Conversazione in Sicilia

Dio ha condannato noi uomini a lavorare e uno penserebbe che i posti dove non si vede l’ombra di un povero diavolo che tiri la zappa siano stati abbandonati dagli uomini e da Dio. Invece sono posti pieni di gente anche più degli altri. Con la differenza ch’è gente che ha capito, e che se la spassa in città, la maggior parte del tempo, a chiacchierare nelle piazze e a far festa nelle chiese. Poiché Dio è di manica larga, sa di averci condannati in un momento di cattivo umore, e trovar gente che lo capisce gli fa un piacere tale che ronza di continuo intorno a loro, e lavora Lui per loro; e rende ricche di raccolti le campagne loro come capita di rado che siano di quanti si attengono alla lettera della Sua scrittura”. (Elio Vittorini)

Musica sia, ora, che ci serve.

Che stando sul Mar d’Africa mi sovviene di personaggi mitici, di epoche in cui la tavola imbandita sotto la pergola ospitava cene di Lucullo, pane, olive, cacio e uova sode, con acciughe e pomodoro secco quali note a margine. Mai mancò da bere, pure se se ne faceva uso in tanti e in tanto.

Seppure s’inebriava il tutto d’intorno, che svuotava meningi di contenuti eccelsi, talora capitava che d’iskra s’illuminasse il tutto, che la tavolata beona pareva trasformata in cenacolo, in zibaldone, senza che nessuno se ne lagnasse. E seppure, spiazzato dall’evento, il vecchio amico, di cabareth edotto, provasse a creare discontinuità col chiedere, ad accento di Piero Aretino, se Jo Pomodoro fosse di Pachino, vi fu una sera, ch’appare d’altra epoca, scontro durissimo, di dialettica quasi al limite del serramanico. E non so come che capitò di chiacchierare in toni pacati di Gattopardo, che taluno tirò fuori la cosa a margine di ragionamento, che fece supposizione che rimane mistero di chi ne completò lo scritto. Che il finale pareva appiccicaticcio, che Visconti, a creare capolavoro, pareva se lo fosse giocato pari pari. E fin lì si concordava, se nonché, come fu e come non fu me ne faccio immemore, che talaltro sbiascicò di “minchiata” di Vittorini, che ne cassò la pubblicazione per Einaudi. E lì s’aprì cavalleria rusticana, che mancò poco volassero piatti, dei bicchieri v’era meno rischio. Ora, io patteggiai a difesa dell’uomo d’Ortigia, di cui ero edotto circa alcune asperità caratteriali, per biografie di chi lo conobbe, di comuni conoscenze, che io ho anagrafica che non me ne permise frequentazione, nemmeno occasionale incontro. Pure, di tutta l’opera me ne costruirei monumento a capezzale, per scrittura magnifica, profondità d’abisso, acume d’analisi a vertigine. Ma anche pensiero di libertà definitiva, che disse no a Baffone allorquando era vietato di legge morale, pure al Magnifico s’oppose, senza rinunciar a radicale critica eterodossa di società. Che mi parve fosse naturale che cestinasse malamente l’opera d’uno che tutto cambia, perché nulla cambi, mentre s’avvampava di guerra a sangue a contadini esausti del lungo assalto a latifondo, morti a fasci di fuoco incrociato di picciotti e sbirraglia scelbiana. Pure, a me, le saghe noblesse oblige manco mi piacciono, m’infastidiscono, talora m’annoiano. Feci banda di tali convincimenti a gruppo compatto, che Vittorini fece bene, che avremmo controfirmato a sangue la scelta impopolare; ma la controparte era analoga di numero e di mezzi dialettici e, al calor bianco, alimentò disfida, che pareva Italia e Francia giocata da bimbi a fionde nei vicoli del Garofano Rosso. A dir di loro, la cassata – nel senso di censura, non di torta isolana – era infarcita di pregiudizio ideologico, che il libro del Tomasi, pure se pareva politicamente non correttissimo, era pur sempre capolavoro di scrittura elevata. La tenzone continuò a lungo, alimentata da rosso soave, arma impropria di guerra, solleticante ugole ad urla. Sinché tutto ebbe quiete, che il vecchio a banda ammise, a candido sorriso divertito dalla battaglia, che la lettera di Don Elio l’aveva letta per bene, che lì non c’erano i toni della censura, ma quelli pacati d’editor responsabile, con timido accenno all’incompletezza dell’opera. Incompletezza poi colmata nella pubblicazione definitiva da mano ignota, forse.

