Ho preso vento, tempesta e spavento

Che se passi giorno a tortura di disbrigo pratiche, con lotta ad ultimo sospiro con burocrate vario, a caldo che pare forno acceso, ti viene voglia d’altra stagione, che io quella riciclo.

“D’altro me talora faccio a meno, ch’egli è impelagato, quale Atlante, a sostenere destini del mondo, che così pare s’è convinto, che non sposta virgola, nemmeno a pareggio gioca partita, meglio sarebbe facesse briscola pazza, con risultato a perdere. Pure si scorda che c’è orizzonte a merito d’esplorazione e visita, che a convincimento non gliene avviene, o se pensiero lo sfiora, d’abnegazione si fa reietto. Vado di musica a parziale conforto.

Che talora, fortuna volle, si distrae, si fa dimentico di mission impossible, e io approfitto per lusso autentico di scivolamento a sud, dove lo scoglio si espone a schiaffeggio, per vento, tempesta e spavento, che il mare regala a testimonio di sua vita.

Non capitò giorno a fuori stagione che la distesa non rizzasse pelo a schiuma alta, non si facesse a dispensario di sale ad ogni angolo, pure con bufera ad ausilio. Che ci fu, dapprima, sgomento per reiterarsi di gesto, poi sublime approvazione, che calma piatta appartiene a turistume di fine settimana, è da bum bum su spiaggia appinguinata, non certo è ricomposizione di genia antica, abbraccio di vertigine. E mare e cielo si confondono in tutt’uno a color di piombo ed azzurro, ad inseguirsi per forma d’arabesco raffinatissimo e cangiante, disegno appare d’argento e oro, talora, a sbirciar di sole tra coltre di nuvola, sale e rena levati da libeccio, a screzio di rosso che pare sangue di mille mila anni. Cornice vi fu di suono antico, voce di sirena, ululato di lamantino, gemito di gabbiano, brontolio di tuono. Odore c’è di posidonia a far da piatto ricco mi ci ficco ad uccello di ventura.

Che al largo cima di barca non s’arrende a deriva, getta prua a decisione contro fortunale per approdo a sicurezza, che tien di conto pure che quello non arriva con scialuppa armata all’evenienza, occhio al cielo per pietà di porto salvo. Chiglia racconta storia d’abisso tormentato, è memoria d’uomini e uomini che ad abbraccio resero omaggio a sfango di pelle. Che ora è a giubilo se taluno verifica che il mare è abisso di profondità inesplorato, si fa cibo per pesce che splende a ristorante a tutto firmamento per proclama di superiorità del cannibale ad urlo di “a casa loro”.’

Confederazione a perdere

Credere di essere “uno” che fa parte a sé, staccato dall’incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione, peraltro ingenua, di un’unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot ed il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto nella confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io sposta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione. Forse, concluse il dottor Cardoso, dopo una paziente erosione c’è un io egemone che sta prendendo la testa della confederazione delle sue anime, dottor Pereira, e lei non può farci nulla, può solo eventualmente assecondarlo.” (Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira)

Ad essere possessione di confederazione d’anime io non mi sottraggo, pure come farei ad essere contraltare di pensiero di siffatta elevatissima teoria? Ne riconobbi financo alcune di dette anime sin da che ebbi facoltà d’intendere e volere, che m’ero appena attrezzato di denti da latte. Un paio furono d’inizio – sempre anime, dico, non denti da latte – che poi si fecero a moltiplicazione. Talune, a radicalizzarsi d’originale, vennero fuori da quelle, che parevano escrescenza ectoplasmica; tali altre furono a nascita di sintesi tra differenti, orripilante incrocio tra oche di Lorentz e cani di Pavlov. E questo è quanto, che divennero ciurma numerosa ed io solo contenitore d’essa, nave espropriata. Semmai fui a problema d’aggiunta che nessuna di quelle ebbe a vocazione di far io egemonico, ad interesse di metamorfosi a guida convinta. Se ve ne fu una che, a scapito d’altre – o per intendimento d’altre, direi, meglio – si fece a virtù condottiera, fu solo per distrazione a gioco di resto d’equipaggio, che abbindolò l’ultimo a donazione di cerino in mano.

Così quella, anziché prendere redini e timone, passa tempo suo, pure il mio che ne fui coinvolto ob torto collo, a ciondolare distrattamente sulla tolda, ipotizzando di non farsi notare, a che altra anima si distragga, sì da scaricare su quella la patata bollente di indirizzo giusto di prua. Che le mie son anime oziose, cialtronesche, dedite più alle libagioni che a seria attività di cabotaggio, per vocazione di nullafacenza, a mal disposizione per indole di comando. Neppure sono compiacenti a delega, esse disdegnano comando per sé stesse, detestando chi se ne fece portatore insano proponendosi a metamorfosi d’esistenza.

