Il grande trogolo

Che a far alleanza a dire io si, quello no, a far guerra ad oltranza che c’è quella che morto ammazzato pare giusto pure se bimbo, altra non tanto, qualcuna speriamo, che a far faccia cattiva ad ultimo arrivato ad aggrappo di scoglio e molto di porto salvo, siam tutti bravi a sfare. Che a me, d’infinita stanchezza, manco a scrittura mi viene a dettato, che ripiglio ciò ch’è stato, che tanto avrei scritto pari pari uguale quello. “La verità, voglio dire, non rischia niente a passare per un periodo di abbiezione: non il suo avvenire e nemmeno la sua gioventù. Quello che non deve mai venire meno è il nostro sforzo di intrattenerla, comunque, tra noi uomini.” (Elio Vittorini)

“E giunse il tempo che desiderio di vertigine m’appare solo a sistemar chiappe a scoglio comodo, a favor di tenue brezza di ponente. Lì c’è posizione di sguardo ad altro tempo che andò via a rapidi scivolamenti. Che feci collezione di pergamene e titoli a ceralacca, di timbri e pacche sulle spalle, inchiostri di stilografica raccolsi. Mi avvidi di saggezze elevatissime di fini accademici, sagaci elucubratori di teorie d’avanzo, e professori mi professarono vie salvifiche di conoscenza. Capitani coraggiosi m’imbellettarono narrazioni d’autentico infinito di profondità, e preti e frati e paternostri m’illuminarono d’incenso, mi deliziarono d’omelie un tanto al chilo, pure in odore di santità mi parvero audaci pescatori di ghiozzi a tendenza d’eversione. Le madame dorè, le miti volontarie di misericordia, e signori dabbene di circolo esclusivo, di fatta impeccabile doppiopettata e profumo millefiori, mi fecero di sé modello esclusivo e beato. Arguzia finanziaria mi trasmisero autentici scienziati di doblone, ed a cure immaginifiche mi sottoposero per trattamento di deviazione.

Che però nacqui storto e storto rimasi, pur se mi sdoppiai a far finta d’assecondo. Che ora, a fase due, non m’è dato di adeguarmi all’immane trogolo di carni e sangue di sacrificio a conforto per Marte e Atena. Che però appresi di non apprendere, pur se assorbii finale convincimento che nemmanco le dame di San Vincenzo riusciranno a far del bene, ch’esse mai seppero cos’è la vita, che imbracciano sotto coscia, ad occulto, mitra e bomba. Ch’io tutto imparai da puttane senza protettore, a quartiere miserabile dove misi dente da latte, e che, accademia autentica di bellezza, fu soffocato a rango di supermarket per saccheggio conclamato, con reparto d’onnisciente mammasantissima. Pure imparai da lambretta smarmittata di venditore di granchio per cattura a pietra celeste, da pazzo con canottiera su cappotto e camicia avvoltolata in testa, per posto a cappello in mano, a buco tappato per dammi cento lire, ci hai ‘na sigaretta. Che mi venne ad aula di lezione autentica osteria perduta, di abitanti a perenne nostalgia di bicchiere pieno, e vecchio compagno che s’accompagna a miserabile scarpa rotta, pantalone logoro e mano di calli e calce viva, curvo di schiena ma mai domo a dir di padrone peste e corna. Pure non fu capace di sopravvivenza a quello, nemmanco per saggezza di mutua a scarso d’assistenza e forse per cicatrice di manganello per protesta di contro legge. Che imparai dinamiche sofisticatissime d’universo da lavandaia a tempo perso, balia asciutta e odor di varechina. Altro seppi da pescatore silenzioso a barca a puzzo di cherosene e sangue di pesce raffermo, con ruga che solca il volto quale fiume di sale e fatica di sole. Che nessuno dei secondi ebbe allora a far mai guerra a tal altro, mai tirò indietro la mano a soccorso per chi vien dopo. Pure, a gengie sfatte, non smisero a riso per bimbo che passa, ch’io mi ricordo – che a denti non m’ero provvisto ancora – di tali sdentature di pace, ora che vedo biancheggiare nobili fauci di squali.”