Che mi venne di quell’episodio metafora e morale insieme, che oggi due bande s’affrontano su campo assai più vasto, che di proprie verità fanno l’assoluto, come il reziario distrae il popolo bue dalla natura oggettiva dell’incedere delle cose, forse assai più semplice e pacata di contratti per bave alla bocca.

8 Marzo (Ante litteram)

Ammetto di averci pensato un po’ prima di scrivere questo post. In generale non mi piace aderire alle liturgie. So che l’8 Marzo è più che tale, pure se, ad onor del vero, del carattere liturgico s’è intriso e nemmeno da poco. Ci ho pensato poiché non m’andava di cadere – per di più qual maschietto con la M maiuscola delle attestazioni anagrafiche – nel gioco dell’”oggi se ne parla”, domani è un altro giorno, si vedrà. Poi mi sono deciso a pubblicare questa cosa, perché sia omaggio per le donne, ma anche per gli uomini che ci arrivano, per gli altri ce ne faremo una ragione, almeno per il momento. E mi decido con la coscienza relativamente a posto, giacché si tratta di un lavoro più complesso e non concepito per una “liturgia”. Un lavoro compensativo d’una memoria fallace, anche rispetto al ruolo delle donne nel nostro paese. Rievocativo di fatti che la storia ha relegato a trafiletti infimi nei libri di testo scolastici, forse per la loro ingombrante attualità – pure per sciatteria – e la cui analisi si trova solo in lavori di tutt’altro che facile reperibilità (ricordo quelli eccellenti di Anna Puglisi ed Umberto Santino del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”). Mi riferisco alla vicenda dei “Fasci siciliani”, ed al ruolo che le donne ebbero in quel movimento, un ruolo di partecipazione che mai s’era visto sino ad allora. Si trattò di un’agitazione sociale senza precedenti, iniziata tra il 1893 e il 1894, dilagando nelle città e campagne con un’organizzazione capillarmente strutturata ma dotata di un efficiente coordinamento regionale, ispirata dal socialismo e guidata da dirigenti per lo più giovani, intelligenti, colti e determinati (lo stesso Lenin, ne rimase colpito, e per adesione di massa fu seconda solo a quella che diede vita alla Comune di Parigi).

“Fino ad ora la parola di un italiano non poteva essere che modesta, anzi modestissima, nei rapporti del socialismo internazionale. Tutto al più avea valore di convincimento personale, o di promessa e di speranza da parte di pochi precursori liberamente o spontaneamente associati. Mancava il fermento della massa proletaria, che risultasse dal sentimento si una determinata situazione economica. Ora ciò e cambiato. Coi tristi casi di Sicilia il proletariato è venuto su la scena. Questa è la prima volta in Italia che il proletariato, con la sua coscienza di classe oppressa e la sua tendenza al socialismo, s’è trovato di fronte alla borghesia. Alla prima mossa è succeduta rapida la repressione. Ma ciò non rimarrà senza effetto. Gli stessi errori commessi serviranno di ammaestramento. La stessa borghesia, che per difendersi ha bisogno di reprimere, fa da maestra.

D’ora innanzi non ci sarà che progresso. Il socialismo, come forza impulsiva, investirà la massa proletaria. Cinquant’anni fa C. Marx ha detto (- ripeto il senso non le parole -) che non importa guardare a quello che il singolo proletario pensa o dice, né a quello che tutti i proletari pensano o dicono, ma a quello a cui sono necessariamente portati dalla loro stessa situazione. L’Italia di ora lo conferma”. (Antonio Labriola – Roma, 10 aprile 1894)