Così traggo linfa vitale da conflitto non per prender potere, bensì per evitarlo, ignorarlo, annichilirlo, declassificarlo o, secondo dei casi, derubricarlo a facezia. Fu corsa a mio intimo ad arrivar ultimo, a rendermi irreversibilmente invisibile oltre linee d’orizzonte, che la ciurma ha pensiero attivo nel non guidare la nave, attende solo sorpresa di approdi per deriva che è a decisione di corrente a sballonzolare chiglia di robustezza sedicente.

Ho preso vento, tempesta e spavento

D’altro me talora faccio a meno, ch’egli è impelagato, quale Atlante, a sostenere destini del mondo, che così pare s’è convinto, che non sposta virgola, nemmeno a pareggio gioca partita, meglio sarebbe facesse briscola pazza, con risultato a perdere. Pure si scorda che c’è orizzonte a merito d’esplorazione e visita, che a convincimento non gliene avviene, o se pensiero lo sfiora, d’abnegazione si fa reietto. Vado di musica a parziale conforto.

Che talora, fortuna volle, si distrae, si fa dimentico di mission impossible, e io approfitto per lusso autentico di scivolamento a sud, dove lo scoglio si espone a schiaffeggio, per vento, tempesta e spavento, che il mare regala a testimonio di sua vita.

Non capitò giorno a fuori stagione che la distesa non rizzasse pelo a schiuma alta, non si facesse a dispensario di sale ad ogni angolo, pure con bufera ad ausilio. Che ci fu, dapprima, sgomento per reiterarsi di gesto, poi sublime approvazione, che calma piatta appartiene a turistume di fine settimana, è da bum bum su spiaggia appinguinata, non certo è ricomposizione di genia antica, abbraccio di vertigine. E mare e cielo si confondono in tutt’uno a color di piombo ed azzurro, ad inseguirsi per forma d’arabesco raffinatissimo e cangiante, disegno appare d’argento e oro, talora, a sbirciar di sole tra coltre di nuvola, sale e rena levati da libeccio, a screzio di rosso che pare sangue di mille mila anni. Cornice vi fu di suono antico, voce di sirena, ululato di lamantino, gemito di gabbiano, brontolio di tuono. Odore c’è di posidonia a far da piatto ricco mi ci ficco ad uccello di ventura.

Che al largo cima di barca non s’arrende a deriva, getta prua a decisione contro fortunale per approdo a sicurezza, che tien di conto pure che quello non arriva con scialuppa armata all’evenienza, occhio al cielo per pietà di porto salvo. Chiglia racconta storia d’abisso tormentato, è memoria d’uomini e uomini che ad abbraccio resero omaggio a sfango di pelle. Che ora è a giubilo se taluno verifica che il mare è abisso di profondità inesplorato, si fa cibo per pesce che splende a ristorante a tutto firmamento per proclama di superiorità del cannibale ad urlo di “a casa loro”.

Radio Pirata 18 (all together in jazz)

E radio Pirata torna, che c’è stato tempo di silenzio per impegno improrogabile d’altro me in altre faccende affaccendato. E torna tinta d’informazione a campo largo, a sostenere conoscenza, a dar voce, quale megafono di verità, ad efficiente ed imperitura condizione statuale. Pure, a ricordo d’importanza, in ora di bisogno, d’oro alla patria, vi solluchero con tampone gastrico di jazz.

Che grande ad elogio, a bombarolo dice che è violazione malvagia di contratto che vuole rublo a luogo di moneta sana. Roba che è abietta e meschina, che dollaro di Monopoli è roba da tiranno, bomba è chissenefrega, pure ci metto carico da novanta, senza passare dal via per Vicolo Stretto, in prospettiva di Parco della Vittoria, che faccio Stranamore ad allegra combriccola di partecipo anch’io. Turi è a galera e io mi – e vi – ammusico.

Che è tempo gramo questo, di crisi a valori elevatissimi, che Papa s’inalbera e pare tornato a Aristotele e terrapiatta, che fa anatema a non riconoscimento di fulgide ragioni di civiltà e progresso col dire no a bomba sopra al due (che anche sotto, taluno parrebbe porre strale d’indignazione, in che mondo si vive). Merita stimmate di pentimento, gliele mandiamo a reti unificate, a formato tabloid unanime di lucida capacità d’analisi, che se non basta pure a meta-messaggio di rete, tutt’a d’un tratto in coro. Che di coro noi abbiamo anche altro che non è quello.

E mentre si fa classifica a profugo giusto, – tale si, tale vediamo, talaltro non se ne parla che tocca donna bianca – settimana fu di lutti tremendi, che patria di palla fu tritata a macedonia, pure, a sommo scempio, del nord ma a sud. Ch’io m’accingo a tristezza ché, se c’è palla mondiale a rotolo, amor patrio prevale che pare solidarietà a bomba buona. Che tutti corrono a salotto di TV, dimentichi d’ogni altro dove, e lasciano a me spiaggia e scoglio a deserto, come fosse inverno di coscienze ed estate di cuore. Musico in grande oggi, che torno ad origine.

