Sacche resistenti (Allonsanfàn parte quindicesima: L’Altelier)

La rapidità dello sviluppo materiale del mondo è aumentata. Esso sta accumulando costantemente sempre più poteri virtuali mentre gli specialisti che governano le società sono costretti, proprio in virtù del loro ruolo di guardiani della passività, a trascurare di farne uso. Questo sviluppo produce nello stesso tempo un’insoddisfazione generalizzata ed un oggettivo pericolo mortale, nessuno dei quali può essere controllato in maniera durevole dai leader specializzati.” (Guy Debord, I Situazionisti e le nuove forme dell’arte e della politica)

Le arti non si parlano, non comunicano, si muovono in due direzioni precise, la narcisistica pretesa della propria superiorità l’una sull’altra, si trasformano pure, con protervia efficacissima, in manifestazioni elitarie. Pochissimi poeti ritengono di costruire dialoghi con pittori o scultori, il viceversa vale in misura eguale; rari fotografi immaginano un confronto alla pari con musicisti, e l’opposta direzione si realizza in medesima maniera, inquietante resistenza al confronto. Quando l’assioma della specializzazione ad ogni costo, del narcisismo patologico pare viene meno, è assai comune che finga solo sia così, ché il rapporto artistico non è orizzontale, frutto di dialettica, condivisione, progetto comune, diventa convincimento sacro ed inviolabile che “l’altro” abbia – si merita, meglio – una condizione didascalica, ruolo di insalatina intorno al piatto forte. Dunque, non nasce movimento transartistico, non esiste avanguardia fondata su idem sentire. Il confronto regredisce al nulla, rimane relegato a sacche resistenti ubicate forzosamente nell’oblio del no-social. Di più, l’arte diviene merce, l’artista è mercante che rimuove l’atto creativo per produrre serialità, salvo cambiarne l’identità in funzione del desiderio palesato del consumatore. Critici, gallerie, curatori non s’adeguano semplicemente, divengono artefici del declino, complici – inconsapevoli? – della regola ferrea dell’incomunicabilità, condizione fondante della specializzazione. Più l’osmosi artistica si impoverisce, più la qualità dell’arte regredisce a tratti di mera spazzatura, costruisce per sé la condizione di disperato germoglio su terre aride. Non esiste oggi possibilità alcuna che un Asger Jorn sorseggi vino in una bettola d’i ‘un paese di frontiera con Peggy Guggenheim in dialettica serrata con Debord, i Velvet Underground non vedranno più immagini warholiane sui loro dischi. Nessuno scriverà manifesti per nuove forme d’arte ché questa sarà progressivamente appannaggio di classi sociali che, al contempo, ne detengono il controllo e ne decretano la morte per asfissia da specializzazione. Nemmeno l’arte pare più espressione del tutto d’intorno, punto d’osservazione privilegiato su quello, lo evita anzi, perché se ne pretende, pure quando appare provocatoria ed eretica, una natura rassicurante un tanto al chilo. Questo credo, pure se v’è testimonianza di sacche di resistenza, tentativi di ribaltare lo stato di cose. Ce n’è di tali che portano arte nei non luoghi dell’arte, s’aprono frontiere d’emancipazione e di riscoperta d’umanità dove convenzioni non scritte non ne prevedono, che costruiscono le condizioni proprie della dialettica orizzontale tra le forme espressive, riportano l’arte ad altezza d’ogni individuo, senza pretesa di conoscerne il budget a disposizione. Che se ne parli, che ognuno lo faccia come può e quando può, ne racconti l’esistenza, ne produca l’incontro che si fa anti-rete (virtuale), filo robusto di legame autentico, che sottrae spazio a squallidi mercanti del click, del mega-evento devastatore, della prebenda familistica. L’ho fatto in due occasioni (qui e qui), per lo stesso luogo (lo conosco meglio, altre ne intravidi di interesse notevole ma non ne ho dettaglio esiziale).

Faccio tre con L’Altelier di Modica Alta, uno spazio espositivo dove non dovrebbe esserci, semplicemente anticamera d’una abitazione trasformata ad un uso condiviso, per ospitare arte, al centro d’un quartiere che non v’è preposto, popolare e vecchio, intriso di tradizione ma non abbastanza vicino a fasti da cartolina come quello più in basso. Vi si fermano rari turisti, quelli che sono adusi a esplorazioni faticose a percorrenza di vicoli stretti, dedali di stradine e scalinate erte, silenzi profondi, scarpinanti che s’attrezzano allo stupore dell’improvvisa apertura sul presepe di case. È quartiere dove la domenica presto puoi fare colazione con vino e bollito, dove puoi trascorrere serate sotto le scale d’una chiesa sempre con qualcosa da bere che non necessita di mutui a tasso d’usura a conto fatto. Basta mettere tre sedie fuori da quel posto e può fermarsi qualcuno ad occasionale passaggio, alla ricerca del belvedere con paesaggio mozzafiato, centro metri più avanti, che s’appassiona all’esposizione, si mette a discutere con lo sfondo del jazz di Miles o The Goldberg Variations di Bach suonata da Glenn Gould. Ma pure si ferma Peppe, custode dell’imponente chiesa prossima, birra e sigaretta in mano, oppure il vecchio don Angelo, un tempo abilissimo “mastro” di muri a secco, che s’accomoda con libro in mano o grappolo d’uva della sua vigna. Se capitate da quelle parti c’è ancora la mostra di cui ho parlato qui. La prossima è quella sotto (ne parlerò nei prossimi giorni delle due artiste coinvolte).