Adolfo Rossi, un giornalista d’inchiesta, si reca in Sicilia per studiare quel movimento. Ne intervista i protagonisti nelle campagne e rimane stupito di come siano politicamente preparati nonostante prevalentemente contadini analfabeti. Resta colpito in particolare dal ruolo delle donne – si stima che almeno un terzo degli aderenti al movimento sia costituito da loro – e dalla loro capacità di esprimere concetti politicamente elevati con proprietà di linguaggio e consapevolezza della propria condizione e delle prospettive della loro lotta. Per consentire un tale spazio alle donne nella nostra “consapevole” società evoluta, avremmo bisogno di “quote rosa” imposte ex legis. Inutile dire che il movimento fu represso nel sangue per volontà dell’ascaro Francesco Crispi (cui tante strade sono intitolate) che proclamò lo stato d’emergenza in barba alle leggi (lo Statuto Albertino ne prevedeva il ricorso, quindi l’intervento dell’esercito, solo in caso di presenza di invasore nemico sul territorio patrio). Tralascio di dettagliare quale concezione avesse delle donne il Crispi, rimandandovi semmai alla lettura del bellissimo libro, pubblicato da Sellerio, dell’amica Maria Attanasio, La ragazza di Marsiglia (storia dell’unica donna che partecipò allo sbarco dei Mille) dando piuttosto voce alle contadine dei Fasci come riportata fedelmente nel libro “L’agitazione in Sicilia”, di Adolfo Rossi, per un 8 Marzo ante litteram, concepito per essere tale ogni giorno.

Noi non andiamo più in chiesa, ma al Fascio.

Là dobbiamo istruirci, là organizzarci per la conquista dei nostri diritti.

Vogliamo che, come lavoriamo noi, lavorino tutti, e non vi siano più né ricchi né poveri. Che tutti abbiano del pane per sé e per i figli. Dobbiamo essere eguali. Io ho cinque bambini e una sola cameretta, dove siamo costretti a mangiare, a dormire, tutto, mentre tanti signori hanno dieci o dodici camere, dei palazzi interi (…)

Vogliamo mettere in comune le terre e distribuire con giustizia quello che rendono.

Ci deve essere la fratellanza, e se qualcheduno mancasse ci sarebbe il castigo.

Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno gli usurai. Alla fondazione del Fascio i nostri preti erano contrari e al confessionale ci dicevano che i socialisti sono scomunicati. Ma noi abbiamo risposto che sbagliavano, e in giugno, per protestare contro la guerra ch’essi facevano al Fascio, nessuno di noi andò alla processione del Corpus Dammi. Era la prima volta che avveniva un fatto simile. I signori prima non erano religiosi e ora che c’è il Fascio hanno fatto lega coi preti e insultano noi donne socialiste come se fossimo disonorate. Il meno che dicono è che siamo tutte le sgualdrine del presidente. Quando un reato è commesso da un ricco, nessuno se ne cura, mentre il povero che ruba un pugno di grano per sfamarsi va subito in prigione.

Vedete che per i poveri non c’è giustizia in Piana dei Greci! I signori dicono apertamente che ci vogliono ammazzare ad uno ad uno. (…) Per ora i nostri consiglieri non potranno far altro che impedire gli abusi e le prepotenze dei signori i quali finora comandavano anche nel Comune. Ma i Fasci nomineranno anche i consiglieri provinciali e i deputati, e quando alla Camera avremo maggioranza socialista….

Noi speriamo che sorgano presto anche nel continente. Voi vedete come si moltiplicano qui. Possibile che nel resto d’Italia i nostri fratelli che soffrono seguitino a dormire? Basterà che qualcheduno cominci a predicare anche là l’unione del proletariato. Anche noi fino alla primavera scorsa non sapevamo che cosa fossero i Fasci. Morivamo di fame e tacevamo. Eravamo ciechi. Non ci vedevamo.”

Nota al margine: Rispondo qui ringraziando quel paio di gentili amiche/amici per la preoccupazione espressa circa una certa disinvoltura con cui uso le mie produzioni, che loro interpretano come artistiche, in riferimento a testi e foto, senza tutelarne, nemmeno pro forma, la proprietà. Lo faccio ribadendo un concetto già espresso (e credo sia quello che ha fatto scattare l’allarme) e cioè che quello che pubblico su questo blog è, salvo espressamente specificato, prodotto da me, e poiché io qui ho deciso di essere nessuno, ossia solo un sasso cui eventualmente chiedere un nome, appartiene a nessuno, dunque a tutti. Per cui ne è possibile la riproduzione parziale, totale, a frammenti o come vi pare, il rimaneggiamento, la mutazione genetica o quant’altro si voglia, senza necessità di citarne la fonte, che del resto non è citabile, poiché nessuno non esiste…

