A specchio, lo sguardo mancato

Non c’è progresso fermo e irreversibile in questa vita; non avanziamo per gradi fissi verso l’ultima pausa finale: attraverso l’incanto inconscio dell’infanzia, la fede spensierata dell’adolescenza, il dubbio della gioventù (destino comune), e poi lo scetticismo, e l’incredulità, per fermarci alla fine, maturi, nella pace pensosa del Forse. No, una volta arrivati alla fine ripercorriamo la strada, e siamo eternamente bambini, ragazzi, uomini e Forse. Dov’è l’ultimo porto da cui non salperemo mai più? In quale etere estatico naviga il mondo, di cui i più stanchi non si stancano mai?” (Herman Melville)

Che questa è terra che di bellezza fece sua condanna inesausta, che di figli che sono suoi e che tali si sentono, farà per forza a meno, che non c’era scampo a partenza. E come fratello, padre, madre, sorella, Lui è a sommo d’arguzia di sapere, di temere destino d’altri prossimi, che ad esorcismo esatto dell’io so, sostituisce il non dico che sarà strappo furibondo, mancanza di vertigine. Questa è terra che di bellezza fece condanna suprema, che mai vi fu a goderne senza patimento estremo di chi seppe coglierla. Fu terra che accolse pure chi non meritava accoglimento, che ricambiò cortesia d’ospitalità con violenza di fare sorprendente d’inumano. Quelli rimasero, a perpetrare l’orrore della trasformazione d’abbrutimento. Chi seppe che doveva stare a goderne non ebbe strumento di sopravvivenza, quale esiliato dovette muoversi a cercare tesori d’effimero, porto salvo, come per veleggiare di barcaccia fenicia di pescatori di tormente, rossi di sangue e di porpore di murici. Terra che respinse i suoi figli d’altra sponda che Lui voleva salvare da deriva. Talora, Lui se ne fece carico, ch’è dato meglio una sofferenza d’istanti, tra le braccia di sale generatore che l’orrenda, eterna, reprimenda dei vivi già morti, ad accusar d’essere nati a sponda diversa da quella data per giusta. Questa fu, è, sarà terra che fa a prezzo di strozzo prestito di bellezza, e pretende pagamento esoso per essersene imbattuti a coincidenza d’esservi nati.


E quelli che vi giunsero non furono accolti se non per essere vilipesi, quando non vi giunsero armi in pugno, a dettar legge del più forte sono io, che detti vennero blanditi. Ed altri che noi fummo andarono e non si fermarono se non per voltarsi a riempire ogni vena, ogni arteria, il più piccolo capillare d’eterna, infinita nostalgia. Eppure fummo noi a dire nave non salpa a salvar vite, a far ciò che serve a nave che si fece varo, abbracciare altre terre, altre genti, sollevare da flutto, e non per cima tesa ad ancoraggio a porto salvo per bufera, ma per diktat a rifiuto di sguardo a specchio.

La lentezza e la scoperta del silenzio

Quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare, e il mare li annega e li manda via con i suoi grandi suoni larghi, li purifica con il suo rumore, e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disorientato e confuso.” (Rainer Maria Rilke)

Quando, pure, hai sensazioni di solitudini definitive c’è, in riva al mare, il costernato godimento proprio di quelle solitudini vertiginose. Che non v’è ragione di solitudine quando si è carosello vorticoso del tutto che non si ferma, a far d’ogni dettaglio un infinito a sé, e l’infinito dei dettagli la sorpresa della finitezza apparente della materia che ci si ricompone intorno.

