Libertà di parola

Ci appartiene quello che scriviamo? Chi lo sa? Penso che ognuno risponda per sé, decide cosa farne delle sue parole, di quelle che dice in confidenza, di quelle che urla ai quattro venti, di quelle che scrive in lettera riservata, o libera nella rete (che ossimoro vertiginoso). Io sono nessuno, dunque le mie parole sono di nessuno, chi le vuole se le prenda pure, che le scrissi liberamente, dunque sono libere, non anelano a proprietà. Vado un tantinello di musica, così, come atto liberatorio.

Scrivo per desiderio di rendere libere le parole, consentire loro di volare. Talora ne trovo già scritte, che volano da altri quaderni, e che somma soddisfazione quando paiono esattamente quelle che avrei voluto scrivere io. Capita che le trovi esatte e giuste nel momento stesso in cui concepii quello stesso pensiero, e chi se ne frega se non ne ebbi l’imprimatur, che a me “l’ho scritto io” non importa. Proprio ora m’attrezzavo a buttar giù una cosarella e la trovai d’altro. Che meraviglia le convergenze tra gente lontana nel tempo, nello spazio.

Tu non sei nato per la morte, uccello immortale,
né ti calpestano generazioni affamate;
la voce che sento in questa notte fuggente fu udita
in tempi antichi da imperatori e buffoni,
e forse è lo stesso canto che si fece strada
nel cuore triste di Ruth quando la nostalgia
la fece piangere nei campi stranieri,
lo stesso canto che tante volte ha incantato
finestre magiche aperte sulle schiume
di mari mossi in terre perse incantate…

(Ode a un usignolo VII. John Keats)

Radio Pirata 37 (ad imboccar strada per viaggio)

Radio Pirata boccheggia a Trentasette, come suo conduttore che forse arriva a vedere, pur se ancora a distanza di sicurezza, fine di tunnel per barlume di luce lontana. Che poi s’appronta a viaggio di ricongiungimento con terra nefasta di sacri natali, dove scoglio attende occupazione permanente, come punto ad osservazione museale d’attivo orizzonte. Questo è cangiante a tempo, s’attrezza stupore autentico che si tinge di colore che vuole, oppure si mette maschera di libeccio quando in basso l’azzurro si gonfia di vento e schiuma, che sale straborda ovunque, ch’io me ne feci godimento autentico. Pure vado di musica.

Che scoglio camufferò di transatlantico, crociera a lusso sfrenato per appagamento d’ogni senso inesausto. Che fu tempo che invece varavo nave a giganteggiare per metri quattro da prua a poppa, a tanto di lampara per richiamo di seppia ed illuminare notte. E la varai ad affrontare intemperia notturna a potente motore di colpo di remo e basta, e mi feci a felicità irrefrenabile se bonaccia stirava superficie di mare a farne tavola di specchio. Che la notte è traversata tra l’onde che non lascia a vedere altro che non è notte, che stella di firmamento, luna anche a spicchio, talora non riesce a scalfitura di staffilata di luce, e preserva ricordo di sorpresa, adrenalina di scoperta, fuoco d’immaginazione dell’oltre la coltre. Musicando penso a notte.

Che talora immaginavo che non fui solo a colpire tavola di piombo fuso, a non far rumore per fuga di sgusciante creatura.

Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro, dove il mare è mare.” (Stefano D’Arrigo)

Ora su scoglio mi intravedo a desiderio di viaggio autentico di infinito a nessun movimento, che quello è viaggio che parte a dentro, a dentro si conclude, che rende però dentro sì tanto ampio ed infinito che non lascia viaggio a conclusione alcuna. Che viaggio a fermo immagine su scoglio immortala narrazione autentica d’unico viaggio d’avventura che fu senza compreso nel prezzo, pare esplorazione di tempo altro, affrontare temerario la distesa di vertigine del globo terracqueo.

È viaggio che mai potè fermarsi che esso reitera se stesso nel compimento ardito d’una ricomposizione permanente con la dimensione della scoperta ancora e ancora d’un tratto perduto di cosa che è dentro protagonista di viaggio.