Il rapimento della secchia

Ci sono cose a cui non ci si può sottrarre, nemmeno accampando scuse quali, io non c’ero, se c’ero dormivo, sic et simpliciter, non ne sapevo niente, non sono informato sui fatti. Non me ne posso sottrarre, pure se sono vere le premesse, non c’ero, non ne sapevo niente, ecc. La domenica mattina, che è rito consumato, m’arriva puntuale una certa rassegna stampa, sintetica di cose elevatissime, e la cui lettura, alla prima caffettiera ed alla seconda sigarettina, acquista il significato liturgico di certe abluzioni. Ed in detto modo scopro cose che non capisco come non si possano essere palesate prima nella mia vita, rendendola, dunque, sì scarsa di consapevolezze, m’addiverrei a dire vuota. Si narra, nella fattispecie quotidiana, di ferocissima polemica contro una nota conduttrice televisiva alimentata da svariati membri d’elevatissime intellighenzie siciliane. Sembra – a quanto pare – che la conduttrice di cui sopra, di sicura notorietà, abbia reiteratamente dato della Sicilia immagini inesatte, parziali, quando non esplicitamente denigratorie, con ospiti in studio la cui sola presenza avallerebbe tale lettura delle cose. Ma la Sicilia è ben altra, è cultura – c’è chi cita Sciascia come esatto contraltare delle scelleratezze di cui sopra -, chi si sofferma sulla sofisticatissima cucina, cui viene offerta la quinta scenografica di millenni di storia e bellezza. Per farmi l’idea per chi patteggiare però m’informo, cerco, pesco a strascico nella rete. E certo che mi raccapriccio, certo che quella non è la Sicilia. Quello è il mondo, dunque “anche” la Sicilia. Per cui opto per dichiararmi neutrale e non patteggio, poiché non capisco quale sia l’oggetto del contendere. Mi sono avveduto che la Sicilia è arte, cultura, bellezza, e me ne nutro tutte le volte che posso. Pure dalle pagine di questo blog, esterno il mio meravigliarmi. Ma non m’accenno a pensare che sia solo quello, che di morti ammmazzati se ne sono fatti, di schifezze umane, sociali e civili pure, d’orrendi casermoni e macelli del paesaggio ne ho visti nascere, crescere e moltiplicarsi. Dunque, se m’indigno, mi metto in loop, mica a comando d’altri; se mi straccio le vesti, m’ignudo a tempo indeterminato, non solo quando viene la bella stagione, che così non mi raffreddo. Pure, se v’è delizia ne faccio virtù, reiterandomela sinché m’è consentito, e me la difendo d’unghie e denti. Quindi, nella tenzone, nella consapevolezza che la cosa non priverà di sonno alcuno, né a talaltri provocherà strazianti sofferenze, mi faccio Svizzera e San Marino al contempo, che il rapimento della secchia è compiuto. E m’abbandono alla considerazione estrema di Mastro don Gesualdo Bufalino: “questo luttuoso lusso d’essere siciliani”.

Il Maestro di Regalpetra

Mi dicono che non si festeggiano i compleanni prima, pare porti sfortuna al festeggiato. E tuttavia non desisto: sono animato da buoni propositi. Non desisto poiché il compleanno è di persona assai in vista, di cui tanti, e di prestigio, diranno e scriveranno (vi potrei fare un elenco dettagliato e preciso, senza tema di smentita, di quelli che faranno gli auguri più mirabolanti). Mi porto avanti, insomma, non rischio, vista la vetrina di cui dispongo, d’essere tacciato di presunzione, poiché i miei auguri li faccio pure in anticipo. E poi, se li faccio in posizione defilata ed anzitempo non metto in imbarazzo nessuno di quelli di cui sopra. Mica mi voglio mettere a certi pari… Io che parlo coi sassi, sono praticamente un disadattato, sfioro il border line, ad essere ottimisti.