Ed a chiusura dello spazio, le convergenze evolutive, il progetto che pretende trasformazione, prosegue più giù, al fresco dello slargo, a tavola, incontro di sensibilità diverse, anche solo di chi semplicemente si trova attratto da conversazioni altre. È esperienza di sanità mentale, è progetto ricostruttivo, atto di resistenza estrema alla barbarie delle elité che pretendono pure di controllare e di guidare il senso, financo la percezione, della bellezza. Altre esperienze ci sono senz’altro, se cominciano a sentirsi, parteciparsi, creano discontinuità, la potentissima – e terribilmente fragile – società dello spettacolo non se lo può permettere.

L’insostenibile insipienza dell’essere

Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie funebri e di andare dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo.” (Herman Melville, Moby Dick)

Non v’è sorpresa nel desiderare di prendere il largo, pure se non c’è meta, che è desiderio d’avventura appagante attingere a quella enorme vasca da bagno che talora s’inquieta. Anzi, se meta c’è, questa non presuppone la deriva, richiede tratte precise, che sono quelle scritte con sapiente crudeltà certosina a definizione di rotte di grandi carghi, che caricarono merci che si fecero dentro di noi varco inesorabile cacciando il resto. Lasciando recluso ad angolo infimo il desiderio di vertigine che c’è nella scoperta, nell’accettare la deriva quale opzione plausibile, financo irrinunciabile. Ché in fondo ad ogni deriva c’è una terra nuova che si fa sorpresa, ed assai più sorpresa è sapere che oltre quella terra è ancora possibile una deriva al senso dell’arrivo, per un’altra terra, poi un’altra.

Perché è possibile immaginare esistenze altre fuori dal preordinato che rende torvi e assenti, intrisi di pensiero preconfezionato, a conservazione di sotto vuoto spinto ed accumulo in testa. È possibile riprendersi l’esatto contrario del far come convenuto, prima della follia dell’annichilimento, del pensiero che muore, del sogno spento. È possibile far grandi pulizie d’inutile fardello accumulato un tanto al chilo, per esigenza d’altro che non si curò della natura d’uomo, la ridusse a cloaca massima di rifiuto a spaccio d’occasione imperdibile. Non è ancora tardi per la prua rivolta vento alle spalle, che sarà quello e l’onda a convincere di svuotare le stive che appesantiscono navigazione spigliata, scivolamenti agili e perfetti su scogli che, invece, non concessero visto di sorpresa a chi muove se stesso con carico infinito. “Getta via il ciarpame, amico! Che la tua barchetta sia leggera, e porti soltanto ciò di cui hai bisogno.” (Jerome Kapla Jerome). Al massimo qualche bottiglia di vino in più.

Rotta altrove

Gettato sull’erba vergine, in faccia alle strane costellazioni io mi andavo abbandonando tutto ai misteriosi giochi dei loro arabeschi, cullato deliziosamente dai rumori attutiti del bivacco. I miei pensieri fluttuavano: si susseguivano i miei ricordi: che deliziosamente sembravano sommergersi per riapparire a tratti trasumanati in lontananza, come per un’eco profonda e misteriosa, dentro l’infinità maestà della natura…” (Canti Orfici, Dino Campana)

Qualche volta bisogna fare rotta altrove, che un sabato d’agosto il mare non è tale, pare cittadella presa d’assalto e si fece altro ad attendere tempi migliori. L’altopiano, invece, sulle guide non c’è, non c’è bagordo che l’accompagna. Mi sono fatto decine di chilometri e non incontrai nessuno, che presenza umana invece è dappertutto, in dedalo infinito di muro a secco, pietra su pietra strappata alla terra resa fertile.

Quadrati, rombi, trapezi, cerchi ed ovali, che raccontano storie d’antiche enfiteusi, maggesi, di padri che lasciarono un fazzoletto di terra ai figli che lo lasciarono ai loro. Antichi abituri che non smisero mai d’essere abitati, che di destinazione d’uso fecero gioco bislacco, financo sepoltura di vassallo d’Eblon divenne chiesa di Bisanzio, tombe si fecero magazzini, ovili, abitazioni di chissà quante genti da mille mila anni per bagaglio d’ampia fantasia a necessità impellente. L’intarsio è roba di ordito intricatissimo, d’eleganza somma, sguardo di vertigine si spinge sinché ce n’è. E poi, d’improvviso dicchi e pieghe della crosta, per irrequietezza di mantelli incandescenti, di sommovimenti terribili, pure strapiombi infiniti, dove le acque gelide di fiumi si fecero e si fanno strada a scavare tane per trote, volpi, ghiandaie e biacchi iridescenti. C’è comanda di silenzio e pure il sole picchia con cautela, da leggera brezza si fece persuadere a non farsi calor bianco, che il maestoso carrubo, l’ulivo saraceno secolare, un gelso di frutti maturi, comunque, vigilano che creature abbiano ombra a sufficienza. Financo il Pino d’Aleppo, spilungo e sghembo, s’affaccia a bastione calcareo, fa capolino oltre il sughero di quercia, tra cento anfratti che nascosero velli d’oro e trovature in fondo ad arcobaleno. L’asfodelo richiama avi a perdersi di memoria, che pare tutto ingresso a terra di Lotofagi, che smarrisci tema di ritorno. Quella è terra delle fiabe, terra d’apparenza sola, che di colori si fece tavolozza densa, e non si curò che di chi ne seppe cogliere l’indispensabilità d’ogni cromatismo.

