Radio Pirata 48 (Nostalgico italiano)

Radio Pirata torna a puntatona che si fece a numero Quarantotto a senza batter ciglio. Che vostra radio preferita si fa anche oggi, per ritorno a sorpresa dopo lunga latitanza, botte piena di grande musica a nostalgia conclamata di chitarra Eco standard acustica, con corda scordata – ma si spera di no – per accompagno esatto di notiziona che altra emittente non si fece a coraggio di dire fino in fondo.

Che fa notiziona che grande figura, a presentarsi quale rivoluzione di paradigma costituito e convenzionale, pare svela lato oscuro che non parve innocente come disse, che questo non è a stabilirlo nostra bella radiolina piratissima. A Radio, che fu di nessuno con tanto di n amputata di maiuscolo e minimizzata, ognuno che fa a catalizzare attenzione “a quanto son bello io”, per divenire di altezza vertiginosa, sempre è risaputo che poi casca, che gravità non fa sconti a nessuno. Unico che non casca è grande movimento di massa che quello nasce senza faccia ma con espressione di collettivo, che singolo non sparisce proprio, ma non si fa punta di niente, a sorreggere si depone ogni altro che ti sta accanto e nulla chiese in cambio se non essere parte di tutto.

Che dopo grande esibizione muscolare a fronte di opposizione di cambio di clima, grandissimi ricchi di merito, a simposio d’internazionale levatura, fanno meraviglioso miracolo di trovo accordo che va bene a tutti: se c’è danno casomai si fa risarcimento, che non si dica, poi, che non si lascia obolo giusto a causa di miserabile fine d’ultimo a secco preciso che non cadde goccia d’acqua. Pure gola di quello, ultimo intendo, si seccò che bella ragazzetta svedese disse forse non vado, ma altri a disidratazione d’ugola e colore sbagliato non ebbero scranno di successione, che è giusto per buon rispetto di brava gente non far vedere a TG d’ora di cena scena d’inquietudine di miserabile conclamato.

Ciao Claudio che ci manchi assai!

Che c’è grande fortuna che a mantenere sonno tranquillo a grande e potente vertice di piramide c’è ancora scoppio di bombarda con morto ammazzato a un tanto al chilo. Ma questa cosa, che pure dovrebbe fare a gioia collettiva, a taluno toglie sonno ogni notte. Capitò, infatti, che, quasi a dispetto fatto, chi ebbe destino di parata finale verso limbo di dimenticatoio per presunta inutilità conclamata, non poté partecipare. Eppure egli aveva espresso esplicito desiderio per colpetto di bombarda, ma non gli toccò manco un tiro di sghembo, una miccetta accesa, un premo grilletto a fucilino. Glielo fecero a sgarbo che missile di sconfino non fu quello giusto, che già aveva preso bell’e buona mira a colpisco pure io con sommo gaudio, a ricompensa d’impegno a comprar arma su arma che tolgo a cosa di futilità di società antica come scuola ed ospedale.

E finisco con sommo sollazzo, che finalmente grande flottiglia di nave sovversiva fu a blocco e senza possibilità di trovo porto salvo manco con richiesta a carta da bollo. Che ella, navaccia blasfema e bolscevica, si voleva fare a sostituzione di dio per decisione a contrasto di destino ineluttabile che a fuga via mare s’annega. Chi ce la fa, fedifrago, meglio è se di nascosto che non se ne vede per disgusto espressione di sfatto, e se arriva, meglio arriva ad invisibilità che così lavora a sotterro di serra e ci fa fare sconto su derrata a luminescente centro di commercio. Almeno si rende utile che la brava gente s’appresta a lustrino per festa che siamo tutti più buoni.

Bum, bum, baby

Che a furia di sparacchio a destra e manca capita che taluna bomba casca a posto sbagliato. Si dice che è stato incidente, che se lancio bomba e casca male io che ci posso fare, che casca addosso a due che se ne stavano a praticelli loro senza elmetto giusto, a seppellimento rapido. Ma si fa presto a dimentico proprio di quei due ed altro a mille di migliaia che per far vittima di guerra non apposero liberatoria che sia tale a grande urlo di bombarda.

