Scuro di vento

Che pare, di questi tempi, che tutto proceda in direzione univoca, scivolamento verso barbarie, annichilimento di guerra annunciata, quando non di palesato inebetimento. Che se c’è cosa che potrà andar storta, per linea dritta ci andrà a prescindere, e l’ottimismo pare roba da caratteristi di cinema anni ’70, fa scappar riso, talora amaro. Pure m’accorgo che a remar contro si fa fatica parecchia a remo senza pala, come a cacciar fumo con battipanni a sfondo d’uso eccessivo. Faccio musica a parzial conforto.

Che mi venne voglia di tempesta, a cambio di bonaccia a direzione precisa, vento che spiazza piuttosto, che non ti fa apparire direzione chiara, che smuove le carte, si fa scompiglio di pensieri, che se ne faccia pila nuova, ad ordine inverso e criterio di divergenza. Nostalgia c’è di scogli e rene, ma non di beati tramonti, desiderio invece ho di fortunali a schiocco di tempesta, onda che s’alza a cielo, precipita a tonfo, marea che si riveste di maremoto, gorgo di Scilla e Cariddi, vento possente ed incerto di Scirocco. Che “lo scirocco è vento africanazzo su cui non si può fare il minimo assegnamento, perché il nome è uno e le razze sono tante. Per lo scirocco ci vuole l’indovino per sapere come e da dove ti piglia, se ne viene uno o una mandria, se viene per allisciarti bavabava o per graffiarti la faccia e accecarti coi suoi granelli di sabbia, e se si getta in calmerìa o se ti gonfia tutto. Eppoi, quando te ne scandalii, lui ormai s’è piazzato, perché non è vento di vista, è vento cascettone, spalmato di vasellina, che arriva nell’eccetera e solo allora senti la sua presenza… Per questo, ci vuole l’indovino, ci vogliono vecchi che hanno rughe di ottantanni, pieghe strette e profonde come nascondigli nella memoria, per cui riescono a calamitarlo e a spremerne il succo, biondo e nero: perché i vecchi pellisquadre, i mummioni seduti tutto il giorno in faccia al mare, lo scirocco se lo desiderano come il trinciato forte, non possono più fare a meno di quel veleno, che prima li risuscita, li ringiovanisce magari di dieci, ventanni, e poi li lascia più morti di prima.” (Stefano D’Arrigo, Horcinus orca)

Che me ne frega ormai della brezzolina leggera e rinfrescante, che di noia mi portò all’esausto, che non mi feci persuaso affatto che quella passa se non a colpi d’incedere inesorabile di folata a tutto sfare, a scoperchio case e mi porto via ogni cosa. Che non fu terribile come la noia dell’attesa d’un giorno dopo l’altro, che il primo pare uguale al secondo e pure a quello che viene, se non nella stanchezza che s’accumula e diventa sgomento d’ignavia del tutto d’intorno. Anelo bufera, che quella sia, che di cartolina a fronte d’azzurro nitido non me ne faccio niente, voglio scuro di sorpresa che fece notte pure il giorno fitto di luce: “Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro dove il mare è mare.”

Il suono, la melodia

Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro, dove il mare è mare.” (Stefano D’Arrigo, Horcynus orca)

Ero ragazzo, molto giovane, e sentivo storie da vecchi, quelli che avevano pelli bruciate di sole, rughe che parevano cave d’altopiano, dentro cui c’erano fiumi di sale a venir giù copiosi. Che tutti avevano barbe bianche che a me pareva che erano tali ché quei fiumi si buttavano in un lago d’intrecci. Erano storie di suoni e canti, di creature che non ci sono più, ma che allora pareva aspettassero barchette scalcagnate, spinte da motori a sbuffo e singhiozzo, o a semplice remo, per farsi gioco a paura d’orrido di quei disgraziati.

Che quelli però mai se ne lagnavano di tali fugaci apparizioni tra onda e scoglio, di voci strane, talora lamenti di strazio, tali altre melodie di vertigine. C’è chi disse d’aver visto qualcosa che non doveva stare lì, tra scogli d’aurora e chiaro di luna, che disse d’aver visto fere brontolare d’abisso, figure emergere a canzone soave.