Nè mai fu esausto il viaggio che si compì senza a spesa d’energia d’apparenza, che merita solo bagaglio leggero di bibita fresca, che offre a tiro d’occhio da piede frutto di mare e riccio a rendere essenza di ciò che è a vista a forma di gusto e oltre. Fatica di scoperta merita d’essere fatta con pensiero che cancella ogni ipotesi altra che non sia quel viaggio di ricongiungimento con l’immenso, che si riscopre identità di tutto e tutti che sanno aspettare per sbirciarne l’intimo dettaglio. La narrazione autentica si eviscera a cambio cromatico, a forme cangianti frequenti e repentine, a silenzio e risacche, a canto di dolore d’acqua che urta foro a roccia, che pare lamento di sirena, urlo di creatura che soffre e patisce, gabbiano che rivendica congiunto, caccia indesiderato a competizione di desco. Che chiudo anteprima di viaggio con musica a fondo di viaggio.

Attese di pagine unte

C’è, e me ne avvidi- in attesa che signora primavera si ripresenti rinunciando ad ottusi ritardi – sottile ma robusto legame tra gusti letterari e gastronomici. Pure di musica però, che ci vado immantinente.

Ci sono fast food di vaghi retrogusti rancidi, salse e bibite che sanno di melassa, sapori che palati prelogici non solo gradiscono, ma pure mettono a corredo di certe letture – qualora ve ne siano, che capita di rado – che, appunto, sanno di rancido, di melassa, stuccano. A me tali cose – nessun pregiudizio nei confronti di chi ne fa uso massiccio, pervaso dal germe del mordi & fuggi -, che pure s’accompagnano a musichette sui cui testi glisso, mi fanno aumentare, ora la glicemia, ora il colesterolo, sfociano in reflusso gastrico, solo le legga, sia anche le mangi, pure le ascolti. Dunque, privandomene con cura, soprassiedo nel darne giudizio, mi dichiaro incompetente, potrei non essere all’altezza, giacché della loro esplorazione attenta feci a meno, né, ritengo, di sottopormi a radicali ripensamenti. Vi sono, invece, certe cene che non si dimenticano, quel dentice, innaffiato e basta con un bianco che non interferisce col gusto, lo esalta piuttosto, come lente d’ingrandimento ne illustra i dettagli, evita l’affastellarsi d’una moltitudine confusa di sensazioni indistinte. Rimane nella memoria, non accenna ad abbandonare la sua essenza di ricordo felice, semmai si dispone con sapiente lentezza, senza sgomitare, diacronicamente accanto ad altre esperienze di siffatta specie, pur mantenendo posizioni privilegiate. Vi sono, lì nei pressi, certi saraghi del Mar d’Africa, attesi senza fatica all’amo per ore, che abboccano mentre l’alba si esercita in cromatismi spiazzanti; pomodori colti negli orti degli dei, con lo sfondo lontano della fiammeggiante irrequietezza della tomba di Empedocle, ancora, chicchi di melograno giunti direttamente dalla terra dei Lotofagi.