Dice, tale Eurispes, che fatturato di mafia d’italica dignità, è 130 miliardi e s’appresta a crescita a cifra doppia per sfrutto di guerra. Che pare ricchezza di PIL di ventina di staterelli a morto di fame, che se a quello metto altro tanto di banditismo ad evasione, pure ad elusione e ammanicamento a tangente, non è noto chi nascose cosa a governissimo a clone di Nembo Kid, che, qualora informato, avrebbe reso problema fatto di storia antica, in minuti cinque.

Certo ci fu velina a giornalettume in vario, che notizia non ebbe sorte qual quella di migrante a color sbagliato a rubar mela. Che di quel colore ho notizia di taluni che fanno certa musichetta.

E io v’ho dato collezione di notizione, che mi rallegra assai proporvi rassegna di cosa di settimana ch’è andata, pure c’è rischio che torna pari pari. Ed ora, a ora legale, v’aiuto ancora a musica con tanto di buon prossimo tutto, che, anche se va come va, per il fatto stesso che va, mi pare che va bene.

La mia cosa preferita

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. (J.D. Salinger, “Il giovane Holden”)

E musica, all’uopo, sia.

Che, per tornare all’incipit, m’è pure capitato di leggere una cosa che m’ha lasciato senza fiato e di chiamare l’autore per dirglielo. Anagrafica vigliacca, cicli biologici assai poco attenti alle dinamiche di cultura, al senso di relazione vera, m’hanno ridotto tale fortunata opportunità. Pure non saprei cosa mettere tra i libri che mi porterei dietro, in caso di trasloco definitivo su isola deserta, immaginando di perdere l’ultimo Venerdì. È cosa che cambia, mutevole nel tempo, financo nello spazio temporale di mezza giornata o poco più. Talora mi porto dietro di pensiero trilogie di Musil, Horcinus orca, Alla ricerca del tempo perduto o La nausea, che mi sovvengono in momenti d’introspezione vocata al sacrificale impegno di mente. Talaltra mi ritrovo in mano una cosarella di Jerome K. Jerome o Ricette immorali, pure l’Uomo invaso, che non m’è dato di sovraccaricarmi di categoriche abnegazioni di pensiero, cedo piuttosto al solluchero, al cenno di svago, alla lettura felice di sorriso, qual bicchiere di vino di contadino. Ci sono momenti, persino, che m’affratello a letture di saggi definitivi e vertiginosi, che richiedono lenti d’ingrandimento concettuali, ancora mi compiaccio di cataloghi patinati dedicati ad artisti scomparsi. Mi taccio, dunque, per manifesta volubilità. E pure di musica sono incerto, che è invece certo che di jazz feci virtù definitiva, ma se m’ascolto una cosarella degli Animals, o lunghe sperequazioni modali di certo Prog, anche talune sganasciate canzonacce di protesta ad osteria, c’è il caso che m’illumino d’immenso. Non vado lontano, che ne ho maggiori certezze rispetto a letture più o meno passate, dal dichiarare che con ciò che aprì e chiuse questo scritto, c’è roba che mi porterei dietro in quel viaggio di naufragio.

Isola dei Porri (Mar d’Africa)

Posto questo, non potrei immaginarmi naufrago senza uova e cipolle, che insieme uniscono di sfericità imprecise l’atto voluttuoso della forma che tende alla rappresentazione approssimativa del mondo, al contempo la sua vertiginosa semplicità interpretativa nell’affabile unione tra terra e vita. Nell’uovo v’è questa metafora definitiva dell’inizio, ed in tutte le sue forme molteplici. Che sia semplicemente cotto a vino, un filo d’olio e origano di timpa, un crostino appena, come nell’antiapericena al barettino di Piero, una sera di tarda primavera, che il resto del mondo s’affastella intorbi a qqtartine d’improbabili cromatismi e sapori plastici. Sia pure semplicemente spiattellato a olio bollente, in qualsiasi pranzo mordi & fuggi, con o senza camicia, con solo sale e pizzico di pepe.