Che ora nessuno ha barchette così, se non a favore di turista, che il mare si svuota a palamitare lunghe chilometri, e nasse di lampare sono cose di folklore e basta, che pure fossero abisso pare vuoto d’ogni creatura per chi ha lenze corte. Nessuno ci camperebbe più, meglio stipendio fisso di peschereccio che pare portaerei che congelo banchi di tonno e sardina direttamente a stiva. Lì c’è frastuono, che se c’è creatura che vuole lasciare ricordo di suono e vocalizio di delizia, sparisce e non torna più, che pare ninfa di fiume a metamorfosi in alga, Cola Pesce preferisce sostegno di terra per fatica sovrumana a brontolio di diesel, puzza di nafta, strage d’ogni fratello suo. Ch’era ancora notte e mi capitò che quei suoni li sentii anch’io, che forse fu più per fatto che a spiaggia arrivai a sangue che si fece vino la sera prima. Pure quei vecchi si facevano fiaschi a cacciar pellagra, tra calo di nassa e rete a parallelismo di promontorio, che quello, poi, era vino di vigna a radice sulla sabbia, a cercar acqua salmastra per sopravvivenza comunque, e che talora pareva distillato di forza e corpo, mentre virava a spuntatura per sciabordio d’onda. E che importa se ascoltarono solo ululato di vento a zufolo di scoglio, o corrente ed onda a caverna e scoglio, s’erano storie immaginifiche e vertiginose da raccontare. Pure, allora, tra quelle quattro barcacce sgretolate dalle onde, qualcuna se ne tornavano a casa un pezzo per volta, senza nocchiero. Me ne ricordo di nomi di quei nocchieri, non tutti certo, ma qualcuno ancora, che il fortunale avevano d’affrontare comunque, perché scadenza di cambiale di banca per acquisto di gozzo di mastro d’ascia, non aveva gran cura di meteo per vento ed onda. Poi era lancio di fiori da scogli, a speranza esausta, per ornare tombe d’abisso. Follia d’altri tempi, che ora è a gioia collettiva di natante che affonda a carico completo di disperazione per orizzonte di vita differente, mancato porto salvo. Pure è a digrignar gengie sfatte di bava rabbiosa se taluno allunga mano a salvezza di disgraziato, ed urla a crucifige, in attesa dell’ora di sgranar rosario, della domenica per battersi petto a favore di santo o Madonna. Si sceglie di fare a rimpinguare quella pletora genuflessa, o lanciare un fiore tra le onde, che quello sa dove deve andare, la corrente l’accompagna giusto.

Senza titolo, per scelta indotta

L’uomo non è granché vicino ai grandi uccelli e alle bestie. Vorrei proprio essere quella bestia laggiù nel buio del mare.” (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)

C’è mare, pure c’è altro mare, che quello sempre lo stesso non pare. Sfugge allo sguardo che lo distoglie e si contorce d’abbandono e ad esule e migrante fa strada in salita, di vertigine si tinge con l’onda che si schianta a fragore e grido di disperazione. C’appartiene alle genti di terre che toccano il mare, a favore di sguardo, destino preciso di farsi a trasporto di bonaccia che mai rimanemmo ferme, nascemmo con schiuma di sale a scorrimento d’arteria. Che ci affratelliamo per forza a compiacenza con genti simili, che c’è ancora altra sponda da lambire a chiglia di barca sgangherata, a vela di strappo, a sforzo di braccia e rete lacera. Pur a star fermi siamo di movimento a mare aperto che quello non s’accheta solo d’attesa.

Gli altri migravano: per mari
celesti, supini, su navi solari
migravano nella eternità.
I siciliani emigravano invece.
Alle marine, nel fragore illune
delle onde, per nuvole e dune
a spirale di pallide ceneri
di vulcani, alla radice del sale,
discesi dall’alto al basso
mondo, figurati sul piede
dell’imbarco come per simbolo
della meridionale specie,
spatriavano, il passo di pece
avanzato a più nere sponde,
al tenebroso, oceanico
oltremare, al loro antico
avverso futuro di vivi.

