Palla al centro

Sul far della sera tornarono in paese, aprirono il circolo e si misero a giocare a carte. Dìaz rimase tutta la sera senza parlare, gettando all’indietro i capelli bianchi e duri finché dopo mangiato s’infilò lo stuzzicadenti in bocca e disse:

– Constante li tira a destra.

– Sempre, – disse il presidente della squadra.

– Ma lui sa che io so.

– Allora siamo fottuti.

– Sì, ma io so che lui sa, – disse el Gato.

– Allora buttati subito a sinistra, – disse uno di quelli che erano seduti a tavola.

– No. Lui sa che io so che lui sa, – disse el Gato Dìaz e si alzò per andare a dormire”. (Osvaldo Soriano)

Che io con le cose di Soriano mi ci ritrovo, ché c’è autentica passione d’accalorarsi a tavolo d’osteria, sino a sfinimento di parziale ubriacatura senza desiderio di menar le mani. Io, lì, a osteria e bettola consunta, in genere a retroporto, crebbi ed imparai tanto. A slamare pesce grosso, per esempio, a dov’è spiaggia di delizia anche, ad attenzione e guardia alta per evito rosso allungato causa spuntatura a devianza verso aceto. Detta gente che tali luoghi affolla e di cui feci parte, poco capisce che taluno a piani molto alti ha chiaramente a disprezzo che esista umanità varia che non s’appassiona a volere guerra, che già piange per disgrazia sua e magari si fa briscola pazza a gioco d’azzardo per in palio bicchierino. Anela, al più, di farsi il secondo e poi due o tre passi a vedere se Pilu Rais tirò a secco una rete con pesce giusto per la matalotta della sera. Ma mondo civile non funzionava a volere di popolo, che così si disse? E chi chiese, a sondaggio preciso, che detto popolo abbia tal desiderio di partecipazione di grande tenzone universale a bombarda definitiva che grandi e civilissimi governi fanno a rincorsa a dire io ci sto? Non sono sicuro, che forse a fatto di detto sondaggio passò qualcuno meritevolissimo a chiedere, e a me sfuggì di dar risposta ch’ero già a fronte mare dopo terzo o quarto bicchiere. E si sa che chi non partecipa fa suo il torto. Ma mi venne pensiero che quella che si fa a gioco pare partita di pallone a porta serrata da ottomiliarducci di portieri scadenti, che cannoniere a tirar rigore non sgancia grande pallonata a destra o a manca, ma fa far botto a tutti insieme con petardo robusto. E l’arbitro, di grande illuminazione, tirò fuori cartellino rosso ad espulsione di squadra numerosa ad intero, che quella ebbe a scarso senso di sport di sporcar terreno di gioco. E poi palla al centro che campionato ebbe fine.

Radio Pirata 51 (largo ai giovani)

Radio Pirata ad ultimo sondaggio pare prima radio d’ascolto a casa mia, che il resto invece pare relativo quando si fa giro di boa. E a vista di successo epocale, che io ho fiducia in giovani, a loro concedo spazio, pure mi raccomando che stavolta gli do tema, che il fuori di quello non viene concesso nemmeno per mai. Anzi, mi faccio duplice e, per selezione a meritocrazia, di temi gliene rifilo a doppia quota, che primo è che musica è a cover, e testo sia, per solluchero mio che detengo imperio di trasmissione, dunque ne ho facoltà, mare. E do via a giro di musica che non è giro di do.

Quando si spiaggiano o qualcuno le tira a secco perché pensa che d’acqua non ce n’è più bisogno, quelle guardano ancora verso l’orizzonte, finisce pure che ti ci portano, se gli concedi un po’ di credito ancora, se ti fidi di loro, perché “una nave in darsena, circondata dalle banchine e dai muri, ha l’apparenza di una prigioniera che medita sulla libertà, con la tristezza di uno spirito libero, messo a freno”. (Joseph Conrad)

Che a mare mai finisce viaggio, si arriva solo per ripartire. Si fa d’oltre la meta definitiva, che l’oltre non scopri mai dov’è, pure se sai che lì ci dev’essere sicuro un approdo, un’Itaca felice che t’aspetta, ma che non è Itaca per sempre. Decide d’esserlo appena il tempo che tu ti conceda il riposo giusto a carico d’energia per la ripartenza.

