Ritirata (riproposta)

Per oziosa indisposizione alla scrittura, faccio riproposta che pare tempo immoto.

Ritirarsi non è scappare, e restare non è un’azione saggia, quando c’è più ragione di temere che di sperare. Non c’è saggezza nell’attesa quando il pericolo è più grande della speranza ed è compito del saggio conservare le proprie forze per il domani e non rischiare tutto in un giorno.” (Miguel De Cervantes) Che se cosa così te la dice il babbo di Don Chichotte c’è che ci credo, e piazzo muro di musica a difesa, mentre preparo la contromossa, a capo chino per venti di guerra.

L’Orda d’Oro fu mossa che conquistò il mondo con strategia di ritirata strategica che fece a spiazzo del nemico, festoso di presunta vittoria. Ma pure a resa v’è grazia, diserzione è necessità di vita. Che mi innalzo sul pennone più alto d’albero maestro – non avendone alcuno opto per antenna dismessa di TV – bandiera bianca, a segnalare la presa di posizione definitiva ed inderogabile, e che sventoli, perbacco, che sventoli. Mi decido sì per resa, che d’apparenza è a scanso di condizione, ma nasconde ritirata strategica, attacco pure su tutti i fronti. Se non partecipi al gioco, il giocatore che resta è già sconfitto, che si ritrova senza trastullo, che il mondo ha necessità di nemici ed io mi sottraggo al ruolo di parte, mi faccio a lato che è decisione spontanea, dunque odora di trionfo. La ritirata mia non fu mai solo tale e basta, piuttosto attrezzo a vita altra che non guarda per vedere, che vede senza guardare con occhi di dentro, e fu disegno di ri-scoperta, di dimensione e-versiva di vivere. Conquisto, avanzo, in ritirata, m’approprio di non appropriazione, esproprio l’inappropriato, riprendo posizione in orizzonte aperto, in dettaglio sfuggito, che di quelli v’è traccia a campo di battaglia a devastazione, che parevano conquistati ed invece, liberati d’assillo di conquista, appaiono fioriture d’uomo libero.

Mi riprendo scoglio dorato, colori spumeggianti d’abbandono, le diacronie del tempo, le note andate ed il respiro profondo della memoria fervida ed ininterrotta dei ricordi. Questi tamponano il presente ad ingorgo, sfrecciano come saetta spuntata e non di guerra oltre il presente, si fanno futuro di prospettiva, ch’è il nemico che avanza è già fuggito in disfatta, ch’è schiavo di sua stessa guerra quotidiana, di libertà negata a prigionia autoinflitta per fila alla cassa, di direzione mai a linea sghemba. Procede a linea dritta, il nemico, che solo quella conosce, non ambisce a percorso lungo e panoramico, alla lentezza che vede tutto. Corre illimitato a velocità di logaritmo, che non v’è dettaglio nell’accelerazione a parossismo che narra di storia, spera solo a stazione celata da muro, in benedizione d’assoluzione, di conforto in sacre stanze di corruzione. Che la resa non è prevista, nessuno s’arrende, dunque, finalmente nessuno, ho isola per diserzione ch’è sorta dal mare e nessuno vede, che l’uno qualunque non ne conosce esistenza nemmanco a binocolo o telescopio portentoso che occhi non ha, ne prospettiva di deriva e approdo.

Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: andare alla deriva o fuggire davanti alla tempesta. La fuga è spesso il solo modo di salvarsi.” (Henry Laborit)

La nave dei folli

“…la nave dei folli non era, poi, totalmente un parto della fantasia. Al contrario, era piuttosto comune la prassi di allontanare i matti dalla comunità dei normali, eventualmente proprio affidandoli a gente di mare. Accadeva spesso che venissero affidati a battellieri, a Francoforte, nel 1399, alcuni marinai vengono incaricati di sbarazzare la città di un folle che passeggiava nudo. Le città europee hanno spesso dovuto veder approdare queste navi di folli”. (Michel Foucault)

La follia arriva e batte bandiera sconosciuta. Non ha patria né dio, nemmeno padre e madre, pare tale, la follia, intendo, che non si palesa con documento d’imbarco, s’allontana e basta, a cerca di porto salvo per disperazione d’essere niente e nessuno. La cittadella fortificata del mondo dei sani se ne difende, invita a respingimento, con accordo tra tiranno e tiranno a far che pure accoglienza di pazzo è cosa da folli. D’avanzata sanità di mente si tinge distruzione e guerra, parve laurea a saggezza affondare nave dei folli, bombardo di città di dissenso, ripiegare a tasso d’umanità pari a curva concava.

