Cattivi maestri

“Il lavoro mi piace, mi affascina: posso stare ore ed ore a guardare la gente che lavora. Mi piace tenerlo accanto a me; e l’idea di liberarmene quasi mi spezza il cuore.” (Jerome K. Jerome) Privarmene, affrontandolo così, di petto, come m’avviene ora e di questi tempi, mi dispiace, ne preferirei precisa valorizzazione con una sana contemplazione ascetica a distanza ragionevole, perché non si consumi. Ed a mò d’esempio vi riporto cosa già scritta.

“Lo zio Antonio mi chiama due o tre volte al mese, s’intrattiene parecchio, pure se disarticola il verbo, che faceva lavoro che l’appensionò a tasche gonfie, ma che sfrangia neuroni, ne succhia a cannuccia linfa vitale. Sempre chiama per due cose, che la prima riguarda un vecchio libro assurto a Bibbia, d’un “ei fu” gastronomo, i cui appunti rimisi all’uopo in formazione leggibile per la editor cortese. Non gli sconfinferano taluni dettagli del prezioso scritto, quali, ad esempio, la mancanza di precisione nel riportare la grammatura del pompelmo da spremere, o la diametratura specifica del cucchiaio d’olio previsto. Me ne chiede lumi. che a nulla vale rispondere circa la fluidità dell’informazione, mi tocca di trovare – a memoria d’esperienze pregresse, adiranti per imperdonabile approssimazione – la giusta dose, a prescindere. Che quando squilla il telefono, pure, mi munisco di bilancia e squadra, sia mai mi trovi impreparato. Felice non legga qui – nessuno non ha patria né dio, figuriamoci zio – posso affermare la falsità ricercata con cui rifornisco l’esatto tassello mancante, che il q.b. non è cosa ch’attiene a chi perse l’occhio su rendiconti d’economie vertiginose. (v’intermezzo di musica, che non sono sicuro vi interessino i fatti miei, e vi rifate le orecchie fino in fondo)

Chiama anche quando se ne sta fronte porto, sul bastione del castello, per fornirmi, stavolta lui, il dettaglio esatto di chi attraversa la bocca, se pilotina, feluca o transatlantico, se è mossa da sibilanti turbine, diesel borbottanti, vele o remi silenziosi. Me ne eviscera dimensioni e presumibile scopo sociale, colori e bandiera battente, talora financo targa e nome, se leggibili di crepuscolo, sollecitandomi a ricordarne la proprietà che a lui non sovviene. E manco a me sovviene. Né mi sottraggo dal fare ipotesi, non m’azzardo dal non dare risposte. Mi sovviene, invece, di quando eravamo complici d’ispezioni abissali, di come svuotavamo la cornucopia di tesori, in guscio, lische o spine che fossero.

Di quando non c’era domenica che non s’era sotto al bastione che dà sul mare aperto, dove lo scoglio non era ancora turismificio di lidi Belle Époque, di bicchieri ed ombrellini. Quando lui, asciutto ad acciuga, era dotato di lingua fluente, radicale di precisioni ittiche. Lo scoglio era vuoto se non di noi, che nessuno s’azzardava d’acqua gelida fuori stagione. E la domenica vuote erano pure le stanze delle tre grazie, che di piacere facevano economie a cottimo. Così stendevano seni prosperosi, disoccupate dalle campane a messa che quando suonano fanno a indicar peccato per certi lavori, occhio alle onde, in attesa. V’era anche per loro, gentile omaggio di zio e nipote, una parte del bottino, quello che andava consumato lì per lì, all’acqua di mare, prima che ne perdesse la linfa vitale, irrorato del succo di limone appena colto. Quella era incombenza mia di procurarne, sgusciante ad anguilla, nel furto all’albero d’oro del vescovo. S’era, il santo prelato, chiuso il giardino, per cristiana carità, di muraglione elevatissimo, con ferrei spioventi a dissuadere monellerie di espropriazione. Ma l’albero, blasfemo ed eretico, si protendeva un ramo carico di preziosi, oltre le puntute ferramente, che bastava l’elevazione del cassone di motoape di Turi il rigattiere, per socializzarne l’oro tra le foglie. Talora, immersi, sgusciava veloce la barca del signor Enzo, fiero di record, e lui sbiascicava a mezza voce – che aveva linguaggio dabbene in tutte le altre occasioni – l’improperio definitivo, che s’era fatto persuaso che lì su conoscessero il segreto della secca al largo, quella dove peschi cernie più grasse di Teresa, sospesa di petto alle ringhiere, nell’attesa del succo del riccio. Ne seguiva la scia sin verso dove l’occhio arrivava, poi, che l’inghiottiva la curvatura del pianeta, sommesso, riconquistava il fondale suo. E la griglia del pranzo mai rimase vuota, neppure di maestrale, libeccio o scirocco.