(Stefano D’Arrigo)

Il dettaglio esatto

Strisciando sulla rena sino in pizz’in pizzo, dalla spiaggetta si lasciò scivolare sotto, s’infilò in acqua liscio liscio, senza fare spruzzi né schiume, come un pesce, o come qualcuno, qualcosa più d’un pesce, perché sembrò che fosse il mare che s’apriva e subito si richiudeva dietro a lui, con dentro lui: poi, dopo che sembrava sparito come per sempre, riassommò e silenzioso, leggero come non fosse il corpo a muoversi, ma la sua ombra, pigliò a nuotare risalendo la ‘Ricchia per tutta la sua apertura.” (Stefano D’Arrigo, Horcinus Orca)

Mi feci persuaso col tempo che il mare appartiene a tutti, ma non è cosa per tutti a percezione perfetta, che mi pare che talune cose sfuggono di quello. Che sì, c’è che si possa dire che bello, ma se ti prendi posto a massa su spiaggia a densità di Striscia di Gaza, non è detto che poi hai capito bene cos’è. Se te ne godi presunte essenze a comodità con campanello c’arriva servizio a sdraio ed ombrellone, se ci hai bum bum a godimento mantrico di neurone, forse non c’è bisogno di mare, che medesima circolazione a divertimento è concessa pure a bordo piscina tra capannone a prefabbrico tutti uguali. Del mare ti sfugge il dettaglio esatto.

Il mare ha comunicazioni precise, non s’azzarda a dar libero sfogo ad essenza sua intima per chicchessia, pure se quello crede ch’è così. Appare parco di dono, che poi è ad evidenza che si mostra di bellezza assoluta quando s’appresenta sgombro di presenza, che cacciò tutti adirato a fulmicotone, attrezzato a bufera e tormenta, spazzolato di sabbia di Libeccio, sferzato da Scirocco. Che lì c’è fuggi fuggi, che non c’è tale alcuno ad ora di mattina che ancora melassa nottambula pesa su turistume vario, su ammarati della settimana, a costrizione di distanza dall’onda di risacca. Non c’è tale alcuno che non ne colse essenza precisa. Poche anime s’affollano a mare ad una certa ora, tal poche che nemmeno si potrà dire che s’affollano, al più si scrutano a distrazione da lontano, si percepiscono appena, che i sensi hanno altro cui rivolgersi. Che c’è odore di sale e posidonia, canto di sirena s’appalesa esatto, rumore di brontolio che viene da risacca d’agitazione che fu, che attende di rifare il verso di ferocia di vento di tormenta bollente. C’è colore unico che muta a piano, non si fa ora tutto cielo, ora tutto mare, a certe ore se la prende comoda, fa un po’ e un po’, si passano consegne, cielo e mare, in punto indefinito, all’alba che il giorno è giovane, a notte che morì ad attesa d’altro, a sbrilluccicare di riflesso di stella e di mezza luna, che mondo d’altro a quello volta le spalle.

A distrazione si corre sulla rena che è a conto giusto pensare a forma di fisico perfetto, che quello va esposto ad ora dopo, allorché il mare c’è ma sparisce di sua essenza, s’inabissa nei suoi abissi, fa appena quinta di scenografia di cartone, si finge tale. Riapparirà a vista giusta, non a vista di tutti, che colore, suono, odore, meritano stasi perfetta, non agitazione termica, lentezza inesorabile, postura di fermo di vertigine, che quello è punto di vista esatto di viaggio che il mare fa conto terzi, s’agita e ti profila il mondo intero, ti svela d’orizzonte la piega di terra, ti racconta storia che orecchio giusto ascolta e capisce s’è concentrato e cancella sovrapposizione d’altro pensiero. Il mare è così, s’affratella ai suoi figli, non si concede a Narciso se non a veste di camuffo, a parziale sua dimensione esatta. Il resto è di sensi giusti, assai più di quelli noti a pagina d’abbecedario.

Radio Pirata 37 (ad imboccar strada per viaggio)

Radio Pirata boccheggia a Trentasette, come suo conduttore che forse arriva a vedere, pur se ancora a distanza di sicurezza, fine di tunnel per barlume di luce lontana. Che poi s’appronta a viaggio di ricongiungimento con terra nefasta di sacri natali, dove scoglio attende occupazione permanente, come punto ad osservazione museale d’attivo orizzonte. Questo è cangiante a tempo, s’attrezza stupore autentico che si tinge di colore che vuole, oppure si mette maschera di libeccio quando in basso l’azzurro si gonfia di vento e schiuma, che sale straborda ovunque, ch’io me ne feci godimento autentico. Pure vado di musica.