Uomini e uomini

Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso,
Ogni uomo è un pezzo del continente.
una parte della Terra.
Se una zolla viene portata via dall’onda del mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un promontorio le mancasse,
o una dimora amica o la tua stessa casa;
ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io faccio parte dell’umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi
suona la campana; essa suona per te.
” (John Donne)

Che più che isola che non c’è paremmo arcipelaghi di scogli lontani ed irraggiungibili, che non c’è rotta a congiungerli, nemmeno casualità di deriva pare possa creare comunicazione.

Ed altro non aggiungo che ormai pare tardi a parlare d’umanità perdute, d’odio, indifferenza dinnanzi alla brutalità dell’agire, al voltare lo sguardo altrove mentre un uomo muore per mano d’altro uomo. Non è questo forse agire d’uomo? Che la bestia mai fa uso della brutalità senza un fine che ha a sfondo la sua stessa vita. Faccio d’altro parola mia, ch’egli ebbe a scriverlo assai meglio pure di quanto io possa avere a pensiero.

“L’uomo, si dice. E noi pensiamo a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, e a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo all’offesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche a tutto quello che in lui è offeso, e ch’era, in lui, per renderlo felice. Questo è l’uomo. Ma l’offesa che cos’è? È fatta all’uomo e al mondo. Da chi è fatta? E il sangue che è sparso? La persecuzione? L’oppressione?

Chi è caduto anche si alza. Offeso, oppresso, anche prende su le catene dai suoi piedi e si arma di esse: è perché vuol liberarsi, non per vendicarsi. Questo anche è l’uomo. (…) Ma l’offesa in se stessa? È altro dall’uomo? È fuori dall’uomo?

Questo è il punto in cui sbagliamo.

Noi presumiamo che sia nell’uomo solo quello che è sofferto, e che in noi è scontato. Aver fame. Questo diciamo che è nell’uomo. Aver freddo. E uscire dalla fame, lasciare indietro il freddo, respirare l’aria della terra, e averla, avere la terra, gli alberi, i fiumi, il grano, le città, vincere il lupo e guardare in faccia il mondo. Questo diciamo che è nell’uomo. (…)

Ma l’uomo può anche fare senza che vi sia nulla in lui, né patito, né scontato, né fame, né freddo, e noi diciamo che non è l’uomo.

Noi lo vediamo. È lo stesso del lupo. Egli attacca e offende. E noi diciamo: questo non è l’uomo. Egli fa con freddezza come fa il lupo. Ma toglie questo che sia l’uomo?

Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! O uomo!

Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lagrime? Ecco l’uomo.

E chi ha offeso che cos’è? Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo.” (Uomini e no, Elio Vittorini)

Il grande trogolo

La verità, voglio dire, non rischia niente a passare per un periodo di abbiezione: non il suo avvenire e nemmeno la sua gioventù. Quello che non deve mai venire meno è il nostro sforzo di intrattenerla, comunque, tra noi uomini.” (Elio Vittorini)

E giunse il tempo che desiderio di vertigine m’appare solo a sistemar chiappe a scoglio comodo, a favor di tenue brezza di ponente. Lì c’è posizione di sguardo ad altro tempo che andò via a rapidi scivolamenti. Che feci collezione di pergamene e titoli a ceralacca, di timbri e pacche sulle spalle, inchiostri di stilografica raccolsi. Mi avvidi di saggezze elevatissime di fini accademici, sagaci elucubratori di teorie d’avanzo, e professori mi professarono vie salvifiche di conoscenza. Capitani coraggiosi m’imbellettarono narrazioni d’autentico infinito di profondità, e preti e frati e paternostri m’illuminarono d’incenso, mi deliziarono d’omelie un tanto al chilo, pure in odore di santità mi parvero audaci pescatori di ghiozzi a tendenza d’eversione. Le madame dorè, le miti volontarie di misericordia, e signori dabbene di circolo esclusivo, di fatta impeccabile doppiopettata e profumo millefiori, mi fecero di sé modello esclusivo e beato. Arguzia finanziaria mi trasmisero autentici scienziati di doblone, ed a cure immaginifiche mi sottoposero per trattamento di deviazione.