Senza titolo, per scelta indotta

L’uomo non è granché vicino ai grandi uccelli e alle bestie. Vorrei proprio essere quella bestia laggiù nel buio del mare.” (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)

C’è mare, pure c’è altro mare, che quello sempre lo stesso non pare. Sfugge allo sguardo che lo distoglie e si contorce d’abbandono e ad esule e migrante fa strada in salita, di vertigine si tinge con l’onda che si schianta a fragore e grido di disperazione. C’appartiene alle genti di terre che toccano il mare, a favore di sguardo, destino preciso di farsi a trasporto di bonaccia che mai rimanemmo ferme, nascemmo con schiuma di sale a scorrimento d’arteria. Che ci affratelliamo per forza a compiacenza con genti simili, che c’è ancora altra sponda da lambire a chiglia di barca sgangherata, a vela di strappo, a sforzo di braccia e rete lacera. Pur a star fermi siamo di movimento a mare aperto che quello non s’accheta solo d’attesa.

Gli altri migravano: per mari
celesti, supini, su navi solari
migravano nella eternità.
I siciliani emigravano invece.
Alle marine, nel fragore illune
delle onde, per nuvole e dune
a spirale di pallide ceneri
di vulcani, alla radice del sale,
discesi dall’alto al basso
mondo, figurati sul piede
dell’imbarco come per simbolo
della meridionale specie,
spatriavano, il passo di pece
avanzato a più nere sponde,
al tenebroso, oceanico
oltremare, al loro antico
avverso futuro di vivi.

(Stefano D’Arrigo)

Radio Pirata 37 (ad imboccar strada per viaggio)

Radio Pirata boccheggia a Trentasette, come suo conduttore che forse arriva a vedere, pur se ancora a distanza di sicurezza, fine di tunnel per barlume di luce lontana. Che poi s’appronta a viaggio di ricongiungimento con terra nefasta di sacri natali, dove scoglio attende occupazione permanente, come punto ad osservazione museale d’attivo orizzonte. Questo è cangiante a tempo, s’attrezza stupore autentico che si tinge di colore che vuole, oppure si mette maschera di libeccio quando in basso l’azzurro si gonfia di vento e schiuma, che sale straborda ovunque, ch’io me ne feci godimento autentico. Pure vado di musica.

Che scoglio camufferò di transatlantico, crociera a lusso sfrenato per appagamento d’ogni senso inesausto. Che fu tempo che invece varavo nave a giganteggiare per metri quattro da prua a poppa, a tanto di lampara per richiamo di seppia ed illuminare notte. E la varai ad affrontare intemperia notturna a potente motore di colpo di remo e basta, e mi feci a felicità irrefrenabile se bonaccia stirava superficie di mare a farne tavola di specchio. Che la notte è traversata tra l’onde che non lascia a vedere altro che non è notte, che stella di firmamento, luna anche a spicchio, talora non riesce a scalfitura di staffilata di luce, e preserva ricordo di sorpresa, adrenalina di scoperta, fuoco d’immaginazione dell’oltre la coltre. Musicando penso a notte.

Che talora immaginavo che non fui solo a colpire tavola di piombo fuso, a non far rumore per fuga di sgusciante creatura.

Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro, dove il mare è mare.” (Stefano D’Arrigo)

Ora su scoglio mi intravedo a desiderio di viaggio autentico di infinito a nessun movimento, che quello è viaggio che parte a dentro, a dentro si conclude, che rende però dentro sì tanto ampio ed infinito che non lascia viaggio a conclusione alcuna. Che viaggio a fermo immagine su scoglio immortala narrazione autentica d’unico viaggio d’avventura che fu senza compreso nel prezzo, pare esplorazione di tempo altro, affrontare temerario la distesa di vertigine del globo terracqueo.

È viaggio che mai potè fermarsi che esso reitera se stesso nel compimento ardito d’una ricomposizione permanente con la dimensione della scoperta ancora e ancora d’un tratto perduto di cosa che è dentro protagonista di viaggio.

Nè mai fu esausto il viaggio che si compì senza a spesa d’energia d’apparenza, che merita solo bagaglio leggero di bibita fresca, che offre a tiro d’occhio da piede frutto di mare e riccio a rendere essenza di ciò che è a vista a forma di gusto e oltre. Fatica di scoperta merita d’essere fatta con pensiero che cancella ogni ipotesi altra che non sia quel viaggio di ricongiungimento con l’immenso, che si riscopre identità di tutto e tutti che sanno aspettare per sbirciarne l’intimo dettaglio. La narrazione autentica si eviscera a cambio cromatico, a forme cangianti frequenti e repentine, a silenzio e risacche, a canto di dolore d’acqua che urta foro a roccia, che pare lamento di sirena, urlo di creatura che soffre e patisce, gabbiano che rivendica congiunto, caccia indesiderato a competizione di desco. Che chiudo anteprima di viaggio con musica a fondo di viaggio.