Che scoglio camufferò di transatlantico, crociera a lusso sfrenato per appagamento d’ogni senso inesausto. Che fu tempo che invece varavo nave a giganteggiare per metri quattro da prua a poppa, a tanto di lampara per richiamo di seppia ed illuminare notte. E la varai ad affrontare intemperia notturna a potente motore di colpo di remo e basta, e mi feci a felicità irrefrenabile se bonaccia stirava superficie di mare a farne tavola di specchio. Che la notte è traversata tra l’onde che non lascia a vedere altro che non è notte, che stella di firmamento, luna anche a spicchio, talora non riesce a scalfitura di staffilata di luce, e preserva ricordo di sorpresa, adrenalina di scoperta, fuoco d’immaginazione dell’oltre la coltre. Musicando penso a notte.

Che talora immaginavo che non fui solo a colpire tavola di piombo fuso, a non far rumore per fuga di sgusciante creatura.

Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro, dove il mare è mare.” (Stefano D’Arrigo)

Ora su scoglio mi intravedo a desiderio di viaggio autentico di infinito a nessun movimento, che quello è viaggio che parte a dentro, a dentro si conclude, che rende però dentro sì tanto ampio ed infinito che non lascia viaggio a conclusione alcuna. Che viaggio a fermo immagine su scoglio immortala narrazione autentica d’unico viaggio d’avventura che fu senza compreso nel prezzo, pare esplorazione di tempo altro, affrontare temerario la distesa di vertigine del globo terracqueo.

È viaggio che mai potè fermarsi che esso reitera se stesso nel compimento ardito d’una ricomposizione permanente con la dimensione della scoperta ancora e ancora d’un tratto perduto di cosa che è dentro protagonista di viaggio.

Nè mai fu esausto il viaggio che si compì senza a spesa d’energia d’apparenza, che merita solo bagaglio leggero di bibita fresca, che offre a tiro d’occhio da piede frutto di mare e riccio a rendere essenza di ciò che è a vista a forma di gusto e oltre. Fatica di scoperta merita d’essere fatta con pensiero che cancella ogni ipotesi altra che non sia quel viaggio di ricongiungimento con l’immenso, che si riscopre identità di tutto e tutti che sanno aspettare per sbirciarne l’intimo dettaglio. La narrazione autentica si eviscera a cambio cromatico, a forme cangianti frequenti e repentine, a silenzio e risacche, a canto di dolore d’acqua che urta foro a roccia, che pare lamento di sirena, urlo di creatura che soffre e patisce, gabbiano che rivendica congiunto, caccia indesiderato a competizione di desco. Che chiudo anteprima di viaggio con musica a fondo di viaggio.

Radio Pirata 20 (pesce d’aprile)

Radio Pirata si fa Venti per pesce d’aprile, che è tempo di scherzo a celia elevatissima, che forse domani taluno, a reti unificate, comunica che fu gioco, giusto per due risate, che ora ci saremmo anche divertiti. Che forse comunica che domani diritto di lavoro, non a sfrutto a sangue, si riconosce a donna e uomo di pianeta intero, che è scuola per tutti, che cura è gratis, che bellezza è legge, orrore bandito, pure bomba è bandita, guerra anche a divieto, financo a sputacchio più lontano, che cambio climatico è ricordo di passato che ora non si consuma schifezza d’inutile per foresta lussureggiante spazzata a colpo di spugna, manco mare patisce ad acqua bollente per calo di spaghetti a glifosato e pomodoro a glutammato. Che quello sarebbe scherzo vero, che a sorpresa di sghignazzo si risponde a musica a tutto tondo per il mondo.

Che se è giorno di pesce, pesce sia a lisca esatta, mica a scatoletta a ricavo da bauxite.