Sotto l’azzurro fitto del cielo qualche uccello di mare se ne va; né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto ‘più in là’”. (Eugenio Montale)

Il desiderio del mare è cosa che attiene a certe qualità dell’anima, a tali altre appartiene quella visione d’immenso quale frontiera, muro a separazione, confine, colonna d’Ercole da altro che pare che non siamo sempre noi. Ma se hai solo il sogno, che quello è quanto ti resta, “basta aprire la finestra e si ha tutto il mare per sé. Gratis. Quando non si ha niente, avere il mare – il Mediterraneo – è molto. Come un tozzo di pane per chi ha fame”. (Jean Claude Izzo)

Per mare impari tutto quello che ti serve, che poi fai ripasso ad osterie, quando racconti la storia che vivesti su quell’infinito, che è storia il cui finale è sempre da riscrivere, che muta quanto muti tu, che cambia per come ti senti, ma sempre ha epilogo a conforto. “Ho sempre avuto l’idea che navigando ci siano soltanto due veri maestri, uno è il mare, e l’altro è la barca, E il cielo, state dimenticando il cielo, Si, chiaro, il cielo, I venti, Le nuvole, Il cielo, Si, il cielo”. (José Saramago)

C’è che certe volte il mare si rabbuia, pare che avverta l’esigenza di farlo, non si sottrae dal mostrarsi adirato, non ne ha remora, ma è come se ti trasmettesse il suo disappunto per qualcosa che hai fatto, che se stai a guardarlo senza volontà di rimprovero si rifà a calmo. Finisce sempre che l’arrabbiatura gli passa. “Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna”. (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)

Ciao David, tanto da qualche parte ci ribecchiamo. A proposito, ci hai una sigaretta?

Cose serie

Che c’è morto ad ammazzo un po’ ovunque, e così che mi viene di rifare scrittura antica. Ma v’aggiungo musica ad uopo di novità assoluta, proprio a dov’ero rimasto. Che tanto io non sono cosa che si prende sul serio, mi feci nessuno ed al massimo m’attrezzo a guardar la neve dal balcone, sempre che non scoppi temporale, o se scoppia faccia cosa seria, mica nevischio di bruma, piuttosto evento furibondo che sollevò lo mondo.

“Può capitare che viene di far discorso serio a taluno, che io non mi sottraggo dal prurito di farne, che dura poco che poi m’avvedo a ben donde che è cosa che non mi compete. A scanso d’equivoco vado di musica, che chi passa da qui per quello, almeno, s’arritrova appagato.

Che parlar di cosa seria non m’appartiene vieppiù se mi devo mettere a parlare di vento di guerra, che quella, la guerra intendo, è cosa seria assai, oppure, come direbbe il vecchio Mike, che fu – sinché non si decise per mondo altro, se tale c’è – compagno mio di bevute epiche e jazz a stronco, è cosa seriosa, che male s’era attrezzato a italiano. E pure io sono attrezzato male di cose serie, che nacqui su uno scoglio, coi piedi a mollo, a spalmare testa di sarda e aglio su una fetta di pane raffermo, che più m’aggrada lo sproloquio, e non ho tempra nemmeno spessore per parlar di evento bellico andato o futuro.

Quello è mestiere che ritocca a migliori, di doppio petto suggellati per la propria candida versione di fatti, pure di misfatti. Se dico la mia al più suscito ilare sdegno, che son nessuno. Come mi permetto? Ma lo dico lo stesso, fingendo di non essere quel che sono – che poi è e sarà nessuno -. Ma cari miei, che vi voglio bene lo stesso, che a tutti ne voglio, signori di guerra per sangue spalmato a sette continenti, ma avete mai visto nei dintorni di vostro sguardo pervicace uno specchio? Che se quello non vi dà risposta adeguata a più bello del reame, che v’è d’inghippo aprire una finestra e guardarvi una nuvola? Né vi è prova provata che mai vi siete fatti fetta di pane e olio con bicchiere di vino su una panchina in riva al Mar d’Africa o qualsivoglia altro specchio d’acqua a pennello. Nemmanco libro vi siete letto per solo desiderio di solluchero, e non per studio di derivate a circuito bancario, o di strategia a più morto ammazzato, o anche di giurisprudenza a furor di forca ad ultimo e premianza solidale per sodali vostri. Mai vi siete soffermati davanti a dipinto commovente, perdendovi in profondità dello stesso o in estro d’artista senza desiderio che bene ci stava in dimora vostra a salotto. Che mai passeggiaste in campetto di periferia felici di respiro per verde malmesso, come attraversaste Patagonia o Borneo, dopo settimana a cottura a sole in cantiere di strada, o bruciacchiatura ad altoforno, o psicotica conversazione a pubblico dentro ufficio sgangherato, o a capo chino e schiena rotta per cottimo in serra incandescente. Neppure v’è testimonianza che a ridere foste in osteria di quartiere dimenticato, di borgo diruto e dimentico d’ogni fasto che mai ebbe cartolina, con quattro altri, o poco più, che di canzone dissonante faceste colonna sonora a fiasco perfetto, in abbraccio di paglia. Manco mai vi adagiaste a salotto per sigaretta dopo aver fatto carta da parati di bolletta selvaggia, nemmai vi sconfinferò San Valentino personale a giorno altro che quello.