Ha telefonato anche ieri, che prima mi chiede notizia specifica sul numero esatto di capperi d’una ricetta, – che il concetto di “una manciata” non gli pareva adeguato – quindi m’illustraq le dimensioni di una nave da crociera ancorata al centro del porto. Prima dragavano il fondale – mi ricorda – e alle banchine ci stavano pure quelle. Ora, al massimo, attracca uno yacht di lusso, o un peschereccio malfermo, tutta roba che pesca poco di chiglia. Poi, si cheta, smette di sbiascicare confusioni, riacquista rigidità semantiche: “Che io sono stato un coglione, – mi dice – con l’oro in bocca che avevo ad ogni giro di sguardo, mi sono consumato di lavori forzati. Ma tu sei più coglione di me, che pure lo fai, con l’esempio di quello ch’è diventato tuo zio”.”

Radio Pirata 13 (a me medesimo, a chi lo sa)

Oggi Radio Pirata va a numero 13, che siccome porta sfiga, me lo dedico a puntata per me medesimo e a chi s’accolla rischio, che non socializzo sventure se non per delega. Vi riciclo pure foto vecchie che ho ad esausto armamentario d’immagine, altro è in altra casa lontana, in questa ho grattato fondo d’hard disk. Pure di musica m’accenno a patria mia che è mondo intero, ma occhio strizzo a luogo di natali. E di subito mi parto a nota.

Ad ogni buon conto, mettetela come vi pare, uno che nasce su un’isola sta già viaggiando. Perché il mare, tutto intorno, fermo non ci sta, e si muove di correnti e flutti, in definitiva, viaggia conto terzi.

Perciò migranti si nasce, non ci diventi solo se ti devi mettere a camminare. Se hai mare davanti, per forza sei migrante, anche se non ti piace, perché qualcuno o un’onda, che s’è contrariata di vento o bufera, lì ti ci ha portato, pure prima che tu nascessi.

Nell’insularità è connaturata la pigrizia più atavica, quella persino trascendente, che si fa connotazione definitiva ed archetipo illustrativo di genti. E del resto che ti agiti a fare se sei proprio dentro il gorgo più gorgo, il tutto che si muove permanentemente? Fatica sprecata. Che mai fu tale per ascolto di musica.

Che poi anche tutta quell’acqua, pure salata, che ci pensi e ci ripensi, a che ti serve tutta quell’acqua salata? Di bere non si beve e ti tocca portarti un fiasco di vino rosso che è fatto con l’uva là dietro, che s’è innaffiata di salmastro, così sa di terra e pure di mare. Pare come certe canzoni, che sanno di tutto, pure tutto il contrario loro, che s’affermano di puntuale fremituccio sotto pelle

Che è obiettivo che te ne stai a mare a tempo sempre. Pure se la lastra di mare è così ferma che ti dà l’idea che qualunque cosa ci si possa lanciare sopra poi rimbalza. Ti sfiora l’idea che puoi metterti a camminare sulla sabbia per contare quante orme riesci a fare. Ti sfiora, appunto, prima che vedi dove puoi fermarti e che bastano solo pochi passi. Il tempo non c’è sul mare pure a tempo di musica.

