Radio Pirata 47 (per meritoria attesa)

Radio Pirata fa Quarantasette di puntata, che è tempo di concedersi tempo e dunque selezione musicale sarà svolta per snervo a lunghezza indefinita che vi tiene impegnati per ore notevoli, che se non avete nerbo per ascoltare detta scelta, all’uopo Radio non è emittente che fa per voi, e vi tocca di cercare ritornello babadì babadà, che dura poco, ma pure di solluchero concede un tantino meno.

Che è tempo che suono di campanella sancisce passaggio di consegne tra migliorissimi e meritevolissimi, con tanto di tinta unica gli uni e gli altri, che praticamente siamo in una botte di ferro come ebbe a dire tale che mi pare si chiamò Attilio Regolo. Che ci attende destino prospero di bombarda che ormai mi pare che c’è intesa globale a far scoppiare quella che vale mille, che se scoppia quella si risponde con milleuno che precede a successione esatta milledue e milletre, quindi ad libitum sino a cessate il fuoco ma pure cessate e basta d’ogni altra cosa.

E pare che non ci sia troppo tempo a dedico per scrittura che pure scrittura è cosa che pare di poco merito, pure musica buona mi pare di poco merito che adesso abbiamo grande rilancio di economia attraverso zumpazù di cultura elevatissima a spiaggia di superaffollo e bagno a prezzo che tolgo finalmente di mezzo disgraziato in mutande per sostituzione, con grande fervore di applauso di popolume, con appropriata gestione a costume in pelle di leopardo, meglio di pitone. E per rilancio di economia serve preciso e grande cambio di clima che estate dura tutto l’anno, a caldo becco financo a capodanno che pinguino si fa ad ospito a congelatore e si danza a spiaggia in allegria come faccio a Caraibi pure a lidi nostri patrii e famiglii

Pure mi pare che realizzazione di programma sia a punto di grande risultato prossimo venturo per merito congiunto a cambio di staffetta che non ce n’è ad avvedersene a completo intendimento, che cambio di clima pare, infatti, ormai a realizzazione come da promessa elettorale che non è a richiesta nemmeno di intervento specifico. E guardo fiume da terrazza mia, fiume che fu a dipinto dantesco financo a navigazione, che taluno toponimo, e financo memoria, narra di porto e fluitazione per grande costruzione di Rinascimento, ed ora pare sputacchio che trota fa a boccheggio. Nemmeno lancio di messaggio in bottiglia in acqua è a concessione, che a mare non ci arriva, si fa vuoto a rendere e riciclo per immensa discarica di grande paese che guarda ad orgoglio nazionale crescita d’immondizia che è indicazione precisa di balzo in alto di PIL.

Ed è per questo che con sommo giubilo salutiamo precisa continuità di intendimento tra migliorissimi e meritevolissimi, che carcere di terra d’Africa, a pagamento di nostre tasche, è a rinnovo certo di contratto, ad impedimento di torma di falso migrante subdolo, che è a sbarco per tocco esatto di donna bianca, che pure infido si camuffa di bimbo e bimba per trarre ad inganno con annego squallidume pacifista, financo gran capo a sottana bianca. Che se taluno annega è colpa di buonismo un tanto a chilo di gente pretestuosa che vuol fare salvificio di sua nave che ora sarà finalmente a blocco repentino di porto salvo. Porto salvo si farà a trasformo di porto franco e sovrano per rilancio di economia a esporto grande bombarda patria a zona di guerra, pure santa.

E in attesa di capire di che merito si tratta per tal merito paventato, vi lascio con cosarella di un mio giovane collaboratore: “Il mare stava al di là delle alte dune, in attesa.

Quando padre e figlio, dopo un lungo cammino, raggiunsero finalmente quei culmini di sabbia, il mare esplose davanti ai loro occhi. E fu tanta l’immensità del mare, e tanto il suo fulgore, che il bimbo restò muto di bellezza. E quando alla fine riuscì a parlare, tremando, balbettando, chiese a suo padre: «Aiutami a guardare!».” (Edoardo Galeano)

L’Arcivernice (rilancio)

Dalla creazione del mondo, la barbarie umana non ha fatto un solo passo verso il progresso. Nel corso dei secoli, l’abbiamo soltanto ricoperta con una mano di vernice, nient’altro.” “(Il vagabondo delle stelle”, Jack London, gennaio 1876) Che pure a me tocca di scrostare qualche patina per un po’ di musica che mi ricordo.

“Che abbiamo questo straordinario lusso di essere clienti del tempo, magnifico, unico, abilissimo, inimitabile imbianchino. Che copre le vergogne, e, pure tra le croci a perdere di memoria per chi s’arrende, ci regala l’immagine a patina splendente di chi resta, che ci viene voglia d’andare a vedere – in talune, di recente assai numerose, circostanze – dov’è la data di scadenza che ci tocca, se in marsupio di DNA, o scritto a neon sull’ultima stella a destra, quella accanto al magazzino delle scope.

Che di voli del Grande Tacchino, in un anno, m’è parso d’averne visti, a me di canto, tanti di quei tanti che la metà mi bastavano a gloria futura, né m’aggrada più di dire che io c’ero, mi vien d’aggiungere semmai, si, partecipai, ma con somma cautela. Che se rimpianto m’è dato è dell’adamantina figura di Pier Cloruro da Lambicchi, di cui m’aggraderebbe in uso l’Arcivernice, di ritratti da ripassare a patina nuova ne ho a iosa. Ci ho però sospetto, a tratti fondato su fatti comprovati – ed ho qui la fotocopia a testimonio di documentazione bibliografica – che non farei eccessivi favori se ricoprissi la prima mano con la seconda. Dunque, dilaniato dall’incertezza se impugnare pennellessa e rullo, saluto gli andati, che non ho fretta di raggiungerli, neppure però mi dispiacerà più di tanto quando ciò dovesse avvenire.

