La bomba e pure di più

Che fu, quella a passato prossimo, grande settimana di prologo, che si chiuse a giorno 18 settembre, giorno storico che tante cose spiega che rimasero a stretta scrittura di detto paese che fu Italia s’è desta. Che muore ancora ragazzo che va a scuola, e mi pare che, invece, a scuola non ci andò, che si recò con fare per sfrutto ad ultimo giorno senza promozione. Pure ho immagine nitida – che mi fu a recapito di messaggio da quello che fu paese di mio padre, pure di tal La Pira, detto Giorgio, beniamino di pacifismo, dunque bolscevico ad esatta definizione – di bimbi a fin di vita, che taluni non si videro che se li portò fame e sete e flutto pietoso a tomba. Ma questi non ebbero forza, come primo, d’arrivare ad oggetto di campagna elettorale per sdegno unanime, quale invece fece a scandalo altro che non si capisce cos’è. Che mi sorse il dubbio che astiosa rivendicazione dell’un contro l’altro pare invece gioco delle parti a ben congegno per popolume povero d’illusione e pensiero d’utopia. Pure scoppia guerra a destra come a manca, ma guerra è solo quella che arriva a prima pagina. Che si continua a sparo fervido, che ora c’è fremito d’oltranza, che tutti vogliono vincere agone d’elezione per poi ho libero accesso a gioco di bombarda. Taluno pure s’indigna se talaltro propone esibizione muscolare, ma i più s’indignano per indignazione. Ma c’è cosa che è guerra, che aveva pure dio in illo tempore, però mi pare s’abbia fatto sgombero d’Olimpo, ma vaga senza casa e meta, che non si concede meritata pensione. Vado a musica, che è meglio, che poi vi dò io armamentario giusto a riciclo per rispetto d’ambiente.

