Per grazia ricevuta

Niente, che ci ho limiti oggettivi, pure se mi lambicco e m’arrovello. Lo faccio a vuoto, con tanto d’effetto inerziale che non mi ferma. Ci sono cose che non capisco e che dovrebbero indurmi a lasciare perdere vani e temerari tentativi d’interpretazione. È questa cosa dell’essere qualcuno per forza, essere per essere, anche se a me pare essere per essere servendo, che non mi funziona. Ma quello che pare a me è irrilevante, che io sono uno che parla coi sassi, nessuno confortato dalla sua nullitudine. Invece, c’è un pezzo del mondo che è in quanto tale solo se è in massa ammassato, se si confonde e diviene moltitudine. Pensavo, c’è stato pure quel tempo, che la necessità d’essere dipendesse dall’essere altro, dal ritagliarsi un proprio costrutto vitale, distinguersi. Ed evidentemente mi sbagliavo, che così mi tocca essere nessuno se voglio non essere ammassato. Per non essere ammassato, dunque, qualcuno, bisogna diventare niente, invisibile. E se sei qualcuno dunque non sei nessuno e via discorrendo. E non è cosa che attiene a principi igienici e basta, che ti becchi il covid se te ne stai alito con alito con pletore d’alitanti, nemmeno un principio fobico di abbrutimento sociale – per questo, invero, talora qualche sintomo m’è parso di coglierlo, ma niente di grave -, piuttosto, ho derubricato la cosa a nota caratteriale, manco ci ho pagato una cinquemila lire con puntate ad un compro oro a strozzo per pagare pletore di psicoscavatori.

Però, passa il tempo, a questa condizione mi ci sono abituato, che mi pare pure che mi faccia bene. Del resto che colpa ne ho io se la mattina mi lasciano la spiaggia tutta per me e se ne stanno tutti appiccicati in un fazzoletto di rena che ci ha la densità della Striscia di Gaza. Ci fu un tempo che il mio ego strabordante mi portò persino a pensare che lo facessero per me, per non disturbare le mie nuotate, la lettura del solito quotidiano dove via via mi pare ci sia scritto sempre meno. Poi m’avvidi che io non c’entravo, che era cosa che mi prescindeva. Così – neppure dolorosamente – piano piano mi sono assuefatto all’essere nessuno, con la enne minuscola soprattutto, che qualifica il mio sostanziale e furibondo essere vertiginosamente niente. Io scrivo su questo blog, pure con un certo godimento, mi permetto qui e pubblicamente il luttuoso lusso di non essere nessuno. Mentre le moltitudini di identità statutariamente definite s’attenzonano su qualche social – che ora ce n’è talmente tanti che manco so quali sono – immaginando d’essere protagonisti dei propri magici destini. S’affrontano e si diffidano, sistemici e – presunti – antisistemici, signori della coerenza e complottisti, amanti del dubbio e di certezze che si spezzano ma non si piegano.

Tutti sospesi al giudizio definitivo del solo dio che conoscono, che poi si declina con quel pronomino “io” sol perché d’accidenti la “d” precedente s’è persa nell’urto con la folla claudicante. Ma ho idea che m’è venuta d’acchito, che tutti questi dei non s’avvedono, urlando il proprio divino nome, d’altri dei, più cattivi di quelli d’Olimpo, financo più capricciosi, che sollucherano di tanti sacrifici umani. E che ci posso fare io che “d” a precedermi non ne ho alcuna, se in quella moltitudine di identità, non ce ne scorgo nessuna, che dalle mie parti per questo si dice che “niuru ccu niuru nun tinci”. Sarà l’astigmatismo, che m’affligge da che sono bimbo, o sarà che bimbo sono rimasto e, analfabeta come poppante m’aggrappo al nulla estremo di questa identità d’inesistenza infantile, da cui però mi godo la spiaggia tutta per me, per somma grazia ricevuta.

Pascoli abusivi

Qualche volta dispongo la prua verso l’interno, non per distacco verso il mare, piuttosto per desideri di riscoperta. L’altopiano è luogo dell’anima, con i suoi silenzi e i maestosi carrubi che paiono vigilare sul viandante, cheti, ombrosi, antichi. Immensi monoliti di roccia bianca solcati da rughe, talune talmente profonde che le chiamano cave, percorse sul fondo da torrenti che talora ancora sopravvivono, e s’aprono strade turchesi riparate dal sole, tra il verde smeraldo d’ogni essenza. Sono fiumi che hanno nomi da divinità antiche, forse sono davvero quelle divinità, tramutate in lacrime per il fallimento d’ogni loro progetto planetario, soverchiato dal dio più feroce che s’alberga tra noi. M’intrattengo spesso sulle rive di quelle lacrime, che i profumi s’inseguono ai colori, ed i sensi si confondono gli uni con gli altri, in una sorta di stupefacente percezione psichedelica. Quando il tramonto rende il rosso alle pietre, ed i sassi cominciano a far sentire la loro intonazione, la predica definitiva d’una storia che ha dimenticato il tempo, m’intrattengo ad ascoltarli che c’è da imparare da quel racconto. Lunga narrazione, del tempo quando non c’era il tempo, terra di Lestrigoni e d’ombre, di ninfe e semidei. Cacciatori cortesi d’avventure, si scavano nascondigli per pudore d’esser sgamati nella loro più intima essenza. Il silenzio è capace di rimbalzare ogni dettaglio di quella storia senza levare un sopracciglio, solo che s’abbia voglia di percepirne il bisbiglio di vertigine.

Ed il pascolo è d’oro e le mucche, che non amano assembramenti, a distanze di sicurezza l’un dall’altra, s’accostano all’erba sopravvissuta all’afa del giorno. Lassù pare che si trovino a loro agio sopra ogni cosa, pur se m’avvedo di qualcosa che non funziona, che quel pascolo, che sa d’Arcadia, lì non c’entra. Dall’alto mi spingo con lo sguardo oltre il punto di vista della mucca, che ancora mi pare avere dignità, che non intendo sottovalutare. Sinché non m’avvedo delle ragioni dello stridio, che quello spettacolo, in altro contesto, m’avrebbe illuminato d’immenso ed ora m’inquieta. Che quel pascolo lì non doveva esserci, poiché, sino a qualche settimana fa, lì, c’era il lago che porta il nome della Santa. Pure lei – mi sa – non deve avere lavorato granché bene. Accetto, si l’accetto, il punto di vista felice della mucca e delle sue consorelle, ma tinche e trote? Evaporate anch’esse.

Qualcosa che non va c’è. Che poi se la cerco la trovo pure, che d’acqua da certe parti si muore, d’altre, per sua assenza, si crepa.

Non ce n’è più

In fondo al promontorio, oltre il borgo, Pilu Rais sgrana la rete. Il mio incubo peggiore è sempre stato quando il Mar d’Africa, all’orizzonte, si tinge di blu e rosso, il caldo soffoca ed il vento arriccia le onde che tutto pare che frigge e mugugna. Ti fai le sabbiature a caldo quando il tempo è così. Il Libeccio svuota la spiaggia non solo alle mie ore consuete, quelle piccole che il sole ancora è cauto, ma anche quando la torma barbara s’ammassa sulla rena, s’agghinda di tamburelli e si sente l’odore rancido della protezione solare per vichinghi dalla pelle in tintarella di luna. “E che pesce avete preso oggi?”, dico di solito quando il tempo è così. E lui s’alza un sopracciglio, s’arruffa i capelli di salsedine e sbotta: “Vossia mi cugghiunia sempri – io abbozzo mezzo sorriso, pure m’aspetto la risposta che non voglio, ma non ce la faccio a trattenermi -. C’è Libiciu, nun si nesci cu stu tempu”.

Il libeccio non te la fa passare liscia, che le onde paiono da surfisti, non da barchette e reti leggere, che non sono quelle dei transatlantici che sostengono palamitare occhi a mandorla, quelle che si perdono per chilometri e si grattano anche lo scoglio dell’abisso finché non c’è nulla. Mi tolgo il sorriso di bocca, gli porgo il caffè raccattato al chioschetto, e m’allontano mesto, di tanto in tanto bloccando al volo il panama che non ce la fa a starsene a posto in testa, che s’è vestito d’aquilone. Il pensiero di finire con una cotoletta mi rovina la giornata, mi riporta a tristi serate d’autunno-inverno. Roba che si rischia la depressione. Mi viene l’ansia e mi metto a scorrazzare per le campagne, fermo nel rifiuto del ritorno alla stagione grigia. Formaggio, olive, pagnotte calde e pomodoro secco, m’assecondano nel dimenticare le sfortune meteo. Questo succede se c’è il Libeccio, ‘u libiciu di Pilu Rais, che non s’affronta il mare se mugugna lui. Questo succede per due o tre giorni al massimo, poi tornano sgombri e occhibelli, che rientra il ponentino, e il peggio ti pare passato, ti riappropri del tutto all’acqua pazza, dei guazzetti, della griglia. Quest’anno è diverso, che il mare pareva una lastra di metallo tirata a lucido, che te ne puoi andare a pescare anche col canotto a remi. Soffia il ponentino e il Libeccio non sfonda. Se ne vede la striscia scura in fondo in fondo, che smorza il contrasto fitto dell’orizzonte marino col cielo. Ma non passa. Sto giro non ce la fa. Che uno se ne va al moletto, oltre il paese, fiducioso di riprendersi identità arcaiche, quelle che ti fanno dentro pirata fenicio o argonauta. “E che pesce avete preso ogg?i”. Stavolta non alza manco il sopracciglio, non s’arruffa i capelli di salsedine, quasi manco gli esce la voce quando risponde: “Triglie, quattro triglie, manco di scoglio”. “Ma ora siete voi che mi cugghiuniati. Con questo mare m’aspettavo che dovevate chiamare pure i vostri nipoti per svuotare le reti”. Nemmeno risponde subito, sempre a testa bassa che lui è abituato a guardarti negli occhi, quelli neri come l’abisso che quante volte ha conosciuto, che ha affrontato le tempeste, che certi pesci ha preso che il Vecchio di Hemingway pareva dilettante allo sbaraglio, pescatore della domenica. Le rughe di sale non sono più semplici pieghe bruciate dal sole, paiono scavi di sbancamento, aratura di campi. “Non ce n’è pesce, tutto l’inverno è stato così, e così continua, pure peggio”. Poi riabbassa gli occhi, e sgrana la rete, due o tre triglie ancora.

Sino all’ultima osteria

Ho ricordi vividi della mia gioventù, almeno in parte. Della fine del liceo si, della pletora di progetti che m’affollavano i neuroni, come in un raccordo autostradale. Arrivai alla maturità con qualche anticipo, che allora s’usava di saltare la prima classe delle elementari, e poiché ero proscritto alla leva in Marina (per quella si partiva prima e ci si stava di più), la famigerata cartolina azzurra me l’aspettavo da un momento all’altro, tanto più che m’ero assuefatto all’idea di togliermi il dente, subito subito, e senza manco sfruttare l’università per dilazionare i tempi. Ammetto ch’ero dilaniato tra il desiderio d’una fuga disertoria e romanzesca verso un paese esotico dove si combatteva ancora qualche guerriglia rivoluzionaria, e la possibilità di sfoggiare la bella divisa bianca da ufficiale e gentiluomo al gran ballo delle debuttanti. Nonostante l’adesione convinta alla prima ipotesi, finii per optare per la seconda, che già allora l’idea di cose troppo complicate non mi sconfinferava. Il desiderio d’avventure epiche richiede, per potersi avverare, fatiche sovrumane cui già allora non ero aduso. Insomma, di quello mi ricordo, d’altri accadimenti pure, di quelli tra i banchi, con annessi compagni di viaggio, invece, nada de nada. Qualche nome non troppo abbinato ad un volto, talora un cognome di sfuggita. Ma le mie superiori mi sono passate dentro senza lasciare segno alcuno, quasi con stanchezza, senza un guizzo.

