Ritirata (riproposta)

Per oziosa indisposizione alla scrittura, faccio riproposta che pare tempo immoto.

Ritirarsi non è scappare, e restare non è un’azione saggia, quando c’è più ragione di temere che di sperare. Non c’è saggezza nell’attesa quando il pericolo è più grande della speranza ed è compito del saggio conservare le proprie forze per il domani e non rischiare tutto in un giorno.” (Miguel De Cervantes) Che se cosa così te la dice il babbo di Don Chichotte c’è che ci credo, e piazzo muro di musica a difesa, mentre preparo la contromossa, a capo chino per venti di guerra.

L’Orda d’Oro fu mossa che conquistò il mondo con strategia di ritirata strategica che fece a spiazzo del nemico, festoso di presunta vittoria. Ma pure a resa v’è grazia, diserzione è necessità di vita. Che mi innalzo sul pennone più alto d’albero maestro – non avendone alcuno opto per antenna dismessa di TV – bandiera bianca, a segnalare la presa di posizione definitiva ed inderogabile, e che sventoli, perbacco, che sventoli. Mi decido sì per resa, che d’apparenza è a scanso di condizione, ma nasconde ritirata strategica, attacco pure su tutti i fronti. Se non partecipi al gioco, il giocatore che resta è già sconfitto, che si ritrova senza trastullo, che il mondo ha necessità di nemici ed io mi sottraggo al ruolo di parte, mi faccio a lato che è decisione spontanea, dunque odora di trionfo. La ritirata mia non fu mai solo tale e basta, piuttosto attrezzo a vita altra che non guarda per vedere, che vede senza guardare con occhi di dentro, e fu disegno di ri-scoperta, di dimensione e-versiva di vivere. Conquisto, avanzo, in ritirata, m’approprio di non appropriazione, esproprio l’inappropriato, riprendo posizione in orizzonte aperto, in dettaglio sfuggito, che di quelli v’è traccia a campo di battaglia a devastazione, che parevano conquistati ed invece, liberati d’assillo di conquista, appaiono fioriture d’uomo libero.

Mi riprendo scoglio dorato, colori spumeggianti d’abbandono, le diacronie del tempo, le note andate ed il respiro profondo della memoria fervida ed ininterrotta dei ricordi. Questi tamponano il presente ad ingorgo, sfrecciano come saetta spuntata e non di guerra oltre il presente, si fanno futuro di prospettiva, ch’è il nemico che avanza è già fuggito in disfatta, ch’è schiavo di sua stessa guerra quotidiana, di libertà negata a prigionia autoinflitta per fila alla cassa, di direzione mai a linea sghemba. Procede a linea dritta, il nemico, che solo quella conosce, non ambisce a percorso lungo e panoramico, alla lentezza che vede tutto. Corre illimitato a velocità di logaritmo, che non v’è dettaglio nell’accelerazione a parossismo che narra di storia, spera solo a stazione celata da muro, in benedizione d’assoluzione, di conforto in sacre stanze di corruzione. Che la resa non è prevista, nessuno s’arrende, dunque, finalmente nessuno, ho isola per diserzione ch’è sorta dal mare e nessuno vede, che l’uno qualunque non ne conosce esistenza nemmanco a binocolo o telescopio portentoso che occhi non ha, ne prospettiva di deriva e approdo.

Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: andare alla deriva o fuggire davanti alla tempesta. La fuga è spesso il solo modo di salvarsi.” (Henry Laborit)

La vela del desiderio

Siamo i creatori della musica e siamo i sognatori dei sogni. Vagando da esploratori solitari del mare, e sedendo lungo flussi desolati. Perdenti al mondo e scommettitori sul mondo, da cui la pallida luna scintilla.
Ed anche siamo gli agitatori e i motori del mondo per sempre, così pare.
” (Arthur William Edgar O’ Shaghnessy)

Che è quello che ci resta sognare i sogni, il gesto estremo di autoconservazione. È quello che ci resta desiderio d’impossibile, che ci fece folli, sconfitti, ma al contempo capaci d’andare oltre il senso stesso di chi vince, chi perde, superare categorie di putrefazione, ignorare necessità che non ci appartengono solo per farci primi fra moltitudini di ultimi. Desiderare di non partecipare, abbandonare al deserto che s’apre ad ogni veglia gli sgomiti a mors tua vita mea, lasciare che siano soli a concorrere, per la disfida finale, renderli definitivamente inutili, quelli vocati a competizione, ritrovarli a tagliare traguardi fittizi che sono tali solo per chi non ha occhi per altro, e mai s’avvide d’infinito di vertigine che nasce dalla lentezza.

