Fuggire per fuggire

La dittatura perfetta avrà sembianza di democrazia. Una Prigione senza muri nella quale i prigionieri non sogneranno di fuggire. Un sistema di schiavitù dove, grazie al consumo e al divertimento, gli schiavi ameranno la loro schiavitù” (Forse Aldous Leonard Huxley)

Che a manco d’aria mi spinge desiderio di fuga, che non fu fuga dietro l’angolo quella che mi venne a mente, piuttosto ricerca d’orizzonti per infinito desiderio che non ebbero mura di prigione, deserti innevati o caldi a macero, rose di Atacama, oceani di fiere, isole selvagge, sentieri di capra. Mi farei volentieri Argonauta per investire velli d’oro in buoni fruttiferi a far falò di carta a risparmio d’energia, cercare cere per ali d’Icaro, scendere a patti con unicorni da autostop su nuvole basse che soffro di vertigini. Mi venne desiderio improvviso ed irrefrenabile di fuga di cervello, a lasciar porte aperte al mio non esiterei, che vaghi pure. Ma forse mi farei, a contentezza, solo miserabile fuga a bettola da sganghero a porto perduto, per non centellinarmi vino, nemmeno mi dispiacerebbe spiaggia o scoglio di altra isola qual che sia, purché non vi sia altro che l’isola stessa.

Mi venne desiderio inesausto di farmi vacanze in permanenza, lasciare che le flotte avverse s’incrocino da sole, per conquista di potere che io non ne feci richiesta. Che non v’è conquista in annullo di competizione, c’è solo arrovello di competizione con nulla, che io non volli, fortissimamente non volli, esser parte di quel nulla, ma me ne scelsi altro, proprio a desiderio d’alterità, a desiderio di scusate non partecipo, ho fuga da fare che mi parve di maggior impellenza. Mi venne, altresì, desiderio d’argomento futile, di scherzo a celia, di sasso a stagno, di spilucco d’uva e cacio a scaglia, bicchiere sempiterno, sigaretta accesa a distrazione meccanica a fronte d’un sole che tramonta, poesia da lettura, pure un verso si, altro aspetta, che non se ne fece cruccio d’attesa. Mi venne voglia d’una canzone, che a non ricordarmi quale non mi fu d’angoscia che di tante ne ho a memoria che non mi mancò piacere d’ascolto. Tutto ciò mi venne a desiderio, pure altro. Ma prima vi regalo versi:

“Il poeta è un operaio

Gridano al poeta:
“Davanti a un tornio ti vorremmo vedere!
Cosa sono i versi? Parole inutili!
Certo che per lavorare fai il sordo”.
A noi, forse, il lavoro
più d’ogni altra occupazione sta a cuore.
Sono anch’io una fabbrica.
E se mi mancano le ciminiere,
forse, senza di esse,
ci vuole ancor più coraggio.
Lo so: voi non amate le frasi oziose.
Quando tagliate del legno, è per farne dei ciocchi.
E noi, non siamo forse degli ebanisti?
Il legno delle teste dure noi intagliamo.
Certo, la pesca è cosa rispettabile.
Tirare le reti, e nelle reti storioni, forse!
Ma il lavoro del poeta non è da meno:
è pesca d’uomini, non di pesci.
Fatica enorme è bruciare agli altiforni,
temprare i metalli sibilanti.
Ma chi oserà chiamarci pigri?
Noi limiamo i cervelli
con la nostra lingua affilata.
Chi è superiore: il poeta o il tecnico
che porta gli uomini a vantaggi pratici?
Sono uguali. I cuori sono anche motori.
L’anima è un’abile forza motrice.
Siamo uguali. Compagni d’una massa operaia.
Proletari di corpo e di spirito.
Soltanto uniti abbelliremo l’universo,
l’avvieremo a tempo di marcia.
Contro la marea di parole innalziamo una diga.
All’opera! Al lavoro nuovo e vivo!
E gli oziosi oratori, al mulino! Ai mugnai!
Che l’acqua dei loro discorsi
faccia girare le macine.
” (Vladimir Majakovskij)

Altre storie di donne (Allonsanfàn parte sedicesima: Unica e Pamela Vindigni)

Unica e Pamela Vindigni, in mostra dal 24 settembre allo spazio L’Altelier di Modica Alta, paiono artiste diverse, hanno storie e linguaggi differenti, biografie ed origini lontane, eppure, attraverso le loro opere, concepiscono un dialogo di convergenze, sorprendentemente affine.

Usano la materia in modo personale, riconoscibilissimo, la plasmano per consentirsi una profonda esplorazione d’un universo di genere – quello femminile – ce lo rendono, entrambe, in una prospettiva liberata. Partono, dunque, da sponde antipodiche, approdano insieme, al di là delle costrizioni dell’apparire, del metodo, compiono lo stesso viaggio di ri-scoperta.

Leonie Adler (Unica) è artista contemporanea, nata a Pune, in India, con radici irlandesi, è cresciuta e vive in Svizzera. La sua anagrafica non è, come appare dalle sue realizzazioni, un dato neutro, un timbro su un passaporto, è elemento pregnante della sua formazione artistica. Infatti, le sue forme geometriche esatte, disegni ad ago e filo, esprimono un’attrazione fatale per l’ambiente, lo interpretano quale contenitore di culture, ella stessa è consapevolmente scrigno di diversità che si uniscono ad ogni passaggio d’ordito. Il contrasto cromatico tra le sue forme ne evidenzia il desiderio di riscoperta, induce alla ricerca d’un viaggio intimo nello spazio e nel tempo attraverso traiettorie spiazzanti, un susseguirsi di cambiamenti repentini di direzione, quasi a voler significare la ricerca precisa del dettaglio, il non volersi precludere nulla che le appartiene, che appartiene al tutto d’intorno.

