Libertà di parola

Ci appartiene quello che scriviamo? Chi lo sa? Penso che ognuno risponda per sé, decide cosa farne delle sue parole, di quelle che dice in confidenza, di quelle che urla ai quattro venti, di quelle che scrive in lettera riservata, o libera nella rete (che ossimoro vertiginoso). Io sono nessuno, dunque le mie parole sono di nessuno, chi le vuole se le prenda pure, che le scrissi liberamente, dunque sono libere, non anelano a proprietà. Vado un tantinello di musica, così, come atto liberatorio.

Scrivo per desiderio di rendere libere le parole, consentire loro di volare. Talora ne trovo già scritte, che volano da altri quaderni, e che somma soddisfazione quando paiono esattamente quelle che avrei voluto scrivere io. Capita che le trovi esatte e giuste nel momento stesso in cui concepii quello stesso pensiero, e chi se ne frega se non ne ebbi l’imprimatur, che a me “l’ho scritto io” non importa. Proprio ora m’attrezzavo a buttar giù una cosarella e la trovai d’altro. Che meraviglia le convergenze tra gente lontana nel tempo, nello spazio.

Tu non sei nato per la morte, uccello immortale,
né ti calpestano generazioni affamate;
la voce che sento in questa notte fuggente fu udita
in tempi antichi da imperatori e buffoni,
e forse è lo stesso canto che si fece strada
nel cuore triste di Ruth quando la nostalgia
la fece piangere nei campi stranieri,
lo stesso canto che tante volte ha incantato
finestre magiche aperte sulle schiume
di mari mossi in terre perse incantate…

(Ode a un usignolo VII. John Keats)


24 risposte a "Libertà di parola"

  1. Sai, mi hai fatto pensare tanto con questo testo, perché in ogni caso sarei io un NESSUNO a titolo pieno, mischiata qui, tra tanti importanti e culturalmente parlando molto più attrezzati di me. Mi sento casomai la versione al femminile di 007! Ma non uccido, talvolta solo con parole.

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  2. Scrivere è mettere in fila le parole del momento. Parole che prima non c’erano in quell’ordine. Parole che raccontano un momento preciso, un presente, perché sono nate in un momento preciso, ora, adesso, ma abbracceranno anche un futuro ignoto, e di qualcun altro che leggendole le sentirà anche un po’ sue. E le parole sono potenti perché generano altre parole, ispirano. Respirano. E’ proprio quel movimento che è prodigioso, riempi i polmoni di parole, le trattieni, passano nel cuore, entrano nel sangue, rivitalizzano tutti gli organi e poi escono fuori di nuovo. E non si può smettere di respirare. Si muore. E non si può smettere di scrivere. Si muore. Certe parole sono più universali di altre, anche quelle molto personali a volte sono universalissime (non si può dire, ma capita di creare una parola momentanea, non accademica, una parola di servizio per un uso straordinario). Poi, non so tu, io scrivo perché vorrei dare qualcosa ai lettori, perché io prendo da loro, quando sono lettrice, e vorrei ricambiare. Magari si crea un circolo virtuoso di scambio, una corrispondenza. A volte capita. Perché uno che scrive e legge davvero si ritrova a dire “avrei voluto scriverlo io”, “ah! è esattamente quello che avrei scritto se sono ne fossi stata capace…”. Quest’ultima con l’invidia buona che ti spinge a cercare di scrivere ancora e ancora. A esercitarti (ma non è un esercizio) per puro piacere.

    Caro Nessuno, mi immagino a volte di essere una Penelope inattesa che tesse parole e disfa tutto quanto per riprendere all’infinito, senza confezionare nulla che abbia una forma definitiva. Perché certe parole ricordano i gomitoli di lana delle nonne, nei loro ricci sono stati un golfino, una striscia colorata in un maglione più grande, una sciarpa, una presina, un dito su un guanto… ma prima di tutto sono stati pecora.

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