Orizzonte scruta non per vertigine di visione, solo per scorgo a vista nemico che arriva, che se poi non si palesa ad esodo qual vien dichiarato, che importa, che semplice attesa d’invasione è a generazione di paura e fremito di pelle di popolume a suddito di illuminatissimi, che immantinente si tinge di vessillo patrio a nome noto, sotto egida di tiranno a difendere belle, armate sponde, a sventolar bandiera di grande savio di giustezza conclamata. Il resto è dago, pazzo, diverso per colpa ed essenza di sua scelta, che non nacque né a colore giusto, né a terra di saggezza. Pazzo più pazzo è a sostegno d’idea che pazzia fu per causa di mondo di giusti che non s’avvidero che pazzi fecero a furor di tempesta, a fulmine di guerra, a sfrutto a schiavo creatura e natura. Egli attende anche per sé medesimo imbarco coatto – che presto arriva – di chi, pazzo tra i pazzi, ricerca altra sponda per vita, anziché schiantare a terra desolata senza far rumore a non disturbo saggissimo manovratore.

Fuor di metafora

“Cosa importa se c’è sempre una distanza fra l’ideale eterno e la sua realizzazione nel tempo? I profeti del nostro tempo sono coloro che hanno protestato contro lo schiacciamento dell’uomo sotto il peso delle leggi economiche e degli apparati tecnici, che hanno rifiutato queste fatalità.” (Giorgio La Pira, mica un bolscevico qualsiasi, così pure i baciapile avranno voglia di ripensamenti) E se non basta la musica a deviare i destini, certo ne rende più sopportabile l’incedere nefasto.

Il ghiacciaio che decide di arrendersi alla gravità, travolge vite, determina destini, è metafora poderosa dell’oggi. Le cose degli uomini hanno spesso questo carattere, la nave Concordia che affonda, dopo aver ceduto alla tentazione dell’”inchino”, parve cosa medesima. Il crollo, l’affondamento, sono ciò che sembra toccarci, quale inevitabile conseguenza del cedimento al ludico per forza, al dissennato intendimento che ci accompagna.

Pure, se ci si guarda intorno, il crollo non appare più metafora, lo scivolamento gravitazionale verso l’abisso è fatto concreto. Assedio di guerre (parrò terrapiattista, filozar ad affermo che non ce n’è solo una), carestie indefinite, suburbie che esplodono di violenza e rifiuti, ghiacci che si sciolgono, esodi che fanno apparire quelli biblici scampagnate di fine settimana, morbi che impazzano, taluni nuovi, moderni, con sigle atte a metaversi. Covid, Omicron, Delta, altri di tragica (comica) antichità, vaiolo, peste, ch’appaiono financo caricaturali nella loro natura di devastazione… Passerelle di potenti diventano urticanti, spostamenti dell’attenzione mostrano la fragilità vertiginosa d’un sistema al collasso, d’informazioni a cottimo, le mancettte estive si palesano come offesa alla dignità di donne e uomini. Non v’è diritto che parve inalienabile, financo bere un sorso d’acqua non fu mai così poco scontato. E al caro Aboubakar Soumahoro a cui penso se devo pensare ad un fratello, dico che rispetto a quelli che rappresenta e per i cui diritti, moderni schiavi, si batte, io sono un privilegiato, ma da lì vengo anch’io, non da altro, che il destino fu più felice per me che per altri. Mi sento di dirgli che ha ragione a sostenere che la lotta paga, ma che il colloquio conquistato con i migliorissimi, che non sarà che messe di promessa vuota – ma lui lo sa, ne sono certo -, serva a dire a mondo intero, con voce potente, che il Re è Nudo. Che mille mila voci potenti si levino per dire che il Re è Nudo, e visto così, fa pure un po’ schifo, lui e tutta la pletora dei suoi cortigiani.

