Radio Pirata 48 (Nostalgico italiano)

Radio Pirata torna a puntatona che si fece a numero Quarantotto a senza batter ciglio. Che vostra radio preferita si fa anche oggi, per ritorno a sorpresa dopo lunga latitanza, botte piena di grande musica a nostalgia conclamata di chitarra Eco standard acustica, con corda scordata – ma si spera di no – per accompagno esatto di notiziona che altra emittente non si fece a coraggio di dire fino in fondo.

Che fa notiziona che grande figura, a presentarsi quale rivoluzione di paradigma costituito e convenzionale, pare svela lato oscuro che non parve innocente come disse, che questo non è a stabilirlo nostra bella radiolina piratissima. A Radio, che fu di nessuno con tanto di n amputata di maiuscolo e minimizzata, ognuno che fa a catalizzare attenzione “a quanto son bello io”, per divenire di altezza vertiginosa, sempre è risaputo che poi casca, che gravità non fa sconti a nessuno. Unico che non casca è grande movimento di massa che quello nasce senza faccia ma con espressione di collettivo, che singolo non sparisce proprio, ma non si fa punta di niente, a sorreggere si depone ogni altro che ti sta accanto e nulla chiese in cambio se non essere parte di tutto.

Che dopo grande esibizione muscolare a fronte di opposizione di cambio di clima, grandissimi ricchi di merito, a simposio d’internazionale levatura, fanno meraviglioso miracolo di trovo accordo che va bene a tutti: se c’è danno casomai si fa risarcimento, che non si dica, poi, che non si lascia obolo giusto a causa di miserabile fine d’ultimo a secco preciso che non cadde goccia d’acqua. Pure gola di quello, ultimo intendo, si seccò che bella ragazzetta svedese disse forse non vado, ma altri a disidratazione d’ugola e colore sbagliato non ebbero scranno di successione, che è giusto per buon rispetto di brava gente non far vedere a TG d’ora di cena scena d’inquietudine di miserabile conclamato.

Ciao Claudio che ci manchi assai!

Che c’è grande fortuna che a mantenere sonno tranquillo a grande e potente vertice di piramide c’è ancora scoppio di bombarda con morto ammazzato a un tanto al chilo. Ma questa cosa, che pure dovrebbe fare a gioia collettiva, a taluno toglie sonno ogni notte. Capitò, infatti, che, quasi a dispetto fatto, chi ebbe destino di parata finale verso limbo di dimenticatoio per presunta inutilità conclamata, non poté partecipare. Eppure egli aveva espresso esplicito desiderio per colpetto di bombarda, ma non gli toccò manco un tiro di sghembo, una miccetta accesa, un premo grilletto a fucilino. Glielo fecero a sgarbo che missile di sconfino non fu quello giusto, che già aveva preso bell’e buona mira a colpisco pure io con sommo gaudio, a ricompensa d’impegno a comprar arma su arma che tolgo a cosa di futilità di società antica come scuola ed ospedale.

E finisco con sommo sollazzo, che finalmente grande flottiglia di nave sovversiva fu a blocco e senza possibilità di trovo porto salvo manco con richiesta a carta da bollo. Che ella, navaccia blasfema e bolscevica, si voleva fare a sostituzione di dio per decisione a contrasto di destino ineluttabile che a fuga via mare s’annega. Chi ce la fa, fedifrago, meglio è se di nascosto che non se ne vede per disgusto espressione di sfatto, e se arriva, meglio arriva ad invisibilità che così lavora a sotterro di serra e ci fa fare sconto su derrata a luminescente centro di commercio. Almeno si rende utile che la brava gente s’appresta a lustrino per festa che siamo tutti più buoni.

Bum, bum, baby

Che a furia di sparacchio a destra e manca capita che taluna bomba casca a posto sbagliato. Si dice che è stato incidente, che se lancio bomba e casca male io che ci posso fare, che casca addosso a due che se ne stavano a praticelli loro senza elmetto giusto, a seppellimento rapido. Ma si fa presto a dimentico proprio di quei due ed altro a mille di migliaia che per far vittima di guerra non apposero liberatoria che sia tale a grande urlo di bombarda.