E io questo lo capisco, ma a fregarsi mani che ora tocca a noi, a notiziona data a tempo social rapidissimo prima che è chiaro come, quando, cosa e perché, a grande baccano di armiamoci e partite, a difesa giusta di frontiera di glorioso impero, mi parve cosa screanzata a favor di logica. Ma logica mi parve anch’essa a sepoltura rapida già da tempo assai. MI pare, invece, che vedo taluni a costume di Napoleone a mano sottobavero a dir “son io”, ci hai na sigaretta, dammi cento lire. Forza che avanti c’è posto, che è ora di farla finita, e siamo tutti d’accordissimo che si fece grande convegno di grandi tra grandi, talmente grandi che mi sa ci hanno cosa genetica che non va, pure a dire, come tale a cappello di forma gondolabile, – ma resto mi parve nudo – che è stato grande successo, che ognuno farà sua parte. No, per favore, non fate nessuna parte vostra, che non è che ne avete già fatta abbastanza di quella parte? Non è ora che fate a disinteresse d’ogni faccenda che forse è meglio? A godervi vacanzina a tropico, ad ombra di palmizio ed acqua limpida d’atollo, pure si fa colletta a che paghiamo noi, che tanto a spellati siamo già, come resto di pianeta, e se ad atollo ci restate si fa anche festa con prosecchino buono.

Poi c’è anche che cresce livello di mare per vostro impegno pregresso a che non c’è rimedio, e vi mandiamo nave d’ong a limitarvi d’annegamento quando atollo sparisce, poi apriamo porto salvo d’accoglimento a povera banda di rifugiati a ricerca di punto G, pure di tutti e venti quelli conosciuti, uno più uno meno. A margine di delirio, che tanto posso accomunarmi a fatto che attiene a tanti, mi si appalesa desiderio che rivolgo a grandi, gloriosi e giusti esponenti a spicco tantissimo di partitissimo di sinistra: lo so che vi fa orticaria a chiamarvi compagni, e allora suggerisco che fate statuto nuovo che lo rendete proibito ora e per sempre, ch’io mi iscrivo che vi raddoppio tesseramento ad anno in corso, voto a favore prima di fuga ad atterrimento con soddisfazione per dimissione successiva a razzo.

Devoto di Santa Barbara

Che c’è corsa ad armamento, che se non basta tesoro di patrie, faccio pure debito che c’è priorità d’assoluto ad aumento capienza d’arsenale per nuova superlativa bombarda. Ch’io, che ho di bravo cittadino tempra esatta, non posso sottrarmi a fare di mia particolarissima patria grande potenza d’autosufficienza di bomba, che s’ode – chiaro – a destra uno squillo di tromba, e da sinistra (?) risponde – inequivocabile – medesima tromba. E, definitomi confini miei a dove arrivo, m’appresto a difesa d’ogni attacco, pure promuovo contrattacco. E vado di fuoco a note di sbarramento.

Feci di giorno di gran riposo, che fu ieri, preciso momento di rimpinguo armamentario che cominciai a mattina presto a far d’arsenale mio per deterrente formidabile a vil nemico. Dunque, a scavo in fondo a dispensa, ritrovo munizioni esatte e precise per mio solido scopo. Mi faccio riso allo zafferano sin dalle prime luci d’alba, che lo condisco con burro adatto ad uopo e lo lascio a farsi raffermo e freddo che sia a consistenza di fervida barriera ad eventuale imminenza d’attacco.

