La biennale (Allonsanfàn parte ottava: ancora su Sergio Poddighe)

Che v’è traccia di biennio grigio, fra poco s’avrà d’accadimento che giornale su giornale, TV su TV, come Torre di Babele, pure ogni social e a-social, proferiranno memorie a ricordo di tutto ebbe inizio, di quando l’umanità scivolò in incubo d’assurdo. Io mi porto avanti, che non celebro, ma m’attrezzo di musica.

M’è dato – immagino come ai più – di pensare al mancante di questi due annucci belli, trascorsi in ambascia da atomica, per pensiero a ciò che non c’è, che, a dir pur il vero, non è tanto pure se è troppo. Che mi manca farmi il lavoro mio dabbene, e non di rincorsa ad ansia, a crocettare moduli espansi a logaritmo, e di tanto chieder conto a francobolli a monitor o facce a vincolo di maschera, espressioni irrisolte, antologia di parte mancante. Manco di movimento a bellezza, di libro condiviso tra libri, di mostra orchestrata a chiacchiera d’autore, di concertino a base ritmica di whisckettino, la solitudine in chiave di Sol a contrappunto d’improvvisazione. Trattengo lacrime, che m’impigrisce d’usarne per l’arte che muore. che al biennio mi faccio mia personalissima biennale, mi ricordo d’artisti, e, con aggiornamento appena a plausibile, mi riprendo in mano cosa vecchia eppur giovane.

E chi lo può sapere quando finisce, che fior fiore d’esperti s’arrabattano come alchimisti di medio evo, a non buttar giù le porcellane buone, a non turbare suscettibilità di tribunali d’inquisizione social, che quelli maneggiano punizioni e torture peggio di certi tenutari di scantinati d’antichi castellacci e di anticamere di forche papaline. A dirla, che fui pescatore, si naviga a vista. Posto questo, che mi pare di buon senso, quasi chiacchiera da bar, forse pure peggio, ci sarà poi da rifar casse pubbliche a fondo grattato, che chi pagherà sa già dell’oro alla patria. Poi, ciascuno, fa i conti con le proprie vittime. E chi sceglie di campare d’arte, che già era cosa assai complicata a tempi di vacche grasse, ora, con bovini a stecchetto, s’attende di attraversare il deserto. Che se compro un quadro bello – quello mi permetto, non di più – spendo quanto un paio di telefonini, ma il quadro, ch’è anticamera d’inferno, se non lo brucio a camino a tempi ancor più di magra, mi dura, l’altro me lo danno a scadenza. Se compro un libro, e metti caso mi viene pure schiribizzo a lettura, rubo tempo, ore e giorni, a rischio che mi spunta lo spiritello critico, m’arricchisco di prospettive e non di cash & carry. Tolgo tempo ad altro a scadenza, a fila alla cassa. Se mi vedo una mostra o spettacolo di teatro, non solo tolgo tempo a cose che hanno più apPIL, ma poi me ne vengo fuori con strane idee, forse anche solo con idee. M’arrischio di possessione, che, fatta salva la “nobile” eccezione, cultura non è missione a gratificazione d’anima, o magari roba a camparci a dignità, è cosa d’affari, di prebende, familismi. Mi posso, che ne so, per suadente lusinga di cliente, considerare che sono attore memorabile, fotografatore (da notare il neologismo, contraltare d’accezione corretta) ispirato, dipingitore (anche qui, mi supero in politically correct, che potevo dire imbrattatele, ma sono persona dabbene) sublime, scrittore arguto e raffinato, e pure, a somma fortuna che s’accompagna ad ego smisurato, essere cugino del sindaco, cognato dell’assessora, nipote del plurimilionario fabbricatore, che pensa ch’è meglio mi dedichi all’arte, dovesse saltarmi lo sghiribizzo di metter bocca negli affari di famiglia. Questi, che di prebende fecero virtute, la crisi non la patiranno, e si vedranno garantiti posti e fortune, notorietà imperitura. Che se poi, con umile portamento, gli chiedi di condividere almeno spazi e non denari, ti guardano come fossi il lazzaro senza speranza di resurrezione, che c’è pericolo di contagio (ma quale contagio?), ti rigirano il no, sotto forma di c’è chi può e chi no: ed io può, che da quelle parti troppa cultura bene non fa.

Allora, a me, che di talento non dispongo, ma che, per disponibilità e temperamento, nell’arte (che costa assai meno d’altro a scadenza) trovo soddisfacimento per certe pulsioni elementari, mi viene in mente la pletora degli altri, che non li manda Picone e che non hanno facce le cui sembianze sono assimilabili ad altre zone anatomiche. Ecco, tra questi ce ne sono di bravi, di talento portentoso, che hanno studiato, ma non diritto di cittadinanza, per carattere e ritrosia. Talvolta, – assai spesso, invero -non hanno santi in paradiso che li illuminano d’incenso. E allora io voglio fare una cosa, cosa da poco, roba che vale quel che vale, che certe volte conta il pensiero. Io questo ho, il blog, e glielo apro, li presento, li ospito come fosse casa loro, anzi, è casa loro. Che importa in quanti leggeranno, che sarà comunque uno in più.

E allora comincio subito con uno che trovo veramente bravo, perché me lo ritrovo magicamente tra il surrealismo di Breton, le copertine delle Mothers of Invention, pure tra amici cari: Sergio Poddighe.

