Fotografia, tempo e specializzazioni (reloaded)

Che mi scappano dieci minuti, sottratti abilmente, con furto a destrezza, al lavoro. Troppo pochi per dedicarmi a scrivere altro, da ciò desumo che mi tocca di riciclare, pratica in cui eccello, che non m’è mai di fatica, sfruttare il già fatto. Poi m’attende full immersion in altre faccende d’affaccendamento. Stavolta vi faccio pure la colonna sonora al testo, che quella, come ebbi a dire, almeno, vi rimane.

“Charles Baudelaire si scagliò con tale veemenza sulla fotografia, da far venire mossa ogni foto nel raggio di chilometri dal suo Salon. Non era ammissibile, per il poeta vergine che la fulminea attrazione dell’attimo spostasse lo sguardo dalla contemplazione elevatissima dell’arte pura, nella sua rappresentazione più autentica, come nel teatro o nella pittura. Inaccettabile il processo di massificazione e tecnologizzazione dell’arte. L’industria si sostituiva al genio creativo, lo filtrava attraverso uno strumento, poneva anche gli inetti nella condizione di potersi definire artisti. Poi si fece fotografare in poltrona dall’amico Nadar, e questi ne colse nella sua posa disincantata tutta la poetica, sublimandola nell’attimo, appunto.

Nadar aveva compiuto il miracolo, anzi no, la magia, di elevare la sua arte a livelli vertiginosi, usando l’immagine del suo più feroce – e certamente credibile – avversario, per emanciparla dal mero tecnicismo cui rischiava di essere relegata per sempre. Di più, l’invasione di campo della fotografia, capace di raccontare il reale con efficacia assai maggiore del più attento iperrealismo manierista, sospinse tutte le altre arti figurative verso orizzonti nuovi, alla ricerca di realtà parallele cui l’occhio non poteva giungere. Stessa preoccupazione di preservare la purezza dell’arte espressa da Baudelaire si ripalesò con il de profundis dei dagherrotipi e linotipie nell’eredità concessa alle prime 35 mm. Eppure, non v’è dubbio che i movimenti colti dal click di Cartier Bresson, ma anche le immagini sfocate di Robert Capa, facciano parte a pieno titolo di ambienti di massima espressione artistica. Con il digitale, come per un misterioso fenomeno carsico, riemerge l’urlo dei puristi, poi la fotografia per tutti col cellulare, credo abbia fatto venire l’orticaria persino alle ortiche. E se c’è chi invita alla riflessione prima del click, stigmatizza l’improvvisazione ottica, c’è invece chi accoglie come una vera rivoluzione democratica la possibilità che miliardi di occhi moltiplichino i propri sguardi con ogni mezzo possibile, raggiungendo l’apoteosi del numero infinito di scatti. Quanti appuntamenti all’alba dietro conventi di frati minoriti si sono consumati nella disfida finale per definire la verità che distingue lo scatto fine a se stesso – ma sarà sempre tale? – dalla foto concettuale? Ammetto che non parteciperò alla dialettica serrata tra i fautori del deposito di megapixel, non prendo parte, non sono interessato alla questione, ho deciso di far repubblica e di dichiararmi neutrale. Sguscio via, piuttosto, evito di frequentare i circoli fotografici come ho smesso di occhieggiare ai cenacoli pittorici, bazzicare simposi letterali.