E io questo lo capisco, ma a fregarsi mani che ora tocca a noi, a notiziona data a tempo social rapidissimo prima che è chiaro come, quando, cosa e perché, a grande baccano di armiamoci e partite, a difesa giusta di frontiera di glorioso impero, mi parve cosa screanzata a favor di logica. Ma logica mi parve anch’essa a sepoltura rapida già da tempo assai. MI pare, invece, che vedo taluni a costume di Napoleone a mano sottobavero a dir “son io”, ci hai na sigaretta, dammi cento lire. Forza che avanti c’è posto, che è ora di farla finita, e siamo tutti d’accordissimo che si fece grande convegno di grandi tra grandi, talmente grandi che mi sa ci hanno cosa genetica che non va, pure a dire, come tale a cappello di forma gondolabile, – ma resto mi parve nudo – che è stato grande successo, che ognuno farà sua parte. No, per favore, non fate nessuna parte vostra, che non è che ne avete già fatta abbastanza di quella parte? Non è ora che fate a disinteresse d’ogni faccenda che forse è meglio? A godervi vacanzina a tropico, ad ombra di palmizio ed acqua limpida d’atollo, pure si fa colletta a che paghiamo noi, che tanto a spellati siamo già, come resto di pianeta, e se ad atollo ci restate si fa anche festa con prosecchino buono.

Poi c’è anche che cresce livello di mare per vostro impegno pregresso a che non c’è rimedio, e vi mandiamo nave d’ong a limitarvi d’annegamento quando atollo sparisce, poi apriamo porto salvo d’accoglimento a povera banda di rifugiati a ricerca di punto G, pure di tutti e venti quelli conosciuti, uno più uno meno. A margine di delirio, che tanto posso accomunarmi a fatto che attiene a tanti, mi si appalesa desiderio che rivolgo a grandi, gloriosi e giusti esponenti a spicco tantissimo di partitissimo di sinistra: lo so che vi fa orticaria a chiamarvi compagni, e allora suggerisco che fate statuto nuovo che lo rendete proibito ora e per sempre, ch’io mi iscrivo che vi raddoppio tesseramento ad anno in corso, voto a favore prima di fuga ad atterrimento con soddisfazione per dimissione successiva a razzo.

Gioco di bimbi

La gente spesso parla di crudeltà “bestiale” dell’uomo, ma questo è terribilmente ingiusto e offensivo per le bestie: un animale non potrebbe mai essere crudele quanto un uomo, crudele in maniera così artistica e creativa.” (Fëdor Michajlovič Dostoevskij)

Che pare, ormai, gioco di bimbi ad uscita di scuola, che gioca a chi fa sputo a più distanza e ad altra celia che a dignità non dico. C’è chi dice che bomba mia è assai più grossa di bomba tua e la tiro a quando mi pare che se la tiri tu io ne tiro una ancora più grossa, che è così grossa che di tua non resta traccia nemmeno a ricordo lontano. E manco mi ricordo cosa volevo dire per costernazione di bombarda a diffusione che se uno dice no a tale schifezza passa per scemo di villaggio globale e meglio che faccio musica che questa è storia vecchia assai, e io, d’improvviso mi feci vecchio che parve che mi misi d’accordo con vecchietto ad abito bianco pure se mai mi misi a coda di sacrestia.

Faccio presente, quale nota a margine, che mi pare che nessuno disse davvero no in grande tempio di democrazia a compro bomba a più soldo che scuola e ospedale, e seppure lo disse mi fece a scompiscio da ridere che poi fece alleanza con chi disse compro altro che bomba, e di scuola faccio scuoletta, ospedale riduco al più a guardia medica che lo disse migliorissimo ed io obbedisco. E a chi venne a riso che ascoltò in illo tempore successivo scritto di cinema, dico che forse era meglio ridere poco già allora, che pure io però lo feci.

Ragazzi, ho l’impressione che ci siamo. Questo è un corpo a corpo nucleare coi russi. Sentite, ragazzi… io coi discorsi mi ci rigiro poco. Ma ho idea che giù da noi stiano combinando qualcosa di molto ma molto grosso. Poi ho anche una certa idea di quello che vi sentite dentro per quello che io vi dico in questo momento. Beh, in fin dei conti non sareste nemmeno esseri umani se il pensiero di una battaglia a colpi di bombe H non vi facesse un po’ di impressione. Ma una cosa dovete ricordarvi: la gente, giù a casa, conta su di noi, e per la miseria, noi non la deluderemo. Poi un’altra cosa… se anche questa faccenda è molto meno importante di quello che ho paura che sia, state certi che siete tutti destinati ad avere almeno una promozione o almeno qualche medaglia, quando sarà finita. E questo vale per tutti quanti, indistintamente, di qualunque razza, colore e religione sia. Beh, adesso basta chiacchiere e rimbocchiamoci le maniche.” (Maggiore T.J. “King” Kong, da Dottor Stranamore di Stanley Kubrick, 1964)

Confiteor

A caro tutto rilancio vecchia mia proposta, che è cosa che mi sovviene quando capisco che c’è forse via di scampo, pure a percorrenza collettiva. Moto rivoluzionar-indignato dal che non si torna indietro.