Certe volte a mare ci stai solo a guardare le barche. Quelle piccole e malmesse sono libro di tante pagine, pochi versi intensi su ogni facciata, un quadro incorniciato di blu e del colore della rena, che si ravviva di cromatismi quando arriva il crepuscolo, piove o un’aurora si fa strada fra le nuvole a tempesta.

Sono quadri d’un pittore che s’è scordato di firmarli, di mettere in calce una data, un frammento di riconoscibilità, che pure le ha provate tutte prima di metterli in mostra. Poi s’è arreso, senza rendersi conto d’aver firmato un capolavoro con nome d’altro. Le guardi e ti torna in mente immantinente una musica.

E voi, viaggiatori persi che siete attraccati su quest’isola che non vuole guerra né lì né altrove, avete un messaggio da lasciare nella bottiglia? Io ve lo cambio a baratto di musica.

Contrappasso a perdere

Di memoria ne ho che va a zonzo, pure ad antico, che ancora serba cose d’interesse.

E c’era, che poco più che bimbo, calavo volantino a mosca nel fosso di parte esterna di molo, e mi tirai su ope e scorfani in un certo numero, buoni per brodetto. Dentro il porto salvo, che il mare pareva stirato a raso, don Angelo, a cima legata di lampara, sbrogliava la rete sua. Che il silenzio era tale da sobbalzo al mondo intero per motoscafo feroce di cavalli. Ch’io mi rivolsi al vecchio, e, giovane creatura, m’espressi di stupore per tale roboante manifestazione di potenza, che con quello ci poteva andare pure lui, senza perdere intera notte, alla secca del miracolo. Il vecchio nemmeno sollevò il capo per il suo “cu minchia si ni futti”. Forse per affezione alla barca di sussistenza, che più di tale non era. Poi mi invitò a far giro per cambiar darsena a bordo, pure rapido, mi disse, che l’altro approdo, a borbottio di motore vetusto, si disponeva a mezz’ora almeno, e l’orizzonte, che il mare era calmo a piatto, presagiva cambio repentino di libeccio. Saltai a bordo, e non si fece che un chilometro o due, che il furibondo fuoribordo che scosse il mare, se ne giaceva a panne, che lassù, padre notabile e figlio, coetaneo mio, si sbracciavano che non c’era domani, neppure, dissero, il walkie talkie gli funzionava, e razzo a segnale, pareva petardino a santa patrona. Il vecchio, si contrasse in sforzo di lancio di cima, e sbuffando col motore a scarburo di lampara, trainò a riparo certo, e a rinuncia di viaggio proprio, la belva pluricavallata, mentre l’increspo, a previsione esatta, si fece cattivo. Appena in tempo toccammo porto salvo, che il tale del fulmineo scafo, a gratitudine, tirò fuori la grossa banconota per conferirla al vecchio salvatore. Ma quello rifiutò a sdegno, manco alzò occhio, che la gente a mare si aiuta e non per compenso. Il ragazzo come me s’era allacrimato di paura, e io pure, a momenti, mi appellavo a preghiera per improvviso stravolgimento d’onde. Che sono passati anni, che quello pure diventò notabile come l’avo, ed è ragione che io mi feci asociale, che mi dicono invoca cannoneggiamenti quotidiani per chi arriva da lido lontano a disperazione, che se annega pure, a dispetto d’età, è sempre buon cibo di pescecane.

Mi viene di tutto punto di riscrivermi, che poi d’altro in testa non ho.