Vedere il fondo dell’acqua
Che diventa così azzurro
Che discende tanto in basso
Con i pesci
I calmi pesci
Pascolanti sul fondo
Che si librano sopra
I capelli delle alghe
Come uccelli lenti
Come uccelli azzurri
” (Boris Vian)

Che siamo a tempo di scherzo a parecchio tanto al chilo, che conto è a rosso per bolletta, ma non vorremo noi sottrarci a gioco? Che a tempi grami risposta è a riso, che risata seppellirà financo i becchini, pure se non ce la fa, quella non è a sequestro se già l’hai fatta.

Indovina se ti riesce:
La balena non è un pesce,
Il pipistrello non è un uccello;
E certa gente, chissà perché,
Pare umana e non lo è.
” (Gianni Rodari)

Dovete sapere che prima, per questi paraggi, non l’ebbimo mai il bene di vederla morta, la fera, ma sempre e solo viva, e viva, poi, che non si contentava di essere solo viva ma viva vitaiola, che faceva la gran vita, che sarebbe divertimento e sterminio: perché capite, arrivando qua, cadeva nell’oro, pesce ne trovava d’ogni grandezza e sapore (…) che le usciva dagli occhi.

Che bisogno aveva, dopo che s’addobbava come una troia, di venirci a rovinare le reti a noi? Nessun bisogno, bisogno solo della sua natura barbara.” (Stefano D’Arrigo)

Che è stato solo gioco e scherzo, che un altro ve lo volevo fare io, che mi veniva facile oggi che è giorno deputato. Ci avevo pensato – allo scherzo, intendo – pure me l’ero appuntato su un post-it verde bile. Ma chissà perché – che devo patire d’attacchi iracondi inspiegabili – mi passo la gana, lo accartocciai e gli diedi fuoco. Che do commiato di musica, che quello non è ancora ad indice d’alto tradimento, come invece pare è pace.

La tempesta e buona notte

Che non m’andava – meglio, non mi riesce – stasera di scrivere, pure avevo voglia di farlo, per dare magnifica notte a chi si becca il passaggio da qui. Nella contraddizione in medium stat virtus, che scrivo, ma non troppo, e riporto d’altri, ma m’impegno per colonna sonora adeguata, e, se leggete, fatelo a voce alta, pure a musica di fondo.

“Che succede a volte nelle tempeste, eh, ‘Ndrja, che succede? Succede che alla fine la chiumma si dichiara vinta, tutti piegano il collo e da quel momento, di momento in momento, aspettano solamente l’ondata che li annegherà.

Però, quando l’ondata che pare mortale arriva, ed è un cavallone d’acqua e di vento che fischia e schiumeggia, alzato con le zampe per aria sopra la chiumma e ogni uomo già si speranza di mondo e si rincunea sotto, mentre il terribile cavallone si sdirupa sopra, li sconfonde, acceca e come per sempre gli leva il respiro, e tutti, inghiottendo acqua pensano: affogai, in quest’ultimo istante succede però, che il cavallone si ritira, la barca torna all’aria e ogni uomo cerca allora con gli occhi il compagno vicino, si contano l’uno con l’altro se ci sono tutti e, poi, subito, c’è chi ripiglia il timone, chi rimpugna il suo remo, chi svuota la barca dell’acqua imbarcata. Insomma, dopo quel terribile istante in cui vedettero la morte con gli occhi, fanno come avessero deciso di non arrendersi, e si direbbe che proprio lei, la morte vista con gli occhi, gli avesse ribellato il vivere che prima della morte, essi stessi, col loro scoraggiamento, avevano ormai mortificato: avanti, forza, sursincorda. Si spronano allora gli uomini in periglio. Vediamo quel è la situazione, vediamo se è proprio disperata o se ci possiamo mettere rimedio, vediamo, vediamo, se c’è modo d’uscirne. E se non era scritto che uscissimo, si scriva, se non altro, che ci ribellammo, e che maniammo, non solamente, maniammo d’ogni modo e maniera, smaniammo per potercela scapolare, e che la morte non ci pigliò a collo chino, con le mani al petto a dirci le preghierelle. Capisti, ‘Ndrja” (Stefano D’Arrigo, Horcinus Orca)

La mia cosa preferita

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. (J.D. Salinger, “Il giovane Holden”)

E musica, all’uopo, sia.

