Per chi lo sa

“C’è un tempo in cui devi lasciare i vestiti, quelli che hanno già la forma abituale del tuo corpo, e dimenticare il solito cammino, che sempre ci porta negli stessi luoghi. È l’ora del passaggio: e se noi non osiamo farlo, resteremo sempre lontani da noi stessi.” (Fernando Pessoa)

Quel tempo arriva nelle forme che vuole, quando desidera di farlo, mai si presenta a richiesta, finge di non essere stato invitato, pure se ad evocarlo è stata ogni stilla di sangue e sudore che puoi buttar fuori. Ci hai pensato a quel tempo, in un lasso di tempo infinito, indeterminato, non te ne serve altro. È roba che si consuma a gambe ferme, non quando ti muovi, nemmeno quando ti si muovono le consapevolezze doverose del quotidiano, quando l’abito da lavoro che t’è toccato pare così logoro che non c’è più spazio per immaginare il colore della carne che prova a nascondere. Che è dato a stupirsi pure per la scoperta d’essere colorato in qualche modo, non d’amorfo grigio, che era cosa che desumevi da stanchezze definitive. Si realizza di forme concrete un tempo ancora d’orizzonte, ch’è perso nel chiaro d’una luna, forse nelle cappe del sole di scirocco, nel rosso della sabbia del deserto che s’avvicina a trasporto di libeccio. C’è ancora quel profumo strano, acre, di vita vissuta come viene, pure dovrebbe non esserci, che non c’è distesa di posidonia nelle aule vuote, nemmeno nelle stanze a vista di terminale. Lo specchio pare gioca ogni giorno ad implacabile riflesso d’autore, non fornisce manipolazioni sghembe d’immagine, che non si riconosce mai d’acchito, non fa come riverbero azzurro di mare, che di distorsione fece solo virtù sua.

In quotidiano di lavorio indefesso c’è urlo ovunque, sgraziato e d’artificiosa perfetta fattura, che a natura è altro che frastuono, quando è tuono a spavento pare invece rimbrotto benevolo, strappa sorriso, fa regalo di libertà che non è d’acquisto a svendita. Risorsa da lavoro, si dice, pare compenso per acquisto di libertà, ma quella non è cosa d’un tanto a chilo, non merita che la fatica d’essere vissuta a pieno, che vuol dire avere occhi per compiacersene, non polmoni per respirare la merce che ne è surrogato. Ed è vero, poi, ed alla fine, che il lavoro rende liberi, liberi dal desiderio d’esser liberi, quando te ne sei assuefatto e quel tempo, quando arriva, ci sta che si palesa e non te ne accorgi, che hai dimenticato in fondo ad un cassetto di inutili memorie l’orologio che suona al suo passaggio.

Una lettera alla persona giusta

Insomma, capita che la terra trema, proprio sotto casa mia, che mi scompensa residui di sonno, che a scelta precisa – mi sa – trema di notte a centro di fase Rem. Poi pure mi metto a vedere che succede in giro che fa acquazzone e frana ad isola e ad un ovunque che ho sensazione piena che la Terra abbia qualche risentimento. Mi pare che forse è il caso che ci parliamo, che se ci fu equivoco meglio è prodursi a chiarimento che a farsi fatto di rovina. Per intanto ammansisco il tutto d’intorno con musica giusta ed offro bicchiere.

Cara Terra, volevo segnalarti una questione che nemmeno ho ardire che ti fu a sfuggimento che tu tutto comprendi. Cioè, modestamente ed umilmente, mi faccio portavoce di taluni a numero d’un certo rilievo, che noi non c’entriamo con vilipendio a Te medesima, che se potessi avere reazione – lecita, lecitissima, anzi – con altri che ebbero responsabilità di livello un po’ più elevato mi verrebbe da dire – sempre con riverenza – che io, ed altri come me messi anche assai peggio, non avremmo nulla ad obiezione. Vedi, cara Terra, io ho stipendio miserando, che se pure a quello ci togli affitto da fuori sede e mutui vari, mi rimane ben poco ad assecondare desiderio di consumo, che pure nemmeno ho, per inquino e sfascio pianeta. Altri sono pure peggio di me che se ne vanno a zonzo per la mappa tua a senza meta e senza manco stipendiuccio, a mangiar nulla o quasi, a vestir di cenci. E vorrei dirti che, in attesa d’esserci emancipati da giogo di schiavitù, se tu ci potessi, con pazienza, venire incontro noi te ne serberemmo gratitudine, che, in caso contrario, neppure ti faremmo mancare a prescindere. E scusami se insisto, ma guarda cosa fanno quegli altri che fanno di bombarda e di sfascio tutto di Te ragion di vita, un colpettino ben assestato e mirato mi sa che se lo meritano loro ch’io, tuttavia, non mi sottraggo a mie responsabilità. Comunque, continuerei questa mia lettera, ma penso che tu abbia capito mio intendimento, semmai faccio mia per prosieguo lettera di gran capo Seattle, ad aggiungo pure che se qualcuno gli avesse dato retta non avremmo avuto con te problema alcuno, e ci saremmo potuti tracannare in santa pace un bel vinello insieme, magari con accompagno giusto di musica. Con reverenza a quella ti lascio.