Ma è anche desiderio di fuga da quotidiani standardizzati e labirintici, il rifiuto di direzioni preconfezionate, della banalità prêt-à-porter. Nonostante la scelta del filo, dell’ago, dunque, Unica non rassomiglia affatto alla più celebre delle tessitrici, non è Penelope, i suoi complessi intrecci non sono trame che si sfilacciano, si scuciono, ma memoria di una direzione precisa ancorché mai scontata, flusso di informazioni che non si esaurisce ma che fa d’ogni passaggio condizione essenziale per l’esistenza del successivo. Rassomiglia ad Arianna, invece, i suoi orditi indicano percorsi salvifici di liberazione, includono la possibilità del ritorno. In quel tornare a casa, alle sue radici, come nelle articolazioni più complesse dell’intimo, non v’è mai ricerca appagante di staticità, d’un passato che invecchiato si trasforma in presente, ma la prospettiva d’un nuovo viaggio, di nuove esperienze che, a paradosso di apparenza d’accumulo, lo rendano ogni volta più leggero, più agile. Pare che Unica si ricerchi, si ritrovi, infine, nelle sue origini, nelle sue infinite discendenze, e su quelle può contare – paesaggi della memoria d’un vissuto – come intensa scarica emozionale per una nuova ripartenza. In buona parte autodidatta, ha tuttavia assorbito perfettamente le prospettive artistiche di Louise Bourgeoise e dell’artista tessile svizzera Lissy Funk. È anche membro dell’associazione artistica GAAL.

Pamela Vindigni, siciliana di Modica (RG), è artista di tecnica raffinata, frutto di studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze e di una vasta attività esperienziale. Ha partecipato a diverse mostre collettive e personali, esplorando, oltre alla pittura ed alla scultura, altri linguaggi espressivi ed esibendosi quale attrice e performer. La sua visione dell’arte è sociale, solidaristica, non prescinde mai dal rapporto dialettico con altre forme del linguaggio e della comunicazione. Questi tratti fondanti la sua pratica l’hanno indotta a fondare, nel 2017, il gruppo “Artisti Associati – Matt’Officina”, impegnato nella riqualificazione dell’ex mattatoio comunale di Modica e divenuto un laboratorio artistico polivalente, un luogo di produzione collettiva e creativa oltre che di accoglienza d’esperienze.

Le sue sculture riscoprono la natura primigenia del corpo, lo denudano delle sovrastrutture, lo spogliano dell’effimero, lasciano che si esprima quale strumento di comunicazione essenziale. Alcuni suoi volti, scarni d’espressione, pare leggano negli accadimenti una sostanziale disumanizzazione. Pamela Vindigni, quando si concentra sulle forme delle donne, le libera da costrizioni, da stereotipi arcaici. Rappresenta la maternità con ironia, sottolineando al contempo una specificità di genere e smantellando la subcultura patriarcale che relega le donne al ruolo esclusivo e subalterno di madre e moglie. La leggerezza con cui ci rende la gravidanza non è, dunque, solo la rappresentazione prossima del parto quale passaggio funzionale alla procreazione, alla conservazione della specie, cui deve seguire la gabbia totalizzante della cura parentale, ma diviene, anche e soprattutto, metafora di concepimenti, elaborazioni, pratiche creative ed irrinunciabili, di idee, progetti, riscritture sociali e politiche. L’opera di Pamela è, in effetti, “politica”, non nel senso deteriore che oramai s’attribuisce al termine, ma in quello che ne recupera il significato etimologicamente più puro e profondo, dal concetto di Polis, il contenitore per eccellenza del desiderio di partecipazione. È pratica che aderisce ai processi sociali, alle vicende comuni, li legge, intende rideterminarli anche, con consapevolezza d’analisi, abilità d’usare strumenti espressivi plurimi e mai scontati, volontà di esserci con la propria identità di genere, di persona, d’artista.

Sacche resistenti (Allonsanfàn parte quindicesima: L’Altelier)

La rapidità dello sviluppo materiale del mondo è aumentata. Esso sta accumulando costantemente sempre più poteri virtuali mentre gli specialisti che governano le società sono costretti, proprio in virtù del loro ruolo di guardiani della passività, a trascurare di farne uso. Questo sviluppo produce nello stesso tempo un’insoddisfazione generalizzata ed un oggettivo pericolo mortale, nessuno dei quali può essere controllato in maniera durevole dai leader specializzati.” (Guy Debord, I Situazionisti e le nuove forme dell’arte e della politica)