Radio Pirata 30 (a singolar tenzone)

Radio Pirata si fa Trenta, che è prima di Trentuno quasi sempre. Che essere conseguenziali, pure precisi, è cosa che si conviene a strutture serie, che Radio Pirata tale è, o forse, come da premessa pare tale, quasi. Che c’era desiderio esaudito che faccio puntatone a talk show e invito, quale salotto buono, ospite a pago a cottimo, un tanto a minchiata, a speranza, che fa grande audience, che intellettualume poi se le dà che faccio share che pare borsa a volo ad altissima quota per predisposizione di guerra. Che Radio non manca però di suo compito definitivo che è di porre a musica la sensazione di scorribanda che è ad insito in suo nome.

Che subito mi viene a mente tale che ci fui a lezione, pure mi tocca di invitarlo per proporre questione seria, che a causa d’impedimento mi mandò sua frase che casca a fagiolo per cosa precisa. Che mi posi problema di come pandemia è sconfitta ex legis e scienziato pare sparito, ch’egli, a previsione di tale domanda mi scrisse “Pensiamo che la scienza sia obiettiva. La scienza è modellata dalla società perché è un’attività umana produttiva che richiede tempo e denaro, e dunque è guidata e diretta da quelle forze che nel mondo esercitano il controllo sul denaro e sul tempo. Le forze sociali ed economiche determinano in larga misura ciò che la scienza fa e come lo fa” (Luigi Luca Cavalli Sforza)

Egli pure suggerì che razza non esiste e primo fu a dimostrazione, che se uno dice tale uomo è diverso da altro, a conseguenza, pare razzista, che ci scrisse pure Manifesto assieme a banda d’altro scienziato che c’era anche tale Rita Levi Montalcini.

Che egli qui mi pare esagerò, che se vero fosse questo che dice, se governo di migliori dice che tale profugo per guerra si può accogliere, pure a cambio di doblone a frutto di solidarietà, e tal altro, invece, per guerra altra, se ne può andare a deserto ramingo o a carcere a voce di spesa patria, sempre a deserto, e se scappa muore d’annego, pare sia razzismo anche quello. Che come fa governo di migliori a essere a razzismo conclamato, pure a norma di firma ceralaccata di norma, che ci ha a sostegno grande, glorioso e giusto partito di sinistra? Se veniva, il Professore, a salotto buono di talk show di Radio Pirata, ci sta che c’era cazzotto certo. E vado a musica a giusto stacco a stemperare tensione di singolare tenzone.

Volevo invitare anche tal altro che scrive e fa di scrittura mestiere, ma ci sta che poi finisce a cazzottatura, ch’io non mi metto a separazione di contendenti che ci ho menischi malmessi, ch’egli voleva venire pure da posto che d’ultimo e ha sconforto, per dire cosa che mi mandò promemoria. “la schiavitù non è altro che il profitto di pochi del lavoro della massa. Perché la schiavitù possa essere abolita è necessario che gli uomini non sfruttino più le fatiche delle masse e che considerino vergognoso e vile tale sfruttamento. Intanto si fa in modo che venga nascosta la forma esteriore della schiavitù e che venga abolito il mercato degli schiavi; così facendo tendiamo a persuaderci che non esiste più la schiavitù e non vediamo e non vogliamo vedere che invece continua a esistere, dal momento che tutti gli uomini continuano a credere che sia giusto sfruttare le fatiche altrui. E poiché quest’opinione resiste, ci saranno sempre quelli più furbi e più forti che si credono in diritto di farlo.” (Lev Nikolajevič Tolstoj)

Che finisco a saluto con poesia di tale che è a colore giusto per convenzione amministrativa, dunque non contraddico norma ch’egli qua già c’era, pare non ci arrivò a barcone di sfollato.

Nun mi lassari sulu

Ascutami,
parru a tia stasira
e mi pari di parrari o munnu.

Ti vogghiu diri
di non lassàrimi sulu
nta sta strata longa
chi non finisci mai
ed havi i jorna curti.

Ti vogghiu diri
chi quattr’occhi vidinu megghiu,
chi miliuna d’occhi
vidinu chiù luntanu,
e chi lu pisu spartutu nte spaddi
è diventa leggìu.

Ti vogghiu diri
ca si t’appoji a mia
e io m appoju a tia
non putemu cadiri
mancu si lu furturati
nn’assicutanu a vintati.

L’aceddi volanu a sbardu,
cantanu a sbardu,
un cantu sulu è lamentu
e mori ntall’aria.

Non calari l’occhì,
ti vogghiu amicu a tavula;
e non è veru mai
ca si diversu di mia
c’allongu i vrazza
e ti chiamu frati.

Frati ti sugnu e cumpagnu
calatu a scippari i spini
chi nsangnunianu i pedi:
frati e cumpagnu jisatu
a sfardari i negghi
e astutari i lampi:
frati e cumpagnu
si scattanu i trona
e trema a terra,
si spunta u suli e l’abbrazza.