Ivi echeggiano certe suite, certe tirate di fiati, battute a controtempo su clap, pure a tasti bianchi e neri, vibrati di corde. Dimensioni perfette del gusto, del suono, che invogliano le palpebre a socchiudersi, per spalancarsi poi a veglia su letture lente, articolate, sofferte, che però finiscono per scivolarci per sempre dentro, in forma di una ruga in più, un guizzo comportamentale, un’attitudine… Distinguo, su ripiani facili da raggiungere, le coste importanti di certe cose così… Tutta roba che, quando se ne parla, riecheggia come tappa essenziale della nostra esperienza formativa, ed un piatto assume consistenza letteraria, almeno quanto un libro lascia al palato quel gusto permanente che deriva da ingredienti esiziali per cuochi abilissimi nell’amalgamare le parole. Eppure, accanto a ciò, c’è anche dell’altro… E se “L’uomo senza qualità” invoglia alla liturgia d’una Sacher, almeno quanto “Il garofano rosso” spinge verso il rito di un budino di mandorle, così, certi banchi di frutti di mare, pomodori secchi, olive farcite e peperoncini diabolici, immersi in un Suk di colori e profumi, offrendoci l’opportunità di consumi rapidi ed estemporanei, accelerano il desiderio di tornare a sfogliare libercoli leggeri, poche pagine che sembrano scivolare via come va giù un mitilo al limone, o un tocco di pepato fresco s’annega nel sorso d’un Frappato. Certo, v’è forse un po’ di pudore nell’ammettere che quelle letture d’un paio d’ore, street reading consumato sulla panchina d’un parco, a sedere su un muraglione dirimpetto al mare, sotto un albero di ulivo saraceno, pure distratti dalla risacca o dagli uccelli (e non solo dal loro canto), possano averci formato gusto e memoria; ma che bellezza “Tre uomini in barca (per non parlare del cane)”, “l’uomo invaso”, “Ricette immorali”. E se il pensiero corre immediato al perfetto abbinamento letterario gastronomico del Gattopardo, allorché Angelica perdette la sua elegante postura, lanciandosi assatanata, dunque, finalmente, umana, sul timballo di maccheroni, o se gli arancini dei Benedettini deconcentrarono financo i Viceré, è però anche vero che occorre altro che non sia di così difficile asporto quando si decide che la domenica mite di primavera si proclama tale al lusso d’una panchina, a consumo appena d’un libercolo. Non mi rimane che suggerirvene uno che avete già letto, che ci riconsegna la sorpresa d’un ordito, che disvela dettagli sempre nuovi senza l’intralcio d’una trama ignota. Che ne so, un Diario di Eva, o di Adamo, se vi pare, una cosa che scende giù come un bicchiere di Zibibbo fresco, o l’agognato caffè di prima mattina. Ma prima di ritrovare la solita panchina e di scovare la lettura prescelta sullo scaffale in alto a destra, in un mortaio triturate frutta secca, pinoli, nocciole, noci, mandorle, pistacchi non salati, e spolverateli di semi di sesamo. Poi lasciate che il miele di timo (che fortuna se aveste quello di carrubo a portata di mano) si sciolga sino a caramellare sul fondo di una padella; versatevi sopra il trito e amalgamate tutto. Dunque, versatelo ancora bollente su un foglio di carta forno, sino a farlo consolidare in forma di lastra di vetro brunito, e spaccatelo a quadri che infilerete in un cartoccio da portare con voi. Quel crunch di sgranocchiamenti che ne conseguirà sarà allo stesso tempo colonna sonora della vostra lettura e arma di dissuasione di massa per tenere lontane presenze importune. Che meraviglia – di tanto in tanto, e senza esagerare –, che guerre tolgono il sonno, pandemie furono, ex legis, abolite, far finta di essere sani!

Il Bel Paese

Vado di musica, che è meglio che andar di bile.

M’erano capitate talune notizie di sgambescio, di rifilata per linee sghembe, mentre m’affaticavo di torrida estate. Lì per lì m’era balenato per la testa di scriverne allora, ma sarà stata l’afaccia che mi spiattellava sotto traccia un’ipotesi d’estinzione planetaria, sarà stata pure quell’insana tendenza a gustare piatti freddi qual vendetta, che, così, per celia e per noia, mi tenni i dati incassettati.

Che l’estate scorsa, sin dai suoi timidi esordi, mentre di pandemie parevamo felicemente dimentichi, il Bel Paese di bar sport, inanellava successi epocali di suoi supereroi, mortificando oltralpi, perfide Albioni, lidi teutonici, stirpi caucasiche ed ogni altra creatura d’umana sorprendente impresa accreditata. Che il Bel Popolo s’affratellava d’improvviso amor patrio, s’affastellava a esultare, s’attrezzava a giubilo unitario, qual d’oppio invaso. Che somme cariche d’istituzioni sacre, ricevevano fenomeni inclini a commozione, a decretare fausti destini medagliati. Che la stampa, d’unisono e trasversale, quale oggi digrigna gengie, ribollendo a bile per insulsi contestatori di bandiera a lavoro, allora s’accomodava a podio, a trofeo di granito. Di destini magnifici – pur non progressivi – s’era fatto vaticinio, che pareva al fin passata ‘a nuttata, nelle sorti trionfanti del resuscitato Lazzaro d’impero.