Il Maestro di Regalpetra l’ho incontrato alcune volte ch’ero molto giovane, titolare di assai più capelli pure dai cromatismi definiti. Mi fu anche presentato, almeno tre volte, e se si esclude la prima, per le altre si replicò la liturgia, segno d’un passaggio inosservato degli antecedenti, cui non m’opposi, più per pudore che per orgoglio. Del resto, allora, al massimo, frequentavo luoghi di risacca, e le partenze non mi si confacevano. Ed un’isola è piccola e chiusa per definizione. Gira, gira, alla fine ci si incontra. Foss’anche per un rosolio alla cannella in riva ad un bar.

Ad ogni buon conto, un secolo fa, l’8 gennaio 1921, nello stesso anno del PCI, nasceva a Racalmuto, in provincia di Agrigento, Leonardo Sciascia. È stato tra gli intellettuali e scrittori italiani più rilevanti del secolo scorso. Nisticò, storico direttore dell’Ora di Palermo, l’avrebbe definito siciliano di scoglio, per la sua ritrosia – forse ripulsa, persino – a lasciare, anche solo per brevi periodi, l’isola. Eppure la sua opera, organicamente incentrata sullo studio delle viscere della Sicilia, del suo lato oscuro, lo rende protagonista della letteratura internazionale, poiché ha reso il racconto della sua terra l’archetipo illustrativo delle contraddizioni umane. La sua scrittura era tagliente, acuta, disvelava in ogni passaggio la sua conoscenza profonda del carattere dei siciliani, ne metteva a nudo il dispiegarsi in tremila anni di storia, in una sorta di continuità che ha fagocitato impietosamente ogni sovrapposizione culturale. Una Sicilia oppressa che ha reso i siciliani propri stessi oppressori, li ha inesorabilmente integrati nella natura ambigua in cui verità e menzogna si inseguono in un gioco permanente di specchi. Come volesse riprodurre ciò che l’immagine geografica di quella terra ha voluto restituire con la sua forma, tripartita, triplice, triangolare, in un ritorno costante e circolare a quel tre che, oltre la perfezione del numero, incarna la somma del primo pari e del primo dispari, articola il tutto esattamente alla stregua del suo esatto contrario. Molti suoi scritti, hanno la caratteristica di riprodurre le dinamiche diacroniche di un rapporto autorigenerantesi all’infinito tra vittime e carnefici. La sua stessa concezione della rinascita dell’isola era sviluppata sulla contraddizione tra la necessità ineluttabile di un processo rivoluzionario e la constatazione della sua stessa irrealizzabilità. Allo specchio mette, ne “Il giorno della civetta”, il capitano Bellodi e il padrino don Mariano Arena, in un dialogo amplificato dal film tratto dal romanzo e per la regia di Elio Petri. In quell’occasione, Sciascia fu accusato di volere in qualche modo legittimare la vecchia mafia, tutto sommato permeata ancora da un “codice d’onore”. In realtà, alla luce della produzione complessiva del maestro di Racalmuto, pare piuttosto che emerga una sorta di tacito riconoscimento del padrino allo stato come proprio “affidabile” interlocutore. Nel breve spazio di un dialogo, Sciascia ripropone insieme la questione meridionale, la subcultura mafiosa, ma anche la sostanziale accondiscendenza dello stato, per un gioco delle parti protrattosi sin dall’Unità d’Italia, che ha consentito all’organizzazione criminale di divenire “una” delle tante espressioni manifeste del potere e di evolversi sino a dimensioni allora insospettabili. Insospettabili proprio per benevolenza istituzionale. “La mafia se non ci fosse bisognerebbe inventarla”, diceva Scelba, da ministro dell’interno, assai proteso più a soffocare le rivolte contadine nell’isola, piuttosto che le vittime della sopraffazione mafiosa. Ma anche per una qualche distrazione da parte di pezzi consistenti della stampa, compresa quella locale, che, come certi consigli comunali – dunque, anche della politica -, diceva Sciascia, preferiscono parlare del Vietnam che delle cose immediatamente fuori dell’uscio di casa.