Le arti non si parlano, non comunicano, si muovono in due direzioni precise, la narcisistica pretesa della propria superiorità l’una sull’altra, si trasformano pure, con protervia efficacissima, in manifestazioni elitarie. Pochissimi poeti ritengono di costruire dialoghi con pittori o scultori, il viceversa vale in misura eguale; rari fotografi immaginano un confronto alla pari con musicisti, e l’opposta direzione si realizza in medesima maniera, inquietante resistenza al confronto. Quando l’assioma della specializzazione ad ogni costo, del narcisismo patologico pare viene meno, è assai comune che finga solo sia così, ché il rapporto artistico non è orizzontale, frutto di dialettica, condivisione, progetto comune, diventa convincimento sacro ed inviolabile che “l’altro” abbia – si merita, meglio – una condizione didascalica, ruolo di insalatina intorno al piatto forte. Dunque, non nasce movimento transartistico, non esiste avanguardia fondata su idem sentire. Il confronto regredisce al nulla, rimane relegato a sacche resistenti ubicate forzosamente nell’oblio del no-social. Di più, l’arte diviene merce, l’artista è mercante che rimuove l’atto creativo per produrre serialità, salvo cambiarne l’identità in funzione del desiderio palesato del consumatore. Critici, gallerie, curatori non s’adeguano semplicemente, divengono artefici del declino, complici – inconsapevoli? – della regola ferrea dell’incomunicabilità, condizione fondante della specializzazione. Più l’osmosi artistica si impoverisce, più la qualità dell’arte regredisce a tratti di mera spazzatura, costruisce per sé la condizione di disperato germoglio su terre aride. Non esiste oggi possibilità alcuna che un Asger Jorn sorseggi vino in una bettola d’i ‘un paese di frontiera con Peggy Guggenheim in dialettica serrata con Debord, i Velvet Underground non vedranno più immagini warholiane sui loro dischi. Nessuno scriverà manifesti per nuove forme d’arte ché questa sarà progressivamente appannaggio di classi sociali che, al contempo, ne detengono il controllo e ne decretano la morte per asfissia da specializzazione. Nemmeno l’arte pare più espressione del tutto d’intorno, punto d’osservazione privilegiato su quello, lo evita anzi, perché se ne pretende, pure quando appare provocatoria ed eretica, una natura rassicurante un tanto al chilo. Questo credo, pure se v’è testimonianza di sacche di resistenza, tentativi di ribaltare lo stato di cose. Ce n’è di tali che portano arte nei non luoghi dell’arte, s’aprono frontiere d’emancipazione e di riscoperta d’umanità dove convenzioni non scritte non ne prevedono, che costruiscono le condizioni proprie della dialettica orizzontale tra le forme espressive, riportano l’arte ad altezza d’ogni individuo, senza pretesa di conoscerne il budget a disposizione. Che se ne parli, che ognuno lo faccia come può e quando può, ne racconti l’esistenza, ne produca l’incontro che si fa anti-rete (virtuale), filo robusto di legame autentico, che sottrae spazio a squallidi mercanti del click, del mega-evento devastatore, della prebenda familistica. L’ho fatto in due occasioni (qui e qui), per lo stesso luogo (lo conosco meglio, altre ne intravidi di interesse notevole ma non ne ho dettaglio esiziale).

Faccio tre con L’Altelier di Modica Alta, uno spazio espositivo dove non dovrebbe esserci, semplicemente anticamera d’una abitazione trasformata ad un uso condiviso, per ospitare arte, al centro d’un quartiere che non v’è preposto, popolare e vecchio, intriso di tradizione ma non abbastanza vicino a fasti da cartolina come quello più in basso. Vi si fermano rari turisti, quelli che sono adusi a esplorazioni faticose a percorrenza di vicoli stretti, dedali di stradine e scalinate erte, silenzi profondi, scarpinanti che s’attrezzano allo stupore dell’improvvisa apertura sul presepe di case. È quartiere dove la domenica presto puoi fare colazione con vino e bollito, dove puoi trascorrere serate sotto le scale d’una chiesa sempre con qualcosa da bere che non necessita di mutui a tasso d’usura a conto fatto. Basta mettere tre sedie fuori da quel posto e può fermarsi qualcuno ad occasionale passaggio, alla ricerca del belvedere con paesaggio mozzafiato, centro metri più avanti, che s’appassiona all’esposizione, si mette a discutere con lo sfondo del jazz di Miles o The Goldberg Variations di Bach suonata da Glenn Gould. Ma pure si ferma Peppe, custode dell’imponente chiesa prossima, birra e sigaretta in mano, oppure il vecchio don Angelo, un tempo abilissimo “mastro” di muri a secco, che s’accomoda con libro in mano o grappolo d’uva della sua vigna. Se capitate da quelle parti c’è ancora la mostra di cui ho parlato qui. La prossima è quella sotto (ne parlerò nei prossimi giorni delle due artiste coinvolte).

Ed a chiusura dello spazio, le convergenze evolutive, il progetto che pretende trasformazione, prosegue più giù, al fresco dello slargo, a tavola, incontro di sensibilità diverse, anche solo di chi semplicemente si trova attratto da conversazioni altre. È esperienza di sanità mentale, è progetto ricostruttivo, atto di resistenza estrema alla barbarie delle elité che pretendono pure di controllare e di guidare il senso, financo la percezione, della bellezza. Altre esperienze ci sono senz’altro, se cominciano a sentirsi, parteciparsi, creano discontinuità, la potentissima – e terribilmente fragile – società dello spettacolo non se lo può permettere.

All that jazz

Due Giugno, oggi, si festeggia la Repubblica, tale cosa appare infondata che già è a trabiccolo ad art. 1, che per compro bomba a super PIL di sforamento di tetto previsto, pure a 11 pare messa male. Ma fa caldo d’asfissio che provai ad uscire ma incorsi in vicissitudini che mi riportarono a fresche mura domestiche. Allora mi prendo tempo e vi rifaccio storia vecchia di musica, a tutto volume.

“Ho memoria vaga d’un prozio, non consanguineo, tale dunque per incroci matrimoniali ibridi. Ad ogni buon conto, faceva l’ufficiale medico nell’esercito regio, quando le bombe cascavano a grappoli. Una di quelle colpì in pieno il palazzo dove viveva e lo squarciò catapultandolo immobile e privo di sensi su un cornicione. Ci rimase appeso per chissà quanto tempo. Non si riprese più, se ne rimase muto e zitto, chiuso in un autismo definitivo da lì a che sarebbe campato. E gli anni dopo la guerra erano quelli d’una psichiatria ancora antica. A chi manifestava segni di squilibrio evidenti, che ne so, patteggiava per le mobilitazioni contadine, non s’arrendeva al tubo catodico, gli facevano l’elettroshock. A quelli come il vecchio prozio, invece, si diceva, bisognava fargli provare uno shock di pari brutalità come quello che l’aveva incarcerato nel suo intimo assoluto. Così, mi raccontavano, diceva il luminare svedese (che quelli erano anche anni in cui il luminare, se non era svedese, difficile fosse tale, luminare intendo). Il poveretto non si riprese, semmai parve peggiorare. Me lo ricordo già vecchio e con un cruciverba in mano che risolveva, correttamente e in pochi frangenti, gli incroci più complessi, azzeccando ogni definizione. Due volte sole, dal terribile incidente, parlò. La prima, quando morì mio nonno, e vedutolo così disteso sul letto di morte, lasciando di stucco i presenti, tirò fuori la caritatevole preoccupazione del suo giuramento d’Ippocrate: “Gliela avete data la penicillina?”. La seconda, quando dalla televisione non venne fuori una cosarella orchestrale di Strauss. Sollevò gli occhi dal cruciverba e, a rinnovato stupore di sorella e cognata, disse: “Oh, i bei valzerini viennesi”. Poi zitto, fino alla morte. Se l’avessero curato con la musica? Ma io sono nessuno e tutto possono dirmi, fuorché svedese o luminare. A scanso d’equivono non me ne privo, anche se dei valzerini viennesi, che un po’ mi stuccano, ne faccio a meno. Vado di jazz, pure ve lo racconto come mi viene.