Le solite cose

La miglior cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro. Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli. Bisogna dire come io vedo questa tavola, la via, le persone, il mio pacchetto di tabacco, poiché è questo che è cambiato. Occorre determinare esattamente l’estensione e la natura di questo cambiamento.” (Jean-Paul Sartre)

Ci sono due notizie, in questi giorni, cui guerraccia d’Ucraina pare fare quinta scenografica, a progressivo imbarbarimento quotidiano che, fregati da annichilimento collettivo, nemmanco si riconosce a carattere essenziale. Due notizie che con scenografia a dramma di sfascio tutto a bombarda hanno rapporti tali e stretti che pare complicato siano cosa altra. La prima riguarda ragazzo texano di anni diciotto, instabile, forse pazzo, che però si procura arma da battaglione di guerra e fa strage a scuola elementare: diciannove bimbi, due insegnanti, più lui stesso, fanno volo di Grande Tacchino. In un anno, giovane amico fa ricerca, di cosa analoga a quel paese ce n’è ventisette. Pare fatto lontano, ma lo è davvero? Altra notizia, che però per stessa struttura di raccapriccio non s’addice ad altrettanto spazio a prima pagina di giornalettume, è di barcaccia da sganghero che si capovolge a Mar d’Africa: 100 anime cascano in acqua, 80 disperse.

Ad esperienza di miei natali a quello stesso mare, garantisco a fuor di dubbio, che dispersi è di significato che s’è raccattato cibo per pesce. Ma come notizie sono a collegamento con quinta che pare terza guerra? E dammi tempo che ti percio, disse la goccia alla pietra. Che comincio subito da prima, che mi faccio persuaso che è grande democrazia che consente somma libertà di girare ad arma a tutto tondo pure a disadattato. Che è modello di democrazia d’asporto come pizza a taglio, cui c’è corsa a partecipo anch’io. Che giornalettume dice, però, che quella è colpa di lobby di armi. Ma a me pare che anche supero percentuale di PIL che volle, fortissimamente volle, governo di migliorissimi per acquisto di bomba, per decisione d’accordo con grande democrazia di mitra a sposto dove mi pare, ha odore di interesse a fabbrica di guerrafondaio per costruzione di bomba. Che è pure dettaglio che sfugge a giornalettume elevatissimo d’analisi e distrazione per quisquilia e pinzillacchera. Ma questo è parere mio che sono nessuno. Detto questo, tra grande democrazia d’arma ad un tanto al chilo, governo di migliorissimi che segue ad esempio pedissequo qual fedele alleato che non tradisce, superpotenza di zar che è a bombarda fitta a quotidiano risentimento di disgraziato, e che pure grande paese di prezzo basso ed hard discount non pare miracolo di partecipazione popolare, mi viene da dire che la metà basta. E, continuo, che se esporto democrazia buona e giusta, faccio profugo, se faccio gioco di mosca cieca se alleato o socio d’affari non proprio avveduto d’umanità, fa guerra a disgraziato in fondo a lista di disgraziati, poi faccio straprofugo. Che bastava, dico, faccio a rovescio cambio di PIL a favore di lobbettina a mirino puntato, che rifaccio scuola pubblica per bene, ospedale a giusto, pure mando barchetta con chiglia di stagno e salvo vita a mare aperto. Che se ne salvo qualche migliaio, a paese di sessantamilioni, non faccio etto di danno, pure, forse, faccio favore che è crisi che non nasce nessuno. Ma a scanso d’equivoco, su legge che accoglie profugo dico che è cosa buona e giusta d’accoglimento per guerra, ma solo per taluna guerra, pure ci scrivo accanto, a carattere cubitale, cifra precisa, che così s’apre circuito virtuoso e solidale d’accoglienza. Financo sacrestia spalanca porta, che ora s’avvede che c’è profugo a commozione, che morto d’annego, a scanso ancora d’equivoco, forse porta pure, per scompenso di promiscuo di selvaggiume, vaiolo di scimmia, com’è da sussurro di grande, glorioso e giusto virologo.