E, a sommo di superbia, faccio presente che Marx è morto, pure Brecht – che tutti siamo avvolti in opera da meno di tre soldi – e tanti ancora, a ricoprire intonaci scrostati, e perciò m’insospettisce un certo mal di testa che m’attanaglia da stamattina. Poi mi riannullo, mi rifaccio signor nessuno, che m’è dato di riconoscermi tale, che più prosaiche spiegazioni ho in fondo al bicchiere quali cause o concause, e d’aspirima confido di rimaner tra il peggio ancora un po’, non foss’altro che per prendermi il lusso di vedere come va a finire.”

Incipit

A tempo perso ho giusto incipit per nuovo lavoro di gestazione lunga solo perché tempo pare tiranno inesorabile. Che incipit si fece a convergenza con desiderio a oggetto dello stesso per ricerca di distacco, e non me ne venne di maggiore idoneità a racconto di mi faccio altro rispetto al tutto, che è tutto che pare assedio di fortilizio a fronte di deserto aperto.

C’è scoglio e scoglio, che non tutti sono uguali. C’è scoglio finto, eletto a frangiflutto, di pietra per scherzo, manufatto di calcestruzzo d’innaturale cubo, schiavo già a concepimento, a prendere schiaffo di mareggiata per protezione di banchina di molo, a non far di rena di lido polvere di marea, a reggersi a barriera per porre divieto di diruto a villetta fronte mare, a budello di strada a fresco di palma solo voragine di falesia. C’è scoglio a supponenza, che mette culo a nord e muso a sud, pure a viceversa, a prender sberle da vento di maestro, ma che non si fa a sottrazione di scirocco e libeccio. Tal altro scoglio si fa ponente e levante insieme, che di grecale patisce l’onda, ma pure a provenza s’espone, a farsi rosicare frammento ad ogni uggio di tempo. C’è scoglio mansueto, che s’alliscia piano di risacca, si infila collana di cistoseira, all’uopo s’adatta ad ospizio per sole, si finge spiaggia rubiconda a color medesimo d’arenaria. C’è scoglio pure che non s’avvede di brutalità di bufera, che prima s’alza a promontorio, poi, a grattar d’onda a tempesta, diventa amputazione, pare nave d’Argonauta pronta a varo e, a confine suo, fatta isola, si cinge di posidonia.

Ce n’è altro che di corrosione di sale si camuffa a riccio puntuto, diviene collezione di lama di rasoio e qui non si cammina. Se ne videro che prima furono in vetta a ripido strapiombo, poi, per scavo d’inesorabile cavallone, si fecero scoglio riverso per crollo improvviso, e ancora portano traccia di antica postura in radice d’arbusto cotto al sole. Se ne scorsero di biancheggianti di calcare, tali altri furono di nero basalto o dorati di friabile argilla. Certi paiono a gobbe di cammello o unica di dromedario, su altri si scavano pozze, diventano alveari di granchio e paguro, s’istoriano della patella, si tingono di mitilo. Tutti questi, tanti altri, non s’affermano d’ospitalità mondana per forza, talora stanno alla larga da fasto di cartolina, s’accucciano a braccia di mare, ne reggono l’urto d’intemperanza, si carezzano di bonaccia, ma pare fanno all’unisono trampolino per sguardo acceso a volta d’orizzonte, passerella per infinito, si tingono di colore di sangue e vino quando la distesa dinnanzi s’inghiotte il sole, per poi risputarlo a luogo opposto. Si strisciano di bianco di sale, talora patiscono il tratto nero della pece, l’azzurro della pietra celeste che impazzimento produsse al polpo a tana di sotto. Se ne vedono che pare che aspettano compagnia, si dispongono ad acqua cheta, ma pure fanno resistenza a fortunale, che sollevano lo spruzzo ad altezza di vertigine e fanno omaggio di sale al tutto d’intorno. Ma non c’è, mai ci fu, mai ce ne sarà, scoglio che si sottrasse a braccia ad aggrappo per porto salvo, che pare – scoglio intendo – a cuore assai ampio per accoglimento d’altro che fece cammino d’intemperia. Che tra uomini fu a poca rilevanza di percentuale rispetto a moltitudine totale di scogli chi mostrò cuore di pari ampiezza che quei pezzi di pietra.

Il fotografo di frodo

Che mi sconfinfera, oggi, che domenica s’appresta di villaggio altro di villaggio mio antico, di farvi regalino di vecchio racconto, che m’evito di scrivere per stanca di settimana di peso che me ne tolse una certa gana – ad attesa che ritorna -, pure faccio omaggio per lettura a chi non meglio ha da fare.

“Ce n’erano state di domeniche così, che pareva che tutti i colori del mondo si fossero dati convegno in paese, pure sui panni al sole che si fanno a specchio sul mare, una lastra di metallo lucente che in fondo, sulla linea d’orizzonte, diventava cielo senza che si capisse in quale punto esatto avveniva il passaggio di consegne. Dentro i cortili e nei vicoli che scivolavano verso gli approdi, le donne spazzavano dinnanzi alle porte dei dammusi, i bambini si rifacevano le ginocchia dietro le palle di pezza, e qualcuno faceva partire le lenze dal molo. Il vecchio professore se ne stava seduto al sole d’una terrazzina, provando a leggere qualcosa su un libro dalla copertina consunta.

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet ;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit ! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
Ô toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !

Cercava nella sua memoria il senso di parole un tempo assai più chiare, ora oscure per neuroni in disarmo anagrafico. Mentendosi spudoratamente dissimulava il buio di comprensione con altri difetti organici emotivamente più sopportabili, cambiando e rinforcando lenti altre sul naso aguzzo proteso verso il centro della terra.