Chi ha mare, invece, può pure permettersi di non partecipare, ha orizzonte libero, come chi ha vette elevatissime da cui sporgere lo sguardo, e vede curvature del pianeta, vele che si sbiadiscono allo scirocco, che scivolano di lentezza vertiginosa, ché non hanno fregola d’arrivo. Ha possibilità d’incontro con un’isola, che è punto d’approdo per altri infiniti approdi. Chi ha orizzonti si premura di quelli, che il resto è piatto freddo e scondito, non conosce volontà di sorpresa e sogno di deriva per scoperta, rende l’io universo di solitudine, e nemmeno se ne avvede pur se s’atteggia a compagnia sacra, nel convincimento fallace della ragione a propria immagine e somiglianza. Chi è solo ma riconosce la sfida dello sguardo oltre l’orizzonte non è tale, riconosce l’infinito, ne è parte, partecipa a centro d’universo.
“… E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio.
È una barca che anela al mare eppure lo teme.

(E. L. Masters, George Gray)

Radio Pirata 42 (per voce d’altri)

Radio Pirata, quatta quatta, si fa a numero 42 che conduttore è a tiro di calzino, che quindi fu fortuna immane ch’egli ebbe lucidità di farsi comodo di gruppo di giovane cronista che dice la sua, che pure se la disse a tempo assai addietro, pare che tempo non cambia, semmai s’accetta a ragione ciò che venne detto. Conduttore ufficiale, comunque, non s’arretra rispetto ad incomodo statutario di porre in essere scaletta musicale di certa efficacia, che sa di domenica, neppure fa sconto ad immagine.

“Nessun uomo si aprirà con il proprio padrone; ma a un amico di passaggio, a chi non viene per insegnare o per comandare, a chi non chiede niente e accetta tutto, si fanno confessioni intorno ai fuochi del bivacco, nella condivisa solitudine del mare, nei villaggi sulle sponde del fiume, negli accampamenti circondati dalle foreste — si fanno confessioni che non tengono conto di razza o di colore. Un cuore parla — un altro ascolta; e la terra, il mare, il cielo, il vento che passa e la foglia che si agita, ascoltano anche loro il vano racconto del peso della vita.” (Joseph Conrad)

“Ci sono giorni in cui tutto intorno a noi è lucente, leggero, appena accennato nell’aria chiara e pur nitido. Le cose più vicine hanno già il tono della lontananza, sono sottratte a noi, mostrate a noi ma non offerte; e ciò che ha rapporto con gli spazi lontani – il fiume, i ponti, le lunghe strade e le piazze che si prodigano -, tutto ciò ha preso dietro di sé quegli spazi, vi sta sopra dipinto come sulla seta.” (Rainer Maria Rilke)

“Dobbiamo essere buoni con chi lo è con noi. E un contratto non scritto, ma pur sempre un contratto. Fatto sta che di solito viviamo come se non sapessimo che tutto e tutti sono una merda. Più uno è intelligente e meno lo dimentica, più lo tiene presente. Non ho mai conosciuto una persona intelligente che amasse per davvero o avesse fiducia nel prossimo. Al massimo ha provato compassione. Questo sentimento sì che lo capisco.” (Manuel Vasquez Montalban)

“Sulla luna, per piacere,
non mandate un generale:
ne farebbe una caserma
con la tromba e il caporale.
Non mandateci un banchiere
sul satellite d’argento,
o lo mette in cassaforte
per mostrarlo a pagamento.

Non mandateci un ministro
col suo seguito di uscieri:
empirebbe di scartoffie
i lunatici crateri.
Ha da essere un poeta
sulla Luna ad allunare:
con la testa nella luna
lui da un pezzo ci sa stare…
A sognar i più bei sogni
è da un pezzo abituato:
sa sperare l’impossibile
anche quando è disperato.
Or che i sogni e le speranze
si fan veri come fiori,
sulla luna e sulla terra
fate largo ai sognatori!”
(Gianni Rodari)

E buona fine domenica!