“Di una cosa voglio parlare, a moto d’indignazione e mea culpa, per rimuovere da coscienza azione mia assai disdicevole. Mosso ancora d’insufficiente pentimento, mi decido di vuotare il sacco, a scopo d’espiazione, circa l’esistenza d’organizzazione tremenda, manipolo di sciagura, che s’atteggia, nel silenzio e nell’oscuro – dove invero merita posizione esclusiva – a congrega di distruzione di civiltà. Che tanto m’è a dolore di viscere per la prova provata che n’ebbi, che a bottiglia quale ultimo appiglio di disperazione mi rivolsi, pure trovai parziale conforto a musica. Ve ne offro di buona ed altrettanto espiatoria.

Ora, io m’avvedo che i destini d’umanità sono legati all’azione di pochi saggi e, mentre il mondo intero saluta pandemia per abrogazione ex legis, questi s’attrezzano a bomba per risorgimento autentico. Tali e altri indurrebbero a partecipazione anch’essi, poiché piatto ricco mi ci ficco, giammai per sé stessi, o, come sostenuto da biechi oscurantisti, per pura bramosia di sangue e potere, piuttosto per destino fulgido di civiltà. Che sfoltita a genere umano era opportuno che vi fosse, per conservazione di specie, puntellamento d’economie traballate da virus. Eppure, che ciò è evidente a stolto, che ne ho prove che convincerebbero un cieco, v’è contezza in me d’altrettanto pochi che in ombra tramano a sventare la faticosa elevazione a grande civiltà d’intero pianeta.

Partiamo dal principio, che meglio vi spiego se dettaglio. Ebbi le prime avvisaglie dell’orrendo complotto l’estate scorsa, che me ne andavo a banchina di molo, speranzoso in totano di Pilu Rais, con portafoglio rifornito a bancomat. Già m’ero persuaso di colpe, di peccati, sia pure lievi, che optavo per ciò in luogo di tramezzino a surgelato al sapore di granchio delle Molucche con odore di funghetto trifolato in petrolio raffinatissimo. Ma ciò che vidi m’orripilò. Il tale, vestito a camuffo a pantaloncino, con fare furtivo e circospezione, s’era appropinquato al vecchio pescatore con cesto di pomodoro e, consegnatolo, ne ricevette in cambio cartoccio di pinne e lische. Sospettai ciò che poi, ingenuamente, mi fu confessato: ci fu baratto. Seppi, di lì a poco, che v’era usanza diffusa di trasferirsi, proprio lì, in terra mia di civiltà aulica, in campagna, per autosufficienza alimentare, che non v’era interesse in dette persone di partecipar a dolore di crisi, con contributo a cassa di centro commerciale.