Cominciavano a muoversi come processionarie le file lente di quelli che raggiungevano la parrocchiale per la messa di mezza mattina, spiate da occhi neri dietro persiane socchiuse, pronti a cogliere dettagli nascosti male sotto i vestiti di festa. Era l’ora in cui i sughi cotti dalla mattina evaporavano per raggiungere la piazza di basole verso il caffè più centrale, popolato degli uomini a sedere che si scambiavano i due quotidiani a disposizione. Più giù, sul molo, erano le barche e le reti tirate in secco, con le casse del pesce stoccato a riva pronte per le tavole dei tre ristoranti della zona, già in fibrillazione per l’invasione di quelli di città in divisa da villeggianti. Arrivavano a frotte quando c’erano giornate così, e quelli del posto non è che ne avvertissero la presenza con gioia, se si escludevano i titolari dei bar, delle trattorie sul lungomare e di quel paio di bettole che dalle verande apparecchiate con tovaglie a quadri bianchi e rossi, offrivano alla vista solo fette di mare e muri scheggiati in cambio di prezzi a buon mercato.

“Gaetano”. Chiamò la donna nel grembiule nero di sovrapposizioni luttuose. “Gaetano”. Ripeté ancora, affacciata al balcone. Gaetano non è che subito rizzava le orecchie. Aveva cose altre per la testa, mentre saltellava tra i frangiflutti che correvano paralleli a ponente del molo più importante del porticciolo. Doveva ritirare la nassa con le quattro scorfane pescate e si accarezzava il gomito contuso colorato del livido, nero come l’occhio destro, mordicchiandosi il labbro tumefatto per capire se ancora faceva male. “Sono caduto con la bici”. Ripeteva alla zia e all’amico Mimmo. Si vergognava a dire che l’avevano pestato quei quattro che facevano banda, sempre pronti a farsi scattare i nervi quando lo vedevano arrivare. Perché a loro proprio quel tipo con cui erano cresciuti non era mai andato a genio. “È troppo strano Palmisano”. Uno che non parlava mai, e se ne stava ore a fissare chissà che cosa. Uno che non raccontava niente, che aveva la pelle attaccata alle ossa e sembrava più piccolo dei suoi dodici anni. Che pareva che viaggiasse su un altro pianeta, con quella testa troppo grossa, non in dimensioni assolute, piuttosto per l’illusione ottica dell’essere troppo “siccu, e poi si move ca pari nu ‘nvertebratu”. Con quell’espressione di sofferenza che si portava dietro da quand’era ancora più bambino, quando se ne stava perennemente allettato perché le malattie le prendeva tutte lui. Così, quei quattro, qualche volta, provavano a tirargli fuori qualcosa, lo chiamavano per nome, cercavano una reazione qualunque. Niente. Quello pareva alienato e gli faceva venire una rabbia che poi alla fine gli veniva di caricarlo di botte. Gaetano se le prendeva e non reagiva, tornandosene a casa come se sulle spalle avesse il mondo. “Ma sempre dalla bicicletta cadi?” Diceva zia Lucia. Un’altra volta la scusa buona era che era scivolato sul “lippo” degli scogli, quando ci era passato sopra per calare la lenza. L’unico ragazzo del borgo a cui non davano noia quelle sue cose strane era Mimmo. Lui ci parlava con Gaetano, e riusciva anche a strappargli più di qualche monosillabo. Quando era con Mimmo gli altri lo lasciavano in pace. Si limitavano a guardarlo male da lontano. Mimmo era d’altra pasta, come tutta la sua famiglia. Tutti comunisti, “ncazzusi”. Quelli, gli Scandurra, non si tenevano niente, e se gli mollavi una sberla te ne restituivano trecento. Il padre era una specie d’istituzione. Faceva l’avvocato e difendeva tutti i disgraziati del paese, facendosi pagare una volta si e chissà quante altre no. Per cui la gente gli portava rispetto.

“Gaetano”. Si sgolava zia Lucia. Poi Gaetano sentì. Più che altro aveva finito di fare quello che stava facendo e si era messo a correre verso casa. Era il giorno del suo compleanno e magari, pensava, qualcuno se lo sarebbe ricordato con un regalo. Gli sarebbe stata utile una canna da pesca nuova, col mulinello possibilmente, per pescare “a lancio” un po’ più a largo, che sotto costa cominciava ad esserci poca roba. Doveva essere arrivato lo zio Carmelo che faceva l’usciere al tribunale in città, e magari la canna l’avrebbe portata lui. Affrontò la leggera salita con la nassa che sembrava un lume, in quel modo che faceva ridere ed arrabbiare gli altri ragazzi, e si beccò una pietra ad una coscia. “Talia come curri”. Lui non si fermò nemmeno a vedere chi gliela aveva tirata, ma sbiascicò un “ahi!”, piano piano, per non dare a nessuno la soddisfazione di dire che gli aveva fatto male, e continuò a correre claudicando pure per l’ultima botta. A quel punto l’obiettivo era la canna nuova ed era sicuro che lo zio gliel’aveva portata, da uno di quei negozi di città. Una canna con un mulinello di quelli “spaziali”, che lanciano ami, esche e galleggianti a più di cento metri.

“Auguri beddu! Guarda cosa ti ho portato”. E in quel pacchetto quadrato venti per venti doveva starci una canna da pesca? E che razza di canna da pesca era quella che stava lì dentro? C’era qualcosa di sbagliato. Ma come, pensò, uno fa il compleanno, e per non disturbare troppo si limita a farlo una sola volta l’anno, e poi non si concede il giusto riconoscimento a quella delicatezza con una canna da pesca nuova? Eppure con lo zio ne aveva discusso che la sua canna da pesca era messa male. “Volevo portarti una canna nuova, ma poi la zia, giustamente, mi ha fatto notare che quando vai sugli scogli caschi e ti fai male, che torni a casa che sembri un Lazzaro”. Ma la zia, gli affari suoi, mai…

“Aprilo, vedi che c’è dentro”.

E che roba è questa? Pensò scartando la confezione di carta blu. Ma anche quando l’oggetto fu totalmente nudo in suo possesso non capì. Sollevò gli occhi verso lo zio, che per lui era come domandare ossessivamente. “Minchia! È una macchina fotografica, una Polaroid”. Sbottò quello a mezzo riso comprensivo.