Unu nun fa numiru,
nascemu pi cantari nzemmula
e non pi lassari
eredità di lacrimi
e ripitìu di lamenti. (Ignazio Buttitta)

Non mi lasciare solo
Ascoltami, / parlo a te stasera / e mi pare di parlare al mondo. // Ti voglio dire / di non lasciarmi solo / in questa strada lunga / che non finisce mai / e ha i giorni corti. // Ti voglio dire / che quattro occhi vedono meglio, / che milioni d’occhi / vedono più lontano, / e che il peso diviso sulle spalle / diventa leggero. // Ti voglio dire / che appoggiato a me / e io appoggiato a te / non possiamo cadere / nemmeno se la bufera / c’insegue a ventate. // Gli uccelli volano a stormo, / cantano a stormo, / un canto solo è lamento / e muore nell’aria. // Non abbassare gli occhi, / ti voglio amico a tavola; /e non è vero mai / che sei diverso da me / che allungo le braccia / e ti chiamo fratello. // Fratello ti sono e compagno / curvato a strappare le spine / che insanguinano i tuoi piedi: / fratello e compagno alzato / a lacerare le nuvole / e a spegnere i lampi: / fratello e compagno / se scoppiano i tuoni / e trema la terra, / se spunta il sole e l’abbraccia. // Uno non fa numero, / siamo nati per cantare assieme / e non per lasciare / eredità di lacrime / e ripetuto di lamenti.

E buona domenica assai con musica a favore di vento, pure se di colore fuori legge.

La tempesta e buona notte

Che non m’andava – meglio, non mi riesce – stasera di scrivere, pure avevo voglia di farlo, per dare magnifica notte a chi si becca il passaggio da qui. Nella contraddizione in medium stat virtus, che scrivo, ma non troppo, e riporto d’altri, ma m’impegno per colonna sonora adeguata, e, se leggete, fatelo a voce alta, pure a musica di fondo.

“Che succede a volte nelle tempeste, eh, ‘Ndrja, che succede? Succede che alla fine la chiumma si dichiara vinta, tutti piegano il collo e da quel momento, di momento in momento, aspettano solamente l’ondata che li annegherà.

Però, quando l’ondata che pare mortale arriva, ed è un cavallone d’acqua e di vento che fischia e schiumeggia, alzato con le zampe per aria sopra la chiumma e ogni uomo già si speranza di mondo e si rincunea sotto, mentre il terribile cavallone si sdirupa sopra, li sconfonde, acceca e come per sempre gli leva il respiro, e tutti, inghiottendo acqua pensano: affogai, in quest’ultimo istante succede però, che il cavallone si ritira, la barca torna all’aria e ogni uomo cerca allora con gli occhi il compagno vicino, si contano l’uno con l’altro se ci sono tutti e, poi, subito, c’è chi ripiglia il timone, chi rimpugna il suo remo, chi svuota la barca dell’acqua imbarcata. Insomma, dopo quel terribile istante in cui vedettero la morte con gli occhi, fanno come avessero deciso di non arrendersi, e si direbbe che proprio lei, la morte vista con gli occhi, gli avesse ribellato il vivere che prima della morte, essi stessi, col loro scoraggiamento, avevano ormai mortificato: avanti, forza, sursincorda. Si spronano allora gli uomini in periglio. Vediamo quel è la situazione, vediamo se è proprio disperata o se ci possiamo mettere rimedio, vediamo, vediamo, se c’è modo d’uscirne. E se non era scritto che uscissimo, si scriva, se non altro, che ci ribellammo, e che maniammo, non solamente, maniammo d’ogni modo e maniera, smaniammo per potercela scapolare, e che la morte non ci pigliò a collo chino, con le mani al petto a dirci le preghierelle. Capisti, ‘Ndrja” (Stefano D’Arrigo, Horcinus Orca)

Buio d’orizzonte

Stamattina a mare, giusto dieci minuti. Che ci ho trovato un raggio di sole proprio per un saluto breve, che vale musica buona, però che viene di liberare Spartaco (e vi tocca d’avviarla).

C’è stato il tempo di fare qualche scatto, che ne avevo voglia. Ma s’era messo a bufera, con certo pelo rizzato a schiuma che faceva paura. Il cielo s’era tinto a zinco, tutto raggrinzito di lutti. Roba che manco Pilu Rais se n’era uscito. Pure lui s’era messo a nero, più del solito, che giornate così se ne sono viste tante. Ma stamattina pareva girare tutto al contrario, lui anche il caffè m’ha rifiutato, che è cosa che non gli appartiene. Aveva la faccia che pareva gliela avessero scavata a forza, e gli occhi gli erano diventati grigi. Non si esce col mare così, solo quelli grossi ne hanno facoltà. La fornace, lontano, pareva un pezzo di formaggio che s’era fatta cibo per sorci. Gliene staccano un pezzo per volta, che sono sorci che non li pigli con le trappole, che sono loro che mettono trappole. Pure il padre di Pilu Rais, che non si sa quanti anni ha, che il figlio già ne ha più di anta di un pezzo, s’era messo a passeggio a riparo di risacca, che lui al mare ci parla di lingua comune.

