Artists only

Le città, talvolta – spesso, invero – paiono ventri ampi, pieni di interstizi misteriosi. Più sono moribonde, più aggrovigliano viscere, le espandono, pare lo facciano apposta, per confondere l’anatomo patologo dell’autopsia, che poi, a sopraggiunto decesso, deve scrivere qualcosa sul referto: arresto cardiaco, aneurisma, no, stipsi furibonda e definitiva. Tra gli interstizi si trova di tutto. C’è caviale e champagne, pure lustrini e splendori prêt-à-porter,, schifezze indigerite se ne trovano a iosa. Un mattatoio si colloca lontano dagli occhi, che l’orrore del fiume rosso non turbi occhi innocenti a desco su braciole. Poi capita che si dismette, si lascia lì, appunto, ai margini delle viscere.

Ne ho visto uno proprio ieri, solo che, morto come fabbrica di frammenti cadaverici, poi s’è resuscitato fabbrica d’arte, di gioco, di colore. C’entro, me lo giro sin dove posso. C’è ancora tutto quello che era, le passerelle per gli animali, in acciaio, i frigoriferi, magazzini, gabbie. Solo che ora è pieno d’altro possa sembrare più lontano. Maschere, dipinti, murales, statue e terracotte, sono ovunque, pure un palco, gatti, piante.

Tutto si ricompone in un caos sorprendente, generativo. M’accolgono Marco e Pamela. Pamela fa ceramiche, dipinge, crea costumi e maschere per carnevale con quello che raccatta e per i bambini: “per quelle puoi venire anche tu”, mi dice ridendo.

Marco, mezzo belga, per altra parte della Toscana dei cavatori, m’accompagna in giro. Faceva il decoratore, mi racconta di sé, mi mostra le sue cose, splendide, materiche. Ne ho viste di croste esposte in gallerie, gente quotata (ah, il mondo dell’arte, ops, dei critici, del mercato, delle prebende, la prima m’era scappata, me ne scuso). Mi dice che l’arte è morta per i più, che non si riesce a viverci, mi dice cosa gli piacerebbe fare, di quel posto che presto non ci sarà più.

C’è un senso di abbandono, ma a me piace quella strana atmosfera che trasuda dalle pietre, dai ferri arrugginiti, dalle assi di legno consunte, dalle piante che si riprendono spazi, ti riporta a dialettiche materiali, atti creativi. Lì sono rimasti in quattro che reggono come possono. Sanno che dovranno andarsene, fare altro, da soli non ce la fanno, né hanno più voglia di far guerra ai mulini. Si sono scordati di loro, col Covid è andato in malora quello che già non era messo bene. Ci avevano lavorato parecchio, pagato le bollette ci facevano teatro, concerti, mostre, attività con i bambini. L’area però è stata destinata ad un piano di riqualificazione. L’arte, è ovvio, non è qualificante, nemmeno riqualificante. È storia concreta questa, storia d’una civiltà che ha deciso di staccarsi la spina da sola, mi passa per la testa mentre ci salutiamo e ci diamo appuntamento per parlare ancora tra qualche mese. Questo è il paese delle apericene, che deglutisce amaro per le discoteche che non aprono. Che non s’avvede delle botteghe morte, delle osterie abbandonate, delle fabbriche dismesse, volumetrie utili a palazzinari. È il paese che s’assembra, che non ascolta, che non racconta, non parla. È il paese che brucia, che le mostre sono un parco auto nella Motor Valley, che il ghiaccio si scioglie perché l’aria condizionata non funziona. È il paese che si riqualifica, che cresce, la locomotiva dell’UE, lancia in resta, collezione di medaglie.


35 risposte a "Artists only"

  1. Non posso che darti ragione (per l’ennesima volta) oggi come oggi esiste un degrado umano tale, dove contano soltanto le cavolate, e il peggio di tutto è che questo decadimento è iniziato da anni e da coloro che ci governavano, perchè la politica è in primis e poi chiaramente il popolo ne prende le somiglianze, non esiste più la cultura e tanto meno l’intelligenza…

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      1. Si difatti, voi che siete dei veri letterari io non sono tale ma mi aggrego perchè detesto questo modo di vivere, di non curanza per tutto ciò che davvero è importante

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      2. Mi hai spiazzata non so cosa rispondere, dico semplicemente che un a risposta così per 1uanto m8 riguarda non me la sarei mai immaginata. Grazie 🙏🙏🙏

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  2. Siamo persone di pessima qualità, amministrata da politici di pessima qualità, viviamo una vita di pessima qualità ed avremo un avvenire di pessima qualità. Pertanto non tiriamola tanto per le lunghe. Il covid dici ha incasinato di più ? No, non credo; sta diventando una scusa questa. La verità é che siamo nel fango da secoli, da sempre forse. Non giudicarmi male prezioso amico, non sono sconfitto. Anch’io come te faccio la guerra e spero. Anche se sperare significa avere idee sbagliate sulla vita.

