Giornata della dimenticanza

D’ultimi tempi quell’altro me che s’affanna di quotidiani furibondi, mi tiene assai lontano dal gradito passatempo della mia bloghettola (sintesi di cosa di rete e bettola per quattro chiacchiere tra amici con bicchier di vino). Che cerco pure di leggere tutto, pure se tempo per risposte me ne rimane assai poco. Stamane, mi capita, costretto a poco movimento causa parainfluenzal declino, di buttar occhio ad un paio di cosarelle che gradii, d’un paio di blog che seguo con interesse: eccovele qui e qui. Poi vado un tanto di musica.

Insomma, che s’avvedono di cose luttuose ad idem sentire che d’altri tempi pure io parlai di fatti analoghi. Ma faccio mia parte che aggiungo un tantino a riflessioni già pregiatissime e la prendo alla larga. Mi feci, ad età scolastica, soprattutto a periodo di media, partecipazione ad attività educativa con metodologia che pareva un tantino segregazionista. Era d’uopo costruzione di classi su basi non proprio pedagogissime, ma erano altri tempi pure se non più medioevo da qualche frammento di secolo. Nella classe mia c’eravamo quelli messi male in arnese. Non me li ricordo tutti, qualcuno si, non di nome ché a certi ambiti non val la pena sottolineatura anagrafica e io, nessuno per scelta consapevole, ne trassi allora pieno convincimento. Il mio compagno di banco – figlio di tal contadino che era a pestaggio istituzionale per manifestazione non gradita a spesso e per protesta di condizione di morto di fame a schiena china e artrosi precoce – parlava a balbuzie e pareva che aveva manciata di ceci in bocca. Allorché interrogato sbiascicava sillaba confusa e compito suo si faceva carta straccia a tempo niente. Tale altro, a banco attiguo, era a soglia di servizio alla patria e di lui poco si sapeva giacché svolgeva a ristorante fuori porta servizio di lavapiatti sino alle tre del mattino e poi, dopo attraverso campagna su campagna con motobecane a sganghero di scarburo, convolava a giusto sonno su banco d’obbligo scolastico per intera mattina.

C’era poi la fila, ch’era novità recente per incedere di modernità, di ragazze a grembiule nero, a precisa distinzione a classe mista ma non troppo. Una di tali, di cui ho memoria solo per capigliatura rossa e silenzio imperscrutabile, era a padre ignoto e madre di mestiere antico. I miei insegnanti – e nemmeno di loro ho memoria di nome alcuno – erano assai poco a propensione a strategia pedagogica d’alto profilo e lettura di lettera a professoressa, piuttosto a righellate su nocca. Pure erano d’età avanzata a pensionamento precoce e dietro l’angolo, che ne cambiavamo a blocco d’anno parecchi in coro. C’era volontà di sorta d’appartheid non codificato. Ma, a far due di conto, che poi divenni coso, per legge di contrappasso, che fa matematica a creatura, tale attività, a faccio elenco separato di buoni e cattivi, mi parve che continuò a mentite spoglie. E allora eccovelo il conto per l’anno che se n’è andato, che ogni anno si ripete, semmai s’amplifica: morti in carcere 203 di cui 84 per m’ammazzo da volontario; sono a morto di lavoro circa un migliaio; circa 1.500 è il migrante che s’è fatto un nome anonimo d’annegato e cibo per pesce; 120 sono le donne femminicidiate; 367 morti senza tetto; sono 4.400 all’anno quelle che si sono sniffate un bel po’ d’amianto a ciclo produttivo preciso ed antico per mancata bonifica, e tutti parvero senza nome che d’altra categoria ce ne sarebbe da raccontare. A tirar le somme pare selezione bancaria che crea scompenso cimiteriale, roba che Darwin si sbagliò di grosso ed io, che non sono che nessuno, altro non aggiungo, che m’andò bene. Ma fra tanta giornata di lutto, la giornata per lutto di perdita d’Ultimo Ignoto a paese civilissimo, non sarebbe d’istituzione gradita?

Minoranze

Non è che uno sceglie di essere minoranza, semmai anela il contrario. Ci credo poco – ma ne ammetto pure l’esistenza – che c’è un taluno che sceglie di essere sempre e comunque minoranza. È cosa degli uomini affratellarsi con milioni di altre creature, pure lontane e diverse. Ma l’evidenza dell’essere minoranza mi sopraffà sinché sono stato investito dall’età della ragione, cosa peraltro non richiesta. Che poi essere nell’età della ragione non per questo impone d’avere “ragione”. Si può dissimulare il proprio torto, nel profilo basso del parziale fraintendimento, nella diplomatica accettazione del volere altrui, nel mugugno a bassi decibel. Ma sempre dentro la riserva indiana, poi, ci si ritrova, senza se e senza ma, spesso con un solito irrisolto perché.