La cipolla è cibo misterioso, che si disvela a veli, come Salomè in una danza. Che certo non invita a relazioni intime, ma in ciò sottintende interiorizzazioni relazionali, dialoghi con se stessi. Pure c’è uovo e uovo, che taluni li fanno galline felici, scorazzanti d’aie, talaltri paiono costruzioni antibiotiche cui manca solo il bugiardino. Allo stesso modo c’è cipolla e cipolla, che la sottile dispiegatura dei veli talora nasconde solo lacrime al taglio, di gusto non ve ne fu che traccia. Ma ci sono cipolle che invitano a grazie al creato, come le rosse di Tropea, quella di Zerli, pure di Giarratana, di cui ne vidi anche di due chili e tre senza batter ciglio. Ma quando queste meraviglie s’incontrano, è lì che nasce l’intimo ricongiungimento a natura, l’estasi che si manifesta come sole al tramonto. Che modo migliore non c’è che battere uova, grossolanamente, a striature di albumi e pennellate di tuorli, con grattugie di pecorini pepati ad inferno, o caci di stagionatura matusalemmica sino a consistenza laterizia (con una sola t, che intendo roba a mattonella), sapidi a dismisura. È sull’impasto cremoso e discontinuo che scenderà pioggia fine di cipolla, del cipollotto, del porro, se occorre, a crudo, che mantenga croccantezza. Quindi pois di finissimo trito d’erba – altrettanto cipollina – o, d’alternativa non di ripiego, prezzemolo. Ancora una sbattutina, dunque, e che il tutto divenga soffice cuscino di riposo sull’olio bollente, per appena leggera doratura d’ambo i lati, possibilmente con rigiro al salto per soddisfazioni d’acrobazia.

V’è il caso che il contadino sapiente che vi fornì entrambi gli ingredienti, saprà di certo integrar di vino suo. E se, nel frangente dell’intimissima estasi del consumo, bussano alla porta, con voce rotta d’emozione a simular malanno, dite che siete contagioso e non aprite.

Quarantenario

Continua, com’è vero che il sole sorge, il mio viaggio da prigioniero quarantenato. Che tra lockdown e “isolamenti fiduciari”, gli ultimi due anni mi sono apparsi assai stravaganti, pure m’avvedo che non mi finisce qui, che ci ho da mettere in conto altre “pause di riflessione”, da ripensare tutto, che di progetti chiari e definiti non si parla, piuttosto di ravvedimenti. Che per fortuna mia e d’altri, che se n’approfittano all’uopo, nel prima v’è stato chi ha lasciato note d’eredità. Dunque, sovrabbondo, che non si sa mai dovessimo averne carenze per diktat di qualche tipo.

Che la cosa che più mi sarebbe venuta da pensare, m’avessero paventato il tutto, era di assaporar profumi di libertà in ricomposizioni sociali, voglie relazionali di solluchero, gettarmi a capofitto nell’affratellarmi col resto del genere umano. Mi sarebbe venuto in mente di rivestirmi a modino, di rimbellettarmi, deodorarmi a napalm, inamidarmi colletti. Questo immaginavo mi ci sarebbe voluto, ch’è durata due minuti, forse tre. Che invece cominciavano – e continuano – a mancarmi aria e scogli, bufere e tempeste, mari solinghi e fiumi impetuosi, cataratte, galeoni spagnoli al largo, feluche e barchette sballonzolate, financo l’odore acre della scolatura d’alici.

Mi saltano schiribizzi d’incendi neroniani di parchi auto, di percorrere ad infradito sentieri a capra, spuntoni a roccia, di sassi mai cheti, di foreste fitte, mi sovvengono animali tremendi scodinzolarmi d’intorno festanti, che mammoni felini e mannari canini s’atterriscono essi stessi. Di più, cominciai – e persevero – a farmi gaudio di camice stropicciate, maglioni dismessi, traforati dal tempo, barbe antigravitazionali, i tre capelli in testa a prendere strade d’involuzione. E se mi sconfinfera modo di ricongiungimento a massa, v’è in questo voglia di stupore a disgusto del buon senso comune, di ciabattamenti stanchi, di fuggi fuggi, di c’hai na sigaretta, dammi cento lire, d’amplessi memorabili tra simili. Lo stesso virussino s’accomoda a fuga, per tanta screanzata violenza al bon ton, divento immune per sopraggiunta repulsa. Pure non ho remore d’aliti forti, come capita nella civile convivenza, che stasera faccio leva sul mio degradarmi, per piatto da seti ataviche e respingimenti sociali. Che trovo sul fondo della dispensa quattro cipolle che mi taglio a listarelle, pane raffermo – quello mi rimase – che sbriciolo in latte. Tutto insieme contraggo in un unico caotico marasma, fitto di burro, formaggio fuso, sale, peperoncino d’inferno e salvia. Ed il compattato caos inforno al calor bianco, con grattugia di pecorino pepato, che crei scorza d’armatura invalicabile se non d’accetta. E quanto m’aggrada che ci voglia un buon rosso litrozzo per buttarlo giù, mentre mi sento – finalmente – selvaggio in jungla.