Per cui, quando il solito vecchio compagno che invece tiene ben vivido l’archivio di quegli istanti di vita vissuta – per me – inutili, periodicamente s’appresta a farsi promotore della famigerata “rimpatriata”, a me mi becca l’orticaria. Che poi a dire non ci vengo mi pare pure che faccio lo snob, che me la tiro. Qualche anno fa c’è stata la prima puntata. Mi rintracciarono tramite un cugino, che non sapevano nemmeno se fossi ancora vivo o morto. Non dissi di no e andai, con la mestizia nel cor. Che m’immaginavo adipi strabordanti, canuzie e calvizie, fallimenti esistenziali e professionali cui mi sarei imbattuto con – parziale – dolore e che riguardavano persone di cui non avevo più alcuna memoria. Ma quando mai. Pareva d’essere a Dallas. Tutti belli e ricchi, eleganti e giovanilissimi, che io, come al solito strascicavo ciabattando, pure per il caldo afoso sul promontorio, e non mi sarei sorpreso mi lasciassero una cinquemila lire avanzate da una pizza tra liceali, così, per pietà. Mi tolsi di torno appena possibile. Non senza un qualche interrogativo. Come avevano fatto? Semplice arrivò la risposta. S’erano arrabattati per tutta una vita per diventare così, avevano speso anni e anni per assomigliarsi tutti, frequentando gli stessi circoli non s’erano mai persi di vista, le stesse università prestigiose, le stesse vacanze. Per dirla tutta, s’erano fotocopiati, parevano frutto d’un vecchio Gestetner a manovella. S’erano dati obiettivi, scavando una tacca sul tronco d’una palma come certi naufraghi disperati, ogni volta che ne raggiungevano uno. Una vita così, non un guizzo, uno sghiribizzo, un colpo di testa. Tutto pianificato, nessuna sorpresa. Questo emergeva pure dai loro soddisfatti racconti. Ho capito, dunque, perché non me ne ricordavo uno che fosse uno. Loro sono l’orgoglio del paese, le creature che con il loro impegno incessante tengono alto il PIL, nostro signore e padrone – nemmeno con letterarie braghe bianche -. Ecco perché ieri sera, la telefonata d’invito è arrivata puntuale come l’ora legale, senza avere risposta. Le mie noie me le scelgo accuratamente. Non ho mai fatto, se non per brevi e nemmeno intensi periodi, quello per cui ho studiato – quello me lo porto semplicemente dentro, e non mi dispiace -; ho imparato a leggere e scrivere nelle bettole più scalcagnate del pianeta, mi sono rimasti nei ricordi d’un tempo pescatori e falegnami, artisti dimenticati, meravigliosi attori di strada, giocolieri e puttane, che certe altre rimpatriate parrebbero più ultime cene o corti dei miracoli. Ne ho fatti colpi di testa, strambate e virate, cambi di prospettiva e giri di vita per diventare finalmente Nessuno. Però mi sono divertito, che non m’annoio mai più di tanto, anche quando mi trastullo nel nulla più assoluto davanti ad un pezzo di mare all’alba o in un vicolo deserto al tramonto sino a notte fonda, né m’è parso talora di patire di ciò. Pure di fotocopie me ne sono fatte poche. Sono azzardo per il paese, che il PIL lo abbasso. Mantengo però vivide le economie dei luoghi dove ho imparato tutto, le ultime osterie in cima alla più ripide scalinate, quelle ai margini del porto, dove si perdono le luci delle lampare e dove c’è sempre un fiasco di vino e – lì si – una storia da raccontare o da ascoltare, poi, eventualmente, anche da scrivere e leggere.

6 Luglio 1971, Satchmo sulla Luna

Theodor Wiesengrund Adorno l’ho adorato e lo adoro, tanto che mi spilucco i suoi Minima moralia come una beghina si sgrana il rosario in modo acritico, capace d’esaltarsi financo all’apologetica sottolineatura mantrica d’un Sambudello. Poi m’arriccio e m’adombro, m’indispettisco stizzito se mi parla del jazz come cosa degradante, puro piacere estetico, alla stregua d’esperienze pornografiche e gastronomiche. Musica-merce, come certe canzonette volgari, lontana dalle dinamiche autentiche d’umanità oppresse, asservita ad una concezione dei rapporti sociali capitalistici, subdolamente veicolante i contenuti esiziali del consumo a prescindere. Mi faccio d’improvviso eretico al pensiero di Coltrane e Mingus seduti con espressione inebetita sui banchi d’un supermercato, mi ateizzo di botto se m’immagino Gillespie alla stregua d’un imbonitore per saldi di pentole e materassi. Poi, dopo il primo acchito di repulsa, l’abbattimento del totem ed il superamento d’una dipendenza liturgica in favore del vizio puro, mi rassereno, mi rifaccio razionale, e m’avvedo che tale critica furibonda, il tedesco se la concepiva in quel ventennio tra anni trenta e primi cinquanta in cui ancora Mingus non solleticava utilmente le corde del contraddittorio, della dialettica in controtempo. Ed è chiaro che Adorno adduceva le sue ragioni di negazione d’arte per il jazz allorché, al suo orecchio perfetto, s’avvicendavano, effimere e suadenti, le partiture semplici e ripetitive di certe orchestrine swing, con patinature che, senza porre questioni di discernimento particolare, sapevano della voce cavernosa e della tromba ruffiana di Louis Armstrong. Dunque, in siffatto modo rappacificato coi miei credi, pure m’azzardo ad avallare le critiche furibonde del Francofortese. E se le gote più gonfie del mondo riferivano di nostalgie profonde e malinconiche per i bei tempi andati in certi sobborghi di New Orleans, già mi prefiguro le corse dal dermatologo per certe eruzioni cutanee, sobbollenti sotto traccia, di uno qualsiasi dell’ampia tribù dei Marsalis. Che certo, lui, era rivendicativo e vertenziale, difensore della causa di ex – ma non troppo ex – schiavi, non più di quanto non lo fosse Pippo di Topolino, piuttosto pareva l’esatta riproduzione al maschile di Butterfly, la domestica di Rossella O’hara.

E allora pace fatta, tutto a posto? E no, che rimangono dubbi, che m’arrovello d’incertezze. Che se fino ad ora il ragionamento a me pareva non facesse una grinza, manco una pieghetta rasa rasa, se m’ero accodato nel derubricare le strombettate dell’omonimo del passeggiatore lunatico, a pura e semplice mercanzia d’asporto, più d’una cosa, a cinquant’anni dalla sua dipartita, non mi torna. Semmai mi sovviene che quando bambineggiavo intorno al giradischi della Selezione del Reader Digest, dalla puntina abbassata senza garbo dalla mamma, gracchiava quella tromba, ed a me mi si muovevano le gambe. Era come se ci fosse qualcosa di magico e misterioso in quella roba, prima che l’età della ragione m’inducesse ad espellerla a lungo per consapevolezze – quanto spontanee non saprei dire -, che non m’evitava di ridere come se mi facessero il solletico sotto i piedi. E il “No, Satchmo no”, piano piano, lentamente, s’è spento, né più mi viene di saltare al brano successivo d’una compilation quando quel tappeto di velluto si fa suono. Pure mi si allarga il riso se mi prefiguro il faccione da palla da basket che campeggiava sulla copertina d’un vinile, più d’uno, anzi. Pare proprio vero che quando s’invecchia si torna bimbi.

Forse era un conformista Armstrong, e sottolineo il forse, che ormai non ne sono manco più così sicuro. Che certo non rilasciava dichiarazioni roboanti a difesa della sua gente. Ma all’apice del successo, durante i disordini razziali degli anni ’50, non esitò a mandare a quel paese il governo americano dopo aver visto un bianco sputare in faccia ad una studentessa nera. Quindi non staccò nemmeno il biglietto per un tour in Russia organizzato dal dipartimento di stato, ed in piena guerra fredda, se non significava esattamente “mi scelgo io qual’è il mio paese”, certo somiglia parecchio ad un “so comunque chi è la mia gente”. Ed è difficile non ammettere che il suo stile, così apparentemente semplice e ripetitivo, alla fine ha consentito di creare i presupposti perché il jazz divenisse musica libera ed universale, persino entrando nelle viscere e rivoltandole di chi apparve come il perfetto contraltare del Nostro. Non credo sia così scontato che, senza quell’esperienza Ragtime, avremmo ascoltato un giorno le furibonde tirate di Ornithology, nemmeno le ovattate atmosfere di Ascenseur pour l’échafaud. Pure, nell’evidenza che i dischi comunque li incidevano i bianchi, lui fa d’aprifila, abbatte una frontiera che non era scontato che in una certa America potesse crollare. Se poi non s’è messo a rivendicarlo per se e per altri, al limite, chi se ne frega, se quel faccione m’ha fatto ballare e sorridere, e qualche volta lo fa ancora. E manco stavo nella pelle quando, ad un paio d’anni dalla sua scomparsa, ho scoperto che il vecchio amico inglese, assiduo frequentatore d’ogni jazz club minimamente rispettabile d’Oltremanica, e con cui dividevo fiaschi di vino e jazz nella bettola sotto casa, prima del suo ultimo viaggio, aveva dato disposizioni che mi si recapitassero tutti i suoi vinili e centinaia di musicassette dell’ “odiato” jazz dell’adorato Adorno. E, fatto ovvio che ve n’erano parecchie di Satchmo, non ho resistito alla tentazione di procurarmi un vecchio mangianastri in un mercatino di vecchiumi che, premi un tasto, poi un altro, fa pendant con le atmosfere fumose di casa mia, e colonna sonora per certi whisky torbati, mentre mi scappa quello strano fenomeno che le gote mi si gonfiano a pallone da basket.

Battigie (e migranti che tornano)

A quell’ora di mattina a mare non c’è nessuno, o se qualcuno c’è è incontro pregiato, che non puoi fare se quel qualcuno è pure troppi. In troppi non c’è silenzio, nemmeno senti il mare che mugola, e si capisce che non gradisce la folla, ama rapporti esclusivi, comunque un po’ per volta. Gli altri, in troppi, sono soli. Stamattina, che il sole s’era messo appena l’abito da giorno, c’era un bluesman che vendeva granite col suo furgoncino. Mi dice che le fa con i limoni del suocero mentre mi offre un caffè freddo (caldo non lo fa). Poi si mette a suonare una Telecaster con un piccolo Marshall. Mi spiega che ha imparato una scala di Fa, anche se a me pareva che un mezzo tono di scordatura la facesse più Fa diesis. Ma suonava bene lo stesso, e se lo poteva permettere che i clienti ancora per un paio d’ore non si sarebbero visti. C’era una schiena scura al largo, un attimo, poi è sparita, pareva un delfino, o forse era un gioco d’onde. Mi racconta – l’aveva già fatto altre volte, ma mi faceva piacere ascoltarlo – che prima lavorava in Germania, sacrifici per i figli, “ora sono grandi e sistemati”, e lui può fare quello che gli pare, anche suonare il blues. “Sto prendendo lezioni, ma in estate preparo anche le pizze, e mi tocca che suono la mattina presto qua, se no mia moglie mi butta fuori di casa”. Un migrante, come me, che poi torna, perché si torna sempre. Mi bevo il caffè lentamente, poi pure mi faccio la sigaretta, con uno standard di Bessie Smith che suona dai vecchi altoparlanti sopra il frigo delle granite, mentre la chitarra è finita in un angolo del furgoncino. M’è sopravvenuto un pensiero in testa, salvo poi accorgermi che l’avevo già scritto, che la fantasia non m’arride. Però riciclo, che non si butta via niente, pure mi serve a guadagnarmi qualcosa ancora lì di spettacolare e marino, prima che i pinguini non compiano i loro rituali d’assembramento (e non me ne vogliano i pinguini, che hanno molta più fantasia).

“Migranti si è per forza, solo che si nasca in cima a un monte, oppure sullo scoglio più basso che d’alghe e sonno si riempie con la marea. Solo che ti affacci da una finestra e gli occhi se ne vanno fin dove possono – loro – per istinto, e non dove gli viene detto che possono andare. Migranti si nasce, dunque, non ci diventi solo se ti devi mettere a camminare. Se hai mare davanti, per forza sei migrante, anche se non ti piace, perché qualcuno o un’onda, che s’è contrariata di vento o bufera, lì ti ci ha portato, pure prima che tu nascessi. Hai voglia di metterti a costruire frangiflutti, tanto l’onda arriva comunque, come sorge il sole e cala la notte. Perché l’onda è ignorante, mica le puoi dire “questa è casa mia”. Non capisce, s’arrabbata un poco lì per d’intorno, prima senza dare nell’occhio, poi – se le prendono i cinque minuti – si schianta col tonfo e la schiuma sullo scoglio. Forse ti dà il tempo di scansarti, ma certe volte pure t’acchiappa di risacca. E lì è deriva, e dove ti porta lo sa il Cielo. Questa è la storia dell’uomo. Si gioca su un’onda che scavalchi, come argonauta, sfiorando la cresta di Scilla, ballando un tanghettino stonato con Cariddi, tanto, più che un tanghero non sei, così diranno, se te ne stai su uno scoglio ad aspettare l’onda giusta. Che poi ci sta che quella non arriva mai. E pari Penelope che ricama la tela, la cuce e la riscuce, sotto sotto, è mia opinione, poi compiacendosi del reiterarsi del gesto. Magari pensa ad Ulisse che torna, e le viene da pensare “ma che gli dico a questo, dopo tutto questo tempo, se mi s’appresenta d’improvviso?”. Il fatto è che l’attesa, tanto più su uno scoglio, non è più attesa, diventa condizione dell’esistere, t’allunga pure la vita. Vedi Argo, che quando smette d’aspettare si fa il volo del Grande Tacchino nel giorno del ringraziamento e pure dopo ch’è campato quanto mai altri, praticamente tutta un’Iliade ed un’Odissea. Quindi, l’onda, quella giusta intendo, forse arriva, forse no. Ma se non arriva che ci fa? Basta che lo scoglio su cui ti sei seduto ad aspettare sia bello comodo, non di quelli unghiosi che non trovi mai la posizione. Ma che non ci sarà uno scoglio comodo davanti a tutta quell’acqua? Che poi anche tutta quell’acqua, pure salata, che ci pensi e ci ripensi, a che ti serve tutta quell’acqua salata? Di bere non si beve e ti tocca portarti un fiasco di vino rosso che è fatto con l’uva là dietro, che s’è innaffiata di salmastro, così sa di terra e pure di mare. E te ne puoi stare là tutta una vita a spiare l’orizzonte, per capire se laggiù qualcosa si muove, visto che non ti puoi muovere tu che l’onda giusta ancora non l’hai vista. Però sempre migrante resti, che t’è partita già l’anima oltre l’orizzonte, s’è fatta più d’un giro e poi è tornata. Che soddisfazione starsene fermi sullo scoglio, t’allunga la vita, mi pare l’ho detto questo”.