C’è che uno non se lo sceglie da che parte stare, mi sono persuaso che gli tocca. Si può cambiare il corso degli eventi, ammettere che esiste il libero arbitrio, comunque ci si porta dietro la propria ineluttabile condizione esistenziale. Almeno penso, che non ne sono manco così sicuro, pasciuto nel dubbio, forse nel sonno della stessa ragione. Così, predestinato, per origini e censo, a rapinare le vecchiette davanti alla posta, mai m’avvidi di come ciò possa non essere successo, spiattellato a fare un profino qualsiasi, financo a godermi certe smanie piccolo borghesi, talora pure a montare librerie Ikea. Però ho passato tutta la vita nel desiderio d’omologazione maggioritaria, d’adesione agli immaginari collettivi, che sono convinto che ti toglie pensieri, il contrario t’arrovella. E ciò m’è accaduto in ogni frangente che vissi, cosa di cui non vi terrò edotti né nel dettaglio, nemmeno nelle sue linee generali, poiché è cosa di poco conto.

Il punto è che, seppure t’asciuga i criticismi, dunque ti solleva di certi gravami d’insonnia, l’essere maggioranza non è a costo zero, richiede tributi che taluni pagano con nonchalance, per altri è compito delicato, che impone fatiche e ti induce a scegliere di quali fatiche puoi fare a meno, quali altre sei in grado di sopportare. A me, lo dico francamente, dell’essere maggioranza mi preoccupa l’essere rapido e preciso. Eppure ci avevo sperato, come montagna inamovibile, in attesa del profeta, che la triste reclusione dei distanziamenti sociali, potesse stravolgere il senso delle cose, stralciare paradigmi, ridurre davvero le distanze. Invece!

È dai tempi della scuola, da quando la frequentavo dall’altra parte della barricata, intendo, che mi sento ripetere, se non esplicitamente almeno nelle indicazioni generali, che occorre essere rapidi, puntuali, efficienti, efficaci, in definitiva, meritevoli. Poi l’università, il lavoro, la musica non cambia, inno imperituro, richiamo costante alla mitica perfezione dell’agire, del produrre. Bisogna apparire decisi, vincenti, volitivi, esprimersi in modo sintetico ed esaustivo, non indugiare, accelerare, non tergiversare, perfezionarsi sino all’eccellenza, dimostrare volontà ferree, strategie definitive, risultare impeccabili, al di sopra d’ogni sospetto di lassismo, rinnegare il dubbio, compiacersi delle proprie granitiche certezze. Eleganti, ma senza pacchianerie – questo, invero, anche alla maggioranza, non è che proprio… -, in forma scultorea, frequentare i luoghi giusti, le giuste compagnie. Rapidi, dunque fast food, apericene, sushi, musiche con ritmi definiti, bum bum senza sorprese, rime baciate, brevi, che si ricordino, niente dissonanze e asimmetrie; il jazz è morto, l’improvvisazione sepolta. E io, se mi guardo intorno, se mi affaccio dai miei anni con lo sguardo indietro, la storia che vedo è un’altra.

Quanti progetti, quante cose iniziate e lasciate lì, in attesa di chissà cosa. Quante incompiute, quante risoluzioni fallite, quante approssimazioni. Non ho mai avuto una visione circolare del tempo come gli orientali, mi sono crogiolato di memorie, facendo in modo che il futuro si muovesse con “lentezza” sino a toccarsi col presente, ed insieme si mettano ad aspettare il passato per un tamponamento a catena che li faccia coincidere in un unico punto temporale indefinito ed infinito. Poi, col tempo, continuerò ad esplorare lo “spazio breve che suggerisce l’infinito” (Jean Grenier), e sceglierò in un viaggio sghangherato la mia “Itaca, la terra fedele, il pensiero audace e frugale, l’azione lucida, la generosità dell’uomo che sa” (Albert Camus). Perché quante approssimazioni, per fortuna, possono restituirci almeno uno scorcio di quella bellezza infinita che è nella nostra irredimibile natura umana di creature lente, di strateghi della lentezza, in competizione con le più ostinate lumache nel contemplare i dettagli più insignificanti di questa terra, per cogliervi dentro la suadente poesia. Di converso, quante brucianti accelerazioni, pragmatismi risolutivi, decisionismi improcrastinabili, precisioni burocratiche, successi epocali, ci hanno lasciato l’eredità d’un condono edilizio…!

Palla al centro

Sul far della sera tornarono in paese, aprirono il circolo e si misero a giocare a carte. Dìaz rimase tutta la sera senza parlare, gettando all’indietro i capelli bianchi e duri finché dopo mangiato s’infilò lo stuzzicadenti in bocca e disse:

– Constante li tira a destra.

– Sempre, – disse il presidente della squadra.

– Ma lui sa che io so.

– Allora siamo fottuti.

– Sì, ma io so che lui sa, – disse el Gato.

– Allora buttati subito a sinistra, – disse uno di quelli che erano seduti a tavola.

