mostrare. Tutto ciò che non rientra nel flusso delle immagini selezionato dal potere, è falso, o non esiste”. (Guy Ernst Debord. La società dello spettacolo)

Il potere ha necessità di un linguaggio, di segni che veicolino il dogma, che come la goccia percia la pietra, impongono un unico punto di vista, un’unica prassi liturgica. La parola ed il segno hanno, nella liturgia, un posto speciale, V’è, in questi anni, un uso piuttosto disinvolto delle parole, che finiscono per annullare, con la loro struttura perentoria, la dialettica, la critica dentro la società atomizzata. Alcune parole divengono dettato assolutistico, ancorché se ne possa scorgere un uso in apparenza utile e necessario: la strada per l’inferno è camuffata da buone intenzioni. M’è sorto subito alla testa il mitico “distanziamento sociale”, definizione, pare, frutto di una traduzione un po’ troppo letterale dall’inglese. Invero, si usa come termine di carattere igienico-sanitario, di per sé, dunque, asettico. Ma non sfugge che nega, nella sua reiterazione, la vitalità del linguaggio della ragione, per il quale occorrerebbe, e con miglior efficacia semantica, parlare di distanziamento fisico. Distanziamento sociale, nella sua accezione più letterale, rievoca piuttosto un senso di separazione relazionale, non solo fisica, pure solidaristica, d’attenzione ed ascolto, sociale, appunto. L’altro termine che mi rimbalza tra tempia e tempia, è “meritocrazia”. Al di là del fatto ch’è pare un neologismo mal coniato, pure sotto il profilo estetico, non v’è soggetto languidamente accovacciato in posizioni più o meno di potere, che non vi faccia riferimento. Scegliere i migliori per certe funzioni elevate, appare talmente ovvio che non v’è piccolo vate del popolo che non ne rivendichi una qualche misera paternità. Dunque, poiché occorre scegliere i migliori, e poiché chi decide e delibera è tale per sua stessa autoapologetica considerazione, va da sé che il migliore è quello che scelgo io, senza passare dal via. Infine – ma si potrebbe continuare assai più a lungo – ultimo ritrovato del linguaggio-segno con lucchetto alle caviglie, la famigerata “resilienza”. Dai miei vecchi studi biologici me n’è memoria d’un uso assai meno positivo, poiché sottintende la capacità di un ecosistema, sottoposto a brutale manipolazione, di ritrovare un proprio equilibrio, non necessariamente preshock. Insomma, l’uso del termine, ch’è esploso in uso da qualche settimana anche per indicare le prassi economiche e di spesa, financo le metodologie riformiste e per fare il bucato, finirebbe per giustificare scelte di qualsiasi tipo, purché suggellate dall’appellativo stesso, meglio se accompagnato da un qualche riferimento ad una fattispecie di transizione, sia essa ecologica, finanziaria, sociale o quel che vi pare. Ad ogni buon conto, sempre in termini ecologici, la condizione di resilienza si deve dopo la sconfitta dell’altra qualità degli ambienti naturali, definita come Resistenza. Dunque, nell’immane conflitto resilienza vs resistenza, la prima vince a mani basse per abbandono del campo da parte della seconda.

E allora, poiché non m’è dato d’accettare passivamente tutto purché sia, mi faccio una ragione del tutto, e scelgo di tornare ai segni-linguaggi che mi piacciono. Così mi rivedo quelli di Iller Incerti e delle sue opere. Iller è artista che esplora, non sta fermo, non s’adegua. Seppure la sua è una formazione ortodossa (gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna), mai m’è parso abbia smesso d’esplorare ogni forma d’arte espressivo-figurativa.

Dalle esperienze più classiche, alle video istallazioni, sino ad un uso estremamente consapevole delle nuove tecnologie. Il suo approccio con queste assume un aspetto d’antica tecnica artigianale, poiché soggioga lo strumento, per rivendicare priorità all’atto creativo dell’uomo-artista, permanentemente ancorato ad un desiderio pionieristico d’esplorazione. Dalla rappresentazione virtuale delle sue cose emerge una percezione materica, quasi se ne avverte sangue e sudore. L’opera di Iller è un viaggio mai concluso, la cui strada è tracciata da segni dinamici, la cui interpretazione rimanda a luoghi senza confini, che profumano d’oriente e s’immergono nel tempo dell’occidente e della storia. Il mito, la sua rappresentazione archetipica, viene sovvertito, diventa strumento della rappresentazione dell’oggi. Ogni passaggio artistico è contrassegnato dalla consapevolezza della prassi evolutiva e non statica dell’opera. Classici stravolti, moderne reinterpretazioni, antiche pulsioni e segni arguti d’un linguaggio del sé e dell’altro, si inseguono creando un ghirigoro vorticoso di suggestioni, dialettico, d’ascolto, di rottura schematica dell’immobilismo della società dello spettacolo. Ve ne ho reso piccolo assaggio (magari riguadatevi tutto dopo aver fatto partire la musica), per il resto, v’aggiungo anche un paio di link ( www.illerincerti.com www.illerincerti.it )

Distanziamento (a)sociale

“La rapidità dello sviluppo materiale del mondo è aumentata. Esso sta accumulando costantemente sempre più poteri virtuali mentre gli specialisti che governano le società sono costretti, proprio in virtù del loro ruolo di guardiani della passività, a trascurare di farne uso. Questo sviluppo produce nello stesso tempo un’insoddisfazione generalizzata ed un oggettivo pericolo mortale, nessuno dei quali può essere controllato in maniera durevole dai leader specializzati” (Guy Debord, I Situazionisti e le nuove forme dell’arte e della politica)