Che però nacqui storto e storto rimasi, pur se mi sdoppiai a far finta d’assecondo. Che ora, a fase due, non m’è dato di adeguarmi all’immane trogolo di carni e sangue di sacrificio a conforto per Marte e Atena. Che però appresi di non apprendere, pur se assorbii finale convincimento che nemmanco le dame di San Vincenzo riusciranno a far del bene, ch’esse mai seppero cos’è la vita, che imbracciano sotto coscia, ad occulto, mitra e bomba.

Ch’io tutto imparai da puttane senza protettore, a quartiere miserabile dove misi dente da latte, e che, accademia autentica di bellezza, fu soffocato a rango di supermarket per saccheggio conclamato, con reparto d’onnisciente mammasantissima. Pure imparai da lambretta smarmittata di venditore di granchio per cattura a pietra celeste, da pazzo con canottiera su cappotto e camicia avvoltolata in testa, per posto a cappello in mano, a buco tappato per dammi cento lire, ci hai ‘na sigaretta. Che mi venne ad aula di lezione autentica osteria perduta, di abitanti a perenne nostalgia di bicchiere pieno, e vecchio compagno che s’accompagna a miserabile scarpa rotta, pantalone logoro e mano di calli e calce viva, curvo di schiena ma mai domo a dir di padrone peste e corna. Pure non fu capace di sopravvivenza a quello, nemmanco per saggezza di mutua a scarso d’assistenza e forse per cicatrice di manganello per protesta di contro legge. Che imparai dinamiche sofisticatissime d’universo da lavandaia a tempo perso, balia asciutta e odor di varechina. Altro seppi da pescatore silenzioso a barca a puzzo di cherosene e sangue di pesce raffermo, con ruga che solca il volto quale fiume di sale e fatica di sole. Che nessuno dei secondi ebbe allora a far mai guerra a tal altro, mai tirò indietro la mano a soccorso per chi vien dopo. Pure, a gengie sfatte, non smisero a riso per bimbo che passa, ch’io mi ricordo – che a denti non m’ero provvisto ancora – di tali sdentature di pace, ora che vedo biancheggiare nobili fauci di squali.

Radio Pirata 3 (all together now)

Dopo l’incredibile successo delle puntate precedenti, torna Radio Pirata. Io però, oggi, non me ne posso occupare, che quell’altro me ci ha da correggere una paccata di compiti e siccome ci vede come una talpa con gli occhiali da sole, lo devo aiutare, che io invece ci vedo benissimo che, se non fossi nessuno, mi chiamerebbero Occhio di Lince. È fortuna che trovai quattro scappati di casa che gliela faccio fare a loro la trasmissione, così un poco si fanno un nome, questi ne hanno bisogno che non ce la fanno ad essere nessuno come me. Ma parto io, che gli dò il via, anzi, il La.

“C’è oggi nel mondo, non solo in Italia, una disperazione di vivere che sembra togliere, proprio ai più giovani, ogni possibilità, anche semplicemente storica, di lottare. Durante il fascismo c’era almeno risentimento, negli scrittori che la mostravano. Oggi ci sono occhi che nemmeno guardano, tanto li offusca stanchezza o pianto. Ma sono occhi, sono uomini. Sono una realtà con la quale dobbiamo pur fare i conti.” (Elio Vittorini)

“Bob Dylan e Bertolt Brecht. Entrambi hanno un messaggio: mettere fine alle cose come sono. Perfino in assenza di un qualsiasi contesto politico, le loro opere evocano, per un fuggevole momento, l’immagine di un mondo liberato e il dolore di un mondo alienato.” (Herbert Marcuse)

“La vera felicità del dono è tutta nell’immaginazione della felicità del destinatario: e ciò significa scegliere, impiegare tempo, uscire dai propri binari, pensare l’altro come un soggetto: il contrario della smemoratezza. Di tutto ciò quasi nessuno è più capace.” (Theodor Adorno)