tuo devoto nessuno

Come potete acquistare o vendere il cielo, il calore della terra? L’idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la freschezza dell’aria, lo scintillio dell’acqua sotto il sole come e’ che voi potete acquistarli? Ogni parco di questa terra e’ sacro per il mio popolo. Ogni lucente ago di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma dei boschi ombrosi, ogni radura ogni ronzio di insetti e’ sacro nel ricordo e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che cola negli alberi porta con sé il ricordo dell’uomo rosso. Noi siamo una parte della terra, e la terra fa parte di noi. I fiori profumati sono i nostri fratelli, il cavallo, la grande aquila sono i nostri fratelli, la cresta rocciosa, il verde dei prati, il calore dei pony e l’uomo appartengono tutti alla stessa famiglia. Quest’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non e’ solamente acqua, per noi e’ qualcosa di immensamente significativo: è il sangue dei nostri padri. I fiumi sono nostri fratelli, ci dissetano quando abbiamo sete. I fiumi sostengono le nostre canoe, sfamano i nostri figli. Se vi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordarvi, e insegnarlo ai vostri figli, che i fiumi sono i nostri e i vostri fratelli e dovrete dimostrare per fiumi lo stesso affetto che dimostrerete ad un fratello. Sappiamo che l’uomo bianco non comprende i nostri costumi. Per lui una parte di terra è uguale all’altra, perché e’ come uno straniero che arriva di notte e alloggia nel posto che più gli conviene. La terra non è suo fratello, anzi e’ suo nemico e quando l’ha conquistata va oltre, più lontano. Tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo, come se fossero semplicemente delle cose da acquistare, prendere e vendere come si fa con i montoni o con le pietre preziose. Il suo appetito divorerà tutta la terra e a lui non resterà che il deserto. Non esiste un posto accessibile nelle città dell’uomo bianco. Non esiste un posto per vedere le foglie e i fiori sbocciare in primavera, o ascoltare il fruscio delle ali di un insetto. Ma forse è perché io sono un selvaggio e non posso capire. Il baccano sembra insultare le orecchie. E quale interesse può
avere l’uomo a vivere senza ascoltare il rumore delle capre che succhiano l’erba o il chiacchierio delle rane, la notte, attorno ad uno stagno?
Io sono un uomo rosso e non capisco. L’indiano preferisce il dolce suono del vento che slanciandosi come una freccia accarezza la faccia dello stagno, e preferisce l’odore del vento bagnato dalla pioggia mattutina, o profumato dal pino pieno di pigne. L’aria è preziosa per l’uomo rosso, giacché tutte le cose respirano con la stessa aria: le bestie, gli alberi, gli uomini tutti respirano la stesa aria. L’uomo bianco non sembra far caso all’aria che respira. Come un uomo che impiega parecchi giorni a morire resta insensibile alle punture. Ma se noi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordare che l’aria per noi e’ preziosa, che l’aria divide il suo spirito con tutti quelli che fa vivere. Il vento che ha dato il primo alito al Nostro Grande Padre e’ lo stesso che ha raccolto il suo ultimo
respiro. E se noi vi vendiamo le nostre terre voi dovrete guardarle in modo diverso, tenerle per sacre e considerarle un posto in cui anche l’uomo bianco possa andare a gustare il vento reso dolce dai fiori del prato. Considereremo l’offerta di acquistare le nostre terre. Ma se decidiamo di accettare la proposta io porrò una condizione: l’uomo bianco dovrà rispettare le bestie che vivono su questa terra come se fossero suoi fratelli. Che cos’è l’uomo senza le bestie? Se tutte le bestie sparissero, l’uomo morirebbe di una grande solitudine nello spirito. Poiché ciò che accade alle bestie prima o poi accade anche all’ uomo. Tutte le cose sono legate tra loro. Dovrete insegnare ai vostri figli che il suolo che essi calpestano è fatto dalle ceneri dei nostri padri. Affinché i vostri figli rispettino questa terra, dite loro che essa è arricchita dalle vite della nostra gente. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri: la terra è la madre di tutti noi. Tutto ciò che di buono arriva dalla terra arriva anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. Noi almeno sappiamo questo: la terra non appartiene all’uomo,
bensì e’ l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi lo sappiamo. Tutte le cose sono legate fra loro come il sangue che unisce i membri della stessa famiglia. Tutte le cose sono legate fra loro. Tutto ciò che si fa per la terra lo si fa per i suoi figli. Non è l’uomo che ha tessuto le trame della vita: egli ne e’ soltanto un filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a se stesso. C’è una cosa che noi
sappiamo e che forse l’uomo bianco scoprirà presto: il nostro Dio è lo stesso vostro Dio. Voi forse pensate che adesso lo possedete come volete possedere le nostre terre ma non lo potete. Egli è il Dio dell’uomo e la sua pietà e’ uguale per tutti: tanto per l’uomo bianco quanto per l’uomo rosso. Questa terra per lui è preziosa. Dov’è finito il bosco? E’ scomparso. Dov’è finita l’aquila? E’
scomparsa. E’ la fine della vita e l’inizio della sopravvivenza
“.

Una possibilità

Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità. Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o tal altra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche esser diverso. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è”. (Robert Musil, L’uomo senza qualità)

M’aspetto cose mirabili, che è vicina la festa, sommo giubilo, cose da fine guerra con guerra in corso. Le folle acclamanti che si lasciano indietro tempi grami, oscuri presagi, largheggiando di felicitazioni di massa, sorrisi sguai(n)ati sotto mascherine agghindate a festa. Così m’è parso di capire. Pure mi viene in mente che la pandemia, smobilitata ex legis, lascia il passo alla riconquista delle posizioni perdute. S’attiene alle prescrizioni, se ne sta al massimo in qualche terapia intensiva. Solo che non ho capito, che sono tardo, che fine fa quell’altra pandemia, quella senza virologi e generalissimi, quella che ci lascerà strascichi divaricanti, che riporterà il mondo in somma divisione per due, forse per tre, o per tremila.

