Radio Pirata 42 (per voce d’altri)

Radio Pirata, quatta quatta, si fa a numero 42 che conduttore è a tiro di calzino, che quindi fu fortuna immane ch’egli ebbe lucidità di farsi comodo di gruppo di giovane cronista che dice la sua, che pure se la disse a tempo assai addietro, pare che tempo non cambia, semmai s’accetta a ragione ciò che venne detto. Conduttore ufficiale, comunque, non s’arretra rispetto ad incomodo statutario di porre in essere scaletta musicale di certa efficacia, che sa di domenica, neppure fa sconto ad immagine.

“Nessun uomo si aprirà con il proprio padrone; ma a un amico di passaggio, a chi non viene per insegnare o per comandare, a chi non chiede niente e accetta tutto, si fanno confessioni intorno ai fuochi del bivacco, nella condivisa solitudine del mare, nei villaggi sulle sponde del fiume, negli accampamenti circondati dalle foreste — si fanno confessioni che non tengono conto di razza o di colore. Un cuore parla — un altro ascolta; e la terra, il mare, il cielo, il vento che passa e la foglia che si agita, ascoltano anche loro il vano racconto del peso della vita.” (Joseph Conrad)

“Ci sono giorni in cui tutto intorno a noi è lucente, leggero, appena accennato nell’aria chiara e pur nitido. Le cose più vicine hanno già il tono della lontananza, sono sottratte a noi, mostrate a noi ma non offerte; e ciò che ha rapporto con gli spazi lontani – il fiume, i ponti, le lunghe strade e le piazze che si prodigano -, tutto ciò ha preso dietro di sé quegli spazi, vi sta sopra dipinto come sulla seta.” (Rainer Maria Rilke)

“Dobbiamo essere buoni con chi lo è con noi. E un contratto non scritto, ma pur sempre un contratto. Fatto sta che di solito viviamo come se non sapessimo che tutto e tutti sono una merda. Più uno è intelligente e meno lo dimentica, più lo tiene presente. Non ho mai conosciuto una persona intelligente che amasse per davvero o avesse fiducia nel prossimo. Al massimo ha provato compassione. Questo sentimento sì che lo capisco.” (Manuel Vasquez Montalban)

“Sulla luna, per piacere,
non mandate un generale:
ne farebbe una caserma
con la tromba e il caporale.
Non mandateci un banchiere
sul satellite d’argento,
o lo mette in cassaforte
per mostrarlo a pagamento.

Non mandateci un ministro
col suo seguito di uscieri:
empirebbe di scartoffie
i lunatici crateri.
Ha da essere un poeta
sulla Luna ad allunare:
con la testa nella luna
lui da un pezzo ci sa stare…
A sognar i più bei sogni
è da un pezzo abituato:
sa sperare l’impossibile
anche quando è disperato.
Or che i sogni e le speranze
si fan veri come fiori,
sulla luna e sulla terra
fate largo ai sognatori!”
(Gianni Rodari)

E buona fine domenica!

Radio Pirata 26 (guerriglia di barricata)

Radio Pirata diventa Ventisei, che a guerra che incombe risponde a guerriglia che non fa morto ammazzato, ma stordisce avversario di pace con arma potentissima, di schermaglia ricca a sfaccettatura per danno incommensurabile a brutto e orrido che avanza. Sette note usa a cannoneggiamento e oltre va per affermazione di diritto a bellezza a forma che vi pare, che quella salverà il mondo, che lo disse tale che è a censura che nacque a posto sbagliato. E vado di immaginifica potenza di bombardo a modo mio.

E mentre sparo ad alzo uomo melodia a spiazza l’ascaro, mi concedo di compagnia buona che pare pure di bevuta ottima.

È alla massa degli uomini e delle donne che lavorano, vecchi e giovani, che spetta decidere circa l’essere o non essere del militarismo attuale, e non a quella piccola particella di questo popolo che sta nel cosiddetto abito del re” (Autodifesa di Rosa Luxemburg pronunciata al Tribunale di Francoforte nel febbraio del 1914 contro l’accusa di incitamento alla diserzione)
E sparacchio di mio, a barricata.