“Che i convincimenti ti si cuciono addosso, s’attaccano alla pelle, ti fanno vestito di festa e pure abito da lavoro e non te ne privi più, manco la notte, che s’immaginano pigiami felpati, di lana grezza e mutandoni, o sottane di trini e merletti, che poi la giovane ragazza s’attrezza a fare la cosa più normale, nella sua divisa d’ordinanza, e concede l’abbraccio fraterno, pregno della pietas che si compete al genere umano quando s’ignuda d’ogni altro orpello vestibile, e s’adombra il cielo e l’uniforme stentorea del mondo si trasforma in epiteto a vociare confuso e orrido, mentre le zampe d’oca, s’ammassano in fila, ossequiose, come dietro il papà Lorenz, o un altro capo che ci pare, purché sia bello ritto, in piedi, a dominare i seguaci che dissimulano passo d’anatra, che manca poco che queste fanno causa alle prime che di palme ai piedi ognuno si tiene le sue, al più c’è da star attenti che mentre si papereggiano tutti, scondizolando e sculettando con scarsa armonia di sensi, non si concedano in amplesso innaturale al cagnolino di secrezioni gastroesofagee che ha smesso di aspettare il campanellino di riflessi condizionati, ed ora s’accinge a soddisfare pulsioni primordiali purché ve ne sia disponibilità, pure tra interspecifici e, avvinghiata la paperella, dà origine alla progenie fortunata e artificiosamente eletta a pura dell’orrifico incrocio che della genia ottusa e involuta, ma pura d’immaginario, dai piedi piatti e salivazioni persistenti, contrattualizzata per bave alla bocca, al suon di sirena, s’attrezza ad esercito di difesa dei confini del mondo virtuale, procacciando pagine di dobloni al re delle facce da libro, solo di costa, che le copertine costano, pure se fai finta di cucirtele addosso anche quelle come vestito della festa, patinate per ogni sgherro e bravo manzoniano, e l’ultimo che s’era abbracciato come spiaggia da naufrago alla deriva, al più si becca il calcio palmato della bestia, ed il morso a zanna, manco bianca che quella se ne sta alla larga da ogni ocone, grosso modo giulivo, e dall’alto del monte s’appresta a riprender fiato dalla vista lunga della fine del mondo, che prima o poi, pure per mettere fine allo sconquasso della specie estinta a sua insaputa, forse conto terzi, finalmente mette un punto”.

Il legno che vive

Le civiltà senza navi sono come i bambini i cui genitori non hanno un letto matrimoniale sul quale poter giocare. I loro sogni allora si inaridiscono; lo spionaggio si sostituisce all’avventura, e lo squallore della polizia prende il posto dell’assolata bellezza dei corsari”. (Michel Foucault, “Utopie Eterotopie”) Le navi, le barche, ondeggiano sulle onde, disegnano piccoli punti sensati sul mare, come le note tracciano melodie su un pentagramma.

Pure quelle che paiono di meno fascino, i traghetti che fanno su e giù tra Scilla e Cariddi, o spola per qualsiasi terra, financo da sponda all’altra di canale o fiume, che hanno odore acre di vernice e olio rancido di frittura e motore, hanno chiglia che s’affacciano all’abisso, tolde che s’illuminano di firmamento o bruciano al sole.

Mi piacciono quelle piccole, di legno diseredato, barche che levi a favor di scoglio s’è tempesta di scirocco, che tirano il fiato coi denti, che le senti digrignar gengie di sforzo per non far di sovraccarico di disperati pasto di fiera famelica. Quelle che s’abbracciano a prua nome di papà morto, d’amata, di santo distratto. Che s’appigliano a calafati antichi per reggere, come mulo a soma, miserabili sussistenze di pescatore a lampare. Pure, mi piace che s’accollano destini di genti antiche e dimenticate, si trasformano di colori d’arcobaleno, arrossiscono d’emozione a bellezza di tramonto, s’abbracciano a cime sfilacciate scosse di bufera, si riposano a porto salvo, si fanno cullare e cullano di bonaccia, s’attrezzano al peggio quando di chiglia fragile fendono l’onda. Quando le vedo, le barche – che starei a guardarle per sempre, dallo scoglio che si schiera a alito caldo d’oriente – mi sovviene del viaggio ch’è sofferenza per chi ci campa, che lascia la certezza, e s’affratella di gioia ad altro che ritorna su legno ferito da scampata bufera. Che ci sono certe barche che campano nelle memorie, e mai muoiono, che le senti nominare ancora nei secoli dalla gente che ha rughe di sale a cottimo. Pare non s’arrendono mai, finché s’adagiano ad acqua, e di silenzio si mortificano quando cedono al fondo d’abisso, si piegano meste alla deriva o si spiaggiano da creature esauste. Che hanno ancora storie da raccontare che non s’ascoltano se non hai orecchie giuste, e ti pare che quella che hai davanti è solo vecchio legno corroso di sale, manco buono per farci fuoco. Che hanno occhi, le barche, vedono lungo, cuore che batte, pure dimenticate a secca o a pantano, si consumano piano, senza rumore, un pezzo alla volta, che loro sanno cos’è il pudore.