Di più, tale abiezione s’era fatta moda, e tali e tanti me ne indicarono, che non ressi a pianto. Ciò che invero mi turbò è che questi infingardi, nemici d’uomo e di progresso, mostravano – con chiaro intendimento di proselitista – sguardi felici e beati, sì da catturare a contagio i più fragili. L’orrore mi pervase che tornai a casa non senza aver pienato due carrelli di supermercato di minchiate, in atto di generosa compensazione. La cosa si ripetè. Un amico, possessore di orto proprio, mi disse di aver scambiato certe sue produzioni con olio e frutta secca, un altro, che fa di mestiere il musico, mi riferì di suono a festa di compleanno di tribù, a cambio di derrate varie, quali vino, cavolo e persino salamoie e formaggio. Mi si riferì di tale che esercitava professione di ripetizioni di latino a figlio di contadino aggratis e che talora veniva ricompensato con caci di forma varia. C’era dato a soffrire tutti per gesto di pochi. Ormai m’era chiaro. Eppure tutto mi sarei aspettato tranne di finire io stesso travolto dall’inganno. Dapprima il germe della rottura civile mi s’è insinuato lento, come un prurito sotto la pelle cui non diedi peso particolare, sino all’episodio fatale. Si, è vero che cucinai per feste di natale in maggior abbondanza prodotti di pesca di cugino, per distribuirne eccesso ad amici fraterni, pure, quelli, ricambiarono con d’altro di cui disponevano. Ma la situazione è precipitata proprio stamane. Mi trovavo, com’è giusto che sia, a far benzina, poi, che m’era finita libagione, m’ero per affacciarmi, qual cittadino modello, a centro commerciale. Ma, proprio su ciglio di strada, notai movimenti di tale conosciuto c’armeggiava in portabagagli d’auto con fare di chi occulta cadaveri. M’avvicinai e lì, stipato, c’era vino in damigiana per dar da bere a truppa. Rosso che macchiava pure il vetro di fuori. Ne chiesi lumi e mi fu risposto che trattavasi di vino di antico contadino, aspro e che sa di terra, – il vino, non il contadino – e che lui, piccolo agricoltore, l’aveva avuto in cambio di formaggio di capra sua, castagne e patate. Ormai corrotto dalla vista della trappola a gola, prestai il fianco, che mi si chiese in cambio d’una damigiana un paio di libri di quell’altro me che opinatamente tengo a mo’ di tappetino d’auto. M’allontanai soddisfatto, lì per lì inconsapevole del misfatto. In casa mi svegliai dall’incubo e m’arrovellai per l’accaduto, ché mi tocco dar fondo alla scorta avuta illecitamente. Ed ora, contrito nel mio dolore, spero nel perdono di comunità intera, che, senza passaggio a bancomat, come neanderthalensis che tinge fondo di caverna, commisi delitto di scambiar cultura con coltura.”

Radio Pirata 39 (a scanso di liquefazione)

Radio Pirata si piglia il Trentanove, con giusto cipiglio di conguaglio con temperatura ad esterno che in casa pare forno acceso. Pure m’adeguai a indicazione di migliorissimo tra migliorissimi che disse che è fatto di pace non accendere condizionatore ed a boccheggio agonizzo per amor di patria a canna del gas esausta. Poi m’avvidi che non lo accesi che non ne possedetti alcuno. Che vado di musica come si compete a rango istituzionale di radio.

Che cambio di clima pare si sia appalesato senza invito con acqua a razionamento, che pone quesito su come produrre gavettone libero per ragazzo ad esame scongiurato. Proposta di legge potrebbe essere ad uso prosecco, ma c’è opposizione ferma di patto atlantico che impone utilizzo di bevanda a gusto di ciodue e melassa appiccicaticcia per accordo internazionale, pure per fatto d’evidenza che vigna si innaffia male e produzione rischia tasso alcolico a straripo, che tanto fiume a straripo non ci arriva, meglio a sputacchio.

Fiume a sputacchio è grande di impiego a turismo che disvela imbarcazione di guerra a riemersione da secca che a riciclo diventa merce da parco gioco che addestra giovane creatura di campo estivo ad amore naturale per bomba. Inaridimenti musicali non sono previsti.

Che c’è grande apprensione che paese è vittima di querelle come mai prima, fatto ad arrovello genialità d’ogni livello, alimenta dibattito coltissimo per amore di verità che alfine non è dato di chiarezza prezzo esatto di Pizza Margherita. Che si potrebbe abbassare esso stesso ad utilizzo parco e misurato per impasto di Champagne, che è cosa che addiviene a costo più conveniente di apro rubinetto a foraggio di multinazionale. Mi liquefaccio di musica scorrevole e fluida.

Pure è avveduto governo di migliorissimi, che proclama, a dopo proclamazione d’eroe ignoto e multiplo insegnante, medico ed infermiere, per gratitudine a soccorso di paese a pandemia, che a compenso fa taglio orizzontale di scuola e sanità, che così recita progetto d’ampia veduta per paese a sconfinfero d’unità nazionale, sotto stendardo di vette invalicabili di genio politico a statismo immenso. Che a raccatto risparmio faccio tesoretto buono e caritatevole per investo in bombarda di pace, che alleato a battuta pronta chiede a gran voce. Forse per giusto sarebbe che taglio pure pensione, che mando vecchio beone anch’egli a lavoro per zappo orto arido con piccone a mano, che così risparmio di carburo per trattore e faccio embargo a zar. Vado d’eroica musica.