Che non è risolta, invece, la solitudine dello stare a stretto contatto con molteplicità d’umane distanze, non propensi a fraterni abbracci, solo corpi materiali a barriera di separazione dall’ebbrezza d’esser parte del tutto. Il tempo incombe nelle incombenze, nell’essere ostaggi irrimediabili dei pesanti fardelli del fare, ora e subito, a scadenza improrogabile. Svanisce, invece, e l’attesa è solo tappa d’un viaggio, il suo prolungarsi diviene semplice disvelarsi d’una meta ancora nuova, quando fummo liberi da soma. Il bagaglio, allora, è solo memoria, dove fatti, suoni, versi, immagini, s’accumulano con la stessa rapidità con cui si dissolvono, per poi tornare indietro, in forma di pioggia di ricordi e desiderio insopprimibile di lentezza ri-generatrice, del caos che non ci confonde di sue linee sghembe, di progetto accurato d’insolvenze volontarie. La gigantesca vasca d’abluzione è, ad osservazione esatta, strumento di rituale liturgico di purificazione, che offre liberazioni nell’incertezza dell’oltre d’una linea d’orizzonte che si fa curva, del mistero d’un abisso di vite. E si può essere talmente ricchi lì, da potersi permettere la povertà estrema del non creare posti di lavoro – a rischio financo di divenir contagiosi -, con buona pace di motori di sviluppo, avviluppati nell’essere soli con le proprie moltitudini a cottimo, nei tempi preordinati, nell’ansia permanente d’orrore per tempi che non passano.

Confiteor

A caro tutto rilancio vecchia mia proposta, che è cosa che mi sovviene quando capisco che c’è forse via di scampo, pure a percorrenza collettiva. Moto rivoluzionar-indignato dal che non si torna indietro.

“Di una cosa voglio parlare, a moto d’indignazione e mea culpa, per rimuovere da coscienza azione mia assai disdicevole. Mosso ancora d’insufficiente pentimento, mi decido di vuotare il sacco, a scopo d’espiazione, circa l’esistenza d’organizzazione tremenda, manipolo di sciagura, che s’atteggia, nel silenzio e nell’oscuro – dove invero merita posizione esclusiva – a congrega di distruzione di civiltà. Che tanto m’è a dolore di viscere per la prova provata che n’ebbi, che a bottiglia quale ultimo appiglio di disperazione mi rivolsi, pure trovai parziale conforto a musica. Ve ne offro di buona ed altrettanto espiatoria.

Ora, io m’avvedo che i destini d’umanità sono legati all’azione di pochi saggi e, mentre il mondo intero saluta pandemia per abrogazione ex legis, questi s’attrezzano a bomba per risorgimento autentico. Tali e altri indurrebbero a partecipazione anch’essi, poiché piatto ricco mi ci ficco, giammai per sé stessi, o, come sostenuto da biechi oscurantisti, per pura bramosia di sangue e potere, piuttosto per destino fulgido di civiltà. Che sfoltita a genere umano era opportuno che vi fosse, per conservazione di specie, puntellamento d’economie traballate da virus. Eppure, che ciò è evidente a stolto, che ne ho prove che convincerebbero un cieco, v’è contezza in me d’altrettanto pochi che in ombra tramano a sventare la faticosa elevazione a grande civiltà d’intero pianeta.

Partiamo dal principio, che meglio vi spiego se dettaglio. Ebbi le prime avvisaglie dell’orrendo complotto l’estate scorsa, che me ne andavo a banchina di molo, speranzoso in totano di Pilu Rais, con portafoglio rifornito a bancomat. Già m’ero persuaso di colpe, di peccati, sia pure lievi, che optavo per ciò in luogo di tramezzino a surgelato al sapore di granchio delle Molucche con odore di funghetto trifolato in petrolio raffinatissimo. Ma ciò che vidi m’orripilò. Il tale, vestito a camuffo a pantaloncino, con fare furtivo e circospezione, s’era appropinquato al vecchio pescatore con cesto di pomodoro e, consegnatolo, ne ricevette in cambio cartoccio di pinne e lische. Sospettai ciò che poi, ingenuamente, mi fu confessato: ci fu baratto. Seppi, di lì a poco, che v’era usanza diffusa di trasferirsi, proprio lì, in terra mia di civiltà aulica, in campagna, per autosufficienza alimentare, che non v’era interesse in dette persone di partecipar a dolore di crisi, con contributo a cassa di centro commerciale.