Ad attesa mi feci quattro passi a ricerca d’altro armamento, che passai tempo d’attesa a che fortificazione di cui sopra s’aggregasse a se stessa, chicco su chicco, a consistenza precisa, a non dare idea di atteggiamento disfattista quale orrendo pacifista. Feci incetta, tra caffettino a bar di turno, e sigarettina a viril sguardo volto oltre monti e valli ubertose, d’altro ingrediente mancante a supermercatino che pare oreficeria – ma decisione di aggredire PIL era già presa, farò taglio a cultura e sanità, che mi compro libro in meno e d’aspirina andrò cauto a favor di bomba. Presi padella adatta, vi versai olio al fulmicotone e, a temperatura di calor tattico – non ancora strategico – vi versai trito finissimo di sedano, carote e cipolla, a doratura d’oro alla patria, poiché siamo nati per soffriggere. Indi, prima che il nemico bussi alle porte, m’attinsi a rosolare macinato e piselli, seguito da versamento di pomodoro che parve fuoriuscita di radiazione a sale di quanto basta. Ad addensare il tutto impiegai tempo preciso, per consistenza di autentica pece bollente che mi feci a stemperare con audace freschezza di foglia di basilico. Giunto il primo ombreggiar della sera m’apprestai, dunque, ad estrema difesa, che misi olio di frittura a farsi bollente qual nucleo di reattore atomico a fuga di particella di contaminazione, in apposito contenitore ignifugo ad altezza equa. Indi preparai munizione sferica di sei-sette centimetri di diametro con compattezza solidissima di riso, poi, con gesto rapido da incursore ad abilità provetta, introdussi dentro l’arma d’esplosione una cucchiaiata abbondante del rosso intingolo a celarne la feroce consistenza, pure, al centro dello stesso misi cubo di cacio a stagionatura bassa, che a filar avrebbe creato recinto d’invalicabile intrigo ad avanzata nemica. A camuffar ordigno siffatto, passai in uovo, dunque a pangrattato e trito di granella di mandorla e pistacchio per croccantezza invalicabile, ancora ad uovo avvoltolai il tutto e, a finire, per mimesi perfetta ed inestricabile d’autentico contenuto ancora a solo pangrattato. Immersi la granata a friggere selvaggia che s’assumesse essenza di calore di nucleo solare. A doratura completa, mentre la granata rischiava d’attivare reazione a catena di nuclei per temperature elevatissime, ne addentai una, poi un’altra, quindi le altre due, con sguardo fiero fisso ad orizzonte. Una bastava, ma giammai avrei predisposto arsenale inadeguato alla sfida che ci attende. Soddisfatto per santabarbara ingombra, feci di fondo di fiasco di rosso apparenza di scorte patrie di gas. E ora vediamo chi la vince che ho pure molotov di sacro whisky a giusta invecchiatura per guerriglia a digestione.

(Non ho fotografato le mie nuove armi per non dare punti di riferimento al nemico)

Gioco di bimbi

La gente spesso parla di crudeltà “bestiale” dell’uomo, ma questo è terribilmente ingiusto e offensivo per le bestie: un animale non potrebbe mai essere crudele quanto un uomo, crudele in maniera così artistica e creativa.” (Fëdor Michajlovič Dostoevskij)

Che pare, ormai, gioco di bimbi ad uscita di scuola, che gioca a chi fa sputo a più distanza e ad altra celia che a dignità non dico. C’è chi dice che bomba mia è assai più grossa di bomba tua e la tiro a quando mi pare che se la tiri tu io ne tiro una ancora più grossa, che è così grossa che di tua non resta traccia nemmeno a ricordo lontano. E manco mi ricordo cosa volevo dire per costernazione di bombarda a diffusione che se uno dice no a tale schifezza passa per scemo di villaggio globale e meglio che faccio musica che questa è storia vecchia assai, e io, d’improvviso mi feci vecchio che parve che mi misi d’accordo con vecchietto ad abito bianco pure se mai mi misi a coda di sacrestia.

Faccio presente, quale nota a margine, che mi pare che nessuno disse davvero no in grande tempio di democrazia a compro bomba a più soldo che scuola e ospedale, e seppure lo disse mi fece a scompiscio da ridere che poi fece alleanza con chi disse compro altro che bomba, e di scuola faccio scuoletta, ospedale riduco al più a guardia medica che lo disse migliorissimo ed io obbedisco. E a chi venne a riso che ascoltò in illo tempore successivo scritto di cinema, dico che forse era meglio ridere poco già allora, che pure io però lo feci.