BOMBA

Incalzatrice della storia Freno del tempo Tu Bomba
Giocattolo dell’universo Massima rapinatrice di cieli Non posso odiarti
Forse che l’odio il fulmine scaltro la mascella di un asino
La mazza nodosa di Un Milione di A.C. la clava il flagello l’ascia
Catapulta Da Vinci tomahawk Cochise acciarino Kidd pugnale Rathbone
Ah e la triste disperata pistola Verlaine Puskin Dillinger Bogart
E non ha S. Michele una spada infuocata S. Giorgio una lancia Davide una fionda
Bomba sei crudele come l’uomo ti fa e non sei più crudele del cancro
Ogni uomo ti odia preferirebbe morire in un incidente d’auto per un fulmine annegato
Cadendo dal tetto sulla sedia elettrica di infarto di vecchiaia di vecchiaia O Bomba
Preferirebbe morire di qualsiasi cosa piuttosto che per te Il dito della morte è indipendente
Non sta all’uomo che tu bum o no La Morte ha distrutto da un pezzo
il suo azzurro inflessibile Io ti canto Bomba Prodigalità della Morte Giubileo della Morte
Gemma dell’azzurro supremo della Morte Chi vola si schianterà al suolo la sua morte sarà diversa
da quella dello scalatore che cadrà Morire per un cobra non è morire per del maiale guasto
Si può morire in una palude in mare e nella notte per l’uomo nero
Oh ci sono morti come le streghe d’Arco Agghiaccianti morti alla Boris Karloff
Morti insensibili come un aborto morti senza tristezza come vecchio dolore Bowery
Morti nell’abbandono come la Pena Capitale morti solenni come i senatori
E morti impensabili come Harpo Marx le ragazze sulla copertina di Vogue la mia
Proprio non so quanto sia terribile la MortePerBomba Posso solo immaginarlo
Eppure nessuna morte di cui io sappia ha un’anteprima così buffa Panoramo
una città la città New York che straripa a occhi desolati rifugio nel subway
Centinaia e centinaia Un precipitare di umanità Tacchi alti piegati
Capelli spinti indietro Giovani che dimenticano i pettini
Signore che non sanno cosa fare delle borse della spesa
Impassibili distributori automatici di gomma Ma 3° rotaia pericolosa lo stesso
Ritz Brothers del Bronx sorpresi sul treno A
La sorridente réclame del Schenley sorriderà sempre
Morte Folletto Bomba Satiro Bombamorte
Tartarughe che esplodono sopra Istanbul
La zampa del giaguaro che balza
per affondare presto nella neve artica
Pinguini piombati contro la Sfinge
La cima dell’Empire State
sfrecciata in un campo di broccoli in Sicilia
Eiffel a forma di C nei Magnolia Gardens
S. Sofia atletica Bomba sportiva
I templi dell’antichità
finite le loro grandiose rovine
Elettroni Protoni Neutroni
che raccolgono capelli Esperidi
che percorrono il dolente golf dell’Arcadia
che raggiungono timonieri di marmo
che entrano nell’anfiteatro finale
con un senso di imnodia di tutte le Ilio
annunciando torce di cipressi
correndo con pennacchi e stendardi
e tuttavia conoscendo Omero con passo aggraziato
Ecco la squadra del Presente in visita
la squadra del Passato in casa
Lira e tuba insieme congiunte
Odi e wurstel soda oliva uva
galassia di gala usciere togato
e in alta uniforme O felici posti a sedere
Applausi e grida e fischi eterei
La presenza bilione del più grande pubblico
Il pandemonio di Zeus
Hermes che corre con Owens
La Palla lanciata da Buddha
Cristo che picchia la palla
Lutero che corre alla terza base
Morte planetaria Osanna Bomba
Fa sbocciare la rosa finale O Bomba di Primavera
Vieni con la tua veste di verde dinamite
libera dalla macchina l’occhio inviolato della Natura
Davanti a te. li Passato raggrinzito
dietro dl te il Futuro che ci saluta O Bomba
Rimbalza nell’erbosa aria da tromba
come la volpe nell’ultima tana
tuo campo l’universo tua siepe la terra
Salta Bomba rimbalza Bomba scherza a zig zag
Le stelle uno sciame d’api nella tua borsa tintinnante
Angeli attaccati ai tuoi piedi giubileo
ruote di pioggialuce sul tuo scanno
Sei attesa e guarda sei attesa
e i cieli sono con te
osanna Incalescente gloriosa liaison
BOMBA O strage antifonia fusione spacco BUM
Bomba fa l’infinito una Improvvisa fornace
distendi il. tuo Spazzare che abbracci moltitudini
avviati orribile agenda
Stelle del Carro pIaneti carnaio elementi di carcassa
Fa’ cadere l’universo salta ciucciante coi dito in bocca
sui suo da tanto da tanto morto Neanche
Dal tuo minuscolo peloso occhio spastico
espelli diluvi dl celestiali vampiri
Dal tuo grembo invocante
vomita turbini di grandi vermi
Squarcia Il tuo ventre o Bomba
dal tuo ventre fa’ sciamare saluti di avvoltolo
incalza col tuoi moncherini stellati dl iena
lungo il margine del Paradiso
Bomba O finale Pied Piper
sole e lucciola valzeggiano dietro la tua sorpresa
Dio abbandonato zimbello
Sono la Sua rada falso-narrata apocalisse
Lui non può sentire le un-bel-giorno
profanazioni del tuo flauto
Lui è rovesciato sordo nell’orecchio pustoloso del Silenziatore
il Suo Regno un’eternità di cera vergine
Trombe tappate non Lo annunciano
Angeli sigillati non Lo cantano
Un Dio senza tuoni Un Dio morto
Bomba il tuo BUM la Sua tomba,
Che io mi chini su un tavolo di scienza
astrologo che guazza in prosa di draghi
quasi esperto dl guerre bombe soprattutto bombe
Che io sia incapace di odiare ciò che è necessario amare
Che io non possa esistere in un mondo che consente
un bimbo abbandonato in un parco un uomo morto sulla sedia elettrica
Che io sia capace di ridere di tutte le cose
dl tutte quelle che so e quelle che non so per nascondere il mio dolore
Che dica di essere un poeta e perciò amo ogni uomo
sapendo che le mie parole sono la riconosciuta profezia di ogni uomo
e le mie non parole un non minore riconoscimento,
che io sia multiforme
uomo che Insegue le grandi bugie dell’oro
poeta che vaga tra ceneri luminose
come mi immagino
un sonno con denti di squalo un mangia-uomini di sogni
Allora non ho bisogno di esser davvero esperto di bombe
Per fortuna perché se le bombe ml sembrassero larve
non dubiterei che diventerebbero farfalle
C’è un inferno per le bombe
Sono laggiù Le vedo laggiù
Stan li e cantano canti
soprattutto canti tedeschi
e due lunghissimi canti americani
e vorrebbero che ci fossero altri canti
specialmente canti russi e cinesi
e qualche altro lunghissimo canto americano
Povera piccola Bomba che non sarai mal
un canto eschimese io ti amo
voglio mettere una caramella
nella tua bocca forcuta
Una parrucca di Goldilocks sulla tua zucca pelata
e farti saltellare con me come Hansel e Gretel
sullo schermo di Hollywood
O Bomba in cui tutte le cose belle
Morali e fisiche rientrano ansiose
fiocco di fata colto dal
più grande albero dell’universo
lembo di paradiso che dà
un sole alla montagna e al formicaio
Sto In piedi davanti alla tua fantastica porta gigliale
Ti porto rose Midgardian muschio d’Arcadia
Rinomati cosmetici delle ragazze del paradiso
Dammi il benvenuto non temere, la tua porta aperta
né il grigio ricordo del tuo freddo fantasma
nè i ruffiani del tuo tempo incerto
il loro crudele sciogliersi terreno
Oppenheimer è seduto
nella buia tasca di Luce
Fermi è disseccato nei Mozambico della Morte
Einstein la sua boccamito
una ghirlanda di patelle sulla testa di calamari lunari
Fammi entrare Bomba sorgi da quell’angolo da topo gravido
non temere le nazioni del mondo con le scope alzate
O Bomba ti amo
Voglio baciare il tuo clank mangiare il tuo bum
Sei un peana un acmé dl urli
un cappello lirico del Signor Tuono
fai risuonare le tue ginocchia di metallo
BUM BUM BUM BUM BUM
BUM tu cieli e BUM tu soli
BUM BUM tu lune tu stelle BUM
notti tu BUM tu giorni tu BUM
BUM BUM tu venU tu nubi tu nembi
Fate BANG voi laghi voi Oceani BING
Barracuda BUM e coguari BUM
Ubanghi BANG orangutang
BING BANG BONG BUM ape orso scimmion
tu BANG tu BONG tu BING
la zanna la pinna la spanna
Si Si In mezzo a noi cadrà una bomba
Fiori balzeranno di gioia con le radici doloranti
Campi si inginocchieranno orgogliosi sotto gli halleluia del vento
Bombe-garofano sbocceranno Bombe-alce rizzeranno le orecchie
Ah molte bombe quel giorno intimidiranno gli uccelli in aspetto gentile
Eppure non basta dire che una bomba cadrà
sia pure sostenere che il fuoco celeste uscirà
Sappiate che la terra madonnerà in grembo la Bomba
che nel cuore degli uomini a venire altre bombe nasceranno
bombe da magistratura avvolte in ermellino tutto bello
e si pianteranno sedute sui ringhiosi imperi della terra
feroci con baffi d’oro.
(Gregory Corso)

L’artista

Tu vedi un blocco,
pensa all’immagine:
l’immagine è dentro
basta soltanto spogliarla.