– No. Lui sa che io so che lui sa, – disse el Gato Dìaz e si alzò per andare a dormire”. (Osvaldo Soriano)

Che io con le cose di Soriano mi ci ritrovo, ché c’è autentica passione d’accalorarsi a tavolo d’osteria, sino a sfinimento di parziale ubriacatura senza desiderio di menar le mani. Io, lì, a osteria e bettola consunta, in genere a retroporto, crebbi ed imparai tanto. A slamare pesce grosso, per esempio, a dov’è spiaggia di delizia anche, ad attenzione e guardia alta per evito rosso allungato causa spuntatura a devianza verso aceto. Detta gente che tali luoghi affolla e di cui feci parte, poco capisce che taluno a piani molto alti ha chiaramente a disprezzo che esista umanità varia che non s’appassiona a volere guerra, che già piange per disgrazia sua e magari si fa briscola pazza a gioco d’azzardo per in palio bicchierino. Anela, al più, di farsi il secondo e poi due o tre passi a vedere se Pilu Rais tirò a secco una rete con pesce giusto per la matalotta della sera. Ma mondo civile non funzionava a volere di popolo, che così si disse? E chi chiese, a sondaggio preciso, che detto popolo abbia tal desiderio di partecipazione di grande tenzone universale a bombarda definitiva che grandi e civilissimi governi fanno a rincorsa a dire io ci sto? Non sono sicuro, che forse a fatto di detto sondaggio passò qualcuno meritevolissimo a chiedere, e a me sfuggì di dar risposta ch’ero già a fronte mare dopo terzo o quarto bicchiere. E si sa che chi non partecipa fa suo il torto. Ma mi venne pensiero che quella che si fa a gioco pare partita di pallone a porta serrata da ottomiliarducci di portieri scadenti, che cannoniere a tirar rigore non sgancia grande pallonata a destra o a manca, ma fa far botto a tutti insieme con petardo robusto. E l’arbitro, di grande illuminazione, tirò fuori cartellino rosso ad espulsione di squadra numerosa ad intero, che quella ebbe a scarso senso di sport di sporcar terreno di gioco. E poi palla al centro che campionato ebbe fine.

Radio Pirata 51 (largo ai giovani)

Radio Pirata ad ultimo sondaggio pare prima radio d’ascolto a casa mia, che il resto invece pare relativo quando si fa giro di boa. E a vista di successo epocale, che io ho fiducia in giovani, a loro concedo spazio, pure mi raccomando che stavolta gli do tema, che il fuori di quello non viene concesso nemmeno per mai. Anzi, mi faccio duplice e, per selezione a meritocrazia, di temi gliene rifilo a doppia quota, che primo è che musica è a cover, e testo sia, per solluchero mio che detengo imperio di trasmissione, dunque ne ho facoltà, mare. E do via a giro di musica che non è giro di do.

Quando si spiaggiano o qualcuno le tira a secco perché pensa che d’acqua non ce n’è più bisogno, quelle guardano ancora verso l’orizzonte, finisce pure che ti ci portano, se gli concedi un po’ di credito ancora, se ti fidi di loro, perché “una nave in darsena, circondata dalle banchine e dai muri, ha l’apparenza di una prigioniera che medita sulla libertà, con la tristezza di uno spirito libero, messo a freno”. (Joseph Conrad)

Che a mare mai finisce viaggio, si arriva solo per ripartire. Si fa d’oltre la meta definitiva, che l’oltre non scopri mai dov’è, pure se sai che lì ci dev’essere sicuro un approdo, un’Itaca felice che t’aspetta, ma che non è Itaca per sempre. Decide d’esserlo appena il tempo che tu ti conceda il riposo giusto a carico d’energia per la ripartenza.

Sotto l’azzurro fitto del cielo qualche uccello di mare se ne va; né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto ‘più in là’”. (Eugenio Montale)

Il desiderio del mare è cosa che attiene a certe qualità dell’anima, a tali altre appartiene quella visione d’immenso quale frontiera, muro a separazione, confine, colonna d’Ercole da altro che pare che non siamo sempre noi. Ma se hai solo il sogno, che quello è quanto ti resta, “basta aprire la finestra e si ha tutto il mare per sé. Gratis. Quando non si ha niente, avere il mare – il Mediterraneo – è molto. Come un tozzo di pane per chi ha fame”. (Jean Claude Izzo)

Per mare impari tutto quello che ti serve, che poi fai ripasso ad osterie, quando racconti la storia che vivesti su quell’infinito, che è storia il cui finale è sempre da riscrivere, che muta quanto muti tu, che cambia per come ti senti, ma sempre ha epilogo a conforto. “Ho sempre avuto l’idea che navigando ci siano soltanto due veri maestri, uno è il mare, e l’altro è la barca, E il cielo, state dimenticando il cielo, Si, chiaro, il cielo, I venti, Le nuvole, Il cielo, Si, il cielo”. (José Saramago)

C’è che certe volte il mare si rabbuia, pare che avverta l’esigenza di farlo, non si sottrae dal mostrarsi adirato, non ne ha remora, ma è come se ti trasmettesse il suo disappunto per qualcosa che hai fatto, che se stai a guardarlo senza volontà di rimprovero si rifà a calmo. Finisce sempre che l’arrabbiatura gli passa. “Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna”. (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)

Ciao David, tanto da qualche parte ci ribecchiamo. A proposito, ci hai una sigaretta?