6 Luglio 1971, Satchmo sulla Luna

Theodor Wiesengrund Adorno l’ho adorato e lo adoro, tanto che mi spilucco i suoi Minima moralia come una beghina si sgrana il rosario in modo acritico, capace d’esaltarsi financo all’apologetica sottolineatura mantrica d’un Sambudello. Poi m’arriccio e m’adombro, m’indispettisco stizzito se mi parla del jazz come cosa degradante, puro piacere estetico, alla stregua d’esperienze pornografiche e gastronomiche. Musica-merce, come certe canzonette volgari, lontana dalle dinamiche autentiche d’umanità oppresse, asservita ad una concezione dei rapporti sociali capitalistici, subdolamente veicolante i contenuti esiziali del consumo a prescindere. Mi faccio d’improvviso eretico al pensiero di Coltrane e Mingus seduti con espressione inebetita sui banchi d’un supermercato, mi ateizzo di botto se m’immagino Gillespie alla stregua d’un imbonitore per saldi di pentole e materassi. Poi, dopo il primo acchito di repulsa, l’abbattimento del totem ed il superamento d’una dipendenza liturgica in favore del vizio puro, mi rassereno, mi rifaccio razionale, e m’avvedo che tale critica furibonda, il tedesco se la concepiva in quel ventennio tra anni trenta e primi cinquanta in cui ancora Mingus non solleticava utilmente le corde del contraddittorio, della dialettica in controtempo. Ed è chiaro che Adorno adduceva le sue ragioni di negazione d’arte per il jazz allorché, al suo orecchio perfetto, s’avvicendavano, effimere e suadenti, le partiture semplici e ripetitive di certe orchestrine swing, con patinature che, senza porre questioni di discernimento particolare, sapevano della voce cavernosa e della tromba ruffiana di Louis Armstrong. Dunque, in siffatto modo rappacificato coi miei credi, pure m’azzardo ad avallare le critiche furibonde del Francofortese. E se le gote più gonfie del mondo riferivano di nostalgie profonde e malinconiche per i bei tempi andati in certi sobborghi di New Orleans, già mi prefiguro le corse dal dermatologo per certe eruzioni cutanee, sobbollenti sotto traccia, di uno qualsiasi dell’ampia tribù dei Marsalis. Che certo, lui, era rivendicativo e vertenziale, difensore della causa di ex – ma non troppo ex – schiavi, non più di quanto non lo fosse Pippo di Topolino, piuttosto pareva l’esatta riproduzione al maschile di Butterfly, la domestica di Rossella O’hara.

E allora pace fatta, tutto a posto? E no, che rimangono dubbi, che m’arrovello d’incertezze. Che se fino ad ora il ragionamento a me pareva non facesse una grinza, manco una pieghetta rasa rasa, se m’ero accodato nel derubricare le strombettate dell’omonimo del passeggiatore lunatico, a pura e semplice mercanzia d’asporto, più d’una cosa, a cinquant’anni dalla sua dipartita, non mi torna. Semmai mi sovviene che quando bambineggiavo intorno al giradischi della Selezione del Reader Digest, dalla puntina abbassata senza garbo dalla mamma, gracchiava quella tromba, ed a me mi si muovevano le gambe. Era come se ci fosse qualcosa di magico e misterioso in quella roba, prima che l’età della ragione m’inducesse ad espellerla a lungo per consapevolezze – quanto spontanee non saprei dire -, che non m’evitava di ridere come se mi facessero il solletico sotto i piedi. E il “No, Satchmo no”, piano piano, lentamente, s’è spento, né più mi viene di saltare al brano successivo d’una compilation quando quel tappeto di velluto si fa suono. Pure mi si allarga il riso se mi prefiguro il faccione da palla da basket che campeggiava sulla copertina d’un vinile, più d’uno, anzi. Pare proprio vero che quando s’invecchia si torna bimbi.

Forse era un conformista Armstrong, e sottolineo il forse, che ormai non ne sono manco più così sicuro. Che certo non rilasciava dichiarazioni roboanti a difesa della sua gente. Ma all’apice del successo, durante i disordini razziali degli anni ’50, non esitò a mandare a quel paese il governo americano dopo aver visto un bianco sputare in faccia ad una studentessa nera. Quindi non staccò nemmeno il biglietto per un tour in Russia organizzato dal dipartimento di stato, ed in piena guerra fredda, se non significava esattamente “mi scelgo io qual’è il mio paese”, certo somiglia parecchio ad un “so comunque chi è la mia gente”. Ed è difficile non ammettere che il suo stile, così apparentemente semplice e ripetitivo, alla fine ha consentito di creare i presupposti perché il jazz divenisse musica libera ed universale, persino entrando nelle viscere e rivoltandole di chi apparve come il perfetto contraltare del Nostro. Non credo sia così scontato che, senza quell’esperienza Ragtime, avremmo ascoltato un giorno le furibonde tirate di Ornithology, nemmeno le ovattate atmosfere di Ascenseur pour l’échafaud. Pure, nell’evidenza che i dischi comunque li incidevano i bianchi, lui fa d’aprifila, abbatte una frontiera che non era scontato che in una certa America potesse crollare. Se poi non s’è messo a rivendicarlo per se e per altri, al limite, chi se ne frega, se quel faccione m’ha fatto ballare e sorridere, e qualche volta lo fa ancora. E manco stavo nella pelle quando, ad un paio d’anni dalla sua scomparsa, ho scoperto che il vecchio amico inglese, assiduo frequentatore d’ogni jazz club minimamente rispettabile d’Oltremanica, e con cui dividevo fiaschi di vino e jazz nella bettola sotto casa, prima del suo ultimo viaggio, aveva dato disposizioni che mi si recapitassero tutti i suoi vinili e centinaia di musicassette dell’ “odiato” jazz dell’adorato Adorno. E, fatto ovvio che ve n’erano parecchie di Satchmo, non ho resistito alla tentazione di procurarmi un vecchio mangianastri in un mercatino di vecchiumi che, premi un tasto, poi un altro, fa pendant con le atmosfere fumose di casa mia, e colonna sonora per certi whisky torbati, mentre mi scappa quello strano fenomeno che le gote mi si gonfiano a pallone da basket.