I lavori di Poddighe sono la rappresentazione del contesto dei desideri umani e dell’uomo stesso come soggetti effimeri, metafora della parzialità dell’essere. L’uomo, dunque, è entità incompleta, mutilata, che rincorre l’effimero come unica vacua speranza compensativa. Riempie i propri vuoti creandone di nuovi, rincorre le proprie ansie costruendone di ulteriori, mai definitivamente consapevole del proprio progressivo allontanamento dalla concreta condizione umana. Proprio sulla condizione umana le opere suggeriscono una riflessione profonda, una riflessione ed un’analisi che possono essere affrontate da più punti di vista, poiché l’accettazione della complessità, quindi delle diverse angolazioni dell’osservazione è l’unico strumento attraverso cui è possibile costruire una prospettiva di ricomposizione dell’essere umano, a partire dalla constatazione della propria progressiva mutilazione.

Sergio Poddighe è nato a Palermo nel 1955. Si è diplomato al Liceo Artistico della sua città e in seguito presso l’Accademia di Belle Arti di Roma (corso di pittura). Ha insegnato Discipline Pittoriche presso il Liceo Artistico Statale, dal 1990 risiede ed opera ad Arezzo. Si è interessato agli aspetti simbolici e psicologici del segno grafico (per questo ha frequentato per un anno l’Istituto di Studi Grafologici di Urbino), come delle espressioni legate al mondo dell’illustrazione, del fumetto e della pubblicità. Ha prestato la sua opera per l’esecuzione di decorazioni, copertine di libri, manifesti legati a spettacoli ed eventi culturali. La sua ricerca pittorica si snoda attraverso percorsi espressivi diversi: dalla grafica, alla sintesi tra manipolazione digitale e pittura propriamente detta. Ha all’attivo numerose personali e partecipazioni a rassegne d’arte contemporanea in Italia e in Europa (Francia, Germania, Belgio, Svizzera, Austria, Romania, Croazia). Ha esposto in rassegne d’arte contemporanee in Usa (New York City, Houston, San Diego, Los Angeles), e al padiglione italiano di Art Basel Miami (edizione 2010); con i reduci di questa rassegna ha partecipato, in seguito, a “ Venti artisti internazionali a Palazzo Borromeo” , Milano. In Florida, inoltre, presso la contea di Walton, ha allestito due personali. Sue opere fanno parte d’innumerevoli collezioni private e pubbliche.

https://www.sergiopoddighe.it/

Kind of Blue

Mi ricordo poco i dettagli del palesarsi di momenti luttuosi, l’evento in sé contempla l’attenzione completa oltre la cornice. Il 28 settembre del 1991 me lo ricordo bene, invece. Pure se era un giorno qualunque, alla fine d’una giornata come le altre, che si concludeva allo stesso modo di tante passate, di una moltitudine a seguire, davanti ad una caraffetta di vino ed alla bruschetta. “È morto Davis”. Mi disse il ragazzo del pub. Davis? Chiesi. “Miles Davis”. M’ammutolii. Lui ebbe la malaugurata sorte di continuare. “È stato un grandissimo musicista”. Vabbè. Mi dissi. E fu la prima e l’ultima volta che non profanai il fondo d’una caraffa. M’alzai e nemmeno pagai il conto, non se lo meritava. Che definire Miles Davis come un grandissimo musicista è come definire Ulisse un eccellente viaggiatore. Ce ne sono pletore di grandissimi musicisti, taluni lo stesso Davis li disprezzava apertamente.

Anche definirlo musicista è la riduzione ai minimi termini d’un’opera epica. Miles Davis è stato compendio narrativo della storia dell’arte del XX secolo. Non è stato un innovatore, ma un rivoluzionario che ha fatto e vinto la sua rivoluzione. Viene dopo Gillespie, dopo Parker, ne era ammirato, ma soffiava nella tromba senza una sparata di quelle buone, come quelle con cui i suddetti ti lasciavano ginocchioni e senza fiato solo ad ascoltarle. Lui, viceversa, era l’inventore del teletrasporto, più sofisticato di quelli di Star Treck, che ti porta dove vuoi. Faceva volare i tappeti come manco in un racconto da Mille e una Notte, muoveva le corde dell’anima con una dirompenza che non capivi da dove venisse, era bufera sotto le mentite spoglie della brezzolina di primavera, lo Tsunami che si camuffa di placide acque di stagno. Ossessionato da mille angosce, scorbutico, indisponente, l’avevo visto ad un concerto poco prima, e mai s’era mostrato in volto. Ma ogni suo nota sgusciata dalla tromba rossa, t’entrava dentro e ti mostrava il dettaglio sorprendente dei suoi lineamenti, sicché parevano incisi nel granito da mastri scalpellini del Rinascimento. La sua vicenda personale e artistica è monumentale opera letteraria, serie pittorica, portfolio d’un grande fotografo, financo film d’autore raffinatissimo, dove ogni fotogramma, come ciascuna delle sue note, è opera compiuta in sé. La trama di quell’opera è spiazzante, straniante, sorpresa autentica. Detestava i jazzisti della sua generazione, con taluni che avevano suonato con lui era sprezzante. Solo Coltrane era riuscito a sottrarsi ai suoi strali, pure era davvero il suo esatto contraltare, con quel sax che pareva lanciare urla furibonde di rivendicazione identitaria, d’appartenenza ad un’America che si sollevava. Le atmosfere sospese, soffuse di Davis, invece, parevano a loro agio accanto a Juliette Greco, nei salotti artistici della Rive Gauche. antitesi dello scontato, colpo di genio biografico. È forse per questo che Kind of Blue è musica definitiva, Ascenseur pour l’échafaud vertigine esistenzialista.

