A non sprecar tempo

Esiste una specie di morti viventi, di gente banale che a malapena ha coscienza di esistere se non nell’esercizio di qualche occupazione convenzionale. Portateli in campagna o imbarcateli su una nave e vedrete quanto si struggeranno di nostalgia per il lavoro o il loro studio. Non sono mossi da curiosità, non sanno abbandonarsi alle sollecitazioni del caso, non provano piacere nel mero esercizio delle loro facoltà, e, a meno che la necessità non li incalzi minacciandoli con un bastone, non muoveranno un dito. Non vale la pena di parlare con gente simile: sono incapaci di abbandonarsi alla pigrizia, la loro natura non è abbastanza generosa; e trascorrono in una specie di coma le ore che non sono applicate a una frenetica furia di arricchirsi.” (Robert Louis Stevenson)

Il mare frenesie non ne vuole, pretende attese. La lampara che corre lungo la costa di notte è capace di rimanere senza una sardina per gran parte del tempo. Poi, a che la pesca pare finita, si riempie di seppie. Quindi l’attesa non fu mai tempo perso, che quella va impiegata bene, non può essere giocata come fatto inutile.

E nell’attesa si consuma la consapevolezza che qualcosa è ad accadimento, pure se non è certo, dietro l’onda ci sta che c’è. Pare, l’attesa, messa lì a bella posta a riflessione sul tutto, che è vuoto che si può riempire. Il pieno a colmo di spazio e di tempo è già finito, non va oltre ciò che è stato, non accetta evoluzioni altre. Il vuoto è desiderio, è sorpresa di scoperta per ogni cosa possa colmarlo un poco. È insegnamento di mare questo, che mare è immenso vuoto a certe ore, tanto che non se ne vede confine autentico. Ma è pieno d’ogni attesa, pieno d’ogni ricchezza solo se ne voglia prendere quello che ci tocca. E ci tocca quello che siamo riusciti ad aspettare, che non ci venne a sottrazione d’impazienza. Forse nemmeno arriva altro che quella vista, che è già tutto, pure gratis, non si paga niente per vederla.

La nave dei folli

“…la nave dei folli non era, poi, totalmente un parto della fantasia. Al contrario, era piuttosto comune la prassi di allontanare i matti dalla comunità dei normali, eventualmente proprio affidandoli a gente di mare. Accadeva spesso che venissero affidati a battellieri, a Francoforte, nel 1399, alcuni marinai vengono incaricati di sbarazzare la città di un folle che passeggiava nudo. Le città europee hanno spesso dovuto veder approdare queste navi di folli”. (Michel Foucault)

La follia arriva e batte bandiera sconosciuta. Non ha patria né dio, nemmeno padre e madre, pare tale, la follia, intendo, che non si palesa con documento d’imbarco, s’allontana e basta, a cerca di porto salvo per disperazione d’essere niente e nessuno. La cittadella fortificata del mondo dei sani se ne difende, invita a respingimento, con accordo tra tiranno e tiranno a far che pure accoglienza di pazzo è cosa da folli. D’avanzata sanità di mente si tinge distruzione e guerra, parve laurea a saggezza affondare nave dei folli, bombardo di città di dissenso, ripiegare a tasso d’umanità pari a curva concava.

Orizzonte scruta non per vertigine di visione, solo per scorgo a vista nemico che arriva, che se poi non si palesa ad esodo qual vien dichiarato, che importa, che semplice attesa d’invasione è a generazione di paura e fremito di pelle di popolume a suddito di illuminatissimi, che immantinente si tinge di vessillo patrio a nome noto, sotto egida di tiranno a difendere belle, armate sponde, a sventolar bandiera di grande savio di giustezza conclamata. Il resto è dago, pazzo, diverso per colpa ed essenza di sua scelta, che non nacque né a colore giusto, né a terra di saggezza. Pazzo più pazzo è a sostegno d’idea che pazzia fu per causa di mondo di giusti che non s’avvidero che pazzi fecero a furor di tempesta, a fulmine di guerra, a sfrutto a schiavo creatura e natura. Egli attende anche per sé medesimo imbarco coatto – che presto arriva – di chi, pazzo tra i pazzi, ricerca altra sponda per vita, anziché schiantare a terra desolata senza far rumore a non disturbo saggissimo manovratore.