Mi chiudo ma non mi taccio che è a saluto d’autentico affetto a liquefazione su sedia d’esaminatore che domanda trabocchetto feci ad abolizione, ché neurone funziona più come trappola a me che a ragazzo che non sa cosa gli aspetta. Fosse saggio per destino di mondo a mano sua, prospetterebbe prossimo venturo distacco di spina a globo terracqueo, che accanimento terapeutico a tengo in vita moribondo mi parve cosa assai poco a pietas disvelata. Vi faccio flebo di musica.

Radio Pirata 36 (a recuperar tradizioni)

Radio Pirata va a Trentasei a senza batter ciglio, che a batter ciglio ci pensa sgancio di bomba, lancio di bebè, schianto di treno, che pare mondo che s’è fatto dose alta di roba passata in prescrizione per scadenza convenuta. Pure c’è ministro di statura elevatissima – morale – che dice che salario minimo è contro nostra storia, che dunque, mi pare, è a sottinteso, che si rivede tutto che non è a storia patria giusto d’eredità, che comincerei con sana Inquisizione, pena di morte, rogo di strega, ius primae noctis, che si fanno tradizione che si recupera, praticamente piano Marshall a ricostruisco identità nazionale. Pure, intanto, accantono oro alla patria, che quello è d’essenzialità per resilienza. Vado subito di musica a progetto di patrio prog.

Che ora che è crisi di grano, avanza idea sublime, pure quella di chiaro intendimento di vera identità nazionale, che si può fare granaio d’Italia in isola a triangolo, che lì viene bene. Che povero latifondista, d’ultimo periodo, fu trattato a pomodori in faccia per agricoltura a diffusione popolare, pure se a salto a ostacoli che non fa concorrenza troppo ad altre regioni d’altro triangolo.

Ma con nuovo granaio d’Italia a monocoltura d’imposizione definitiva per necessità di stabilità geopolitica, si rinnova beatitudine d’aristocratico ad aspetto di gattopardo. Manca manganello per bracciante che non è più a necessità – tradizione preziosa persa in nonnulla – che c’è clandestino che s’è tale e tale resta, non chiede diritto a far, per caporale e gabellotto di signor padrone, schiavo a cottimo per fascina di raccolta a mano. Pure conviene negriero nuovo e ben voluto, che a far andare trebbiatrice costa troppo per benza di zar, e poi granaio non produce grana giusta per nobile avveduto di sostegno elevatissimo e benedizione divina. Sempre di Prog m’espongo per sguardo attento a futuro di tradizione.

Che però c’è dramma autentico che attanaglia coscienza italica, che fatto atroce toglie sonno a povera nazione di antica stirpe di conti che non tornano, duchesse e papesse, marchesini e principesse, pure se draghesso s’appronta ad imperituro soggiorno di perenne eminenziume grigio perla, a conforto parziale di disordine nel cosmo, a barra dritta avanti tutta, per armiamoci e partite.

Che proprio di partite c’è crisi d’astinenza ad orizzonte, che a eliminazione dovuta a nessuna sensibilità, si cerca, a disperazione condivisa, staterello ad annego per assenza di tallero, che fallisce impresa d’iscrizione e scivola di contabilità non propria, per consentire ripesco di partecipo glorioso, che senza quello c’è autentico caos e generale frustrazione di diritto televisivo malcapitato, torma di che faccio stasera. Che Prog sia, con occhi di dietro.

Che faccio in puntata cosa seria come trasmissione d’importanza e professionalità d’altro mondo, che do pure segnale meteo, e avviso i naviganti che pare caldo di deserto che manco estate è arrivata e pure pare deserto bosco ubertoso, cascatella per doccia di rinfresco ha aspetto di pisciatina di bimbo, a meno di sei mesi d’ultimo scroscio, che albero di foresta ha miraggio che vede chiosco di gelati e chiede offerta a semaforo per acquisto di minerale multinazionale.

Non m’azzardo a smentita se a previsione prevedo, vero orgoglio d’identità nazionale, fumo su fumo che taluno disse che è quello di vulcano, tal altro, appena più accorto, precisò che paese brucia. Ma è meglio che acquisto bomba, così, a mal comune mezzo gaudio, brucio pure altro paese. È il progresso gente, il progresso che merita Prog.