La lentezza e la ri-scoperta del silenzio

Avendo raggiunto le amate sponde, laggiù, dopo ovvio, lungo e periglioso viaggio, che tale divenne non appena m’accettai – con scarse alternative invero – d’affrontare l’ultimo tratto in modo assai convenzionale, ossia percorrendo strade appellate autostrade (più precisamente mulattiere ingorgate) di felicità riposta nell’arrivo, il benvenuto al sud si rivelò traumatico. Va da sé che non mi rammarico per il verbale che ho trovato nella buca delle lettere, chi sbaglia paga, ed io, sia pur non consapevolmente, sbagliai. Ma mi sorprese che l’operatore, sino ad allora infallibile, con cui tratto le mie telefonate, nonché la connessione alla rete – dunque pure quella al blog mio e d’altri che frequento – oppose lo gran rifiuto, pure per giorni. Per qualsiasi esigenza telefonica mi tocca rimettermi in macchina e spostarmi in altra zona della città. Non so quanto fui e sarò gradito ospite, presso caritatevoli amicizie, per la parte di smartworking che mi compete nei singhiozzi di campo. Mi sopraggiunge comunque quella strana nostalgia di tempi altri in cui la comunicazione o avveniva de visu o non avveniva. Talora si ricorreva alle cabine telefoniche, di cui non v’è più traccia alcuna. Tanto che m’ero quasi prefissato di sostituire, per nostalgie e disimpegno creativo, con una di quelle raccattata da qualche parte, la vasca da bagno. Al posto della cornetta lo spruzzo mi parrebbe cosa di estremo gusto. Viviamo, è vero, ma soprattutto finiamo per sopravvivere a ciò che ci accade, cercando di evitare inciampi o difficoltà di vario tipo: questa, del resto, è la preoccupazione maggiore. Ognuno di noi è chiamato la mattina ad alzarsi e a programmare una giornata alla quale assegniamo, noi stessi, difficoltà e prove, addirittura, a volte, creandocele. Esistono modi diversi di guardare le cose, di guardare gli angoli di una città, gli sguardi di una persona, i panorami che si susseguono o l’impegno che ci attende. Esiste un modo violento ed uno nonviolento. Il modo violento è quando vogliamo difenderci da una vita che immaginiamo esistere indipendentemente da noi. Il modo nonviolento è, invece, quando ci accorgiamo e capiamo che la vita non è ciò che ci accade, mentre siamo affaccendati a fare altro, ma che la vita siamo noi, lo è ogni persona, tanto che quando la vita stessa terminerà, quella persona, semplicemente, non ci sarà più.

È la ragione, credo che, fatte salve e rimosse le tragiche evenienze di cui siamo vittime inconsapevoli, per cui mi concedo con cenno notevole di svago, il lusso infinito di farmi il mio trekking nel disabitatissimo centro storico che s’arrampica sui ripidi costoni rocciosi, dirimpetto ai miei balconi ed alle spalle d’essi. Non ho desideri repressi d’urbanità caotica ed i silenzi di vicoli, cortiletti e stradine scivolose dell’usura delle basole, m’appartengono e m’attraggono. C’è nel tutto d’intorno, pur condito da brutale canicola, una sorta di fotografia del tempo, pure un desiderio di narrazioni. Ci sono storie che rimangono sepolte, come ricordi dimenticati e chiusi dentro ciascuno di noi; aspettano solo che, soffermandoci sulle loro tracce sbiadite, qualcuno le riporti alla luce. Questi viaggi lenti e di silenzi me ne offrono la chiave, in immagini cristallizzate e parole che si accompagnano – e mi accompagnano – in un viaggio che, più che un andare di tappe troppo spesso forzate, celebri attese e luoghi che sembrano far dimenticare il futuro. È un tempo senza spazio, senza movimento, non sta andando da nessuna parte ed è contro lo scorrere delle lancette dell’orologio. Sono i miei luoghi, posti che il tempo e gli uomini hanno dimenticato, che restituiscono le attese, l’esatto contrario del “tutto e subito”. Basta accettare l’idea che ogni dettaglio possiede un significato secondo, altro, nascosto, preferibilmente non subito evidente, che possiamo provare a tirar fuori con un procedimento che forse attiene ad una sorta di maieutica socratica. Neppure possiamo concederci una mera ricerca estetica e formale in quell’attraversamento fuori tempo, semmai possiamo provare a costruire una personalissima narrazione, immaginando la vita che fu lì, le ragioni d’una sorta d’estinzione di massa. Il dettaglio così diventa “la parte per il tutto” lasciandoci la possibilità di ri_vederlo, di ri_evocarlo e di ri_leggerlo in contesti del tutto soggettivi. Non rimane dunque che l’approccio lento alle suggestioni attraversate, con lunghe tappe d’attesa sui segni, sulle luci e sulle ombre, sui colori che, a dispetto di tutto, sembrano mantenersi vividi, quasi a presagire l’arrivo di un’altra vita, di altre storie. Ma non mi importa nulla d’una lentezza che vuole ritardare l’arrivo di un futuro immaginato minaccioso, che si arrocca nella sterile apologia di un passato che sappiamo idilliaco solo perché, appunto, è già trascorso. E tanto meno m’importa una banale, seppur lenta, prosecuzione del presente: chi vorrebbe un futuro simile ad un presente invecchiato? La lentezza a cui voglio costringermi è quella del darsi tempo per desiderare altri luoghi e altri tempi, è un procedere cauto che invogli il me viandante a scoprire tracce di sentieri nascosti e a varcare le soglie dimenticate. Quelle soglie oltre le quali, forse, ci aspetta Utopia, per non rassegnarci a dire con Nabokov che “il futuro non è che l’obsoleto al contrario”.

On the road

Appropinquandosi le ferie, non mi rimane ch’apprestarmi ad attraversare lo stivale – non so se avete presente quanto è lungo e tortuoso lo stivale – pure oltre il tacco, sino a quei posti stupidi, dove non piove mai, direbbe Brassens, sino a quel paese a forma di melograna spaccata (se capitate da quelle parti, quest’estate, fate un fischio, mi raccomando), t’aggiungerebbe Gesualdo Bufalino. È viaggio lungo e periglioso, almeno per me lo era un tempo, che mi ripresentavo a casa senza manco il fiato per buttar giù una granita, madido di sudore, lo stampo del sedile dell’auto sulla schiena a sommo di tatuaggio indelebile, pure coi battiti sincronizzati alle vibrazioni del motore. Percorrere tutto quel tratto in autostrada pare la traversata del deserto, a schivare certi decerebellati che ci hanno il pedale dell’acceleratore come escrescenza ectoplasmica del cervello, che non conoscono freni, né motori, nemmeno inibitori. La gimkana è urticante e ti sovviene il desiderio profondo della reintroduzione delle pene corporali, delle bacchettate sulle dita, a dir poco. Che poi io e la velocità abbiamo perso contatto da mo’, da quando l’ultimo autovelox non m’ha tirato fuori la freccia e m’ha sorpassato in linea continua, infliggendosi da solo una contravvenzione con tanto di foto segnaletica. Non regala tregua quel serpentone d’asfalto incandescente, coi suoi ingorghi ottusi, i rallentamenti improvvidi e brutali, autogrill che servono proteine liofilizzate, al sapore del nulla sotto vuoto spinto, e caffè che pare che li pubblicizzi Antonello Falqui in persona, che però manco la parola hanno della bevanda antisonno. Poi a me l’autostrada mi comincia a mezz’ora da casa, e mi finisce ad un quarto d’ora l’agognata meta. Senza scampo dunque. Mi sono messo pure a viaggiare leggero, che pure il pensiero di scaricare la macchina mi fa tremare le vene ai polsi, che poi a meta raggiunta che mi serve se non un paio d’infradito stagionate, con la suola di cocco. Poi arriva quel tale che ti dice che ho ragione, che è un incubo, e che lui, infatti, la serpe lunga e velenosa ha imparato ad evitarla, non la fa più.

Se ne va per strade traverse. E io obietto che ci vuole una vita ad arrivare. Lui annuisce e aggiunge il più pleonastico dei “chi se ne frega”. Infatti, chi se ne frega. Mi decido, e da qualche anno me lo faccio così il viaggio, e l’ho pure trasformato, che non è più il percorso da A a B, ma una specie di traversata alla Chatwin. Taglio per i monti, e faccio colazioni sorprendenti in baretti sperduti, pranzo in bettole di quint’ordine con robe sublimi, m’affaccio con borghi sperduti e deserti sull’infinito, cascate gioviali mi creano discontinuità sonore, boschi fitti di mistero mi spiattellano davanti le eleganze di daini e cerbiatti, e m’abbracciano d’ombre e frescure. Ci sono fontane d’acqua felice, e gentilezze d’anime che ti servono caffè che paiono veramente tali, insieme a biscotti che addolciscono i momenti di rara stanca. Le strade s’inerpicano e scendono a sincrono con albe e tramonti, e quando in fondo t’abbraccia il mare, ti pare che manco ti sei spostato da casa per quanto sei fresco ed appagato, pure se hai viaggiato una volta e mezza in più che manco il pedaggio hai pagato. Certo, se avete automobiline che concorrono per dimensioni con la Nimitz, evitate, se ci avete voglia di sfondare il muro del suono lasciate perdere, se avete fretta per condizione genetica, accontentatevi d’un Camogli o del Positano, e giù, estasiati a manetta, che tanto del bello, mi pare di capire, potete fare a meno. E sono pure sicuro che dovunque siete diretti, v’alloggerete in posti, e frequenterete robe che ce ne sono d’uguali pure sotto casa vostra. Ah, quasi dimenticavo, ho pure bella musica io.

Leggi come mangi

Io, che di liturgie non m’intendo, certe volte m’adeguo. E al pranzo della domenica, in tal faccende affaccendato, mi dibatto d’amenità nella bettola del cuore, camuffata di trattoria. I ravioli di zucca ci stanno un po’ prima di farsi spiattellare accanto al fiasco, quanto basta per l’occhiata fugace a quei due o tre domenicali che d’affezione m’inseguono la mattina del feriale. Sbirciati tanto per rendersi edotti di che pagine è fatta l’estate libresca.