Cose serie

Che c’è morto ad ammazzo un po’ ovunque, e così che mi viene di rifare scrittura antica. Ma v’aggiungo musica ad uopo di novità assoluta, proprio a dov’ero rimasto. Che tanto io non sono cosa che si prende sul serio, mi feci nessuno ed al massimo m’attrezzo a guardar la neve dal balcone, sempre che non scoppi temporale, o se scoppia faccia cosa seria, mica nevischio di bruma, piuttosto evento furibondo che sollevò lo mondo.

“Può capitare che viene di far discorso serio a taluno, che io non mi sottraggo dal prurito di farne, che dura poco che poi m’avvedo a ben donde che è cosa che non mi compete. A scanso d’equivoco vado di musica, che chi passa da qui per quello, almeno, s’arritrova appagato.

Che parlar di cosa seria non m’appartiene vieppiù se mi devo mettere a parlare di vento di guerra, che quella, la guerra intendo, è cosa seria assai, oppure, come direbbe il vecchio Mike, che fu – sinché non si decise per mondo altro, se tale c’è – compagno mio di bevute epiche e jazz a stronco, è cosa seriosa, che male s’era attrezzato a italiano. E pure io sono attrezzato male di cose serie, che nacqui su uno scoglio, coi piedi a mollo, a spalmare testa di sarda e aglio su una fetta di pane raffermo, che più m’aggrada lo sproloquio, e non ho tempra nemmeno spessore per parlar di evento bellico andato o futuro.

Quello è mestiere che ritocca a migliori, di doppio petto suggellati per la propria candida versione di fatti, pure di misfatti. Se dico la mia al più suscito ilare sdegno, che son nessuno. Come mi permetto? Ma lo dico lo stesso, fingendo di non essere quel che sono – che poi è e sarà nessuno -. Ma cari miei, che vi voglio bene lo stesso, che a tutti ne voglio, signori di guerra per sangue spalmato a sette continenti, ma avete mai visto nei dintorni di vostro sguardo pervicace uno specchio? Che se quello non vi dà risposta adeguata a più bello del reame, che v’è d’inghippo aprire una finestra e guardarvi una nuvola? Né vi è prova provata che mai vi siete fatti fetta di pane e olio con bicchiere di vino su una panchina in riva al Mar d’Africa o qualsivoglia altro specchio d’acqua a pennello. Nemmanco libro vi siete letto per solo desiderio di solluchero, e non per studio di derivate a circuito bancario, o di strategia a più morto ammazzato, o anche di giurisprudenza a furor di forca ad ultimo e premianza solidale per sodali vostri. Mai vi siete soffermati davanti a dipinto commovente, perdendovi in profondità dello stesso o in estro d’artista senza desiderio che bene ci stava in dimora vostra a salotto. Che mai passeggiaste in campetto di periferia felici di respiro per verde malmesso, come attraversaste Patagonia o Borneo, dopo settimana a cottura a sole in cantiere di strada, o bruciacchiatura ad altoforno, o psicotica conversazione a pubblico dentro ufficio sgangherato, o a capo chino e schiena rotta per cottimo in serra incandescente. Neppure v’è testimonianza che a ridere foste in osteria di quartiere dimenticato, di borgo diruto e dimentico d’ogni fasto che mai ebbe cartolina, con quattro altri, o poco più, che di canzone dissonante faceste colonna sonora a fiasco perfetto, in abbraccio di paglia. Manco mai vi adagiaste a salotto per sigaretta dopo aver fatto carta da parati di bolletta selvaggia, nemmai vi sconfinferò San Valentino personale a giorno altro che quello.

Mi scappa, così, per schiribizzo, che se metà di ciò vi fosse avvenuto, pure se per periodo limitato, vi verrebbe meno volontà di guerra. Ma io son nessuno, dunque, che ve lo dico a fare che non capisco? Piuttosto, che sono poco serio che guerra non ne faccio, mi stappo un fiasco e vi lascio con pane e pomodoro, che mai fu più felice che oggi la scelta, pur se ve la diedi di già.”