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.
” (Bertolt Brecht)
Resisto a botto di bomba con controbotto, pure di fagotto.

Il mondo si divide in due campi: i dominatori e i dominati, gli sfruttatori e gli sfruttati. I paesi poveri non lo sono per incapacità congenita, lo sono a causa di circostanze storiche, che hanno fatto sì che certi paesi abbiano dominato, sfruttato e depredato gli altri per arricchirsi. Quando i ricchi diventano sempre più ricchi, e si parla qui di logica matematica, quando i ricchi sfruttano i poveri, i ricchi diventano sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri.”
“Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire.
” (Jean Paul Sartre)
Faccio barriera e cingo bandiera, bianca, mi pare, ch’è da suonare.

Dopo la pioggia viene il sereno,
brilla in cielo l’arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
È bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?
Un arcobaleno senza tempesta,
questa si che sarebbe una festa.
Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.
” (Gianni Rodari)
M’attrezzo ancora a resistere ardito, diserto, s’è il caso, sin dentro lo spartito.

Radio Pirata 22 (a condizionatore spento)

Radio Pirata, giunta a Ventidue, s’arma a nuovi elementi di discontinuità programmatica, che se taluno passa da qua, a parlar di pace, pare che s’è alleato di talaltro ad oltre ex cortina. Che se non ti piace bomba vuol dir che ti piace bomba, che così al sicuro Radio si mette che sgancia missilissimo di nota a pentagramma a efficacia d’abbattimento di scemenza, che fa strage di bruttezza e chi s’è visto s’è visto. Che subito si cominci ad uopo con prima sventagliata, perbacco.

Ci ho giusto un giovane collaboratore che pure lui è guerrafondaio perché a pace si è votato. Pure gli passo parola.
Chissà se la luna
di Kiev
è bella
come la luna di Roma,
chissà se è la stessa
o soltanto sua sorella…
«Ma son sempre quella!

– la luna protesta –
non sono mica
un berretto da notte
sulla tua testa!
Viaggiando quassù
faccio lume a tutti quanti,
dall’India al Perù,
dal Tevere al Mar Morto,
e i miei raggi viaggiano
senza passaporto».
” (Gianni Rodari)

Ancora proseguo con carico da novanta che siamo in dirittura d’arrivo per nuova sublime società di giusti, che a cannoneggiamento s’immolano per destini d’umanità, che tanto d’umanità, uno più, un milione meno, qualcosa poi rimane comunque, forse che si, forse che no. Che ci ho collega di bevuta che m’aiuta a portare avanti trasmissione.

Io sono il mio dio. Siamo qui per disimparare gli insegnamenti della chiesa di stato, e il nostro sistema educativo. Siamo qui a bere birra. Noi siamo qui per uccidere la guerra. Siamo qui per ridere della probabilità e vivere le nostre vite così bene che la morte tremerà a prenderci.” (Charles Bukowski)

Che m’accorsi, giusto oggi, che non mi fu data possibilità di scelta, che mi si chiese, a me come a popolo, se di preferito abbiamo pace o aria condizionata. Che non so quale è risposta giusta, che io l’aria condizionata mai l’ebbi, dunque, in assenza di tale fondamento di civiltà, non mi resta che proclamar pace, che, dunque, sono per gli ammazzatori che ci ho pacifismo peloso a scorrere nelle vene, sono ob torto collo schierato ad interim con bombarolo. “La guerra la combatti bene soltanto dove tra le punte delle lance intravedi una bocca di donna, e tutto, le ferite il polverone l’odore dei cavalli, non ha sapore che di quel sorriso.” (Italo Calvino)

Che mi sconfinfera di pensare che guerra è madre di guerra, giammai si ferma dal generare se stessa, dunque, a fermarla sarà un aborto, che mi pare non potrà essere spontaneo. “Il trattato di Versailles ha fabbricato tedeschi umiliati che hanno fabbricato Ebrei erranti che hanno fabbricato Palestinesi erranti che hanno fabbricato vedove erranti incinte dei vendicatori di domani.” (Daniel Pennac)

Che a tutti quelli che anelano a menar le mani, a buttar bomba c’è vecchio amico che vi saluta così, che io mi dissocio da certi vil pensieri. “Questo si faceva. Si moriva. Non si sapeva di cosa si trattasse. Non si aveva mai il tempo di imparare. Si veniva gettati dentro e si sentivano le regole e la prima volta che vi acchiappavano in fallo vi uccidevano.” (Ernest Hemingway)
E v’abbandono a scoppio di superordigno di deflagrazione sonora imponente.

