Viaggi dentro i paraggi (Allonsanfàn parte diciottesima: Gigliola Siragusa)

Ed è Palermo, la fastosa e miserabile Palermo, con i suoi palazzi nobiliari che imitano le regge dei Borboni tra i «cortili» di tracoma e tisi, con le ville-alberghi in stile moresco-liberty di imprenditori come i Florio che s’alzavano sopra i tetti dei tuguri; la Palermo delle strade brulicanti d’umanità come quelle di Nuova Delhi o del Cairo e dei sotterranei dei conventi affollati di morti imbalsamati, bloccati in gesti e ghigni come al passaggio di quello scheletro a cavallo e armato di falce che si vede nell’affresco chiamato Trionfo della morte del museo Abatellis.” (Vincenzo Consolo)

Conosco Gigliola Siragusa solo attraverso le sue foto, ma è cosa che basta. Di notizie biografiche ho appena quelle che servono: ha collaborato con le Edizioni Kalos, vinto premi nazionali di fotografia, una laurea in lingue e letterature straniere, anche un master in arredamento e progettazione. Per il resto rimangono i suoi scatti a costruire la narrazione completa della sua ispirazione artistica.

Gigliola Siragusa attraversa le strade di Palermo e d’altre urbanità isolane, ne coglie essenze fondamentali d’umanità tra le pieghe di ambiti distanti da immagini da cartolina. Siano a colori o scatti in bianco e nero, le sue “visioni” disvelano sempre e comunque ventagli di cromatismi, sono ironiche e divertite, anche quando indugiano su soggetti che, per convenzioni non scritte, avrebbero l’unico destino di certificare marginalità e disagio. Sono foto senza tempo, trasudano passione autentica d’appartenenza, non si curano delle grandi trasformazioni ma dentro queste riescono a scovare ciò che resta di vita che pulsa. Nemmeno si preoccupano di nascondere decadenze e disastri, pare li amplifichino anzi, ma per relegarli a quinte per storie di vita, speranze, sorrisi, umanità varie che si parlano, che scelleratezze ed abbandoni non sono riusciti a spegnere. Diventano identitarie d’una storia che ha secoli, millenni, a dispetto d’una tecnica nello scatto moderna e ineccepibile. I giochi di luce disegnano nei volti dei suoi soggetti il tracciato definito d’un linguaggio che non si accende sotto i riflettori dello spettacolo, ma ha linfa vitale propria, non prodotta da artefatti. I suoi sono modelli abilissimi – anche quando inconsapevoli – nel partecipare al gioco di rimandi in cui soggetto e fotografa si riconoscono quali parti d’un tutto condiviso, dando vita a dialoghi serrati di luci ed ombre, senza quelle parole che pare comunque di sentire.

Guardando le foto di Gigliola Siragusa s’avverte il vocio musicale e soffuso dei vicoli e delle botteghe, quello scomposto di festa dei mercati, delle strade affollate di centri storici che patiscono sacchi e violenze, del gran fermento d’una festa, dei gridolini di bimbi che giocano nei cortili o ovunque ci sia spazio per far rotolare una palla, l’amalgama di suoni e rumori delle stazioni, d’un terminal qualunque d’una suburbia dimenticata.


Gigliola Siragusa attraversa le sue Sicilie come altri prima di lei, da El Idrisi in poi, con la voglia di raccontarla com’è, desiderio di scoprirne ancora qualcosa, senza tralasciare nulla. Dunque, si concentra più su narrazioni non consuete, sulle sorprese, come fecero Letizia Battaglia, ma anche Enzo Sellerio, tutti a cogliere, con sensibilità d’artista, le vestigia dell’isola che fu tra i disastri e le contraddizioni del contemporaneo.

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