Ancora sino all’ultima osteria

Puntuale come il tristo mietitore, tutti gli anni da qualcuno a questa parte, m’arriva la telefonata, che ormai si sa che fra qualche settimana sono operativo in terra d’origine. Che è telefonata d’angoscia autentica, ad aggiungersi a caldo d’asfissio, agli esami non finiscono mai. Ma poiché ne parlai già, e che la storia si ripete spesso uguale a se stessa, non ve ne riparlo quale fatto nuovo, mi limito a riciclo di ciò che già ebbi a raccontare in illo tempore. Al più vi dò musica d’aggiunta.

“Ho ricordi vividi della mia gioventù, almeno in parte. Della fine del liceo si, della pletora di progetti che m’affollavano i neuroni, come in un raccordo autostradale. Arrivai alla maturità con qualche anticipo, che allora s’usava di saltare la prima classe delle elementari, e poiché ero proscritto alla leva in Marina (per quella si partiva prima e ci si stava di più), la famigerata cartolina azzurra me l’aspettavo da un momento all’altro, tanto più che m’ero assuefatto all’idea di togliermi il dente, subito subito, e senza manco sfruttare l’università per dilazionare i tempi. Ammetto ch’ero dilaniato tra il desiderio d’una fuga disertoria e romanzesca verso un paese esotico dove si combatteva ancora qualche guerriglia rivoluzionaria, e la possibilità di sfoggiare la bella divisa bianca da ufficiale e gentiluomo al gran ballo delle debuttanti. Nonostante l’adesione convinta alla prima ipotesi, finii per optare per la seconda, che già allora l’idea di cose troppo complicate non mi sconfinferava. Il desiderio d’avventure epiche richiede, per potersi avverare, fatiche sovrumane cui già allora non ero aduso. Insomma, di quello mi ricordo, d’altri accadimenti pure, di quelli tra i banchi, con annessi compagni di viaggio, invece, nada de nada. Qualche nome non troppo abbinato ad un volto, talora un cognome di sfuggita. Ma le mie superiori mi sono passate dentro senza lasciare segno alcuno, quasi con stanchezza, senza un guizzo.

Per cui, quando il solito vecchio compagno che invece tiene ben vivido l’archivio di quegli istanti di vita vissuta – per me – inutili, periodicamente s’appresta a farsi promotore della famigerata “rimpatriata”, a me mi becca l’orticaria. Che poi a dire non ci vengo mi pare pure che faccio lo snob, che me la tiro. Qualche anno fa c’è stata la prima puntata. Mi rintracciarono tramite un cugino, che non sapevano nemmeno se fossi ancora vivo o morto. Non dissi di no e andai, con la mestizia nel cor. Che m’immaginavo adipi strabordanti, canuzie e calvizie, fallimenti esistenziali e professionali cui mi sarei imbattuto con – parziale – dolore e che riguardavano persone di cui non avevo più alcuna memoria. Ma quando mai. Pareva d’essere a Dallas. Tutti belli e ricchi, eleganti e giovanilissimi, che io, come al solito strascicavo ciabattando, pure per il caldo afoso sul promontorio, e non mi sarei sorpreso mi lasciassero una cinquemila lire avanzate da una pizza tra liceali, così, per pietà. Mi tolsi di torno appena possibile. Non senza un qualche interrogativo. Come avevano fatto? Semplice arrivò la risposta. S’erano arrabattati per tutta una vita per diventare così, avevano speso anni e anni per assomigliarsi tutti, frequentando gli stessi circoli non s’erano mai persi di vista, le stesse università prestigiose, le stesse vacanze. Per dirla tutta, s’erano fotocopiati, parevano frutto d’un vecchio Gestetner a manovella. S’erano dati obiettivi, scavando una tacca sul tronco d’una palma come certi naufraghi disperati, ogni volta che ne raggiungevano uno. Una vita così, non un guizzo, uno sghiribizzo, un colpo di testa. Tutto pianificato, nessuna sorpresa. Questo pure dai loro soddisfatti racconti. Ho capito, dunque, perché non me ne ricordavo uno che fosse uno. Loro sono l’orgoglio del paese, le creature che con il loro impegno incessante tengono alto il PIL, nostro signore e padrone – nemmeno con letterarie braghe bianche -. Ecco perché, ieri sera, la telefonata d’invito è arrivata senza avere risposta. Le mie noie me le scelgo accuratamente. Non ho mai fatto, se non per brevi e nemmeno troppo intensi periodi, quello per cui ho studiato – quello me lo porto semplicemente dentro, e non mi dispiace -; ho imparato a leggere e scrivere nelle bettole più scalcagnate del pianeta, mi sono rimasti nei ricordi d’un tempo pescatori e falegnami, artisti dimenticati, meravigliosi attori di strada, giocolieri e puttane, che certe altre rimpatriate parrebbero più ultime cene o corti dei miracoli. Ne ho fatti colpi di testa, strambate e virate, cambi di prospettiva e giri di vita per diventare finalmente Nessuno. Però mi sono divertito, che non m’annoio mai più di tanto, anche quando mi trastullo nel nulla più assoluto davanti ad un pezzo di mare all’alba o in un vicolo deserto al tramonto sino a notte fonda, né m’è parso talora di patire di ciò. Pure di fotocopie me ne sono fatte poche. Sono azzardo per il paese, che il PIL lo abbasso. Mantengo però vivide le economie dei luoghi dove ho imparato tutto, le ultime osterie in cima alle più ripide scalinate, quelle ai margini del porto, dove si perdono le luci delle lampare e dove c’è sempre un fiasco di vino e – lì si – una storia da raccontare o da ascoltare, poi, eventualmente, anche da scrivere e leggere.”