Così, poi, ho capito perché, al contrario di altri eventi luttuosi, quello me lo ricordo bene: perché Miles Davis, in quel 28 settembre di trent’anni fa, semplicemente non è morto, ha solo cambiato prospettiva, arricchito la sua biografia. Non mi pare, infatti, che ci sia stato un solo giorno, da allora, che non abbia sentito la sua tromba viva, che non abbia avuto la percezione esatta che quel suono, allo stesso tempo laconico e dirompente, non mi struggesse o sollevasse all’uopo. La sua musica continua a riempire spazi, quelli che decidiamo di lasciare vuoti, pure quelli che si svuotano da soli e non sappiamo mai di preciso come colmare. Dunque, difficilmente mi sovviene come si possa recitare il de profundis per chi non s’arrende ad esistere, a dispetto di quella banale nota biografica rappresentata dalla seconda data accanto ad un secondo luogo.

L’isola che non c’è più (ancora meno)

Ci vado ogni tanto, e aguzzo gli occhi tra i faraglioni, scruto l’orizzonte questa volta non per cercare la sorpresa, ma qualcosa che m’aspetto ci sia. L’ultima volta è stato qualche giorno fa. Niente, non c’era niente. Si, l’alta marea inganna. Ho montato uno zoom più potente, che mi spinge l’occhio un tantino più in là. Ma la calma piatta non si rompe da lì all’infinito, non v’è traccia di quello che m’aspetto. Non mi rimane che contemplarla, l’isola intendo, nella foto che fa da testata al mio blog in premonitrici forme crepuscolari. Pure la voglio ricordare così, come ne ho parlato solo qualche mese fa che ancora si vedeva.

“Le rughe dell’altopiano, scavate dalle lacrime di Gea, si distendono di meraviglia mentre s’approssimano al mare. E gorgheggiano ancora nei pantani immediatamente a ridosso della costa, salmastri come si compete all’emozione a tinte forti che li ha prodotti. È terra che s’immagina, tanto nelle memorie latine, quanto in quelle arabe, sia stata approdo di Ulisse, uno dei tanti Marsa at Bawalis che non c’è terra del Mediterraneo che se ne sia privata. Forse, per quella vegetazione accesa da Eden ritrovato dell’ultima ruga, prima della grande evoluzione dell’orizzonte, mi sovviene potesse trattarsi di terra di Lotofagi, ma non insisto, poiché nessuna comunicazione ufficiale m’è giunta da poeti con difetti visivi. V’era, su quella costa – così diceva un tal Camilliani, architetto bergamasco esperto di fortificazioni, che la costa della Trinacria, nel XVI sec., se la fece a periplo per studiare la difesa dell’indifendibile – un castellaccio prossimo ad un paese diruto. Poi, per secoli, solo povere case sparse sull’instabilità di dune alte come nel deserto più interno, celate da canneti e lentischi, tra le gemme azzurre e bianche di stagni e sale.

Ne parlavano come la Valletta dei Lupi, a certificare che quella era terra di nessuno, un tempo martoriata dalla malaria. Non c’era la fila per andarci. Così, deserta, me la ricordo, allorché, certe domeniche, si faceva festa nella cascina a fianco la vigna della vecchia zia, dove le uve succhiavano, pur di sopravvivere, acque salate dal mare. Così il vino veniva su aspro e sapeva di mare e terra insieme, che al palato non distinguevi il confine. A berselo per buttar giù le telline, abbondanti pure se tiravi su solo un pugno di sabbia dal bagnasciuga, era esperienza che riconciliava col tempo che passa, poiché lo bloccava come la sbarra faceva con la fila dei carretti di sale e lupini al passaggio della littorina. Dirimpetto alla costa, a spezzare la linea dell’orizzonte, c’è quella striscia di terra, cento metri di scoglio affiorante con un piccolo faro che vi sporge lateralmente, perché le navi che trafficavano il Mar d’Africa sin dai Fenici, non finissero per farne conoscenza rumorosa. Ci andavo a nuoto con una camera d’aria a traino, per non sfinirmi, e lì, maschera e coltello, dopo aver assaggiato il mare nello scrigno dei ricci, mi concedevo la spesa dei polpi per l’insalata della sera. Ci cresceva poco sopra, troppo stretta e troppo a mare, solo i porri selvatici che le avevano dato il nome. Chissà come c’era finita lì quell’isola! Forse un bradisismo, o forse era ciò che restava d’un istmo che le correnti avevano amputato. Fatto sta che mare a destra, a sinistra, a nord, pure a sud, mi pareva che stavo viaggiando con una zattera alla deriva. E gli anfratti rocciosi erano le stive per i miei arnesi da pesca e di certi sacchetti di iuta. Tutta roba che ci ritrovavo al mio ritorno. Chi toccava niente lì? Ed anche qualche pirata vi fosse sbarcato, che ne so, alla ricerca d’un tesoro nascosto, certo non si sarebbe emozionato alla vista d’un paio di coltelli arrugginiti, un gancio incordato ad un tubo di zinco, e quel po’ di contenitori di prede preziose, lì all’uopo per essere riempiti. E ne avrei riempiti anche con lenze ed ami, che lanciavo più a sud, verso l’orizzonte aperto, dalla prua della mia gigantesca ed inaffondabile nave. Ebbi pure compagnia, senza saperlo, poiché lì ci ritrovarono i resti sepolti d’uomini e donne, forse i familiari dell’Emiro Ziyadat Allah III, che qui li seppellì dopo averli trucidati, temendo per loro la peggior sorte d’una sospetta congiura di palazzo.