(Michelangelo Buonarroti)

Conobbi e, c’è seria probabilità, conoscerò, artisti d’ogni fatta e luogo, geniali modellatori di materia, capaci di plasmare immagini, suoni, opere ed omissioni, a creare capolavori d’espressione elevatissima, talora concettualmente indecifrabili che non rinunciarono a profondità in luogo di comprensione. Ma è memoria mia, pure se ormai a scarsa frequentazione nella sua opera integra, che ve n’è uno che non seppe giungere secondo, e che quel tal secondo alle sue spalle, parve, ancorché illuminato, dover guardar lontano quel primo sopra tutti.

Me ne avvidi d’opera a tratto di costa a semi abbandono, ch’è di quelli ormai radi che per tutela antica non violata fecero divieto di soggiorno a chiasso inconsulto financo a giorno d’intorno a grande festa d’estate. Che è artista unico ed irripetibile, che trasporta opere ad esposizione millenaria, modella legno e roccia, rimuove rena e la lascia a dimensione altra, la spiana e l’accumula ad aiuto di vento.

Che non s’avvede che relitto è scarto, ma ne riarticola posizione e forma, ne liscia il contenuto intimo, lo scava e lo proietta a dimensione di bellezza autentica, lo staglia ad orizzonte che spettatore veda, a forma di contrasto di vertigine, perfezione di sua struttura imperfetta. Liscia semi, barcolla frammento, leviga giunco, infilza albero, smotta la pietra e il sasso rotola e si smussa, financo coccio di vetro diviene miracolo di gioielleria che mercante da dietro banco non s’approfitta che pare furto esporre opera raffinatissima di levigatura d’anno dopo anno. E io, ancora bimbo, ebbi facoltà di vedere musei su musei di detto artista, a costa strapiena, che distanza impediva asfaltatura di nobile esposizione e Bagno un tanto a chilo, peggio, a cottimo di servizio a plasticume dorato, non sostituì l’Expo universale di meraviglia autentica. A ruspa non era ancora concesso spazio, per lido di lindo fiammeggiante, che non v’era necessità di spazzare via tutto per fare spazio a grande cantante da ritmo ad osanna, con testi scritti a sapienza d’antica conoscenza di regola aulica di lingua e ricchezza di vocabolario, che solo con cotale sapienza, a sapere di tutto a poesia, si può evitare la stessa per concepimento di verso a regressione ad infante e mugugno gutturale, senza tema d’incontrarlo a scherzo di caso.

La nave dei folli

“…la nave dei folli non era, poi, totalmente un parto della fantasia. Al contrario, era piuttosto comune la prassi di allontanare i matti dalla comunità dei normali, eventualmente proprio affidandoli a gente di mare. Accadeva spesso che venissero affidati a battellieri, a Francoforte, nel 1399, alcuni marinai vengono incaricati di sbarazzare la città di un folle che passeggiava nudo. Le città europee hanno spesso dovuto veder approdare queste navi di folli”. (Michel Foucault)

La follia arriva e batte bandiera sconosciuta. Non ha patria né dio, nemmeno padre e madre, pare tale, la follia, intendo, che non si palesa con documento d’imbarco, s’allontana e basta, a cerca di porto salvo per disperazione d’essere niente e nessuno. La cittadella fortificata del mondo dei sani se ne difende, invita a respingimento, con accordo tra tiranno e tiranno a far che pure accoglienza di pazzo è cosa da folli. D’avanzata sanità di mente si tinge distruzione e guerra, parve laurea a saggezza affondare nave dei folli, bombardo di città di dissenso, ripiegare a tasso d’umanità pari a curva concava.

Orizzonte scruta non per vertigine di visione, solo per scorgo a vista nemico che arriva, che se poi non si palesa ad esodo qual vien dichiarato, che importa, che semplice attesa d’invasione è a generazione di paura e fremito di pelle di popolume a suddito di illuminatissimi, che immantinente si tinge di vessillo patrio a nome noto, sotto egida di tiranno a difendere belle, armate sponde, a sventolar bandiera di grande savio di giustezza conclamata. Il resto è dago, pazzo, diverso per colpa ed essenza di sua scelta, che non nacque né a colore giusto, né a terra di saggezza. Pazzo più pazzo è a sostegno d’idea che pazzia fu per causa di mondo di giusti che non s’avvidero che pazzi fecero a furor di tempesta, a fulmine di guerra, a sfrutto a schiavo creatura e natura. Egli attende anche per sé medesimo imbarco coatto – che presto arriva – di chi, pazzo tra i pazzi, ricerca altra sponda per vita, anziché schiantare a terra desolata senza far rumore a non disturbo saggissimo manovratore.

Questione d’etichetta

A tanti che a lavoro sono adusi, condannati o vocati, non venne mai dato tempo adeguato per provvedere a giusto approvvigionamento alimentare, che anche si volesse far ricorso a contadino ad esaltazione di primario a chilometro zero e convenienza di conto in banca, questo necessita di tempo in tale misura da risultare inesistente a disposizione. Dunque, famigerata porta a vetro che scorre di supermarket a prezzo convenientissimo, pare ultima spiaggia per sussistenza. Che mi becco colonna sonora d’uopo.