Tripudio d’orrore, che s’accavalla alle torme della sera prima, a prosciugarsi le tasche d’orrendi manufatti sintetici, promossi a cibo da menti fervide. E m’avvedo, d’esperienza sghemba, dell’esistere d’un sottile ma robusto legame tra gusti letterari e gastronomici, sintomo di tempi grami; ancorché non abbia riflessi rapidissimi, me ne sono accorto anche io. Ci sono gommapiume ripiene di cadaveri di bestie esangui e sofferte, che mai conobbero libertà, che hanno retrogusto pungente e rancido, con salse e bibite antigravitazionali, di melasse e glucosi. Sapori che palati prelogici ambiscono collocare al rango di cene, accompagnandoli – se gli riesce almeno quello – a certe letture che, appunto, sanno di rancido, di zucchero di carie, stuccano. A me queste cose – nessun pregiudizio nei confronti di chi ne fa uso massiccio, per carità, che sono per il vivi e lascia vivere -, che spesso si accompagnano mirabilmente a talune musiche elementari, mi fanno aumentare, ora la glicemia, ora il colesterolo, sia solo che ne legga la quarta di copertina, sia solo che ne ammiri la presentazione a piatto. Dunque, evitandole con cura, soprassiedo nel darvene giudizi sommari, pur ammettendo che potrei non esserne all’altezza, giacché della loro esplorazione mi sono privato a lungo, né ritengo di sottopormi a radicali ripensamenti. Vi sono invece certe cene che non si dimenticano, quel dentice, quasi nature, innaffiato con un bianco che fluisce pacato e non interferisce col gusto, lo esalta piuttosto, come una lente d’ingrandimento ne illustra i dettagli e ne evita l’affastellarsi in una moltitudine confusa di sensazioni indistinte. Rimane nella memoria, non accenna ad abbandonare la sua essenza di ricordo felice, semmai si dispone con sapiente lentezza, senza sgomitare, diacronicamente accanto ad altre esperienze, pur mantenendo posizioni privilegiate. E ivi echeggia certe arie mozartiane, un Ravel da orchestre dirette dagli dei. Vi sono, lì nei pressi, certi saraghi del Mar d’Africa, attesi senza fatica all’amo per ore, e che abboccano mentre l’alba si esercita in cromatismi spiazzanti; cornici di pomodori colti negli orti dell’Olimpo, con lo sfondo lontano della fiammeggiante irrequietezza della tomba di Empedocle, e ancora chicchi di melograna giunti direttamente dalla terra dei Lotofagi. Se consumati poi invogliano le palpebre al sonno lieve, ed alla veglia spingono senza indugi verso letture lente, complesse, articolate, sofferte, che però ci fluiscono per sempre dentro, in forma di una ruga in più, un guizzo comportamentale, un’attitudine… Distinguo su ripiani facili da raggiungere le coste importanti di certe cose di Sciascia, Vittorini, Sartre, D’Arrigo, Virginia Woolf… Tutta roba che, quando se ne parla, riecheggia come tappa fondamentale della nostra esperienza formativa, ed un piatto assume consistenza letteraria, almeno quanto un libro fondamentale lascia al palato quel gusto permanente che deriva da ingredienti esiziali per cuochi abilissimi nell’amalgamare le parole. Eppure, accanto a ciò, c’è anche dell’altro… E se “L’uomo senza qualità” invoglia alla liturgia d’una Sacher, almeno quanto “Il garofano rosso” spinge verso il rito di un budino di mandorle, così certi banchi di frutti di mare, pomodori secchi, olive farcite e peperoncini diabolici, immersi in un Suk di colori e profumi, offrendoci l’opportunità di consumi rapidi ed estemporanei, accelerano il desiderio di tornare a sfogliare libercoli leggeri, che sembrano scivolare via come va giù un mitilo al limone, o un tocco di pepato fresco. Certo, v’è forse un po’ di pudore nell’ammettere che quelle letture d’un paio d’ore, street reading consumato sulla panchina d’un parco, a sedere su un muraglione dirimpetto al mare, o sotto un albero di ulivo saraceno, pure distratti dalla risacca o dagli uccelli (e non solo dal loro canto), possano averci formato gusto e memoria; ma che bellezza “Tre uomini in barca (per non parlare del cane)”, “l’uomo invaso”, “Ricette immorali”. Che meraviglia – di tanto in tanto, e senza esagerare – far finta di essere sani!

L’invasione

Non è che le restrizioni a me mi siano pesate tutto sto granché. Certo, le mie bettole scalcagnate mi sono mancate. Pure le puntatine a mare. Ma sono persona di costumi parchi, che s’accontenta. Adesso s’avvicina un’estate di libertà suadenti, con gli esami – che non finiscono mai -, mi lascio alle spalle il peggio, mi concedo certi privilegi. Ma questa che ciclicamente s’affaccia è per me anche stagione di dialettiche serrate, frutto di antiche disfide. Ma che ultimamente sembrano risolte. Io e il mio ginocchio sinistro, infatti, abbiamo raggiunto un equilibrio. Cioè, conversiamo amabilmente: io gli comunico cosa mi piacerebbe fare e lui ne prende atto, anche se però fa di testa sua. Mi piace questa sua capacità di ragionare con la sua testa, ancorché, talvolta, sembra farlo in modo che a taluni parrebbe animato da volontà sperequative nei miei confronti. Inizialmente gliene facevo una colpa, lo rimproveravo, gli rinfacciavo la ossequiosa obbedienza del suo gemello, quello di destra, intendo. Poi ho cominciato ad apprezzarne l’autonomia decisionale, l’imperturbabilità rispetto ai diktat definitivi ed assoluti, quella certa insofferenza per le gerarchie. In estate le nostre conversazioni si fanno più serrate, talvolta appaiono come delle vere e proprie disfide. Ora, mi pare evidente che io dipendo da lui almeno quanto lui dipenda da me, e il nostro è un rapporto orizzontale, credo ci sia rispetto reciproco. La mattina, quando sono laggiù, mi alzo presto, mi piace raggiungere il promontorio d’ora piccola, quando le masse ancora smaltiscono le bisbocce della sera prima.

Quindi, prima di avviarmi sull’arenile, concordiamo una linea di condotta. Io lo interrogo sulle sue volontà della mattina, in particolare gli chiedo se gli andrebbe il piccolo trotto sulla spiaggia, oppure il passo svelto, quello che fa bene al colesterolo – cerco di blandirlo dicendogli “siamo parte di un tutto, ne avresti giovamento anche tu” -, oppure la passeggiata meditativa. So che qualunque sarà la scelta lui agirà in modo estemporaneo, deciderà sul momento se cedere di schianto, oppure bloccarsi, gonfiarsi come un prosciutto, o scricchiolare con raccapriccio, nell’atto di volermi comunicare rumorosamente il proprio dissenso. Di recente non obietta, credo abbia gradito certe pasticche comprate in erboristeria che lo rianimano, lo fanno sentire più appagato e considerato, non più una minoranza sfruttata e relegata in un angolo, laggiù in basso. Certo, obietto io, va bene non consentire la corsettina, ma anche tu, che vizi borghesi: pasticche, ciascuna delle quali costa quanto un caffè espresso. Ed a proposito di caffè, è di questo che si tratta. Insomma, l’arrivo al promontorio prelude, a prescindere dall’accordo col mio ginocchio, alla sgambata in tenuta da Orzowey sino al borgo. Tre chilometri esatti da percorrere sull’arenile deserto, poi lì caffettino al chioschetto, quindi il ritorno, gli stessi tre a ritroso. Giunti in prossimità del promontorio nuotatina, sigarettina (l’abuso di diminutivi, è frutto di un certo meridionalismo che mi è rimasto appiccicato addosso, ed ora non riesco a sbarazzarmene, di questo mi scuso), poi a casa, prima che il sole divenga cattivo e che, soprattutto, le masse rumorose, con i loro ombrelloni branditi a mo’ di Durlindane, i tamburelli schioccanti, i palloni sgonfi, solletichino certe mie mai del tutto sopite agorafobie. Sul finire della scorsa estate, però, durante la sgambata, succede una cosa strana: a guardare la TV quella spiaggia dovrebbe essere invasa da torme di selvaggi inferociti con l’osso al naso e la sveglia al collo e che preparano pentoloni per bollire l’uomo bianco. Ed invece, altro che migranti, l’invasione c’è, ma di extraterrestri. Ve l’ho detto, io sgambetto sull’arenile come Tarzan, in costume da bagno e piedi scalzi, non mi formalizzo, sono un uomo rozzo, la spiaggia dal mio punto di vista limitato serve a questo, tanto più che è libera. Quelli, invece, si capisce che non sono di questo mondo, che sono creature d’altri pianeti, giacché sono abbigliate in modo diverso: si, all’apparenza sembrano come noi, come noi da molto giovani, ma poi indossano tutine attillatissime, mi dicono traspiranti, aerodinamiche, per fendere l’aria mentre corrono, penso, o per difendersi dai germi aggressivi del nostro pianeta. E poi hanno fili che li avvolgono dappertutto: fili che vengono fuori da fasce ai polpacci, ai polsi, alla cinta, al collo, alle caviglie e poi orecchie tappate con cuffie ed auricolari (credo dipenda dal fatto che nel loro pianeta il rumore della risacca sia considerato un po’ come da noi certa musica e, giustamente, se ne isolano), occhiali iridescenti, forse i resti di uno scafandro da astronauta, scarpe con sospensioni ed ABS. Io mi sento a disagio, e quando leggo nei loro occhi l’espressione di disgusto nel vedermi al trotto conciato in quel modo primitivo, mi inibisco e rallento (pratica in cui sono un esperto). Non vorrei dare dei terrestri un’immagine di generica trascuratezza. Ma che ci sarà collegato a tutti quei fili, gli strumenti con cui comunicano con l’astronave? O forse hanno paura di perdersi in spiaggia e si portano dietro un navigatore astrale? Il punto è che la spiaggia ne era piena. Ora, in attesa dell’arenile prossimo venturo, profittando dalla parziale libertà concessami dal nuovo colore regionale, la mia passeggiatina me la faccio sulla ciclabile accanto al fiume. E altri ne vedo, pari a quegli altri dell’estate. E allora, delle due l’una, o hanno completato l’invasione, e quelli della mia specie, i terrestri, intendo, se li sono portati sul loro pianeta per il ripopolamento di certe foreste spaziali, oppure… oppure, non me ne sono accorto e l‘extraterrestre sono io. E vabbè, come faccio a capire certe cose, sono cose d’altri mondi.

Peccatori scortesi

Ero a lungo rimasto sospeso tra il concedermi il sonno della notte e lo struggermi del rivoltolarmi tra lenzuola madide di sudore, nell’attesa del verdetto, poiché, se la prima ipotesi m’appartiene d’istinto, m’appariva altresì squallida manifestazione di qualunquismo esasperato, d’ignavia, financo d’accidia, non aderire alla seconda. Poi, per fortuna, la notizia è giunta in tutta la sua inesorabile magnificenza: il PIL cresce, l’Italia riparte, la produzione industriale s’accuccia sotto vele spiegate, come manco in precovid. Dunque, potrò dormire il sonno dei giusti, senza turbamenti, nemmeno sensi di colpa. Almeno così speravo. Invece no, non va tutto liscio, che c’è gente malvagia che s’aggira come spettro, gente senza comprensione per la collettività cui ogni cittadino onesto dovrebbe dare il suo indefesso contributo. Gente sciatta, che rema contro, curante solo del proprio interesse piccolo piccolo, non di quello del paese. La percezione di queste presenze l’avevo da tempo, pure se me ne mancava il coraggio di parlarne con qualcuno.

Ma ora, avendoli visti all’opera, l’evidenza mi sopraffà, ce ne sono prove dell’esistenza che convincerebbero un cieco. Di più, mi monta, a sommo del petto, quel senso d’angustia che m’impone d’interrogarmi, che forse di quegli spiriti inesausti pure io faccio parte. Ebbi le prime avvisaglie dell’infausta appartenenza a quella vil schiera allorché la zia Agata, dopo aver sfiorato il secolo di saggia permanenza in terra, non tirò il calzino citandomi all’uopo nel suo testamento. Orbene, poiché se non v’è dubbio che la madre patria pretende dai suoi devoti sudditi comportamenti adeguati, che la famiglia, fondamentale istituzione costitutiva del nostro beneamato Paese, s’aspetta altrettanto per il futuro florido delle nuove generazioni, forse anche il Padreterno parrebbe desiderare di non essere deluso. E, proprio nell’evidenza di quest’ultima ma non ultima richiesta, la zia mi lasciò in eredità una lussuosa edizione della Bibbia del Dorè, ed un rosario finemente istoriato, conquistato in qualche santo pellegrinaggio al luogo d’una qualche apparizione. E io, nel rispetto di tali volontà, misi gli oggetti sul comodino affinché si esprimessero liberandomi della mia insana possessione. Per fortuna si tratta di possessione pro tempore, poiché i tempi del lavoro non mi consentono d’esprimerla compiutamente oltre le ferie comandate. Ma ora che le stesse si avvicinano, ancora avvolto nei miei turbamenti, mi sveglio di soprassalto, pure maleficamente sorridente, per il possibile espletarsi prossimo venturo di certi insani comportamenti. Ovvio che ai miei cugini, che di tali invasioni demoniache non soffrono, sono toccati solo vasti possedimenti immobiliari e cospicue liquidità, che, per ius sanguinis, ricevettero – loro – dalla santa zia. Ebbene, per essere concreto, io m’affaccio al mondo con desideri insani, di cui non riesco a liberarmi, pur consapevole del danno che rischio di fare al paese. Almeno non riesco ad essere sereno in ciò, come certuni che osservo. Questi tali, sdegnosi del bene comune, se ne vanno spesso a piedi o in bicicletta, e fermandosi a respirare l’aria buona dei campi, avidamente s’accaparrano erbette e aromi, dal cappero alla borragine, dall’ortica alla ruchetta. Poi, non sazi, indugiano al sole sino al contadino, per contrattare ora un uovo fresco con cui far frittatine dell’erbette, ora una forma di cacio cavallo. Di più, taluni, il cui tasso di perversione non è commensurabile con altre fecce d’umanità depravata, si vedono lanciare lenze ed ami da qualche moletto sperduto, senza nemmeno il pudore d’occultarsi allo sguardo della gente per bene, quando tirano su la lampuga di tre chili e duecento che si dimena nell’ultima contorsione prima della teglia, per l’incontro col letto di patate, pure quelle – vigliacchi e fedigrafi – ottenute da complici agresti. Così, all’aria pura e nutrendosi di cibi orribilmente non edulcorati, vivono sani per se stessi, incuranti delle terribili ripercussioni del loro agire. Ed io m’affliggo dell’anelare da peccatore alle stesse tremende pulsioni, sperando che il Rosario della zia Agata, prima o poi, faccia il suo effetto redentivo. Per fortuna – e di ciò mi rallegro – gli altri, i cittadini per bene, quelli con la C maiuscola, tengono alti gli ideali della Patria, decisamente disdegnando certe pratiche riprovevoli. Quelli mi rincuorano perché ogni loro azione ha a cuore il PIL, la sua crescita, il suo levarsi al cielo per grazia ricevuta. Loro, incuranti del proprio benessere personale, ma animati da nobili ideali, s’affollano a consumare in certi locali a doppia w rovesciata, ogni genere di concentrato di grassi più o meno animali, alimentando l’occupazione con il proliferare di dietisti, cardiologi, centri estetici, spingendo, frementi ed orgogliosi della propria patria appartenenza, macchinari a reazione nelle palestre, indossando cardiofrequenzimetri, radioline ambulanti, telefonini d’ultima generazione (loro si, non i primi, mantengono vivo il mercato). Ma giammai si ridurrebbero nell’oscena pratica di attività fisiche soft ed all’aria aperta, poiché, acquistando giganteschi monoliti a quattro ruote in luccicanti nere corazze, alimentano il mercato dell’auto, pure delle finanziarie e delle banche, poiché il loro mero interesse è la crescita del PIL, il bene della nazione, perseguito sopprimendo, orgogliosamente indentitari, giammai barbari, le proprie pulsioni primordiali. Chissà se un giorno riuscirò finalmente anch’io, come loro, a dare il mio contributo alla patria.