Che sia per tutti weekend fresco d’idee che a me altre non me ne vengono se non d’epiteto portentoso di mio paese ora lontano da cui migrai per esigenza che non spiego. E mentre attendo ricongiungimento con mar matrio e patrio assieme, preciso, a quanti volessero sintesi di puntata, che essa si riassume in scarno mi sono scassato la minkja, pure per caldo d’asfissio, a tasso d’umidità di sauna, che però non casca a pioggia.

Pazzo a chi?

M’è arrivata idea sublime che siamo a gioco di tre carte, che s’esce quella giusta sei a fortuna spudorata uno su tre. Due su tre hai sfiga conclamata che banco tiene gruppo di illuminatissimi, senza elmetto a bombarda d’uso conto terzi. Ma banco si scordò di messa in mazzo carta di giubilo e lasciò solo quelle a tragedia, pure a doppia copia di una, che non si contraddice numero perfettissimo. Mi compiaccio d’essere nessuno che accampo proposta perché popolume non sia da meno per colpo di fantasia ad eccelsi che è a governo di mondo, e che migliore mi pare fa Re Pantalone a genio d’alto statismo. Mi faccio musica per me e per chi pescò carta che sola può venir fuori.

Dopo contrizione di mese e mese, è a finale che facciamo embargo a petrolio di zar, mentre ad incarico faccio a smino porto per mano di Califfo illuminato, per passaggio di merce ad accordo internazionale pure con zar. E mi pare ancora gioco di carte, questa volta di briscola pazza, che chi perde vince e chi vince s’accomoda.

Che pompa di benzina è sensibilissima, pure se acquisto è di serbatoio a vecchia tariffa, qual superiore intelletto, liquido che pare nettare di dei si fa a peso pari oro, che pagare pienonzo c’è a prestito in banca con cessione di quinto dello stipendio, pure non basta. Che sospetto mi viene che su carta da bollo a ceralacca di sovranazionale non sia scritto con esattezza oggetto d’embargo, che pare sia, a sigla di potentume migliorissimo, a destinatario di paese di zar, ma meglio c’era scritto se nome e cognome plurimo era Disgraziato De’ Disgraziati.

A pezze al culo si fa progresso a moto di quattro ruote che pure ti faccio bonus d’acquisto per auto nuova, con tanto d’ecobonus per quella a pedali, che forse non faceva etto di danno pletora di supegovernanti se faceva finta di nulla. Mi parve, così, che zar bombarda i suoi, e tal altri bombarda i propri, che a dir loro è per amor di pace che non abbassa prezzo di gas, pure, che a gas ad aumento, aumenta tassa a carico del destinatario, e si ricava plusvalore a stato di governissimo a saggezza superiore per spesa a mercato di bombarda, a supero PIL d’ogni altro. Che, dunque, io sarei pazzo financo a pulsione di terrapiattista, se dico che mi pare che bomba fa morto a prescindere. Così, se pazzo paio, pazzo m’appresento. Che domani, che è festa grande di Repubblica – che si dice ad effetto venne proclamata con tanto di timbro, ma si scordarono norma attuativa che pare feudo – vado in giro con ciabatta scorticata e pantalone alla rovescia, il maglione stretto in vita e il copertone a collana; che mi mangio la ricotta, a pari di film, su Crocifisso di chiesa a mezzo di messa, che lancio noccioline a testa di banda che suona inno; che pure mi sdraio a prendo sole a gradino di municipio e pianto ombrellone a centro di piazza grande con trapano a percussione; a sera esco in mutande, ma sopra ci ho pelliccia d’ermellino di sintesi petroleica, che compro, a furor d’embargo prossimo venturo, a negozio di sol levante; di notte giro con bicicletta senza ruote e a verso di brum brum fingo motore. E se qualcuno mi dà di pazzo, lo denuncio per vilipendio delle istituzioni.

Radio Pirata 29 (in fondo al gruppone)

Radio Pirata, oltre ragionevolezze, giunse a Ventinove, ch’è numero primo, ma radio preferisce ultima posizione e si contraddice, che quella – contraddizione, intendo – è in seno al popolo. Che, a tempi di guerra, sovrano dice e non dice, che il bel d’essere sovrano – pur talora basta migliore tra migliori – è dar promessa a mantenimento non tale e quale, che n’ebbe facoltà per accredito divino, mica per green pass qualsivoglia. Pure Re – o migliore tra migliori – può che promette, ad applauso e standing ovation, sangue, sudore e lacrime per fondo di fila, che primi chiedono a voce convinta. Che vado di non musica, all’uopo, che a brano di nota vado dopo.