Ora che sgombero cassetti, per approntar valigie di ricongiungimento a scoglio e rena, che di sport poco m’intendo, se non tra righe di pagine di Soriano, ritrovo trionfi in campi altri, che vi porto – a testimonio di verità – solo quelli a musica: al Concorso Pianistica Chopin di Varsavia, ha beccato un quinto premio con Leonora Armellini, 29 anni, e un secondo con Alexander Gadjiev, 27 anni; al concorso violinistico Paganini di Genova, il primo premio è di Giuseppe Gibboni, 20 anni, che non succedeva da 24; l’Accademia Bizantina, che musica a barocco, ha vinto ai Grammy il premio come seconda miglior orchestra al mondo. E notizia non se n’ebbe da prime pagine di petti rigonfi di nazional orgoglio, nemmeno da titolate TV. Manco, mi pare di sapere, che cariche alte di questo magnifico paese di cultura, che ne so, un Presidente di Consiglio o di Repubblica, – forse manco di bocciofila – un ministrino o sottosegretariuccio, se ne fecero italico vanto. M’è chiaro che taluni giovani, talaltri nemmeno tanto, non siano sufficienti di pubblico e merce da spedire ad arena, a far da mirmillone o reziario, per distrazione di splendide genti che non s’avvedono di giacere su letto di Damaste. M’oppongo a resistenza, che lì ci dormo male, e sicuro di non far proseliti, m’attrezzo al Natale come mai feci prima, mi metto pure a far regali. D’atto resistente, scelgo doni come si compete al fedigrafo d’amor patrio, acquisto CD – che è cosa desueta – d’artista indie o orchestra a camera o ignota di controtempo a jazz, pure un paio di libri, d’autore che scrive bene, nudo di prebende, d’ogni paese ed epoca, che la pubblica editore piccolo piccolo, che non campa di sacre elargizioni, che si sceglie scuderia a lettura e non a portafoglio. Ma pure un acquerello regalo, di pennello ignoto ed ispirato, e foto d’artista sconosciuto o dimenticato, che immortala il tempo della disaffezione. Che poi, cambiasse il paradigma dell’oggi d’improvviso, magari mi ritrovo, qual resistente, pure patriota, a titolarmi a presidente della mandorlata.

Parole, opere e omissioni (Allonsanfàn parte quarta: Iller Incerti)

“Gli individui separati ritrovano la loro unità nello spettacolo, ma solo in quanto separati. Giacché la comunicazione è unilaterale; è il Potere che giustifica se stesso e il sistema che l’ha prodotto in un incessante discorso elogiativo del capitalismo e delle merci da esso prodotte. (…) Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo. È l’autoritratto del potere all’epoca della gestione totalitaria delle condizioni di esistenza. (…) Lo spettacolo presuppone, quindi, l’assenza di dialogo, poiché è solo il potere a parlare. Condizione per raggiungere tale risultato è la totale separazione di individui sempre più isolati nella folla atomizzata (…) Ridotto al silenzio, al consumatore non resta altro che ammirare le immagini che altri hanno scelto per lui. L’altra faccia dello spettacolo è l’assoluta passività del consumatore, il quale ha esclusivamente il ruolo, e l’atteggiamento, del pubblico, ossia di chi sta a guardare, e non interviene. Lo spettacolo è «il sole che non tramonta mai sull’impero della passività moderna» (…) In questo modo lo spettatore è completamente dominato dal flusso delle immagini, che si è ormai sostituito alla realtà, creando un mondo virtuale nel quale la distinzione tra vero e falso ha perso ogni significato. È vero ciò che lo spettacolo ha interesse a mostrare. Tutto ciò che non rientra nel flusso delle immagini selezionato dal potere, è falso, o non esiste”. (Guy Ernst Debord. La società dello spettacolo)