Il borgo s’era messo addosso un vestito di silenzio, non c’era una luminaria che fosse una, come quando s’aspettano cose brutte. Quello una volta era posto felice, che accoglie, sin dal tempo che il tempo manco c’era. Chi voleva, lì si fermava, e trovava bicchieri di vino, una coperta nuova di lana di pecora. Ora, invece, pure a lui gli hanno detto che se ne deve stare chiuso, come se al mare gli puoi dire che deve starsene asciutto, pure insipido di sale. Che gli approdi sono per quelli grossi di tasca, mica per i disgraziati che cercano la ventura del porto salvo. Ai moletti come al borghetto, gli dicono apriti al massimo in estate, che qualche lustrino in pigiama da leopardo s’affaccia alla tolda tra gli ottoni a lucido di schiavo, e saluta a sorriso di ganascia capiente. Per i poveracci non c’è fretta, se ne stanno a bagnomaria. Che noi abbiamo altro a cui pensare, certe fantasticherie, certe giravolte a carambola, che manco le posidonia a risacca si permette. Che siamo numeri di lotto, magari usciamo giusti, ma se la ruota è sbagliata, – che quella pare che gira solo in un verso – hai voglia di chiedere una mano. E mi pare che l’ha capito pure il mare, che gli fanno inghiottire i poveracci, che una volta li abbracciava. E se ne ha per male, che stamattina, – che pure lui un po’ fumantino è – manco a me che sono suo figlio m’ha sopportato, e dopo dieci minuti m’ha mandato una scarica d’acqua che non se ne vedeva dal diluvio, che io non sono Spartaco, m’ha urlato, che ci ha pure ragione.

Ultimo atto?

Arrivato all’ultimo tampone mi pare che mi devo fare pure l’RCA, che non c’è cautela che basti. Se mi va bene domani mi danno il foglio di via libera. Fino all’ultimo inciampo, ch’è scritto pure su fondi di caffè che c’è. Libero tutto, ma di DAD mi cavo gli occhi, e mi si abbassa la palpebra sopra l’oscurità di sotto. Nemmeno mi viene di indugiare a monitor, ch’è roba ormai da tormento, da ferri caldi sotto le unghie. Che mi verrebbe di scrivere ma diottrie esauste m’invitano a frugare in archivio che una cosarella che scriverei pure ora l’ho trovata. Nasi strippati a tamponi ardenti, occhi rifusi, mi rimangono orecchie, e se ne avete altrettante, partite di musica, con quella leggete, se vi viene, che non vi porta scompenso, pure s’è ritrito.

“Le finestre, talvolta, sono copertine di libri aperti, le porte finestre lo sono di grossi tomi che s’aprono sulle distese di pagine di terrazzi e balconi. Libri di memorie, diari di viaggio, appunti per una fuga. Pagine ancora intonse, da riempire di parole. Mi sono convinto che il Borneo di Salgari deve essere stato scritto su quelle pagine. C’è un momento migliore degli altri per scriverci sopra, quando s’apre la copertina rigida e fuori è appena l’alba. Fa ancora freddo, e l’aria t’entra sotto la pelle, cerca riparo, s’apre varchi e risveglia le curiosità della notte. La luce non mostra ancora la consuetudine, ma fa della penombra l’anticamera della scoperta, come se alla sua esplosione il già visto dovesse trasformarsi nell’inattesa sortita della sorpresa.

Stamane era fresco su quelle pagine, ed il fiume di sotto s’intravedeva appena, una striscia dorata, sottile per le piogge mancate. Poi i raggi più impertinenti, come un re Mida al contrario che ha cambiato fornitore di stupore, lo trasforma in un budello color rame. E mi viene di lanciargli una bottiglia – ho avuto tempo a sufficienza per procurarmene una vuota, pure con tanto di tappo a tenuta – perché la consegni al mare con un messaggio, un pizzino da niente su cui ho buttato uno scarabocchio, giusto tre parole in fila. Ma mi viene, così per scherzo, l’idea di anticipare la bottiglia. E allora mi precipito su un tronco, una zattera, una canoa, pure un canottino gonfiabile va bene, a favore di corrente sino al mare. Lì c’è bisogno d’altri mezzi, roba cui cazzare la randa e il fiocco per cogliere tutto il vento necessario a strappare nodi alle onde, schivare la fiera famelica, le cannoniere portoghesi, i brigantini di sua Maestà, appena una sosta per un bicchiere buttato giù d’un fiato con i pirati, e poi ancora verso Sud. Sino all’approdo su una Ferdinandea che non c’è sulle carte, naufrago su una spiaggia di vetro, con la mia scorta di prugne secche, cucunci e vino.

La speranza è che un’eruzione improvvisa non mi cancelli con lo scoglio, sprovveduto emulo d’Empedocle, per di più pigro poiché per nulla propenso ad accettare la sfida dell’ascesa vertiginosa al grande vulcano, solo oziosamente sdraiato ad un passo dalla risacca. Ma se proprio deve succedere, almeno fammi ritrovare prima la bottiglia, il messaggio che mi sono mandato per vedere se sono più veloce di me stesso. Eccola là, la bottiglia, mentre si sente il brontolio sottomarino della bestia che risorge. Tra la pomice del bagnasciuga strappo il tappo, e sul postit, che con le cartolerie chiuse di meglio non ho trovato, le tre parole in fila : Appena posso arrivo.”