Che fu a lavoro di collaboro con amico Sergio Poddighe

Che ad elmetto per armiamoci e partite s’attrezza elité di grande sovranità, per far fronte a crisi. Ancora insegue bomba che quella è di sacra liturgia di risoluzione di problema. Mi metto elmetto anch’io e parto per vacanza da parte opposta a guerra che ho vena a disobbedienza, prendo corriera e varco confine di disfattismo militante.

Disegno di Sergio Poddighe

Che parvero di disfattismo militante pure tali rider che beccarono manganello che a Primo Maggio si permisero a manifestazione, che dissero, a privazione di pudore, non trotto più per sgobbo a obolo di miseria. Parevano ingrati quali chi non ebbe a cuore destino d’imparo mestiere per sapere se lavo piatto – a giusto e a gratis – si fa a senso orario o antiorario di passo di spugna, ad olio di gomito vieppiù, che risparmi a detersivo, che forse è fatto con petrolio di zar e pare condizionatore acceso. Che povero ricco che sostiene a stampella PIL è costretto a ricatto di pago financo chi lavora, e che ad imparo non offrì sudore a cottimo. M’attrezzo a musica stavolta.

Che fu fortuna che governo d’illuminati veglia su nostri destini rosei con trovate d’altissimo ingegno quali ministro d(‘)istruzione che disse crisi è a dramma, che non c’è figlio per colpo d’amplesso a segno, e scuola trovasi a corto di cliente. Ma egli predisse destino fulgido come non mai, con trovata a colpo di genio che d’originalità spicca a firmamento, che pare, pure quella, stella di copertone: taglio classi ma con qualità elevatissima. Che a taluno pare cosa già detta, ma mettete che ora, a risparmio, finalmente si trova soldo per bomba in più che fa comodo. Ne mai ora, che manca natale, si può, a pensiero deviato, impedire che paese diventa reparto di geriatria con accolgo il morto annegato a luce di sole, che quello poi accampa diritto, e dove andiamo se tutti accampano diritto che ancora povero ricco è ad obbligo di pago per braccia forte di lavoro a litri di sudore? Meglio un tanto arriva a luogo di morto annegato, che d’arrivo è nascostamente e non si vede, così poi è a non pretende. Musica d’opportuno si faccia.

E ora vado a termine ultimo di puntata che a consueto do’ parola a giovane collaboratore che pago con onore di far parte di squadra prestigiosa di Radio Pirata, che così impara taluna cosa importante.

“Quando i governi opprimono e sfruttano fanno il loro mestiere e chiunque gli affida senza controllo la libertà non ha il diritto di meravigliarsi che la libertà sia immediatamente disonorata. Se la libertà è oggi umiliata o incatenata, non è perché i suoi nemici hanno usato il tradimento, ma perché i suoi amici hanno dato le dimissioni.” (Albert Camus)

Radio Pirata 26 (guerriglia di barricata)

Radio Pirata diventa Ventisei, che a guerra che incombe risponde a guerriglia che non fa morto ammazzato, ma stordisce avversario di pace con arma potentissima, di schermaglia ricca a sfaccettatura per danno incommensurabile a brutto e orrido che avanza. Sette note usa a cannoneggiamento e oltre va per affermazione di diritto a bellezza a forma che vi pare, che quella salverà il mondo, che lo disse tale che è a censura che nacque a posto sbagliato. E vado di immaginifica potenza di bombardo a modo mio.

E mentre sparo ad alzo uomo melodia a spiazza l’ascaro, mi concedo di compagnia buona che pare pure di bevuta ottima.

È alla massa degli uomini e delle donne che lavorano, vecchi e giovani, che spetta decidere circa l’essere o non essere del militarismo attuale, e non a quella piccola particella di questo popolo che sta nel cosiddetto abito del re” (Autodifesa di Rosa Luxemburg pronunciata al Tribunale di Francoforte nel febbraio del 1914 contro l’accusa di incitamento alla diserzione)
E sparacchio di mio, a barricata.

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.
” (Bertolt Brecht)
Resisto a botto di bomba con controbotto, pure di fagotto.