Le solite cose

La miglior cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro. Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli. Bisogna dire come io vedo questa tavola, la via, le persone, il mio pacchetto di tabacco, poiché è questo che è cambiato. Occorre determinare esattamente l’estensione e la natura di questo cambiamento.” (Jean-Paul Sartre)

Ci sono due notizie, in questi giorni, cui guerraccia d’Ucraina pare fare quinta scenografica, a progressivo imbarbarimento quotidiano che, fregati da annichilimento collettivo, nemmanco si riconosce a carattere essenziale. Due notizie che con scenografia a dramma di sfascio tutto a bombarda hanno rapporti tali e stretti che pare complicato siano cosa altra. La prima riguarda ragazzo texano di anni diciotto, instabile, forse pazzo, che però si procura arma da battaglione di guerra e fa strage a scuola elementare: diciannove bimbi, due insegnanti, più lui stesso, fanno volo di Grande Tacchino. In un anno, giovane amico fa ricerca, di cosa analoga a quel paese ce n’è ventisette. Pare fatto lontano, ma lo è davvero? Altra notizia, che però per stessa struttura di raccapriccio non s’addice ad altrettanto spazio a prima pagina di giornalettume, è di barcaccia da sganghero che si capovolge a Mar d’Africa: 100 anime cascano in acqua, 80 disperse.