Di più, tale abiezione s’era fatta moda, e tali e tanti me ne indicarono, che non ressi a pianto. Ciò che invero mi turbò è che questi infingardi, nemici d’uomo e di progresso, mostravano – con chiaro intendimento di proselitista – sguardi felici e beati, sì da catturare a contagio i più fragili. L’orrore mi pervase che tornai a casa non senza aver pienato due carrelli di supermercato di minchiate, in atto di generosa compensazione. La cosa si ripetè. Un amico, possessore di orto proprio, mi disse di aver scambiato certe sue produzioni con olio e frutta secca, un altro, che fa di mestiere il musico, mi riferì di suono a festa di compleanno di tribù, a cambio di derrate varie, quali vino, cavolo e persino salamoie e formaggio. Mi si riferì di tale che esercitava professione di ripetizioni di latino a figlio di contadino aggratis e che talora veniva ricompensato con caci di forma varia. C’era dato a soffrire tutti per gesto di pochi. Ormai m’era chiaro. Eppure tutto mi sarei aspettato tranne di finire io stesso travolto dall’inganno. Dapprima il germe della rottura civile mi s’è insinuato lento, come un prurito sotto la pelle cui non diedi peso particolare, sino all’episodio fatale. Si, è vero che cucinai per feste di natale in maggior abbondanza prodotti di pesca di cugino, per distribuirne eccesso ad amici fraterni, pure, quelli, ricambiarono con d’altro di cui disponevano. Ma la situazione è precipitata proprio stamane. Mi trovavo, com’è giusto che sia, a far benzina, poi, che m’era finita libagione, m’ero per affacciarmi, qual cittadino modello, a centro commerciale. Ma, proprio su ciglio di strada, notai movimenti di tale conosciuto c’armeggiava in portabagagli d’auto con fare di chi occulta cadaveri. M’avvicinai e lì, stipato, c’era vino in damigiana per dar da bere a truppa. Rosso che macchiava pure il vetro di fuori. Ne chiesi lumi e mi fu risposto che trattavasi di vino di antico contadino, aspro e che sa di terra, – il vino, non il contadino – e che lui, piccolo agricoltore, l’aveva avuto in cambio di formaggio di capra sua, castagne e patate. Ormai corrotto dalla vista della trappola a gola, prestai il fianco, che mi si chiese in cambio d’una damigiana un paio di libri di quell’altro me che opinatamente tengo a mo’ di tappetino d’auto. M’allontanai soddisfatto, lì per lì inconsapevole del misfatto. In casa mi svegliai dall’incubo e m’arrovellai per l’accaduto, ché mi tocco dar fondo alla scorta avuta illecitamente. Ed ora, contrito nel mio dolore, spero nel perdono di comunità intera, che, senza passaggio a bancomat, come neanderthalensis che tinge fondo di caverna, commisi delitto di scambiar cultura con coltura.”

Ad libitum

Faccio confessione di colpevolissima abiezione, che a minuti quindici d’ogni giorno, se m’è dato che sia, ovvero se minuti tali sono a concessione, mi presto a scrittura. Che prestarmi ad essa, seppure ad evocare catastrofiche disgrazie, mi pare atto liberatorio, che disconnetto neurone unico a me attribuito, da altro che fare. In particolare mi sottraggo a schiavitù d’altro me che, a detestare mia condizione oziosa, è a pretesa ch’io collabori a suo disfacimento, mi fa complice di sua rovina in lavoro ad libitum. Che io di ad libitum apprezzo al massimo musica. E subito ve ne do di tale che a me pare buona.