Radio Pirata 33 (ode al telecomando)

Radio Pirata approda a Trentatré che son come anni di tale in croce in illo tempore. Che pure casca a pennello che pare che di morto ammazzato, a giorno di oggi, non c’è a scordarsi. Che c’è coro unanime a scrivo io epitaffio più bello, che bomba fu tragedia autentica di stato, che tutto mondo di migliori si stringe a contrizione a ricordo commosso di eroi di patria che soccombero a mano armata di telecomando di mammasantissima. Lì s’ebbe prova di scienza di certa pericolosità di telecomando che, ad anni uno da grande scoppio, signore di telecomando a resuscito per sostegno di migliori, venne a farsi primo fra primi. Inizio a primo posto anch’io a nota elevatissima, d’asciutto però, che d’unto ho solo bruschetta di pomodoro.

Nemmeno a memoria c’è che mi scordo di tali morti ammazzati a bomba, che pareva di guerra a Sudamerica, che colpevole non è chiaro, che tutti sono innocenti, pure se voltano faccia altrove per trent’anni. Poi, d’improvviso, tutti si ricorda che esiste grande mammasantissima. Che però scompare a fra un quarto d’ora dopo mezzanotte, se tutto va bene. Poi c’è pensiero sempre fulgido e luminoso di migliori fra migliori che dice, di cosa stavamo parlando? E di discorso si fa a cambio che c’è altra bomba che mi cattura ad attenzione, che quella è bomba giusta e ne compro a quintalate. Faccio scoppio di musica.

E in caso bomba smette, c’è bomba nuova pronta, che nostro fedele padrone, che dice a modestia sua ch’è alleato, ribadisce che c’è odore di santità per giustezza a compro bomba, per popolo c’è sempre compro oro, oppure strozzo va anche in voga, che da domani mammasantissima circola tranquillo che finì giorno di comanda.

E se taluno, a malvagità di definizione, smette di lancio bomba che blocca sacra legge di mercato, indice s’innalza che si continui pure da altra parte e si dice a superpotentissimo di prezzo basso, guai a te se ti muovi, che noi siamo qui, che mercato di bombarda e missilissimo è pronto all’uopo d’intervento. Musica sia per carica di cavalleria.

Che grande distesa di muscolo, se è caso, la faccio su spiaggia pulita d’isola bella, che chiamo pure studente a partecipo, che s’istruisce ad amor patrio di bombarda d’accordo internazionale. Poi chiamo a sotto armi e come conduttore di Radio Pirata, a tempo debito, faccio siringone di plurivaccino che ora c’è pure orrendo nuovo morbo. Che fu fortuna che è ad arrivo nuova e feroce pandemia , che si ritrova posto di lavoro a salotto con telecomando – per corso e ricorso di storia, sempre a tasto giusto premo – a provetto epidemiologo che era a rischio di reddito di cittadinanza per mancanza di tallero a comparsata. Compare musica qui.

Ma questa è pandemia di scimmia, pare manna a cielo, ch’ebbe a dimostro di ragione il grande governo di migliori a dire che profugo è solo tale, tal altro è a contatto di scimmia, tutto mondo infetta, tutto mondo che però riconosce grande intuizione di grandi fra grandi. Che quello, finto profugo, è a malvagio d’animo, manco si mette svastichetta per camuffo ad eroe di patria invasa, ma fa mercimonio e promiscuità con creatura d’altra specie e ne cattura infimo male. Che fu fortuna che noi s’ebbe, come colpo in canna, armamentario di vaccino a sfare, che ora è corsa a polivalente che immunizza pure da uso distorto di telecomando che non è a lancio da scogliera elevata, ma d’obbligo di rapido passo di qua e di là, dove s’accoglie il tutto uguale. E di musica chiudo. Ma pure mi verrebbe di chiudere, punto.

Radio Pirata 32 (that’s all folks)

Riparte Radio Pirata, che arriva a Trentadue senza batter ciglio, per disvelo d’orizzonte sconosciuto e dà notiziona ad ogni puntata. Che notizia s’è data, non è bene di sapere dove s’è data, ma ci fu a gioco di mosca cieca che si prende tramvata per non vedere palo di luce senza infingimento, collocato ad uopo e a far da barriera ad occhio spento. Radio fa suo lavoro ad ossequio giudizioso e va di musica che è giornata di musica e cabareth che tutto mondo ride.