Riservato ai clienti

Scrivere mi si configura come atto liberatorio, e se talora impone fatica non lo è più di una coda all’ufficio preposto per ritirare il passaporto, il visto per un viaggio di vertigini autentiche. Che il permesso d’andare neppure è certificabile da ottuse burocrazie, quando si muovono dita sulla tastiera o, come si conviene nei momenti di massima ispirazione (direi meglio di pigrizia dirompente) non v’è necessità d’accendere il PC; basta la vecchia agenda nera con le pagine esauste di ghirigori perditempo e la Bic consunta. Pure, se capita che non mi viene niente da scrivere, va da sé che, poiché non sarei tenuto a farlo, possa desistere, senza produrre un etto di danno né a me, tanto meno ad altri. Ma mi basta poco per ritrovare verve, il tempo necessario, un bicchiere di vino e la musica giusta, che ne so, il Mingus che ho messo in fondo. Nemmeno si prospetta l’intervento delle forze dell’ordine precostituito per sciogliere l’adunanza sediziosa ed assembrata degli editori che s’affollano sotto casa mia per irrinunciabili proposte. Mi basta scrivere, poi, espletata la fisiologica pulsione, per me va bene, che sono nessuno (pure con la “n” minuscola), forse neanche esisto davvero. L’opera conclusa è irrilevante, a me interessa la strada che c’è da fare per arrivarci. Il resto è fuffa. Per me, intendo. E v’è un popolo ispirato là fuori, di talaltri nessuni (che nessuno è assai meglio di uno qualunque) che riempiono tele bianche, fanno musica e fotografie, incidono e scolpiscono dando vita a materia di risulta. Ispirazioni che vengono dalle viscere del niente e che in quel niente rimangono solo in apparenza, poiché hanno elevato coscienze. Lì, in quel niente sotterraneo e invisibile, sono convinto, s’annida l’ultima spiaggia di questo mondo. Basta che si riprendano le piazze. Certo che ci sono le piazze virtuali, ma a che servono se non c’è mai lo sguardo nello sguardo, se manca l’elettricità del rapporto? Le piazze di luce, di sole o luna che sia, sono chiuse alle moltitudini che hanno da raccontare una storia, sono circondate dall’orrore delle suburbie occupate dai (super)mercanti. Chiuse alla libera rappresentazione dell’estro, vincolate dalla proprietà privata (direi pure privata di tutto) come un parcheggio riservato ai soli clienti. Chi paga per lo sviluppo dell’estro lo fa solo in cambio del suo epilogo nell’opera finita e che non si ripeta. Viviamo tempi di necrofilia, ci piace il cadavere grondante china scura, giammai accetteremmo la rigenerazione dell’estro creativo, merce inacquistabile ed effimera, antimerce per definizione. Nessuno spazio, dunque, per chi a quello s’accinge, nessun compenso a chi detiene la virtù sublime dell’arte. Solo i lacchè di regime ne hanno diritto, con le loro mediocri autoesaltazioni tvsocial, ricoperti di prebende purché tengano occupato il campo con le loro schifezze, con la maschera di meritorie carriere artistico-letterarie, né infastidiscono i padroni del vapore se vendono i cadaveri putrefatti delle loro merci, sapientemente tutelate dai diritti d’autore.

“Si può affermare senza esagerazione che mai come oggi la nostra civilizzazione è stata minacciata da tanti pericoli. I vandali, usando i loro mezzi barbari, cioè estremamente precari, distrussero la civilizzazione in un settore d’Europa. Oggi, tutta la civilizzazione mondiale, nell’unità del suo destino storico, vacilla sotto la minaccia di forze reazionarie armate con tutta la tecnica moderna. Non alludiamo unicamente alla guerra che si avvicina. Già oggi, in tempi di pace, la situazione della scienza e dell’arte è diventata intollerabile.