Un nome c’è, da qualche parte

“Ho sempre avuto l’idea che navigando ci siano soltanto due veri maestri, uno è il mare, e l’altro è la barca, E il cielo, state dimenticando il cielo, Si, chiaro, il cielo, I venti, Le nuvole, Il cielo, Si, il cielo”. (José Saramago)

Quando arrivano all’alba, coi motori che appena sbuffano, quasi non le senti. La barche, quelle piccole, di piccolo cabotaggio, sono discrete, non fanno rumore e pure l’equipaggio, a quell’ora del giorno, pare assecondarne la discrezione. Si muove piano, per non infierire sulla stanchezza della notte, tutti come recitassero a soggetto, con l’unico linguaggio del corpo, senza parlare. Le barche hanno sempre un nome. Quello di una madre, una sorella, un’amata o un santo padre. Tutte hanno una storia, dal momento in cui sono armate, a quando s’affollano d’equipaggi, foss’anche un equipaggio d’un cristiano solo. Scivolano d’attese, s’apprestano ai moli ed alle bitte con le cime tese, come volessero conquistarsi il riposo meritato, aggrappandosi alla certezza d’un porto sicuro dopo l’irrequietezza della notte, con le reti che vibravano d’argenti e d’ultimi respiri affannosi.

Le barche hanno un nome, tutte, pure che non superano la grandezza di una vasca da bagno. Ed anzi, più piccole sono, più pare che vogliano raccontarti la storia di quel nome, che di quelle grandi e sbuffanti di potenze si sa già tutto. Talvolta giacciono in rada, col capo chino, leggermente piegate su un fianco, spinte lì sinché hanno avuto la forza d’arrivarci, per poi rimanerci sdraiate ed esauste. Altre volte s’accomodano sul fondo, e aspettano che qualcuno, per passione di scoperta, o solo per curiosa insistenza, ne racconti la presenza. Quando fotografi le barche, quelle che nessuno nota, un po’ scrostate, tra prua e poppa, senza alberi levati al cielo, motori che ruggiscono, sirene che squarciano silenzi per chilometri, quelle che qualche volta hanno il solo motore d’un remo torto, racconti la storia dell’uomo, la storia d’Ulisse, d’un Argonauta di fortuna, d’un pastore nomade che fugge dal deserto nel grande blu, d’un mercante fenicio, d’un pescatore d’anime guizzanti. Le barche, quelle piccole e malmesse, sono un libro con tante pagine, pochi versi intensi su ogni facciata, un quadro incorniciato di blu e del colore della rena, che si ravviva di cromatismi quando arriva il crepuscolo, piove o un’aurora si fa strada fra le nuvole a tempesta. Sono quadri d’un pittore che s’è scordato di firmarli, di mettere in calce una data, un frammento di riconoscibilità, che pure le ha provate tutte prima di metterli in mostra. Poi s’è arreso, senza rendersi conto d’aver firmato un capolavoro col nome d’un altro. E quando si spiaggiano o qualcuno le tira a secco perché pensa che d’acqua non ce n’è più bisogno, quelle guardano ancora verso l’orizzonte, finisce pure che ti ci portano, se gli concedi un po’ di credito ancora, se ti fidi di loro, perché “una nave in darsena, circondata dalle banchine e dai muri, ha l’apparenza di una prigioniera che medita sulla libertà, con la tristezza di uno spirito libero, messo a freno”. (Joseph Conrad)