Lui, invece, vuole vederci chiaro. Individua nella mafia la ricomposizione sociale, politica, culturale di eventi storici. La sua genesi, la sua esplosione, la sua straordinaria capacità criminale, non è frutto del destino cinico e baro, o di una sorta di deriva genetica dei siciliani, ma della precisa combinazione di obiettivi strategici, di natura politica ed economica, e della miseria, della destrutturazione culturale di un intero popolo messa in atto cinicamente. E non vi sono né sollevazioni popolari, né uomini dotati di raffinatissimo intelletto che vi possano porre rimedio. In qualche modo, Sciascia usa i suoi personaggi come burattini o marionette di questa trama già scritta. Il loro apparire sulla scena è la recita a soggetto, ciò che li precede è già noto, inutile reiterarne la genesi. I suoi personaggi sono prigionieri della storia, ed interpretano il ruolo che questa ha riservato loro. Non godono di alcuna libertà, non riescono nemmeno per un attimo ad essere artefici del proprio destino. In questo senso, forse, la sua narrativa è spietatamente antipirandelliana, poiché l’altro agrigentino certamente lasciava, pur mantenendone per sé il controllo con fili sottilissimi, margini al libero arbitrio dei suoi personaggi, perché fossero protagonisti della propria stessa vicenda umana.

Nella sua scrittura, Sciascia appare dotato di una capacità straordinaria di sintesi, a fronte di un profondissimo acume analitico. I fatti vengono eviscerati, scandagliati da ogni angolazione, disvelati nella loro contraddittorietà e quindi esposti senza nulla concedere all’improvvisazione narrativa. Ma nella sintesi efficace non si abdica all’espressione sorprendente, all’invenzione letteraria, ad un linguaggio superbo, colto, elegante. Il ruotare intorno alle vicende storiche e umane, all’osservazione attenta e minuziosa d’ogni più recondito ed apparentemente insignificante dettaglio, sembra essere l’esatto contraltare della sua postura statica. Immobile, come la statua che campeggia sulla piazza del suo paese natale, con l’immancabile sigaretta in mano, Sciascia si è assicurato un posto in prima fila nel teatro degli accadimenti, la cui rapidissima e folle corsa li porta a roteare intorno a lui perché ne possa cogliere le più impercettibili sfumature.

La sua coerenza è granitica, non ha mai inteso giustificarsi di quanto detto e scritto. Ho già detto delle critiche a “Il giorno della civetta”. I suoi interventi da deputato contro il duro trattamento che veniva riservato ai terroristi, gli era valsa l’accusa di una sorta di accondiscendente benevolenza nei confronti di questi, e critiche feroci aveva suscitato l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera “I professionisti dell’antimafia” – titolo che, invero, non aveva scelto lui – in cui attaccava le modalità di selezione dei magistrati impegnati nella lotta alla mafia. In quell’occasione, pure per il riferimento esplicito a Paolo Borsellino, fu al centro di polemiche alimentate dai suoi detrattori che si erano spinti a definire quello scritto come un regalo alla mafia ed un’aggressione gratuita a chi cercava invece di contrastarla. Ma se, nel primo caso, è ovvia la natura di recupero dello stato di diritto – non è possibile derubricare la lotta alla tortura come un semplice orpello protoumanitario, al cospetto del pericolo ancorché oggettivo del terrorismo (quale riferimento vertiginoso a “In morte dell’inquisitore”) -, nel secondo, la riflessione non fu così ben accetta, tanto più che arrivava a valle della stagione della guerra di mafia. Sciascia, con scarna puntualizzazione, precisò che lo stesso trattamento “benevolo” riservato a Borsellino non valse per Giovanni Falcone. Fatte salve le differenze contestuali tra quel periodo e le sabbie mobili dell’attualità, in quanti, oggi, si sentirebbero di criticare quel j’accuse alle modalità di attribuzione degli incarichi in magistratura?

Emerge ancora uno Sciascia che individua nel suo presente le condizioni degenerative del futuro, una prospettiva sempre e comunque di causa-effetto d’ogni accadimento umano.

Romanzi come “Todo modo”, “Una storia semplice”, “A ciascuno il suo”, dovrebbero essere dotazione organica delle scuole d’ogni ordine e grado. E l’obiezione della loro specificità regionale non ha fondamenta: quanto pensate che uno studente di Cefalù possa riconoscere come parte della propria identità un’immagine quale “quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno”?

Sciascia è stato un intellettuale autentico, non s’è accomodato, men che mai posizionato. Ha mantenuto distanza critica costante dal potere poiché quello era suo compito statutario, l’unico che consente all’intellettuale di contribuire a cambiare lo stato di cose esistente.

Ahimè, non se ne vedono molti altri in giro. Mala tempora currunt.