Primo step

Succede così, sono quelle cose che non ti aspetti. Cioè, ti aspetti senz’altro che un povero contadino di un piccolissimo paese della Sicilia salga su una nave a vapore nella seconda metà dell’Ottocento e, dopo un viaggio estenuante durato settimane, sbarchi con la famiglia a New Orleans per fare il calzolaio, il manovale o chissà ché. Il biglietto da Palermo, poi, costava assai meno di quello delle tratte di Napoli e Genova. Roba che certi barconi sul Mar d’Africa quella traversata sembra che la rifacciano pari pari, comprese certe privazioni estreme. E “quel mare color del vino” di contadini siciliani ne vomitava a migliaia nel Delta , tanto che in certe strade pareva di starsene alla Conca D’Oro o su un moletto dello Ionio. Te lo aspetti che qualcuno cerchi un orizzonte diverso per fuggire alla fame, alla guerra. Quello che non ti aspetti mai, e forse nemmeno Girolamo La Rocca con sua moglie Vittoria Di Nino immaginavano, è che in quella terra avrebbero dato vita al “Cristoforo Colombo della musica”. Era così che si definiva Nick, il loro secondogenito, il primo ad incidere un disco jazz nel 1917, con la sua “Original Dixieland Jass Band”, proprio con due esse e senza zeta. Nick non era un virtuoso, ed aveva anche la testa matta, come l’hanno certi di quelli che lasciano un segno, ma anche un labbro così duro da fare certe sparate alla tromba che chi lo ascoltava si metteva ginocchioni.

Ecco, questo non te l’aspetti, ma questo è il jazz, esattamente quello che non ti aspetti. Pure se certo, al di là d’un certo ego smisurato del vecchio Nick, il jazz aveva già diritto di cittadinanza su questo pianeta da mo’, non altrettanto chi lo suonava, generalmente d’un colore diverso del nostro di cui sopra.

Secondo step

“Cos’è il Jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai.” diceva Louis Armstrong. La cosa migliore è mettere su un disco e cominciare ad ascoltarlo. Se dopo un po’ ti sembra di sentire l’odore di chi sta suonando, il suo alito caldo, se la musica comincia a strisciarti sotto la pelle e hai la sensazione che scappi fuori da ogni parte di te, e che tu sei lì, tra quelli della band, allora l’hai scoperto, il jazz intendo.

Terzo step

Insomma, ora sai cos’è il jazz, l’hai ascoltato, ne hai capito il senso profondo, fai parte della band. Possiamo parlarne se ti va. John Coltrane diceva che “Il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un’espressione musicale; e questa musica è per me espressione degli ideali più alti. C’è dunque bisogno di fratellanza, e credo che con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra”.

Quarto step

Fratelli della stessa band, non possiamo dimenticarci di nessuno perché, come dice Wynton Marsalis, “Il jazz è un’arte collettiva e un modo di vivere che allena alla democrazia” è l’arte del timing: ti insegna il quando. Quando cominciare, quando attendere, quando farti avanti, quando prendere il proprio tempo”.

Ti insegna che devi ascoltare, che non ha senso che sia solo tu a parlare ma che quello che dici ha un senso solo se prima o poi toccherà a qualcun altro di dire la sua perché “nel jazz tutti vogliono suonare in modo differente. Devi imparare ad ascoltare modi diversi di fare le cose. E siccome suoni con gli altri, devi accordarti. Ed è quando sei a tempo che sai quando startene quieto e quando essere assertivo. Sai stabilire quando il tuo suono è la risposta a quello dell’altro e quando far partire l’invenzione”.

Quinto step

Il padre di Wynton, Ellis, diceva: “Il jazz libera dalle catene. Ti farà apprendere un modo di pensare sofisticato”. E Wynton… “L’America democratica non ha ancora fatto propria la lezione del jazz. La imparerà attraverso quello che sta accadendo. È solo questione di tempo. La crisi, la mancanza di denaro sono i segni della svolta. Come una persona che dice di essere in forma ma non fa esercizio. Dopo molti anni senza praticare sport e riempiendosi di fritti gli arriva l’infarto. E se sopravvive si mette in forma davvero. Perché il dolore insegna. Lo ha insegnato il jazz.”