“Che devi dire per forza queste parole vastase davanti o picciriddu. Spieghici comu funziona inveci di fari u cretinu o solitu to”. Sbraitò zia Lucia.

“E come funziona… Si prende la mira da qua – prese in mano l’oggetto misterioso, ed indicò il mirino – si inquadra quello che si vuole fotografare e si preme questo bottone. Poi si aspetta che esce la fotografia, e dopo mezzo minuto, come per magia, c’è la foto”. E lo disse tutto d’un fiato, ondulando la testa soddisfatto per quella abile docenza sostenuta senza la benché minima esitazione, proprio come fa un professionista serio che istruisce il suo ragazzo di bottega. “Ne puoi fare dieci per volta. La prossima volta ti porto anche un paio di ricariche, così fai pratica. Ci sono fior fiori di fotografi che usano la Polaroid. Anzi, fai una cosa Tano, visto che fra poco si mangia, qua ci sono i soldi. Vai al bar da Nuzzo, prendi i cannoli per tutti, e già che ci sei fai un paio di foto che poi vediamo se hai talento”.

Era ora di pranzo, a quell’ora per strada praticamente non c’era nessuno, e con l’oggetto misterioso Gaetano entrò al bar. Lì c’era soltanto Nuzzo che stava servendo un paio di aperitivi a due che dovevano essere di città. A Gaetano quelli di città andavano giù ancor meno che agli altri perché arrivavano lì per pescare con barche pazzesche che poi scaricavano nafta a mare e il pesce puzzava. In estate si mettevano tutti a fare il bagno come pinguini ed il pesce scappava. Poi avevano quelle canne sofisticatissime, e c’era pure chi usava la “pietra celeste”, anche se era vietato. La buttava sugli scogli sciolta nell’acqua, così i polpi si sentivano avvelenati ed uscivano fuori dalle tane e li raccoglievano a mezze dozzine per volta. Non era così che si faceva. Quella non era pesca.

Lui l’aveva detto al padre di Mimmo che gli aveva dato una risposta che non è che aveva capito tutta, ma il senso almeno gli pareva d’averlo afferrato. “Insomma, questi di città vengono qua e fanno col solfato di rame al nostro pesce quello che gli Americani facevano col Napalm ai Vietnamiti. Li stanano per mangiarseli. Ma la storia ci insegna che qualche volta chi fa certi calcoli poi può anche rimanersene digiuno, oppure finisce pure lui avvelenato”.

Visto che quelli nel bar erano di città, Gaetano, per non farsi turbare la scelta dei dolci, aspettò fuori che se ne andassero, seduto su uno scalino dietro l’angolo a rigirarsi tra le mani la Polaroid. Piroettando quell’escrescenza d’occhi e memoria si esercitava nelle inquadrature. Finì per fermarsi, puntandolo col mirino, su un gatto che faceva la festa ad un sacchetto di spazzatura abbandonato con dentro i resti di pesce le cui parti nobili a quell’ora dovevano essere stati serviti su ben altra tavola. Capì pure come si inseriva il flash. Poi sentì un rombo. Altri di città che avevano una moto, una tuta nera ed il casco in testa. Come fanno questi a tenersi in testa quella cosa pesante con questo caldo che non è nemmeno obbligatorio? Pensò. Il gatto scappò, e, pensò Gaetano, che aveva fatto bene con tutto quel chiasso che facevano. Ma quello che sentì dopo, altro che chiasso. Sembrava la guerra, una Lambretta smarmittata peggio di quella di suo cugino Stefano. Una cosa insopportabile ma che veniva da dentro il bar. Se ne rimase lì paralizzato, con gli occhi sbarrati, tenendosi la Polaroid stretta al petto. Quindi quei due della moto saltarono in sella e ripartirono a velocità sventolando qualcosa di scuro e metallico sbucato fuori da chissà dove. Rimase ancora qualche secondo lì, gli occhi fissi verso tutto quello che aveva visto, in un silenzio che non era certo ci fosse davvero. Poi si alzò, lentamente, ed entrò nel bar. I tre che ci aveva lasciato prima c’erano ancora, i due di città e Nuzzo. Solo che non erano più ritti al bancone, ma se ne stavano a terra, e di Nuzzo si vedeva solo la testa, in un lago rosso di cui un affluente zampillava ancora dalla gola. Chissà perché quel tremore che l’aveva accompagnato sino a quel momento cessò di colpo, e si trovo a sollevare la sua macchinetta, a spingerne, come se non avesse fatto altro per tutta una vita, il pulsante del flash per poi scaricare anche lui il suo caricatore su quei corpi martoriati.

Dieci foto, dieci. La sua prima collezione che valesse la pena di chiamare tale, perché quella di conchiglie era assai incompleta, senza tutte quelle specie di lontano che aveva visto in qualche negozio della città. E ne sarebbe passato di tempo prima di capire come era che tutti quelli che sino ad allora l’avevano preso in giro e menato perché era così “siccu, e si move ca pari nu ‘nvertebratu”, smettessero di colpo di farlo. Semplicemente perché adesso lui era uno che sapeva cose della vita che gli altri della sua età nemmeno si immaginavano, ed avevano capito che lui, anche se si muoveva strano, era uno che arrivava sempre prima degli altri.”