Nelle giornate in cui pareva che si fosse un tutt’uno col mare, riconquistavo la terra ferma a bracciate stanche e disordinate, che certe navi rocciose così grandi toccano il fondo e non possono attraccare. In spiaggia mi pareva che la cosa più sorprendente di quel viaggio fossero le stelle pittate sulla sabbia da mano d’artista. E la passione di fare castelli di sabbia d’ogni fatta che il tramonto colora di rosso.

Poi qualcuno s’è avveduto che quello era posto di meraviglia, e casa su casa, orrore su orrore, è venuto su un paese che quasi si bagna le fondamenta a mare. Ed i bagnanti fanno chiasso che i cavallucci sono fuggiti atterriti e non ce n’è uno manco a pregarlo in aramaico.

L’isola, invece, piano piano sparisce, quasi non si vede più. Me ne serbo il ricordo antico nella vecchia foto della testata di queste note al margine. Ma non è cosa ch’attiene a leggende o fugaci apparizioni come per certe Ferdinandee. Dicono che è la corrente che se la sta mangiando, quella spostata là di forza dal grande porto a ovest. Macché, figuratevi se il mare si mette ad ammazzare la sua bella figlia, rispondo, l’isola se ne sta andando da sola, di sua volontà, che quello schifo non lo regge. E ne ha ben donde – o d’onde, fate voi – , direi”.

6 Luglio 1971, Satchmo sulla Luna

Theodor Wiesengrund Adorno l’ho adorato e lo adoro, tanto che mi spilucco i suoi Minima moralia come una beghina si sgrana il rosario in modo acritico, capace d’esaltarsi financo all’apologetica sottolineatura mantrica d’un Sambudello. Poi m’arriccio e m’adombro, m’indispettisco stizzito se mi parla del jazz come cosa degradante, puro piacere estetico, alla stregua d’esperienze pornografiche e gastronomiche. Musica-merce, come certe canzonette volgari, lontana dalle dinamiche autentiche d’umanità oppresse, asservita ad una concezione dei rapporti sociali capitalistici, subdolamente veicolante i contenuti esiziali del consumo a prescindere. Mi faccio d’improvviso eretico al pensiero di Coltrane e Mingus seduti con espressione inebetita sui banchi d’un supermercato, mi ateizzo di botto se m’immagino Gillespie alla stregua d’un imbonitore per saldi di pentole e materassi. Poi, dopo il primo acchito di repulsa, l’abbattimento del totem ed il superamento d’una dipendenza liturgica in favore del vizio puro, mi rassereno, mi rifaccio razionale, e m’avvedo che tale critica furibonda, il tedesco se la concepiva in quel ventennio tra anni trenta e primi cinquanta in cui ancora Mingus non solleticava utilmente le corde del contraddittorio, della dialettica in controtempo. Ed è chiaro che Adorno adduceva le sue ragioni di negazione d’arte per il jazz allorché, al suo orecchio perfetto, s’avvicendavano, effimere e suadenti, le partiture semplici e ripetitive di certe orchestrine swing, con patinature che, senza porre questioni di discernimento particolare, sapevano della voce cavernosa e della tromba ruffiana di Louis Armstrong. Dunque, in siffatto modo rappacificato coi miei credi, pure m’azzardo ad avallare le critiche furibonde del Francofortese. E se le gote più gonfie del mondo riferivano di nostalgie profonde e malinconiche per i bei tempi andati in certi sobborghi di New Orleans, già mi prefiguro le corse dal dermatologo per certe eruzioni cutanee, sobbollenti sotto traccia, di uno qualsiasi dell’ampia tribù dei Marsalis. Che certo, lui, era rivendicativo e vertenziale, difensore della causa di ex – ma non troppo ex – schiavi, non più di quanto non lo fosse Pippo di Topolino, piuttosto pareva l’esatta riproduzione al maschile di Butterfly, la domestica di Rossella O’hara.

E allora pace fatta, tutto a posto? E no, che rimangono dubbi, che m’arrovello d’incertezze. Che se fino ad ora il ragionamento a me pareva non facesse una grinza, manco una pieghetta rasa rasa, se m’ero accodato nel derubricare le strombettate dell’omonimo del passeggiatore lunatico, a pura e semplice mercanzia d’asporto, più d’una cosa, a cinquant’anni dalla sua dipartita, non mi torna. Semmai mi sovviene che quando bambineggiavo intorno al giradischi della Selezione del Reader Digest, dalla puntina abbassata senza garbo dalla mamma, gracchiava quella tromba, ed a me mi si muovevano le gambe. Era come se ci fosse qualcosa di magico e misterioso in quella roba, prima che l’età della ragione m’inducesse ad espellerla a lungo per consapevolezze – quanto spontanee non saprei dire -, che non m’evitava di ridere come se mi facessero il solletico sotto i piedi. E il “No, Satchmo no”, piano piano, lentamente, s’è spento, né più mi viene di saltare al brano successivo d’una compilation quando quel tappeto di velluto si fa suono. Pure mi si allarga il riso se mi prefiguro il faccione da palla da basket che campeggiava sulla copertina d’un vinile, più d’uno, anzi. Pare proprio vero che quando s’invecchia si torna bimbi.