Per finire: Sesto step

“Il jazz ha lo stesso valore per i musicisti e per il pubblico perché la musica, legata com’è ai sentimenti, all’unicità dell’individuo e all’improvvisare insieme, fornisce risposte ai problemi fondamentali della vita. Più è alto il livello di attenzione, maggiori sono i benefici. Come in una conver­sazione, il musicista si accorge quando la gente ascolta: a un ascolto ispirato corrisponde un’esecuzione ispirata. Conoscere il jazz apre nuove prospettive alla percezione della storia. Ho letto resoconti della grande Depressio­ne e ho conosciuto e suonato con persone che l’avevano vissuta. Ma quando ascoltate Mildred Bailey o Billie Holiday, l’orchestra di Benny Goodman o Ella Fitzgerald con quel­la di Chick Webb, la vostra visione di quel periodo si fa più acuta e perspicace: il linguaggio che adoperavano, il modo in cui ricorrevano allo humour e agli stereotipi per colma­re il divario tra le razze, la loro concezione dei rapporti in­terpersonali…

Si sentiva che le persone stavano delineando un mo­do di intendere e celebrare la loro esistenza nonostante i tempi duri; anzi, se ne facevano beffe.

La musica può metterci in contatto con le nostre esistenze precedenti e prefigurare un futuro migliore. Ci ricorda qual è il nostro stadio nella catena delle conquiste dell’umanità, lo scopo primario dell’arte.

I più grandi artisti in ogni campo parlano attraverso i secoli di temi universali – morte, amore, invidia, vendetta, avidità, giovinezza, vecchiaia, i temi fondamentali, e quindi immutabili, dell’esperienza umana.

L’arte e gli artisti fanno davvero di noi “la famiglia dell’uomo” e molti dei grandi musicisti jazz incarnano quella consapevolezza.” (Winton Marsalis)

E se la musica è finita, fatela ripartire, meglio se jazz.

Eppur si piove

Che altro me sottrae tempo a penna per blog, ch’egli s’occupa di cosa seria non di facezia. Ch’io, invece, brandirei penna per segnare a croce, precisa ed implacabile a calendario, giorno che passa a mi ricongiungo a mare. Che m’attrezzo a musica per gioco d’aprile va via.

Che qui piove, e governo è ladro pare qualunquismo, per cui tolgo piove che resta il resto. Ma è celia, che governo è di migliori, che annuncia crisi profonda per colpa di bomba, per cui s’attrezza a bomba come si compete a destino fulgido d’impero. Ch’io altrove rivolgo lo sguardo, e mentre pioggia pure impedisce scorrimento a riva di fiume, quale surrogato di sputacchio per mare ad oceano a tempesta, preservo memoria ad immagine di bufera d’animo e di vento.

Che io sono anima migrante, che feci valigia a tempo debito, e mi lasciai mare a spalle per suo scorrimento perpetuo in arteria, per risacca di vena. Che migranti si nasce, non ci diventi solo se ti devi mettere a camminare. Se hai mare davanti, per forza sei migrante, anche se non ti piace, perché qualcuno o un’onda, che s’è contrariata di vento o bufera, lì ti ci ha portato, pure prima che tu nascessi. E a dolore prendo atto, che mi inseguo pensando a ritorno come strada di migrazione d’uccello per stagione giusta che sia definitiva. Che verrà tempo giusto che “il tempo è più complesso vicino al mare che in qualsiasi altro posto, perché oltre al transito del sole e al volgere delle stagioni, le onde battono il passare del tempo sulle rocce e le maree salgono e scendono come una grande clessidra”. (John Steinbeck)

E c’è destino a compimento che “la mia terra è sui fiumi stretta al mare, non altro luogo ha voce così lenta, dove i miei piedi vagano, tra giunchi pesanti di lumache.” (Salvatore Quasimodo)

Che così, a fretta d’altro me, per sottrazione di lentezza, vi faccio buona domenica, pure per domani riannuncio che è sempre buono quel 25, che piove o ci sia il sole, e se fischia il vento scarpe rotte eppur bisogna andar.

La Mar…

Sempre in attesa che quell’altro me, a conto di disbrigo pratiche, mi liberi per andarmene finalmente a cospetto del blu più blu, smetta dunque d’ostinazione di socializzare sue iperattività, gli dico d’imperio “ora scrivi tu che m’hai pure divertito, se non hai tempo scava nei cassetti”, Io al più vado di musica.

Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna.” (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)