Radio s’avvede che è a triste giorno di ricorrenza, pure a giorno che s’avvicina ricorrenza di sacro rito liturgico di elezioni in taluni posti prescelti quali salvifici, e di mafia si torna a parlare, che pare fiume di sottoterra, come carsico che riemerge che ora c’è, ora non c’è, ma se c’è non si vede. Pure quella gioca a mosca cieca che però benda mette ad occhio di mondo che soldo non puzza, profuma d’ogni fiore, pure camomilla a sonno di ragione.

Ma governissimo di migliori, come mai furon visti a storia di repubblica, ha strategia di debello per vil criminale, che non è quella di tali retrogradi che dicono di seguire puzzo di soldo – pure quello a morto ammazzato in strage, diceva – ma sottilissimo gioco di psicologia, che se ignoro l’arcaico mammasantissima, quello, per trascuro di cenno a giornalettume e anatema di politico terrapiattista, soffre d’abbandono, così si fa a sprofondo di depressione che si debella da solo. Vado con riempipista ad all toghether now.

Che guerra impazza a moda, che se c’è, c’è pure più fila a partecipo, in caso s’allarga mi metto a prima fila che pure voglio bomba che, se è sgancio di bomba, rispondo a rima bombata, verso di mirino a pentasillabo. Che alunno di prima media a chiaro plagio di scuola, – che fortuna che governo di migliori aggiusta ora a furor di decretazione d’urgenza, così non sforna terrapiattista a calo demografico, neppure orrendo insegnante bolscevico – s’abbacinò che grandi e muscolosi d’avverso hanno confine a chilometri di mare che pare piscina nemmanco olimpionica, che pure con cane da slitta s’arriva di parte in parte a tempo di gelo. Che taluno dice che ad incontro cordiale e gioco a pugnalo come viene viene, ma pure a bombarda, si potevano fanno guerra loro da quella parte che è ad abito zero e, persona poco dabbene – non certo Radio che è cordiale e pacata e si dissocia – aggiunge, così non ci fracassate la minkjia alla povera gente. Che è dimentico, tale vil disfattista, che democrazia impone sacrificio di popolo a quando serve, pure sotto a bomba di potentissimo. Spingo pulsante d’obice a musica ad alzo uomo.

Che tale potentissimo dice che vuole soldo come dice lui, forse doblone, che non ho memoria. Che tutti dicono ad indigno, ma come ti permetti, che poi affare è affare e dico va bene, pure stampo moneta di Topolino e faccio bagno a deposito di zio Paperone se è cosa gradita. Che soldo buono che risparmio lo uso per bombarda di quella buona, che spara a morto ammazzato quale effetto collaterale, che mica gente per bene può dare soldo che avanza a periodo di crisi a scuola, che tanto c’è calo demografico e che bimbo muore ad annego di Mar d’Africa, o ad infermiere e dottore o medicina, che virus non c’è che ci fu abolizione di norma di governo, così s’impara il vil cinese che ce lo mandò. Chiudo di musica che tutto è gran divertimento a ballo, e faccio trenino.

Cola Pesce è (ancora) morto

M’ero, a più volte e più altre, prefisso che non avrei letto certo rivistume cui m’abbono a sprezzo di reflusso gastroesoofageo, ma ci casco a masochismo. Che ad una è notizia che 2021 è a morto d’annego di migrante a mare d’Europa otto al giorno, e 2022 pare di più. Che è cosa che dice Onu, non Pinco Pallo. Che mi viene che pure quella è guerra, che a costo di bomba una se ne salva la metà. Eppure a bomba c’è corsa che non m’avvedo che a morto ci scappa pure senza scoppio. Ma non mi va di scrivere, che riciclo che tanto non cambia. Al più dò musica di nuovo a fondo, non di mare, di lettura.

“Ora, capisco bene che di battaglie navali se ne sono raccontate. Di qualcuna ho memoria. Ma chissà perché non m’è mai capitato d’associare il terreno di battaglia con la disfida a cannonate, o lance in resta, per parlare di cose più antiche. Dev’essere perché sono nato coi piedi a mollo, e non capitava mai un giorno, pure se il fortunale batteva gelido e s’arruffava il pelo a schiuma di sale, che non me ne stessi, anche solo per un minuto, su uno scoglio, un moletto, una rena, a cercare di vedere se l’orizzonte s’era riposizionato. Se tempo m’avanzava, una lenza la lasciavo partire, anche solo per beccare una perca o un pesce cavaliere, spinoso ed avaro di ciccia. Dev’essere che starmene lì, praticamente ad un passo da quella specie d’utero materno sovradimensionato, pure fino alle ginocchia, o talora proprio immerso dentro, mi trasmetteva serenità. Il tutto d’intorno anche faceva altrettanto.