E se l’una parte gioirà, illuminandosi d’immenso, per la riconquista del posto al sole shakerato non mescolato, con l’olivetta in fondo al calice, le altre non si vestiranno a lutto di certo. Ma quel ch’è stato è stato, che di virus ce n’era più d’uno, e se all’uno sopravviviamo, l’altro, m’è sopravvenuto il dubbio, forse che si mette a produrre accelerazioni evolutive su basi selettive. M’attengo ai fatti – di mestiere tratto scienze esatte – che l’evoluzione non si può prevedere, e pure Leopardi s’era accomodato sul fatto che la “matrigna” fa quel che vuole, mica chiede permessi e desiderata. Ma io me li prendo lo stesso i desiderata, tanto, appunto, al massimo sono desiderata, e mi faccio l’elenco di quelli che sopravviveranno tali e quali, non s’evolvono, semmai si ricollocano in una nicchia ristretta, criptobiotici d’assalto, di cui non s’era avveduto prima il Grande Untore – che su tutti veglia saggiamente -, nemmeno s’accorgerà che esistono dopo. Sono quelli che nel D Day rimarranno invisibili, non saranno invitati al grande banchetto, che manco prima c’erano mai stati. Eppure, come me, metteranno il naso fuori, s’accorgeranno che ancora l’aria, a tratti e da qualche parte, è rimasta fresca. Sono quelli di “ci hai una sigaretta, dammi cento lire”, che vedono passare il bus sbagliato per ore, che pensano che Film Blu sia un capolavoro ma che gli piglia male se se lo devono rivedere. Sono quelli che pensano che i più grandi poeti dell’ultimo mezzo secolo siano Sugar Ray Leonard ex aequo con Cifalà, quelli che tirano la lenza senza l’amo per non dovere giustificare che se ne stanno su un moletto a tempo indeterminato. Sono quelli che non hanno mai visto una partita allo stadio, che al cinema non hanno mai mangiato il pop corn, che si chiedono se il comune pagherà. Quelli che, in fin dei conti, Orfeo ha pure fatto bene a voltarsi, che la TV gli prende solo tre canali e la lavatrice sembra una cava di marmo. Quelli che in salotto al posto dell’argenteria ci hanno la Lettera 22, che non sanno dov’è l’Ikea, che “non capisco ma m’adeguo”. Quelli che non s’aspettano il meglio, neppure il peggio, i disertori di tutte le guerre, quelli che hanno deliberatamente scelto d’essere nessuno, giacché è sempre meglio che essere uno qualunque. Quelli che, come da desiderata, appunto, forse un giorno faranno “banda”, ritrovandosi d’un tratto sugli scalini esausti della stessa chiesa diroccata. E senza conoscersi, conquisteranno l’altare, con tanto di pulpito nemmeno richiesto, per ridere da lì del re che è nudo.

E voi chi siete?

A specchio, lo sguardo mancato

Non c’è progresso fermo e irreversibile in questa vita; non avanziamo per gradi fissi verso l’ultima pausa finale: attraverso l’incanto inconscio dell’infanzia, la fede spensierata dell’adolescenza, il dubbio della gioventù (destino comune), e poi lo scetticismo, e l’incredulità, per fermarci alla fine, maturi, nella pace pensosa del Forse. No, una volta arrivati alla fine ripercorriamo la strada, e siamo eternamente bambini, ragazzi, uomini e Forse. Dov’è l’ultimo porto da cui non salperemo mai più? In quale etere estatico naviga il mondo, di cui i più stanchi non si stancano mai?” (Herman Melville)

Che questa è terra che di bellezza fece sua condanna inesausta, che di figli che sono suoi e che tali si sentono, farà per forza a meno, che non c’era scampo a partenza. E come fratello, padre, madre, sorella, Lui è a sommo d’arguzia di sapere, di temere destino d’altri prossimi, che ad esorcismo esatto dell’io so, sostituisce il non dico che sarà strappo furibondo, mancanza di vertigine. Questa è terra che di bellezza fece condanna suprema, che mai vi fu a goderne senza patimento estremo di chi seppe coglierla. Fu terra che accolse pure chi non meritava accoglimento, che ricambiò cortesia d’ospitalità con violenza di fare sorprendente d’inumano. Quelli rimasero, a perpetrare l’orrore della trasformazione d’abbrutimento. Chi seppe che doveva stare a goderne non ebbe strumento di sopravvivenza, quale esiliato dovette muoversi a cercare tesori d’effimero, porto salvo, come per veleggiare di barcaccia fenicia di pescatori di tormente, rossi di sangue e di porpore di murici. Terra che respinse i suoi figli d’altra sponda che Lui voleva salvare da deriva. Talora, Lui se ne fece carico, ch’è dato meglio una sofferenza d’istanti, tra le braccia di sale generatore che l’orrenda, eterna, reprimenda dei vivi già morti, ad accusar d’essere nati a sponda diversa da quella data per giusta. Questa fu, è, sarà terra che fa a prezzo di strozzo prestito di bellezza, e pretende pagamento esoso per essersene imbattuti a coincidenza d’esservi nati.


E quelli che vi giunsero non furono accolti se non per essere vilipesi, quando non vi giunsero armi in pugno, a dettar legge del più forte sono io, che detti vennero blanditi. Ed altri che noi fummo andarono e non si fermarono se non per voltarsi a riempire ogni vena, ogni arteria, il più piccolo capillare d’eterna, infinita nostalgia. Eppure fummo noi a dire nave non salpa a salvar vite, a far ciò che serve a nave che si fece varo, abbracciare altre terre, altre genti, sollevare da flutto, e non per cima tesa ad ancoraggio a porto salvo per bufera, ma per diktat a rifiuto di sguardo a specchio.

Tempi di reti

‘Constante li tira a destra.’
‘Sempre’, disse il presidente della squadra.
‘Ma lui sa che io so’.
‘Allora siamo fottuti’.
‘Sì, ma io so che lui sa’, disse el Gato.
‘Allora buttati subito a sinistra’, disse uno di quelli che erano seduti a tavola.
‘No. Lui sa che io so che lui sa’, disse el Gato Dìaz e si alzò per andare a dormire.
‘El Gato è sempre più strano’, disse il presidente della squadra nel vederlo uscire pensieroso,
camminando piano.
” (Osvaldo Soriano)

Non mi piace lo sport, me ne sono tenuto alla larga. È contro la mia religione, e io sono praticante fervente d’ozi e lentezze. Un po’ di pallavolo, da ragazzo. Poi smisi. Troppo affanno ed effetti collaterali. Mi piacevano certi boxeur, Ray Sugar Leonard, certo. Mi pareva fossero personaggi letterari, con le loro storie di emancipazione, gli incontri leggendari. Pure Alì, invero. M’ero pure messo, su quella scia, ad incrociare guantoni. Ma non durò nemmeno quello. Trovavo assai disdicevole che, mentre io prestavo il mio setto nasale ad improvvide deviazioni, gli altri non facessero altrettanto, si scostavano. Col mio compagno di banco delle medie, sportivissimo autentico e convenzionale, non eravamo ben assortiti: lui un metro ed una spanna, con la faccia angelica ed i riccioli d’oro, ma ben piazzato; io spilungo e sottile come un giunco, levantino ed arabeggiante. A dispetto dell’aspetto, quello era uno spietato killer d’area di rigore, e mi convinse a farmi la partitella della domenica, su una specie di campo di patate alle cui estremità erano piazzate due porte senza rete, che ad ogni incrocio dei pali era rissa per l’opposta valutazione se la palla fosse passata sotto o all’esterno. Dismisi rapidamente che il dopo partita era sempre doloroso e tornavo a casa che, ancora più che per incontro di box, parevo una carta geografica. Al di là del fatto che, per spirito critico innato, m’ero rapidamente avveduto che non c’era storia per me sul campo da calcio. Qualche cauta riscoperta, cenno di svago, roba da paesaggi immensi e orizzonti di fascino polveroso di Patagonia, m’è venuto dal calcio dei racconti di Osvaldo Soriano, di Manuel Vasquez Montalban, Eduardo Galeano, ma non sono mai andato oltre.