Ragazzi, ho l’impressione che ci siamo. Questo è un corpo a corpo nucleare coi russi. Sentite, ragazzi… io coi discorsi mi ci rigiro poco. Ma ho idea che giù da noi stiano combinando qualcosa di molto ma molto grosso. Poi ho anche una certa idea di quello che vi sentite dentro per quello che io vi dico in questo momento. Beh, in fin dei conti non sareste nemmeno esseri umani se il pensiero di una battaglia a colpi di bombe H non vi facesse un po’ di impressione. Ma una cosa dovete ricordarvi: la gente, giù a casa, conta su di noi, e per la miseria, noi non la deluderemo. Poi un’altra cosa… se anche questa faccenda è molto meno importante di quello che ho paura che sia, state certi che siete tutti destinati ad avere almeno una promozione o almeno qualche medaglia, quando sarà finita. E questo vale per tutti quanti, indistintamente, di qualunque razza, colore e religione sia. Beh, adesso basta chiacchiere e rimbocchiamoci le maniche.” (Maggiore T.J. “King” Kong, da Dottor Stranamore di Stanley Kubrick, 1964)

La nave dei folli

“…la nave dei folli non era, poi, totalmente un parto della fantasia. Al contrario, era piuttosto comune la prassi di allontanare i matti dalla comunità dei normali, eventualmente proprio affidandoli a gente di mare. Accadeva spesso che venissero affidati a battellieri, a Francoforte, nel 1399, alcuni marinai vengono incaricati di sbarazzare la città di un folle che passeggiava nudo. Le città europee hanno spesso dovuto veder approdare queste navi di folli”. (Michel Foucault)

La follia arriva e batte bandiera sconosciuta. Non ha patria né dio, nemmeno padre e madre, pare tale, la follia, intendo, che non si palesa con documento d’imbarco, s’allontana e basta, a cerca di porto salvo per disperazione d’essere niente e nessuno. La cittadella fortificata del mondo dei sani se ne difende, invita a respingimento, con accordo tra tiranno e tiranno a far che pure accoglienza di pazzo è cosa da folli. D’avanzata sanità di mente si tinge distruzione e guerra, parve laurea a saggezza affondare nave dei folli, bombardo di città di dissenso, ripiegare a tasso d’umanità pari a curva concava.

Orizzonte scruta non per vertigine di visione, solo per scorgo a vista nemico che arriva, che se poi non si palesa ad esodo qual vien dichiarato, che importa, che semplice attesa d’invasione è a generazione di paura e fremito di pelle di popolume a suddito di illuminatissimi, che immantinente si tinge di vessillo patrio a nome noto, sotto egida di tiranno a difendere belle, armate sponde, a sventolar bandiera di grande savio di giustezza conclamata. Il resto è dago, pazzo, diverso per colpa ed essenza di sua scelta, che non nacque né a colore giusto, né a terra di saggezza. Pazzo più pazzo è a sostegno d’idea che pazzia fu per causa di mondo di giusti che non s’avvidero che pazzi fecero a furor di tempesta, a fulmine di guerra, a sfrutto a schiavo creatura e natura. Egli attende anche per sé medesimo imbarco coatto – che presto arriva – di chi, pazzo tra i pazzi, ricerca altra sponda per vita, anziché schiantare a terra desolata senza far rumore a non disturbo saggissimo manovratore.

Fuor di metafora

“Cosa importa se c’è sempre una distanza fra l’ideale eterno e la sua realizzazione nel tempo? I profeti del nostro tempo sono coloro che hanno protestato contro lo schiacciamento dell’uomo sotto il peso delle leggi economiche e degli apparati tecnici, che hanno rifiutato queste fatalità.” (Giorgio La Pira, mica un bolscevico qualsiasi, così pure i baciapile avranno voglia di ripensamenti) E se non basta la musica a deviare i destini, certo ne rende più sopportabile l’incedere nefasto.

Il ghiacciaio che decide di arrendersi alla gravità, travolge vite, determina destini, è metafora poderosa dell’oggi. Le cose degli uomini hanno spesso questo carattere, la nave Concordia che affonda, dopo aver ceduto alla tentazione dell’”inchino”, parve cosa medesima. Il crollo, l’affondamento, sono ciò che sembra toccarci, quale inevitabile conseguenza del cedimento al ludico per forza, al dissennato intendimento che ci accompagna.