Il mondo si divide in due campi: i dominatori e i dominati, gli sfruttatori e gli sfruttati. I paesi poveri non lo sono per incapacità congenita, lo sono a causa di circostanze storiche, che hanno fatto sì che certi paesi abbiano dominato, sfruttato e depredato gli altri per arricchirsi. Quando i ricchi diventano sempre più ricchi, e si parla qui di logica matematica, quando i ricchi sfruttano i poveri, i ricchi diventano sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri.”
“Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire.
” (Jean Paul Sartre)
Faccio barriera e cingo bandiera, bianca, mi pare, ch’è da suonare.

Dopo la pioggia viene il sereno,
brilla in cielo l’arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
È bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?
Un arcobaleno senza tempesta,
questa si che sarebbe una festa.
Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.
” (Gianni Rodari)
M’attrezzo ancora a resistere ardito, diserto, s’è il caso, sin dentro lo spartito.

Qualche distinguo

A carrello di spesa c’è tale d’altro continente che ogni mattina, pure al pomeriggio, si fa pieno d’insulto a chilo che pretende solidarietà ad euro. Che brave persone non sopportano chi bazzica a rotelle di supermercato, pure se s’attrezza a contrizione per profugo di colore diverso, financo pianifica d’apertura di casa sua che su faccialibro fa tanto carità e brava gente, strappa applauso. Ed io di tanta generosa compartecipazione ad utili non posso ch’essere grato a musica.

Che poi profugo è profugo, ma pare di no, come guerra è guerra, ma pure questa non pare così. Che la bomba è intelligente, che a taluni fa più male che a tali altri, che mi verrebbe di fare appello a quanti, a pomodoro d’importazione ed olio di motore a spaccio ch’è d’oliva, s’infilano a cassa, come fila di processionaria, a far scorta compulsiva per scoppio d’atomica. Che non v’avvedete, che fate come portinai di potere, che quello manco vi fornisce di costume a pinguino per aprire porta a chi gli garba? Che quello, che sta a superattico a bonus facciata rimessa tre volte in anno che paga Pantalone, se la ride a beatitudine che, come cane da guardia, v’ha spedito a far guerra a voi, ultimi a muro d’altri ultimi. Vi rifaccio storia di tribù civile, che vi salta magari sghiribizzo a suadente partecipazione.

E come tutti i santi giorni che Nostro Signore ha voluto regalarci di vita grama su questa terra, il Signor Padrone, ormai sazio, scelse tra le ossa lasciate nel piatto quello più nudo e ripulito, ché dove c’era ancora carne valevano oro per il brodino della sera. Con quello in mano aprì l’uscio e lo lanciò tra i cani affamati nel cortile. Subito le bestie, sbranandosi l’un con l’altra, cercarono di avventarsi sul magro bottino.

Molte rimasero sanguinanti sul selciato, e più d’una non si sarebbe più rialzata. Il Signor Padrone, al cospetto della ferocia del branco, valutò con soddisfazione di come quello avrebbe difeso la sua casa e la sua ricca dispensa. Il vincitore della contesa, si trascinò a fatica verso di lui con il suo misero trofeo tra i denti, i brandelli di carne che si staccavano lasciando scoperte ferite purulente, e sollevò la zampa per ringraziare il suo benefattore. E questo per ogni santo giorno che Nostro Signore ha voluto regalarci di vita grama su questa terra, per la gioia del Signor Padrone, sempre più raggiante pel colore rosso sangue del selciato del suo cortile. Le povere bestie, esauste per digiuno e dolore, con gli occhi al Cielo cercavano di incrociare lo sguardo di Nostro Signore – non era forse Lui il Signore di tutte le creature? – nell’attesa disperata di aggiudicarsi il prossimo ossicino e placare così la propria fame con la generosità del Signor Padrone.

Poi venne il giorno in cui quei fantasmi rinsecchiti e laceri non ebbero più forza nemmeno per sollevare gli occhi al Cielo, ed al cospetto del Signor Padrone sull’uscio, si trovarono d’improvviso a sbirciare in casa avvedendosi di quanto ricca fosse la sua dispensa, ma di più di quanto pingui fossero le sue chiappe. E quello fu l’ultimo giorno in cui affondarono le loro fauci su una creatura vivente, il giorno prima rimase per sempre l’ultimo in cui lo fecero con i propri simili.

E voi anime elette, esseri superiori, che dominate dall’altezza vertiginosa di una piramide il resto del mondo ma che vi scannate nell’arena per la gioia del Vostro Signor Padrone, quando smetterete di guardare alla sua generosità e vi avvedrete delle sue chiappe succulente?