Il potere ha necessità di un linguaggio, di segni che veicolino il dogma, che come la goccia percia la pietra, impongono un unico punto di vista, un’unica prassi liturgica. La parola ed il segno hanno, nella liturgia, un posto speciale, V’è, in questi anni, un uso piuttosto disinvolto delle parole, che finiscono per annullare, con la loro struttura perentoria, la dialettica, la critica dentro la società atomizzata. Alcune parole divengono dettato assolutistico, ancorché se ne possa scorgere un uso in apparenza utile e necessario: la strada per l’inferno è camuffata da buone intenzioni. M’è sorto subito alla testa il mitico “distanziamento sociale”, definizione, pare, frutto di una traduzione un po’ troppo letterale dall’inglese. Invero, si usa come termine di carattere igienico-sanitario, di per sé, dunque, asettico. Ma non sfugge che nega, nella sua reiterazione, la vitalità del linguaggio della ragione, per il quale occorrerebbe, e con miglior efficacia semantica, parlare di distanziamento fisico. Distanziamento sociale, nella sua accezione più letterale, rievoca piuttosto un senso di separazione relazionale, non solo fisica, pure solidaristica, d’attenzione ed ascolto, sociale, appunto. L’altro termine che mi rimbalza tra tempia e tempia, è “meritocrazia”. Al di là del fatto ch’è pare un neologismo mal coniato, pure sotto il profilo estetico, non v’è soggetto languidamente accovacciato in posizioni più o meno di potere, che non vi faccia riferimento. Scegliere i migliori per certe funzioni elevate, appare talmente ovvio che non v’è piccolo vate del popolo che non ne rivendichi una qualche misera paternità. Dunque, poiché occorre scegliere i migliori, e poiché chi decide e delibera è tale per sua stessa autoapologetica considerazione, va da sé che il migliore è quello che scelgo io, senza passare dal via. Infine – ma si potrebbe continuare assai più a lungo – ultimo ritrovato del linguaggio-segno con lucchetto alle caviglie, la famigerata “resilienza”. Dai miei vecchi studi biologici me n’è memoria d’un uso assai meno positivo, poiché sottintende la capacità di un ecosistema, sottoposto a brutale manipolazione, di ritrovare un proprio equilibrio, non necessariamente preshock. Insomma, l’uso del termine, ch’è esploso in uso da qualche settimana anche per indicare le prassi economiche e di spesa, financo le metodologie riformiste e per fare il bucato, finirebbe per giustificare scelte di qualsiasi tipo, purché suggellate dall’appellativo stesso, meglio se accompagnato da un qualche riferimento ad una fattispecie di transizione, sia essa ecologica, finanziaria, sociale o quel che vi pare. Ad ogni buon conto, sempre in termini ecologici, la condizione di resilienza si deve dopo la sconfitta dell’altra qualità degli ambienti naturali, definita come Resistenza. Dunque, nell’immane conflitto resilienza vs resistenza, la prima vince a mani basse per abbandono del campo da parte della seconda.

E allora, poiché non m’è dato d’accettare passivamente tutto purché sia, mi faccio una ragione del tutto, e scelgo di tornare ai segni-linguaggi che mi piacciono. Così mi rivedo quelli di Iller Incerti e delle sue opere. Iller è artista che esplora, non sta fermo, non s’adegua. Seppure la sua è una formazione ortodossa (gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna), mai m’è parso abbia smesso d’esplorare ogni forma d’arte espressivo-figurativa.

Dalle esperienze più classiche, alle video istallazioni, sino ad un uso estremamente consapevole delle nuove tecnologie. Il suo approccio con queste assume un aspetto d’antica tecnica artigianale, poiché soggioga lo strumento, per rivendicare priorità all’atto creativo dell’uomo-artista, permanentemente ancorato ad un desiderio pionieristico d’esplorazione. Dalla rappresentazione virtuale delle sue cose emerge una percezione materica, quasi se ne avverte sangue e sudore. L’opera di Iller è un viaggio mai concluso, la cui strada è tracciata da segni dinamici, la cui interpretazione rimanda a luoghi senza confini, che profumano d’oriente e s’immergono nel tempo dell’occidente e della storia. Il mito, la sua rappresentazione archetipica, viene sovvertito, diventa strumento della rappresentazione dell’oggi. Ogni passaggio artistico è contrassegnato dalla consapevolezza della prassi evolutiva e non statica dell’opera. Classici stravolti, moderne reinterpretazioni, antiche pulsioni e segni arguti d’un linguaggio del sé e dell’altro, si inseguono creando un ghirigoro vorticoso di suggestioni, dialettico, d’ascolto, di rottura schematica dell’immobilismo della società dello spettacolo. Ve ne ho reso piccolo assaggio (magari riguadatevi tutto dopo aver fatto partire la musica), per il resto, v’aggiungo anche un paio di link ( www.illerincerti.com www.illerincerti.it )