Pure, se ci si guarda intorno, il crollo non appare più metafora, lo scivolamento gravitazionale verso l’abisso è fatto concreto. Assedio di guerre (parrò terrapiattista, filozar ad affermo che non ce n’è solo una), carestie indefinite, suburbie che esplodono di violenza e rifiuti, ghiacci che si sciolgono, esodi che fanno apparire quelli biblici scampagnate di fine settimana, morbi che impazzano, taluni nuovi, moderni, con sigle atte a metaversi. Covid, Omicron, Delta, altri di tragica (comica) antichità, vaiolo, peste, ch’appaiono financo caricaturali nella loro natura di devastazione… Passerelle di potenti diventano urticanti, spostamenti dell’attenzione mostrano la fragilità vertiginosa d’un sistema al collasso, d’informazioni a cottimo, le mancettte estive si palesano come offesa alla dignità di donne e uomini. Non v’è diritto che parve inalienabile, financo bere un sorso d’acqua non fu mai così poco scontato. E al caro Aboubakar Soumahoro a cui penso se devo pensare ad un fratello, dico che rispetto a quelli che rappresenta e per i cui diritti, moderni schiavi, si batte, io sono un privilegiato, ma da lì vengo anch’io, non da altro, che il destino fu più felice per me che per altri. Mi sento di dirgli che ha ragione a sostenere che la lotta paga, ma che il colloquio conquistato con i migliorissimi, che non sarà che messe di promessa vuota – ma lui lo sa, ne sono certo -, serva a dire a mondo intero, con voce potente, che il Re è Nudo. Che mille mila voci potenti si levino per dire che il Re è Nudo, e visto così, fa pure un po’ schifo, lui e tutta la pletora dei suoi cortigiani.

Radio Pirata 39 (a scanso di liquefazione)

Radio Pirata si piglia il Trentanove, con giusto cipiglio di conguaglio con temperatura ad esterno che in casa pare forno acceso. Pure m’adeguai a indicazione di migliorissimo tra migliorissimi che disse che è fatto di pace non accendere condizionatore ed a boccheggio agonizzo per amor di patria a canna del gas esausta. Poi m’avvidi che non lo accesi che non ne possedetti alcuno. Che vado di musica come si compete a rango istituzionale di radio.

Che cambio di clima pare si sia appalesato senza invito con acqua a razionamento, che pone quesito su come produrre gavettone libero per ragazzo ad esame scongiurato. Proposta di legge potrebbe essere ad uso prosecco, ma c’è opposizione ferma di patto atlantico che impone utilizzo di bevanda a gusto di ciodue e melassa appiccicaticcia per accordo internazionale, pure per fatto d’evidenza che vigna si innaffia male e produzione rischia tasso alcolico a straripo, che tanto fiume a straripo non ci arriva, meglio a sputacchio.

Fiume a sputacchio è grande di impiego a turismo che disvela imbarcazione di guerra a riemersione da secca che a riciclo diventa merce da parco gioco che addestra giovane creatura di campo estivo ad amore naturale per bomba. Inaridimenti musicali non sono previsti.

Che c’è grande apprensione che paese è vittima di querelle come mai prima, fatto ad arrovello genialità d’ogni livello, alimenta dibattito coltissimo per amore di verità che alfine non è dato di chiarezza prezzo esatto di Pizza Margherita. Che si potrebbe abbassare esso stesso ad utilizzo parco e misurato per impasto di Champagne, che è cosa che addiviene a costo più conveniente di apro rubinetto a foraggio di multinazionale. Mi liquefaccio di musica scorrevole e fluida.

Pure è avveduto governo di migliorissimi, che proclama, a dopo proclamazione d’eroe ignoto e multiplo insegnante, medico ed infermiere, per gratitudine a soccorso di paese a pandemia, che a compenso fa taglio orizzontale di scuola e sanità, che così recita progetto d’ampia veduta per paese a sconfinfero d’unità nazionale, sotto stendardo di vette invalicabili di genio politico a statismo immenso. Che a raccatto risparmio faccio tesoretto buono e caritatevole per investo in bombarda di pace, che alleato a battuta pronta chiede a gran voce. Forse per giusto sarebbe che taglio pure pensione, che mando vecchio beone anch’egli a lavoro per zappo orto arido con piccone a mano, che così risparmio di carburo per trattore e faccio embargo a zar. Vado d’eroica musica.