Che, per tornare all’incipit, m’è pure capitato di leggere una cosa che m’ha lasciato senza fiato e di chiamare l’autore per dirglielo. Anagrafica vigliacca, cicli biologici assai poco attenti alle dinamiche di cultura, al senso di relazione vera, m’hanno ridotto tale fortunata opportunità. Pure non saprei cosa mettere tra i libri che mi porterei dietro, in caso di trasloco definitivo su isola deserta, immaginando di perdere l’ultimo Venerdì. È cosa che cambia, mutevole nel tempo, financo nello spazio temporale di mezza giornata o poco più. Talora mi porto dietro di pensiero trilogie di Musil, Horcinus orca, Alla ricerca del tempo perduto o La nausea, che mi sovvengono in momenti d’introspezione vocata al sacrificale impegno di mente. Talaltra mi ritrovo in mano una cosarella di Jerome K. Jerome o Ricette immorali, pure l’Uomo invaso, che non m’è dato di sovraccaricarmi di categoriche abnegazioni di pensiero, cedo piuttosto al solluchero, al cenno di svago, alla lettura felice di sorriso, qual bicchiere di vino di contadino. Ci sono momenti, persino, che m’affratello a letture di saggi definitivi e vertiginosi, che richiedono lenti d’ingrandimento concettuali, ancora mi compiaccio di cataloghi patinati dedicati ad artisti scomparsi. Mi taccio, dunque, per manifesta volubilità. E pure di musica sono incerto, che è invece certo che di jazz feci virtù definitiva, ma se m’ascolto una cosarella degli Animals, o lunghe sperequazioni modali di certo Prog, anche talune sganasciate canzonacce di protesta ad osteria, c’è il caso che m’illumino d’immenso. Non vado lontano, che ne ho maggiori certezze rispetto a letture più o meno passate, dal dichiarare che con ciò che aprì e chiuse questo scritto, c’è roba che mi porterei dietro in quel viaggio di naufragio.

Isola dei Porri (Mar d’Africa)

Posto questo, non potrei immaginarmi naufrago senza uova e cipolle, che insieme uniscono di sfericità imprecise l’atto voluttuoso della forma che tende alla rappresentazione approssimativa del mondo, al contempo la sua vertiginosa semplicità interpretativa nell’affabile unione tra terra e vita. Nell’uovo v’è questa metafora definitiva dell’inizio, ed in tutte le sue forme molteplici. Che sia semplicemente cotto a vino, un filo d’olio e origano di timpa, un crostino appena, come nell’antiapericena al barettino di Piero, una sera di tarda primavera, che il resto del mondo s’affastella intorbi a qqtartine d’improbabili cromatismi e sapori plastici. Sia pure semplicemente spiattellato a olio bollente, in qualsiasi pranzo mordi & fuggi, con o senza camicia, con solo sale e pizzico di pepe.

La cipolla è cibo misterioso, che si disvela a veli, come Salomè in una danza. Che certo non invita a relazioni intime, ma in ciò sottintende interiorizzazioni relazionali, dialoghi con se stessi. Pure c’è uovo e uovo, che taluni li fanno galline felici, scorazzanti d’aie, talaltri paiono costruzioni antibiotiche cui manca solo il bugiardino. Allo stesso modo c’è cipolla e cipolla, che la sottile dispiegatura dei veli talora nasconde solo lacrime al taglio, di gusto non ve ne fu che traccia. Ma ci sono cipolle che invitano a grazie al creato, come le rosse di Tropea, quella di Zerli, pure di Giarratana, di cui ne vidi anche di due chili e tre senza batter ciglio. Ma quando queste meraviglie s’incontrano, è lì che nasce l’intimo ricongiungimento a natura, l’estasi che si manifesta come sole al tramonto. Che modo migliore non c’è che battere uova, grossolanamente, a striature di albumi e pennellate di tuorli, con grattugie di pecorini pepati ad inferno, o caci di stagionatura matusalemmica sino a consistenza laterizia (con una sola t, che intendo roba a mattonella), sapidi a dismisura. È sull’impasto cremoso e discontinuo che scenderà pioggia fine di cipolla, del cipollotto, del porro, se occorre, a crudo, che mantenga croccantezza. Quindi pois di finissimo trito d’erba – altrettanto cipollina – o, d’alternativa non di ripiego, prezzemolo. Ancora una sbattutina, dunque, e che il tutto divenga soffice cuscino di riposo sull’olio bollente, per appena leggera doratura d’ambo i lati, possibilmente con rigiro al salto per soddisfazioni d’acrobazia.