La bomba e pure di più

Che fu, quella a passato prossimo, grande settimana di prologo, che si chiuse a giorno 18 settembre, giorno storico che tante cose spiega che rimasero a stretta scrittura di detto paese che fu Italia s’è desta. Che muore ancora ragazzo che va a scuola, e mi pare che, invece, a scuola non ci andò, che si recò con fare per sfrutto ad ultimo giorno senza promozione. Pure ho immagine nitida – che mi fu a recapito di messaggio da quello che fu paese di mio padre, pure di tal La Pira, detto Giorgio, beniamino di pacifismo, dunque bolscevico ad esatta definizione – di bimbi a fin di vita, che taluni non si videro che se li portò fame e sete e flutto pietoso a tomba. Ma questi non ebbero forza, come primo, d’arrivare ad oggetto di campagna elettorale per sdegno unanime, quale invece fece a scandalo altro che non si capisce cos’è. Che mi sorse il dubbio che astiosa rivendicazione dell’un contro l’altro pare invece gioco delle parti a ben congegno per popolume povero d’illusione e pensiero d’utopia. Pure scoppia guerra a destra come a manca, ma guerra è solo quella che arriva a prima pagina. Che si continua a sparo fervido, che ora c’è fremito d’oltranza, che tutti vogliono vincere agone d’elezione per poi ho libero accesso a gioco di bombarda. Taluno pure s’indigna se talaltro propone esibizione muscolare, ma i più s’indignano per indignazione. Ma c’è cosa che è guerra, che aveva pure dio in illo tempore, però mi pare s’abbia fatto sgombero d’Olimpo, ma vaga senza casa e meta, che non si concede meritata pensione. Vado a musica, che è meglio, che poi vi dò io armamentario giusto a riciclo per rispetto d’ambiente.

BOMBA

Incalzatrice della storia Freno del tempo Tu Bomba
Giocattolo dell’universo Massima rapinatrice di cieli Non posso odiarti
Forse che l’odio il fulmine scaltro la mascella di un asino
La mazza nodosa di Un Milione di A.C. la clava il flagello l’ascia
Catapulta Da Vinci tomahawk Cochise acciarino Kidd pugnale Rathbone
Ah e la triste disperata pistola Verlaine Puskin Dillinger Bogart
E non ha S. Michele una spada infuocata S. Giorgio una lancia Davide una fionda
Bomba sei crudele come l’uomo ti fa e non sei più crudele del cancro
Ogni uomo ti odia preferirebbe morire in un incidente d’auto per un fulmine annegato
Cadendo dal tetto sulla sedia elettrica di infarto di vecchiaia di vecchiaia O Bomba
Preferirebbe morire di qualsiasi cosa piuttosto che per te Il dito della morte è indipendente
Non sta all’uomo che tu bum o no La Morte ha distrutto da un pezzo
il suo azzurro inflessibile Io ti canto Bomba Prodigalità della Morte Giubileo della Morte
Gemma dell’azzurro supremo della Morte Chi vola si schianterà al suolo la sua morte sarà diversa
da quella dello scalatore che cadrà Morire per un cobra non è morire per del maiale guasto
Si può morire in una palude in mare e nella notte per l’uomo nero
Oh ci sono morti come le streghe d’Arco Agghiaccianti morti alla Boris Karloff
Morti insensibili come un aborto morti senza tristezza come vecchio dolore Bowery
Morti nell’abbandono come la Pena Capitale morti solenni come i senatori
E morti impensabili come Harpo Marx le ragazze sulla copertina di Vogue la mia
Proprio non so quanto sia terribile la MortePerBomba Posso solo immaginarlo
Eppure nessuna morte di cui io sappia ha un’anteprima così buffa Panoramo
una città la città New York che straripa a occhi desolati rifugio nel subway
Centinaia e centinaia Un precipitare di umanità Tacchi alti piegati
Capelli spinti indietro Giovani che dimenticano i pettini
Signore che non sanno cosa fare delle borse della spesa
Impassibili distributori automatici di gomma Ma 3° rotaia pericolosa lo stesso
Ritz Brothers del Bronx sorpresi sul treno A
La sorridente réclame del Schenley sorriderà sempre
Morte Folletto Bomba Satiro Bombamorte
Tartarughe che esplodono sopra Istanbul
La zampa del giaguaro che balza
per affondare presto nella neve artica
Pinguini piombati contro la Sfinge
La cima dell’Empire State
sfrecciata in un campo di broccoli in Sicilia
Eiffel a forma di C nei Magnolia Gardens
S. Sofia atletica Bomba sportiva
I templi dell’antichità
finite le loro grandiose rovine
Elettroni Protoni Neutroni
che raccolgono capelli Esperidi
che percorrono il dolente golf dell’Arcadia
che raggiungono timonieri di marmo
che entrano nell’anfiteatro finale
con un senso di imnodia di tutte le Ilio
annunciando torce di cipressi
correndo con pennacchi e stendardi
e tuttavia conoscendo Omero con passo aggraziato
Ecco la squadra del Presente in visita
la squadra del Passato in casa
Lira e tuba insieme congiunte
Odi e wurstel soda oliva uva
galassia di gala usciere togato
e in alta uniforme O felici posti a sedere
Applausi e grida e fischi eterei
La presenza bilione del più grande pubblico
Il pandemonio di Zeus
Hermes che corre con Owens
La Palla lanciata da Buddha
Cristo che picchia la palla
Lutero che corre alla terza base
Morte planetaria Osanna Bomba