Mi sono fatto una mia opinione sulla fotografia, che non appartiene alla fotografia, né alla scrittura, tanto meno alla musica o alla pittura o a cos’altro vi pare. Persuaso, infatti, che la narrazione che ci portiamo dentro – nessuno escluso – trovi modo di esprimersi in un momento qualsiasi quando incontriamo la realtà che la rappresenta, e come ad uno specchio costruiamo la magia dell’incontro tra il nostro dentro e il resto d’intorno. Basta avere occhi, certe qualità dell’anima, per guardare il nostro dentro e la sua rappresentazione lì fuori. Quando accade siamo pervasi dalla meraviglia e immortaliamo l’attimo con un’immagine, una poesia, due o tre note in fila, se ci aggrada e ne siamo capaci. Ciascuno come gli aggrada esprime la propria sorpresa nel sentirsi una parte del tutto e vuole conservare quell’istante, renderlo infinito, come il tempo che oltrepassa il frammento di se stesso dello scatto. Nella fotografia, il tempo dell’incontro dura un attimo, bisogna coglierlo prima che fugga, più lungo nella poesia e nella musica, ancora più ampio nella prosa, per il respiro profondo di tempi dilatati. Ed allora basta eliminare la variabile temporale per riprendersi l’originario progetto narrativo che è la parte razionale di quell’intimo e segreto miracolo dell’atto creativo. Del resto “il tempo della produzione, il tempo-merce, è una accumula­zione infinita di intervalli equivalenti. È l’astrazione del tempo irreversibile, di cui tutti i segmenti devono provare sul cronometro la loro sola uguaglianza quantitativa. In definitiva il “tempo è, in tutta la sua realtà effettiva, ciò che esso è nel suo carattere scambiabile. È in questo dominio sociale del tempo-merce che «il tempo è tutto, l’uomo non è niente; egli è tutt’al più l’incarnazione del tempo». È il tempo svalorizzato, la completa inversione del tempo come «campo di sviluppo umano»” (Guy Debord, Miseria della filosofia). Posso dunque ascoltare un’immagine, guardare un suono, sentire l’odore intenso della poesia e della scrittura, se cancello il tempo. Ed il tempo derubricato ad un parametro “non vitale” consente di rifuggire l’orrore della specializzazione e dialogare con le forme espressive, comunque si manifestino. Se si scattano foto perché sono il nostro naturale ricongiungimento con il reale, dunque, poi è bene intrattenere rapporti con altri fotografi, ma senza codificarli nella liturgia dell’appartenenza, piuttosto val la pena leggere un libro e parlare con chi ne scrive, ascoltarsi un disco in compagnia di chi fa musica. Perché nella specializzazione si nasconde il rischio mortale dell’annullamento della dialettica concreta e progressiva delle narrazioni individuali, la cui somma è la narrazione collettiva che trascende il tempo e destruttura e annulla l’immagine-merce al cospetto dell’immaginario. In fondo Nadar non ha letto attentamente le poesie di Baudelaire prima di catturarne l’espressione “maledetta” nel volto d’un uomo in poltrona?”

Tempo al tempo

Ancora, pur se passa tempo, non ho capito bene se la cosa sta come dicono taluni, che sono nato vecchio oppure, com’è espressione d’altri, che mi arretro d’infante. Al bivio, mi pare di capire, che potrei azzardare un rincoglionimento senile, semmai, al più, un regresso infantile. Posto questo, che è cosa di cui mi sconfinfero assai poco, mandiamo la musica, che è meglio.

Insomma, nel mio caso, come m’appare evidente, v’è, che mi compete a prescindere dalla direzione al bivio, fondamentale stasi, fermo a statua di sale, colonna corinzia in terre non terremotate. E nella stasi mi riconosco, che, sia d’infante quale fui, – ed eventualmente sono – sia da anziano in dismissione come invece nacqui, – o, casomai, mi ritrovo – di poco mi sono concesso evoluzioni. Che da giovane, già vecchio, mi premeva di produrmi in rivoluzioni, così mi rimase vezzo da vecchio, regredito a giovanilismi desueti. Pure, m’avvedevo, già allora, che per guerriglieggiare ci vuole verve adatta, mica pigrizie ataviche, che quelle assai mi si confanno.