Forse era un conformista Armstrong, e sottolineo il forse, che ormai non ne sono manco più così sicuro. Che certo non rilasciava dichiarazioni roboanti a difesa della sua gente. Ma all’apice del successo, durante i disordini razziali degli anni ’50, non esitò a mandare a quel paese il governo americano dopo aver visto un bianco sputare in faccia ad una studentessa nera. Quindi non staccò nemmeno il biglietto per un tour in Russia organizzato dal dipartimento di stato, ed in piena guerra fredda, se non significava esattamente “mi scelgo io qual’è il mio paese”, certo somiglia parecchio ad un “so comunque chi è la mia gente”. Ed è difficile non ammettere che il suo stile, così apparentemente semplice e ripetitivo, alla fine ha consentito di creare i presupposti perché il jazz divenisse musica libera ed universale, persino entrando nelle viscere e rivoltandole di chi apparve come il perfetto contraltare del Nostro. Non credo sia così scontato che, senza quell’esperienza Ragtime, avremmo ascoltato un giorno le furibonde tirate di Ornithology, nemmeno le ovattate atmosfere di Ascenseur pour l’échafaud. Pure, nell’evidenza che i dischi comunque li incidevano i bianchi, lui fa d’aprifila, abbatte una frontiera che non era scontato che in una certa America potesse crollare. Se poi non s’è messo a rivendicarlo per se e per altri, al limite, chi se ne frega, se quel faccione m’ha fatto ballare e sorridere, e qualche volta lo fa ancora. E manco stavo nella pelle quando, ad un paio d’anni dalla sua scomparsa, ho scoperto che il vecchio amico inglese, assiduo frequentatore d’ogni jazz club minimamente rispettabile d’Oltremanica, e con cui dividevo fiaschi di vino e jazz nella bettola sotto casa, prima del suo ultimo viaggio, aveva dato disposizioni che mi si recapitassero tutti i suoi vinili e centinaia di musicassette dell’ “odiato” jazz dell’adorato Adorno. E, fatto ovvio che ve n’erano parecchie di Satchmo, non ho resistito alla tentazione di procurarmi un vecchio mangianastri in un mercatino di vecchiumi che, premi un tasto, poi un altro, fa pendant con le atmosfere fumose di casa mia, e colonna sonora per certi whisky torbati, mentre mi scappa quello strano fenomeno che le gote mi si gonfiano a pallone da basket.

La lentezza e la ri-scoperta del silenzio

Avendo raggiunto le amate sponde, laggiù, dopo ovvio, lungo e periglioso viaggio, che tale divenne non appena m’accettai – con scarse alternative invero – d’affrontare l’ultimo tratto in modo assai convenzionale, ossia percorrendo strade appellate autostrade (più precisamente mulattiere ingorgate) di felicità riposta nell’arrivo, il benvenuto al sud si rivelò traumatico. Va da sé che non mi rammarico per il verbale che ho trovato nella buca delle lettere, chi sbaglia paga, ed io, sia pur non consapevolmente, sbagliai. Ma mi sorprese che l’operatore, sino ad allora infallibile, con cui tratto le mie telefonate, nonché la connessione alla rete – dunque pure quella al blog mio e d’altri che frequento – oppose lo gran rifiuto, pure per giorni. Per qualsiasi esigenza telefonica mi tocca rimettermi in macchina e spostarmi in altra zona della città. Non so quanto fui e sarò gradito ospite, presso caritatevoli amicizie, per la parte di smartworking che mi compete nei singhiozzi di campo. Mi sopraggiunge comunque quella strana nostalgia di tempi altri in cui la comunicazione o avveniva de visu o non avveniva. Talora si ricorreva alle cabine telefoniche, di cui non v’è più traccia alcuna. Tanto che m’ero quasi prefissato di sostituire, per nostalgie e disimpegno creativo, con una di quelle raccattata da qualche parte, la vasca da bagno. Al posto della cornetta lo spruzzo mi parrebbe cosa di estremo gusto. Viviamo, è vero, ma soprattutto finiamo per sopravvivere a ciò che ci accade, cercando di evitare inciampi o difficoltà di vario tipo: questa, del resto, è la preoccupazione maggiore. Ognuno di noi è chiamato la mattina ad alzarsi e a programmare una giornata alla quale assegniamo, noi stessi, difficoltà e prove, addirittura, a volte, creandocele. Esistono modi diversi di guardare le cose, di guardare gli angoli di una città, gli sguardi di una persona, i panorami che si susseguono o l’impegno che ci attende. Esiste un modo violento ed uno nonviolento. Il modo violento è quando vogliamo difenderci da una vita che immaginiamo esistere indipendentemente da noi. Il modo nonviolento è, invece, quando ci accorgiamo e capiamo che la vita non è ciò che ci accade, mentre siamo affaccendati a fare altro, ma che la vita siamo noi, lo è ogni persona, tanto che quando la vita stessa terminerà, quella persona, semplicemente, non ci sarà più.