V’è il caso che il contadino sapiente che vi fornì entrambi gli ingredienti, saprà di certo integrar di vino suo. E se, nel frangente dell’intimissima estasi del consumo, bussano alla porta, con voce rotta d’emozione a simular malanno, dite che siete contagioso e non aprite.

La presa della Fera

Succede, soprattutto nei momenti di riflusso (non gastroesofageo), che incontri quegli sguardi ieratici, quelle espressioni estasiate, con gli occhi che pare esplorino l’infinito; poi, appena sussurrata, la frase che ti cattura – a me, invero, stranisce, persino mi inquieta -: “questo libro m’ha cambiato la vita”. È pure probabile che io sia un uomo rozzo, persona di sensibilità appena verificabile, tipo che inchiodo se un gatto mi taglia la strada, non tiro dritto incurante, cioè, questo sì, lo faccio, magari oltre non vado. A me, però, un libro non m’ha mai cambiato niente. Quando vi fu la riscoperta di Memorie d’Adriano, per buttarla in caciara, pareva che tutti non aspettassero altro per schierare occhi persi verso l’orizzonte, che quello dell’avvenir ormai pareva perso. Mi viene in mente che quel libro di vittime così ne fece parecchie. Posto che io non ce l’ho con la cosa della Yourcenar, m’è pure piaciuta (ho preferito Il Portico di Zenone), l’ho letta con affabile genio, come altri: però, ribadisco, “un” libro, la vita non me l’ha mai cambiata. Tanti libri assieme finiscono col farti buono o una pura schifezza, dipende da quello che leggi. Se non leggi, poi, forse va pure peggio. Ma uno, uno solo, intendo, con me non c’è riuscito. Anche perché, se ci si ferma a pensare un attimo, ognuno di noi è fatto da talmente tante pagine, che pure certe scritture strette e fitte come fanno a starci dentro senza perdersi come goccia nel mare? Tranne che, appunto, qualcuno di pagine sue ne abbia non troppe, e s’accontenta. Così mi pare che sia, anche se, proprio a dirla tutta, ce n’è stato uno di libro, che seppure non m’ha cambiato la vita, tuttavia…