Ch’io pure, a tempo di lavoro, mi faccio costretto a grande magazzino, ad acquisto cosa con etichetta di sacralità, che eviscera contenuti intimi del prodotto, svela mistero financo di scatoletta di tonno. Talora il messaggio appare criptico, che a lettura più attenta fece a riconoscimento di mondi sconosciuti, derive immaginifiche da prodotto originale.

Ma c’è legislazione, a supporto di severa direttiva d’Europa, che intima che ciò sia in detto modo, pure non trascurando dettaglio alcuno che pare giusto che consumatore sappia cosa è a consumo. Capita pure che, a caro bolletta, ad inflazione che pare cavallo a galoppo su infinita prateria, occhio cade a prodotto d’economicità conclamata, che volantino pubblicizza a casella della posta quale occasione irripetibile. Sbirciando etichetta si scopre che non v’è allontanamento di particolare distanza da prodotto reclamizzato. Ma ad ultima volta m’assalì dubbio, ch’io frequento contadino e conosco, pure per competenza personale, costo di prodotto a produzione. Mi capita, difatti, d’essere ad acquisto di, che so, chilo o più di pomodoro per salsa fresca, a diretto contatto con contadino di mercatino a rione, produttore egli stesso. Lì sfango prezzo ottimo, pure a concorrenza con distribuzione immensa, che non v’è packaging, nemmeno intermediario, logistica ed affini. Ma a supermercato mi capitò di comprare taluni prodotti il cui costo a grande offerta speciale, se a tutta filiera metto assieme, pare di materia prima a gratis. E non v’è dubbio che materia prima d’ortofrutta a conserva non è a gratis per plusvalore di venditore della stessa. Mi sorse così consapevolezza che prezzo a straccio nasce da sfrutto manovalanza a caporalato senza remora. Poi mi guardo casistica particolare, che mi viene da rivista ad abbonamento a mail. Che tale rivista dice che negli ultimi anni c’è morto di bracciante a sfrutto nei campi a migliaia – che giornalettume si guarda bene di darne notizia – che spesso o sempre, pare migrante a pago per compro tozzo di pane e lavoro ad ora indefinita. Che quello muore a fatica di stronco, a sparisco, suicido, incidentato o ammalato per promiscuità di baraccopoli di latta, vittima di mafia di caporale. E mi chiesi, ma come non c’è direttiva di grande democrazia che ad etichetta mi dice contenuto esatto di prodotto ma pure che è fatto senza sfrutto a schiavo?

Solo un’isola

Nacqui su un’isola talmente piccola che per girarmela tutta mi bastava poco. Ma mai mi venne d’annoiarmi a far perimetri e perimetri. Pure, se m’allontanavo per altra terra, cascavo comunque su un’isola, grande per come ti pare, ma sempre isola era. Un’isola, più è piccola più sa d’infinito, più si fa centro di mondo intero, che tutto ciò che ti circonda è infinito, dunque, qualunque cosa è dentro quello sconfino, non può che esservi centro, è a sguardo d’infinito a destra e manca, a destra e manca di dove ti giri. Che dunque sarei a destino centro d’universo d’abisso? Che tale evidenza di vertigine mi fece nessuno che non ho altro da riportare che uno sguardo a ciò che non conosco.

Che quello sguardo mi rimase inesausto, non me ne venne a conoscenza mai di cosa è oltre l’orizzonte, tanto v’andai incontro, tanto quello si spostò. Mi feci ragione di ignoranza, pure mi feci ragione che quella era passione autentica di conoscenza. Mi faccio isola e m’esploro quello che mi viene, né mai mi parve d’aver finito, manco m’attrezzai a star fermo di pensiero pure quando mi depositai come delfino spiaggiato ancora su un’altra isola. Ma sono isola io, forse, che chi nasce isola non se n’avvede che è tale anch’egli, si porta uno scoglio dentro, a mare d’infinito ed infinito d’orizzonte, sia che lanci sguardo a destra, sia che lo fermi a manca.

Quale voce giunge sul suono delle onde
che non è la voce del mare?
E’ la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
perché si è ascoltato.

E solo se, mezzo addormentati,
senza sapere di udire, udiamo,
essa ci dice la speranza
cui, come un bambino
dormiente, dormendo sorridiamo.

Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno sito,
ove il Re dimora aspettando.
Ma, se ci andiamo svegliando,
tace la voce, e c’è solo il mare.
” (Fernando Pessoa, “Le isole fortunate”)

Radio Pirata 37 (ad imboccar strada per viaggio)

Radio Pirata boccheggia a Trentasette, come suo conduttore che forse arriva a vedere, pur se ancora a distanza di sicurezza, fine di tunnel per barlume di luce lontana. Che poi s’appronta a viaggio di ricongiungimento con terra nefasta di sacri natali, dove scoglio attende occupazione permanente, come punto ad osservazione museale d’attivo orizzonte. Questo è cangiante a tempo, s’attrezza stupore autentico che si tinge di colore che vuole, oppure si mette maschera di libeccio quando in basso l’azzurro si gonfia di vento e schiuma, che sale straborda ovunque, ch’io me ne feci godimento autentico. Pure vado di musica.