È indispensabile che tutti gli esseri e tutti i popoli saggi della terra capiscano che pane e pomodoro è un paesaggio fondamentale dell’alimentazione umana. Piatto peccaminoso per eccellenza perché comprende e semplifica il peccato rendendolo accessibile a chiunque. Piatto peccaminoso in quanto può significare un’alternativa a tutto ciò che è trascendente, a tutto ciò che è pericolosamente trascendente, se diventa cultura della negazione. Non fate la guerra ma pane e pomodoro. Non votate per la destra ma mangiate pane e pomodoro. No alla NATO e sì al pane e pomodoro. Ovunque e sempre. Pane. Pomodoro. Olio. Sale. E dopo l’amore, pane e pomodoro e un po’ di salame”. (Manuel Vasquez Montalban)

Escapologia

È una bella soddisfazione sapere che da una finestra posso procedere per libri per birre per vecchi amori e da questi raccogliere sogni sufficienti per filarmela attraverso la porta di servizio.” (Gregory Corso)

Che da quando mi annessunai e lasciai l’altro me a farsi barchetta a sganghero nel mare in tempesta di quotidiani, mi crebbe, ad ogni onda d’asperità ch’ella affronta, desiderio infinito di ricerca di fuga, anelito di oltre mare, forse solo d’altro mare. M’aggrada sempre più farmi a parte esatta d’opposto, che resto del mondo fa a resistenza di bufera a stazza esausta ed io invece propendo per derive con accompagnamento di sacco leggero a poche cose necessarie, condotte per sopravvivenza. Poche cose esatte che furono di libro mai letto, pure lapis e moleskine per quello che desiderai scrivere ma non me ne fu dato tempo, forse neppure specifica volontà, fiasco a colmo di rosso che pare cornucopia che non s’esaurisce, fetta di pane ad olio nuovo e pomodoro, tabacco per quanto basta. Mi avventurerei a latitanza perfettissima, permanenza di clandestinità, che non vi fu verso d’essere rintracciato a cattura di carcere a fine pena mai, che mio nascondiglio fu tale che nessuno ne fece a localizzazione, essendo ch’esso s’ubicò a mondo intero, pure non vi fu smania collettiva di cattura di tal nessuno che non lasciò segnale di niente a suo passaggio. Lascerei mio altro solo a far specchietto per allodola, a carico supremo di pare Titano, a farsi rodere fegato qual Prometeo incatenato, ch’io, al più, mi faria mozzicare da zanzara impavida.

Mi farei tal viaggio, pure da fermo e fronte mare, che Ulisse parrebbe creatura sedentaria, vil cozza ad aggrappo di scoglio, Né mi feci passione altra che non sia prospettiva d’orizzonte, desiderio che sia tale a sé stesso pure ad oltre curva di mappa infinita, e che nell’oltre dove sarò troverò un altrove che pare altro che si ripete ad libitum, come suono che ci piace e che non si scrosta da testa a canticchio in perennità. E più sarà bufera più le mie vele di carta straccia e mosaico di cicche spente si gonfieranno per spinta di tal velocità ch’apparirò fermo, Meglio guarderò lontano più l’occhio indugerà su meraviglia di vicino. E più il mare dinnanzi sarà bufera, più si farà piatto a lastra, così fermo che mi darà l’idea che qualunque cosa ci si possa lanciare sopra poi rimbalza. Mi sfiorerà l’idea che posso mettermi a camminare sulla sabbia per contare quante orme riesco a fare. Mi sfiorerà, appunto, soltanto, prima di vedere dove potrò fermarmi e che basteranno per quello solo pochi passi. Il tempo non ci sarà lì. Non serve di misurarlo. Solo ne preserverò espressione intima, memoria, anzi, memorie. Scandirò e declinerò quelle passate sopra quelle dell’ora, forse persino le future, le leggerò meglio, eventualmente, nel diario del viaggio che sarà. Solo le memorie restano, la mia, con cui non m’avvedrò più di aver giocato, girandola e rigirandola tra le mani, per ore, come con un murex svuotato da un Bernardo eremita che ha cambiato casa. Quelle d’altri, di mercanti fenici e pirati saraceni, di torme di Ulissi e precipitose fughe tra le mura di castellacci sgretolati dalle onde. Quelle di avanzate improvvise di lenze ed ami alla prima bonaccia, d’urla di tonnare, di vele strappate, di cercatori di fortuna, di disperati che aspettano approdo per l’essenza del desiderio. È allora che tornerò a casa, ma senza saperlo sarò partito e non tornerò, poiché, che lo voglia o meno, il mare m’ha inghiottito dentro, m’ha fatto approdo e deriva al contempo. E non se n’abbiano a male altre creature che a mio cospetto quotidiano s’avvedranno di me in fatta finta, come serioso ed ossequioso niente che fece fuggire il sé nessuno in direzione opposta e contraria a desiderio d’immaginario a senza immaginazione.

Tasso d’usura

Fattomi ricco di struggente nostalgia di sale non riuscirei a far altro che non dir nulla, che dico uguale con già detto, che quello è meglio – se pare ti funziona dentro – del dirò che stride con voglia di non dire.

Il mare non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole.” (Giovanni Verga)

Che il mare, pure Lui come noi, cambia umore, che c’è ragione sempre che questo avviene.