Concessione per un assembramento

Il mio rapporto con il televisore è quello che chiunque può avere con un qualsiasi altro elettrodomestico. In definitiva rassomiglia, dal mio approssimativo punto di vista, alla lavatrice. Senonché, quest’ultima, col suo roteare continuo ed unidirezionale, ha però qualcosa di mantrico, dunque assai più coinvolgente del primo. Evitando, comunque, di starmene a lungo ad osservare entrambi, mi capita – seppur non di sovente – di indugiare con l’elettrodomestico più colorato per qualche minuto, alla ricerca del Tenente Colombo, generalmente. In certi casi però scatta l’attrazione fatale per certe cose il cui contenuto orrifico cattura la mia attenzione come stimolerebbe la curiosità dello scienziato socio-antropologo. Da qualche anno, quest’effetto d’inquietudine me lo riservano certe trasmissioni di cucina, dove dei tali, con serietà e piglio accademico, elucubrano su abbinamenti sapienti tra la curcuma del Madagascar e lo zibellino delle Fiandre. M’avvedo che non s’appellano cuochi, ma chef, che hanno modalità di trasmissione del messaggio gastrointestinale, da sgamati conferenzieri. Disquisiscono su pietanze dai cromatismi estremi, più Mirò che Caravaggio,

che occupano porzioni infinitesimali di piatti dalle dimensioni della Nimitz. Vieppiù, narrano d’assembramenti d’ingredienti ricercatissimi, che si rincorrono ad occupare superfici millimetriche, confondendosi e interloquendo, pare, con simmetriche argomentazioni. Non ce n’è uno che non richieda un tomo di citogenetica per l’elencazione definitiva delle proprie componenti, che il gusto semplice del singolo protagonista deve emergere a gomitate, mica per centralità e prestanza. Nulla contro la sapienza elevatissima dei soggetti in questione, però… che debba mangiarmi una foglia di radicchio assieme a 32 o 33 orpelli in bella presenza, da commisurare adeguatamente affinché non invadano il protagonista, lo sovrastino sino a farlo scomparire, mi pare esercizio ginnico del palato cui manco la zia Agata e la sua imperitura Trinità penitenziale m’avrebbe sottoposto. Invero, la complessità m’intriga, ricercarla disperatamente m’è atto contronatura, direi contrario alla mia religione che, ahilei, non sembra coincidere con quella della pia zia. Eppure v’è un’eccezione di piatto complesso che m’attrae, pur se dubito che il mago chef ve lo preparerà mai. con colori forti e molteplici, come d’un Arlecchino. E devo ammettere che Arlecchino è maschera che adoro, almeno quanto quella di Giufà e Pulcinella. Per la sua natura proletaria certo, e per quella volontà di partecipazione a prescindere, fosse solo ad una festa. Di Arlecchino apprezzo la condizione patchwork, di tutto insieme. Mi ricorda, così lontano come sembra, nel tempo e nello spazio, certi piatti siciliani, da cui si desume che tempo e spazio siano invenzioni fallaci. La Sicilia, Trinacria, tripartita, triangolare, trilaterale, triste e tribolante è, infatti, essa stessa patchwork, “più di una regione” diceva Sciascia, fa continente, aggiungerei, con quel tre reiterato (ne tralascio i riferimenti alla perfezione, non sarei al di sopra d’ogni sospetto, tanto meno ne sono convinto) che è somma del primo pari e del primo dispari, dunque del tutto e del contrario di tutto. Che luttuoso lusso esservi nato. E la sua cucina ne è l’archetipo illustrativo, la quintessenza del Meltin Pot, che ingloba colori e sapori, senza lesinarne e tralasciarne alcuno, rinunciando così al gioco barbarico ad esclundendum. Ma c’è un piatto la cui composizione ne seppellisce ogni altro, non solo per la sua natura complessa ed articolata, dunque non banale, ma perché richiede tempi lunghi di realizzazione, lentezze gastronomiche che riconciliano al gusto dell’attesa e rendono la festa finale una sorpresa vertiginosa; è un piatto internazionalista, quasi un’anticipazione castro-mao-guevarista d’un movimento di emancipazione planetaria che parte molto dal basso, dalla terra addirittura, anzi, da ogni terra sparsa per il globo, cui attinge senza pregiudizi preculturali, senza curarsi di barriere, dogane, frontiere; è piatto libertario, giacché non ve n’é una ricetta unica, diventa scuola di pensiero; ciascuno può, sulla base d’una vena creativa personale, renderla propria ma senza mai esserne davvero esclusivo detentore giacché il gusto della condivisione alla fine prevale su qualsiasi tendenza edonistico-egoistica; ed infine, è piatto di memorie e storie antiche, che si rincorrono e riemergono, come in un fenomeno carsico, nella natura policromatica di chi le ha tramandate: è la “caponata”. Sulla provenienza esotica di certi ingredienti senza i quali non è tale, pomodori e melanzane, solo per citarne un paio, soprassiedo, se ne stenderebbe un trattato geogastronomico troppo vasto.