A sfidar destini

La terra trema, di bombarda non cessa il suono, a mare aperto c’è continuità d’annego a fuga di disperazione, pure virus appare a cedimento d’eversione per boicotto, che crede a terrapiatta, rema contro governo di migliorissimi, a sprezzo che fu abolito per legge di stato edotto e saggio, non s’eclissa e fa morto ammazzato per piglio criminale e senso civico da fattucchiera. Bolletta schizza con benzina, d’inflazione fecero overdose che stempero dolor con nota ridotta a strumento solo.

A pagamento per sgobbo c’è sempre voce a ribasso, pure per insegnante, che se vuol aumento di centesimo dimostri d’essere ad abnegazione totale, con conseguente contratto h24, reperibilità a notte fonda per esercizio a crocettatura, che pare settimanale a mille mila tentativo d’imitazione, tal altra rassomiglia a roulette che russa è meglio non si dice, che entri in camera caritatis e lista di proscrizione a compagnia di Tolstoj. C’è anche pletora di nullafacenti, a dimostro falso e negletto che sistema è sbagliato, quale kamikaze a martirio, continua a farsi d’ammazzo a posto di lavoro. Grandi firme seguono moda a dir che se donna è incinta al massimo laverà piastrella ch’io non ce la voglio, che a notte inoltrata, senza luna ed ululato di lupo a cottimo, poi non si presenta a lavoro che s’occupa di bebè. Che a ben vedere, pare che taluno lassù esiste, che coincidenza è troppa a malcapitati noi, e col tutto insieme così, vien da pensare che è ad alterazione permanente. Rivolge strale che manco Giove Pluvio, ad anni di suo regno celeste, pareva mosso a tale adirata postura. Mi viene a pensiero che entità possa palesarsi a chiarimento d’equivoco, che ci dice che non si fa a siffatto modo, che con tale autorevolezza conclamata di liturgia salvifica, noi a cenere immergiamo capo, e si volta pagina a giuro non lo faccio più.

In attesa di venuta, m’è palese desiderio di scoglio, pure di frastagliata costituzione a falesia, sferzato da vento di libeccio, che sudore, sangue e lacrime regala di mare onnipotente, sino a sguardo d’orizzonte perduto, per sogno di spiaggia altra e vertigine definitiva. Ad ora mi tocca solo surrogato d’acqua a sputacchio di fiume, asfissiato da cambio climatico

Stasera pure ho invito a cena, che invito è vieni, ma cucina tu. Allora mi sconfinfera antica saggezza popolare per ritrovo di soluzione per casi di grave complessità. Rapidità di esecuzione, sintetica ma esaustiva rappresentazione a slow. Qualcosa nel prodotto finito che ricorda, nella sua natura più intima, il pane e pomodoro. Gli ingredienti sono formazione cameristica che esegue repertorio di tale minimalismo che Glass appare barocco, ma nel contempo è ensemble ad emersione d’eleganze sorprendenti. Allora, mentre l’acqua prova ad aggiudicarsi bollore, si sguscia taluno spicchio d’aglio, se ne asporta l’infame anima verde, e si trita grossolanamente il resto. Quando acqua e sale appaiono preda di deliri convettivi, vi si immergono gli spaghetti e si lancia frammentume d’aglio a tuffo in bollenza d’olio d’oliva, meglio se di giovane piccantezza. Si accompagna la sfrigolante esuberanza con peperoncini rossi (ne ho di varietà che guarderò di sottecchi ignari commensali, sussurrando appena “qui si parrà la tua nobilitate”). A quel punto un film di schiuma d’amido si sarà fatto strato sulla superficie d’acqua, per evasione da trafilature bronzee, e con un cucchiaio ne raccolgo d’abbondanza a stempero soffritture infernali, per verso su aglio e peperoncino a formare biancheggiante salsina. Appena gli spaghetti sono addentabili, si ricongiunge il tutto in padella per divertito salto d’insieme che avvolga ogni cosa all’altra, in morbido e vellutato abbraccio su cui discontinuità cromatica sarà di trito di prezzemolo freschissimo. Infine, sapidissimo grattugiato di ragusano stagionato (va bene anche pecorino, romano o toscano che sia, qualcuno osa parmigiano o grana…). E di bombardo con Sirah a fiasco, meglio a damigiana, è guanto di sfida a Fato, o chi per lui, che si spera in resa sua a senza condizione.