Mi scappa, così, per schiribizzo, che se metà di ciò vi fosse avvenuto, pure se per periodo limitato, vi verrebbe meno volontà di guerra. Ma io son nessuno, dunque, che ve lo dico a fare che non capisco? Piuttosto, che sono poco serio che guerra non ne faccio, mi stappo un fiasco e vi lascio con pane e pomodoro, che mai fu più felice che oggi la scelta, pur se ve la diedi di già.”

È indispensabile che tutti gli esseri e tutti i popoli saggi della terra capiscano che pane e pomodoro è un paesaggio fondamentale dell’alimentazione umana. Piatto peccaminoso per eccellenza perché comprende e semplifica il peccato rendendolo accessibile a chiunque. Piatto peccaminoso in quanto può significare un’alternativa a tutto ciò che è trascendente, a tutto ciò che è pericolosamente trascendente, se diventa cultura della negazione. Non fate la guerra ma pane e pomodoro. Non votate per la destra ma mangiate pane e pomodoro. No alla NATO e sì al pane e pomodoro. Ovunque e sempre. Pane. Pomodoro. Olio. Sale. E dopo l’amore, pane e pomodoro e un po’ di salame”. (Manuel Vasquez Montalban)

Tasso d’usura

Fattomi ricco di struggente nostalgia di sale non riuscirei a far altro che non dir nulla, che dico uguale con già detto, che quello è meglio – se pare ti funziona dentro – del dirò che stride con voglia di non dire.

Il mare non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole.” (Giovanni Verga)

Che il mare, pure Lui come noi, cambia umore, che c’è ragione sempre che questo avviene.

Dopo che s’è fatto bufera pare che non voglia vedere nessuno, ma anche attrae attenzione di chi ha orecchie, occhi giusti, per guardare tra nuvole di sale, tra nebbia di schiuma, appena oltre, dove c’è un orizzonte che si sbiadisce a vista per tutto quel bailamme. Pare caccia chiunque, s’altera di un nonnulla, sventola a pericolo, strappa la vela, martirizza scogli e frangiflutto, sovverte la rena, miete praterie di posidonia, ne deposita il raccolto a terra aspra e odore acre di garum.

Poi è dato che si cheta, si mostra quale tavola a pialla, sinché occhio può andare. Appare di silenzio imperscrutabile. Ad aver da dire, a tacere al contempo. Si mette a calma piatta di fissità struggente, che con sguardo indagatore vi si cerca risposta a parola non data, che nulla è dato muoversi, nemmeno accenno di risacca a lambire scoglio d’attesa. Pure sotto la lastra pare non c’è voglia di parola, la dialettica è spenta sino all’ultimo singulto d’avannotto. Se c’è nuvola si riflette pari pari, non v’è voglia di reinterpretarne forma alcuna, copia conforme pare stanchezza immane d’esigenza di solitudine, rassegnazione di distacco.

A gioire di quelle forme sono solo occhi stolti e distratti d’incomprensione per non detto. Quello, il non detto, attiene a certe qualità d’anima che ne coglie essenze di dolorosa rassegnazione per inevitabile distacco. Chi si nutre del non detto sa che quello è narrazione d’autentica complessità. Che questa è terra che di bellezza fa sua condanna inesausta, che di figli che sono suoi e che tali si sentono, farà per forza a meno, che non c’è scampo alla partenza. E come fratello, padre, madre, sorella, lui è a sommo d’arguzia di sapere, di temere destino d’altri prossimi, che ad esorcismo esatto dell’io so, sostituisce il non dico che sarà strappo furibondo, mancanza di vertigine. Questa è terra che di bellezza fece condanna suprema, che mai vi fu a goderne senza patimento estremo di chi seppe coglierla. Fu terra ch’accolse chi non meritava accoglimento, che ne determinò violenza con fare sorprendente d’inumano. Questi rimarranno, a perpetrare l’orrore della trasformazione d’abbrutimento. Chi seppe che doveva stare a goderne non ebbe strumento di sopravvivenza, quale Argonauta dovette muoversi a cercare tesori d’effimero, porto salvo, come per veleggiare di barcaccia fenicia di pescatori di tormente, rossi di sangue e di porpore di murici. Terra che respinse i suoi figli d’altra sponda che Lui volle salvare da deriva. Talora Lui se ne fece carico, ch’è dato meglio una sofferenza d’istanti tra le braccia di sale generatore che l’orrenda, eterna, reprimenda dei vivi già morti, ad accusar d’essere nati a sponda diversa da quella data. Questa fu, è, sarà terra che fa a prezzo di strozzo prestito di bellezza, e pretende riscatto per essersene imbattuti a coincidenza d’esservi nati.

Radio Pirata 50 (per eccesso d’eccesso di misura a strabordo)

Radio Pirata fa grande traguardo di puntata numero Cinquanta che s’appresta a festeggiamento per giusta causa d’esistenza lunga e prolungata, musicante e scrosciante d’applauso a scena aperta e augurio collettivo di altre mille e anta pure di più puntatona di scoppiettanza. A festeggiamento c’è invitato lussuoso a numero elevatissimo – ma con turno preciso a gruppo di meno d’un certo per evito adunata sediziosa a precisione di decreto per rave – con red carpet che ognuno se lo porta da casa che Radio è di profilo basso per modestia ma al contempo elevatissimo d’oggettivo, che pare tutto e suo contrario con sommo gaudio di spargimento di confusione. Che subito si parte a musica giusta che mai fu di tal portata più giusta.