Nulla contro chi è d’altro credo religioso, ma io a santificare il santo idolo della rete, sia quello che dice chi comanda sono io, con sacco che si gonfia di virtuale e tutti a casa tranne chi vuole lui, e quegli altri che fanno di grande sconto di settimana nera occasione d’acquisto di schermo a dimensione di cinema, per vedere meravigliosa segnatura con spunta su 6500 morti d’ammazzo a fatica ed incidente per costruzione di grande megalitico stadio a deserto fitto, scelgo di vedermi al PC una giocata di Cifalà.

Conversazione in Sicilia

Ora che c’è collera autentica che missile non partì da parte sperata, pure se il rapimento della secchia pare ancora oggetto di scontro, che non poté esserci partecipiamo tutti a tappeto di cadaveri, Mi riepilogo, così, per celia, antica disfida che mi parve, ad onor di vero, assai più seria, pure se a coscienza collettiva è serietà far morto assai, financo ad annego e per bomba intelligentissima. Ma prima vi ammusico un tanticchia.

Dio ha condannato noi uomini a lavorare e uno penserebbe che i posti dove non si vede l’ombra di un povero diavolo che tiri la zappa siano stati abbandonati dagli uomini e da Dio. Invece sono posti pieni di gente anche più degli altri. Con la differenza ch’è gente che ha capito, e che se la spassa in città, la maggior parte del tempo, a chiacchierare nelle piazze e a far festa nelle chiese. Poiché Dio è di manica larga, sa di averci condannati in un momento di cattivo umore, e trovar gente che lo capisce gli fa un piacere tale che ronza di continuo intorno a loro, e lavora Lui per loro; e rende ricche di raccolti le campagne loro come capita di rado che siano di quanti si attengono alla lettera della Sua scrittura”. (Elio Vittorini)

E musica sia, ancora, che ci serve.

Che stando sul Mar d’Africa mi sovviene di personaggi mitici, di epoche in cui la tavola imbandita sotto la pergola ospitava cene di Lucullo, pane, olive, cacio e uova sode, con acciughe e pomodoro secco quali note a margine. Mai mancò da bere, pure se se ne faceva uso in tanti e in tanto.

Seppure s’inebriava il tutto d’intorno, che svuotava meningi di contenuti eccelsi, talora capitava che d’iskra s’illuminasse il tutto, che la tavolata beona pareva trasformata in cenacolo, in zibaldone, senza che nessuno se ne lagnasse. E seppure, spiazzato dall’evento, il vecchio amico, di cabareth edotto, provasse a creare discontinuità col chiedere, ad accento di Piero Aretino, se Jo Pomodoro fosse di Pachino, vi fu una sera, ch’appare d’altra epoca, scontro durissimo, di dialettica quasi al limite del serramanico. E non so come che capitò di chiacchierare in toni pacati di Gattopardo, che taluno tirò fuori la cosa a margine di ragionamento, che fece supposizione che rimane mistero di chi ne completò lo scritto. Che il finale pareva appiccicaticcio, che Visconti, a creare capolavoro, pareva se lo fosse giocato pari pari. E fin lì si concordava, se nonché, come fu e come non fu me ne faccio immemore, che talaltro sbiascicò di “minchiata” di Vittorini, che si fece cassatore della pubblicazione con Einaudi. E lì s’aprì cavalleria rusticana, che mancò poco volassero piatti, dei bicchieri v’era meno rischio. Ora, io patteggiai a difesa dell’uomo d’Ortigia, di cui ero edotto circa alcune asperità caratteriali, per biografie di chi lo conobbe, di comuni conoscenze, che io ho anagrafica che non me ne permise frequentazione, nemmeno occasionale incontro. Pure, di tutta l’opera me ne costruirei monumento a capezzale, per scrittura magnifica, profondità d’abisso, acume d’analisi a vertigine. Ma anche pensiero di libertà definitiva, che disse no a Baffone allorquando era vietato di legge morale, pure al Magnifico s’oppose, senza rinunciar a radicale critica eterodossa di società. Che mi parve fosse naturale che cestinasse malamente l’opera d’uno che tutto cambia, perché nulla cambi, mentre s’avvampava di guerra a sangue a contadini esausti del lungo assalto a latifondo, morti a fasci di fuoco incrociato di picciotti e sbirraglia scelbiana. Pure, a me, le saghe noblesse oblige manco mi piacciono, m’infastidiscono, talora m’annoiano. Feci banda di tali convincimenti a gruppo compatto, che Vittorini fece bene, che avremmo controfirmato a sangue la scelta impopolare; ma la controparte era analoga di numero e di mezzi dialettici e, al calor bianco, alimentò disfida, che pareva Italia e Francia giocata da bimbi a fionde nei vicoli del Garofano Rosso. A dir di loro, la cassata – nel senso di censura, non di torta isolana – era infarcita di pregiudizio ideologico, che il libro del Tomasi, pure se pareva politicamente non correttissimo, era pur sempre capolavoro di scrittura elevata. La tenzone continuò a lungo, alimentata da rosso soave, arma impropria di guerra, solleticante ugole ad urla. Sinché tutto ebbe quiete, che il vecchio a banda ammise, a candido sorriso divertito dalla battaglia, che la lettera di Don Elio l’aveva letta per bene, che lì non c’erano i toni della censura, ma quelli pacati d’editor responsabile, con timido accenno all’incompletezza dell’opera. Incompletezza poi colmata nella pubblicazione definitiva da mano ignota, forse.

Che mi venne di quell’episodio metafora e morale insieme, che oggi due bande s’affrontano su campo assai più vasto, che di proprie verità fanno l’assoluto, come il reziario distrae il popolo bue dalla natura oggettiva dell’incedere delle cose, forse assai più semplice e pacata di contratti per bave alla bocca.