Un nome c’è, da qualche parte

“Ho sempre avuto l’idea che navigando ci siano soltanto due veri maestri, uno è il mare, e l’altro è la barca, E il cielo, state dimenticando il cielo, Si, chiaro, il cielo, I venti, Le nuvole, Il cielo, Si, il cielo”. (José Saramago)

Quando arrivano all’alba, coi motori che appena sbuffano, quasi non le senti. La barche, quelle piccole, di piccolo cabotaggio, sono discrete, non fanno rumore e pure l’equipaggio, a quell’ora del giorno, pare assecondarne la discrezione. Si muove piano, per non infierire sulla stanchezza della notte, tutti come recitassero a soggetto, con l’unico linguaggio del corpo, senza parlare. Le barche hanno sempre un nome. Quello di una madre, una sorella, un’amata o un santo padre. Tutte hanno una storia, dal momento in cui sono armate, a quando s’affollano d’equipaggi, foss’anche un equipaggio d’un cristiano solo. Scivolano d’attese, s’apprestano ai moli ed alle bitte con le cime tese, come volessero conquistarsi il riposo meritato, aggrappandosi alla certezza d’un porto sicuro dopo l’irrequietezza della notte, con le reti che vibravano d’argenti e d’ultimi respiri affannosi.

Le barche hanno un nome, tutte, pure che non superano la grandezza di una vasca da bagno. Ed anzi, più piccole sono, più pare che vogliano raccontarti la storia di quel nome, che di quelle grandi e sbuffanti di potenze si sa già tutto. Talvolta giacciono in rada, col capo chino, leggermente piegate su un fianco, spinte lì sinché hanno avuto la forza d’arrivarci, per poi rimanerci sdraiate ed esauste. Altre volte s’accomodano sul fondo, e aspettano che qualcuno, per passione di scoperta, o solo per curiosa insistenza, ne racconti la presenza. Quando fotografi le barche, quelle che nessuno nota, un po’ scrostate, tra prua e poppa, senza alberi levati al cielo, motori che ruggiscono, sirene che squarciano silenzi per chilometri, quelle che qualche volta hanno il solo motore d’un remo torto, racconti la storia dell’uomo, la storia d’Ulisse, d’un Argonauta di fortuna, d’un pastore nomade che fugge dal deserto nel grande blu, d’un mercante fenicio, d’un pescatore d’anime guizzanti. Le barche, quelle piccole e malmesse, sono un libro con tante pagine, pochi versi intensi su ogni facciata, un quadro incorniciato di blu e del colore della rena, che si ravviva di cromatismi quando arriva il crepuscolo, piove o un’aurora si fa strada fra le nuvole a tempesta. Sono quadri d’un pittore che s’è scordato di firmarli, di mettere in calce una data, un frammento di riconoscibilità, che pure le ha provate tutte prima di metterli in mostra. Poi s’è arreso, senza rendersi conto d’aver firmato un capolavoro col nome d’un altro. E quando si spiaggiano o qualcuno le tira a secco perché pensa che d’acqua non ce n’è più bisogno, quelle guardano ancora verso l’orizzonte, finisce pure che ti ci portano, se gli concedi un po’ di credito ancora, se ti fidi di loro, perché “una nave in darsena, circondata dalle banchine e dai muri, ha l’apparenza di una prigioniera che medita sulla libertà, con la tristezza di uno spirito libero, messo a freno”. (Joseph Conrad)