Che scoglio camufferò di transatlantico, crociera a lusso sfrenato per appagamento d’ogni senso inesausto. Che fu tempo che invece varavo nave a giganteggiare per metri quattro da prua a poppa, a tanto di lampara per richiamo di seppia ed illuminare notte. E la varai ad affrontare intemperia notturna a potente motore di colpo di remo e basta, e mi feci a felicità irrefrenabile se bonaccia stirava superficie di mare a farne tavola di specchio. Che la notte è traversata tra l’onde che non lascia a vedere altro che non è notte, che stella di firmamento, luna anche a spicchio, talora non riesce a scalfitura di staffilata di luce, e preserva ricordo di sorpresa, adrenalina di scoperta, fuoco d’immaginazione dell’oltre la coltre. Musicando penso a notte.

Che talora immaginavo che non fui solo a colpire tavola di piombo fuso, a non far rumore per fuga di sgusciante creatura.

Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro, dove il mare è mare.” (Stefano D’Arrigo)

Ora su scoglio mi intravedo a desiderio di viaggio autentico di infinito a nessun movimento, che quello è viaggio che parte a dentro, a dentro si conclude, che rende però dentro sì tanto ampio ed infinito che non lascia viaggio a conclusione alcuna. Che viaggio a fermo immagine su scoglio immortala narrazione autentica d’unico viaggio d’avventura che fu senza compreso nel prezzo, pare esplorazione di tempo altro, affrontare temerario la distesa di vertigine del globo terracqueo.

È viaggio che mai potè fermarsi che esso reitera se stesso nel compimento ardito d’una ricomposizione permanente con la dimensione della scoperta ancora e ancora d’un tratto perduto di cosa che è dentro protagonista di viaggio.

Nè mai fu esausto il viaggio che si compì senza a spesa d’energia d’apparenza, che merita solo bagaglio leggero di bibita fresca, che offre a tiro d’occhio da piede frutto di mare e riccio a rendere essenza di ciò che è a vista a forma di gusto e oltre. Fatica di scoperta merita d’essere fatta con pensiero che cancella ogni ipotesi altra che non sia quel viaggio di ricongiungimento con l’immenso, che si riscopre identità di tutto e tutti che sanno aspettare per sbirciarne l’intimo dettaglio. La narrazione autentica si eviscera a cambio cromatico, a forme cangianti frequenti e repentine, a silenzio e risacche, a canto di dolore d’acqua che urta foro a roccia, che pare lamento di sirena, urlo di creatura che soffre e patisce, gabbiano che rivendica congiunto, caccia indesiderato a competizione di desco. Che chiudo anteprima di viaggio con musica a fondo di viaggio.

La Band (reunion)

Che oggi, dopo notte insonne per bufera, tempesta e spavento di lampo e di tuono che mai se ne vide manco a tempo di monsone, preda pure di scrutinio imminente, mi giocai parte di quindici minuti che mi dedico a giornata piena per acquisto di set di corda da strimpello di chitarra. Quasi m’appropinquo a che avrò spazio a giorno, forse a notte, per grattar con foga vecchia canzone a vecchio legno a disarmo da anni tre. Che pure quella, la chitarra intendo, fu a tempo assai addietro, compagna mia di quasi inseparabile sodalizio, e mi ricordai che ne feci cenno a bloghettino di sasso. E poiché tempo non me ne rimane, per scrivere d’altro, vi riannovero la cosa.

“Lo ammetto, pure mi pento, financo lo confesso, che confessarsi non è peccato, almeno così mi si disse, se memoria non falla: anch’io ci ho avuto la band. Che tempo, comunque, per venir su bene ce n’era poco, che io m’ero ripresentato ai miei lidi dopo aver servito la patria, ci avevo l’università, le casse di pesce da scaricare al mercato. Gli altri meglio non erano messi. Eravamo sei, formazione tipo, basso, chitarra (io), tastiere, sax, batteria, e ci avevamo pure la cantante, che però ci abbandonò. Che lei, la cantante, con noi si sentiva stretta, che aveva altre aspirazioni. S’era persuasa, infatti, che la sua splendida voce usignolea, un po’ amandaleariggiante, con inflessioni da bandezzo di mercato d’ortofrutta, a ben altre carriere l’avrebbe condotta. Che l’ascesa sociale, in effetti, l’ebbe. Partendo da riassetta camere di ristorante-albergo di mezza portata, assurse alfine a rango di guardarobiera, pure senza proferir nota o gorgheggio.