Equivoci, per così dire!

C’è memoria corta da queste parti, Pare che lanciarono napalm su neuroni, e brava gente si dimenticò d’esser tale per patimento vissuto, per protervia sopportata, per angheria subita. A sconcezza d’ira verso ultimo mi sovviene di fornire memoria d’osservazione diretta, che riporto fedele racconto, nemmeno vi dirò chi lo scrisse e per chi, pure tolsi riferimenti. Magari lo faccio in un altro momento, che dico esattezza d’origine, a ribadire che c’è trave nell’occhio che non pose a veder bene fatto, ma non abbastanza si fece a occlusione di vista per pagliuzza di vicino.

“Quando arrivai, verso sera, l’imbarco degli emigranti era già cominciato da un’ora (…). La maggior parte, avendo passato una o due notti all’aria aperta, accucciati come cani (…) erano stanchi e pieni di sonno. Operai, contadini, donne con bambini alla mammella, ragazzetti (…) passavano,(…) Delle povere donne che avevano un bambino da ciascuna mano, reggevano i loro grossi fagotti coi denti (…) molti erano scalzi, e portavan le scarpe appese al collo. (…) la maggior parte degli emigranti, presi dal mal di mare, giacevano alla rinfusa, buttati a traverso alle panche, in atteggiamenti di malati o di morti, coi visi sudici e i capelli rabbuffati, in mezzo a un grande arruffio di coperte e di stracci. Si vedevan delle famiglie strette in gruppi compassionevoli, con quell’aria d’abbandono e di smarrimento, che è propria della famiglia senza tetto (…). Il peggio era sotto, nel grande dormitorio, di cui s’apriva la boccaporta vicino al cassero di poppa: affacciandovisi, si vedevano nella mezza oscurità corpi sopra corpi, come nei bastimenti che riportano in patria le salme degli emigrati (…) La povera gente si adatta a tutti i vani come l’acqua.

(…) La maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l’artiglio della miseria. (…) Tutti costoro non emigravano per spirito d’avventura. Per accertarsene bastava vedere quanti corpi di solida ossatura v’erano in quella folla, ai quali le privazioni avevano strappata la carne, e quanti visi fieri che dicevano d’aver lungamente combattuto e sanguinato prima di disertare il campo di battaglia.

Non mi potevo levar dal cuore che ci avevano pure una gran parte di colpa, in quella miseria, la malvagità e l’egoismo umano: (…) tanta caterva d’impresari e di trafficanti, che voglion far quattrini a ogni patto, non sacrificando nulla e calpestando tutto, dispregiatori feroci degli istrumenti di cui si servono, e la cui fortuna non è dovuta ad altro che a una infaticata successione di lesinerie, di durezze, di piccoli ladrocini e di piccoli inganni, di briciole di pane e di centesimi disputati da cento parti, per trent’anni continui, a chi non ha abbastanza da mangiare. E poi mi venivano in mente i mille altri, che, empitisi di cotone gli orecchi, si fregan le mani, e canticchiano; e pensavo che c’è qualche cosa di peggio che sfruttar la miseria e sprezzarla: ed è il negare che esista, mentre ci urla e ci singhiozza alla porta. (…) Una politica disposta sempre a leccar la mano al più potente, chiunque fosse; uno scetticismo tormentato dal terrore segreto del prete; una filantropia non ispirata da sentimenti generosi degli individui, ma da interessi paurosi di classe. (…) Molti visi (…) pareva che serbassero ancora intatte le scaglie del dì della partenza. (…) Tutta la sua persona rivelava la borghesuccia impastata d’invidia per chi le sta sopra e di disprezzo per chi le sta sotto, capace di commettere una vigliaccheria per entrare in relazione con una marchesa, e di dimezzare il pane ai figliuoli per strascicare del velluto sui marciapiedi.

(…) il caldo cocente non era il peggio: era un puzzo d’aria fracida e ammorbata, che dalla boccaporta spalancata dei dormitori maschili ci saliva su a zaffate fin sul cassero, un lezzume da metter pietà a considerare che veniva da creature umane (…). Eppure, ci dicevano, non v’eran più passeggieri di quanti la legge consente che s’imbarchino in relazione con lo spazio. Eh! che m’importa, se non si respira! Ha torto la legge. (…) Si spende tutto a mantener soldati, milioni a mucchi in cannoni e in bastimenti, (…) e alla povera gente nessuno ci pensa (…). lo stavo a sentire con quell’aspetto quasi vergognato col quale tutti oramai ascoltiamo le querele delle classi povere, compresi del sentimento d’una grande ingiustizia, alla quale non troviamo riparo nemmeno nell’immaginazione, ma di cui tutti, vagamente, ci sentiamo rimorder la coscienza, come d’una colpa ereditata. (…) Ce n’eran di quelli che non avevan più mangiato un pezzo di carne da anni, che da anni non portavan più camicia fuor che i giorni di festa, che non avevan mai posato le ossa sopra un letto, e pure avevan sempre lavorato con l’arco della schiena.

(…) Voi accoglierete bene questa gente, non è vero? (…) Son buoni, credetelo; sono operosi, lo vedrete, e sobrii, e pazienti, che non emigrano per arricchire, ma per trovar da mangiare ai loro figliuoli, e che s’affezioneranno facilmente alla terra che darà loro da vivere. Sono poveri, ma non per non aver lavorato; sono incolti, ma non per colpa loro, e orgogliosi quando si tocca il loro paese (…); e qualche volta sono violenti; ma voi pure, nipoti dei conquistatori del Messico e del Perù, siete violenti. E lasciate che amino ancora e vantino da lontano la loro patria, perché se fossero capaci di rinnegar la propria, non sarebbero capaci d’amar la vostra. Proteggeteli dai trafficanti disonesti, rendete loro giustizia quando la chiedono, e non fate sentir loro, povera gente, che sono intrusi e tollerati in mezzo a voi. Trattateli con bontà e con amorevolezza. Ve ne saremo tanto grati! Sono nostro sangue, li amiamo, siete una razza generosa, ve li raccomandiamo con tutta l’anima nostra! (…) La maggior parte delle creature umane è più infelice che malvagia e soffre di più di quella che faccia.”