Dopo che s’è fatto bufera pare che non voglia vedere nessuno, ma anche attrae attenzione di chi ha orecchie, occhi giusti, per guardare tra nuvole di sale, tra nebbia di schiuma, appena oltre, dove c’è un orizzonte che si sbiadisce a vista per tutto quel bailamme. Pare caccia chiunque, s’altera di un nonnulla, sventola a pericolo, strappa la vela, martirizza scogli e frangiflutto, sovverte la rena, miete praterie di posidonia, ne deposita il raccolto a terra aspra e odore acre di garum.

Poi è dato che si cheta, si mostra quale tavola a pialla, sinché occhio può andare. Appare di silenzio imperscrutabile. Ad aver da dire, a tacere al contempo. Si mette a calma piatta di fissità struggente, che con sguardo indagatore vi si cerca risposta a parola non data, che nulla è dato muoversi, nemmeno accenno di risacca a lambire scoglio d’attesa. Pure sotto la lastra pare non c’è voglia di parola, la dialettica è spenta sino all’ultimo singulto d’avannotto. Se c’è nuvola si riflette pari pari, non v’è voglia di reinterpretarne forma alcuna, copia conforme pare stanchezza immane d’esigenza di solitudine, rassegnazione di distacco.

A gioire di quelle forme sono solo occhi stolti e distratti d’incomprensione per non detto. Quello, il non detto, attiene a certe qualità d’anima che ne coglie essenze di dolorosa rassegnazione per inevitabile distacco. Chi si nutre del non detto sa che quello è narrazione d’autentica complessità. Che questa è terra che di bellezza fa sua condanna inesausta, che di figli che sono suoi e che tali si sentono, farà per forza a meno, che non c’è scampo alla partenza. E come fratello, padre, madre, sorella, lui è a sommo d’arguzia di sapere, di temere destino d’altri prossimi, che ad esorcismo esatto dell’io so, sostituisce il non dico che sarà strappo furibondo, mancanza di vertigine. Questa è terra che di bellezza fece condanna suprema, che mai vi fu a goderne senza patimento estremo di chi seppe coglierla. Fu terra ch’accolse chi non meritava accoglimento, che ne determinò violenza con fare sorprendente d’inumano. Questi rimarranno, a perpetrare l’orrore della trasformazione d’abbrutimento. Chi seppe che doveva stare a goderne non ebbe strumento di sopravvivenza, quale Argonauta dovette muoversi a cercare tesori d’effimero, porto salvo, come per veleggiare di barcaccia fenicia di pescatori di tormente, rossi di sangue e di porpore di murici. Terra che respinse i suoi figli d’altra sponda che Lui volle salvare da deriva. Talora Lui se ne fece carico, ch’è dato meglio una sofferenza d’istanti tra le braccia di sale generatore che l’orrenda, eterna, reprimenda dei vivi già morti, ad accusar d’essere nati a sponda diversa da quella data. Questa fu, è, sarà terra che fa a prezzo di strozzo prestito di bellezza, e pretende riscatto per essersene imbattuti a coincidenza d’esservi nati.

Radio Pirata 50 (per eccesso d’eccesso di misura a strabordo)

Radio Pirata fa grande traguardo di puntata numero Cinquanta che s’appresta a festeggiamento per giusta causa d’esistenza lunga e prolungata, musicante e scrosciante d’applauso a scena aperta e augurio collettivo di altre mille e anta pure di più puntatona di scoppiettanza. A festeggiamento c’è invitato lussuoso a numero elevatissimo – ma con turno preciso a gruppo di meno d’un certo per evito adunata sediziosa a precisione di decreto per rave – con red carpet che ognuno se lo porta da casa che Radio è di profilo basso per modestia ma al contempo elevatissimo d’oggettivo, che pare tutto e suo contrario con sommo gaudio di spargimento di confusione. Che subito si parte a musica giusta che mai fu di tal portata più giusta.

Ma Radio non rinuncia a far anche cosa di cronaca come si compete ad organo d’informazione di superba qualità. Che notizia pare ormai acclarata che Grande Glorioso e Giusto Partito di Sinistra è ormai a cosa acclarata che ha candidato di segreteria in numero esatto di suoi iscritti che se accordo non si trova si va a ballottaggio fra tutti per risultato di uno a uno a uno a uno a uno a uno (ad libitum ma non troppo). Ora c’è pressing che almeno qualcuno si astiene, tal altro non si concede voto a sé che vota un altro che almeno si fa due a uno e palla al centro, anzi, a destra.

Continua lunga e diritta correva la rotta che non si fa a sbarco per fugaiolo da morte e miserabile esistenza a porto salvo più di prossimità per rifocillo e riposo, ma si sceglie porto a lontananza estrema che tanto prima o poi s’arriva a mal di mare fitto fitto che la pacchia è finita e corsa di taxi marino costa di più.

Meglio pure se porto è ad accoglienza con pugno chiuso e Bella Ciao e concerto di Inti Illimani che, però, a far scandaglio di tale porto, pare che quello non c’è, che a far tale accoglienza non se ne fece cosa di massa che c’è impegno altro di tutti a tale opzione politica a far candidato a Grande Glorioso e Giusto Partito di Sinistra.