“Eh, sì, voi potete dire questo e dire pure: oggigiorno chi la calcola più la stretta di mano dopo che il saluto fascista, in coppia col saluto militare, la sdegettò al più basso grado, deprezzandola agli occhi di tutti. Eh, sì, l’uomo se la mise sotto i piedi la stretta di mano. La guerra, prima che ogni altra cosa, pigliò di mira quella, la stretta di mano, per prima quella fu messa a ferro e a fuoco, il massacro di là cominciò. Ve lo ricordate? E chi la usava più la stretta di mano? chi s’ardiva?

Io, voi, noi tra di noi, insomma, che ci fidammo sempre l’uno con l’altro e non ebbimo mai bisogno di darci l’alt e di fermarci a tre passi di distanza con la mano alzata in avanti nel saluto fascista, né di metterci la mano a parocchio nel saluto militare come se ci perlustrassimo contro sole e ci spiassimo in faccia l’uno che intenzione aveva l’altro. Non pare nemmeno vero che finì il tempo del saluto fascista, ma il fatto è che st’americani, non appena arrivano in un porto, gli danno subito il foglio di via sia al saluto e sia al fascista. E io in questo viaggio che feci da Taranto a Messina, che vi devo dire? sarà perché il pensiero ce l’ho fisso sempre a sta mano, sarà perché alle persone invece di guardargli la faccia, gli occhi mi vanno alle mani come se me li calamitassero, a me viaggiando mi pareva di vedere, alle stazioni, agli imbarchi e sbarchi, che il più gran daffare della gente era la stretta di mano, sola o con l’accompagno dell’abbraccio.” (Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca)

Questa ve l’hanno sparata lunga, so ragazzi, esagerano sempre… però, se pensate che il tempo sia prezioso, modo migliore non c’è.

Le cere perse

Che è finito uno in tramoggia, proprio a due passi da casa mia (rende liberi, il lavoro), mentre il bollettino d’altro è cammino impietoso, e il teatro dell’assurdo è a scheda bianca e voto Topolino – o Minnie, per quota rosa – pare che fa il palio con farsa scritta a mano manca. In giorno di memoria mi sovviene che a memoria di passato non abbiamo occhi per oggi. Vado di musica, che esagero, che i tempi vanno di fretta, e ve ne passo che dura a stonfo, ad aprire e chiudere, pure ad inframezzo, se vi pare.

Ad essere nessuno io ci guadagno, che posso anche star zitto, che tanto anche se parlo non conta niente, che ho in testa, ormai, solo scoglio a mare aperto, che quello basterebbe, quello m’aspetta.

Mi sono fatto Repubblica di silenzio, indi e per cui, faccio ambasciatore mio altro d’altri tempi, di più titoli e parole inesauste delle mie, che il tempo non passa, che quel ch’è scritto ieri pare per l’oggi uguale.

“L’uomo, si dice. E noi pensiamo a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, e a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo all’offesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche a tutto quello che in lui è offeso, e ch’era, in lui, per renderlo felice. Questo è l’uomo. Ma l’offesa che cos’è? È fatta all’uomo e al mondo. Da chi è fatta? E il sangue che è sparso? La persecuzione? L’oppressione?

Chi è caduto anche si alza. Offeso, oppresso, anche prende su le catene dai suoi piedi e si arma di esse: è perché vuol liberarsi, non per vendicarsi. Questo anche è l’uomo. (…) Ma l’offesa in se stessa? È altro dall’uomo? È fuori dall’uomo?

Questo è il punto in cui sbagliamo.

Noi presumiamo che sia nell’uomo solo quello che è sofferto, e che in noi è scontato. Aver fame. Questo diciamo che è nell’uomo. Aver freddo. E uscire dalla fame, lasciare indietro il freddo, respirare l’aria della terra, e averla, avere la terra, gli alberi, i fiumi, il grano, le città, vincere il lupo e guardare in faccia il mondo. Questo diciamo che è nell’uomo. (…)

Ma l’uomo può anche fare senza che vi sia nulla in lui, né patito, né scontato, né fame, né freddo, e noi diciamo che non è l’uomo.