Il legno che vive

Le civiltà senza navi sono come i bambini i cui genitori non hanno un letto matrimoniale sul quale poter giocare. I loro sogni allora si inaridiscono; lo spionaggio si sostituisce all’avventura, e lo squallore della polizia prende il posto dell’assolata bellezza dei corsari”. (Michel Foucault, “Utopie Eterotopie”) Le navi, le barche, ondeggiano sulle onde, disegnano piccoli punti sensati sul mare, come le note tracciano melodie su un pentagramma.

Pure quelle che paiono di meno fascino, i traghetti che fanno su e giù tra Scilla e Cariddi, o spola per qualsiasi terra, financo da sponda all’altra di canale o fiume, che hanno odore acre di vernice e olio rancido di frittura e motore, hanno chiglia che s’affacciano all’abisso, tolde che s’illuminano di firmamento o bruciano al sole.

Mi piacciono quelle piccole, di legno diseredato, barche che levi a favor di scoglio s’è tempesta di scirocco, che tirano il fiato coi denti, che le senti digrignar gengie di sforzo per non far di sovraccarico di disperati pasto di fiera famelica. Quelle che s’abbracciano a prua nome di papà morto, d’amata, di santo distratto. Che s’appigliano a calafati antichi per reggere, come mulo a soma, miserabili sussistenze di pescatore a lampare. Pure, mi piace che s’accollano destini di genti antiche e dimenticate, si trasformano di colori d’arcobaleno, arrossiscono d’emozione a bellezza di tramonto, s’abbracciano a cime sfilacciate scosse di bufera, si riposano a porto salvo, si fanno cullare e cullano di bonaccia, s’attrezzano al peggio quando di chiglia fragile fendono l’onda. Quando le vedo, le barche – che starei a guardarle per sempre, dallo scoglio che si schiera a alito caldo d’oriente – mi sovviene del viaggio ch’è sofferenza per chi ci campa, che lascia la certezza, e s’affratella di gioia ad altro che ritorna su legno ferito da scampata bufera. Che ci sono certe barche che campano nelle memorie, e mai muoiono, che le senti nominare ancora nei secoli dalla gente che ha rughe di sale a cottimo. Pare non s’arrendono mai, finché s’adagiano ad acqua, e di silenzio si mortificano quando cedono al fondo d’abisso, si piegano meste alla deriva o si spiaggiano da creature esauste. Che hanno ancora storie da raccontare che non s’ascoltano se non hai orecchie giuste, e ti pare che quella che hai davanti è solo vecchio legno corroso di sale, manco buono per farci fuoco. Che hanno occhi, le barche, vedono lungo, cuore che batte, pure dimenticate a secca o a pantano, si consumano piano, senza rumore, un pezzo alla volta, che loro sanno cos’è il pudore.

Biancheggiar per sbaglio

La musica è una macchina per sopprimere il tempo”. (Claude Lévi-Strauss, “Il crudo e il cotto”, 1964) Così, che musica sia, senza porre tempo in mezzo, dovesse essere troppo tardi.

Che fuori c’è la neve, pure ci sono malelingue che sospettano, insinuano il dubbio, ch’io ne abbia una certa repulsa. Che è cosa di falsità senza confine, e chi lo sostiene mente sapendo di mentire. Io adoro la neve, quei flebili fiocchi che si depositano formando coltre candida, che pare piumino Ikea. Unica cosa chiedo, di goderne lo struggente spettacolo da dietro i vetri, al riparo, abbarbicato a Cognac, pure, per conforto d’anima, al boccione del Nero d’Avola.

Che voglio attenuanti a parziale remissione del peccato che confesso, ch’io non nacqui da neve, e se mi ritrovo europeo, financo italiano, con autografo d’autorità locale a data di scadenza di documento d’identità, ciò si deve a mera convenzione amministrativa.

Mi confà di spiegare che fui spiattellato al di là di confine d’Africa solo per qualche chilometro, su scoglio ispido, a favor d’onda e sguardo al sud di levante, per puro caso, che tranquillo era d’accadimento che invece mi trovassi sulla sponda opposta, che qui ci arrivavo in barcone e trafelato. Che mi ritrovai dove nacqui solo per distrazione di antenato fenicio dedito a contrabbando di porpore, o forse di dabbenaggine di greco, filosofeggiante di matematiche, imbonitore di folle e amplificatore di follie, ancor più probabile di mercante arabo a cambiali esauste, forse financo di Lestrigono di passaggio, ibrido di sirena e ciclope, sempre a cavallo di scoglio, da scirocco e libeccio sferzato senza tema, che la neve la conobbi solo per biancheggiare lontano di cime di vulcano.