Mi chiudo ma non mi taccio che è a saluto d’autentico affetto a liquefazione su sedia d’esaminatore che domanda trabocchetto feci ad abolizione, ché neurone funziona più come trappola a me che a ragazzo che non sa cosa gli aspetta. Fosse saggio per destino di mondo a mano sua, prospetterebbe prossimo venturo distacco di spina a globo terracqueo, che accanimento terapeutico a tengo in vita moribondo mi parve cosa assai poco a pietas disvelata. Vi faccio flebo di musica.

Radio Pirata 36 (a recuperar tradizioni)

Radio Pirata va a Trentasei a senza batter ciglio, che a batter ciglio ci pensa sgancio di bomba, lancio di bebè, schianto di treno, che pare mondo che s’è fatto dose alta di roba passata in prescrizione per scadenza convenuta. Pure c’è ministro di statura elevatissima – morale – che dice che salario minimo è contro nostra storia, che dunque, mi pare, è a sottinteso, che si rivede tutto che non è a storia patria giusto d’eredità, che comincerei con sana Inquisizione, pena di morte, rogo di strega, ius primae noctis, che si fanno tradizione che si recupera, praticamente piano Marshall a ricostruisco identità nazionale. Pure, intanto, accantono oro alla patria, che quello è d’essenzialità per resilienza. Vado subito di musica a progetto di patrio prog.

Che ora che è crisi di grano, avanza idea sublime, pure quella di chiaro intendimento di vera identità nazionale, che si può fare granaio d’Italia in isola a triangolo, che lì viene bene. Che povero latifondista, d’ultimo periodo, fu trattato a pomodori in faccia per agricoltura a diffusione popolare, pure se a salto a ostacoli che non fa concorrenza troppo ad altre regioni d’altro triangolo.

Ma con nuovo granaio d’Italia a monocoltura d’imposizione definitiva per necessità di stabilità geopolitica, si rinnova beatitudine d’aristocratico ad aspetto di gattopardo. Manca manganello per bracciante che non è più a necessità – tradizione preziosa persa in nonnulla – che c’è clandestino che s’è tale e tale resta, non chiede diritto a far, per caporale e gabellotto di signor padrone, schiavo a cottimo per fascina di raccolta a mano. Pure conviene negriero nuovo e ben voluto, che a far andare trebbiatrice costa troppo per benza di zar, e poi granaio non produce grana giusta per nobile avveduto di sostegno elevatissimo e benedizione divina. Sempre di Prog m’espongo per sguardo attento a futuro di tradizione.

Che però c’è dramma autentico che attanaglia coscienza italica, che fatto atroce toglie sonno a povera nazione di antica stirpe di conti che non tornano, duchesse e papesse, marchesini e principesse, pure se draghesso s’appronta ad imperituro soggiorno di perenne eminenziume grigio perla, a conforto parziale di disordine nel cosmo, a barra dritta avanti tutta, per armiamoci e partite.

Che proprio di partite c’è crisi d’astinenza ad orizzonte, che a eliminazione dovuta a nessuna sensibilità, si cerca, a disperazione condivisa, staterello ad annego per assenza di tallero, che fallisce impresa d’iscrizione e scivola di contabilità non propria, per consentire ripesco di partecipo glorioso, che senza quello c’è autentico caos e generale frustrazione di diritto televisivo malcapitato, torma di che faccio stasera. Che Prog sia, con occhi di dietro.

Che faccio in puntata cosa seria come trasmissione d’importanza e professionalità d’altro mondo, che do pure segnale meteo, e avviso i naviganti che pare caldo di deserto che manco estate è arrivata e pure pare deserto bosco ubertoso, cascatella per doccia di rinfresco ha aspetto di pisciatina di bimbo, a meno di sei mesi d’ultimo scroscio, che albero di foresta ha miraggio che vede chiosco di gelati e chiede offerta a semaforo per acquisto di minerale multinazionale.