Noi lo vediamo. È lo stesso del lupo. Egli attacca e offende. E noi diciamo: questo non è l’uomo. Egli fa con freddezza come fa il lupo. Ma toglie questo che sia l’uomo?

Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! O uomo!

Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lagrime? Ecco l’uomo.

E chi ha offeso che cos’è? Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo.” (Uomini e no, Elio Vittorini)

Conversazione in Sicilia

Dio ha condannato noi uomini a lavorare e uno penserebbe che i posti dove non si vede l’ombra di un povero diavolo che tiri la zappa siano stati abbandonati dagli uomini e da Dio. Invece sono posti pieni di gente anche più degli altri. Con la differenza ch’è gente che ha capito, e che se la spassa in città, la maggior parte del tempo, a chiacchierare nelle piazze e a far festa nelle chiese. Poiché Dio è di manica larga, sa di averci condannati in un momento di cattivo umore, e trovar gente che lo capisce gli fa un piacere tale che ronza di continuo intorno a loro, e lavora Lui per loro; e rende ricche di raccolti le campagne loro come capita di rado che siano di quanti si attengono alla lettera della Sua scrittura”. (Elio Vittorini)

Musica sia, ora, che ci serve.

Che stando sul Mar d’Africa mi sovviene di personaggi mitici, di epoche in cui la tavola imbandita sotto la pergola ospitava cene di Lucullo, pane, olive, cacio e uova sode, con acciughe e pomodoro secco quali note a margine. Mai mancò da bere, pure se se ne faceva uso in tanti e in tanto.

Seppure s’inebriava il tutto d’intorno, che svuotava meningi di contenuti eccelsi, talora capitava che d’iskra s’illuminasse il tutto, che la tavolata beona pareva trasformata in cenacolo, in zibaldone, senza che nessuno se ne lagnasse. E seppure, spiazzato dall’evento, il vecchio amico, di cabareth edotto, provasse a creare discontinuità col chiedere, ad accento di Piero Aretino, se Jo Pomodoro fosse di Pachino, vi fu una sera, ch’appare d’altra epoca, scontro durissimo, di dialettica quasi al limite del serramanico. E non so come che capitò di chiacchierare in toni pacati di Gattopardo, che taluno tirò fuori la cosa a margine di ragionamento, che fece supposizione che rimane mistero di chi ne completò lo scritto. Che il finale pareva appiccicaticcio, che Visconti, a creare capolavoro, pareva se lo fosse giocato pari pari. E fin lì si concordava, se nonché, come fu e come non fu me ne faccio immemore, che talaltro sbiascicò di “minchiata” di Vittorini, che ne cassò la pubblicazione per Einaudi. E lì s’aprì cavalleria rusticana, che mancò poco volassero piatti, dei bicchieri v’era meno rischio. Ora, io patteggiai a difesa dell’uomo d’Ortigia, di cui ero edotto circa alcune asperità caratteriali, per biografie di chi lo conobbe, di comuni conoscenze, che io ho anagrafica che non me ne permise frequentazione, nemmeno occasionale incontro. Pure, di tutta l’opera me ne costruirei monumento a capezzale, per scrittura magnifica, profondità d’abisso, acume d’analisi a vertigine. Ma anche pensiero di libertà definitiva, che disse no a Baffone allorquando era vietato di legge morale, pure al Magnifico s’oppose, senza rinunciar a radicale critica eterodossa di società. Che mi parve fosse naturale che cestinasse malamente l’opera d’uno che tutto cambia, perché nulla cambi, mentre s’avvampava di guerra a sangue a contadini esausti del lungo assalto a latifondo, morti a fasci di fuoco incrociato di picciotti e sbirraglia scelbiana. Pure, a me, le saghe noblesse oblige manco mi piacciono, m’infastidiscono, talora m’annoiano. Feci banda di tali convincimenti a gruppo compatto, che Vittorini fece bene, che avremmo controfirmato a sangue la scelta impopolare; ma la controparte era analoga di numero e di mezzi dialettici e, al calor bianco, alimentò disfida, che pareva Italia e Francia giocata da bimbi a fionde nei vicoli del Garofano Rosso. A dir di loro, la cassata – nel senso di censura, non di torta isolana – era infarcita di pregiudizio ideologico, che il libro del Tomasi, pure se pareva politicamente non correttissimo, era pur sempre capolavoro di scrittura elevata. La tenzone continuò a lungo, alimentata da rosso soave, arma impropria di guerra, solleticante ugole ad urla. Sinché tutto ebbe quiete, che il vecchio a banda ammise, a candido sorriso divertito dalla battaglia, che la lettera di Don Elio l’aveva letta per bene, che lì non c’erano i toni della censura, ma quelli pacati d’editor responsabile, con timido accenno all’incompletezza dell’opera. Incompletezza poi colmata nella pubblicazione definitiva da mano ignota, forse.