Pure non m’avventuravo lì che mi si disse videro recarvisi tale Empedocle, di cui trovarono solo sandalo a vaga bruciacchiatura, oinochoe di distillato di melicucco. Che d’arrostir castagne al camino m’è d’uopo rinunciare a sostegno dello sgranocchiare carrube come asino o decollato in ascesa al cielo, che non riconobbi impronte bianche di mammoni e mannari, piuttosto solchi a rena, trafitti da lacrime d’Aci e chiome d’Aretusa e Ciane. Pure non ho memoria di racconti d’inverno al focolare della nonna, piuttosto dei brontolii di Ferdinandee, singulti di Cariddi, segreti di trovatura e Re Bafè. Ma m’è finito il caffè, mi tocca d’uscire. Mi copro bene.

A Love Supreme

Il mio compito di musicista è trasformare gli schemi tradizionali del jazz, rinnovarli e soprattutto migliorarli. In questo senso la musica può essere un mezzo capace di cambiare le idee della gente”. (John Coltrane)

Sono passati quasi sessant’anni da quando esiste A Love Supreme, il brano più iconico dell’intera discografia di John Coltrane. Impulse pubblicherà, questo 22 Ottobre, la registrazione di una ormai mitica performance al club The Penthouse, a Seattle. Al Classic Quartet, la formazione tipo con cui Coltrane si esibiva, con McCoy Tyner al piano, Elvin Jones alla batteria, e Jimmy Garrison al contrabbasso, in quell’occasione – ed in altre a seguire – si aggiunsero il sax tenore di Pharoah Sanders (considerato il suo erede naturale insieme ad Archie Sheep), il contralto di Carlos Ward, ed il contrabbassista Donald Raphael Garrett. Roba che, se fosse Fantacalcio, si vincerebbe facile. Seppure ne esistano dal vivo numerose altre registrazioni, questa di A Love Supreme assume una rilevanza del tutto particolare, poiché Coltrane non riprodusse quasi mai dal vivo l’intera suite in quattro movimenti proposta nella prima edizione in studio. La registrazione – privatissima – è rimasta pressoché sconosciuta, se non a pochi fortunati eletti, poiché gelosamente custodita nella collezione privata del sassofonista Joe Brazil. Tuttavia, ogni singola versione di A Love Supreme non appare come semplicemente riproposta o, a seconda dei punti di vista, rinata, sembra piuttosto proseguire in un loop vertiginoso e definitivo, come se non smettesse mai di riprodursi all’infinito, come non avesse inizio, pure fosse senza fine. Riparte, piuttosto, da dove s’era interrotta l’ultima volta, s’arricchisce d’arabeschi orientali, di pulsioni identitarie, di spirito e corpo. Concepita come opera spirituale, religiosa, travalica le dimensioni consuete della liturgia e diviene immanente, materica, palpabile. Dentro c’è la storia del Jazz, il blues, l’estasi quasi orgasmica del Gospel, le atmosfere soffuse e dilatate del jazz modale, le feroci improvvise staffilate del free. A Love Supreme è opera politica in senso stretto, ne recupera, potremmo dire, l’etimologia più pura, dal concetto stesso di Polis. Pure, in questo senso, è opera eversiva, anche qui nel senso più autentico dell’e-vertere latino, il cambiare direzione radicalmente. Va oltre il senso d’una ricerca interiore, d’una esecuzione perfetta – che con quel po’ po’ di band non doveva essere nemmeno complicato si realizzasse a livelli elevatissimi -, ma avvolge chi l’ascolta, lo trascina dentro una nuova consapevolezza, rendendolo partecipe di un progetto umano evolutivo, ancor prima che musicale. Il sax di Coltrane, ben prima che si concluda la prima parte, Acknowledgement, è strumento d’un afflato comunitario, penna d’abilissimo narratore. L’omaggio a Dio è al contempo inno ad un’umanità ritrovata, o forse sperata, abbraccio di fratellanza, fusion tra corpo ed anima, tra trascendenza e sangue e sudore. Il tappeto ritmico, potente ed ossessivo, ipnotico, appare letteralmente straziato dalle note tirate del sax. Sensazioni distanti, pacate meditazioni, ed urla lancinanti di dolore, si susseguono senza soluzione di continuità, creando una fitta rete emozionale che non è mai contraddizione dicotomica, piuttosto rappresentazione di un complexus sorprendente, dove ogni dettaglio, la meno percettibile sfumatura, ha un ruolo determinante nel definire una narrazione epica.