Fa sbocciare la rosa finale O Bomba di Primavera
Vieni con la tua veste di verde dinamite
libera dalla macchina l’occhio inviolato della Natura
Davanti a te. li Passato raggrinzito
dietro dl te il Futuro che ci saluta O Bomba
Rimbalza nell’erbosa aria da tromba
come la volpe nell’ultima tana
tuo campo l’universo tua siepe la terra
Salta Bomba rimbalza Bomba scherza a zig zag
Le stelle uno sciame d’api nella tua borsa tintinnante
Angeli attaccati ai tuoi piedi giubileo
ruote di pioggialuce sul tuo scanno
Sei attesa e guarda sei attesa
e i cieli sono con te
osanna Incalescente gloriosa liaison
BOMBA O strage antifonia fusione spacco BUM
Bomba fa l’infinito una Improvvisa fornace
distendi il. tuo Spazzare che abbracci moltitudini
avviati orribile agenda
Stelle del Carro pIaneti carnaio elementi di carcassa
Fa’ cadere l’universo salta ciucciante coi dito in bocca
sui suo da tanto da tanto morto Neanche
Dal tuo minuscolo peloso occhio spastico
espelli diluvi dl celestiali vampiri
Dal tuo grembo invocante
vomita turbini di grandi vermi
Squarcia Il tuo ventre o Bomba
dal tuo ventre fa’ sciamare saluti di avvoltolo
incalza col tuoi moncherini stellati dl iena
lungo il margine del Paradiso
Bomba O finale Pied Piper
sole e lucciola valzeggiano dietro la tua sorpresa
Dio abbandonato zimbello
Sono la Sua rada falso-narrata apocalisse
Lui non può sentire le un-bel-giorno
profanazioni del tuo flauto
Lui è rovesciato sordo nell’orecchio pustoloso del Silenziatore
il Suo Regno un’eternità di cera vergine
Trombe tappate non Lo annunciano
Angeli sigillati non Lo cantano
Un Dio senza tuoni Un Dio morto
Bomba il tuo BUM la Sua tomba,
Che io mi chini su un tavolo di scienza
astrologo che guazza in prosa di draghi
quasi esperto dl guerre bombe soprattutto bombe
Che io sia incapace di odiare ciò che è necessario amare
Che io non possa esistere in un mondo che consente
un bimbo abbandonato in un parco un uomo morto sulla sedia elettrica
Che io sia capace di ridere di tutte le cose
dl tutte quelle che so e quelle che non so per nascondere il mio dolore
Che dica di essere un poeta e perciò amo ogni uomo
sapendo che le mie parole sono la riconosciuta profezia di ogni uomo
e le mie non parole un non minore riconoscimento,
che io sia multiforme
uomo che Insegue le grandi bugie dell’oro
poeta che vaga tra ceneri luminose
come mi immagino
un sonno con denti di squalo un mangia-uomini di sogni
Allora non ho bisogno di esser davvero esperto di bombe
Per fortuna perché se le bombe ml sembrassero larve
non dubiterei che diventerebbero farfalle
C’è un inferno per le bombe
Sono laggiù Le vedo laggiù
Stan li e cantano canti
soprattutto canti tedeschi
e due lunghissimi canti americani
e vorrebbero che ci fossero altri canti
specialmente canti russi e cinesi
e qualche altro lunghissimo canto americano
Povera piccola Bomba che non sarai mal
un canto eschimese io ti amo
voglio mettere una caramella
nella tua bocca forcuta
Una parrucca di Goldilocks sulla tua zucca pelata
e farti saltellare con me come Hansel e Gretel
sullo schermo di Hollywood
O Bomba in cui tutte le cose belle
Morali e fisiche rientrano ansiose
fiocco di fata colto dal
più grande albero dell’universo
lembo di paradiso che dà
un sole alla montagna e al formicaio
Sto In piedi davanti alla tua fantastica porta gigliale
Ti porto rose Midgardian muschio d’Arcadia
Rinomati cosmetici delle ragazze del paradiso
Dammi il benvenuto non temere, la tua porta aperta
né il grigio ricordo del tuo freddo fantasma
nè i ruffiani del tuo tempo incerto
il loro crudele sciogliersi terreno
Oppenheimer è seduto
nella buia tasca di Luce
Fermi è disseccato nei Mozambico della Morte
Einstein la sua boccamito
una ghirlanda di patelle sulla testa di calamari lunari
Fammi entrare Bomba sorgi da quell’angolo da topo gravido
non temere le nazioni del mondo con le scope alzate
O Bomba ti amo
Voglio baciare il tuo clank mangiare il tuo bum
Sei un peana un acmé dl urli
un cappello lirico del Signor Tuono
fai risuonare le tue ginocchia di metallo
BUM BUM BUM BUM BUM
BUM tu cieli e BUM tu soli
BUM BUM tu lune tu stelle BUM
notti tu BUM tu giorni tu BUM
BUM BUM tu venU tu nubi tu nembi
Fate BANG voi laghi voi Oceani BING
Barracuda BUM e coguari BUM
Ubanghi BANG orangutang
BING BANG BONG BUM ape orso scimmion
tu BANG tu BONG tu BING
la zanna la pinna la spanna
Si Si In mezzo a noi cadrà una bomba
Fiori balzeranno di gioia con le radici doloranti
Campi si inginocchieranno orgogliosi sotto gli halleluia del vento
Bombe-garofano sbocceranno Bombe-alce rizzeranno le orecchie
Ah molte bombe quel giorno intimidiranno gli uccelli in aspetto gentile
Eppure non basta dire che una bomba cadrà
sia pure sostenere che il fuoco celeste uscirà
Sappiate che la terra madonnerà in grembo la Bomba
che nel cuore degli uomini a venire altre bombe nasceranno
bombe da magistratura avvolte in ermellino tutto bello
e si pianteranno sedute sui ringhiosi imperi della terra
feroci con baffi d’oro.
(Gregory Corso)