E c’è pure guerra che si fa sempre più a bombarda che c’è ressa a partecipo anch’io a mando bombarda di produzione sovrana che è grande pubblicità a fabbrica d’orgoglio di nazione ad altissimo grado di civiltà. Che tale ressa pare a chi ha bombarda e bomba più grossa che a furor di merito è tutto a espressione per dotazione migliore che grande consesso d’alleanza militare pare studentato d’adolescente per misura di orpello intragambale a maggiore gittata.

Radio riporta notizia che paese di Samba, per sgambata fine settimanale e palla a rotolo con virtuosismo per rete gonfia, pare ora roba d’assedio per grande timore di democrazia verde Oro fatto da brave persone di ieri ed ora non c’è accordo su loro esistenza. A fatto che s’ode ad altro emisfero squillo di tromba si risponde con tafferuglio di tifosume a blocco d’autostrada per ore ed ore per taglio in due di paese intero e coda di disperazione di bimbo che piange e vecchietto a mancanza di conforto di toilette per prostata in disarmo ed incontinenza a mancanza di rispetto per liturgia domenicale di Sisal. Però palla rotola ancora che The Show Must Go On.

E per fare grande augurio a se medesima Radio dedica a se stessa come mazzolin di fiori bella palazzescata giusta ed ancora fa augurio che anno nuovo sia anno con grande felicità a malgrado di accise ipertrofica.

MAR GRIGIO

Io guardo estasiato quel mare,
immobile mare uguale.
Non onda, non soffio che l’acqua
ne increspi, non aura vi spira.
Di sopra lo cuopre un ciel grigio
bassissimo, intenso, perenne.
Io guardo estasiato tal mare.
Non nave, non vela, non ala,
soltanto egli sembra un’immensa
lamiera d’argento brunastro.
Su desso si mostra coperto ogni astro.
Il sole si mette una benda di lutto,
la luna un vel grigio,
le innumeri stelle lo guardano
tenendo un pochino
socchiuso il lor occhio vivace.
Io guardo estasiato tal mare!
Ma quale fu l’acqua ad empirlo?
Dai monti sgorgò? Dalla terra?
Dal cielo essa cadde?
O cadde piuttosto
dagli occhi del mondo?
Mar grigio siccome una lastra
d’argento brunastro,
immobile e solo, uguale,
ti guardo estasiato!
Ma c’è questo mare ma c’è?
Sicuro che c’è!
Io solo lo vedo, io solo
mi posso indugiare a guardarlo,
tessuta ò la vela io stesso:
la prima a solcarlo.

(Aldo Palazzeschi)

La vela del desiderio

Fu lungo e periglioso il cammino che mi riportò lontano da casa. Periglioso pure per tal evento di cui pure giornalettume parlò, che senza di quell’evento avrei terminato il viaggio a tempo assai più breve a miracolata concessione di sollievo per la mia dolorante schiena. Tal torma di tifosame si mise a far cagnara, ed io mi ritrovai a viscera di blocco, così, per non farmi mancar nulla, per ora ed ora. Che io proporrei che foglio di via lo danno ad altri – e pure a me, per isola deserta – che tanto pare che non ci sia scampo ad ammazzo fitto – pure ragione – per girar di palla.

Siamo i creatori della musica e siamo i sognatori dei sogni. Vagando da esploratori solitari del mare, e sedendo lungo flussi desolati. Perdenti al mondo e scommettitori sul mondo, da cui la pallida luna scintilla.
Ed anche siamo gli agitatori e i motori del mondo per sempre, così pare.
” (Arthur William Edgar O’ Shaghnessy)

Che è quello che ci resta sognare i sogni, il gesto estremo di autoconservazione. È quello che ci resta desiderio d’impossibile, che ci fece folli, sconfitti, ma al contempo capaci d’andare oltre il senso stesso di chi vince, chi perde, superare categorie di putrefazione, ignorare necessità che non ci appartengono solo per farci primi fra moltitudini di ultimi. Desiderare di non partecipare, abbandonare al deserto che s’apre ad ogni veglia gli sgomiti a mors tua vita mea, lasciare che siano soli a concorrere, per la disfida finale, renderli definitivamente inutili, quelli vocati a competizione, ritrovarli a tagliare traguardi fittizi che sono tali solo per chi non ha occhi per altro, e mai s’avvide d’infinito di vertigine che nasce dalla lentezza.