Suonavamo nelle bettole più scalcinate, nei pub di periferie ignote, stamberghe di quartieri sfollati, a cachet variabile, di norma non troppo, una cinquemila lire, un paio di birre – la terza ce la dovevamo pagare – e, all’uopo, pure un panino, però non troppo condito. Che il pubblico, alla prima birra era di bocca buona, alla seconda si faceva critico, alla terza visibilmente ostile. Il problema del cantante, si risolse facile, che me l’appioppai io, che però non cantavo, chiacchieravo a sottofondo musicale, che la cosa faceva molto intimista, con voce rauca e dizione passabile. Insomma, sgangherando note, venne il fatto che ci chiamò un manager, uno di quelli che organizzava le serate un tanto al chilo. Che noi a sapere chi fosse non ci tenevamo, che pareva ci avesse chiamato lo stesso che ci aveva in scuderia Lucio Dalla. Ci presentammo nel sottoscala un pomeriggio e lì, una tale Samantha, ci fece accomodare in attesa d’essere ricevuti. Poi fece ingresso l’uomo, che pareva letteralmente uguale a quello che t’immagini quando le cose precipitano, con tanto di colorito esangue e riportino a gel di cemento quattro stagioni. Manco levò gli occhi dai fogli SIAE, sbiascicò che le serate erano tre, pure dove, che era circolo prestigioso, di lustrini e semibische, che lui prendeva il cinquanta per cento e che l’ultima serata avremmo dovuto farla da spalla ad un comico emergente, che poi, quello, sarebbe pure emerso. Tre serate tra Natale e San Silvestro, che Capodanno l’avevano già dato. Pure ci chiese che repertorio avessimo, che quando glielo dicemmo chiamò Samantha per chiederle se non c’era altro in giro, e quella rispose che questo aveva trovato, che vista la stagione quelli buoni s’erano piazzati. “Questo suonate”, finì porgendoci un foglio con venti cose da ortica sotto le ascelle, pure con Le Foglie Morte da eseguire allo spettacolo del cabarettista, che manco sapevamo chi fosse. E neppure Le Foglie Morte sapevamo come si suonava. Appena finimmo coi convenevoli, tipo ancora il cinquanta per cento a lui, che il resto per noi era comunque assai più di quello che avevamo preso in tutta una carriera on the road, pure se a miseria competeva con la fame nera, se ne uscì con quella cosa: “Ma sempre così vi vestite voi?” Che all’assenso stupefatto, chinando il capo sulle faccende a bolli e carte, bofonchiò: “Non se ne parla, vi presentate vestito e cravatta, tutti uguali, e non mi fate casini”. Che nessuno di noi era dotato d’armamentari di quella fatta, che della cravatta ne avevamo sentito parlare, pure se due di noi giuravano d’esserla messa una volta per sposalizio di congiunto, ma poi l’avevano dovuta restituire. Insomma, la cosa non era di soluzione facile che l’investimento rischiava di emungere la falda del compenso fino a fondo. Ma v’era, allora, tale Arnaldo che vendeva vestiti grosso modo nuovi, di stock incandescenti, in negozio aggrottato, a prezzi sospetti. Cinque uguali ce li aveva solo di un tipo, di velluto marron, con tanto di panciotto. Le cravatte ce le regalò, la camicia bianca e le scarpe di coppale ce le procurammo a consulto d’amici e parenti. Le prove furono da riflessi emetici, che qualche preoccupazione l’avevamo, e per fortuna più che qualche giro di do non ci toccava. Ma Le Foglie Morte proprio non ci veniva. Le prime due serate passarono senza incidenti particolari, che quando ci facevamo la pausa, la compassionevole ragazza del bar del circolo, ci passava qualche bicchierino ed uno stuzzico di plastica all’arsenico. Né, se smettevamo di suonare, qualcuno se ne lagnava, che parevamo complementi d’arredo. La terza fu complicata, che tutti erano attenti, che c’era lo spettacolo, che il comico faceva ridere e noi dovevamo rispettare tempi di risata in lacrime dentro vesti di martirio. Venne il tempo di Le Foglie Morte. E come accadde non lo so, ma ci venne perfetta, che finimmo di suonare che manco sapevamo se eravamo stati noi o qualche spiritello bislacco ci aveva sparati in playback. E si levò l’ovazione commossa del pubblicò, pure il comico, a microfono sguainato, non si sottrasse a giubilo e, felice come pasqua, declamò: “E bravi i maestri… col vestito di moquette”.

Radio Pirata 30 (a singolar tenzone)

Radio Pirata si fa Trenta, che è prima di Trentuno quasi sempre. Che essere conseguenziali, pure precisi, è cosa che si conviene a strutture serie, che Radio Pirata tale è, o forse, come da premessa pare tale, quasi. Che c’era desiderio esaudito che faccio puntatone a talk show e invito, quale salotto buono, ospite a pago a cottimo, un tanto a minchiata, a speranza, che fa grande audience, che intellettualume poi se le dà che faccio share che pare borsa a volo ad altissima quota per predisposizione di guerra. Che Radio non manca però di suo compito definitivo che è di porre a musica la sensazione di scorribanda che è ad insito in suo nome.

Che subito mi viene a mente tale che ci fui a lezione, pure mi tocca di invitarlo per proporre questione seria, che a causa d’impedimento mi mandò sua frase che casca a fagiolo per cosa precisa. Che mi posi problema di come pandemia è sconfitta ex legis e scienziato pare sparito, ch’egli, a previsione di tale domanda mi scrisse “Pensiamo che la scienza sia obiettiva. La scienza è modellata dalla società perché è un’attività umana produttiva che richiede tempo e denaro, e dunque è guidata e diretta da quelle forze che nel mondo esercitano il controllo sul denaro e sul tempo. Le forze sociali ed economiche determinano in larga misura ciò che la scienza fa e come lo fa” (Luigi Luca Cavalli Sforza)

Egli pure suggerì che razza non esiste e primo fu a dimostrazione, che se uno dice tale uomo è diverso da altro, a conseguenza, pare razzista, che ci scrisse pure Manifesto assieme a banda d’altro scienziato che c’era anche tale Rita Levi Montalcini.

Che egli qui mi pare esagerò, che se vero fosse questo che dice, se governo di migliori dice che tale profugo per guerra si può accogliere, pure a cambio di doblone a frutto di solidarietà, e tal altro, invece, per guerra altra, se ne può andare a deserto ramingo o a carcere a voce di spesa patria, sempre a deserto, e se scappa muore d’annego, pare sia razzismo anche quello. Che come fa governo di migliori a essere a razzismo conclamato, pure a norma di firma ceralaccata di norma, che ci ha a sostegno grande, glorioso e giusto partito di sinistra? Se veniva, il Professore, a salotto buono di talk show di Radio Pirata, ci sta che c’era cazzotto certo. E vado a musica a giusto stacco a stemperare tensione di singolare tenzone.