Recinti e paletti

Io due o tre paletti per i miei sistemi di relazione li metto. Mica me ne sto a tirar su muraglie alte e fitte, che un po’ di ecumenismo m’è rimasto. Nemmeno mi faccio o Savonarola o Torquemada, a seconda dei casi, mettendomi a fissare limiti comportamentali ai prossimi più prossimi. Un recintino alto il giusto, che da lì non si passa, ma basta avere le chiavi e c’entri facile, appunto, schivando quei due o tre paletti che misi all’uopo. Certo, se ti piace far cagnara, urlare e sbraitare, parlare di mala maniera, lì non c’entri. Se ti sollazzi di bum bum, di cucine molecolari, se sei astemio per convincimento ideologico, non è che ti tratto male, ma te ne fai una ragione a star dall’altra parte del labile confine. Se sei uno che si mette a saccheggiarti casa, dipende, se sei Fra Dulcino, ti dico dove ho messo i preziosi (questa mi viene facile che di preziosi non ne ho, se non taluni da frigorifero), per il resto portati pure quello che ti pare, foss’anche solo virtuale, che alle cose m’affeziono poco, e anche con le idee ho rapporti conflittuali. Ma se sei entrato a casa mia sei pure ben consapevole di quello che ci trovi, se no cosa ci sei venuto a fare?

Posto questo, il recintuccio, con tanto di paletti agli angoli, mi si è sempre mostrato trasparente, e di là di quell’invisibile barriera, talora, pure solo di sgambescio, qualcuno ti s’avvicina, per un istante o due, che più di tanto non gli è concesso, né credo vi ponga interesse particolare a starsene in quella specie di ghetto. È cosa che capita a chi vive sotto questo cielo, però, che non può negarsi l’affratellamento collettivo, non dico con tutte le 7 miliardi e più di creature umane che ci vivono, ma con una parte pur esigua di esse. Capita, dunque, che poi li leggi sul giornale, che hanno rubato a sette ganasce, che si sono spartiti posti e prebende, frodato e truffato, per carità, fino a prova contraria. E ti fa più specie quando la notizia riguarda proprio l’immediato d’intorno del confine coi paletti. Che rubare, l’ho detto, non è cosa gradita, ma anche lì dipende. Che poi, di primo acchito, mi verrebbe pure di fare i nomi, financo i cognomi, che tanto li hanno fatti pure i TG, con tanto di fototessera che pareva scattata da Lombroso in persona. Ma se li facessi punterei l’occhio sul caso, non sul fatto che del caso è assai più diffuso. Ch’è quello, il fatto intendo, la malattia. Che non si cura solo col carcere degli scemi del villaggio globale che sono incappati nelle tenaglie strette della giustizia (che ci vadano, senza passare dal via, si spera). Ma con una bella quantità di sedute psichiatriche collettive che spieghi al resto non ancora beccato – ed ho ragione di credere che sia resto assai cospicuo – che quella di passare pezzi consistenti della propria miserabile esistenza a cercare di capire come fregare il prossimo tuo (e non come te stesso) è malattia, che pure è patologia anelare il potere assoluto, che anche si fa sindrome grave il sottrarsi a starsene quieti, che ne so, a godersi una pensioncina bevendo un bicchiere con gli amici al bar, che ti fa anche buon sangue e non ti viene l’ansia d’accumulazione compulsiva di dobloni e poteri. Che se poi te ne stai buono e tranquillo, mi sa pure che non t’angosci, anche se, capisco benissimo, che se ti sei strafogato qualche milione fregando e frodando, il tutto di tutti, non t’avvedi di certo che non ti sei rubacchiato la collanina nuova di madama la marchesa, o il rolexino di mister Pippone, ma ti sei rubato l’equivalente d’una partita di chemioterapici, il buono mensa per qualche bambino della materna, la pulizia del parco giochi… E lo so che tu non te ne rendi conto, che la cosa il sonno non te lo toglie, che sei un tossico e pure dipendente, ma allora fatti curare, ma da uno bravo, se nel frattempo non gli hanno chiuso il reparto per mancanza di fondi, che quelli se li sono intascati i fenomeni come te.

Goal!

Non mi piace lo sport, me ne sono tenuto alla larga per parecchio tempo. È contro la mia religione. Un po’ di pallavolo, da ragazzo. Poi smisi. Troppo affanno ed effetti collaterali. Mi piacevano certi boxeur, Ray Sugar Leonard tra tutti. Mi pareva fossero personaggi letterari, con le loro storie di emancipazione, gli incontri leggendari. Pure Alì, invero. M’ero pure messo, su quella scia, ad incrociare guantoni. Ma non durò molto nemmeno quello. Trovavo assai disdicevole che, mentre io prestavo il mio setto nasale ad improvvide deviazioni, gli altri non facessero altrettanto, si scostavano. Col mio compagno di banco delle medie, sportivissimo autentico e convenzionale, non eravamo ben assortiti: lui un metro ed una spanna, con la faccia angelica ed i riccioli d’oro, ma ben piazzato; io spilungo e sottile come un giunco, levantino ed arabeggiante. A dispetto dell’aspetto, era uno spietato killer d’area di rigore, e mi convinse a farmi la partitella della domenica, su una specie di campo di patate alle cui estremità erano piazzate due porte senza rete, che ad ogni incrocio dei pali era rissa per l’opposta valutazione se la palla fosse passata sotto o all’esterno. Dismisi rapidamente che il dopo partita era sempre doloroso e tornavo a casa che, ancora più che per incontro di box, parevo una carta geografica. Al di là del fatto che, per spirito critico innato, m’ero rapidamente avveduto che non c’era storia per me sul campo da calcio. Mio padre, tifoso con cautela della Juventus (in Sicilia si nasce cattolici e juventini, a prescindere), mi portò a vedere una partita di serie A ch’ero bambino. Conosceva questo tale vicepresidente o qualcosa del genere d’una delle due squadre. Per i 90 minuti canonici, quei ventidue in mutande inseguirono confusamente il pallone, mirando più alle caviglie degli avversari che a quello. Per il resto ebbi la sensazione che, fossi sceso in campo, avrei potuto segnare anch’io un paio di gol. Il mio compagno di banco avrebbe fatto una goleada. Seppi che alla fine di quel meritatissimo doppio zero, un po’ dei protagonisti lasciarono il campo sui cellulari della polizia, tradotti in particolari ritiri per un calcio scommesse. La religione di stato (l’oppio dei popoli), dunque, non m’ha mai entusiasmato. Qualche cauta riscoperta, cenno di svago, roba da paesaggi immensi e orizzonti di fascino polveroso di Patagonia, m’è venuto dal calcio dei racconti di Osvaldo Soriano, di Manuel Vasquez Montalban e Eduardo Galeano, ma non sono mai andato oltre. Eppure, in certe occasioni, ridivento tifoso, dell’evento più che della squadra. M’è parso che ci sia, da qui a breve, una qualche kermesse d’un certo interesse, che vedo TV megalitici sparire dagli scaffali dei supermercati, con rapidità maggiore di quanto non vada via il pane fresco. L’evidenza l’ho avuta nella consultazione delle pagine d’un quotidiano. Ed io, ripeto, adoro questi eventi. Quando scatta l’ora x, le genti italiche, rispolverando sepolti amor patrii, s’affastellano nei salotti, sui divani monta smonta svedesi, dinnanzi a pareti a led made in China o Japan, con birre ed hot dog, tutti chiari riferimenti all’identità nazionale, da difendere e preservare contro l’invasione dello straniero, e per ridare alle ugole capacità espressive primigenie. Ed è questo che mi piace, che le vie dei borghi, di paesi e città, pur tra qualche lontano vagito d’un nascituro rigore, d’improvviso si svuotano del consueto, e per un paio d’ore, m’appartengono in esclusiva suadenti silenzi, musei d’ombre, dentro cui perdersi, sublimarsi. Questo a me piace di constatare, il lockdown autoinflitto, ed il campo libero della riappropriazione per chi non ha tema di lesa maestà.

La fatica di essere uguali

Non è che uno sceglie di essere minoranza, semmai anela il contrario. Ci credo poco – ma ne ammetto pure l’esistenza – che c’è un taluno che sceglie di essere sempre e comunque minoranza. È cosa degli uomini affratellarsi con milioni di altre creature, pure lontane e diverse. Ma l’evidenza dell’essere minoranza mi sopraffà sinché sono stato investito dall’età della ragione, cosa peraltro non richiesta. Che poi essere nell’età della ragione non per questo impone d’avere “ragione”. Si può dissimulare il proprio torto, nel profilo basso del parziale fraintendimento, nella diplomatica accettazione del volere altrui, nel mugugno a bassi decibel. Ma sempre dentro la riserva indiana, poi, ci si ritrova, senza se e senza ma, spesso con un solito irrisolto perché. C’è che uno non se lo sceglie da che parte stare, mi sono persuaso che gli tocca. Si può cambiare il corso degli eventi, ammettere che esiste il libero arbitrio, comunque ci si porta dietro – del predestinato – la propria ineluttabile condizione esistenziale. Almeno penso, che non ne sono manco così sicuro, pasciuto nel dubbio, forse nel sonno della stessa ragione. Così, predestinato, per origini e censo, a rapinare le vecchiette davanti alla posta, mai m’avvidi di come ciò possa non essere successo, spiattellato a fare un profino qualsiasi, financo a godermi certe smanie piccolo borghesi, talora pure a montare librerie Ikea. Però ho passato tutta la vita nel desiderio d’omologazione maggioritaria, d’adesione agli immaginari collettivi, che sono convinto che ti toglie pensieri, il contrario t’arrovella. E ciò m’è accaduto in ogni frangente che vissi, cosa di cui non vi terrò edotti né nel dettaglio, nemmeno nelle sue linee generali, poiché è cosa di poco conto. Il punto è che, seppure t’asciuga i criticismi, dunque ti solleva di certi gravami d’insonnia, l’essere maggioranza non è a costo zero, richiede tributi che taluni pagano con nonchalance, per altri è compito delicato, che impone fatiche e ti induce a scegliere di quali fatiche puoi fare a meno, quali altre sei in grado di sopportare. A me, lo dico francamente, dell’essere maggioranza mi preoccupa l’essere rapido e preciso. Eppure ci avevo sperato, come montagna inamovibile, in attesa del profeta, che la triste reclusione dei distanziamenti sociali, potesse stravolgere il senso delle cose, stralciare paradigmi, ridurre davvero le distanze. Invece!