L’artista

Tu vedi un blocco,
pensa all’immagine:
l’immagine è dentro
basta soltanto spogliarla.

(Michelangelo Buonarroti)

Conobbi e, c’è seria probabilità, conoscerò, artisti d’ogni fatta e luogo, geniali modellatori di materia, capaci di plasmare immagini, suoni, opere ed omissioni, a creare capolavori d’espressione elevatissima, talora concettualmente indecifrabili che non rinunciarono a profondità in luogo di comprensione. Ma è memoria mia, pure se ormai a scarsa frequentazione nella sua opera integra, che ve n’è uno che non seppe giungere secondo, e che quel tal secondo alle sue spalle, parve, ancorché illuminato, dover guardar lontano quel primo sopra tutti.

Me ne avvidi d’opera a tratto di costa a semi abbandono, ch’è di quelli ormai radi che per tutela antica non violata fecero divieto di soggiorno a chiasso inconsulto financo a giorno d’intorno a grande festa d’estate. Che è artista unico ed irripetibile, che trasporta opere ad esposizione millenaria, modella legno e roccia, rimuove rena e la lascia a dimensione altra, la spiana e l’accumula ad aiuto di vento.

Che non s’avvede che relitto è scarto, ma ne riarticola posizione e forma, ne liscia il contenuto intimo, lo scava e lo proietta a dimensione di bellezza autentica, lo staglia ad orizzonte che spettatore veda, a forma di contrasto di vertigine, perfezione di sua struttura imperfetta. Liscia semi, barcolla frammento, leviga giunco, infilza albero, smotta la pietra e il sasso rotola e si smussa, financo coccio di vetro diviene miracolo di gioielleria che mercante da dietro banco non s’approfitta che pare furto esporre opera raffinatissima di levigatura d’anno dopo anno. E io, ancora bimbo, ebbi facoltà di vedere musei su musei di detto artista, a costa strapiena, che distanza impediva asfaltatura di nobile esposizione e Bagno un tanto a chilo, peggio, a cottimo di servizio a plasticume dorato, non sostituì l’Expo universale di meraviglia autentica. A ruspa non era ancora concesso spazio, per lido di lindo fiammeggiante, che non v’era necessità di spazzare via tutto per fare spazio a grande cantante da ritmo ad osanna, con testi scritti a sapienza d’antica conoscenza di regola aulica di lingua e ricchezza di vocabolario, che solo con cotale sapienza, a sapere di tutto a poesia, si può evitare la stessa per concepimento di verso a regressione ad infante e mugugno gutturale, senza tema d’incontrarlo a scherzo di caso.

La nave dei folli

“…la nave dei folli non era, poi, totalmente un parto della fantasia. Al contrario, era piuttosto comune la prassi di allontanare i matti dalla comunità dei normali, eventualmente proprio affidandoli a gente di mare. Accadeva spesso che venissero affidati a battellieri, a Francoforte, nel 1399, alcuni marinai vengono incaricati di sbarazzare la città di un folle che passeggiava nudo. Le città europee hanno spesso dovuto veder approdare queste navi di folli”. (Michel Foucault)

La follia arriva e batte bandiera sconosciuta. Non ha patria né dio, nemmeno padre e madre, pare tale, la follia, intendo, che non si palesa con documento d’imbarco, s’allontana e basta, a cerca di porto salvo per disperazione d’essere niente e nessuno. La cittadella fortificata del mondo dei sani se ne difende, invita a respingimento, con accordo tra tiranno e tiranno a far che pure accoglienza di pazzo è cosa da folli. D’avanzata sanità di mente si tinge distruzione e guerra, parve laurea a saggezza affondare nave dei folli, bombardo di città di dissenso, ripiegare a tasso d’umanità pari a curva concava.

Orizzonte scruta non per vertigine di visione, solo per scorgo a vista nemico che arriva, che se poi non si palesa ad esodo qual vien dichiarato, che importa, che semplice attesa d’invasione è a generazione di paura e fremito di pelle di popolume a suddito di illuminatissimi, che immantinente si tinge di vessillo patrio a nome noto, sotto egida di tiranno a difendere belle, armate sponde, a sventolar bandiera di grande savio di giustezza conclamata. Il resto è dago, pazzo, diverso per colpa ed essenza di sua scelta, che non nacque né a colore giusto, né a terra di saggezza. Pazzo più pazzo è a sostegno d’idea che pazzia fu per causa di mondo di giusti che non s’avvidero che pazzi fecero a furor di tempesta, a fulmine di guerra, a sfrutto a schiavo creatura e natura. Egli attende anche per sé medesimo imbarco coatto – che presto arriva – di chi, pazzo tra i pazzi, ricerca altra sponda per vita, anziché schiantare a terra desolata senza far rumore a non disturbo saggissimo manovratore.

Questione d’etichetta

A tanti che a lavoro sono adusi, condannati o vocati, non venne mai dato tempo adeguato per provvedere a giusto approvvigionamento alimentare, che anche si volesse far ricorso a contadino ad esaltazione di primario a chilometro zero e convenienza di conto in banca, questo necessita di tempo in tale misura da risultare inesistente a disposizione. Dunque, famigerata porta a vetro che scorre di supermarket a prezzo convenientissimo, pare ultima spiaggia per sussistenza. Che mi becco colonna sonora d’uopo.

Ch’io pure, a tempo di lavoro, mi faccio costretto a grande magazzino, ad acquisto cosa con etichetta di sacralità, che eviscera contenuti intimi del prodotto, svela mistero financo di scatoletta di tonno. Talora il messaggio appare criptico, che a lettura più attenta fece a riconoscimento di mondi sconosciuti, derive immaginifiche da prodotto originale.

Ma c’è legislazione, a supporto di severa direttiva d’Europa, che intima che ciò sia in detto modo, pure non trascurando dettaglio alcuno che pare giusto che consumatore sappia cosa è a consumo. Capita pure che, a caro bolletta, ad inflazione che pare cavallo a galoppo su infinita prateria, occhio cade a prodotto d’economicità conclamata, che volantino pubblicizza a casella della posta quale occasione irripetibile. Sbirciando etichetta si scopre che non v’è allontanamento di particolare distanza da prodotto reclamizzato. Ma ad ultima volta m’assalì dubbio, ch’io frequento contadino e conosco, pure per competenza personale, costo di prodotto a produzione. Mi capita, difatti, d’essere ad acquisto di, che so, chilo o più di pomodoro per salsa fresca, a diretto contatto con contadino di mercatino a rione, produttore egli stesso. Lì sfango prezzo ottimo, pure a concorrenza con distribuzione immensa, che non v’è packaging, nemmeno intermediario, logistica ed affini. Ma a supermercato mi capitò di comprare taluni prodotti il cui costo a grande offerta speciale, se a tutta filiera metto assieme, pare di materia prima a gratis. E non v’è dubbio che materia prima d’ortofrutta a conserva non è a gratis per plusvalore di venditore della stessa. Mi sorse così consapevolezza che prezzo a straccio nasce da sfrutto manovalanza a caporalato senza remora. Poi mi guardo casistica particolare, che mi viene da rivista ad abbonamento a mail. Che tale rivista dice che negli ultimi anni c’è morto di bracciante a sfrutto nei campi a migliaia – che giornalettume si guarda bene di darne notizia – che spesso o sempre, pare migrante a pago per compro tozzo di pane e lavoro ad ora indefinita. Che quello muore a fatica di stronco, a sparisco, suicido, incidentato o ammalato per promiscuità di baraccopoli di latta, vittima di mafia di caporale. E mi chiesi, ma come non c’è direttiva di grande democrazia che ad etichetta mi dice contenuto esatto di prodotto ma pure che è fatto senza sfrutto a schiavo?