Cos’è diventato il mare? Quello di petto al quale stavo da ragazzino, su uno scoglio ad aspettare che all’amo ci fosse qualcosa di notevole, di gigantesco e pesante. La lampuga, che lo scirocco si porta via, ma qualche volta invece se la pensa così, vira dal largo e punta sotto costa, per capire se c’è roba da mangiare. Che finge d’essere altro, con quella pinnettina azzurro e argento, che strappa l’urlo a quei tre turisti tedeschi, affacciati alla banchina del porto perché hanno sbirciato tra le pagine di Goethe, che c’è il pescecane, come in una canzone di Kurt Weill. Zitti, che magari ci casca e viene a fare colazione all’amo. O la ricciola che, meno pudica e più ingorda, s’appresta a lambire la costa, come bestia famelica. Ma anche due sauri e quattro ope vanno bene. E quelli prendo. Che fine ha fatto il mare del libeccio, che prima tartaglia giorni interi, poi s’arruffa il pelo e t’avverte col boato dell’onda, col ringhio della risacca, l’odore del sale, che con lui non si scherza? Poi si stanca, e se ne sta buono buono, quasi voglia farsi perdonare per l’ascesso d’ira, nascondendosi dietro forma di specchio, senza manco farti capire dove finisce lui e passa le consegne al cielo, laggiù in fondo, dove curva e la vela fa capolino, mentre il resto della barca pare se lo siano inghiottito Scilla e Cariddi. E allora ti piglia quella specie di commozione per come s’appresta a farsi bello il tutto d’intorno. Non ti viene da fare nessun movimento, non tiri su la lenza e la lasci lì, sotto sotto sperando che nulla abbocchi. Che il tonfo della bestia che si divincola non spezzi il silenzio, che non ti costringa a far fatica per tirarla a secco e ti distragga dal meravigliarti. Al limite ci pensa Pilu Rais a tirar su la cernia, con la sua barchetta e la faccia d’uomo senz’anni, cotta dal sole e scavata di rughe di sale, che somiglia ad una carta geografica di El Idrisi riemersa dalle intemperie delle biblioteche d’Alessandria. Che fine ha fatto il mare? Quello di Giovannina e Teresa che, tra un cliente e l’altro s’affacciano al bastione del sole che si leva e, i grandi seni sulle ringhiere rugginose, urlano ai ragazzini di stare attenti che sugli scogli si scivola che c’è il lippo. Ma a noi non importava di scivolare, come fili di posidonia ci saremmo rialzati come niente fosse successo, con in mano il limone rubato all’albero del vescovo, e lo scollo da intingere nel riccio aperto a piatto di gran portata, perché piccolo com’è, pure, là dentro ci sta tutto il mare. Che fine ha fatto il mare? Che ora è tomba di disgraziati. Una volta quelli venivano a raccontarci le storie d’altre rive, d’altre facce come la nostra, e le ascoltavamo con lo stupore del fanciullo. Ora sembra che debbano starsene al fondo, per farsi perdonare d’esistere. E chi se la mangia più la ricciola? Che ne sai con cosa ha cenato la sera prima quando all’alba, poco accorta, viene a farsi uno spuntino all’amo? Che fine ha fatto il mare, che non è mai stato mio e basta, ma anche d’ogni cristo che ci si affaccia, ci nuota, e d’ogni creatura che ci respira dentro? Almeno lasciatecene un pezzo, quello dell’alba che la rena è umida e deserta, quello della luna che ci si tuffa dentro. A certi cosa importa di starsene lì, se poi si sono comprati un tanto all’etto il divertimento d’una notte, che non gliene importa nulla se lo vendono lì che ancora c’è un pezzo di mare, poiché nuotano più volentieri nel cloro, tra olivette di plastica ed ombrellini nei calici colorati? Non lo sentono nel bum bum il suono della risacca. Ci sono distese di capannoni che hanno tirato su, produttivi, mica come noi pigre creature del mare che abbassiamo il PIL. Dunque, se tanto vi piacciono le fabbriche dei soldi che vi servono per comprare felicità prêt-à-porter, perché non vi trovate uno spazietto lì per tracannare le vostre coppe di champagne? Il mare, anzi, quel che ne resta, lasciatelo semplicemente a chi si fa saltare il cuore in gola appena lo vede, anche fuori stagione e senza servizio in camera.”

Radio Pirata 21 (per amor d’interventismo)

Radio Pirata torna per quota Ventuno, che non è quota a pensione che in libretto di quella c’è scritto fine pena mai. Torna e si fa Repubblica, pure s’attrezza a guerra, con arsenale che superpotenza pare ha petarduccio di bimbo monello a festa di morti. Che se non partecipi ad azzuffo vai a smidollo, pari amico di zar che ora tutti non riconosce più, che pare Supremo di Pietro Aretino che “di tutti parlò male fuorché di Dio, scusandosi col dir non lo conosco”. Che arma possente di Radio Pirata è tale che oltre è a banal fattura di morto, che tanto è di portento che soffia vita e resuscita l’ammazzato. E si parte subito con superbomba.

E la paura di guerra fa novanta, come numero di morti a giusto ieri, a poco largo di coste di civiltà, in Mar d’Africa mio, che quelli fanno a vedere quanto è profondo il mare, mica sono profugo vero, che gli piace l’annego facile, e paese civile, che ha a cuore democrazia, non può impedire soddisfacimento di intrinseco desiderio di far finta d’essere pesce, pure lesso.

Pure giornalettume a commozione autentica per disgrazia d’ex oltre cortina non ha inchiostro a sfaldo per scrittura di tale morto ammazzato per dabbenaggine, pare financo per viltà di sbagliar candeggio. E io sparo bomba a musica che la metà basta a brivido.

Che cambio di clima pare ha tessera bolscevica, che gioca a rimprovero che asciuga il fiume grande e scoperchia nave di seconda guerra, che poi mai s’è conclusa e pare che te lo rinfaccia. Che fiume, ad accordo complottista con effetto serra e pioggia da altra parte, non ha spirito di democrazia, e di libertà fece cartoccio a discarica abusiva, pare lancia messaggio non richiesto. Che è vil fellone pure fiume, pure cambio di clima, pure tutti e due antichi di pensiero che non si rinnovano a dollaro, rublo e bombardo esatto. Qui a tenzone si tira dritto ad evento bellico e si sgancia supermissile ad improvviso di lunga gittata di nota.

Che ieri giovane è morto di lavoro, che a più di cento da inizio anno puzza di disfattismo che ha grazia di finire a trafiletto. Che è fortuna che stampa illuminata non casca in trappola e non dichiara che pure quella è guerra che a taluno scompensato potrebbe apparire tale. Si tratta solo di remo a contro corrente, di disprezzo per libertà e diritto di far soldo a iosa, che quello è puntello di democrazia e di stato liberale. Che fu fortuna che governo di migliori non presta attenzione a fatto così e, di lungimiranza, abolì pandemia a decreto di visione amplissima. Sgancio altra bomba a suono immortale.

Che è bella la guerra, che induce a parlar di cosa seria, non di scemenza di tutti i giorni, spacciata a tragedia di chi ha critica endovena, e non s’avvede di destini fulgidi d’umanità in mano a intelletto superiore. E vi faccio buona domenica a tutti, domenica di fiume di rosso rubino, e a chi se lo può permettere auguro orizzonte nitido in far di sole a scoglio o rena deserta. Che vi chiudo comunicazione di Radio Pirata con sibilo di grande spessore bellico a soffiar vita a fiato imperituro.