Chi ha mare, invece, può pure permettersi di non partecipare, ha orizzonte libero, come chi ha vette elevatissime da cui sporgere lo sguardo e vede curvature del pianeta, vele che si sbiadiscono allo scirocco, che scivolano di lentezza vertiginosa, ché non hanno fregola d’arrivo. Ha possibilità d’incontro con un’isola che è punto d’approdo per altri infiniti approdi. Chi ha orizzonti si premura di quelli. Chi non ne ebbe e mai ne ricercò ha piatto freddo e scondito, non conosce volontà di sorpresa e sogno di deriva per scoperta, rende l’io universo di solitudine, e nemmeno se ne avvede pur se s’atteggia a compagnia sacra, nel convincimento fallace della ragione a propria immagine e somiglianza. Chi è solo ma riconosce la sfida dello sguardo oltre l’orizzonte non è tale, riconosce l’infinito, ne è parte, partecipa a costruzioni di centro d’universo.
“… E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio.
È una barca che anela al mare eppure lo teme.

(E. L. Masters, George Gray)

La banda del buco

Sarà che nacqui e crebbi in rione fronte porto e tali luoghi, dove transita ricchezza d’ogni fatta, furono per secoli a popolazione di disfatta esistenziale, di genti che, a privazione compiuta, mai misero a tavola con regolarità pranzo e cena. Che quelli son luoghi di patimento per sfinimento a sottrazione di risorsa che ad altri tocca, di mignotte a sfruttamento, piccola banditaglia, scassapagghiari, avrebbe detto Sciascia.

Sarà che quella suburbia che poi si fece, dopo il caccio via della plebaglia, nobile supermarket di turismificio a riciclaggio, io la conobbi e ne feci parte, che a scapito di destino cinico e baro ebbi solo fortuna che non me ne feci inghiottire per resto dei miei giorni. Ma certe storie me le sento a sfrigolio sulla pelle.

Insomma, ve la racconto per come viene che fu tutto tra Natale e Capodanno, allorché le tavole s’imbandiscono d’ogni ben di dio e l’albero fa d’ombrello a saccheggio di centro di commercio a tutt’altro che esproprio proletario, piuttosto a cambio con cambiale mi parrebbe di dire. Succede che, come ogni mattina, quella precisa, me ne vado a prendere il caffettino da vacanza al baretto di Piero, e passo dapprima alla botteguccia di tal Giuseppe, che di norma mi saluta con gesto plateale e cordiale. Che invece quel giorno, a digrigno rumoroso e stridente di gengie, mi svela che fanno bene a certi paesi a tagliar mani e teste. Poiché non m’era ancor giunto all’uopo il caffè, non mi fermo ad approfondimento del cambio d’umore solito. Piero me lo serve che s’è incaponito su sta cosa della fucilata al cinghiale, sbraitando frasi che non ripeto che, malgrado natali tutt’altro che nobili, mi feci ad adeguatezza di linguaggio assai dabbene. Mi toccò di far da paciere con sacre istituzioni del merito e meritevolissime che tanto qui cinghiali non ce n’è, nemmeno lupi ed orsi. Poi me ne torno e mi fermo per capir meglio a botteguccia, che già che ci sono compro confezione per specifica ricetta di cappero di timpa. Al mite bottegaio di minuto esercizio a sfango appena di spese, la sera prima la banda del buco aveva dato assalto, infrangendo il tentativo d’accesso a ricerca di ricchezza insperata contro un lucchetto made in China.

Ma poiché dirimpetto al negoziuccio ci stanno panineria d’un certo affollo e ristorantino di buona frequenza, per non far notare l’assalto la banda aveva cominciato ad assemblare a mò di nontivedo, dinnanzi alla saracinesca a protezione del bottino, i pneumatici dismessi del gommista di fianco. Vai che non si notano, che ci fu intervento di massa per messa in fuga. Poi, tornati sui loro passi, fallito l’assalto al primo obiettivo strategico, si rivolsero all’appena più defilato bugigattolo ad ospitalità di smercio di pane e biscotti. Lì ebbero, gli abili professionisti, sorte differente, che penetrarono all’interno del prezioso caveau per saccheggio di sei o sette euro ancora in cassa. Non s’avvidero d’un cellulare lasciato per disgrazia sul banco, e poggiato il loro ad aver mano libera per colpo del secolo, andando a ripresa dello strumento di comunicazione, lo scambiarono d’accidente con quello in loco. Il loro venne, a breve lasso di tempo, in possesso della Benemerita per facile intercettazione dei soliti ignoti. Fine della favola. Ma che gli vuoi dare a questi, condanne esemplari? Che manco a film di commedia di De Sica e Totò ce n’è memoria di simili gesta, che la natura di abili professionisti di certi colletti bianchi e rigidi di buona fattura d’amido è quella di far carriere a piede libero ad incassar miliardi a tangente, pure pare oggi curriculum per carriere vertiginose. Ed invece dagli allo sfigato che a disperazione si fece a farsi imprigionare facile facile. Che non m’è a giustificarne impresa di delinquenza, ma la forca montata in piazza alla mattina successiva mi parve a tratto d’esagero, a farne capro espiatorio di mali del pianeta pure. Ma è così che vanno le cose, ultimo contro ultimo e si salvi chi può, che a nessuno viene in mente d’affondar canini nelle succulente chiappe del signor padrone del vapore.