Che mi venne di quell’episodio metafora e morale insieme, che oggi due bande s’affrontano su campo assai più vasto, che di proprie verità fanno l’assoluto, come il reziario distrae il popolo bue dalla natura oggettiva dell’incedere delle cose, forse assai più semplice e pacata di contratti per bave alla bocca.

Leggi come mangi

Io, che di liturgie non m’intendo, certe volte m’adeguo. E al pranzo della domenica, in tal faccende affaccendato, mi dibatto d’amenità nella bettola del cuore, camuffata di trattoria. I ravioli di zucca ci stanno un po’ prima di farsi spiattellare accanto al fiasco, quanto basta per l’occhiata fugace a quei due o tre domenicali che d’affezione m’inseguono la mattina del feriale. Sbirciati tanto per rendersi edotti di che pagine è fatta l’estate libresca.

Tripudio d’orrore, che s’accavalla alle torme della sera prima, a prosciugarsi le tasche d’orrendi manufatti sintetici, promossi a cibo da menti fervide. E m’avvedo, d’esperienza sghemba, dell’esistere d’un sottile ma robusto legame tra gusti letterari e gastronomici, sintomo di tempi grami; ancorché non abbia riflessi rapidissimi, me ne sono accorto anche io. Ci sono gommapiume ripiene di cadaveri di bestie esangui e sofferte, che mai conobbero libertà, che hanno retrogusto pungente e rancido, con salse e bibite antigravitazionali, di melasse e glucosi. Sapori che palati prelogici ambiscono collocare al rango di cene, accompagnandoli – se gli riesce almeno quello – a certe letture che, appunto, sanno di rancido, di zucchero di carie, stuccano. A me queste cose – nessun pregiudizio nei confronti di chi ne fa uso massiccio, per carità, che sono per il vivi e lascia vivere -, che spesso si accompagnano mirabilmente a talune musiche elementari, mi fanno aumentare, ora la glicemia, ora il colesterolo, sia solo che ne legga la quarta di copertina, sia solo che ne ammiri la presentazione a piatto. Dunque, evitandole con cura, soprassiedo nel darvene giudizi sommari, pur ammettendo che potrei non esserne all’altezza, giacché della loro esplorazione mi sono privato a lungo, né ritengo di sottopormi a radicali ripensamenti. Vi sono invece certe cene che non si dimenticano, quel dentice, quasi nature, innaffiato con un bianco che fluisce pacato e non interferisce col gusto, lo esalta piuttosto, come una lente d’ingrandimento ne illustra i dettagli e ne evita l’affastellarsi in una moltitudine confusa di sensazioni indistinte. Rimane nella memoria, non accenna ad abbandonare la sua essenza di ricordo felice, semmai si dispone con sapiente lentezza, senza sgomitare, diacronicamente accanto ad altre esperienze, pur mantenendo posizioni privilegiate. E ivi echeggia certe arie mozartiane, un Ravel da orchestre dirette dagli dei. Vi sono, lì nei pressi, certi saraghi del Mar d’Africa, attesi senza fatica all’amo per ore, e che abboccano mentre l’alba si esercita in cromatismi spiazzanti; cornici di pomodori colti negli orti dell’Olimpo, con lo sfondo lontano della fiammeggiante irrequietezza della tomba di Empedocle, e ancora chicchi di melograna giunti direttamente dalla terra dei Lotofagi. Se consumati poi invogliano le palpebre al sonno lieve, ed alla veglia spingono senza indugi verso letture lente, complesse, articolate, sofferte, che però ci fluiscono per sempre dentro, in forma di una ruga in più, un guizzo comportamentale, un’attitudine… Distinguo su ripiani facili da raggiungere le coste importanti di certe cose di Sciascia, Vittorini, Sartre, D’Arrigo, Virginia Woolf… Tutta roba che, quando se ne parla, riecheggia come tappa fondamentale della nostra esperienza formativa, ed un piatto assume consistenza letteraria, almeno quanto un libro fondamentale lascia al palato quel gusto permanente che deriva da ingredienti esiziali per cuochi abilissimi nell’amalgamare le parole. Eppure, accanto a ciò, c’è anche dell’altro… E se “L’uomo senza qualità” invoglia alla liturgia d’una Sacher, almeno quanto “Il garofano rosso” spinge verso il rito di un budino di mandorle, così certi banchi di frutti di mare, pomodori secchi, olive farcite e peperoncini diabolici, immersi in un Suk di colori e profumi, offrendoci l’opportunità di consumi rapidi ed estemporanei, accelerano il desiderio di tornare a sfogliare libercoli leggeri, che sembrano scivolare via come va giù un mitilo al limone, o un tocco di pepato fresco. Certo, v’è forse un po’ di pudore nell’ammettere che quelle letture d’un paio d’ore, street reading consumato sulla panchina d’un parco, a sedere su un muraglione dirimpetto al mare, o sotto un albero di ulivo saraceno, pure distratti dalla risacca o dagli uccelli (e non solo dal loro canto), possano averci formato gusto e memoria; ma che bellezza “Tre uomini in barca (per non parlare del cane)”, “l’uomo invaso”, “Ricette immorali”. Che meraviglia – di tanto in tanto, e senza esagerare – far finta di essere sani!