Non m’azzardo a smentita se a previsione prevedo, vero orgoglio d’identità nazionale, fumo su fumo che taluno disse che è quello di vulcano, tal altro, appena più accorto, precisò che paese brucia. Ma è meglio che acquisto bomba, così, a mal comune mezzo gaudio, brucio pure altro paese. È il progresso gente, il progresso che merita Prog.

Che sia per tutti weekend fresco d’idee che a me altre non me ne vengono se non d’epiteto portentoso di mio paese ora lontano da cui migrai per esigenza che non spiego. E mentre attendo ricongiungimento con mar matrio e patrio assieme, preciso, a quanti volessero sintesi di puntata, che essa si riassume in scarno mi sono scassato la minkja, pure per caldo d’asfissio, a tasso d’umidità di sauna, che però non casca a pioggia.

Pazzo a chi?

M’è arrivata idea sublime che siamo a gioco di tre carte, che s’esce quella giusta sei a fortuna spudorata uno su tre. Due su tre hai sfiga conclamata che banco tiene gruppo di illuminatissimi, senza elmetto a bombarda d’uso conto terzi. Ma banco si scordò di messa in mazzo carta di giubilo e lasciò solo quelle a tragedia, pure a doppia copia di una, che non si contraddice numero perfettissimo. Mi compiaccio d’essere nessuno che accampo proposta perché popolume non sia da meno per colpo di fantasia ad eccelsi che è a governo di mondo, e che migliore mi pare fa Re Pantalone a genio d’alto statismo. Mi faccio musica per me e per chi pescò carta che sola può venir fuori.

Dopo contrizione di mese e mese, è a finale che facciamo embargo a petrolio di zar, mentre ad incarico faccio a smino porto per mano di Califfo illuminato, per passaggio di merce ad accordo internazionale pure con zar. E mi pare ancora gioco di carte, questa volta di briscola pazza, che chi perde vince e chi vince s’accomoda.

Che pompa di benzina è sensibilissima, pure se acquisto è di serbatoio a vecchia tariffa, qual superiore intelletto, liquido che pare nettare di dei si fa a peso pari oro, che pagare pienonzo c’è a prestito in banca con cessione di quinto dello stipendio, pure non basta. Che sospetto mi viene che su carta da bollo a ceralacca di sovranazionale non sia scritto con esattezza oggetto d’embargo, che pare sia, a sigla di potentume migliorissimo, a destinatario di paese di zar, ma meglio c’era scritto se nome e cognome plurimo era Disgraziato De’ Disgraziati.

A pezze al culo si fa progresso a moto di quattro ruote che pure ti faccio bonus d’acquisto per auto nuova, con tanto d’ecobonus per quella a pedali, che forse non faceva etto di danno pletora di supegovernanti se faceva finta di nulla. Mi parve, così, che zar bombarda i suoi, e tal altri bombarda i propri, che a dir loro è per amor di pace che non abbassa prezzo di gas, pure, che a gas ad aumento, aumenta tassa a carico del destinatario, e si ricava plusvalore a stato di governissimo a saggezza superiore per spesa a mercato di bombarda, a supero PIL d’ogni altro. Che, dunque, io sarei pazzo financo a pulsione di terrapiattista, se dico che mi pare che bomba fa morto a prescindere. Così, se pazzo paio, pazzo m’appresento. Che domani, che è festa grande di Repubblica – che si dice ad effetto venne proclamata con tanto di timbro, ma si scordarono norma attuativa che pare feudo – vado in giro con ciabatta scorticata e pantalone alla rovescia, il maglione stretto in vita e il copertone a collana; che mi mangio la ricotta, a pari di film, su Crocifisso di chiesa a mezzo di messa, che lancio noccioline a testa di banda che suona inno; che pure mi sdraio a prendo sole a gradino di municipio e pianto ombrellone a centro di piazza grande con trapano a percussione; a sera esco in mutande, ma sopra ci ho pelliccia d’ermellino di sintesi petroleica, che compro, a furor d’embargo prossimo venturo, a negozio di sol levante; di notte giro con bicicletta senza ruote e a verso di brum brum fingo motore. E se qualcuno mi dà di pazzo, lo denuncio per vilipendio delle istituzioni.