È la ragione, credo che, fatte salve e rimosse le tragiche evenienze di cui siamo vittime inconsapevoli, per cui mi concedo con cenno notevole di svago, il lusso infinito di farmi il mio trekking nel disabitatissimo centro storico che s’arrampica sui ripidi costoni rocciosi, dirimpetto ai miei balconi ed alle spalle d’essi. Non ho desideri repressi d’urbanità caotica ed i silenzi di vicoli, cortiletti e stradine scivolose dell’usura delle basole, m’appartengono e m’attraggono. C’è nel tutto d’intorno, pur condito da brutale canicola, una sorta di fotografia del tempo, pure un desiderio di narrazioni. Ci sono storie che rimangono sepolte, come ricordi dimenticati e chiusi dentro ciascuno di noi; aspettano solo che, soffermandoci sulle loro tracce sbiadite, qualcuno le riporti alla luce. Questi viaggi lenti e di silenzi me ne offrono la chiave, in immagini cristallizzate e parole che si accompagnano – e mi accompagnano – in un viaggio che, più che un andare di tappe troppo spesso forzate, celebri attese e luoghi che sembrano far dimenticare il futuro. È un tempo senza spazio, senza movimento, non sta andando da nessuna parte ed è contro lo scorrere delle lancette dell’orologio. Sono i miei luoghi, posti che il tempo e gli uomini hanno dimenticato, che restituiscono le attese, l’esatto contrario del “tutto e subito”. Basta accettare l’idea che ogni dettaglio possiede un significato secondo, altro, nascosto, preferibilmente non subito evidente, che possiamo provare a tirar fuori con un procedimento che forse attiene ad una sorta di maieutica socratica. Neppure possiamo concederci una mera ricerca estetica e formale in quell’attraversamento fuori tempo, semmai possiamo provare a costruire una personalissima narrazione, immaginando la vita che fu lì, le ragioni d’una sorta d’estinzione di massa. Il dettaglio così diventa “la parte per il tutto” lasciandoci la possibilità di ri_vederlo, di ri_evocarlo e di ri_leggerlo in contesti del tutto soggettivi. Non rimane dunque che l’approccio lento alle suggestioni attraversate, con lunghe tappe d’attesa sui segni, sulle luci e sulle ombre, sui colori che, a dispetto di tutto, sembrano mantenersi vividi, quasi a presagire l’arrivo di un’altra vita, di altre storie. Ma non mi importa nulla d’una lentezza che vuole ritardare l’arrivo di un futuro immaginato minaccioso, che si arrocca nella sterile apologia di un passato che sappiamo idilliaco solo perché, appunto, è già trascorso. E tanto meno m’importa una banale, seppur lenta, prosecuzione del presente: chi vorrebbe un futuro simile ad un presente invecchiato? La lentezza a cui voglio costringermi è quella del darsi tempo per desiderare altri luoghi e altri tempi, è un procedere cauto che invogli il me viandante a scoprire tracce di sentieri nascosti e a varcare le soglie dimenticate. Quelle soglie oltre le quali, forse, ci aspetta Utopia, per non rassegnarci a dire con Nabokov che “il futuro non è che l’obsoleto al contrario”.

All that jazz

Facciamo così, per quei quattro che seguono questo blog e che, di tanto in tanto, se ne leggono un po’. Prima di continuare a leggere, andate in fondo a questo post ed avviate la musica. Fatto? Bene, posso cominciare.

Oggi è lunedì, e per me è giorno di riposo, dunque mi concedo le classiche abluzioni mattutine come fosse domenica, poi mi vado a comprare uno sgombro, se ne trovo uno che non ha ancora fatto il compleanno. Avete notato quale compostezza ha lo sgombro, che eleganza affilata, quale perturbante signorilità, pure al cospetto di certi pesci più blasonati che arrossiscono o imbruniscono, all’uopo? Ma non è di questo che intendo parlarvi, magari ci torno un’altra volta. La prendo larga, che il dono della sintesi non l’ho mai avuto. Insomma, ho memoria vaga d’un prozio, non consanguineo, tale dunque per incroci matrimoniali ibridi. Ad ogni buon conto, faceva l’ufficiale medico nell’esercito regio, quando le bombe cascavano a grappoli. Una di quelle colpì in pieno il palazzo dove viveva e lo squarciò catapultandolo immobile e privo di sensi su un cornicione, dove rimase appeso per chissà quanto tempo. Non si riprese più, se ne rimase muto e zitto, chiuso in un autismo definitivo da lì a che sarebbe campato. E gli anni dopo la guerra erano quelli d’una psichiatria ancora antica. A chi manifestava segni di squilibrio evidenti, che ne so, patteggiava per le mobilitazioni contadine, non s’arrendeva al tubo catodico, gli facevano l’elettroshock. A quelli come il vecchio prozio, invece, si diceva, bisognava fargli provare uno shock di pari brutalità come quello che l’aveva incarcerato nel suo intimo assoluto. Così, mi raccontavano, diceva il luminare svedese (che quelli erano anche anni in cui il luminare, se non era svedese, difficile fosse tale, luminare intendo). Il poveretto non si riprese, semmai parve peggiorare. Me lo ricordo già vecchio e con un cruciverba in mano che risolveva, correttamente e in pochi frangenti, gli incroci più complessi, azzeccando ogni definizione. Due volte sole, dal terribile incidente, parlò. La prima, quando morì mio nonno, e vedutolo così disteso sul letto di morte, e lasciando di stucco ognuno dei presenti, tirò fuori la caritatevole preoccupazione del suo giuramento d’Ippocrate: “Gliela avete data la penicillina?”. La seconda, mentre, intento a svolgere il suo cruciverba, dalla televisione non venne fuori una cosarella orchestrale di Strauss. Sollevò gli occhi e, per lo stupore della sorella e della cognata, disse: “Oh, i bei valzerini viennesi”. Poi zitto, fino alla morte. E se l’avessero curato con la musica? Mah, chissà, che a me tutto possono dirmi, fuorché svedese o luminare. E però che la musica sia curativa, lenitiva, oltre che semplicemente piacevole, non è che sia una novità. Io non ne faccio a meno, anche se ai valzerini viennesi, che un po’ mi stuccano, preferisco il jazz. Ed anzi, ve lo voglio raccontare il jazz, così, come mi viene, in sei passaggi.