Ho perso un’isola

La stessa civiltà che dovrebbe renderci più indipendenti e più liberi, ci costringe a una schiavitù di atti e di pensieri di cui non ci rendiamo mai conto.” (Luigi Capuana)

Che c’è siccità a cottimo, che non piove nemmeno a sputacchio, e governissimo di migliori propone PNRR – che non è suono d’acronimo onomatopeico d’accompagno a gesto d’ombrello– a boccata d’ossigeno esausta, che pare colpo di sensibilità sublime a vertigine. Roba che merita applauso a standing ovation, pure genuflessione a senza remora per acume a vetta elevatissima. Mi sa che vado a musica.

Che se talaltro s’ostina a bomba, pazienza, se però pretende l’io pago con banconota di Monopoli a cambio di carburo di SUV, noi che fulgore fummo di mondo intero, passiamo a carbone e taglio di legna, che pare facciamo noi bomba, ma non d’acqua, a cambio climatico già a conclave. E se vil uomo nero, a lamentoso fuggir per gengie atrofiche e guerra dimentica, s’appresenta a lido nostro, a scusa di martirio per secco pure di ficodindia, ci abbiamo pronta Durlindana a decapito rapido.

Allarmi allarmi ca la campana sona

li turchi su arrivati alla marina

cu iavi li scarpi si li sola

ca iu mi li sulai a stamatina

Che già signora avveduta, che s’era posta ad accoglienza seria di profugo giusto di colore uno, a recapito di colore due, oppose a giusto lo gran rifiuto ad ospito io. Che bene fece che foto a faccialibro viene male a contrasto cromatico d’errore.

Che l’isola mia ad orizzonte sempre vivida, che misi pure a cima di mio blog, per mare che s’alza è ormai persa a vista, solo secca e sparuta ci sbatti a chiglia di barca.

Pure ciottolo a letto di fiume ha sete, mi disse egli stesso che con me parla, e di grande manifestazione per danza di pioggia di settimana che andò a partecipo anche io, mi chiese. Che io c’ero ma non c’era traccia ad altro, che c’era tempo di lutto per cacciata da campo verde di pallone ad irrigazione a goccia, che giornalaio d’alta sfera non ha tempo quale vuoto a perdere per sciocchezza che non piove, che è notizia di pessimismo che non fa Euro manco a venderla a contrabbando. Che prossima guerra è per acqua, che indio non s’accomoda d’altra parte, dice è casa mia, non capisce ch’è selvaggio e pure di colore sbagliato.

Ora esco ad ombrello sotto braccio, che forse faccio diciassette a iella, e giovanissimi lieti di primavera, a tutina d’attillo e orecchia tappata per musica bum bum, pure meno giovani ad abito a fiore finto per compera a fila di cassa, fanno doccia a gratis in corsa ad auto distanziata per parcheggio tuttopieno come sciacquone di WC.

Un’altra vertigine

Che a sfuggita mi leggo una notizia, me la girano dei tali strani laggiù, che scrutano onde, s’arrovellano di tale incombenza. Cinquanta se ne inghiottì il mare, sorpresi dal nulla a disperazione d’arrivare a vita nuova, sorpresi senza un nome. Sono quelli che non contano, non è a pietà che ci si muove per loro, invisibili pure a morte. M’andrebbe di scrivere, ma forse no. Vi do musica, vi do cosa già scritta, che tanto funziona uguale.

“Mi scappa come mi scappa, di scrivere, intendo. Pure di parlare, talvolta. Che la trama me la cucio addosso, che non è tela di Penelope, è altra roba che non so. Scrivo che chiaro non sono manco a me, forse al me di dentro, che sempre vedo di definizione mai esatta e virtù sfuggita. Che lascio all’altro me – di fuori – la complicazione d’obbligo di parlar chiaro, che il fluire di parole a scopo è il pane suo, il mio m’è di nutrimento diverso. E quando scrivo mi scappano sghiribizzi, che s’affamano delle mancanze. Che penso a cose, mi scappa che penso al mare, che nel mare c’è tutto. C’è il viaggio, che il mare viaggia conto terzi, fermo non ci sta. Seppure ve ne state soli sullo scoglio, quello lo stesso si muove, vi concede la vista del mondo intero. Se lo porta dentro, e nell’onda che s’arrovella, pure di bonaccia, c’è universo che sobbolle.

Vi riconoscete in quel viaggio definitivo, perché l’avete già fatto dentro, avete occhi per incontrarlo che già lo conoscete. Chi è di mare aperto, nato con la valigia in mano, migrante per forza, pure se va via sa che, quando se ne torna a casa, la casa fa questo lavoro qui, si sposta da un’altra parte, gioca con le attese, le speranze. Si culla dell’onda. Che non è una la casa che si riconosce al mare, ma è porta aperta sulla vertigine, si trasforma tutti i giorni che domineddio mandò sulla terra, giacché ogni porto che l’onda tocca è già casa. D’inverno, pare che si concede solo a chi ha occhi aperti sull’infinito, e lo ritrova sulla striscia dell’orizzonte. Taluni non sanno ch’esiste, oltre il tempo dedicato a voltargli le spalle, che occhi aprono di distrazione e a tempo, non sanno come aprirli. Con questi gioca, li caccia via, come mercanti dal tempio, si mette a far paura quando ha i cinque minuti. Mi sono persuaso che non voglia intrusi, quelli che occhi alla vertigine non ne vogliono avere. Il mare odia il tiranno, ch’è ponte definitivo e cerniera tra mondi, se li stringe tutti al petto, te li mostra ad ogni onda. L’orizzonte che s’apre all’infinito apre lo sguardo di dentro, gli dà sfogo. Che struggente apprensione mi creava, da bambino, la vista oscurata di cipresso a morto del Teatro Greco, concepito, da chi inventò filosofie, come trampolino di cuore per il balzo dell’occhio verso l’oltre. Ostruito alla vista, a volontà vigliacca del luttuoso nero ch’aggrovigliò il paese, né mai andò via davvero, l’oscena cortina a questo serve, a togliere fantasie, che se guardi oltre, c’è il rischio che pure il pensiero ti corre in quella direzione. C’è il rischio che t’avvedi delle porte aperte, della mano tesa, dello sgusciare del mondo, t’avvedi che non appartieni che al nulla, dunque sei del tutto che vortica d’intorno, sei tu il tutto che vortica d’intorno. Pilu Rais, con la barca lontana di scoglio quando azzurro s’arriccia di bianco, se occorre, conosce la strada per conquistare l’aperto assoluto, e scandaglia di sensi l’abisso, che creature d’argento offre al desco di chi sa attendere. Tempo e mare confliggono di scontro definitivo, l’uno che dell’altro non si cura, l’altro s’acciglia dell’attesa. Il mare questo fa di mestiere, che ti porta genti che hanno storie da raccontare, e se hai una certa qualità dell’anima, ti metti lì e le ascolti, tendi la mano, diventi gente che ha storia da raccontare. Se vivesti nella paura, che mai hai rivolto sguardo all’infinito, il racconto t’angoscia, sostituisci all’orizzonte il rassicurante filare del cipresso, la banchina a cemento, il fortilizio inespugnabile, a difesa del nulla di cui ti sei vestito, schiavo per sempre, con bende a occhi, cuore mutilato.”