Ad esperienza di miei natali a quello stesso mare, garantisco a fuor di dubbio, che dispersi è di significato che s’è raccattato cibo per pesce. Ma come notizie sono a collegamento con quinta che pare terza guerra? E dammi tempo che ti percio, disse la goccia alla pietra. Che comincio subito da prima, che mi faccio persuaso che è grande democrazia che consente somma libertà di girare ad arma a tutto tondo pure a disadattato. Che è modello di democrazia d’asporto come pizza a taglio, cui c’è corsa a partecipo anch’io. Che giornalettume dice, però, che quella è colpa di lobby di armi. Ma a me pare che anche supero percentuale di PIL che volle, fortissimamente volle, governo di migliorissimi per acquisto di bomba, per decisione d’accordo con grande democrazia di mitra a sposto dove mi pare, ha odore di interesse a fabbrica di guerrafondaio per costruzione di bomba. Che è pure dettaglio che sfugge a giornalettume elevatissimo d’analisi e distrazione per quisquilia e pinzillacchera. Ma questo è parere mio che sono nessuno. Detto questo, tra grande democrazia d’arma ad un tanto al chilo, governo di migliorissimi che segue ad esempio pedissequo qual fedele alleato che non tradisce, superpotenza di zar che è a bombarda fitta a quotidiano risentimento di disgraziato, e che pure grande paese di prezzo basso ed hard discount non pare miracolo di partecipazione popolare, mi viene da dire che la metà basta. E, continuo, che se esporto democrazia buona e giusta, faccio profugo, se faccio gioco di mosca cieca se alleato o socio d’affari non proprio avveduto d’umanità, fa guerra a disgraziato in fondo a lista di disgraziati, poi faccio straprofugo. Che bastava, dico, faccio a rovescio cambio di PIL a favore di lobbettina a mirino puntato, che rifaccio scuola pubblica per bene, ospedale a giusto, pure mando barchetta con chiglia di stagno e salvo vita a mare aperto. Che se ne salvo qualche migliaio, a paese di sessantamilioni, non faccio etto di danno, pure, forse, faccio favore che è crisi che non nasce nessuno. Ma a scanso d’equivoco, su legge che accoglie profugo dico che è cosa buona e giusta d’accoglimento per guerra, ma solo per taluna guerra, pure ci scrivo accanto, a carattere cubitale, cifra precisa, che così s’apre circuito virtuoso e solidale d’accoglienza. Financo sacrestia spalanca porta, che ora s’avvede che c’è profugo a commozione, che morto d’annego, a scanso ancora d’equivoco, forse porta pure, per scompenso di promiscuo di selvaggiume, vaiolo di scimmia, com’è da sussurro di grande, glorioso e giusto virologo.

Radio Pirata 28 (buon lavoro)

Che Radio Pirata si fa Ventotto che di quello ce n’è uno, tutti gli altri son nessuno. Che domani è Festa di Lavoro, pure faccio auguri a chi lavora e a chi no, che cerca a disperazione che Costituzione ad Articolo 1 pare non c’è o se c’è manca specifica a “sfrutto”, e manco a ripudio di guerra d’articolo 11 si fa occhiolino distratto. Ma vado di musica che è compito statutario di trasmissione per pace, dunque pare con colbacco in testa.

Che morto ammazzato di lavoro, dice statistica – che la fa cervello asettico di matematica -, è a due al giorno da inizio d’anno. Che è solo storia di distratto a distrazione mosso, che muore a metto piede in fallo mentre passa betoniera o caterpillar, pure scivola d’ascensore, distratto ancor più, tale ragazzo, che è a dimentico d’avvertenza che è morto da ore tredici, che scoperta è per caso ch’egli non collaborò col dire son morto.

Che due al giorno pare guerra guerreggiata, ma è roba disfattista se domani a bandiera colorata si dice basta con tale guerra, pure con altra che tuona di bomba. E io vado di suono giusto, che faccio colonna sonora.

Che radio si ripete se dice che cotali creature di cervello raffinatissimo dice che è scandalo a chiedere soldo per lavoro a ore senza tetto, che a tali posti già è a pagamento onore di fatica, pure se è a sgobbo indefinito, che s’impara a far fame dove si serve porzione dabbene. Che pure questo è paese civile che istituzione non s’indigna, nemmanco popolo fa gesto di sorpresa e dice ad illuminatissimo, sai che c’è, che forse è meglio che conosci via d’esilio a paese civile dove lavoro è a schiavo, che qui non si dice, pure se è. Musica sia, per lavoro a cottimo un tanto al chilo e contratto di clausura con vita altra che non è a facchinaggio.

Che domani è giorno di rischio orrendo, che pare sia ad intenzione di manifestanti di lavoro, protesta pure contro guerra, dunque contro lavoro di persona dabbene che fabbrica, ad onesto progetto per futuro fulgido, bomba ad esplodo certo, per taglio armata industriale di riserva e creo occupazione a sterminio di pretendente. Ma anche faccio di profugo clandestino prodotto di braccia a costo basso, che lavo piatto, colgo pomodoro e, a senza diritto, calmiero prezzo di centro commerciale per salsina gourmet. Musichissima di lavoro concedo ad ascolto di meritato riposo di weekend.