Radio Pirata 20 (pesce d’aprile)

Radio Pirata si fa Venti per pesce d’aprile, che è tempo di scherzo a celia elevatissima, che forse domani taluno, a reti unificate, comunica che fu gioco, giusto per due risate, che ora ci saremmo anche divertiti. Che forse comunica che domani diritto di lavoro, non a sfrutto a sangue, si riconosce a donna e uomo di pianeta intero, che è scuola per tutti, che cura è gratis, che bellezza è legge, orrore bandito, pure bomba è bandita, guerra anche a divieto, financo a sputacchio più lontano, che cambio climatico è ricordo di passato che ora non si consuma schifezza d’inutile per foresta lussureggiante spazzata a colpo di spugna, manco mare patisce ad acqua bollente per calo di spaghetti a glifosato e pomodoro a glutammato. Che quello sarebbe scherzo vero, che a sorpresa di sghignazzo si risponde a musica a tutto tondo per il mondo.

Che se è giorno di pesce, pesce sia a lisca esatta, mica a scatoletta a ricavo da bauxite.

Vedere il fondo dell’acqua
Che diventa così azzurro
Che discende tanto in basso
Con i pesci
I calmi pesci
Pascolanti sul fondo
Che si librano sopra
I capelli delle alghe
Come uccelli lenti
Come uccelli azzurri
” (Boris Vian)

Che siamo a tempo di scherzo a parecchio tanto al chilo, che conto è a rosso per bolletta, ma non vorremo noi sottrarci a gioco? Che a tempi grami risposta è a riso, che risata seppellirà financo i becchini, pure se non ce la fa, quella non è a sequestro se già l’hai fatta.

Indovina se ti riesce:
La balena non è un pesce,
Il pipistrello non è un uccello;
E certa gente, chissà perché,
Pare umana e non lo è.
” (Gianni Rodari)

Dovete sapere che prima, per questi paraggi, non l’ebbimo mai il bene di vederla morta, la fera, ma sempre e solo viva, e viva, poi, che non si contentava di essere solo viva ma viva vitaiola, che faceva la gran vita, che sarebbe divertimento e sterminio: perché capite, arrivando qua, cadeva nell’oro, pesce ne trovava d’ogni grandezza e sapore (…) che le usciva dagli occhi.

Che bisogno aveva, dopo che s’addobbava come una troia, di venirci a rovinare le reti a noi? Nessun bisogno, bisogno solo della sua natura barbara.” (Stefano D’Arrigo)

Che è stato solo gioco e scherzo, che un altro ve lo volevo fare io, che mi veniva facile oggi che è giorno deputato. Ci avevo pensato – allo scherzo, intendo – pure me l’ero appuntato su un post-it verde bile. Ma chissà perché – che devo patire d’attacchi iracondi inspiegabili – mi passo la gana, lo accartocciai e gli diedi fuoco. Che do commiato di musica, che quello non è ancora ad indice d’alto tradimento, come invece pare è pace.

Le regole d’ingaggio

Che c’è aria di crisi, pure nera, tra me e l’altro me, che qualcuno obietta che crisi ce n’è in ogni dove, e che mal comune appare mezzo gaudio, ma il bicchiere non è manco mezzo pieno, pare di più assai vuoto. Che io ai bicchieri pieni ci tengo, come ci tengo a musica ad orecchie inesauste, stanche semmai d’altro.