Ma Radio non rinuncia a far anche cosa di cronaca come si compete ad organo d’informazione di superba qualità. Che notizia pare ormai acclarata che Grande Glorioso e Giusto Partito di Sinistra è ormai a cosa acclarata che ha candidato di segreteria in numero esatto di suoi iscritti che se accordo non si trova si va a ballottaggio fra tutti per risultato di uno a uno a uno a uno a uno a uno (ad libitum ma non troppo). Ora c’è pressing che almeno qualcuno si astiene, tal altro non si concede voto a sé che vota un altro che almeno si fa due a uno e palla al centro, anzi, a destra.

Continua lunga e diritta correva la rotta che non si fa a sbarco per fugaiolo da morte e miserabile esistenza a porto salvo più di prossimità per rifocillo e riposo, ma si sceglie porto a lontananza estrema che tanto prima o poi s’arriva a mal di mare fitto fitto che la pacchia è finita e corsa di taxi marino costa di più.

Meglio pure se porto è ad accoglienza con pugno chiuso e Bella Ciao e concerto di Inti Illimani che, però, a far scandaglio di tale porto, pare che quello non c’è, che a far tale accoglienza non se ne fece cosa di massa che c’è impegno altro di tutti a tale opzione politica a far candidato a Grande Glorioso e Giusto Partito di Sinistra.

E c’è pure guerra che si fa sempre più a bombarda che c’è ressa a partecipo anch’io a mando bombarda di produzione sovrana che è grande pubblicità a fabbrica d’orgoglio di nazione ad altissimo grado di civiltà. Che tale ressa pare a chi ha bombarda e bomba più grossa che a furor di merito è tutto a espressione per dotazione migliore che grande consesso d’alleanza militare pare studentato d’adolescente per misura di orpello intragambale a maggiore gittata.

Radio riporta notizia che paese di Samba, per sgambata fine settimanale e palla a rotolo con virtuosismo per rete gonfia, pare ora roba d’assedio per grande timore di democrazia verde Oro fatto da brave persone di ieri ed ora non c’è accordo su loro esistenza. A fatto che s’ode ad altro emisfero squillo di tromba si risponde con tafferuglio di tifosume a blocco d’autostrada per ore ed ore per taglio in due di paese intero e coda di disperazione di bimbo che piange e vecchietto a mancanza di conforto di toilette per prostata in disarmo ed incontinenza a mancanza di rispetto per liturgia domenicale di Sisal. Però palla rotola ancora che The Show Must Go On.

E per fare grande augurio a se medesima Radio dedica a se stessa come mazzolin di fiori bella palazzescata giusta ed ancora fa augurio che anno nuovo sia anno con grande felicità a malgrado di accise ipertrofica.

MAR GRIGIO

Io guardo estasiato quel mare,
immobile mare uguale.
Non onda, non soffio che l’acqua
ne increspi, non aura vi spira.
Di sopra lo cuopre un ciel grigio
bassissimo, intenso, perenne.
Io guardo estasiato tal mare.
Non nave, non vela, non ala,
soltanto egli sembra un’immensa
lamiera d’argento brunastro.
Su desso si mostra coperto ogni astro.
Il sole si mette una benda di lutto,
la luna un vel grigio,
le innumeri stelle lo guardano
tenendo un pochino
socchiuso il lor occhio vivace.
Io guardo estasiato tal mare!
Ma quale fu l’acqua ad empirlo?
Dai monti sgorgò? Dalla terra?
Dal cielo essa cadde?
O cadde piuttosto
dagli occhi del mondo?
Mar grigio siccome una lastra
d’argento brunastro,
immobile e solo, uguale,
ti guardo estasiato!
Ma c’è questo mare ma c’è?
Sicuro che c’è!
Io solo lo vedo, io solo
mi posso indugiare a guardarlo,
tessuta ò la vela io stesso:
la prima a solcarlo.

(Aldo Palazzeschi)

Isole insulari

Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell’isola è segnata da questa certezza. Un’isola può sempre sparire. Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull’instabile. Per ogni isola vale la metafora della nave: vi incombe il naufragio”. (Manlio Sgalambro)

Mi capita tutte le volte che me ne vado da qui, a valigie non ancora pronte che strugge d’essere isola forse pure io.