Primo step

Succede così, sono quelle cose che non ti aspetti. Cioè, ti aspetti senz’altro che un povero contadino di un piccolissimo paese della Sicilia salga su una nave a vapore nella seconda metà dell’Ottocento e, dopo un viaggio estenuante durato settimane, sbarchi con la famiglia a New Orleans per fare il calzolaio, il manovale o chissà ché. Il biglietto da Palermo, poi, costava assai meno di quello delle tratte di Napoli e Genova. Roba che certi barconi sul Mar d’Africa quella traversata sembra che la rifacciano pari pari, comprese certe privazioni estreme. E “quel mare color del vino” di contadini siciliani ne vomitava a migliaia nel Delta , tanto che in certe strade pareva di starsene alla Conca D’Oro o su un moletto dello Ionio. Te lo aspetti che qualcuno cerchi un orizzonte diverso per fuggire alla fame, alla guerra. Quello che non ti aspetti mai, e forse nemmeno Girolamo La Rocca con sua moglie Vittoria Di Nino immaginavano, è che in quella terra avrebbero dato vita al “Cristoforo Colombo della musica”. Era così che si definiva Nick, il loro secondogenito, il primo ad incidere un disco jazz nel 1917, con la sua “Original Dixieland Jass Band”, proprio con due esse e senza zeta. Nick non era un virtuoso, ed aveva anche la testa matta, come l’hanno certi di quelli che lasciano un segno, ma anche un labbro così duro da fare certe sparate alla tromba che chi lo ascoltava si metteva ginocchioni.

Ecco, questo non te l’aspetti, ma questo è il jazz, esattamente quello che non ti aspetti. Pure se certo, al di là d’un certo ego smisurato del vecchio Nick, il jazz aveva già diritto di cittadinanza su questo pianeta da mo’, non altrettanto chi lo suonava, generalmente d’un colore diverso del nostro di cui sopra.

Secondo step

“Cos’è il Jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai.” diceva Louis Armstrong. La cosa migliore è mettere su un disco e cominciare ad ascoltarlo. Se dopo un po’ ti sembra di sentire l’odore di chi sta suonando, il suo alito caldo, se la musica comincia a strisciarti sotto la pelle e hai la sensazione che scappi fuori da ogni parte di te, e che tu sei lì, tra quelli della band, allora l’hai scoperto, il jazz intendo.

Terzo step

Insomma, ora sai cos’è il jazz, l’hai ascoltato, ne hai capito il senso profondo, fai parte della band. Possiamo parlarne se vi va. John Coltrane diceva che “Il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un’espressione musicale; e questa musica è per me espressione degli ideali più alti. C’è dunque bisogno di fratellanza, e credo che con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra”.

Quarto step

Fratelli della stessa band, non possiamo dimenticarci di nessuno perché, come dice Wynton Marsalis, “Il jazz è un’arte collettiva e un modo di vivere che allena alla democrazia” è l’arte del timing: ti insegna il quando. Quando cominciare, quando attendere, quando farti avanti, quando prendere il proprio tempo”. Ti insegna che devi ascoltare, che non ha senso che sia solo tu a parlare ma che quello che dici ha un senso solo se prima o poi toccherà a qualcun altro di dire la sua perché

“nel jazz tutti vogliono suonare in modo differente. Devi imparare ad ascoltare modi diversi di fare le cose. E siccome suoni con gli altri, devi accordarti. Ed è quando sei a tempo che sai quando startene quieto e quando essere assertivo. Sai stabilire quando il tuo suono è la risposta a quello dell’altro e quando far partire l’invenzione”.

Quinto step

Il padre di Wynton diceva: “Il jazz libera dalle catene. Ti farà apprendere un modo di pensare sofisticato”. E Wynton… “L’America democratica non ha ancora fatto propria la lezione del jazz. La imparerà attraverso quello che sta accadendo. È solo questione di tempo. La crisi, la mancanza di denaro sono i segni della svolta. Come una persona che dice di essere in forma ma non fa esercizio. Dopo molti anni senza praticare sport e riempiendosi di fritti gli arriva l’infarto. E se sopravvive si mette in forma davvero. Perché il dolore insegna. Lo ha insegnato il jazz.”

Per finire: Sesto step

“Il jazz ha lo stesso valore per i musicisti e per il pubblico perché la musica, legata com’è ai sentimenti, all’unicità dell’individuo e all’improvvisare insieme, fornisce risposte ai problemi fondamentali della vita. Più è alto il livello di attenzione, maggiori sono i benefici. Come in una conver­sazione, il musicista si accorge quando la gente ascolta: a un ascolto ispirato corrisponde un’esecuzione ispirata. Conoscere il jazz apre nuove prospettive alla percezione della storia. Ho letto resoconti della grande Depressio­ne e ho conosciuto e suonato con persone che l’avevano vissuta. Ma quando ascoltate Mildred Bailey o Billie Holiday, l’orchestra di Benny Goodman o Ella Fitzgerald con quel­la di Chick Webb, la vostra visione di quel periodo si fa più acuta e perspicace: il linguaggio che adoperavano, il modo in cui ricorrevano allo humour e agli stereotipi per colma­re il divario tra le razze, la loro concezione dei rapporti in­terpersonali…

Si sentiva che le persone stavano delineando un mo­do di intendere e celebrare la loro esistenza nonostante i tempi duri; anzi, se ne facevano beffe.