Solo un’isola

Nacqui su un’isola talmente piccola che per girarmela tutta mi bastava poco. Ma mai mi venne d’annoiarmi a far perimetri e perimetri. Pure, se m’allontanavo per altra terra, cascavo comunque su un’isola, grande per come ti pare, ma sempre isola era. Un’isola, più è piccola più sa d’infinito, più si fa centro di mondo intero, che tutto ciò che ti circonda è infinito, dunque, qualunque cosa è dentro quello sconfino, non può che esservi centro, è a sguardo d’infinito a destra e manca, a destra e manca di dove ti giri. Che dunque sarei a destino centro d’universo d’abisso? Che tale evidenza di vertigine mi fece nessuno che non ho altro da riportare che uno sguardo a ciò che non conosco.

Che quello sguardo mi rimase inesausto, non me ne venne a conoscenza mai di cosa è oltre l’orizzonte, tanto v’andai incontro, tanto quello si spostò. Mi feci ragione di ignoranza, pure mi feci ragione che quella era passione autentica di conoscenza. Mi faccio isola e m’esploro quello che mi viene, né mai mi parve d’aver finito, manco m’attrezzai a star fermo di pensiero pure quando mi depositai come delfino spiaggiato ancora su un’altra isola. Ma sono isola io, forse, che chi nasce isola non se n’avvede che è tale anch’egli, si porta uno scoglio dentro, a mare d’infinito ed infinito d’orizzonte, sia che lanci sguardo a destra, sia che lo fermi a manca.

Quale voce giunge sul suono delle onde
che non è la voce del mare?
E’ la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
perché si è ascoltato.

E solo se, mezzo addormentati,
senza sapere di udire, udiamo,
essa ci dice la speranza
cui, come un bambino
dormiente, dormendo sorridiamo.

Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno sito,
ove il Re dimora aspettando.
Ma, se ci andiamo svegliando,
tace la voce, e c’è solo il mare.
” (Fernando Pessoa, “Le isole fortunate”)

Radio Pirata 37 (ad imboccar strada per viaggio)

Radio Pirata boccheggia a Trentasette, come suo conduttore che forse arriva a vedere, pur se ancora a distanza di sicurezza, fine di tunnel per barlume di luce lontana. Che poi s’appronta a viaggio di ricongiungimento con terra nefasta di sacri natali, dove scoglio attende occupazione permanente, come punto ad osservazione museale d’attivo orizzonte. Questo è cangiante a tempo, s’attrezza stupore autentico che si tinge di colore che vuole, oppure si mette maschera di libeccio quando in basso l’azzurro si gonfia di vento e schiuma, che sale straborda ovunque, ch’io me ne feci godimento autentico. Pure vado di musica.

Che scoglio camufferò di transatlantico, crociera a lusso sfrenato per appagamento d’ogni senso inesausto. Che fu tempo che invece varavo nave a giganteggiare per metri quattro da prua a poppa, a tanto di lampara per richiamo di seppia ed illuminare notte. E la varai ad affrontare intemperia notturna a potente motore di colpo di remo e basta, e mi feci a felicità irrefrenabile se bonaccia stirava superficie di mare a farne tavola di specchio. Che la notte è traversata tra l’onde che non lascia a vedere altro che non è notte, che stella di firmamento, luna anche a spicchio, talora non riesce a scalfitura di staffilata di luce, e preserva ricordo di sorpresa, adrenalina di scoperta, fuoco d’immaginazione dell’oltre la coltre. Musicando penso a notte.

Che talora immaginavo che non fui solo a colpire tavola di piombo fuso, a non far rumore per fuga di sgusciante creatura.

Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro, dove il mare è mare.” (Stefano D’Arrigo)

Ora su scoglio mi intravedo a desiderio di viaggio autentico di infinito a nessun movimento, che quello è viaggio che parte a dentro, a dentro si conclude, che rende però dentro sì tanto ampio ed infinito che non lascia viaggio a conclusione alcuna. Che viaggio a fermo immagine su scoglio immortala narrazione autentica d’unico viaggio d’avventura che fu senza compreso nel prezzo, pare esplorazione di tempo altro, affrontare temerario la distesa di vertigine del globo terracqueo.

È viaggio che mai potè fermarsi che esso reitera se stesso nel compimento ardito d’una ricomposizione permanente con la dimensione della scoperta ancora e ancora d’un tratto perduto di cosa che è dentro protagonista di viaggio.

Nè mai fu esausto il viaggio che si compì senza a spesa d’energia d’apparenza, che merita solo bagaglio leggero di bibita fresca, che offre a tiro d’occhio da piede frutto di mare e riccio a rendere essenza di ciò che è a vista a forma di gusto e oltre. Fatica di scoperta merita d’essere fatta con pensiero che cancella ogni ipotesi altra che non sia quel viaggio di ricongiungimento con l’immenso, che si riscopre identità di tutto e tutti che sanno aspettare per sbirciarne l’intimo dettaglio. La narrazione autentica si eviscera a cambio cromatico, a forme cangianti frequenti e repentine, a silenzio e risacche, a canto di dolore d’acqua che urta foro a roccia, che pare lamento di sirena, urlo di creatura che soffre e patisce, gabbiano che rivendica congiunto, caccia indesiderato a competizione di desco. Che chiudo anteprima di viaggio con musica a fondo di viaggio.