È dai tempi della scuola, da quando la frequentavo dall’altra parte della barricata, intendo, che mi sento ripetere, se non esplicitamente almeno nelle indicazioni generali, che occorre essere rapidi, puntuali, efficienti, efficaci. Poi l’università, il lavoro, la musica non cambia, inno imperituro, richiamo costante alla mitica perfezione dell’agire, del produrre. Bisogna apparire decisi, vincenti, volitivi, esprimersi in modo sintetico ed esaustivo, non indugiare, accelerare, non tergiversare, perfezionarsi sino all’eccellenza, dimostrare volontà ferree, strategie definitive, risultare impeccabili, al di sopra d’ogni sospetto di lassismo, rinnegare il dubbio, compiacersi delle proprie granitiche certezze. Eleganti, ma senza pacchianerie – questo, invero, anche alla maggioranza, non è che proprio… -, in forma scultorea, frequentare i luoghi giusti, le giuste compagnie. Bisogna essere rapidi, dunque fast food, apericene, musiche con ritmi definiti, bum bum senza sorprese, rime baciate, brevi, che si ricordino, niente dissonanze e asimmetrie; il jazz è morto, l’improvvisazione sepolta. E io, se mi guardo intorno, se mi affaccio dai miei anni con lo sguardo indietro, la storia che vedo è un’altra. Quanti progetti, quante cose iniziate e lasciate lì, in attesa di chissà cosa. Quante incompiute, quante risoluzioni fallite, quante approssimazioni. Non ho mai avuto una visione circolare del tempo come gli orientali, mi sono crogiolato di memorie, facendo in modo che il futuro si muova con “lentezza” sino a toccarsi col presente, ed insieme aspettino il passato per un tamponamento a catena che li faccia coincidere in un unico punto temporale indefinito ed infinito. Poi, col tempo, continuerò ad esplorare lo “spazio breve che suggerisce l’infinito” (Jean Grenier), e sceglierò in un viaggio sghangherato la mia “Itaca, la terra fedele, il pensiero audace e frugale, l’azione lucida, la generosità dell’uomo che sa” (Albert Camus). Perché quante approssimazioni, per fortuna, possono restituirci almeno uno scorcio di quella bellezza infinita che è nella nostra irredimibile natura umana di creature lente, di strateghi della lentezza, in competizione con le più ostinate lumache nel contemplare i dettagli più insignificanti di questa terra, per cogliervi dentro la suadente poesia. Di converso, quante brucianti accelerazioni, pragmatismi risolutivi, decisionismi improcrastinabili, precisioni burocratiche, successi epocali, ci hanno lasciato l’eredità d’un condono edilizio…!

Punto – forse – a capo (e fortunato chi non ha capito, parte seconda)

Che i convincimenti ti si cuciono addosso, s’attaccano alla pelle, ti fanno vestito di festa e pure abito da lavoro e non te ne privi più, manco la notte, che s’immaginano pigiami felpati, di lana grezza e mutandoni, o sottane di trini e merletti, che poi la giovane ragazza s’attrezza a fare la cosa più normale, nella sua divisa d’ordinanza, e concede l’abbraccio fraterno, pregno della pietas che si compete al genere umano quando s’ignuda d’ogni altro orpello vestibile, e s’adombra il cielo e l’uniforme stentorea del mondo si trasforma in epiteto a vociare confuso e orrido, mentre le zampe d’oca, s’ammassano in fila, ossequiose, come dietro il papà Lorenz, o un altro capo che ci pare, purché sia bello ritto, in piedi, a dominare i seguaci che dissimulano passo d’anatra, che manca poco che queste fanno causa alle prime che di palme ai piedi ognuno si tiene le sue, al più c’è da star attenti che mentre si papereggiano tutti, scondizolando e sculettando con scarsa armonia di sensi, non si concedano in amplesso innaturale al cagnolino di secrezioni gastroesofagee che ha smesso di aspettare il campanellino di riflessi condizionati, ed ora s’accinge a soddisfare pulsioni primordiali purché ve ne sia disponibilità, pure tra interspecifici e, avvinghiata la paperella, dà origine alla progenie fortunata e artificiosamente eletta a pura dell’orrifico incrocio che della genia ottusa e involuta, ma pura d’immaginario, dai piedi piatti e salivazioni persistenti, contrattualizzata per bave alla bocca, al suon di sirena, s’attrezza ad esercito di difesa dei confini del mondo virtuale, procacciando pagine di dobloni al re delle facce da libro, solo di costa, che le copertine costano, pure se fai finta di cucirtele addosso anche quelle come vestito della festa, patinate per ogni sgherro e bravo manzoniano, e l’ultimo che s’era abbracciato come spiaggia da naufrago alla deriva, al più si becca il calcio palmato della bestia, ed il morso a zanna, manco bianca che quella se ne sta alla larga da ogni ocone, grosso modo giulivo, e dall’alto del monte s’appresta a riprender fiato dalla vista lunga della fine del mondo, che prima o poi, pure per mettere fine allo sconquasso della specie estinta a sua insaputa, forse conto terzi, finalmente mette un punto.

In pandemie d’Eros e Thanatos (Allonsanfàn parte quinta: Aldo Palazzolo)

Che di santi io non m’intendo, pur se ve ne sono taluni cui rimango fedele, illuminato sulla via di Damasco, ignorandone al contempo il nome di battesimo. Quelli patroni, ad esempio, che mi chiudono, allorché si presentano, la microscuola ch’ora pare incrocio tra altoforno e campo di cotone. Sono quei santi che inducono a conversioni definitive, che financo ti spalancano la Bibbia del Dorè sul comodino, a sostituire la carogna che d’urlo pose fine all’abbraccio di Morfeo ogni sacrosanta mattina che Domineddio manda sulla terra. Quei santi che prefestivano d’ore tarde, di dotte conversazioni col vecchio (nel senso d’invecchiato) Jack, mentre prova l’inutile evasione dall’orlo del bicchiere. Felicemente consapevole della lunghezza della notte prossima ventura, m’annodo i due neuroni funzionanti che mi rimangono per fare accosti improbabili. Me ne sovvengono tra pandemie, che ora di quelle si parla, ed il vecchio Jack (nel senso d’invecchiato, ma prima d’arrivare a me, altrimenti non ne avrebbe avuto il tempo) non s’oppone. Così, quella che c’è incorsa – la pandemia, intendo – me la comparo con quelle di letture antiche e d’età scolare. Insomma, m’è parso incarnarle tutte, per fasi, che cambiando l’ordine degli addendi la somma, stavolta, cambia. Dapprima, tutti felici di starcene in casa, a scorgere i dettagli della natura che s’appropria di spazi inopinatamente sottrattigli, fulgidi di speranze e del tutto andrà bene, a raccontarci storie dai balconi, con la chitarra in mano ad intonare La canzone del sole perché tutto il vicinato patisca le tue stesse pene. M’appariva come scelta d’isolamento boccaccesca, godereccia per le mani in pasta di pizze, speranzosi che certe belle vicine, come nelle canzoni di Brassens, bussino alla tua porta col pretesto di lieviti esausti. Poi subentra la narrazione manzoniana, che prelude all’estate del tutto finito, il virus è morto, cotto al raggio di sole, nell’acqua pazza come pesce, più che dall’acquazzone liberatorio. Così, tutti renzi (tramaglini) e lucie, pronti a soddisfare i nostri più intimi desideri di concupiscenza, come evocato in certe lettere mai corrisposte di San Paolo ai Corinzi. Poi l’angoscia, di narrativa più storica che letteraria, della Spagnola che, cupa statistica di morti e d’economie, t’adombra il futuro di dittature spietate. Insomma, pandemia d’Eros e Thanatos.

E sarà la persistenza di Jack, ma mi viene di parlare d’un amico che quei territori ha battuto d’arte ispirata (le foto me le ha date lui).

Eros e Thanatos in Aldo Palazzolo

Aldo Palazzolo, dalla Siracusa matrigna, è fra i testimoni più importanti del nostro tempo avendo immortalato i più grandi protagonisti del mondo della cultura contemporanea. Personaggi illustri (tra gli altri, Patty Smith, Adonis, Giulio Andreotti, Gesualdo Bufalino, Rudol’f Nureev, Sinopoli, Julian Beck) ma anche dettagli sorprendenti ed inconsueti che racchiudono storie, segreti, interessanti sempre.

Immagini che inquietano profondamente e spesso, quasi sempre anzi, seducono. Nel 1989 il critico Peter Weiermair lo segnala fra i ritrattisti più importanti al mondo allestendo l’esposizione e il catalogo per “Il ritratto nella Fotografia Contemporanea” con artisti come Andy Warhol, Robert Mapplethorpe, Annie Leibovitz, Bruce Weber, Mary Ellen Mark, Cleg & Guttman, Lynn Davis, Thomas Ruff. Ha esposto in manifestazioni di prestigio internazionale: da Arles, dov’è presente nel 1992 con una grande personale, alla Biennale di Venezia, ai festival di fotografia di Amsterdam, Liegi, Montpellier etc. Dal ’90 in poi vira verso una ricerca personalissima che lega l’elaborazione della foto alla riflessione sulla luce e sull’alchimia e che denomina “Liquid Light”. È stato fotografo di scena nel film “Il Garofano Rosso” ed ha curato le scenografie degli spettacoli “Change de Peu” a Geneve e “Le vecchie e il mare”, dal testo del poeta greco Jannis Rytsos, a Catania e Genova. Autore dei video-ritratti dedicati a Manlio Sgalambro, filosofo catanese, ed Enzo Sellerio, fotografo e fondatore dell’omonima casa editrice palermitana.

Difficile parlare della sua opera completa, troppo vasta, ricca delle suggestioni di esplorazioni vertiginose, delle magie delle camere oscure, scarse propensioni per i pixel.

Val la pena soffermarvisi a spizzichi e bocconi, per esempio con la sua ricerca su Eros e Thanatos.

In principio fu l’Eros (La Genesi)

Se v’è poco dubbio che tutto ebbe inizio dall’Eros, qualsiasi ripopolamento naturale ed umano, la ricerca di questo è divenuta ossessione e non fluida riscoperta dell’essenza stessa dei viventi – ivi compreso il genere umano -, gesto semplice e naturale. Al contrario, l’Eros, o viene definitivamente derubricato a pratica immorale, lì dove è stata la fonte cui si sono abbeverati poeti ed artisti d’ogni epoca e luogo, oppure sostituita dall’esasperazione del motto assai poco aulico del “persi per persi meglio perversi”, in definitiva, surrogandone il ruolo di riscoperta minimalista della sua essenza primordiale ed istintiva, delicata poesia di sensi, ad una kermesse di sovrastrutture, tacchi a spillo compresi. Nelle sue immagini della serie dei marmi, Aldo Palazzolo, invece, si rivolge nuovamente ad un Eros genetico, a quell’essenza perduta e sepolta dalla mondanità corrotta delle sovrastrutture, lo ritrova nella semplice e vertiginosa nudità delle forme. Continua, dunque, in una sorta di staffetta ideale, l’opera di recupero della materia primordiale, della forma nascosta, in parte già denudata degli eccessi materici di cave pregiate, da grandi estrattori di poesia umana dai blocchi di marmo.

Palazzolo, come è aduso fare, non scatta per scattare, non ha tempo da sottrarre alle pigrizie del Sud, va giustappunto all’essenza, interrogando i marmi circa il pensiero di quei creatori che li hanno liberati, secondo modalità e prassi michelangiolesche, dall’involucro di materia morta, restituendoli alla vita, ed in questo compie ed esalta nel contempo il gesto erotico definitivo e vertiginoso che solo può essere nella scoperta. Interrogando i marmi, con l’occhio “obiettivo” del ricercatore, deduce, e forse scopre al di là d’ogni ragionevole dubbio, il nucleo fondante del pensiero antico che ha generato quella vita di pietra. Una vita che, oltre il pensiero della forma minimale da cui si è generata, viene poi occultata da sovrastrutture, appunto, come certi vini del sud, serviti allungati con la gazzosa perché troppo difficili da buttar giù per corpo ed eccessiva adesione organolettica a terre aspre. Palazzolo dunque “denuda” il dettaglio primigenio, individua in quello il nucleo generatore dell’opera, lo libera da ciò che non serve del tutto d’intorno cui fu imprigionato dal “benpensantismo” che ad ogni epoca il – per definizione – declinante impero impone alle donne ed agli uomini, perché non riscoprano in sé, nella propria viva carne, ciò solo di cui hanno veramente bisogno. Poi ce lo rende, in forme inequivocabili, annullando distanze temporali ed aggiungendo il vuoto d’intorno che non crea equivoci, che proietta in una dimensione immaginifica e sorprendentemente condivisa chi si trova al cospetto di quell’immagine.

Thanatos, ovvero de profundis per l’altro – presunto – inizio.