In ciò che di individuale conserva nella sua genesi, nelle qualità soggettive che mette in azione per rivelare un fatto che significhi un arricchimento oggettivo, una scoperta filosofica, sociologica, scientifica o artistica, appare come un frutto di un caso prezioso, cioè come una manifestazione più o meno spontanea della necessità. Non bisogna trascurare un simile apporto, sia dal punto di vista della conoscenza generale (che tende all’ampliamento dell’interpretazione del mondo), sia dal punto di vista rivoluzionario (che esige, per giungere alla trasformazione del mondo, si abbia un’idea esatta delle leggi che reggono il suo movimento). In particolare, non è possibile disconoscere le condizioni mentali in cui questo arricchimento si manifesta, non è possibile cessare la vigilanza perché il rispetto delle leggi specifiche che reggono la creazione intellettuale sia garantito.

Ciò nonostante, il mondo attuale ci ha obbligato a constatare la violazione sempre più generalizzata di queste leggi, violazione alla quale corrisponde, necessariamente, una degradazione sempre più notevole non solo dell’opera d’arte ma anche della personalità “artistica”.

(…) La vera arte, cioè quella che non si soddisfa delle variazioni sui modelli stabiliti, ma che si sforza di esprimere le necessità intime dell’uomo e dell’umanità attuali, non può cessare di essere rivoluzionaria, cioè non può se non aspirare a una ricostruzione completa e radicale della società, sia anche solo per liberare la creazione intellettuale dalle catene che la legano e permettere all’umanità intera di elevarsi alle altezze che solamente geni solitari avevano raggiunto in passato”(…) L’arte non può sottomettersi senza decadere a nessuna direttiva esterna e riempire docilmente gli ambiti che alcuni credono di potergli imporre con fini pragmatici estremamente brevi. Vale più confidare nel dono di prefigurazione che costituisce il patrimonio di ogni artista autentico, che implica un inizio di superamento (virtuale) delle più gravi contraddizioni della propria epoca e orienta il pensiero dei suoi contemporanei verso l’urgenza dell’instaurazione di un ordine nuovo.

L’idea che dello scrittore aveva il giovane Marx esige ai nostri giorni di essere riaffermata vigorosamente. È chiaro che questa idea deve essere estesa, sul piano artistico e scientifico, alle diverse categorie di artisti e ricercatori. «Lo scrittore — diceva Marx — deve naturalmente guadagnare denaro per poter vivere e scrivere, però in nessun caso deve vivere per guadagnare denaro… Lo scrittore non considera in alcuna maniera i suoi lavori come un mezzo. Sono fini in sé; sono così scarsamente mezzi in sé per lui e per gli altri, che in caso di necessità sacrifica la sua stessa esistenza all’esistenza di quelli… La prima condizione della libertà della stampa si fonda nel fatto che non è un mestiere”. Mai sarà più opportuno blandire questa dichiarazione che contro chi pretende di sottomettere l’attività intellettuale a fini esteriori a essa stessa e, disprezzando tutte le determinazioni storiche che le sono proprie, dirigere, in funzione delle presunte ragioni di Stato, i temi dell’arte. La libera elezione di questi temi e l’assenza assoluta di restrizione in ciò che spetta al suo campo di esplorazione, costituisce per l’artista un bene che ha diritto di rivendicare come inalienabile. In materia di creazione artistica, importa essenzialmente che l’immaginazione sfugga a ogni coazione, che non permetta con nessun pretesto che le si impongano strade. A chi ci incita a consentire, sia per oggi o sia per domani, che l’arte si sommetta a una disciplina che consideriamo radicalmente incompatibile con i suoi mezzi, gli opponiamo un diniego senza appello e la nostra volontà di mantenere la formula: tutta la libertà nell’arte” (Diego Rivera, Leon Trotsky e André Breton)

La presa della Fera

Succede, soprattutto nei momenti di riflusso (non gastroesofageo), che incontri quegli sguardi ieratici, quelle espressioni estasiate, con gli occhi che pare esplorino l’infinito; poi, appena sussurrata, la frase che ti cattura – a me, invero, stranisce, persino mi inquieta -: “questo libro m’ha cambiato la vita”. È pure probabile che io sia un uomo rozzo, persona di sensibilità appena verificabile, tipo che inchiodo se un gatto mi taglia la strada, non tiro dritto incurante, cioè, questo sì, lo faccio, magari oltre non vado. A me, però, un libro non m’ha mai cambiato niente. Quando vi fu la riscoperta di Memorie d’Adriano, per buttarla in caciara, pareva che tutti non aspettassero altro per schierare occhi persi verso l’orizzonte, che quello dell’avvenir ormai pareva perso. Mi viene in mente che quel libro di vittime così ne fece parecchie. Posto che io non ce l’ho con la cosa della Yourcenar, m’è pure piaciuta (ho preferito Il Portico di Zenone), l’ho letta con affabile genio, come altri: però, ribadisco, “un” libro, la vita non me l’ha mai cambiata. Tanti libri assieme finiscono col farti buono o una pura schifezza, dipende da quello che leggi. Se non leggi, poi, forse va pure peggio. Ma uno, uno solo, intendo, con me non c’è riuscito. Anche perché, se ci si ferma a pensare un attimo, ognuno di noi è fatto da talmente tante pagine, che pure certe scritture strette e fitte come fanno a starci dentro senza perdersi come goccia nel mare? Tranne che, appunto, qualcuno di pagine sue ne abbia non troppe, e s’accontenta. Così mi pare che sia, anche se, proprio a dirla tutta, ce n’è stato uno di libro, che seppure non m’ha cambiato la vita, tuttavia…