Non resta che attendere con ansia questa registrazione, poiché è proprio nella natura dell’opera che sia presente un pubblico che vi interagisce emozionalmente e che dialoghi con musica e musicisti, che divenga contrappunto necessario alla partitura della prima incisione in studio, perché questa prosegua il suo intenso ed indefinito viaggio di scoperta e trasformazione.

A Love Supreme: Live in Seattle (Impulse! Records/UMe)

A Love Supreme, Pt. 1 – Acknowledgement (Live in Seattle/1965)

Interlude 1 (Live in Seattle/1965)

A Love Supreme, Pt. II – Resolution (Live in Seattle/1965)

Interlude 2 (Live in Seattle/1965)

A Love Supreme, Pt. III – Pursuance (Live in Seattle/1965)

Interlude 3 (Live in Seattle/1965)

Interlude 4 (Live in Seattle/1965)

A Love Supreme, Pt. IV – Psalm (Live in Seattle/1965)

Recorded by Joe Brazil at The Penthouse, Seattle WA.

Goal!

Non mi piace lo sport, me ne sono tenuto alla larga per parecchio tempo. È contro la mia religione. Un po’ di pallavolo, da ragazzo. Poi smisi. Troppo affanno ed effetti collaterali. Mi piacevano certi boxeur, Ray Sugar Leonard tra tutti. Mi pareva fossero personaggi letterari, con le loro storie di emancipazione, gli incontri leggendari. Pure Alì, invero. M’ero pure messo, su quella scia, ad incrociare guantoni. Ma non durò molto nemmeno quello. Trovavo assai disdicevole che, mentre io prestavo il mio setto nasale ad improvvide deviazioni, gli altri non facessero altrettanto, si scostavano. Col mio compagno di banco delle medie, sportivissimo autentico e convenzionale, non eravamo ben assortiti: lui un metro ed una spanna, con la faccia angelica ed i riccioli d’oro, ma ben piazzato; io spilungo e sottile come un giunco, levantino ed arabeggiante. A dispetto dell’aspetto, era uno spietato killer d’area di rigore, e mi convinse a farmi la partitella della domenica, su una specie di campo di patate alle cui estremità erano piazzate due porte senza rete, che ad ogni incrocio dei pali era rissa per l’opposta valutazione se la palla fosse passata sotto o all’esterno. Dismisi rapidamente che il dopo partita era sempre doloroso e tornavo a casa che, ancora più che per incontro di box, parevo una carta geografica. Al di là del fatto che, per spirito critico innato, m’ero rapidamente avveduto che non c’era storia per me sul campo da calcio. Mio padre, tifoso con cautela della Juventus (in Sicilia si nasce cattolici e juventini, a prescindere), mi portò a vedere una partita di serie A ch’ero bambino. Conosceva questo tale vicepresidente o qualcosa del genere d’una delle due squadre. Per i 90 minuti canonici, quei ventidue in mutande inseguirono confusamente il pallone, mirando più alle caviglie degli avversari che a quello. Per il resto ebbi la sensazione che, fossi sceso in campo, avrei potuto segnare anch’io un paio di gol. Il mio compagno di banco avrebbe fatto una goleada. Seppi che alla fine di quel meritatissimo doppio zero, un po’ dei protagonisti lasciarono il campo sui cellulari della polizia, tradotti in particolari ritiri per un calcio scommesse. La religione di stato (l’oppio dei popoli), dunque, non m’ha mai entusiasmato. Qualche cauta riscoperta, cenno di svago, roba da paesaggi immensi e orizzonti di fascino polveroso di Patagonia, m’è venuto dal calcio dei racconti di Osvaldo Soriano, di Manuel Vasquez Montalban e Eduardo Galeano, ma non sono mai andato oltre. Eppure, in certe occasioni, ridivento tifoso, dell’evento più che della squadra. M’è parso che ci sia, da qui a breve, una qualche kermesse d’un certo interesse, che vedo TV megalitici sparire dagli scaffali dei supermercati, con rapidità maggiore di quanto non vada via il pane fresco. L’evidenza l’ho avuta nella consultazione delle pagine d’un quotidiano. Ed io, ripeto, adoro questi eventi. Quando scatta l’ora x, le genti italiche, rispolverando sepolti amor patrii, s’affastellano nei salotti, sui divani monta smonta svedesi, dinnanzi a pareti a led made in China o Japan, con birre ed hot dog, tutti chiari riferimenti all’identità nazionale, da difendere e preservare contro l’invasione dello straniero, e per ridare alle ugole capacità espressive primigenie. Ed è questo che mi piace, che le vie dei borghi, di paesi e città, pur tra qualche lontano vagito d’un nascituro rigore, d’improvviso si svuotano del consueto, e per un paio d’ore, m’appartengono in esclusiva suadenti silenzi, musei d’ombre, dentro cui perdersi, sublimarsi. Questo a me piace di constatare, il lockdown autoinflitto, ed il campo libero della riappropriazione per chi non ha tema di lesa maestà.