Orbene, scrittura parrebbe pratica d’arrovellamento, che io praticai invece a stile libero, dunque me ne feci virtù di purificazione da pensiero profondo che, seppure a quello mi rivolgo, mi pare che ne tratto essenza a sgambescio, per linea sghemba, a preda esatta d’approssimazione del come viene viene. Pure non mi dolgo se taluno non coglie senso dello scritto mio, nemmeno me ne feci cruccio per dissenso ché, appunto, praticai lo scrivere come rituale piccolo borghese, a pari d’abluzione domenicale, non ne elevai la forma a stile totemico. Facendomi scudo dell’essere nessuno ciò m’addiviene in modo esatto, senza infingimento, nemmanco pentimento.

Che nella stessa pratica non mi venne di soffermarmi molto a rilettura, che se rileggo scritto mio poi mi pento di suo concepimento, di non aver prodotto aborto terapeutico dello stesso. Pure, a ricerca perfetta di stile, straborderei i quindici minuti a canone, che ira di mio altro diviene grande ed inesorabile. Altre volte che mi concessi libertà di tempo maggiore egli scorrazzò libero per casa in condivisione, finendo per svuotare riserva di rosso a parziale compenso dell’esser stato abbandonato a suo triste destino di solitudini d’incomprensione, financo steppe di gialla noia. Ciò mi fu dato a specificare che talora fui oggetto di rimbrotto, pur se benevolo, di taluno che, a conoscenza di altro me, ma non di sdoppiamento di sua personalità, mi dice che scribacchio a come viene viene non m’appartiene. Che è a sbaglio di bersaglio che crede sia altro me che scrive, ed invero son io che son nessuno. Detto e siffatto, lasciatemi dire che piacere provo a quindici minuti esatti a privar di polvere il neurone, pure m’è di sommo gaudio scegliere foto e musica d’approprio. Che questo era sfogo dovuto a me medesimo, che a chi vuol intendere – che è altro me – intenda. Che chiudo come meglio posso, a musica esatta di passione, sempre ad libitum.

Anzi, ci rifletto e chiudo un po’ dopo, che manca minuti tre e mi viene di buttar giù piccola considerazione che si deve a fatto storico contro storia patria. Grande Sovraparlamento approvò cosa di salario minimo che pochi ha ad Europa che non ne fu provvisto, a parte paese nostro di grande, glorioso e giusto governissimo a tutti dentro, pure tutti insieme appassionatamente. Che a scanso d’equivoco disse che non è obbligo, per sospiro di sollievo per difensori di grande tradizione nazionale che è a sfrutto, pure quella ad libitum. Che fosse ad obbligo, mi sovviene di pensare, che scoperta di non sfrutto più – anche se a fatta legge si persevera d’inganno – parrebbe obbligo d’accordo internazionale, pure a codicillo di Costituzione per identità comunitaria. Ma quello, che è di certezza mia che son nessuno, sarebbe accordo a seconda mano, pure a seconda scelta rispetto a mitico ed elevatissimo accordo che prevede compro bomba, pure quella ad libitum. E da ad libitum a ad libitum, rispondo a chiosa definitiva con mio ad libitum che quindici minuti passò senza scampo e dovere chiama.

Confiteor

Di una cosa voglio parlare, a moto d’indignazione e mea culpa, per rimuovere da coscienza azione mia assai disdicevole. Mosso ancora d’insufficiente pentimento, mi decido di vuotare il sacco, a scopo d’espiazione, circa l’esistenza d’organizzazione tremenda, manipolo di sciagura, che s’atteggia, nel silenzio e nell’oscuro – dove invero merita posizione esclusiva – a congrega di distruzione di civiltà. Che tanto m’è a dolore di viscere per la prova provata che n’ebbi, che a bottiglia quale ultimo appiglio di disperazione mi rivolsi, pure trovai parziale conforto a musica. Ve ne offro di buona ed altrettanto espiatoria.