Insomma, è storia antica, ed eravamo in mezzo ad una Sicilia di contraddizioni, intorno alla metà degli anni ’50, ma io non c’ero, non ancora, almeno. C’era Elio Vittorini, che faceva l’editor d’Einaudi. Fu il tempo che ricevette una stesura de Il Gattopardo. Si disse che la rifiutò sdegnosamente, e fu accusato perciò di feroci ideologismi. Pare, invece – e ho fonti certe ed attendibili in merito – che in realtà abbia solo evidenziato che l’opera pareva incompleta, che non c’era finale. Poi fu pubblicato da Feltrinelli. Chi l’ha letto avrà in effetti notato come il finale sia un po’ appiccicaticcio, quasi pareva non c’entrasse niente col resto, come ci avessero messo il primo che trovavano perché non se ne poteva fare a meno. Tanto che Visconti lo fece praticamente sparire dal suo film. Ma sto divagando, non è alla cosa del Lampedusa che mi riferisco. È che, quasi contestualmente, si presenta da Vittorini, un giovane ricercatore, siciliano anch’egli, tale Stefano D’Arrigo, con un libercolo che si chiama “I giorni della fera”. All’editor quel lavoro piace, ma consiglia benevolmente di rimpolparlo un tanticchia. Fu preso abbastanza sul serio poiché quel rimpinguare di pagine durò oltre vent’anni, si da trasformare il libretto embrionale nell’opera monumentale -1600 pagine fitte e strette come mai, da perderci fiumi di diottrie – Horcinus orca. Roba che poi, per rilassarti, leggi i classici russi. Così pensavo, tenendomene alla larga beatamente, pur se taluni che s’erano avventurati nella lettura li conoscevo. Gente reticente, che non raccontava niente di quello che avevano trovato in quelle 1600 pagine, e, senza troppi sguardi ieratici, a domanda rispondeva con fastidio che me le potevo anche leggere da solo. Pare che custodissero una sacra reliquia, un segreto estremo e definitivo, custodi di quello come cavalieri templari. Io non è che non ci dormissi la notte, e financo Mastro don Gesualdo Bufalino scrisse un Codicillo a D’arrigo, in cui, dopo aver elogiato l’opera, candidamente ammetteva di non essere nemmeno arrivato al giro di boa. Per cui mi sentivo confortato nella mia scelta. Sinché, una graziosa signora, col senno di poi, non so, se per affetto oppure per inconfessata antipatia, me ne fece gentile omaggio, pure in bella confezione. Lo deposi con cura in un angolo oscuro della mia libreria, e feci finta di dimenticarmene. Tuttavia, quella costa voluminosa, tanto larga quanto alta, pareva accendersi di fosforescenze ogni volta che vi passavo dinnanzi. C’era qualcosa che attirava la mia attenzione da quelle parti. Mi capitava di svegliarmi di soprassalto dai miei sogni giovanili, e tutto sudato andavo a verificare se il libro s’era acceso di nuovo, se s’era messo a vivere. Fu così che mi decisi di cominciarne la lettura. Dopo le prime duecento pagine, sofferte di contenuti, m’avvidi della vertigine che ne rimaneva. Così smisi una prima volta. Ma quello non demordeva, lampeggiava come certi catarinfrangenti autostradali, senza ritegno per l’oscurità d’intorno, sfavillando, persino. Io dissimulavo l’interesse, facevo finta di niente, mi mostravo indifferente. Ci ricascai, forse per altre trecento o quattrocento pagine, arrivai persino a superare Bufalino. Ma m’arresi ancora. Poi un lascia e piglia, e di resa in resa, arretramenti e incursioni, quella dialettica serrata maturò l’ultima pagina che acquietò la fera, e dopo quasi due anni. Quindi, sancì l’irrilevanza d’ogni altra cosa abbia letto sino ad allora o avrei letto da lì in poi. Qualcuno m’ha chiesto cosa ne pensassi, di cosa parlasse, me ne chiedevano un Bignami. Sempre risposi, ma perché non ve lo leggete?