La presa della Fera

Succede, soprattutto nei momenti di riflusso (non gastroesofageo), che incontri quegli sguardi ieratici, quelle espressioni estasiate, con gli occhi che pare esplorino l’infinito; poi, appena sussurrata, la frase che ti cattura – a me, invero, stranisce, persino mi inquieta -: “questo libro m’ha cambiato la vita”. È pure probabile che io sia un uomo rozzo, persona di sensibilità appena verificabile, tipo che inchiodo se un gatto mi taglia la strada, non tiro dritto incurante, cioè, questo sì, lo faccio, magari oltre non vado. A me, però, un libro non m’ha mai cambiato niente. Quando vi fu la riscoperta di Memorie d’Adriano, per buttarla in caciara, pareva che tutti non aspettassero altro per schierare occhi persi verso l’orizzonte, che quello dell’avvenir ormai pareva perso. Mi viene in mente che quel libro di vittime così ne fece parecchie. Posto che io non ce l’ho con la cosa della Yourcenar, m’è pure piaciuta (ho preferito Il Portico di Zenone), l’ho letta con affabile genio, come altri: però, ribadisco, “un” libro, la vita non me l’ha mai cambiata. Tanti libri assieme finiscono col farti buono o una pura schifezza, dipende da quello che leggi. Se non leggi, poi, forse va pure peggio. Ma uno, uno solo, intendo, con me non c’è riuscito. Anche perché, se ci si ferma a pensare un attimo, ognuno di noi è fatto da talmente tante pagine, che pure certe scritture strette e fitte come fanno a starci dentro senza perdersi come goccia nel mare? Tranne che, appunto, qualcuno di pagine sue ne abbia non troppe, e s’accontenta. Così mi pare che sia, anche se, proprio a dirla tutta, ce n’è stato uno di libro, che seppure non m’ha cambiato la vita, tuttavia…