Volevo invitare anche tal altro che scrive e fa di scrittura mestiere, ma ci sta che poi finisce a cazzottatura, ch’io non mi metto a separazione di contendenti che ci ho menischi malmessi, ch’egli voleva venire pure da posto che d’ultimo e ha sconforto, per dire cosa che mi mandò promemoria. “la schiavitù non è altro che il profitto di pochi del lavoro della massa. Perché la schiavitù possa essere abolita è necessario che gli uomini non sfruttino più le fatiche delle masse e che considerino vergognoso e vile tale sfruttamento. Intanto si fa in modo che venga nascosta la forma esteriore della schiavitù e che venga abolito il mercato degli schiavi; così facendo tendiamo a persuaderci che non esiste più la schiavitù e non vediamo e non vogliamo vedere che invece continua a esistere, dal momento che tutti gli uomini continuano a credere che sia giusto sfruttare le fatiche altrui. E poiché quest’opinione resiste, ci saranno sempre quelli più furbi e più forti che si credono in diritto di farlo.” (Lev Nikolajevič Tolstoj)

Che finisco a saluto con poesia di tale che è a colore giusto per convenzione amministrativa, dunque non contraddico norma ch’egli qua già c’era, pare non ci arrivò a barcone di sfollato.

Nun mi lassari sulu

Ascutami,
parru a tia stasira
e mi pari di parrari o munnu.

Ti vogghiu diri
di non lassàrimi sulu
nta sta strata longa
chi non finisci mai
ed havi i jorna curti.

Ti vogghiu diri
chi quattr’occhi vidinu megghiu,
chi miliuna d’occhi
vidinu chiù luntanu,
e chi lu pisu spartutu nte spaddi
è diventa leggìu.

Ti vogghiu diri
ca si t’appoji a mia
e io m appoju a tia
non putemu cadiri
mancu si lu furturati
nn’assicutanu a vintati.

L’aceddi volanu a sbardu,
cantanu a sbardu,
un cantu sulu è lamentu
e mori ntall’aria.

Non calari l’occhì,
ti vogghiu amicu a tavula;
e non è veru mai
ca si diversu di mia
c’allongu i vrazza
e ti chiamu frati.

Frati ti sugnu e cumpagnu
calatu a scippari i spini
chi nsangnunianu i pedi:
frati e cumpagnu jisatu
a sfardari i negghi
e astutari i lampi:
frati e cumpagnu
si scattanu i trona
e trema a terra,
si spunta u suli e l’abbrazza.

Unu nun fa numiru,
nascemu pi cantari nzemmula
e non pi lassari
eredità di lacrimi
e ripitìu di lamenti. (Ignazio Buttitta)

Non mi lasciare solo
Ascoltami, / parlo a te stasera / e mi pare di parlare al mondo. // Ti voglio dire / di non lasciarmi solo / in questa strada lunga / che non finisce mai / e ha i giorni corti. // Ti voglio dire / che quattro occhi vedono meglio, / che milioni d’occhi / vedono più lontano, / e che il peso diviso sulle spalle / diventa leggero. // Ti voglio dire / che appoggiato a me / e io appoggiato a te / non possiamo cadere / nemmeno se la bufera / c’insegue a ventate. // Gli uccelli volano a stormo, / cantano a stormo, / un canto solo è lamento / e muore nell’aria. // Non abbassare gli occhi, / ti voglio amico a tavola; /e non è vero mai / che sei diverso da me / che allungo le braccia / e ti chiamo fratello. // Fratello ti sono e compagno / curvato a strappare le spine / che insanguinano i tuoi piedi: / fratello e compagno alzato / a lacerare le nuvole / e a spegnere i lampi: / fratello e compagno / se scoppiano i tuoni / e trema la terra, / se spunta il sole e l’abbraccia. // Uno non fa numero, / siamo nati per cantare assieme / e non per lasciare / eredità di lacrime / e ripetuto di lamenti.

E buona domenica assai con musica a favore di vento, pure se di colore fuori legge.

Radio Pirata 19 (per accordi internazionali)

Radio Pirata s’avventa su puntata Diciannove con piglio d’austerità per bolletta esosa causa guerra, giammai per tassa a sfondo di tasca di povero e perso. Che grandi di terra hanno a mirino paradiso fiscale di grandi oceani, dove giacciono isolotti a sovrappopolazione di banche. Che furbissimi di governo, lucidi e pervicaci nel colpir malaffare, hanno trovato soluzione: fanno cambio climatico che di risacca l’isola sparisce e con essa banca a soldo di contrabbando e illecito arricchimento. Geniali e modesti, che non dissero che spruzzo d’anidride carbonica era per stroncar flusso eccedente di finanza creativa. Vado di musica a gloriar l’impero.

Mentre mi crogiolo di note, pure mi faccio bicchierosso di mezzo pomeriggio, segnalo che il gioco a premi che merita maggior tribuna d’onore social, prosegue con entusiasmo crescente di partecipanti a sfidare solidarietà pelosa, ottuso pacifismo, a colpi di linda e glabra corsa a scelgo il profugo giusto. Che, reitero d’altra puntata, taluno è profugo, talaltro pare lo è ma non abbastanza.

Dipende sempre da guerra e guerra, pure da certi effetti cromatici epiteliali che, a scuro, non consentono visualizzazioni a top di sublime nitidezza a profilo. Che Cavalli Sforza si pensava d’aver abolito razze a scienza, ma quelle esistono ancora a guerra ch’egli non ci pensò. Via di musica a tonalità multicolore.