Ora, io m’avvedo che i destini d’umanità sono legati all’azione di pochi saggi e, mentre il mondo intero saluta pandemia per abrogazione ex legis, questi s’attrezzano a bomba per risorgimento autentico. Tali e altri indurrebbero a partecipazione anch’essi, poiché piatto ricco mi ci ficco, giammai per sé stessi, o, come sostenuto da biechi oscurantisti, per pura bramosia di sangue e potere, piuttosto per destino fulgido di civiltà. Che sfoltita a genere umano era opportuno che vi fosse, per conservazione di specie, puntellamento d’economie traballate da virus. Eppure, che ciò è evidente a stolto, che ne ho prove che convincerebbero un cieco, v’è contezza in me d’altrettanto pochi che in ombra tramano a sventare la faticosa elevazione a grande civiltà d’intero pianeta.

Partiamo dal principio, che meglio vi spiego se dettaglio. Ebbi le prime avvisaglie dell’orrendo complotto l’estate scorsa, che me ne andavo a banchina di molo, speranzoso in totano di Pilu Rais, con portafoglio rifornito a bancomat. Già m’ero persuaso di colpe, di peccati, sia pure lievi, che optavo per ciò in luogo di tramezzino a surgelato al sapore di granchio delle Molucche con odore di funghetto trifolato in petrolio raffinatissimo. Ma ciò che vidi m’orripilò. Il tale, vestito a camuffo a pantaloncino, con fare furtivo e circospezione, s’era appropinquato al vecchio pescatore con cesto di pomodoro e, consegnatolo, ne ricevette in cambio cartoccio di pinne e lische. Sospettai ciò che poi, ingenuamente, mi fu confessato: ci fu baratto. Seppi, di lì a poco, che v’era usanza diffusa di trasferirsi, proprio lì, in terra mia di civiltà aulica, in campagna, per autosufficienza alimentare, che non v’era interesse in dette persone di partecipar a dolore di crisi, con contributo a cassa di centro commerciale.

Di più, tale abiezione s’era fatta moda, e tali e tanti me ne indicarono, che non ressi a pianto. Ciò che invero mi turbò è che questi infingardi, nemici d’uomo e di progresso, mostravano – con chiaro intendimento di proselitista – sguardi felici e beati, sì da catturare a contagio i più fragili. L’orrore mi pervase che tornai a casa non senza aver pienato due carrelli di supermercato di minchiate, in atto di generosa compensazione. La cosa si ripetè. Un amico, possessore di orto proprio, mi disse di aver scambiato certe sue produzioni con olio e frutta secca, un altro, che fa di mestiere il musico, mi riferì di suono a festa di compleanno di tribù, a cambio di derrate varie, quali vino, cavolo e persino salamoie e formaggio. Mi si riferì di tale che esercitava professione di ripetizioni di latino a figlio di contadino aggratis e che talora veniva ricompensato con caci di forma varia. C’era dato a soffrire tutti per gesto di pochi. Ormai m’era chiaro. Eppure tutto mi sarei aspettato tranne di finire io stesso travolto dall’inganno. Dapprima il germe della rottura civile mi s’è insinuato lento, come un prurito sotto la pelle cui non diedi peso particolare, sino all’episodio fatale. Si, è vero che cucinai per feste di natale in maggior abbondanza prodotti di pesca di cugino, per distribuirne eccesso ad amici fraterni, pure, quelli, ricambiarono con d’altro di cui disponevano. Ma la situazione è precipitata proprio stamane. Mi trovavo, com’è giusto che sia, a far benzina, poi, che m’era finita libagione, m’ero per affacciarmi, qual cittadino modello, a centro commerciale. Ma, proprio su ciglio di strada, notai movimenti di tale conosciuto c’armeggiava in portabagagli d’auto con fare di chi occulta cadaveri. M’avvicinai e lì, stipato, c’era vino in damigiana per dar da bere a truppa. Rosso che macchiava pure il vetro di fuori. Ne chiesi lumi e mi fu risposto che trattavasi di vino di antico contadino, aspro e che sa di terra, – il vino, non il contadino – e che lui, piccolo agricoltore, l’aveva avuto in cambio di formaggio di capra sua, castagne e patate. Ormai corrotto dalla vista della trappola a gola, prestai il fianco, che mi si chiese in cambio d’una damigiana un paio di libri di quell’altro me che opinatamente tengo a mo’ di tappetino d’auto. M’allontanai soddisfatto, lì per lì inconsapevole del misfatto. In casa mi svegliai dall’incubo e m’arrovellai per l’accaduto, ché mi tocco dar fondo alla scorta avuta illecitamente. Ed ora, contrito nel mio dolore, spero nel perdono di comunità intera, che, senza passaggio a bancomat, come neanderthalensis che tinge fondo di caverna, commisi delitto di scambiar cultura con coltura.