Aveva voglia Nisticò a classificare i siciliani in siciliani di scoglio e di mare, gli uni abbarbicati al substrato come una cozza, un dattero, un riccio spinoso, incuranti della natura claustrofobica dell’appartenenza. Gli altri, con la valigia in mano, fermi non ci stanno, e appena la prima brezza lo consente, prendono il largo a vele gonfie. Ma tutti si portano dentro la stessa insularità, che è condanna del viaggio e nostalgia struggente per il porto di partenza. Solo che ai primi arriva subito, ci soffrono di più, basta che si mettano poco fuori l’uscio di casa, si vadano a sbrigare un documento nel capoluogo. I secondi, al più, con la lacerazione del distacco ci si sono abituati a convivere. Ma tanto tornano, prima o poi vedi se tornano e non passa minuto che con la testa non si organizzano per farlo. Mi pare che questo desiderio di ritorno sia proprio il risultato della paura atavica che l’isola non la ritrovi più, che qualcuno, mentre ti allontani giusto un attimo, se la possa portare via. Forse lo tsunami o li turchi, anche se – ed è evento inconfutabile -, qualunque cosa arriva, dopo un primo attimo di sgomento, gli si apre la porta di casa e, passati al più cinque minuti, ti scordi che è arrivata allora allora, e ti pare che sia lì da sempre, ci fai l’abitudine. Tuttavia, poiché non si sa mai ed a scanso di equivoci, metti in giro strane voci, che lì ci sono i Lestrigoni, i Lotofagi, forse Circe, che giù per lì Scilla e Cariddi hanno un brutto carattere, che quei sassi, isole essi stessi, ce li lanciano Ciclopi a basso tasso di socievolezza, e che le figlie di Kokalos avvelenano gli ospiti. Di più, se per ragioni di modernità te ne devi andare per qualche giorno, che ne so, a Poggibonsi, San Giovanni in Persiceto o a Cormano, saluti parenti e amici, fazzoletto in mano, come se stessi andando a sfidare i cannibali del Borneo.

Ad ogni buon conto, mettetela come vi pare, uno che nasce su un’isola sta già viaggiando. Perché il mare, tutto intorno, fermo non ci sta, e si muove di correnti e flutti, in definitiva, viaggia conto terzi. Non merita citare chissà chi per comprendere che il viaggio è una precisa connotazione antropologica, e pure se ha talune accezioni di ingegneria nautica, non è solo uno spostamento da e per. Alla fine “basta aprire la finestra e si ha tutto il mare per sé. Gratis. Quando non si ha niente, avere il mare – il mediterraneo – è molto. Come un tozzo di pane per chi ha fame”. (Jean Claude Izzo)

Nell’insularità è connaturata la pigrizia più atavica, quella persino trascendente, che si fa connotazione definitiva ed archetipo illustrativo di genti. E del resto che ti agiti a fare se sei proprio dentro il gorgo più gorgo, il tutto che si muove permanentemente? Fatica sprecata. Per altri quella è ignavia, accidia, in realtà è saggia contemplazione del mondo che non sta fermo, dunque perché inseguirlo nell’apoteosi dell’operatività? Il mare vortica così tanto che ti fa dono ora del primato di paradiso terrestre, ora d’inferno in terra, né fu creato per compiacere chi vi si trova circondato senza scampo; inutile cercare di opporvisi. Se serve qualcosa, servissero tre secoli e più, prima o poi un’onda bislacca te la schiaffa davanti, spiaggiata a pancia rivolta al sole. Né si tratta d’un fiume che scorre in un unico verso, cosicché sai già cosa t’arriva a valle se conosci il monte. Il turbinio è pluridirezionale, dipende dalle stagioni, talora dall’umore nero della burrasca o talaltra accondiscendente d’un venticello virato a bonaccia. Sfidare quel tutto che si muove per provare a spostarsi in altra direzione è atto temerario. Ed in tutto quel bailamme agitato meglio star fermi giacché, prima o poi, da qualche parte arrivi, e se non arrivi – quella data parte, intendo – presto o tardi, t’arriva lei. Ma l’isola, quella, da dentro non te la togli nemmeno se ti metti a pizzo di montagna. Non c’è niente da fare, t’entra in valigia, col sale e tutto il resto.

La banda del buco

Sarà che nacqui e crebbi in rione fronte porto e tali luoghi, dove transita ricchezza d’ogni fatta, furono per secoli a popolazione di disfatta esistenziale, di genti che, a privazione compiuta, mai misero a tavola con regolarità pranzo e cena. Che quelli son luoghi di patimento per sfinimento a sottrazione di risorsa che ad altri tocca, di mignotte a sfruttamento, piccola banditaglia, scassapagghiari, avrebbe detto Sciascia.

Sarà che quella suburbia che poi si fece, dopo il caccio via della plebaglia, nobile supermarket di turismificio a riciclaggio, io la conobbi e ne feci parte, che a scapito di destino cinico e baro ebbi solo fortuna che non me ne feci inghiottire per resto dei miei giorni. Ma certe storie me le sento a sfrigolio sulla pelle.