Da bambino prudente, non m’avanzava paura se più su, i seni che parevano carene appena calafatate e tenuti su dalle ringhiere rugginose di levante, nei momenti di pausa da antiche professioni, le signorine più famose del quartiere vigilavano sulla ciurma rumorosa ad affollare la battigia. Me le ricordo una ad una, prima che tutto d’intorno non diventasse un supermercato e il loro pubblico esercizio non desse scandalo. Ce n’era una, ricca di clientela affezionata e routinaria, che si chiamava come la santa cui era dedicata la strada dove teneva bottega. Tanto che mi convinsi, appena seppi leggere l’epigrafe toponomastica, che quella fosse proprio lei, la santa, intendo. Che quando glielo dissi al parroco, quello mi dimostrò una discreta mancanza di capacità astrattive, come si direbbe nelle classi della scuola dell’obbligo di certi alunni un tantino ingessati, mentre mi regalava un tatuaggio delle sue impronte digitali. A me, poi, la carretta di Santino, o la pilotina di Pilu Rais, pure se facevano più scruscio della Lambretta scarburata e smarmittata di mio zio, e facevano scappare le sardine lontano da ami vanagloriosi, l’idea di cannoniere non me l’hanno mai data. Si, è vero pure che a un certo punto, che parevano posate sull’orizzonte, si cominciavano a vedere certe città galleggianti che facevano impressione pure a quella distanza. Anche i racconti del grande sbarco me li prefiguravo, quando i vecchi (allora nemmeno tanto tali) raccontavano che tra cacciatorpediniere e incrociatori, per quant’erano, non si vedeva l’acqua di sotto. E però, niente, che quella cosa azzurra che non finiva mai mi dava sempre quel senso di pace. Pure quando virava al nero, e d’azzurro non c’era traccia, né sopra né manco sotto, che il cielo era così scuro, mentre s’abbassava sull’orizzonte, che faceva finta d’essere un imbuto che s’inghiotte le città intere, con tutti quelli che ci stanno, barche e palazzi compresi. Io lo sapevo che era sfogo che poi passa, che a tutti ci capita d’avere i cinque minuti, e il mare, se uno gli porta rispetto, non ti fa male. Eppure, mentre non faccio più il Cola Pesce – invero, non m’è appartenuto mai tanto di tenere su pesi per troppo tempo -, mi pare così strano che invece c’è gente che si lamenta che quelli t’annegano a frotte, senza manco farsi troppo pudore d’essere donne e bambini, che c’è chi schiera le portaerei perché là non si pesca, che mitragliano il pescherecciuccio, mentre ci sono certe palamitare di chilometri che strascicano ogni scoglio sommerso e manco lasciano un filo di posidonia. Ma si sa che il mondo non è fatto per quelli fatti strani come me, che Cola Pesce è morto, pure malamente.”

Il mulino a vento

Insomma, ora è cosa che mi sarebbe anche avvenuta a noia che altro me torna sfatto come brasato stracotto da duro giorno di lavoro, che sempre s’affratella a resto di genere umano e s’occupa a quel consesso di dialettica accesa. Pure esprime suo pensiero che a quello c’è smonto collettivo, che pare Don Chichotte che persevera a carica lancia in resta per aggancio a braccio di mulino e catapultazione conseguente, con tanto di ciuco a sommo di spalla. Ch’io vado di musica che situazione m’appare scabrosa.

Ora, ch’egli è a scontro di resto di mondo è cosa ch’appartiene ad indole di carattere suo, che io non m’azzardo a dire che non si fa. Pure mi risponde male e m’addita a roba pessima di qualunquismo. Io abbozzo, ma capita che a giorni uno si, ed uno pure, si sganghera a punto tale che fa fuori scorte di quello rosso buono di contadino. Ed io a botte esausta mi metto a tristezza. Ma tant’è, che devo fare, povera creatura? L’accudisco, che a lasciarlo ad angolo di pietà mi pare cosa disdicevole, che sempre altro me è, mica uno che pesco a gioco di lotto a svolto di strada.