Insomma, è storia antica, ed eravamo in mezzo ad una Sicilia di contraddizioni, intorno alla metà degli anni ’50, ma io non c’ero, non ancora, almeno. C’era Elio Vittorini, che faceva l’editor d’Einaudi. Fu il tempo che ricevette una stesura de Il Gattopardo. Si disse che la rifiutò sdegnosamente, e fu accusato perciò di feroci ideologismi. Pare, invece – e ho fonti certe ed attendibili in merito – che in realtà abbia solo evidenziato che l’opera pareva incompleta, che non c’era finale. Poi fu pubblicato da Feltrinelli. Chi l’ha letto avrà in effetti notato come il finale sia un po’ appiccicaticcio, quasi pareva non c’entrasse niente col resto, come ci avessero messo il primo che trovavano perché non se ne poteva fare a meno. Tanto che Visconti lo fece praticamente sparire dal suo film. Ma sto divagando, non è alla cosa del Lampedusa che mi riferisco. È che, quasi contestualmente, si presenta da Vittorini, un giovane ricercatore, siciliano anch’egli, tale Stefano D’Arrigo, con un libercolo che si chiama “I giorni della fera”. All’editor quel lavoro piace, ma consiglia benevolmente di rimpolparlo un tanticchia. Fu preso abbastanza sul serio poiché quel rimpinguare di pagine durò oltre vent’anni, si da trasformare il libretto embrionale nell’opera monumentale -1600 pagine fitte e strette come mai, da perderci fiumi di diottrie – Horcinus orca. Roba che poi, per rilassarti, leggi i classici russi. Così pensavo, tenendomene alla larga beatamente, pur se taluni che s’erano avventurati nella lettura li conoscevo. Gente reticente, che non raccontava niente di quello che avevano trovato in quelle 1600 pagine, e, senza troppi sguardi ieratici, a domanda rispondeva con fastidio che me le potevo anche leggere da solo. Pare che custodissero una sacra reliquia, un segreto estremo e definitivo, custodi di quello come cavalieri templari. Io non è che non ci dormissi la notte, e financo Mastro don Gesualdo Bufalino scrisse un Codicillo a D’arrigo, in cui, dopo aver elogiato l’opera, candidamente ammetteva di non essere nemmeno arrivato al giro di boa. Per cui mi sentivo confortato nella mia scelta. Sinché, una graziosa signora, col senno di poi, non so, se per affetto oppure per inconfessata antipatia, me ne fece gentile omaggio, pure in bella confezione. Lo deposi con cura in un angolo oscuro della mia libreria, e feci finta di dimenticarmene. Tuttavia, quella costa voluminosa, tanto larga quanto alta, pareva accendersi di fosforescenze ogni volta che vi passavo dinnanzi. C’era qualcosa che attirava la mia attenzione da quelle parti. Mi capitava di svegliarmi di soprassalto dai miei sogni giovanili, e tutto sudato andavo a verificare se il libro s’era acceso di nuovo, se s’era messo a vivere. Fu così che mi decisi di cominciarne la lettura. Dopo le prime duecento pagine, sofferte di contenuti, m’avvidi della vertigine che ne rimaneva. Così smisi una prima volta. Ma quello non demordeva, lampeggiava come certi catarinfrangenti autostradali, senza ritegno per l’oscurità d’intorno, sfavillando, persino. Io dissimulavo l’interesse, facevo finta di niente, mi mostravo indifferente. Ci ricascai, forse per altre trecento o quattrocento pagine, arrivai persino a superare Bufalino. Ma m’arresi ancora. Poi un lascia e piglia, e di resa in resa, arretramenti e incursioni, quella dialettica serrata maturò l’ultima pagina che acquietò la fera, e dopo quasi due anni. Quindi, sancì l’irrilevanza d’ogni altra cosa abbia letto sino ad allora o avrei letto da lì in poi. Qualcuno m’ha chiesto cosa ne pensassi, di cosa parlasse, me ne chiedevano un Bignami. Sempre risposi, ma perché non ve lo leggete?

Tempeste e tempeste

“Che succede a volte nelle tempeste, eh, ‘Ndrja, che succede? Succede che alla fine la chiumma si dichiara vinta, tutti piegano il collo e da quel momento, di momento in momento, aspettano solamente l’ondata che li annegherà.

Però, quando l’ondata che pare mortale arriva, ed è un cavallone d’acqua e di vento che fischia e schiumeggia, alzato con le zampe per aria sopra la chiumma e ogni uomo già si speranza di mondo e si rincunea sotto, mentre il terribile cavallone si sdirupa sopra, li sconfonde, acceca e come per sempre gli leva il respiro, e tutti, inghiottendo acqua pensano: affogai, in quest’ultimo istante succede però, che il cavallone si ritira, la barca torna all’aria e ogni uomo cerca allora con gli occhi il compagno vicino, si contano l’uno con l’altro se ci sono tutti e, poi, subito, c’è chi ripiglia il timone, chi rimpugna il suo remo, chi svuota la barca dell’acqua imbarcata. Insomma, dopo quel terribile istante in cui vedettero la morte con gli occhi, fanno come avessero deciso di non arrendersi, e si direbbe che proprio lei, la morte vista con gli occhi, gli avesse ribellato il vivere che prima della morte, essi stessi, col loro scoraggiamento, avevano ormai mortificato: avanti, forza, sursincorda. Si spronano allora gli uomini in periglio. Vediamo quel è la situazione, vediamo se è proprio disperata o se ci possiamo mettere rimedio, vediamo, vediamo, se c’è modo d’uscirne. E se non era scritto che uscissimo, si scriva, se non altro, che ci ribellammo, e che maniammo, non solamente, maniammo d’ogni modo e maniera, smaniammo per potercela scapolare, e che la morte non ci pigliò a collo chino, con le mani al petto a dirci le preghierelle. Capisti, ‘Ndrja” (Stefano D’Arrigo, Horcinus Orca)