È nel gesto intriso di pietas della Veronica a ricoprire il corpo martoriato del Cristo che si cela il primo scatto fotografico, il primo sviluppo. Nella concretizzazione di quel sogno d’una immortalità donata nell’imprimersi d’un volto, d’una immagine che prende vita nella camera oscura del tempo, in fin dei conti v’è tutta la tecnica più evoluta, oltre la volontà del gesto; altro che megapixel e photoshop, è invece un atto istintivo che procrastina la narrazione del ritratto all’infinito, come in un click, il click definitivo. Ma il desiderio profondo di sopravvivere a se stessi, prolungando il proprio corpo al di là d’ogni ragionevole barriera temporale, è anche altro, appartiene agli uomini d’ogni epoca, non nasce per caso e conto terzi; la volontà di esorcizzare la caducità d’una esistenza in forme biochimiche sostituendola con l’essenza della pietrificazione che, scarnificando il bio, salva l’immagine e con essa la volontà d’aggrapparvisi in eterno, è cosa da pazzi, ma anche assai diffusa, dai faraoni a Faust, dai corredi funebri a Dorian Gray. “Che fine ha fatto Baby Jane?” è invece roba da giorni nostri, da maquillagé dovuti e ricercati, perché si nasconda la cosa più vera che ci appartiene e che, in definitiva, è che ci apparteniamo per poco più di uno sbadiglio. Palazzolo, che nemmeno nei più audaci voli pindalici riesce a rassomigliare alla Veronica, quando scende nella cripta dei Cappuccini di Savoca, comunque fa quella semplice operazione di chiudere il cerchio, illustra l’illustrazione, amplifica e mette il Re Nudo, denuncia la pazzia di conquista dell’eterno, mostrandoci il volto tumefatto e scarnificato del tentativo fallito.

Chiude il cerchio, in un giro ampio che dura millenni, dal lenzuolo della Veronica, che voleva in realtà nascondere l’orrore del martirio per preservare la bellezza della memoria, ottenendo però l’opposto paradossale, sino al martirio post-portem, alla tecnica brutale che precede alla tragica consapevolezza della morte dell’immortalità. E la pazzia d’essere eterni è del Re, dell’Imperatore, del capo in quanto tale, il miserabile non vi aspira, prende quel che c’è, non vuole un monumento alla sua sciagura, non vuol diventare un Prometeo incatenato, gode delle pause in cui l’aquila è lontana semmai, e non banchetta con la sua carne viva; s’approfitta di quel che viene, pretende al massimo poco più, serene esistenze ad esempio, anche brevi s’è il caso, altro che vite eterne. Ed è dunque un cerchio chiuso, il tempo dell’immortalità, un cerchio che è la dimensione di ciò che si può spezzare, proprio come quelli incisi sulla sabbia da Archimede, a due passi da dove Palazzolo è nato, ucciso dalla barbarie per essersi distratto in una formula geometrica, per essere rimasto in contemplazione del giro perfetto. Il cerchio chiuso, dunque, la metafora di come le cose degli uomini possano essere mirabilie poetiche, maraviglie ed armonie in forme perfette, frutto esclusivo della ricerca del bello, ma che poi si trasfigurano nel potere e nel possesso, e nella conseguente maledizione di portarseli dietro per sempre, in un’orgia di devastazione e di corruzione che quel cerchio spezza, definitivamente, nel semplice tempo d’un battito di ciglia.

Il senso del possesso che fu pre-alessandrino

M’ero trasferito, e poi mi ci sarei fermato per un paio d’anni, nel paesello a quasi mille metri, per desiderio represso di ruralità e per fuggire alle costipazioni urbane cui non m’ero mai adeguato. Dalla finestra mi vedevo l’infinito, dalle cale greche del Siracusano sino ai promontori di Taormina. Da quella visione mi distoglievano i brontolii cupi della montagna o il lavoro – più angosciante il secondo, che ai primi attribuivo qualche forma di apprensiva naturalezza. Più in basso, nella piazza centrale, il bar sfornava certe sfogliatelle di ricotta bollente da esigere palati asfaltati. All’altro bar, ancora più in basso ma assai più blasonato, nel paese accanto, ci andavo dopo certe cene sulla costa, per un distillato la cui gradazione alcolica sconsigliava s’accendessero sigarette nel raggio di centro metri. In entrambi, le paste di nocciola e pistacchio deponevano per l’esistenza di Dio. Battiato stava lì nei pressi, e lo incontravo in un bar o nell’altro, non spessissimo, ma capitava. Al massimo era un buongiorno o buonasera, poiché di rapporti non ne avevamo, che da una parte lui era particolarmente schivo, dall’altra io poco entusiasta di così ardite frequentazioni. Non so se mi ricollegasse – ma non credo, nemmeno, penso, ci abbia perso qualche notte di sonno – a quello che aveva definito, in un articoletto d’anni prima, il suo Clic una specie di Tubular Bells minimalista e in paté di melanzane, o derubricato Patriots Arms a tormentone estivo. Non m’ha mai preso Battiato. Per me che anelo allo scatto improvviso ed imprevisto del Jazz, quella mi pareva fuffa. Il connubio con Sgalambro mi sembrò coronare quella sensazione di melassa che mi trasmetteva la sua musica, con quell’incedere borbonico, con le citazioni a mosaico; né Sgalambro mi piaceva di sé, anche se potevo riconoscergli un certo guizzo estetico nella sua produzione letteraria, altrettanto lo trovavo urticante nei contenuti da “filosofo non accademico”, come amava definirsi. Entrambi mi parevano invece scolastici, fastidiosi.

Nel tentativo di trovare qualcosa che del nostro m’appassionasse, m’andai pure a vedere il suo primo film (del secondo ho fatto a meno, memore del primo) Perdutoamor. Non ho resistito che un tempo. Poi, visto che se sei artista, così si dice, non puoi che esserlo a tutto tondo, giammai si privò d’essere persino pittore blasonato. Non mi sottrassi (per masochismo, forse) all’esposizione di pittura che, da buon esule d’oriente teneva con lo pseudonimo di Suphan Barzani, e da cui tirò fuori un catalogo a quattro mani con un mostro sacro quale Piero Guccione. C’ero stato invitato e tra folle intense e partecipate che m’hanno resuscitato vecchie agorafobie, prima a gesti, da lontano, poi, fattosi largo come Mosè che attraversa il Mar Rosso, a voce, con fare concitato ed entusiasta, un editore con cui avevo già lavorato mi chiese di scrivere qualcosa su quell’evento imperdibile. Riuscii a guadagnare l’uscita, e poi il famoso bar per il digestivo definitivo al Fuoco dell’Etna, appena in tempo. Quindi, anche se nei rapporti di forza non ero io a scegliere, buongiorno e buonasera al banco del bar, mi bastavano, pure m’avanzavano.

E però, non so perché, ma non passa festivo in cui, durante borghesissime pratiche d’abluzione mattutina, non mi sovvenga alle orecchie, pure dal mio più intimo e con un certo guadagno di svago, un “L’era del cinghiale bianco” o un “I treni di Tozeur”.

La città ideale

Più per angoscia che per celia, m’appartiene la vista lontana della città presa d’assalto, dalle torme dei resilienti – non resistenti – in griffe gratta e vinci. Lo spazio urbano assembrato diventa fantasma della sua crescita indiscriminata, sempre più privato, sempre meno pubblico, sociale, definitivamente distanziato, come nei giochi d’ossimori si compete, tanto più è affollato. Il reale, trasformato in immagine spettacolare, è quinta scenografica d’una rappresentazione farsa, in cui le mura cingono d’assedio gli assedianti, non più le mura di Campanella dov’è la storia della scienza, il progetto educativo condiviso dei destini magici e progressivi dell’uomo. Le mura s’attrezzano a prigioni da cui non s’evade, ma dentro cui ci si rinchiude spontaneamente, sovvertendo l’ordine mentale costituito, quello che cerca l’orizzonte libero e di vertigine dello sguardo dell’animale in gabbia.

Dunque, l’animale in gabbia, alla catena, ha qualcosa di più umano dell’umanità stessa, poiché invoca per sé lo spazio aperto, rifugge dal pericolo mortale dell’assalto all’unisono alla stessa preda. Le immagini degli eloquenti muri della città ideale di Platone, sono ora grate elettrificate e luminescenti, gli orrori della merce che trabocca dalla caricatura d’una cornucopia di svendite morali e materiali. Pure l’effimero, in quanto concetto, sparisce nelle celle delle fiumane umane, diventa superfluo necessario, vocazione definitiva alla barbarie annichilente. Le architetture/prigioni delle periferie commerciali, e di dormitori, pure quelle di centri storici mercatizzati, non sono innocenti oggetti devitalizzati, ma espressione urlante del potere sociale che reclama le sue vittime. E se l’agnello o l’orrendo porco, s’avvedono del loro imminente sacrificio all’altare della tavola imbandita, con lacrima ed urlo straziante, il residuo umano vi s’immola con fanciullesca indifferenza. La progressione verso la forma estrema del mercato, il narcisismo individualista, ha soppiantato persino le oscene gerarchie dei rapporti di produzione convenzionali. Ed il consumo diventa religione di stato, di sovrastato, religione della religione. Solo il lavoro rende liberi in quanto apre la via alla speranza redentiva del consumo, del consumo d’una merce, purché sia, pure solo nella sua percezione virtuale e fuggente. Le città assaltate hanno perso ormai persino quel flebile richiamo al modernismo, financo superato le creazioni monolitiche della dittatura ceauseschiana, le volontà di Marinetti di deviare canali per affogare la vetusta Venezia, o Le Corbusier che anelava l’autostrada che spaccasse in due Parigi. Gli spazi vitali non esistono se non nel sentire, ormai folle, di chi deraglia dalla “normalità” di chi è persona e non gente. La follia è solo di quei pochi che s’avvedono della malattia come dolorosa e furente.

La normalità – contrappeso di massa alla pazzia -, che osannava un tempo Davide e la sua povera pietra per millenni, ora è di giganteschi Golia splendenti d’armature invincibili, il cui unico desiderio è cancellare la memoria della fionda sotto il pesante tallone della propria poderosa ed indiscutibile stazza. Guai ai vinti, soprattutto se s’atteggiano a ultimi, tanto più se proclamano la propria deviazione standard dal numero medio, se s’appigliano, resistenti, alla propria follia premeditata.

Dopo quello per Cola Pesce, non resta che recitare il de profundis pure per Giufà, che s’aggirava per le campagne, e negli occhi aveva la meraviglia per il tutto d’intorno, financo per un piatto di fagioli, con la pentola in testa, che non gli scappasse da quella l’innata sua passione per la follia che l’accomunava agli infiniti colori d’una umanità perduta.

Cola Pesce è morto

Ora, capisco bene che di battaglie navali se ne sono raccontate. Di qualcuna ho memoria. Ma chissà perché non m’è mai capitato d’associare il terreno di battaglia con la disfida a cannonate, o lance in resta, per parlare di cose più antiche. Dev’essere perché sono nato coi piedi a mollo, e non capitava mai un giorno, pure se il fortunale batteva gelido e s’arruffava il pelo a schiuma di sale, che non me ne stessi, anche solo per un minuto, su uno scoglio, un moletto, una rena, a cercare di vedere se l’orizzonte s’era riposizionato. Se tempo m’avanzava, una lenza la lasciavo partire, anche solo per beccare una perca o un pesce cavaliere, spinoso ed avaro di ciccia. Dev’essere che starmene lì, praticamente ad un passo da quella specie d’utero materno sovradimensionato, pure fino alle ginocchia, o talora proprio immerso dentro, mi trasmetteva serenità. Il tutto d’intorno anche faceva altrettanto.

Da bambino prudente, non m’avanzava paura se più su, i seni che parevano carene appena calafatate e tenuti su dalle ringhiere rugginose di levante, nei momenti di pausa da antiche professioni, le signorine più famose del quartiere vigilavano sulla ciurma rumorosa ad affollare la battigia. Me le ricordo una ad una, prima che tutto d’intorno non diventasse un supermercato e il loro pubblico esercizio non desse scandalo. Ce n’era una, ricca di clientela affezionata e routinaria, che si chiamava come la santa cui era dedicata la strada dove teneva bottega. Tanto che mi convinsi, appena seppi leggere l’epigrafe toponomastica, che quella fosse proprio lei, la santa, intendo. Che quando glielo dissi al parroco, quello mi dimostrò una discreta mancanza di capacità astrattive, come si direbbe nelle classi della scuola dell’obbligo di certi alunni un tantino ingessati, mentre mi regalava un tatuaggio delle sue impronte digitali. A me, poi, la carretta di Santino, o la pilotina di Pilu Rais, pure se facevano più scruscio della Lambretta scarburata e smarmittata di mio zio, e facevano scappare le sardine lontano da ami vanagloriosi, l’idea di cannoniere non me l’hanno mai data. Si, è vero pure che a un certo punto, che parevano posate sull’orizzonte, si cominciavano a vedere certe città galleggianti che facevano impressione pure a quella distanza. Anche i racconti del grande sbarco me li prefiguravo, quando i vecchi (allora nemmeno tanto tali) raccontavano che tra cacciatorpediniere e incrociatori, per quant’erano, non si vedeva l’acqua di sotto. E però, niente, che quella cosa azzurra che non finiva mai mi dava sempre quel senso di pace. Pure quando virava al nero, e d’azzurro non c’era traccia, né sopra né manco sotto, che il cielo era così scuro, mentre s’abbassava sull’orizzonte, che faceva finta d’essere un imbuto che s’inghiotte le città intere, con tutti quelli che ci stanno, barche e palazzi compresi. Io lo sapevo che era sfogo che poi passa, che a tutti ci capita d’avere i cinque minuti, e il mare, se uno gli porta rispetto, non ti fa male. Eppure, mentre non faccio più il Cola Pesce – invero, non m’è appartenuto mai tanto di tenere su pesi per troppo tempo -, mi pare così strano che invece c’è gente che si lamenta che quelli t’annegano a frotte, senza manco farsi troppo pudore d’essere donne e bambini, che c’è chi schiera le portaerei perché là non si pesca, che mitragliano il pescherecciuccio, mentre ci sono certe palamitare di chilometri che strascicano ogni scoglio sommerso e manco lasciano un filo di posidonia. Ma si sa che il mondo non è fatto per quelli fatti strani come me, che Cola Pesce è morto, pure malamente.