La crisi si mostra impietosa, ogni giorno s’avvinghia a viscere che ormai manco la magnesia appare di conforto, che pure quella inacidisce, s’attrezza ad ulcera perforante. Che s’era messo a fare l’insegnante – ma glielo avevo detto che c’era odore di trappola – che gli pareva che tutto fosse Gianni Rodari e Maestro Manzi, che li si ride e si gioca, pure s’impara.

Di tregua non si vede ombra, che è settimane che il telefono di quell’altro me pare centralino di ministero. “Prof mi scusi se la disturbo a quest’ora che forse era già in fase Rem”.

“Ma signora, che scherza, non lo sa che la fase Rem è stata abolita per gli insegnanti con protocollo di ministero della burodemorazia, ed è concessa solo tra il 14 ed il 15 agosto, fatte salve esigenze legate allo svolgimento di attività didattiche estive improcrastinabili, con esperti di caratura pedagogica definitiva, quali lanciatori d’aquiloni a cottimo?”

“Che ci volevo dire che non so come deve rientrare mio figlio a scuola, che è stato in quarantena ma che il decreto di quarantena a noi non ce l’ha dato nessuno, ma che mi pare che scatta in automatico se non rispetti un metro e ottancinque centimetri di distanziamento senza mascherina omologata quale dispositivo di protezione individuale e non come presidio sanitario e visto che la sorellina, che frequenta la terza elementare, e che è in sorveglianza volontaria e sanitaria, è stata a contatto col nonno paterno, che sempre di quello è la colpa, che è pure diabetico ma se ne va a farsi infettare nella bettola dello zio di suo padre, e è risultato positivo, che loro, tutti e due l’hanno visto l’altro ieri a cena dalla zia, mentre scendeva le scale che s’era fatto fare la zuppa di cinghiale che manco sappiamo se c’era là dentro la peste suina, che la bestia l’aveva ammazzata mio fratello che lui è cacciatore provetto, ma quella smandrappata della moglie che ne so dove l’ha condita col prezzemolo, e se poi fosse cicuta a me chi me lo dice, e insomma basta il tampone negativo oppure il certificato medico del pediatra, ma anche il prete m’ha detto che casomai lui fa un certificato che s’è fatto il battesimo, la seconda dose con la comunione ed ha prenotato il booster della cresima a giugno, ma mi dice mia cugina, che ha lavorato alle poste e che di cose burocratiche se ne intende, che forse se io faccio una autodichiarazione mi pare che possa bastare che c’è la legge sulla privacy. Ma se non può tornare a scuola, mio figlio mi chiedeva, che gli ho comprato il tablet che lei manco sa quanto m’è costato, se può continuare la Dad, ma come mai nel registro c’è scritto Did e quando non si collega non è come dice la sua collega di disegno che s’è messo a fare i videogiochi che gli ha messo una nota e pure un’assenza, ma perché non ci è campo neppure linea col telefonino che abbiamo telefonato alla Tim, che poi non ce l’abbiamo nemmeno il contratto con la Tim, ma che noi la volontà ce l’abbiamo messa tutta. Ma che le pare modo questo?”

Che si ripete da un mese, che non c’è pace, manco vita, né notte né giorno. Ora, quello è in crisi perché tutto il giorno risponde al telefono, alle mail, ai messaggi, poi lassù gli chiedono di compilare una relazione pure per sapere in quale ordine i bambini devono andare a pisciare, con tanto di firma digitale autenticata. Insomma, lui rischia di scoppiare e io, che sono nessuno, me ne devo fare carico. Ora è in crisi che gli è uscito un libro nuovo nuovo, che ha avuto gestazione di discreta lunghezza, e mentre lui anela a darne visione al mondo, a fare, come un tempo, geniale chiacchierate a pubblico, tocca a me, come al solito di doverlo rinnegare che, gliel’ho pure detto, che non ne vale più la pena. Così, stasera, mi tocca d’avercelo a carico, che quando è ridotto che pare straccio, mi svuota dispensa e cantina. E io pago, che poi manco un aumentino, un rinnovuccio contrattuale, che me lo merito, che sono badante di me stesso.