Che pare che governo s’arena a tetto di due per bomba ad accordo internazionale, che su quello non si transige, che nostro è paese serio, mica talaltro che esporta banane e accatta a tasso di strozzo farina a ogm, che invece a missilino si faceva sconto di fine stagione. Che taluno – pure quell’altro me che gioca a briscola pazza pensando che vale qualcosa, ma è due di coppe con briscola a denaro – obietta che pure è accordo internazionale soccorso in mare a disgrazia di naufrago, che UE grande gloriosa e giusta direbbe stabilizzazione di precario, rispetto d’ambiente, discarica anche un po’ meno, e facezie così, che quella è roba da burocrati che non hanno a cuore destini fulgidi d’impero italico.

Pure a convenzione sovranazionale si pretende financo giustizia veloce, non lenta come lambretta scarburata per ricco a vagonata d’avvocato per accompagno a rituale liturgico di prescrizione, velocissima è già per rubo mela che ci ho fame e vado in prigione a conto di fine pena mai, che avvocatino s’appellò a clemenza della corte. Ancora di giusto a musica per statutaria deliberazione di Radio Pirata da universo condivisa, che qui non mi faccio tetto in basso.

Che è notizia falsa che notizia non si passa, pure che è inviso al mondo dei giusti giornalai dissenso ad unanimità. Giammai questo accade, solo si sottolinea ad uopo che tale presa di posizione ad avverso su argomento serio, è di tali a sveglia al collo e osso al naso, che, a notte, ruotano intorno a bordo di terra piatta. Che riporto, a conforto d’assioma, e prima di musica, frase precisa di noto terrapiattista: “E qual è mai il giornale che scrive per il fine che in teoria gli sarebbe primario cioè informare o non invece per quello di influenzare in una direzione.” (Lorenzo Milani)

E mentre mi cospargo capo di cenere, che mi scappò detto a pubblico, in veste d’altro me, che pace non è guerra, mi dissero a buon senso comune ch’è tutta retorica, che sono a simpatia di zar, che equazione mi parve difficile a comprensione, pure se di matematica fui edotto, ma forse non ad abbastanza. Che glielo avevo detto io a quell’altro me che forse era meglio perseverare a silenzi di nessuno, semmai profittare di rosso e musica, magari ad odor di scoglio, vista d’orizzonte terracqueo.

Radio Pirata 13 (a me medesimo, a chi lo sa)

Oggi Radio Pirata va a numero 13, che siccome porta sfiga, me lo dedico a puntata per me medesimo e a chi s’accolla rischio, che non socializzo sventure se non per delega. Vi riciclo pure foto vecchie che ho ad esausto armamentario d’immagine, altro è in altra casa lontana, in questa ho grattato fondo d’hard disk. Pure di musica m’accenno a patria mia che è mondo intero, ma occhio strizzo a luogo di natali. E di subito mi parto a nota.

Ad ogni buon conto, mettetela come vi pare, uno che nasce su un’isola sta già viaggiando. Perché il mare, tutto intorno, fermo non ci sta, e si muove di correnti e flutti, in definitiva, viaggia conto terzi.

Perciò migranti si nasce, non ci diventi solo se ti devi mettere a camminare. Se hai mare davanti, per forza sei migrante, anche se non ti piace, perché qualcuno o un’onda, che s’è contrariata di vento o bufera, lì ti ci ha portato, pure prima che tu nascessi.

Nell’insularità è connaturata la pigrizia più atavica, quella persino trascendente, che si fa connotazione definitiva ed archetipo illustrativo di genti. E del resto che ti agiti a fare se sei proprio dentro il gorgo più gorgo, il tutto che si muove permanentemente? Fatica sprecata. Che mai fu tale per ascolto di musica.

Che poi anche tutta quell’acqua, pure salata, che ci pensi e ci ripensi, a che ti serve tutta quell’acqua salata? Di bere non si beve e ti tocca portarti un fiasco di vino rosso che è fatto con l’uva là dietro, che s’è innaffiata di salmastro, così sa di terra e pure di mare. Pare come certe canzoni, che sanno di tutto, pure tutto il contrario loro, che s’affermano di puntuale fremituccio sotto pelle

Che è obiettivo che te ne stai a mare a tempo sempre. Pure se la lastra di mare è così ferma che ti dà l’idea che qualunque cosa ci si possa lanciare sopra poi rimbalza. Ti sfiora l’idea che puoi metterti a camminare sulla sabbia per contare quante orme riesci a fare. Ti sfiora, appunto, prima che vedi dove puoi fermarti e che bastano solo pochi passi. Il tempo non c’è sul mare pure a tempo di musica.

Certe volte a mare ci stai solo a guardare le barche. Quelle piccole e malmesse sono libro di tante pagine, pochi versi intensi su ogni facciata, un quadro incorniciato di blu e del colore della rena, che si ravviva di cromatismi quando arriva il crepuscolo, piove o un’aurora si fa strada fra le nuvole a tempesta.

Sono quadri d’un pittore che s’è scordato di firmarli, di mettere in calce una data, un frammento di riconoscibilità, che pure le ha provate tutte prima di metterli in mostra. Poi s’è arreso, senza rendersi conto d’aver firmato un capolavoro con nome d’altro. Le guardi e ti torna in mente immantinente una musica.

E voi, viaggiatori persi che siete attraccati su quest’isola che non vuole guerra né lì né altrove, avete un messaggio da lasciare nella bottiglia? Io ve lo cambio a baratto di musica.