La musica può metterci in contatto con le nostre esistenze precedenti e prefigurare un futuro migliore. Ci ricorda qual è il nostro stadio nella catena delle conquiste dell’umanità, lo scopo primario dell’arte.

I più grandi artisti in ogni campo parlano attraverso i secoli di temi universali – morte, amore, invidia, vendetta, avidità, giovinezza, vecchiaia, i temi fondamentali, e quindi immutabili, dell’esperienza umana.

L’arte e gli artisti fanno davvero di noi “la famiglia dell’uomo” e molti dei grandi musicisti jazz incarnano quella consapevolezza.” (Winton Marsalis)

E se la musica è finita, fatela ripartire, meglio se jazz.

La mar…

“Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna.” (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)

Cos’è diventato il mare? Quello di petto al quale stavo da ragazzino, su uno scoglio ad aspettare che all’amo ci fosse qualcosa di notevole, di gigantesco e pesante. La lampuga, che lo scirocco si porta via, ma qualche volta invece se la pensa così, vira dal largo e punta sotto costa, per capire se c’è roba da mangiare. Che finge d’essere altro, con quella pinnettina azzurro e argento, che strappa l’urlo a quei tre turisti tedeschi, affacciati alla banchina del porto perché hanno sbirciato tra le pagine di Goethe, che c’è il pescecane, come in una canzone di Kurt Weill. Zitti, che magari ci casca e viene a fare colazione all’amo. O la ricciola che, meno pudica e più ingorda, s’appresta a lambire la costa, come bestia famelica. Ma anche due sauri e quattro ope vanno bene. E quelli prendo. Che fine ha fatto il mare del libeccio, che prima tartaglia giorni interi, poi s’arruffa il pelo e t’avverte col boato dell’onda, col ringhio della risacca, l’odore del sale, che con lui non si scherza? Poi si stanca, e se ne sta buono buono, quasi voglia farsi perdonare per l’ascesso d’ira, nascondendosi dietro forma di specchio, senza manco farti capire dove finisce lui e passa le consegne al cielo, laggiù in fondo, dove curva e la vela fa capolino, mentre il resto della barca pare se lo siano inghiottito Scilla e Cariddi. E allora ti piglia quella specie di commozione per come s’appresta a farsi bello il tutto d’intorno. Non ti viene da fare nessun movimento, non tiri su la lenza e la lasci lì, sotto sotto sperando che nulla abbocchi. Che il tonfo della bestia che si divincola non spezzi il silenzio, che non ti costringa a far fatica per tirarla a secco e ti distragga dal meravigliarti. Al limite ci pensa Pilu Rais a tirar su la cernia, con la sua barchetta e la faccia d’uomo senz’anni, cotta dal sole e scavata di rughe di sale, che somiglia ad una carta geografica di El Idrisi riemersa dalle intemperie delle biblioteche d’Alessandria.

Che fine ha fatto il mare? Quello di Giovannina e Teresa che, tra un cliente e l’altro s’affacciano al bastione del sole che si leva e, i grandi seni sulle ringhiere rugginose, urlano ai ragazzini di stare attenti che sugli scogli si scivola che c’è il lippo. Ma a noi non importava di scivolare, come fili di posidonia ci saremmo rialzati come niente fosse successo, con in mano il limone rubato all’albero del vescovo, e lo scollo da intingere nel riccio aperto a piatto di gran portata, perché piccolo com’è, pure, là dentro ci sta tutto il mare.

Che fine ha fatto il mare? Che ora è tomba di disgraziati. Una volta quelli venivano a raccontarci le storie d’altre rive, d’altre facce come la nostra, e le ascoltavamo con lo stupore del fanciullo. Ora sembra che debbano starsene al fondo, per farsi perdonare d’esistere. E chi se la mangia più la ricciola? Che ne sai con cosa ha cenato la sera prima quando all’alba, poco accorta, viene a farsi uno spuntino all’amo? Che fine ha fatto il mare, che non è mai stato mio e basta, ma anche d’ogni cristo che ci si affaccia, ci nuota, e d’ogni creatura che ci respira dentro? Almeno lasciatecene un pezzo, quello dell’alba che la rena è umida e deserta, quello della luna che ci si tuffa dentro. A certi cosa importa di starsene lì, se poi si sono comprati un tanto all’etto il divertimento d’una notte, che non gliene importa nulla se lo vendono lì che ancora c’è un pezzo di mare, poiché nuotano più volentieri nel cloro, tra olivette di plastica ed ombrellini nei calici colorati? Non lo sentono nel bum bum il suono della risacca. Ci sono distese di capannoni che hanno tirato su, produttivi, mica come noi pigre creature del mare che abbassiamo il PIL. Dunque, se tanto vi piacciono le fabbriche dei soldi che vi servono per comprare felicità prêt-à-porter, perché non vi trovate uno spazietto lì per tracannare le vostre coppe di champagne? Il mare, anzi, quel che ne resta, lasciatelo semplicemente a chi se ne sa emozionare appena lo vede, anche fuori stagione e senza servizio in camera.