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    1. Eh, amico caro, io non posso darti torto, il Covid non c’entra, è vero. Siamo messi come siamo da un bel pezzo. Per quei ragazzi è stato il colpo di grazia. Poi a noi tocca provarci per forza perché abbiamo dignità e qualche volta questo ci porta anche a sbagliare. Ma tant’è, la mattina allo specchio è noi che incontriamo, e finché non ce ne sorprendiamo in negativo, possiamo avere speranza.

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  3. Giò stamattina ti rileggo con attenzione . Mi appaiono cosi evidenti, perfino ben delineati, i contrasti ! Sento la nausea salire fino alla bocca…Non si può sempre sorridere né ridere…L’ abbruttimento è antico come l’uomo! Lo racconti con maestria. Vivo rintanata non perché alcuni me lo comandi è necessità . Farne virtù è altro .Non reggo neppure il campeggio. Non reggo in generale, non reggo la non galanteria, il garbo . Il pulpito…Inadeguata e maleducata …. Rifugiata, magari “peccatrice”, sono.
    Brutta, nascosta tra le cose belle,messe da parte.
    Per risponderti mi presto un sentire e un pensare inconfondibili :

    “Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono, nemmeno l’ordito minimo della realtà. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio.” P. Paolo Pasolini. Grazie ed ora avanti, mi metto dalla parte che ritengo giusta . Arrivo… ✌️☮️🥀

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  4. Forse non c’entra niente, ma ugualmente vorrei aggiungere qualcosa a queste considerazioni… Ho letto questo post subito dopo una scorsa in internet a varie recensioni al Vittoriale degli italiani, quello di d’Annunzio, per intenderci. L’ho fatto con una sorta di stizza in cuore, alla ricerca forsennata di qualcuno che ne parlasse male…non so, del tipo, è pacchiano, d’Annunzio era insopportabile, è scrittore sopravvalutato, quel Memento audere semper, ad esempio, che lascia un po’ così (lo stesso motto, tra l’altro, che un collega fascista svariati anni fa, mi mostrò orgoglioso in un braccialetto che aveva al polso). Cose del genere… Faccio discorsi senza senso? Forse sì, provo una vergogna simile a quella che ho provato mentre, cecando su internet, non trovavo nessuno che esprimesse la mia stessa antipatia per quel luogo, per la grandiosità e per tutta l’ammirazione che sento in giro indirizzata all’abominevole vate e condivisa da qualche mio amico, per giunta. Mi sono sentita sola, ma soprattutto incapace di farmi capire. Che c’entra tutto ciò, ripeto? Non so bene, il mio primo pensiero è consistito in un moto di esagerazione alquanto isterico, senza alcun dubbio: non voglio più vivere in Italia, è un Paese fascista e senza rimedio, è quindi un Paese senza gusto. Ho cercato conforto qui, tra l’ironia (per dirne solo una, ma fa la differenza, molto…) di queste pagine di nessuno, e ho trovato gli artists only di questo articolo, il luogo “morto come fabbrica di frammenti cadaverici, [che] poi s’è resuscitato fabbrica d’arte, di gioco, di colore”, girato in lungo e in largo, in cui “maschere, dipinti, murales, statue e terracotte, sono ovunque, pure un palco, gatti, piante”. Se mi sono ritrovata a casa, forse c’entra…

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    1. Nel tempo ho letto cose piuttosto dure sul Vittoriale. Ma non mi sono mai fatto un cruccio che non ce ne siano state abbastanza. Se posso mangiare solo pane e cipolla non è che me la posso prendere con la cipolla. Credo che il problema più autentico è che, in questo paese scalcagnato, non emerge solo D’Annunzio, pure una pletora di antifascisti (forse) ed antidannunziani (eventualmente) da salotto, meglio, da salotto buono. Commossi testimoni degli orrori di guerre e nazionalismi, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Lo so dove vanno a proclamare il proprio dissenso, da preti che si fingono rivoluzionari dentro lussuose canoniche, nelle pregiate librerie del centro, in teatri ben arabescati e sfarzosi palazzi storici. Non ne ho visto uno, uno che sia uno, con la scopa in mano che pulisce un vecchio macello dismesso per far spazio alla coscienza critica che cresce, quella che non ha speranze di pagarsi la bellezza.

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  5. Il mio misero pensiero … quello che conta é dare e continuare a dare visibilità, finché se ne parla e non importa come … se bene o male significa che continua ad esistere, qualunque sia l’oggetto o la situazione. 🙂

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  6. Bellissimo articolo, che lascia amareggiati perché fotografa la realtà in maniera impietosa. Vero, siamo il Paese dell’apericena, della politica che si concentra sulle discoteche e sulle vacanze, sulle movide e sugli spritz. Sembra che tutto ruoti intorno a questi riti ormai sacri. Come se l’esistenza non contemplasse altro, come se non avessimo bisogno di altro.
    Che tristezza.

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    1. Sono riti funzionali. Il tutto pronto, spiattellato così com’è, annichilisce il senso critico, non crea sguardi sul mondo, anzi riduce il mondo ad un cerchio piatto il cui centro è l’ombrellino nel bicchiere del drink. L’arte proietta verso l’infinito.

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