Che la rivoluzione io l’avrei anche fatta, se non fosse stata pratica di eccesso di movimento. Non volendomene sottrarre, fermo – sempre, non si sa mai – nei miei sacri convincimenti, mi trovai spazio adatto nella pratica del verbo, che nel far manifestazioni, o distribuire dazebau e violantini, più spesso m’affaticavo, talora mi ritrovavo ginocchia a grattugia, lividi e squarci vari da randello nerofumo. Mi ritrovai, così, a dar contributi alla causa quale addetto al verbo, a girar manovella al vecchio Gestetner, la quale cosa non mi comportava particolari patimenti. Ed a Lettera 24, andavo di matrice, che quella costava, e per renderla conveniente non se ne doveva sprecare con battiture a velocità galattica. Piuttosto la digitazione doveva procedere lettera per lettera, da far notte a riempirne una. Poiché la lentezza era per me virtù sublime, – pigrizia pure – mi ritrovai campione mondiale della rivoluzione da garage a piombo tetraetile d’inchiostri eversivi. Oggi, che la velocità del virtuale m’impedisce appagamenti da rivoluzionario, d’altro m’invento, che alla mia – di rivoluzione, intendo – mica rinuncio facile. Pure nell’oggi non disdegno di compiere gesta antisistemiche. E sotto il vento che fischia, a piedi, – scarpe rotte eppur bisogna andar – che già è quello atto eversivo, mi sono appresentato dinnanzi al centro commerciale e, tra l’avvilimento collettivo, ho dato 85 centesimi al ragazzo che ti chiede l’obolo. Quelli avevo, quelli gli ho dato, che lui non ha il POS ed il mio bancoposta – tinto di rosso per ragioni avverse le mie – avrebbe di certo opposto egualmente lo gran rifiuto. Poi, ho finto l’ingresso, quindi sono arretrato, nell’atto del non partecipo. Rigirati i tacchi consunti, m’apprestai dunque al bar dell’aperitivo, il più a gettoni di tutti, col bum bum di prima mattina, che d’olivette in plastica e melasse colorate a bollicine, cattura il tutto umano per mille mila miglia. Lì, dirimpetto, spavaldo a Che, sigaretta autoprodotta in bocca, gravata in basso da inconsistenze cellulosiche, ho tirato fuori, di provocazione estrema, la bottiglietta in vetro col vin del contadin, la fetta di pane schitto, e, sul gradino della parrocchiale ho provveduto alla resistenza passiva, a gettar passioni al sol dell’avvenire. Che soddisfazione lo sguardo ad orrore, che l’eversione si concreta all’uopo quando il tutto d’intorno ti schifa a vista.

Del tempo ne rimane

Che ormai manco me lo sento di dire “io” quando non ho minuti per grattarmi la testa. Che io non ci sono portato a non avere tempo, non è cosa mia. È quell’altro me che s’affanna senza soluzione, pure mi coinvolge, senza pietà, che dice che da solo non gli pare giusto, che devo dare contributi. Poi, sotto sotto, lo so che manco lui c’è portato, ma pare non se n’avveda, s’arrabatta su tutto. Niente tralascia. Glielo ribadisco, l’imploro, lo supplico, talora, di lasciare perdere, di starsene buonino, che altre cose abbiamo da fare, ben più importanti. Niente, da quest’orecchio non ci sente.

Mi fa persuaso, però, ed a sua insaputa, che di ragione ne ho a bizzeffe, nemmeno basterebbero tomi interi per elencarle nella loro arguta giustezza. Mi sorprendo che non s’annessuna come mi piacerebbe che facesse, così, ad armi pari, identità sovrapponibili, potremmo dedicarci alle cose che ci aggradano, quelle si, davvero. Che tempo non ne rimane di far visita alle nostre bettole, per un jazz che langue, pure per starsene un po’ di più su queste pagine, a chiacchierare come fossimo al baretto da Piero, davanti all’uovo sodo e il vino, per la protoapericena. Né ce ne resta per sorprenderci a rigirarci felicemente pollici su uno scoglio, oppure on the road, come ci compete. Ma pure stesi sul divano andrebbe bene, un libro, un bicchiere. No, non demorde, che pare che se smette collassa l’universo. Io glielo avevo detto che se ci mettevamo a fare gli insegnanti, poi, ce ne saremmo pentiti. E lui, invece, che piglia tutto come missione umanitaria, ci si butta a capofitto. Anche se scopre che non esiste fare l’insegnante, che pare furiere dell’esercito del Regno delle Due Sicilie (ma quale è l’altra?), al più passacarte di tribunale bizantino. Che quando entra in classe si riposa, si gode il momento. S’è messo a sindacato, che non ce n’era altro da fare, non becca una lira e le beghe dell’uno, come di tutti, diventano cosa sua, gli arrovellano i pensieri, che, pure se non becca una lira, ci sono taluni che lo guardano come fosse collettore d’ogni privilegio gli sia dato di depredare. Ultimamente, tira il fiato coi denti. Ma non è che non gli s’appresentano cose interessanti. A bizzeffe. Una mostrettina ogni tanto, che ce lo chiamano pure, ch’è occasione per starsene in giro e vedere gente che gli aggrada, e lui tre su quattro dice no, che non può, pare financo che se la tira. Anche un editore che gli vuole pubblicare una cosa, che s’è fatto sentire, se la vive come agonia che – dice – non gli basta il tempo per l’ordinaria amministrazione. Ma quale dovrebbe essere l’ordinaria amministrazione, scavare trincee e riempirle, per tenere alto il morale della truppa? Che il destino che ci competeva era altro, né patria né Dio, come al tempo quando non c’era il tempo, quando eravamo uno, quando avevamo derubricato generalità anagrafica al niente, quando avremmo detto a Boccadoro, hazte a un lado, niña, que no tengo nada que hacer, y quiero hacerlo bien, quando pensavamo di avere già vinto, con quell’enorme privilegio che ci eravamo presi d’essere nessuno, in terra di qualunque.