A dire buon lavoro pare ossimoro, che, a cautela, faccio spiegare da collaboratore subordinato con contratto di apprendistato, prima che faccio di lui censura che nacque in posto strano: “Siedo sulla schiena di un uomo, soffocandolo, costringendolo a portarmi. E intanto cerco di convincere me e gli altri che sono pieno di compassione per lui e manifesto il desidero di migliorare la sua sorte con ogni mezzo possibile. Tranne che scendere dalla sua schiena.” (Lev Tolstoj)

Buonissimo 1° Maggio

Ritirata

Ritirarsi non è scappare, e restare non è un’azione saggia, quando c’è più ragione di temere che di sperare. Non c’è saggezza nell’attesa quando il pericolo è più grande della speranza ed è compito del saggio conservare le proprie forze per il domani e non rischiare tutto in un giorno.” (Miguel De Cervantes) Che se cosa così te la dice il babbo di Don Chichotte c’è che ci credo, e piazzo muro di musica a difesa, mentre preparo la contromossa, a capo chino per venti di guerra.

L’Orda d’Oro fu mossa che conquistò il mondo con strategia di ritirata strategica che fece a spiazzo del nemico, festoso di presunta vittoria. Ma pure a resa v’è grazia, diserzione è necessità di vita. Che mi innalzo sul pennone più alto d’albero maestro – non avendone alcuno opto per antenna dismessa di TV – bandiera bianca, a segnalare la presa di posizione definitiva ed inderogabile, e che sventoli, perbacco, che sventoli. Mi decido sì per resa, che d’apparenza è a scanso di condizione, ma nasconde ritirata strategica, attacco pure su tutti i fronti. Se non partecipi al gioco, il giocatore che resta è già sconfitto, che si ritrova senza trastullo, che il mondo ha necessità di nemici ed io mi sottraggo al ruolo di parte, mi faccio a lato che è decisione spontanea, dunque odora di trionfo. La ritirata mia non fu mai solo tale e basta, piuttosto attrezzo a vita altra che non guarda per vedere, che vede senza guardare con occhi di dentro, e fu disegno di ri-scoperta, di dimensione e-versiva di vivere. Conquisto, avanzo, in ritirata, m’approprio di non appropriazione, esproprio l’inappropriato, riprendo posizione in orizzonte aperto, in dettaglio sfuggito, che di quelli v’è traccia a campo di battaglia a devastazione, che parevano conquistati ed invece, liberati d’assillo di conquista, appaiono fioriture d’uomo libero.

Mi riprendo scoglio dorato, colori spumeggianti d’abbandono, le diacronie del tempo, le note andate ed il respiro profondo della memoria fervida ed ininterrotta dei ricordi. Questi tamponano il presente ad ingorgo, sfrecciano come saetta spuntata e non di guerra oltre il presente, si fanno futuro di prospettiva, ch’è il nemico che avanza è già fuggito in disfatta, ch’è schiavo di sua stessa guerra quotidiana, di libertà negata a prigionia autoinflitta per fila alla cassa, di direzione mai a linea sghemba. Procede a linea dritta, il nemico, che solo quella conosce, non ambisce a percorso lungo e panoramico, alla lentezza che vede tutto. Corre illimitato a velocità di logaritmo, che non v’è dettaglio nell’accelerazione a parossismo che narra di storia, spera solo a stazione celata da muro, in benedizione d’assoluzione, di conforto in sacre stanze di corruzione. Che la resa non è prevista, nessuno s’arrende, dunque, finalmente nessuno, ho isola per diserzione ch’è sorta dal mare e nessuno vede, che l’uno qualunque non ne conosce esistenza nemmanco a binocolo o telescopio portentoso che occhi non ha, ne prospettiva di deriva e approdo.

Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: andare alla deriva o fuggire davanti alla tempesta. La fuga è spesso il solo modo di salvarsi.” (Henry Laborit)

Sono colpevole

Il nostro tempo preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere. Ciò che per esso è sacro, non è che l’illusione, ma ciò che è profano, è la verità.” (Guy Ernest Debord)

Mi disse, amico caro a perduta conversazione, mentre leggeva le pagine di questo blog, che poco gli sconfinferava ch’io nascondessi la mia identità. Che mi toccò di spiegare che non la nascondevo affatto, che quell’altro me che s’aggira per il mondo, se taluno dalla finestra ne urla il nome assieme a cognome, altri non si volta che lui. Rivendicavo, piuttosto, l’essenza del mio nulla nell’essere nessuno, che quello, ad oggi, m’appare atto finalmente eversivo, di dissacrante irriconoscenza verso il mondo d’intorno ricco di sgomito.