La trave nell’occhio

Ora, che io sia nessuno è un dato acclamato, ci sono prove inconfutabili, mi sono pure documentato, ho qui le fotocopie. Forse persino non esisto, che “nessuno” non ha diritto di cittadinanza, manco col green pass. Però, da qualche tempo, convivo con un altro me che invece ha una faccia, un odore, una memoria, persino un nome, con tanto di firma del sindaco. Non so bene chi ha invaso chi, comunque ci troviamo a starcene a contatto, pur nel rispetto dei reciproci spazi. Su molte cose andiamo d’accordo, su altre un po’ meno, ammetto. Ma poiché io sono nessuno, raramente mi permetto di contraddirlo.

Questo altro io è uno che sta nel mondo, che s’affratella con altri miliardi di esseri umani su questo pianeta. Solo che lo fa in modo strano, è uno che si preoccupa, piglia le cose troppo sul serio, s’angoscia, s’arrovella. Questo, talora, lo piomba in uno stato di prostrazione di cui io m’avvedo. Dunque, quando accade, lo invito a bere un bicchiere nel mio niente, così si sfoga, si rilassa. Poi, si sa, va a finire che un bicchiere tira l’altro e mi vomita addosso tutta la sua frustrazione per come vanno le cose, gli salta lo sghiribizzo che tutto va storto. Dovete sapere che questo mio altro io è uno che s’impegna da quando ha l’età della ragione, certo, a modo suo, con i suoi tempi, il suo parzialissimo ed approssimativo punto di vista. Che poi, da che ci dà dentro, non ha spostato una virgola, s’è impelagato in mille mila battaglie e le ha perse tutte, manco si può dire che almeno una l’abbia pareggiata. Lui è uno che se ne va al sindacato, che scrive articoli, che manifesta (ora poco o niente, invero, che – pensate com’è messo – s’è convinto che gli assembramenti manifestanti non siano buona idea, manco quelli ristoranti). È uno che ancora si compra lo stesso quotidiano da sempre, anche se non c’è più scritto che qualche commento; si documenta, cerca di capire… Vabbè, l’avete capito che tipo è. Insomma, ultimamente non gli funziona niente, e l’altra sera m’è toccato sorbirmelo che un fiasco manco c’è bastato. “Ma ti rendi conto, che a quello che fece cadere il governo perché non votò per i soldi alla guerra in Afghanistan gli misero la croce addosso, perché, dice, poi arrivano quegli altri eccetera eccetera. Uno non ci votò, uno solo in tutto il Parlamento. Che dissero, macché si può fare cadere un governo per una scemenza così? Poi arrivano quegli altri e chissà che cosa combinano, meglio che le combiniamo noi, e così hanno fatto. Ora tutti a stracciarsi le vesti che è morto Gino Strada, pure indignati se lo fanno quegli altri. Tutti a dire forse non ne valeva la pena che poi l’orologio s’è messo indietro di vent’anni. Ora, ma che ti pare normale? – Mi dice, e pure alza la voce, che è una cosa che non sopporto -. Che poi qua quest’estate tutto s’è bruciato, e si sono preoccupati per un quarto d’ora, poi basta. E non solo, che c’è l’Africa in fiamme, e la gente scappa che ci ha fame. E tutti nervosi che forse arrivano qua. E allora mettiamo l’incentivo e l’ecobonus, la rottamazione. Capito come se la ragionano? Fanno gli ambientalisti, i resilienti. – Mi cita Chico Mendes, sbraita che senza lotta per i diritti l’ambientalismo è giardinaggio, e continua, passa di pala in frasca – Che poi giusto ieri hanno chiuso un’altra fabbrica qua vicino, quattrocento persone si sono giocate, tutte assieme, ed una l’altra settimana… e noi giù, vaccino si, vaccino no, green pass si, green pass no, vabbè importante, ma pare la tifoseria dell’Estrella Polar contro quella del Belgrano, pure il gioco delle parti mi sembra, così si parla solo di quello. Si sono appattati. E ci si mette il filosofo, quello importante che quando parla pare che tre neuroni ce li ha solo lui, che mentre si faceva h24 lui ci diceva che eravamo in ferie da un anno”. E se ne va avanti per un paio d’ore buone che a me mi veniva pure sonno ad ascoltarlo. Ad un certo punto non ce l’ho fatta e sono sbottato, e gliel’ho proprio detto in faccia, a brutto muso, che stava facendo il Don Chichotte, un patetico guerriero, pure mezzo scemo, contro i mulini a vento. Gliel’ho detto che si doveva svagare, farsi un po’ di vita. Così s’è calmato, s’è buttato giù altri due bicchieri, poi m’ha guardato e mi fa: “Parli bene tu che sei nessuno, io invece sono uno qualunque, e tutte le mattine mi tocca d’alzarmi e guardarmi allo specchio, che vuoi che non mi vedo più se mi spunta la trave nell’occhio?”