Insomma, ieri sera mi fa di rientro a casa passaggio a Forca Caudina per capo chino a penitenza, causa scontro con colleganza illuminata e conoscenza di saggio principio. Ch’egli – così disse – espresse parere non a richiesta di tale, ch’io più volte di tante volte gli dissi che meglio è di no. Che c’era giubilo per accolgo profugo di guerra. Egli – altro me, intendo – disse che era cosa buona e giusta che governo di migliori s’accorge di profugo se è a scappo di guerra, ma che guerra è tanta, e gli pareva che pure se donna afghana – che era a strappo di capelli collettivo pure a meno di anno fa per condizione miseranda – è profuga a scappo, dunque pure merita accoglienza. Che se famigliola per bene di Yemen o di Siria o di quello che poi non mi ricordo, s’appresenta a confine nostro, pure quello è profugo a scappo guerra, che è essere umano a carne e sangue uguale a tal altro essere umano. Pure, aggiunge – a farsi male – che dire quello no, quello si, per base etnica (che non disse di razza, che non volle essere a peso eccessivo), gli pareva un tanticchia a discriminazione razz… (ma non la disse tutta).

Che ci fu coro a sdegno per sua parola, pure non detta, assai a fuori luogo, e tale unisono si fece fine secca a “questa è retorica”. Come dire, se dico profugo ci ha targa precisa, data e luogo d’immatricolazione, mica può essere profugo il primo c’arriva, che se lo pensi, pure lo dici, è retorica, e pare assai pelosa. Ch’egli stette male assai per la faccenda del muro a muro, che gli parve che talune interlocutrici le aveva fatte più a cavillare a diritto in altra occasione, ora stavano sul crucifige andante, a desiderio di scorre sangue.

E di come solito si bevve tutto con riserva fatta esausta. Che mi venne di dire, che forse era meglio se faceva riserva ad esausta prima, a gratis, magari a corredo di pane e pomodoro, che così, di rinsavimento alcolico s’era fatto per puro godimento, che dopo quello resta di poco voglia di far baccano a conflitto, semmai d’allegrezza ti sovviene ch’è meglio ad evito mulino a vento, che è ottuso a giro sempre uguale a come soffia il vento, con direzione per cardine esatto a monto preciso, e non lo cambi.

Radio Pirata 27 (per qualsivoglia crisi)

Radio Pirata addiviene a Ventisette che è giorno pure di pago stipendio, e taluno e tal altro si volsero a cupo per giusto rammarico che in assunto per piatto lavato c’era pretesa di detto. Popolettume volgare che non s’avvede di privilegio di sgobbo a gratis per imparo da stella di firmamento. Io di rammarico faccio nota, che non mi fermo ad antica pretesa che lavoro è a pago e dedico puntata a progresso di musica Prog, che guardo avanti.

Che progresso può essere mai a bandiera d’arcobaleno, che pare patchwork di stracciaiolo di riciclo a fronte di grandezza di bomba a doppio petto? Ha ragione torma di giornalettume che dice pacifismo è vecchio a sedia a rotelle, meglio sana pratica di conflitto, che quella è scelta moderna e consapevole, che se sei per pace vera meglio sganci bomba, se non la sganci almeno comprala, che se non la sganci e non la vuoi allora sei a senza rimedio per zar che sgancia bomba. Che io sgancio ancora Prog.

Che da più parti è a spaventoso pericolo che guerra finisce d’improvviso, che giusto giusto sarebbe catastrofe dopo abolizione a legge di pandemia. Mondo rischia di trovarsi a spiazzo di senza morto a camionata. C’è da avere sacra paura senza più briciolo di paura. Occorre gesto autentico che solo governo di migliori si consente a crisi, che proclama essa d’ufficio per gioco d’anticipo, poi si vede a qual titolo di giornale. Importante che crisi è oro per patria, e oro è tale solo se viene da gengia a sconto, buono per compro oro, che oro di gioiello prezioso di madama la marchesa non è a tocco di solidarietà, che quello è PIL che cresce. Vado di Prog, che mi pare cosa buona e giusta.