Insomma, ve la racconto per come viene che fu tutto tra Natale e Capodanno, allorché le tavole s’imbandiscono d’ogni ben di dio e l’albero fa d’ombrello a saccheggio di centro di commercio a tutt’altro che esproprio proletario, piuttosto a cambio con cambiale mi parrebbe di dire. Succede che, come ogni mattina, quella precisa, me ne vado a prendere il caffettino da vacanza al baretto di Piero, e passo dapprima alla botteguccia di tal Giuseppe, che di norma mi saluta con gesto plateale e cordiale. Che invece quel giorno, a digrigno rumoroso e stridente di gengie, mi svela che fanno bene a certi paesi a tagliar mani e teste. Poiché non m’era ancor giunto all’uopo il caffè, non mi fermo ad approfondimento del cambio d’umore solito. Piero me lo serve che s’è incaponito su sta cosa della fucilata al cinghiale, sbraitando frasi che non ripeto che, malgrado natali tutt’altro che nobili, mi feci ad adeguatezza di linguaggio assai dabbene. Mi toccò di far da paciere con sacre istituzioni del merito e meritevolissime che tanto qui cinghiali non ce n’è, nemmeno lupi ed orsi. Poi me ne torno e mi fermo per capir meglio a botteguccia, che già che ci sono compro confezione per specifica ricetta di cappero di timpa. Al mite bottegaio di minuto esercizio a sfango appena di spese, la sera prima la banda del buco aveva dato assalto, infrangendo il tentativo d’accesso a ricerca di ricchezza insperata contro un lucchetto made in China.

Ma poiché dirimpetto al negoziuccio ci stanno panineria d’un certo affollo e ristorantino di buona frequenza, per non far notare l’assalto la banda aveva cominciato ad assemblare a mò di nontivedo, dinnanzi alla saracinesca a protezione del bottino, i pneumatici dismessi del gommista di fianco. Vai che non si notano, che ci fu intervento di massa per messa in fuga. Poi, tornati sui loro passi, fallito l’assalto al primo obiettivo strategico, si rivolsero all’appena più defilato bugigattolo ad ospitalità di smercio di pane e biscotti. Lì ebbero, gli abili professionisti, sorte differente, che penetrarono all’interno del prezioso caveau per saccheggio di sei o sette euro ancora in cassa. Non s’avvidero d’un cellulare lasciato per disgrazia sul banco, e poggiato il loro ad aver mano libera per colpo del secolo, andando a ripresa dello strumento di comunicazione, lo scambiarono d’accidente con quello in loco. Il loro venne, a breve lasso di tempo, in possesso della Benemerita per facile intercettazione dei soliti ignoti. Fine della favola. Ma che gli vuoi dare a questi, condanne esemplari? Che manco a film di commedia di De Sica e Totò ce n’è memoria di simili gesta, che la natura di abili professionisti di certi colletti bianchi e rigidi di buona fattura d’amido è quella di far carriere a piede libero ad incassar miliardi a tangente, pure pare oggi curriculum per carriere vertiginose. Ed invece dagli allo sfigato che a disperazione si fece a farsi imprigionare facile facile. Che non m’è a giustificarne impresa di delinquenza, ma la forca montata in piazza alla mattina successiva mi parve a tratto d’esagero, a farne capro espiatorio di mali del pianeta pure. Ma è così che vanno le cose, ultimo contro ultimo e si salvi chi può, che a nessuno viene in mente d’affondar canini nelle succulente chiappe del signor padrone del vapore.

Gioco di bimbi

“Quel pensiero andava e veniva dalla sua mente, così, senza senso e senza scopo, come una pietrabambina gettata a mare: si sentiva stanco, col corpo travagliato che si riposava nella branda e la mente che si sboriava in quel pensiero bambinesco, non diverso in niente dal gesto di pigliare e tirare pietrebambine. Se aveva un senso, quel pensiero curioso, era proprio questo: un senso bambinesco e sfantasiato, il senso che ha gettare a mare delle pietrebambine e vedere i cerchi d’acqua che s’ingrandiscono, s’ingrandiscono e intanto che s’ingrandiscono, svaniscono; il senso poi, che nel nome stesso, nella natura stessa e nella stessa vista di confetto, suscita alla mente la pietrabambina, per cui anche un uomo fatto, anche un pellesquadra, se istintivamente la piglia e la getta a mare, fa una figura bambinesca; e per cui anche il mare dove si getta, anche se è un mare scabroso e vecchio col pelo bianco, come il mare dello scill’e cariddi, fa una figura bambinesca.” (Stefano D’Arrigo, Horcinus orca)

E pare si, che al cospetto del mare diventi bambino, ché forse è cosa ad attinenza con le dimensioni, ci fanno stare piccoli piccoli quelle cose d’infinito che s’aprono allo sguardo. S’accende la luce del primo acchito del mattino e tutto pare così grande che ci sparisci dentro, ma pure, mano mano che il sole se ne sale, che fa tepore anche fuori della stagione giusta, poi ci cresci dentro a tutto quell’infinito. Ti pare che poi partecipi anche tu.