Tossine resistenti

Ammetto che le liturgie non m’hanno mai appassionato. È che, alla lunga m’annoiano. Mi pare pure che servano a farci ricordare una cosa in un tal giorno che negli altri c’è altro cui pensare. Vale per l’8 Marzo, il 25 Aprile, il 1° Maggio, le giornate delle memorie (che appellativo azzeccatissimo, roba da menti raffinatissime, per dirci che la memoria vale un giorno, che è merce in scadenza). Ammetto però che col 25 Aprile ci casco, e da quando me ne sto sulla Linea Gotica, solenne me ne vo’ a rendere omaggio alla lapide del giovane partigiano, con tanto di chitarra e compagnia sgangherata per un Fischia il vento e una Bella Ciao. Negli ultimi due anni, tra lockdown et similia me ne sono privato, ma con un senso d’angustia a sommo del petto. Tuttavia, poiché ce ne stiamo sui blocchi di partenza per le giubilanti riaperture del The Day After – che sia mera coincidenza, o artato cambio di connotati alla festa principale del giorno prima, non m’è dato a sapere – mi s’affaccia dolorosamente sotto il temporale (nel senso d’osso), e forse per un cortocircuito neuronale, che magari di Resistenza c’è bisogno.

Capisco ch’è complicato, che non è chiaro a chi resistere, né, almeno pare, che si combatta una guerra guerreggiata cui replicare col moschetto. Ma tant’è, me n’è venuta voglia, non di moschetto intendo, che imbracciarlo mi da’ l’idea di roba faticosa e che pure richiede perizie non in mio possesso. Comunque, me ne trovo ragioni interiori, mentre ancora la sindrome della capanna non m’ha del tutto sopraffatto, nel constatare che le scuole mi chiudono per quarantene una dopo l’altra, e che pure la mia m’è data a rischio (che paradosso sarebbe tutte chiuse per quarantene, aperte ex legis, e acquattate sotto gli sbraiti per l’ora negata di cocktail d’adrenaline ressanti). E con niente colpi di cannone, con le linee gotiche che s’ammorbano come certe piazze esplosive, con le trincee d’ospedale che paiono baluardi estremi, coi morti che di carne han perso le sembianze per metamorfosi in grafi e tabelle, a me viene voglia di Resistenza, che dopo quella, di norma, c’è Liberazione. E poi a me m’angoscia ancora, che son fatto male, che t’annegano donne, bimbi e uomini a fasci, nel mare dove sguazzo da che son nato, ed anziché lacrime sento il digrignare di denti di squalo, con tanto di distacco per contorno, come d’insalata insipida sotto la bistecca succulenta. Io di sbattere le mie gengie non ci ho voglia che comincio ad averci ‘n’età, e mi preservo gli apparati masticatori. Però, dal liberi tutti, se non mi quarantenano nel frattempo (che di quante me ne son fatte, se mi ritocca, me le devono mettere per iscritto, con tanto di decreto a firma del grande ufficiale, come cinquantene o sessantene), ho deciso che mi faccio la mia personalissima Resistenza, che pure, magari, mi ci ritrovo con qualche cenno di gaudio. Mi cerco le librerie più scalcagnate per comprami un libro, me ne vado a fare la spesa dal contadino più vecchio e malandato che conosco e m’avvinazzo nelle bettole da sganghero. Certo, sono consapevole che i petit gourmet ed i masterscieffi se ne possano fare una ragione, che gli amazonici non s’avvedranno dell’immane danno economico, che gli ititaliani da biotech non batteranno ciglio. Ma chissà che domani, più probabile dopodomani, non s’apprestino alle porte torme d’altrettanto resistenti.

P.S. Non è che qualcuno mi suggerisce qualcun’altra nota d’agire resistente, che io sono diligente e prendo appunti?