Pure c’è tale a malvagio vocato, che si fa ancora a barconate d’annego in mare d’Argonauta e Fenicio, taluno pure si permette arrivo a porto salvo.

Che malacreanza che non sa che a far profugo ora c’è altro. Forse a più in là, a tempo giusto, è comodo d’arrivo di tale profugo di colore diverso, che qualora a pace, ahimè, s’addivenisse, allora varrà pena far tenzone tra profugo e profugo, che ultimo contro ultimo è brand di successo a guardiania di cassaforte. Prog sia, ora.

Ch’io sono stanco, e trasmissione devo chiudere per sopraggiunto certo disagio cui non ho nome da dare, che non me lo ricordo. Che fortuna fu che ricordo ebbe mio giovane a contratto di collaborazione occasionale e saltuaria, che pretende pago esoso, ma io, al massimo, dono privilegio di Radio Pirata e faccio onore di parola: “Questo momento è stato straordinario. Ero lì, immobile e gelato, immerso in un’estasi orribile. Ma nel seno stesso di quest’estasi era nato qualcosa di nuovo: comprendevo la Nausea, ora, la possedevo. A dire il vero, non mi formulavo la mia scoperta. Ma credo che ora mi sarebbe facile metterla in parole. L’essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità.” (Jean Paul Sartre) Chiudo in Prog per buon Ventisette che domani non v’è più per bolletta.

Buone Liberazioni

Ammetto che a liturgia non m’appassiono. Alla lunga m’annoio. Pare pure serva a ricordare una cosa in tal giorno che negli altri c’è il mi dimentico volentieri. Vale per 8 Marzo, 25 Aprile, 1° Maggio, giornate di memorie (appellativo d’azzecco preciso, di menti raffinatissime, per dire che memoria vale un giorno, quale merce in scadenza). Ammetto, però, che col 25 Aprile ci casco, e da che sto a crinale di Linea Gotica, solenne me ne vo’ a rendere omaggio alla lapide del giovane partigiano, con tanto di chitarra e compagnia a sganghero, compreso di fiasco di virata a rosso per Fischia il vento e Bella Ciao.

D’ultimi due anni pandemici me ne privai, ma con senso d’angustia a sommo del petto. Tuttavia, poiché ce ne stiamo a blocchi di partenza per giubilanti ripartenze a rilancio d’economia a bomba, mi s’affaccia dolorosamente sotto il temporale (nel senso d’osso), e forse per cortocircuito a sinapsi, che magari di Resistenza c’è bisogno, a tempo di guerra a quella afferisco.

Capisco, pure a netto di complicanze, che non è chiaro a chi resisto, pure se si combatte guerra guerreggiata. Con niente colpo di cannone a d’intorno, e linee gotiche che s’ammorbano come certe piazze esplosive per scampagno, a me viene voglia di Resistenza altra, che dopo quella, di norma, fa Liberazione. E poi a me angoscia ancora, che son fatto male, che è morto d’ammazzo a bomba da ogni parte – pur se quella che vale pare una – in tal altra c’è annego collettivo di donne, bimbi, uomini in mare dove sguazzo da che son nato, ed in luogo di lacrima sento digrigni di denti di squalo, con tanto di distacco per contorno, come d’insalata insipida sotto la bistecca succulenta. Di sbattere gengie io non ci ho voglia, mi preservo apparati masticatori. Però, presi comunque decisione finale che mi faccio personalissima Resistenza, pure, magari, mi ci ritrovo con qualche cenno di gaudio. Mi cerco libreria scalcagnata per comprami un libro, me ne vado a fare la spesa da contadino curvo a giunco, m’avvinazzo a bettola diruta. Certo, sono consapevole che i petitgourmetici ed i masterscieffi se ne faranno una ragione, forse manco se ne avvedono e il sonno non glielo tolgo, che gli amazonici non si struggeranno per immane danno, che gli ititaliani da biotech non batteranno ciglio. Ma chissà che domani, più probabile dopodomani, non s’apprestino alle porte torme d’altrettanti resistenti. Che io, a fuor di contesto per mancata proprietà di condizionatore, non sono a suggerirmi altro che ciò, ma se taluno ha proposta d’agire altrettanto resistente, io sono diligente e prendo appunti.