Si comincia, con calma, a soffriggere dadini di sedano, carote e cipolle – non troppo piccoli, nemmeno particolarmente spessi – in olio extra vergine di oliva. Ora, so che taluni preparano il soffritto in qualche olio di semi, ciò che non capisco è come mai non sia proibito dalla legge. Invece, per chi possiede consapevolezze acquisite e non soffre di palati prelogici, la scelta sarà semmai tra quali oli d’oliva. Ci sono certi oli toscani e liguri meravigliosi, solo peccano di eccessi di protagonismo, preferiscono stare al centro dell’attenzione e meritano il pulpito; difficilmente li si può costringere ad essere comprimari, piccanteggiano il tutto d’intorno, finiscono per sgomitare, scavalcare la fila. Meglio un olio d’oliva siciliano, capace, se occorre, di accompagnare, mantenendosi leggermente defilato, propone delicatezza di trattamenti ma esprime forza e volontà di mantenersi integro nel calor bianco, insomma, non fa “scruscio”. Poi, non appena il battuto cubico comincerà ad acquisire vaghe consistenze e dorature da oreficerie raffinatissime, si aggiungono olive nere (denocciolate, se ci tenete a molari e premolari), capperi (meglio quelli piccoli e vagamente selvatici, sotto sale o in salamoia, appena scrollati), ed un paio di cucchiai di stratto, non di estratto di pomodoro, di “stratto”. Al limite usate pure il secondo poiché il primo è difficile da reperire. È una salsa di pomodoro molto salata che abili mani lasciano essiccare ai più feroci dei soli agostani del Mediterraneo, cosicché, mentre raggiunge consistenze da pasta dentifricia, si avviluppa dello iodio e della umida salsedine dell’aria, per poi finire in barattolo, ricoperto di un sottile film di olio. Rifiorisce in cottura, attribuendo all’insieme sapori forti e contagiosi. Un bicchiere di bianco vellutato e dalle opportune corposità, preferibilmente fatto con l’uva e non di miscele di bisulfiti (ve ne sono di ottimi nella Sicilia Occidentale – di vini intendo, non di bisulfiti -, ma anche quelli friulani e tirolesi si prestano allo scopo, peraltro proponendo ulteriori contaminazioni mai così ben accette, e poi, bervene un bicchiere accompagna bene tutta la lenta preparazione). Quindi un goccio di aceto di vino bianco, un pizzico di peperoncino rosso, e due grossi cucchiai di miele di timo o di salice degli Iblei, e sulla provenienza di questo non transigo: “da una parte la siepe di sempre dal vicino confine, succhiata dalle api Iblee nel fiore del salice spesso t’inviterà ad entrare nel sonno con il lieve sussurro” (Virgilio, V Ecloga). Il miele, rilasciando gli effluvi profumati di impervie balze calcaree battute dal sole, risuonerà di poesie arabe e racconti da “Mille e una notte”, oltre a caramellare ed attribuire ulteriori consistenze amplificate da pinoli appena tostati, ma io, talvolta, non indugio in triti di mandorle e pistacchi. Ancora un po’, e il ricco connubio riuscirà a maturare il proprio sacro convincimento di sapere – e potere – stupire. A parte avrete soffritto, ciascuno nella sua padella, per consentirne perfetti e diversi tempi di cottura che preservino le giuste reciproche croccantezze, dadi di melanzane e strisce di peperoni rossi, preferibilmente a cornetto. Per qualche minuto fate andare a fuoco lento tutto insieme con un mestolo di salsa di pomodoro ben ristretta e, poco prima che tutto abbia fine, una pioggia abbondante d’un trito di prezzemolo, basilico e qualche foglia di menta, perché cromatismi e profumi freschi stemperino certe asperità. Provate di sale e lasciate riposare, anche per ventiquattrore, tanto vi verrà senz’altro riconosciuta la fatica dell’attesa. Consumatela anche fredda, a buone mestolate abbondanti, che, trabocchi dal piatto finalmente, accompagnandola con del Nero d’Avola (in abundantia) o un Sirah e, sotto, jazz, giacché da quelle parti si improvvisa, che è poi il talento vero di quel vate che per primo servì caponata ai suoi ospiti.

E se non avete voglia di queste fatiche, che mai vi servirebbe un collezionista di stelle da cento Euro a salsina, provate pane e pomodoro.

“È indispensabile che tutti gli esseri e tutti i popoli saggi della terra capiscano che pane e pomodoro è un paesaggio fondamentale dell’alimentazione umana. Piatto peccaminoso per eccellenza perché comprende e semplifica il peccato rendendolo accessibile a chiunque. Piatto peccaminoso in quanto può significare un’alternativa a tutto ciò che è trascendente, a tutto ciò che è pericolosamente trascendente, se diventa cultura della negazione. Non fate la guerra ma pane e pomodoro. Non votate per la destra ma mangiate pane e pomodoro. No alla NATO e sì al pane e pomodoro. Ovunque e sempre. Pane. Pomodoro. Olio. Sale. E dopo l’amore, pane e pomodoro e un po’ di salame”. (Manuel Vasquez Montalban)