Alla fine siamo rossi, che c’è stato un tempo, praticamente da tutta una vita, almeno da quando ho messo quattro gengie in fila, che pur di urlare “tutti rossi” mi sarei svenduto un rene. E invece arriva il crollo annunciato dell’impero, ma senza manco spettri che s’aggirano per l’Europa. Era inevitabile, mi verrebbe da pensare, ma ho salutato i miei ragazzini stamattina non senza sentirmi un certo peso proprio lì, alla bocca dello stomaco. Son ragazzini, ancora non sono adusi al distanziamento sociale, anche se hanno compreso, mi pare piuttosto bene, cos’è quello fisico. Si cercano con gli occhi, nemmeno si chiedono chi sono le rispettive famiglie. Bisognerebbe che facessero qualche webinar ad un mondo d’adulti precotti ed abbrancicati come sarde al mercato, pure testa coda, così ce n’entrano di più a cassetta. Mi verrebbe, così, per sfogo e necessità compensative, di mettermi a riflettere, a discutere della cosa. Poi però mi passa, me ne viene meno la voglia. Mi viene però di parlare d’una cosa a latere, né mi permetto di dire che sarò l’unico a farlo, che di imprimatur faccio a meno. È questa cosa del distanziamento sociale che non mi torna. Perché se c’è bisogno di distanze di sicurezza, quelle ch’evitano il contagio, mi pare – pare a me, cioè, che sono nessuno per scelta e vezzo antico – meglio sarebbe parlare di distanziamento fisico. Già, perché da questa cosa, in un modo o nell’altro, forse se ne esce, ma poi vanno messi assieme i cocci, vanno rizzate su le macerie, certo dell’economia, certo della scuola (quanto m’indispone che, nel bel mezzo della bufera, ci sia l’accanimento terapeutico del chiacchierare ancora di valutazioni, roba che mi faccio fuori scorte secolari di magnesia), ma a queste cose ci pensano intelletti sopraffini, mica uno che parla coi sassi ci si può cimentare. Del sociale distanziato, che non era manco messo così d’appresso manco prima, chi se ne importa.

Cioè, mi viene in mente, che c’è un mondo che non ha diritto di cronaca, non se la passa bene sulle prime pagine dei giornali, manco quelli on line, nemmeno s’affaccia in TV. C’è quel mondo ai margini, che prova a campare di bellezza, d’arte. Conosco taluno che s’accorda con sé stesso d’essere artista, e si cerca chi se lo compra un tanto al chilo, talaltro non ci crede manco lui, ma finge di esserlo, spavaldo di tecniche dissimulative dell’aria fritta. Ma qualcuno lo conosco che fa cose serie. Però è vezzo diffuso che se ne sta a mantecarsi nel suo brodino primordiale, pure se gustoso, ad autocelebrarsi specchiandosi nello stagno fino a caderci dentro. Con gli altri non ci parla, e finché le cose erano da tempi di vacche grasse, la sfangava, a mala pena, ma la sfangava. Ora raccoglie fumo con la racchetta da tennis, e aspetta che gli si ripresenti lo stagno. Solo che, pure se finisce, come finisce? Che ho sensazioni brutte che certe cose non tornano indietro, e di bellezza ci scordiamo, in favore di tenebre rutilanti di fuochi d’artificio. Insomma, se si parla d’arte da queste parti, da qualche decennio, si parla di monadi più attente a mantenere un in-sano distacco da ogni parte che becchi, che dialogare fa fatica. E se poi le espressioni artistiche si mettono a parlare magari fanno movimento d’opinione, espressivo, sociale e solidaristico, si mettono a far cagnara. Dunque meglio distanziarle socialmente le espressioni del libero pensiero, dell’arte, della bellezza. Abbiamo tutti una storia da raccontare, spesso più di una. La bellezza di queste storie è che qualcuno può ascoltarle, leggerle, guardarle in un quadro o una foto, ascoltarle in musica, farle sue, se crede. Ce ne sono alcune tristi, bislacche, altre intricate, a fondo cieco, che non portano da nessuna parte, altre ancora non hanno un inizio né tanto meno una fine, talune hanno una morale ma non se ne vede il senso; ne conosco altre che non hanno una morale, ma si capiscono meglio. Ci sono storie che entusiasmano, storie che fanno ridere, piangere, storie che annoiano. In questi giorni ne ho sentite di storie, fate voi a che categoria appartengono, io non ho troppa voglia di metterle in uno scaffale o in un archivio con l’etichetta “storia seria” o “fatto di cronaca” o quant’altro. E comunque gli artisti non si parlano, non si raccontano le loro storie, mica vorranno fare la fine delle resse al centro commerciale? Sono distanziati socialmente prima del distanziamento sociale. Ma io, umilmente, una proposta a chi fa bellezza gliela devo fare, anche se viene da uno poco credibile che s’è messo a fare nessuno, per cui prendetela come viene: ma perché non v’agghindate tutti a nessuno, che poi se metti insieme un nessuno più un nessuno, e ci aggiungi una pletora di nessuni, magari ne viene fuori uno bello grosso, di quelli che non puoi far finta che non esiste?