Poi, a continuare, mi relegò a discussione sull’oggi che trema d’impietosa decadenza, d’informazione negletta, pure mi girò pletore e più di millanta scritti a web e video che – sempre a dire suo – smantellavano il mainstream. Che ci sono termini dell’oggi che mi lasciano simpatie urticanti, che pare ci siamo persi s memoria di semplice apparentamento d’nformazione a potere. Che se Pasolini, a stigma di Villa Giulia, come Sciascia sui professionisti dell’antimafia, anziché il paginone roboante del giornalone, avessero usato altro mezzo, forse non avrebbero fatto etto di danno ad essere ignorati, che tanto si son confusi di tiramenti di giacchetta. Che poi, mi domando e dico, quale sarebbe la ragione che più mi sfuggì, che rende faccelibro et similia, dei tre o quattro più ricchi del mondo, pure per click d’antagonismo, meno mainstrimmanti? Che ho odore d’appattamento, di gioco di parti. Dunque, m’annessuno volentieri, pure più volentieri di sempre.

E nel mio annessunarmi ancor più eversivo, m’è balenato per la testa che non avevo fatto degni auguri al caro collega in pensione. Neppure mi viene d’andarlo a trovare che, in là con gli anni e preda facile d’acciacchi pesanti, rischio, ad auguri sentiti, d’aggiungere carico da novanta da scuola sicura. E così m’avvenne di mettermi a rovistare, sino a scorgere in fondo a cassetto, stipato d’ogni scemenza mi scordo di far monnezza, due fogli, due, che lì mi pareva d’averli lasciati, di carta martellata di un qualche remoto pregio. Ne inserisco prima l’uno quindi l’altro nella vecchia tedesca, e batto tasti meccanici a testo d’affetto, a ricordo pure d’altro collega, che ci ha fatto scherzo d’abbandono anzitempo. Poiché avevo necessità impellenti di prelievo di contante a bancoposta, m’avanzavano 95 centesimi per spedizione ordinaria, e consegnata la busta alla solerte funzionaria, con tanto di destinatario accompagnato da mittente, me ne sono tornato a casa, guardingo, che quello mi parve davvero atto eversivo, pure con tanto di firma ad autodenuncia.

La calce ed il cotto

Mi dicono, taluni, ch’io vivo a nostalgia, che è cosa non rispondente al vero, poiché del bel tempo andato non ho affezione particolare, che fu tempo di travagli. Ma v’erano, tuttavia, marasmi di dettagli di solluchero allora, dunque – saggio di filosofia quale Epicuro – me li serbo ancora, che non sono più apparentati solo con quel tempo, rimangono nell’oggi, lontani, dunque, dall’essere esclusive rimembranze, come certe musiche che suonano ancora.

Talune di quelle cose si perdono, me ne dolgo e a quelle si, rivolgo rimpianto. Ozio e lentezze mi sono ancora cari, quali cenni di svago, pure cose di densità palpabile ancora m’appartengono. Preciso, invero, che mai mi rivolsi più di tanto ad affezionarmi alle cose di stretta proprietà, le tratto con svogliatezza, se escludo dal novero dischi e libri. Ma cose di legame ne conservo, che non sono mie, nemmeno mi sconfinfera l’idea possano essere d’altri, che la bellezza rifiuta l’appartenenza, rifugge del concetto proprietario. Sempre, nella valutazione che non è bello ciò che è bello, che principio di bellezza, forse, non è fatto assoluto. Che di certe bettole che mi furono aule di scuola, sentii disquisire malissimo, in contrappunto non cantante con certe tavole apparecchiate a lusso. Di tali personaggi di cui m’innamorai, e che fecero storia contorta di sé, mi pare di ricordarne censura. Pure per certi vini, che sapevano di terra e sale, e mi vennero a conforto – financo d’economie approssimative – ricordo espressioni di disgusto.