Senza il tempo

Il viaggio in macchina sino al mare, d’inverno, mentre il resto del mondo s’affolla per il cotechino, è l’esperienza definitiva di una scoperta. L’altopiano si concede il leggero e costante declivio, bombatura d’immenso tra chiome sparse ed anarchiche di carrubi e olivi che si sorprendono della spiazzante cromia del fiore dell’oltretomba, del bianco della ruchetta e del rosso dei papaveri. Negli stagni che incontri per primi, la pioggia, sin dall’autunno, ha riboccato la speranza del volo e ce la trovi bella dipanata la fantasia del colore. Più in là, oltre la lingua di sabbia, lo specchio più immenso dell’acqua, chiuso solo dall’orizzonte, se ne sta fermo. Perché talvolta il mare se ne sta fermo pure se sotto sotto si muove, eccome se si muove.

Che pare proprio come se si stesse preparando per il cenone pure lui. Lo sa Pilu Rais, che cerca il fondo del bicchiere ancora un’altra volta, dopo aver scavato il fondo del blu. La sua barchetta è d’argento comunque, quale sia la tinta che ha scelto per l’ultimo ritocco. E s’avviluppa della rete dove sguscia una vita ancora. Non c’è verso di chiederglielo, ti porge il fiasco – di bicchiere più d’uno non ne ha – e fa cortesia darti il collo che sei tu a scegliere quello che ti serve. Te ne serve quanto basta, ma non ti stordisce qualunque sia l’ora, pare anzi che ti ringalluzzisce mentre ti senti che fai parte dell’universo. Piccolo piccolo, ma parte del tutto, dunque, tu stesso tutto. Quando il vecchio pescatore porta via le sue rughe salmastre e l’ultima cassa di colori sguscianti, te ne rimani solo. La lastra di mare è così ferma che ti dà l’idea che qualunque cosa ci si possa lanciare sopra poi rimbalza. Ti sfiora l’idea che puoi metterti a camminare sulla sabbia per contare quante orme riesci a fare. Ti sfiora, appunto, prima che vedi dove puoi fermarti e che bastano solo pochi passi. Il tempo non c’è sul mare. S’è dimenticato di misurarlo forse. Solo ne preserva la sua espressione più intima, la memoria, anzi, le memorie. Poiché ne scandisce e declina quelle passate sopra quelle dell’ora, forse persino le future, se sai leggere bene nel diario del viaggio che sarà. Il tempo passa, ma non si riesce a misurarlo, sfugge perché è effimero, insignificante, anche quando se ne è andato il sole non capisci bene quanto ne sia passato. Le memorie restano, la tua, che non t’avvedi di aver giocato, girandolo e rigirandolo tra le mani, per ore, con un murex svuotato da un Bernardo eremita che ha cambiato casa. Quelle d’altri, di mercanti fenici e pirati saraceni, di torme di Ulissi e precipitose fughe tra le mura di castellacci inghiottiti dalle onde. Quelle di avanzate improvvise di lenze ed ami alla prima bonaccia, di bagnanti festosi, d’urla di tonnare, di vele strappate, di cercatori di fortuna, di disperati che aspettano un approdo per l’essenza del desiderio. È allora che puoi tornartene a casa, ma senza saperlo sei partito e non sei più tornato, poiché, che tu voglia o meno, il mare t’ha inghiottito dentro, e t’ha fatto approdo e deriva al contempo.