L’invasione

Non è che le restrizioni a me mi siano pesate tutto sto granché. Certo, le mie bettole scalcagnate mi sono mancate. Pure le puntatine a mare. Ma sono persona di costumi parchi, che s’accontenta. Adesso s’avvicina un’estate di libertà suadenti, con gli esami – che non finiscono mai -, mi lascio alle spalle il peggio, mi concedo certi privilegi. Ma questa che ciclicamente s’affaccia è per me anche stagione di dialettiche serrate, frutto di antiche disfide. Ma che ultimamente sembrano risolte. Io e il mio ginocchio sinistro, infatti, abbiamo raggiunto un equilibrio. Cioè, conversiamo amabilmente: io gli comunico cosa mi piacerebbe fare e lui ne prende atto, anche se però fa di testa sua. Mi piace questa sua capacità di ragionare con la sua testa, ancorché, talvolta, sembra farlo in modo che a taluni parrebbe animato da volontà sperequative nei miei confronti. Inizialmente gliene facevo una colpa, lo rimproveravo, gli rinfacciavo la ossequiosa obbedienza del suo gemello, quello di destra, intendo. Poi ho cominciato ad apprezzarne l’autonomia decisionale, l’imperturbabilità rispetto ai diktat definitivi ed assoluti, quella certa insofferenza per le gerarchie. In estate le nostre conversazioni si fanno più serrate, talvolta appaiono come delle vere e proprie disfide. Ora, mi pare evidente che io dipendo da lui almeno quanto lui dipenda da me, e il nostro è un rapporto orizzontale, credo ci sia rispetto reciproco. La mattina, quando sono laggiù, mi alzo presto, mi piace raggiungere il promontorio d’ora piccola, quando le masse ancora smaltiscono le bisbocce della sera prima.