La fornace, vecchia cattedrale che dalla punta si sdraia sulle onde, ghermisce di camino il cielo, e s’apparecchia al tramonto come quinta estatica sul tutto d’intorno, è una di quelle siffatte idee concrete che mi convive di simbiosi.

Seppure non me la godo quanto mi parrebbe, me ne faccio racconto, memoria presente, e il reincontro attendo con le ansie vaghe di chi ha caduca certezza delle cose. Consunta nelle malte incendiate, lei, s’è retta – capolavoro d’architetti che non pensarono alla storia – un secolo e più, d’equilibri precari di pietre, sottese a leggerezza, a sorreggersi l’un con l’altra, pare, a dispetto di leggi newtoniane, pure di convenzioni socio(il)logiche nelle contraddizioni dell’oggi. Ma ogni anno, il rinnovato afflato, mi pare che s’abbandoni al desiderio di sparire e, mentre mi rendo ancora nessuno al suo cospetto, lei adesso smunge, si compenetra con la sabbia generatrice, s’affolla di salsedini e si concede al vento, pietra su pietra. Mi dice, or ora, il maestro sulla punta del corvo, di pennelli e scalpelli assai edotto, che s’amputò un’ala, che quella mai rivedrò se non in cocci. Un po’ più monca, piano piano, la fornace pare s’arrende, forse al desiderio di divenire nostalgia, ricordo d’ozi e lentezze, sigarette rubate, in bilico di falesia. O forse issa bandiera bianca di calce e cotti sul comignolo più alto, per sopraggiunta noia e stanchezza di irruzioni cash & carry.

Nei fondi del caffè

Quelli che non si muovono, non si accorgono delle loro catene.” (Rosa Luxemburg)

Mi sono dato tempo dieci minuti per scrivere, che oramai sono a nausea informatica, pure le diottrie me le devo comprare al mercato nero. Che refusi e schifezze giungano al mondo con attenuanti, e mi faccio perdonare di musica (avviatela, senza indugio, ora ed in fondo), forse d’immagini.

La libertà guadagnata a tamponamenti a catena, mi scontra con le ragioni di tempi tempestosi e buferali, che manco il fiume per consegna di messaggio a bottiglia mi rimane, rischioso di infangamenti sopra e sotto, d’inciampo in sabbie mobili a errore di latitudine. L’archivio di chat m’è oscuro, come i caratteri corpo sedici di maxi schermo. Consapevolezze di nuove, prossime, certe prigionie – già in alleanza con abati ingiustamente condannati – m’assillano pure nelle novelle libertà, poiché non si negheranno reclusioni nemmanco a colpi di vaccinonzi, sciabolate rinofaringee negative, bardature astronautiche e vissuti d’ascesi romitica, mica di file alla cassa, sgomitamenti da astinenza di camparino. Nemmeno, mi pare, sarà data pace da alfabeto greco esausto di varianti, che poi si ricorrerà a linguaggio da targhe automobilistiche, col plus e punto zero a far d’aggettivazione. Mi rimane pensiero di spiagge deserte, lì dove il mondo finisce, e quel che c’è oltre non può che essere davvero altro.

Mi giunge voce che Pilu Rais chiede di me, che la lampuga anela al cipollotto e lo sgombro al cappero solitario. Ma di quest’ultimo, d’elegante affusolatezza, compita postura d’argento, me ne trovai all’uopo un paio che non fecero ancora genetliaco. Li dislisco, eviscero e spalanco a portafoglio, li rivesto d’olio bollente, con capperi e taggiasche, denocciolate a cura di gengie distratte. Pomodorini succosi, erba cipollina e finissimo trito di prezzemolo s’occuperanno di discontinuità cromatiche al sapor patrio d’un nessuno senza patria quale io sono, ma pure di profumi che sanno di fughe interminabili. Ci berrò sopra intere riserve di esotici Sirah, senza tema che soverchino il sapore ad omega 3 del cugino di mare. E, di solluchero, mi farò ancora musica, ch,e quale Argo, non soffro ancora d’otiti, nemmeno di stasi olfattive.