Le regole d’ingaggio

Che c’è aria di crisi, pure nera, tra me e l’altro me, che qualcuno obietta che crisi ce n’è in ogni dove, e che mal comune appare mezzo gaudio, ma il bicchiere non è manco mezzo pieno, pare di più assai vuoto. Che io ai bicchieri pieni ci tengo, come ci tengo a musica ad orecchie inesauste, stanche semmai d’altro.

La crisi si mostra impietosa, ogni giorno s’avvinghia a viscere che ormai manco la magnesia appare di conforto, che pure quella inacidisce, s’attrezza ad ulcera perforante. Che s’era messo a fare l’insegnante – ma glielo avevo detto che c’era odore di trappola – che gli pareva che tutto fosse Gianni Rodari e Maestro Manzi, che li si ride e si gioca, pure s’impara.

Di tregua non si vede ombra, che è settimane che il telefono di quell’altro me pare centralino di ministero. “Prof mi scusi se la disturbo a quest’ora che forse era già in fase Rem”.

“Ma signora, che scherza, non lo sa che la fase Rem è stata abolita per gli insegnanti con protocollo di ministero della burodemorazia, ed è concessa solo tra il 14 ed il 15 agosto, fatte salve esigenze legate allo svolgimento di attività didattiche estive improcrastinabili, con esperti di caratura pedagogica definitiva, quali lanciatori d’aquiloni a cottimo?”

“Che ci volevo dire che non so come deve rientrare mio figlio a scuola, che è stato in quarantena ma che il decreto di quarantena a noi non ce l’ha dato nessuno, ma che mi pare che scatta in automatico se non rispetti un metro e ottancinque centimetri di distanziamento senza mascherina omologata quale dispositivo di protezione individuale e non come presidio sanitario e visto che la sorellina, che frequenta la terza elementare, e che è in sorveglianza volontaria e sanitaria, è stata a contatto col nonno paterno, che sempre di quello è la colpa, che è pure diabetico ma se ne va a farsi infettare nella bettola dello zio di suo padre, e è risultato positivo, che loro, tutti e due l’hanno visto l’altro ieri a cena dalla zia, mentre scendeva le scale che s’era fatto fare la zuppa di cinghiale che manco sappiamo se c’era là dentro la peste suina, che la bestia l’aveva ammazzata mio fratello che lui è cacciatore provetto, ma quella smandrappata della moglie che ne so dove l’ha condita col prezzemolo, e se poi fosse cicuta a me chi me lo dice, e insomma basta il tampone negativo oppure il certificato medico del pediatra, ma anche il prete m’ha detto che casomai lui fa un certificato che s’è fatto il battesimo, la seconda dose con la comunione ed ha prenotato il booster della cresima a giugno, ma mi dice mia cugina, che ha lavorato alle poste e che di cose burocratiche se ne intende, che forse se io faccio una autodichiarazione mi pare che possa bastare che c’è la legge sulla privacy. Ma se non può tornare a scuola, mio figlio mi chiedeva, che gli ho comprato il tablet che lei manco sa quanto m’è costato, se può continuare la Dad, ma come mai nel registro c’è scritto Did e quando non si collega non è come dice la sua collega di disegno che s’è messo a fare i videogiochi che gli ha messo una nota e pure un’assenza, ma perché non ci è campo neppure linea col telefonino che abbiamo telefonato alla Tim, che poi non ce l’abbiamo nemmeno il contratto con la Tim, ma che noi la volontà ce l’abbiamo messa tutta. Ma che le pare modo questo?”

Che si ripete da un mese, che non c’è pace, manco vita, né notte né giorno. Ora, quello è in crisi perché tutto il giorno risponde al telefono, alle mail, ai messaggi, poi lassù gli chiedono di compilare una relazione pure per sapere in quale ordine i bambini devono andare a pisciare, con tanto di firma digitale autenticata. Insomma, lui rischia di scoppiare e io, che sono nessuno, me ne devo fare carico. Ora è in crisi che gli è uscito un libro nuovo nuovo, che ha avuto gestazione di discreta lunghezza, e mentre lui anela a darne visione al mondo, a fare, come un tempo, geniale chiacchierate a pubblico, tocca a me, come al solito di doverlo rinnegare che, gliel’ho pure detto, che non ne vale più la pena. Così, stasera, mi tocca d’avercelo a carico, che quando è ridotto che pare straccio, mi svuota dispensa e cantina. E io pago, che poi manco un aumentino, un rinnovuccio contrattuale, che me lo merito, che sono badante di me stesso.