Quindi, prima di avviarmi sull’arenile, concordiamo una linea di condotta. Io lo interrogo sulle sue volontà della mattina, in particolare gli chiedo se gli andrebbe il piccolo trotto sulla spiaggia, oppure il passo svelto, quello che fa bene al colesterolo – cerco di blandirlo dicendogli “siamo parte di un tutto, ne avresti giovamento anche tu” -, oppure la passeggiata meditativa. So che qualunque sarà la scelta lui agirà in modo estemporaneo, deciderà sul momento se cedere di schianto, oppure bloccarsi, gonfiarsi come un prosciutto, o scricchiolare con raccapriccio, nell’atto di volermi comunicare rumorosamente il proprio dissenso. Di recente non obietta, credo abbia gradito certe pasticche comprate in erboristeria che lo rianimano, lo fanno sentire più appagato e considerato, non più una minoranza sfruttata e relegata in un angolo, laggiù in basso. Certo, obietto io, va bene non consentire la corsettina, ma anche tu, che vizi borghesi: pasticche, ciascuna delle quali costa quanto un caffè espresso. Ed a proposito di caffè, è di questo che si tratta. Insomma, l’arrivo al promontorio prelude, a prescindere dall’accordo col mio ginocchio, alla sgambata in tenuta da Orzowey sino al borgo. Tre chilometri esatti da percorrere sull’arenile deserto, poi lì caffettino al chioschetto, quindi il ritorno, gli stessi tre a ritroso. Giunti in prossimità del promontorio nuotatina, sigarettina (l’abuso di diminutivi, è frutto di un certo meridionalismo che mi è rimasto appiccicato addosso, ed ora non riesco a sbarazzarmene, di questo mi scuso), poi a casa, prima che il sole divenga cattivo e che, soprattutto, le masse rumorose, con i loro ombrelloni branditi a mo’ di Durlindane, i tamburelli schioccanti, i palloni sgonfi, solletichino certe mie mai del tutto sopite agorafobie. Sul finire della scorsa estate, però, durante la sgambata, succede una cosa strana: a guardare la TV quella spiaggia dovrebbe essere invasa da torme di selvaggi inferociti con l’osso al naso e la sveglia al collo e che preparano pentoloni per bollire l’uomo bianco. Ed invece, altro che migranti, l’invasione c’è, ma di extraterrestri. Ve l’ho detto, io sgambetto sull’arenile come Tarzan, in costume da bagno e piedi scalzi, non mi formalizzo, sono un uomo rozzo, la spiaggia dal mio punto di vista limitato serve a questo, tanto più che è libera. Quelli, invece, si capisce che non sono di questo mondo, che sono creature d’altri pianeti, giacché sono abbigliate in modo diverso: si, all’apparenza sembrano come noi, come noi da molto giovani, ma poi indossano tutine attillatissime, mi dicono traspiranti, aerodinamiche, per fendere l’aria mentre corrono, penso, o per difendersi dai germi aggressivi del nostro pianeta. E poi hanno fili che li avvolgono dappertutto: fili che vengono fuori da fasce ai polpacci, ai polsi, alla cinta, al collo, alle caviglie e poi orecchie tappate con cuffie ed auricolari (credo dipenda dal fatto che nel loro pianeta il rumore della risacca sia considerato un po’ come da noi certa musica e, giustamente, se ne isolano), occhiali iridescenti, forse i resti di uno scafandro da astronauta, scarpe con sospensioni ed ABS. Io mi sento a disagio, e quando leggo nei loro occhi l’espressione di disgusto nel vedermi al trotto conciato in quel modo primitivo, mi inibisco e rallento (pratica in cui sono un esperto). Non vorrei dare dei terrestri un’immagine di generica trascuratezza. Ma che ci sarà collegato a tutti quei fili, gli strumenti con cui comunicano con l’astronave? O forse hanno paura di perdersi in spiaggia e si portano dietro un navigatore astrale? Il punto è che la spiaggia ne era piena. Ora, in attesa dell’arenile prossimo venturo, profittando dalla parziale libertà concessami dal nuovo colore regionale, la mia passeggiatina me la faccio sulla ciclabile accanto al fiume. E altri ne vedo, pari a quegli altri dell’estate. E allora, delle due l’una, o hanno completato l’invasione, e quelli della mia specie, i terrestri, intendo, se li sono portati sul loro pianeta per il ripopolamento di certe foreste spaziali, oppure… oppure, non me ne sono accorto e l‘extraterrestre sono io. E vabbè, come faccio a capire certe cose, sono cose d’altri mondi.