Okkio

Che meraviglia a giocar di fregola di clava che a luogo di quella si usa disgraziato a ripescaggio da annego sicuro che io non lo voglio e neppure io. Che meraviglia risveglio d’orgoglio sacro d’imperi, che a far due conti pareva che fossero già a puzzo di putrefazione a caldo che cuoce, e ora, a momento di son desto, pure peggio pare odore nauseabondo ch’emana da presidi imperituri di culla di civiltà varie e sparse. Ma io faccio opposizione a riflesso emetico spontaneo, e mi do a raccontar di riciclaggio favola che la morale non la scrissi, che ognuno ci veda quel che gli pare.

“Era così piccolo, il topolino, che da quella feritoia sotto il battiscopa ci passava solo lui, manco quel forellino era visibile agli occhi della coppia di contadini che abitavano la casa. Era più piccolo pure degli altri topolini dei dintorni, era nato così, ma quello che pareva svantaggio fu fortuna sua che lo rese invisibile. Nella sua tana ci stava comodo comodo ed era felice. La mattina, quando i due umani uscivano di casa, lui veniva fuori di lì e raccattava le mollichine sotto il tavolo, che si faceva dei bei pranzetti. Qualche volta cascava anche qualche pezzo di buccia di cacio e per lui era festa grande. Se la portava nel suo rifugio e pure ci beveva sopra qualche goccia d’acqua che veniva giù da un tubo rugginoso. Stava bene ed era contento.

Pure si sentiva utile ché, a ripulire d’avanzi il pavimento, faceva che la casa non s’infestasse di formiche. Una sera, che s’era saziato, se ne stava in panciolle quando udì uno strano armeggiare da oltre il battiscopa. Da un forellino lì nei pressi puntò l’occhio a cercar di capire che succedeva. Il contadino stava mettendo su qualcosa di tremendo, una trappola proprio per lui. Non ne aveva mai vista una, ma la riconobbe facile, che gliela aveva descritta un tempo, ch’era ancora un sorcetto da nulla, un suo zio. Quello, lo zio, c’era incappato malamente e ci aveva rimesso la coda che non ebbe più equilibrio e camminava che pareva ubriaco. La notte la passò a tremare di paura, era terrorizzato che non sapeva che altro stessero preparando per dargli la caccia, nemmeno era convinto si fossero fermati alla trappola. La mattina, che ancora tremava e nemmeno aveva chiuso occhio, appena udì che i due se ne uscirono di casa, si precipitò fuori che non ebbe manco il coraggio di razzolare sotto il tavolo della cucina per far colazione. Giunto nell’aia, cominciò a squittire così forte che la gallina, il maiale e la mucca lo udirono e si precipitarono per capire cosa stesse succedendo. “Cosa c’è, sorcetto? – Disse la mucca – Cos’hai da urlare?”. Tremando, spaventato pure dall’idea di non riuscire a farsi capire, il topolino disse che aveva visto tirar su quella macchina infernale, la trappola. Ma la gallina gli fece pronta: “Io capisco che tu possa essere preoccupato, ma cosa c’entriamo noi? Non è mica per noi quella cosa?” E pure il maiale disse la sua: “Caro sorcio, mi dispiace veramente per te, ma, tutto sommato, non è un problema nostro”. Infine la mucca: “Eh, caro sorcio, il destino ci appartiene e come tale dobbiamo occuparci ciascuno del nostro. Comunque, ti auguro buona fortuna”. Ridendo e sghignazzando, i tre si allontanarono. Il topolino, adesso, oltre che terrorizzato, era pure mortificato, si sentiva umiliato, invisibile più di quanto la sua piccola statura ce l’avesse reso. Sfidando la sorte se ne tornò al suo buco, zampetta dopo zampetta, guardingo e tremante. Quella notte stessa, si sentì un gran frastuono provenire da oltre il battiscopa, un rumore tale da paralizzarlo. Ormai era certo che oltre quella barriera sottile si stava consumando qualcosa di orribile. Ma volle guardare ancora dal forellino spia. La trappola era scattata, ma su un serpente velenoso che, prima d’essere ucciso dal contadino, era riuscito a mordere la donna ch’era stramazzata al suolo tra le urla. Persino si dispiacque, il topolino, che alla fine la coppia l’aveva pure sfamato. Fu fortuna per la donna che i medici riuscirono ad intervenire rapidi e le salvarono la vita. Ma la convalescenza fu lunga e il contadino sapeva che la miglior medicina per un malato è un bel brodino caldo. Così ammazzò la gallina e lo preparò alla sua compagna. Non passarono che poche settimane che quella si rimise in piedi completamente guarita, e fu tanta la gioia che organizzarono una grande festa invitando tutto il vicinato. Con tutti quegli ospiti a festa, per la grazia ricevuta da Domineddio, non si poteva che ammazzare il maiale. Ma finiti i bagordi, giorno dopo giorno, i due sposi dovettero fare i conti con i debiti accumulati per pagar le cure, addivenendo all’unica conclusione che occorreva vender la mucca al macellaio. La povera bestia fu caricata su un carro, e quando giunse al mattatoio, vide tra le ultime sue lacrime, l’immensità della trappola per topi.”

Dialettica della follia (Allonsanfàn parte diciassettesima: confronti, Ignazio Monteleone e Sergio Poddighe)

Non è cosa semplice, mai, far dialogare artisti diversi, ma capita che, al di là di manifeste distanze stilistiche, essi possano esprimere insospettabili convergenze. Ignazio Monteleone e Sergio Poddighe sono, a primo acchito, talmente lontani da non immaginare come le loro opere possano prodursi in un comune percorso narrativo.