Ti giri ed il resto d’intorno s’è messo a farsi piccolo, e tu, invece, torni grande d’improvviso. Ti levi da lì e ti sposti un poco. Ma pure quel poco non cambia, ché sei piccolo, poi ancora grande, a seconda di come ti sproni lo sguardo. È cosa che spaesa, spiazza, che non sai più chi sei. E far da nessuno diventa così identitario che ogni ossimoro s’è fatto dettaglio e precisione. Tutto, pure il suo contrario sei. Quale utero di madre t’accoglie la contraddizione, in quella pasci, che scivoli tra l’infinitesimo del piccolo e l’infinito di grandezza. Poi è che non te ne vuoi andare, pare tutto come dev’essere. Altro non c’è che ti tocca di quella confusione. Altro non c’è che t’aspetti. Altro non c’è, per fortuna.

Auguri alla polvere (che ancora ce n’è)

Che si fece fine vita pure d’anno nefasto, che fu abile solo a costruire enorme tappeto a consuetudine di archiviarsi sotto polvere che nemmeno bidone aspiratutto pare a capacità di levar di torno. E io mi faccio latore a postino preciso di auguri a fatto che diventa polvere a nascondere proprio sotto quello di trama finissima ed ampio contenuto.

Auguri, dunque, che facciamo ad inizio per donna di paese vario, che a citarne un paio come Afganistan e pure Iran, mi pare faccio sconto per difetto. Che quella donna, a massacro che non rispetta regola sacra, è a furor di popolo sano d’Occidente grande vittima di iattura integralista, ma stesso popolume a civiltà elevatissima spolvera detta donna collettiva sotto tappeto ad arrivo di prima bolletta, ch’è questione di priorità. Pure fece a grande scandalo che finì vita di povere ragazze a reato gravissimo di capelli sciolti, ma sotto il tappeto furono a più di cento donne ad anno andato di nostro paese a sommaria esecuzione di tribunale d’unico maschio ché non si fecero a comportamento adeguato.
Auguri a lavoratore d’ogni tribù, che come scarafaggio fa a nasconderello sotto tappeto, che fece grande stadio a simil fatta d’arena per gioco ad esultanza di gente civile, convincimento diffuso per spartizione a pioggia di sacco di dobloni che fecero come scopa a spazzar via ricordo di morto ammazzato a 6500 per godimento e sponsorizzazione.
Che già in altri anni pare c’è poco spazio sotto il tappeto, che quello passato è stato anno, come dissi, di grande ordito, che dunque non manca posto per altro morto ammazzato a scritto di lavoro, non di paese a medioevo per consuetudine di mostrar spettacolo come arena, ma a tiro di soffio di naso nostro, che furono quasi 700, e manco ci fu divertimento di palla che rotola. A loro augurio mi pare non serve granché, ma lo faccio a congiunti d’essi, che anno nuovo – ma pare difficile assai – venga a far giustizia. Per ora, loro, come congiunto spacciato, fanno solo granello ad affollare rifugio di tappeto.
Auguri, augurissimi, a chi scappa, a chi fugge da ogni guerra, – che pare oggi ce ne sia una sola a degno accoglimento a sgomitar per partecipazione – auguri a tutti i disertori, a chi fa di vita priorità pure a costo di stessa vita, ad imbarco per rischio d’annego, per non morir di bombarda, d’amputo testa, impicco per scarso rendimento a religione, fame e sete. A tutti quelli che ci provano, auguri, pure se quando non ci riescono sono solo polvere anch’essi, a riempir di sotto il tappeto. E se ce la fanno a farsi congiungimento a Porto Salvo, sono a pubblico ludibrio, causa d’ogni male, financo d’orticaria e fastidio per sabbia nelle mutande.


Auguri pure a quei due o tre che si diedero a razzia sotto casa mia di povera e miserabile bottega, senza ricavarne altro che danno di catenaccio logoro. Auguri che non ebbero a trovar nemmeno centesimo, ma ci fu coro collettivo ad invocar per loro taglio di mani e ghigliottina a pubblica piazza. Finiranno sotto il tappeto, a cella di galera a prestissimo, che ad ultimo tentativo di scasso a poco centesimo si scordarono cellulare a bancone di panificio. Questo è destino che a loro tocca, che non si fecero università prestigiosa a imparar a prender tangente milionaria, ma risposero con sbaglio di scasso ad altro disgraziato a diniego collettivo di ci hai ‘na sigaretta dammi cento lire. Si fecero metafora elevatissima, mentre diventavano altra polvere e a loro disgraziata insaputa capro espiatorio, di guerra d’ultimo contro ultimo a saziar la pancia di padroni del vapore.
Auguri al mio mare, che stamane mi guardava a sgomento e pareva che mi chiedesse perché c’è desiderio di far assembramento a fondale suo di poveri cristi, che lui se li prende che altro non può fare, ma dice lui che non è tappeto, non pretende polvere a gonfiarne l’onde.
Auguri a tutti quelli, tanti altri, che fanno polvere sotto il tappeto, ma anche a chi passa da qui, per caso o per volere, ed auguri pure a me, che mi saluto l’anno con poesia che mi parve giusta, e che rendo a desiderio di condivisione,