Insomma, è storia antica, ed eravamo in mezzo ad una Sicilia di contraddizioni, intorno alla metà degli anni ’50, ma io non c’ero, non ancora, almeno. C’era Elio Vittorini, che faceva l’editor d’Einaudi. Fu il tempo che ricevette una stesura de Il Gattopardo. Si disse che la rifiutò sdegnosamente, e fu accusato perciò di feroci ideologismi. Pare, invece – e ho fonti certe ed attendibili in merito – che in realtà abbia solo evidenziato che l’opera pareva incompleta, che non c’era finale. Poi fu pubblicato da Feltrinelli. Chi l’ha letto avrà in effetti notato come il finale sia un po’ appiccicaticcio, quasi pareva non c’entrasse niente col resto, come ci avessero messo il primo che trovavano perché non se ne poteva fare a meno. Tanto che Visconti lo fece praticamente sparire dal suo film. Ma sto divagando, non è alla cosa del Lampedusa che mi riferisco. È che, quasi contestualmente, si presenta da Vittorini, un giovane ricercatore, siciliano anch’egli, tale Stefano D’Arrigo, con un libercolo che si chiama “I giorni della fera”. All’editor quel lavoro piace, ma consiglia benevolmente di rimpolparlo un tanticchia. Fu preso abbastanza sul serio poiché quel rimpinguare di pagine durò oltre vent’anni, si da trasformare il libretto embrionale nell’opera monumentale -1600 pagine fitte e strette come mai, da perderci fiumi di diottrie – Horcinus orca. Roba che poi, per rilassarti, leggi i classici russi. Così pensavo, tenendomene alla larga beatamente, pur se taluni che s’erano avventurati nella lettura li conoscevo. Gente reticente, che non raccontava niente di quello che avevano trovato in quelle 1600 pagine, e, senza troppi sguardi ieratici, a domanda rispondeva con fastidio che me le potevo anche leggere da solo. Pare che custodissero una sacra reliquia, un segreto estremo e definitivo, custodi di quello come cavalieri templari. Io non è che non ci dormissi la notte, e financo Mastro don Gesualdo Bufalino scrisse un Codicillo a D’arrigo, in cui, dopo aver elogiato l’opera, candidamente ammetteva di non essere nemmeno arrivato al giro di boa. Per cui mi sentivo confortato nella mia scelta. Sinché, una graziosa signora, col senno di poi, non so, se per affetto oppure per inconfessata antipatia, me ne fece gentile omaggio, pure in bella confezione. Lo deposi con cura in un angolo oscuro della mia libreria, e feci finta di dimenticarmene. Tuttavia, quella costa voluminosa, tanto larga quanto alta, pareva accendersi di fosforescenze ogni volta che vi passavo dinnanzi. C’era qualcosa che attirava la mia attenzione da quelle parti. Mi capitava di svegliarmi di soprassalto dai miei sogni giovanili, e tutto sudato andavo a verificare se il libro s’era acceso di nuovo, se s’era messo a vivere. Fu così che mi decisi di cominciarne la lettura. Dopo le prime duecento pagine, sofferte di contenuti, m’avvidi della vertigine che ne rimaneva. Così smisi una prima volta. Ma quello non demordeva, lampeggiava come certi catarinfrangenti autostradali, senza ritegno per l’oscurità d’intorno, sfavillando, persino. Io dissimulavo l’interesse, facevo finta di niente, mi mostravo indifferente. Ci ricascai, forse per altre trecento o quattrocento pagine, arrivai persino a superare Bufalino. Ma m’arresi ancora. Poi un lascia e piglia, e di resa in resa, arretramenti e incursioni, quella dialettica serrata maturò l’ultima pagina che acquietò la fera, e dopo quasi due anni. Quindi, sancì l’irrilevanza d’ogni altra cosa abbia letto sino ad allora o avrei letto da lì in poi. Qualcuno m’ha chiesto cosa ne pensassi, di cosa parlasse, me ne chiedevano un Bignami. Sempre risposi, ma perché non ve lo leggete?