Pare abbiano in comune al massimo taluni cenni biografici: sono entrambi siciliani, intanto, e questo non è dato che si possa trascurare, pure se l’uno, Monteleone, nella classicissima categorizzazione degli isolani dello storico direttore dell’Ora Nisticò, è siciliano di scoglio, tenacemente abbarbicato alla sua terra, in un bilico costante che oscilla tra Modica e Palazzo Adriano. L’altro, Poddighe, palermitano di nascita, è più siciliano di mare, ché non si fece scrupolo a lasciare che fossero soltanto furibonde nostalgie e brevissime incursioni a garantirgli il legame con l’isola. Entrambi si sono formati nel mondo delle accademie, quella di Firenze per Monteleone, Poddighe ha invece frequentato Roma. I trascorsi di studio attento sono evidentissimi in perizie tecniche raffinate, evolute in decenni di pratica. Hanno insegnato discipline pittoriche nei licei artistici prima di farsi pensionati praticamente in simultanea.
Dal punto di vista stilistico sono praticamente antipodici. Monteleone appare scanzonato, i suoi soggetti sono ombre che si muovono su tappeti di colore, non è tipo che s’arrende alle cupezza del tutto d’intorno. È, dunque, pittore resistente, già dai tempi in cui non ci s’avvedeva che c’era di che farsi partigiano, piuttosto s’anelava assuefazione. Nel suo atelier-abitazione, un vecchio magazzino riattato all’uopo, si respira storia, si legge sulle pareti un lunghissimo percorso artistico. Si sente il vociare felicemente scomposto dei suoi allievi, cui cerca ancora di tirar fuori estri creativi oltre il tempo scuola. Perché la sua non era la scuola d’un paradigma aristotelico, piuttosto Stoa, caparbia voglia di scoprire i talenti nelle dita e negli occhi dei suoi ragazzi.

Come faceva il Maestro Manzi quando insegnava a leggere e scrivere a milioni di italiani, lui smantella sovrastrutture per liberare la creazione d’un linguaggio nuovo, non soggetto ai valutatoi prescrittivi del contemporaneo. I suoi lavori aderiscono alla ricerca incessante della bellezza attraverso un tratto apparentemente ingenuo, mossa efficace e spiazzante contro la sproporzione delle forze in campo. Corvi e Vele e il giallo (“ch’è colore bastardo”), il suo Don Chisciotte, le sette palme che danzano, i treni a vapore oscillano tra nostalgie e gioco autentico. Ignazio, che è figlio di ferroviere, come lo furono Quasimodo e Vittorini dalle stesse parti, sa cosa c’è da aspettarsi ad ogni stazione, ad ogni fermata, i fazzoletti levati al cielo, umidi di lacrime e colorati di rossetti, fasci di palme stesi ad asciugare per una domenica di festa. La sua opera è preziosa poiché non si limita ad esporsi, invita al convivio, come le sue mostre, dove è quinta condivisa di pomodori e caci, olive, uova sode e pani caldi, manco a dirlo, vini pista e ammutta che incendiano le budella col gusto della terra bruciata dal sole. Le note di Schifano ci sono tutte, inseguite dai suoi studi fiorentini, messaggi di avanguardie isolane ed approdi per ogni continente. Colori precisi e tratti sfumati, contorni nitidi e ombre fuggenti, nel tutto che si disincrosta dell’eccesso sino a renderci l’essenza del pensiero più autentico, sono la sintesi dell’oggetto che amplifica la nostalgia per le forme esatte. Quadri che fanno suoni, melodie di motori sbuffanti, scalpiccio di zoccoli e fruscii di piume, ma pure odori forti, commenti soffusi. risa giuste. Il suo lavoro di anni, le sue opere, sono barricate altissime che provano a reggere a difesa degli ultimi presidi d’umanità.
I lavori di Poddighe, invece, hanno più l’apparenza di desolata contemplazione del tramonto dell’uomo, sono la rappresentazione esatta della disumanizzante mercificazione dei suoi sogni. I desideri umani perdono completamente il carattere di processo decisionale autonomo, sono eterodiretti, rappresentano adesione incondizionata ed acritica ad un unico modello prescrittivo. L’uomo stesso appare come entità devitalizzata, relegata alla parzialità dell’essere, dunque, incompleta, mutilata, che rincorre l’effimero come unica vacua speranza compensativa. Riempie i propri vuoti creandone di nuovi, rincorre le proprie ansie costruendone di ulteriori, mai definitivamente consapevole del proprio progressivo svuotamento. Con l’avvento del capitalismo, l’uomo cede dapprima una quota parte del suo tempo al lavoro alienato, allo sfruttamento, al giogo produttivo, poi rinuncia a ciò che resta del suo vissuto per destinarlo al consumo, quindi, esaurito pure quel tempo, diviene esso stesso merce. E l’uomo-merce è ridotto a mera immagine, si autoriproduce in forme standardizzate e seriali, non ritiene alcuna identità, è solo un piccolo ingranaggio della gigantesca macchina della massificazione produttiva. Il suo è un richiamo alla società dello spettacolo che annichilisce i singoli, li relega a monomeri costitutivi d’un tutto conforme in cui essere e apparire coincidono. I selfie in sequenza compulsiva dei social ne paiono la rappresentazione più eloquente. Eppure, in ogni passaggio, anche il più crudo della sua produzione artistica, Poddighe non rinuncia mai all’ironia, non smette di prendere in giro i tempi grami delle sue rappresentazioni, gioca persino con questi come con se stesso. Riesce ad alleggerire il carico pesante della frustrazione. Definisce persino una via di fuga dal contingente, per altri aspetti disegna una prospettiva politica, poiché recupera il senso etimologicamente più puro del termine, quello che deriva dalla Polis greca, sottinteso di impegno e partecipazione. Egli partecipa, infatti, lo fa con competenza da intellettuale, poiché si interroga sui processi. Anche se nelle sue opere permane la percezione di un fatalismo quasi disperato, è proprio quella sottile ironia, quel saper raffigurare con linguaggio schietto l’esistente, che ha insito il superamento dell’alienazione.