Pace non cerco, guerra non sopporto
Tranquillo e solo vo pel mondo in sogno
Pieno di canti soffocati . Agogno
La nebbia ed il silenzio in un gran porto
In un gran porto pien di vele lievi
Pronte a salpar per l’orizzonte azzurro
Dolci ondulando, mentre che il sussurro
Del vento passa con accordi brevi
E quegli accordi il vento se li porta
Lontani sopra il mare sconosciuto.
Sogno. La vita è triste ed io son solo.
O quando o quando in un mattino ardente
L’anima mia si sveglierà nel sole
Nel sole eterno, libera e fremente.

(Dino Campana, Georgia O’Keeffe “The Beyond”)

On the road

Appropinquandosi le ferie, attraversai lo stivale – non so se avete presente quanto è lungo e tortuoso lo stivale – pure oltre il tacco, sino a quei posti stupidi, dove non piove mai, direbbe Brassens, sino a quel paese a forma di melograna spaccata (se capitate da quelle parti, quest’estate, fate un fischio, mi raccomando), t’aggiungerebbe Gesualdo Bufalino. È viaggio lungo e periglioso, percorrere tutto quel tratto in autostrada pare la traversata del deserto, a schivare certi decerebellati che ci hanno il pedale dell’acceleratore come escrescenza ectoplasmica del cervello, che non conoscono freni, né motori, nemmeno inibitori. La gimkana è urticante e ti sovviene il desiderio profondo della reintroduzione delle pene corporali, delle bacchettate sulle dita, a dir poco.

Che poi io e la velocità abbiamo perso contatto da mo’, da quando l’ultimo autovelox non m’ha tirato fuori la freccia e m’ha sorpassato in linea continua, infliggendosi da solo pesante ammenda con tanto di foto segnaletica. Non regala tregua quel serpentone d’asfalto incandescente, coi suoi ingorghi ottusi, i rallentamenti improvvidi e brutali, autogrill che servono proteine liofilizzate, al sapore del nulla sotto vuoto spinto, e caffè che pare che li pubblicizzi Antonello Falqui in persona, che però manco la parola hanno della bevanda antisonno. La mia macchinina che non è esattamente fuoriserie superoptional, peraltro, non pare nemmeno lei adusa a far mille mila chilometri in una volta. Poi a me l’autostrada mi comincia a mezz’ora da casa, e mi finisce ad un quarto d’ora l’agognata meta. Senza scampo dunque. Mi sono messo pure a viaggiare leggero, che pure il pensiero di scaricare la macchina mi fa tremare le vene ai polsi, che a meta raggiunta mi serve poco. Per me è fatto consueto, dunque, che l’autostrada la evito e me ne vado di strada traversa, che lì trovo ristoro e lentezze. Stavolta non potei derogare ad affrontar supplizio ch’ebbi fissato appuntamento con un tal avvocato per questioni di condominio – che forse meglio sarebbe camminare su carboni ardenti, farsi cavar denti senza anestesia – pure mi ritrovai a partire con febbriciattola impertinente, che a classe mia alunni paiono vecchi catarrosi e non c’è distanza nemmeno mascherina a protezione (io la tengo ancora), con virus tutti fuorilegge, a soffermarsi solo a condizione di clandestinità. E poi, vista mare a notte fonda, parte il picchetto immancabile dei camionisti a giusta lamentazione d’attesa epica, a bloccare auto che hanno transito d’altro traghetto a più rapido scorrimento. Ed a sfinimento fatto mi toccò tirar fuori tessera di sindacato e far a mediazione anch’io, a costo di buscarle da parte e controparte. Così vanno le cose che mi riuscii per esperienza lunga di contrattazione a far ripartire il serpente acciaioso a risparmio d’un’oretta buona. E poi l’ultimo budello, tre ore circa che pare percorrenza di campo di patate, ad evitar le buche profonde, che per le altre non c’è scampo, sino all’alba d’un nuovo giorno.

Però, se una nota di svago ebbi da questo lungo viaggio, mi venne dal radiogiornale che m’aggiorna su liberalizzazione di sparo a vista del cinghiale. Che già mi vedo eleganti signore con scarpa di coccodrillo uscir di casa armate di doppietta mentre pascolano Fuffy, gentili galantuomini doppiopettati gettar rifiuti a cassonetti con tracolla di bazooka antibestia. Già m’avvedo dello sparo e del conseguente “ops, mi pareva proprio un cinghiale, era nero e grufava tra i rifiuti”