Le solite cose

La miglior cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro. Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli. Bisogna dire come io vedo questa tavola, la via, le persone, il mio pacchetto di tabacco, poiché è questo che è cambiato. Occorre determinare esattamente l’estensione e la natura di questo cambiamento.” (Jean-Paul Sartre)

Ci sono due notizie, in questi giorni, cui guerraccia d’Ucraina pare fare quinta scenografica, a progressivo imbarbarimento quotidiano che, fregati da annichilimento collettivo, nemmanco si riconosce a carattere essenziale. Due notizie che con scenografia a dramma di sfascio tutto a bombarda hanno rapporti tali e stretti che pare complicato siano cosa altra. La prima riguarda ragazzo texano di anni diciotto, instabile, forse pazzo, che però si procura arma da battaglione di guerra e fa strage a scuola elementare: diciannove bimbi, due insegnanti, più lui stesso, fanno volo di Grande Tacchino. In un anno, giovane amico fa ricerca, di cosa analoga a quel paese ce n’è ventisette. Pare fatto lontano, ma lo è davvero? Altra notizia, che però per stessa struttura di raccapriccio non s’addice ad altrettanto spazio a prima pagina di giornalettume, è di barcaccia da sganghero che si capovolge a Mar d’Africa: 100 anime cascano in acqua, 80 disperse.

Ad esperienza di miei natali a quello stesso mare, garantisco a fuor di dubbio, che dispersi è di significato che s’è raccattato cibo per pesce. Ma come notizie sono a collegamento con quinta che pare terza guerra? E dammi tempo che ti percio, disse la goccia alla pietra. Che comincio subito da prima, che mi faccio persuaso che è grande democrazia che consente somma libertà di girare ad arma a tutto tondo pure a disadattato. Che è modello di democrazia d’asporto come pizza a taglio, cui c’è corsa a partecipo anch’io. Che giornalettume dice, però, che quella è colpa di lobby di armi. Ma a me pare che anche supero percentuale di PIL che volle, fortissimamente volle, governo di migliorissimi per acquisto di bomba, per decisione d’accordo con grande democrazia di mitra a sposto dove mi pare, ha odore di interesse a fabbrica di guerrafondaio per costruzione di bomba. Che è pure dettaglio che sfugge a giornalettume elevatissimo d’analisi e distrazione per quisquilia e pinzillacchera. Ma questo è parere mio che sono nessuno. Detto questo, tra grande democrazia d’arma ad un tanto al chilo, governo di migliorissimi che segue ad esempio pedissequo qual fedele alleato che non tradisce, superpotenza di zar che è a bombarda fitta a quotidiano risentimento di disgraziato, e che pure grande paese di prezzo basso ed hard discount non pare miracolo di partecipazione popolare, mi viene da dire che la metà basta. E, continuo, che se esporto democrazia buona e giusta, faccio profugo, se faccio gioco di mosca cieca se alleato o socio d’affari non proprio avveduto d’umanità, fa guerra a disgraziato in fondo a lista di disgraziati, poi faccio straprofugo. Che bastava, dico, faccio a rovescio cambio di PIL a favore di lobbettina a mirino puntato, che rifaccio scuola pubblica per bene, ospedale a giusto, pure mando barchetta con chiglia di stagno e salvo vita a mare aperto. Che se ne salvo qualche migliaio, a paese di sessantamilioni, non faccio etto di danno, pure, forse, faccio favore che è crisi che non nasce nessuno. Ma a scanso d’equivoco, su legge che accoglie profugo dico che è cosa buona e giusta d’accoglimento per guerra, ma solo per taluna guerra, pure ci scrivo accanto, a carattere cubitale, cifra precisa, che così s’apre circuito virtuoso e solidale d’accoglienza. Financo sacrestia spalanca porta, che ora s’avvede che c’è profugo a commozione, che morto d’annego, a scanso ancora d’equivoco, forse porta pure, per scompenso di promiscuo di selvaggiume, vaiolo di scimmia, com’è da sussurro di grande, glorioso e giusto virologo.