Da un punto di vista tecnico spinge al limite il rapporto tra produzione digitale e pittura classica, attraversa in modo personalissimo i segni d’un surrealismo operativo e concreto, in cui il dettaglio non è orpello estetico, diviene, piuttosto, elemento narrativo che manifesta il complexus delle relazioni uomo-oggetto, ne eviscera la perversione.
I due si interrogano sulla follia, lo fanno con consapevolezza piena, superando i paradigmi consueti. Metterli a confronto non è impresa così temeraria, giacché la loro narrazione, mentre si concentra su differenti punti d’osservazione, costruisce un mosaico esatto in cui ogni tessera è un’opera, ciascuna complemento d’un’altra. Si confrontano col significato di follia a partire dal suo presunto opposto, la percezione della “norma”, della “moda”. Monteleone usa, per questo, l’archetipo illustrativo del pazzo, la sua accezione più pura, persino letteraria, scovata nelle parole di Cervantes. I suoi Don Chisciotte appaiono sfumati ed indefiniti, ombre e basta, con lo sfondo di profondità senza tempo, senza spazio. Ombre e basta, perché questa è nell’immaginario collettivo la pazzia, solo l’ombra cui non volgere lo sguardo. È deviazione standard da comportamenti normali, quelli che tengono i più, che accettano codifiche, quali che siano consegne e conseguenze. Il pazzo, il dago, il reietto, il miserabile, meglio non guardarlo, non vederlo, lasciarlo nell’oscurità d’una improbabile indeterminatezza, con lo sfondo colorato e rutilante della “moda” (concetto statistico.matematico, come da definizione “la moda (o norma) di una distribuzione di frequenza X è la modalità (o la classe di modalità) caratterizzata dalla massima frequenza. In altre parole, è il valore che compare più frequentemente). Eppure quella divergenza dal normale esprime bagagli smarriti d’umanità che parole ed immagini riarticolano in pensieri complessi, perché la grammatica della follia è apertura d’orizzonte, ricerca d’utopie, di sogni realizzati. Don Chisciotte partecipa ai destini umani, alla sua immanente schiavitù dell’apparire, alla sua privazione della libertà d’essere, è, in definitiva, l’uomo compiuto.

A quella schiavitù rivolge lo sguardo Poddighe, I suoi sono soggetti perfetti, esteticamente collocati nel cliché della normalità. Soggetti privi di pensiero divergente, dunque incapaci di concepirne uno critico e complesso oltre quello dello stereotipo. Non accettano d’inserirsi nella dialettica sociale in forme conflittuali e partecipative, sono corpi prêt-à-porter, adesioni perfette a modelli preconfezionati, la fantasia al potere è abolita. Ma l’adesione al cash & carry del quotidiano ha necessità di vittime sacrificali, non accetta gratuità, pretende amputazioni d’umanità, metaforicamente rese negli smembramenti dei corpi.
La dialettica della follia si compone nel dialogo tra i due punti di vista, ne rende efficace la narrazione, va oltre la “norma”, si fa strada nel dubbio. La concezione atavica del “pazzo” si estende, finisce col riguardare il visionario, quello che supera la cortina di fumo dell’apparenza. I due, dunque, propongono una versione alternativa della narrazione consueta, e il “pazzo”, a costo d’essere “espulso” dalla conformità, non rinuncia alla completezza dell’essere umano poiché nella sua natura c’è lo sguardo verso l’oltre, non s’arrende all’ovvio. Rinunciare alla visione altra, produce la follia non dichiarata della convenzione, denuncia d’omologazione sino al definitivo annullamento del singolo, derubricato a numero, ad oggetto.


Oltre la natura umana l’oggetto per Monteleone diventa esperienza trasognata, le sue locomotive ad esempio, prendono vita da segni essenziali, un ritorno ad una dimensione fanciullesca. L’artista guarda i suoi treni come un mondo perduto, li interpreta con divertita nostalgia. Poddighe, invece, studia l’evoluzione dell’uomo al cospetto di quegli oggetti, il processo di progressivo compenetrarsi reciproco, il primo che diviene macchina, ingranaggio asettico e disanimato, il secondo che acquista centralità, che appare dominante.


Questo dialogo a distanza tra due concezioni diverse dell’arte, convergenti nei temi dirimenti dell’oggi, diverrà materiale e tangibile in mostra a Modica, già agli inizi del prossimo anno, a cura dei ragazzi di Immagina (“Dialettica della follia”) e dello spazio A/telier (“Visioni loco(e)motive”). Sarà occasione concreta per un andar oltre.

Chiudete le porte

Il mare non ha il colore del vino, ha ragione il professore. Forse nella prima aurora, o nel tramonto: ma non in quest’ora. Eppure, il bambino ha colto qualcosa di vero: forse l’effetto, come di vino, che un mare come questo produce. Non ubriaca: s’impadronisce dei pensieri, suscita antica saggezza.” (Leonardo Sciascia, Il mare color del vino)

E mentre s’erge, ad orgoglio italico, imponente barriera a franginero per difesa di coste sacre d’impero, pure si fa a colpo di disgraziato guerra d’intento tra Alpe ed Oltralpe – s’ode a destra squillo di tromba che a sinistra risponde squillo – occhio attento a trafiletto s’avvede di notiziola a passo in sordina. Mi feci a sobbalzo per dato di m’inquieto d’immenso, ma nemmeno troppo che era cosa a fatto risaputissimo per emersione, a tanto in tanto, quale cosa carsica. Insomma, a fastidioso ripresentarsi di centinaia a disperazione, è data risposta con milione di produzione nostrale ad esportazione che scappa e va via. A scorgere esatto dato manco è connazionale di cervello fuggito, ma è assai altro più complesso, pure manovale che a scopo non si specializzò, financo pizzaiolo e idraulico. Pare che italica porzione se ne sia andata ad altro paese a numero di 4,5 milioni, che se fatto si unisce a che non nasce nessuno, finisce che questo Belpaese diventa reparto geriatrico.

Ora, io comprendo che ad eventualità non c’è di trovar braccia per pagamento di pensione, non si trova operaio, nemmanco medico e professore (ma questo chi se ne frega che non c’è alunno), mi sovviene che taluno disse che non c’è a trovarli che chiappano a parassita reddito di cittadinanza. A punto di questione, e a lettura esatta di dichiarazione roboante, chi si fece valigia a partenza fuggì da evenienza tragica che gli venisse concessa pacchia a non far niente. Che mentre m’arrovello su come si può a far fronte a cosa a domani non troppo lontano, mi sovviene che, al limite, a non trovar soluzione, sempre si può dire che trattasi di efferato crimine di comunismo, che già taluno si portò avanti in detta direzione, che aborto è problema a tasso di natalità estinto, e che terribile usanza di certa sinistra di mi mangio i bambini è cosa a spregio d’ogni umanità e prefigura danno erariale.

Tempi grami s’attendono che paese nostro, che fu di santi, poeti e navigatori, a finché la barca va che ad affermazione è desueta, s’appresta ad esser paradiso di badanti.