Riservato ai clienti

Scrivere mi si configura come atto liberatorio, e se talora impone fatica non lo è più di una coda all’ufficio preposto per ritirare il passaporto, il visto per un viaggio di vertigini autentiche. Che il permesso d’andare neppure è certificabile da ottuse burocrazie, quando si muovono dita sulla tastiera o, come si conviene nei momenti di massima ispirazione (direi meglio di pigrizia dirompente) non v’è necessità d’accendere il PC; basta la vecchia agenda nera con le pagine esauste di ghirigori perditempo e la Bic consunta. Pure, se capita che non mi viene niente da scrivere, va da sé che, poiché non sarei tenuto a farlo, possa desistere, senza produrre un etto di danno né a me, tanto meno ad altri. Ma mi basta poco per ritrovare verve, il tempo necessario, un bicchiere di vino e la musica giusta, che ne so, il Mingus che ho messo in fondo. Nemmeno si prospetta l’intervento delle forze dell’ordine precostituito per sciogliere l’adunanza sediziosa ed assembrata degli editori che s’affollano sotto casa mia per irrinunciabili proposte. Mi basta scrivere, poi, espletata la fisiologica pulsione, per me va bene, che sono nessuno (pure con la “n” minuscola), forse neanche esisto davvero. L’opera conclusa è irrilevante, a me interessa la strada che c’è da fare per arrivarci. Il resto è fuffa. Per me, intendo. E v’è un popolo ispirato là fuori, di talaltri nessuni (che nessuno è assai meglio di uno qualunque) che riempiono tele bianche, fanno musica e fotografie, incidono e scolpiscono dando vita a materia di risulta. Ispirazioni che vengono dalle viscere del niente e che in quel niente rimangono solo in apparenza, poiché hanno elevato coscienze. Lì, in quel niente sotterraneo e invisibile, sono convinto, s’annida l’ultima spiaggia di questo mondo. Basta che si riprendano le piazze. Certo che ci sono le piazze virtuali, ma a che servono se non c’è mai lo sguardo nello sguardo, se manca l’elettricità del rapporto? Le piazze di luce, di sole o luna che sia, sono chiuse alle moltitudini che hanno da raccontare una storia, sono circondate dall’orrore delle suburbie occupate dai (super)mercanti. Chiuse alla libera rappresentazione dell’estro, vincolate dalla proprietà privata (direi pure privata di tutto) come un parcheggio riservato ai soli clienti. Chi paga per lo sviluppo dell’estro lo fa solo in cambio del suo epilogo nell’opera finita e che non si ripeta. Viviamo tempi di necrofilia, ci piace il cadavere grondante china scura, giammai accetteremmo la rigenerazione dell’estro creativo, merce inacquistabile ed effimera, antimerce per definizione. Nessuno spazio, dunque, per chi a quello s’accinge, nessun compenso a chi detiene la virtù sublime dell’arte. Solo i lacchè di regime ne hanno diritto, con le loro mediocri autoesaltazioni tvsocial, ricoperti di prebende purché tengano occupato il campo con le loro schifezze, con la maschera di meritorie carriere artistico-letterarie, né infastidiscono i padroni del vapore se vendono i cadaveri putrefatti delle loro merci, sapientemente tutelate dai diritti d’autore.

“Si può affermare senza esagerazione che mai come oggi la nostra civilizzazione è stata minacciata da tanti pericoli. I vandali, usando i loro mezzi barbari, cioè estremamente precari, distrussero la civilizzazione in un settore d’Europa. Oggi, tutta la civilizzazione mondiale, nell’unità del suo destino storico, vacilla sotto la minaccia di forze reazionarie armate con tutta la tecnica moderna. Non alludiamo unicamente alla guerra che si avvicina. Già oggi, in tempi di pace, la situazione della scienza e dell’arte è diventata intollerabile.

In ciò che di individuale conserva nella sua genesi, nelle qualità soggettive che mette in azione per rivelare un fatto che significhi un arricchimento oggettivo, una scoperta filosofica, sociologica, scientifica o artistica, appare come un frutto di un caso prezioso, cioè come una manifestazione più o meno spontanea della necessità. Non bisogna trascurare un simile apporto, sia dal punto di vista della conoscenza generale (che tende all’ampliamento dell’interpretazione del mondo), sia dal punto di vista rivoluzionario (che esige, per giungere alla trasformazione del mondo, si abbia un’idea esatta delle leggi che reggono il suo movimento). In particolare, non è possibile disconoscere le condizioni mentali in cui questo arricchimento si manifesta, non è possibile cessare la vigilanza perché il rispetto delle leggi specifiche che reggono la creazione intellettuale sia garantito.

Ciò nonostante, il mondo attuale ci ha obbligato a constatare la violazione sempre più generalizzata di queste leggi, violazione alla quale corrisponde, necessariamente, una degradazione sempre più notevole non solo dell’opera d’arte ma anche della personalità “artistica”.

(…) La vera arte, cioè quella che non si soddisfa delle variazioni sui modelli stabiliti, ma che si sforza di esprimere le necessità intime dell’uomo e dell’umanità attuali, non può cessare di essere rivoluzionaria, cioè non può se non aspirare a una ricostruzione completa e radicale della società, sia anche solo per liberare la creazione intellettuale dalle catene che la legano e permettere all’umanità intera di elevarsi alle altezze che solamente geni solitari avevano raggiunto in passato”(…) L’arte non può sottomettersi senza decadere a nessuna direttiva esterna e riempire docilmente gli ambiti che alcuni credono di potergli imporre con fini pragmatici estremamente brevi. Vale più confidare nel dono di prefigurazione che costituisce il patrimonio di ogni artista autentico, che implica un inizio di superamento (virtuale) delle più gravi contraddizioni della propria epoca e orienta il pensiero dei suoi contemporanei verso l’urgenza dell’instaurazione di un ordine nuovo.

L’idea che dello scrittore aveva il giovane Marx esige ai nostri giorni di essere riaffermata vigorosamente. È chiaro che questa idea deve essere estesa, sul piano artistico e scientifico, alle diverse categorie di artisti e ricercatori. «Lo scrittore — diceva Marx — deve naturalmente guadagnare denaro per poter vivere e scrivere, però in nessun caso deve vivere per guadagnare denaro… Lo scrittore non considera in alcuna maniera i suoi lavori come un mezzo. Sono fini in sé; sono così scarsamente mezzi in sé per lui e per gli altri, che in caso di necessità sacrifica la sua stessa esistenza all’esistenza di quelli… La prima condizione della libertà della stampa si fonda nel fatto che non è un mestiere”. Mai sarà più opportuno blandire questa dichiarazione che contro chi pretende di sottomettere l’attività intellettuale a fini esteriori a essa stessa e, disprezzando tutte le determinazioni storiche che le sono proprie, dirigere, in funzione delle presunte ragioni di Stato, i temi dell’arte. La libera elezione di questi temi e l’assenza assoluta di restrizione in ciò che spetta al suo campo di esplorazione, costituisce per l’artista un bene che ha diritto di rivendicare come inalienabile. In materia di creazione artistica, importa essenzialmente che l’immaginazione sfugga a ogni coazione, che non permetta con nessun pretesto che le si impongano strade. A chi ci incita a consentire, sia per oggi o sia per domani, che l’arte si sommetta a una disciplina che consideriamo radicalmente incompatibile con i suoi mezzi, gli opponiamo un diniego senza appello e la nostra volontà di mantenere la formula: tutta la libertà nell’arte” (Diego Rivera, Leon Trotsky e André Breton)

Sculture

Reduce dall’ultimo tampone, che discontinua del ripetersi la steppa di gialla noia, in attesa dell’ultimo responso, mi godo, con le spine quotidiane, la mappa grigia del cielo sulla testa, che dissimula la primavera dell’aprile morente in autunno fitto. Tra il masochistico e desiderio di solluchero per delega, mi rivolgo al telefono al vecchio mastro di pennelli che sta sulla collina levata in su della striscia del mare, lì dove finisce il mondo, per sapere come si sente la spiaggia in basso della sua vigna scalcagnata. E lui, uomo di memorie ferme ed impassibili, nonché siano passati forse tre anni dal nostro ultimo cenacolo, manco mi saluta quasi, ma riprende la conversazione esattamente dove allora s’era abortita. “Come ti dicevo”, si introduce. Lo lascio finire, confidando che ciò avvenga, prima o poi, per avere risposta alla domanda impaziente. Mi parla di uno che tira di versi ”come mangia”. Roba criptica che merita chiarezza. “E che ci ha acidità di stomaco?, chiedo impertinente. “Ma quale – risponde – da re mangia. Certe olive sutta sali, che se lo fa lui u sali, cull’acqua di mari. Poesia vera, quella, e quella che s’appunta nei pizzini”. “E chi è sto fenomeno?”. Gli chiedo. “Niente, nessuno”, mi risponde, che è risposta normale per lui. “Bene sta, è deserta”, riferito alla spiaggia, che la domanda non se l’era persa.

E chiude che lo scirocco invoglia a seppellire semi di pomodori a fitta ragione d’insalate prossime venture. “Che anche per te ce n’è, sempre che vossia si degna a passarmi a trovare”, m’apostrofa sfottente. Che saperla deserta, che nessuno se l’è portata via, mi rasserena a sufficienza dal verdetto antigenico, pure il mutuo della casa mi pare il mutuo di un altro. E mi butto di colonna sonora adeguata sul divano e mi faccio il viaggio, tra le onde rosse nel bicchiere, e l’incandescenza della sigaretta protesa all’orizzonte, a far finta d’essere sole di Ponente. D’olive e salamoia pure m’accontento di surrogati, che le scorte serie le ho bruciate in tempo niente. Insomma, la strada, di lì alla spiaggia non ci arriva dritta, che l’altopiano s’arriccia, sobbalza, s’accuccia e si fa sghembo. Ti regala uno spicchio di gaudio e poi te lo nasconde di mura di fico d’India, ulivi saraceni e carrubi, contorti e lacerati da potature raffazzonate per far legna da forno. Non so se avete presente com’è il legno dei carrubi quando viene tagliato, ha il colore del sangue sotto la corteccia scura, è d’un rosso così vivido che ti fermi e gli regali una carezza, a lenire il dolore lancinante dell’amputazione. L’ulivo, che di potature è più aduso, non se ne lamenta, e se soffre comunque non lo da a vedere ch’è pianta nobile. Il carrubo, invece, che è albero di frutti poveri per muli ed asini, coi tronchi che sfidano i secoli, si contorcono e s’intrecciano a sculture ispirate, che manco una cappella di pregio se ne può far vanto, lui vuole crescere libero, non s’arrende alla privazione, si scava la vita in profondità, percia la roccia per un sorso d’acqua che gli basta per un lustro. E non vorrebbe essere disturbato mentre s’avvinghia alla pietra, si conquista un’istante di vita. Ti scrive ad ogni cerchio di cambio una poesia, una storia di gente che patisce. Non mi pare un caso che cresca sulla striscia di mare che s’inghiotte creature, e solo lì abbondante, con la linfa rossa di sangue. E quella vista, mi commuove, mi sobbalza dalla seduta comoda, che il viaggio, fino in fondo alla spiaggia, e prima ancora alla falesia che s’affaccia all’infinito, pure se di fantasia, me lo finisco in un altro momento che ora m’è venuta per la testa una poesia antica, che pare l’ha scritta un carrubo ed invece è di Ignazio Buttitta.

NUN SUGNU PUETA

Non pozzu chiànciri

ca l’occhi mei su sicchi

e lu me cori

comu un balatuni.

La vita m’arriddussi

asciuttu e mazziatu

comu na carrittata di pirciali.

Non sugnu pueta;

odiu lu rusignolu e li cicali,

lu vinticeddu chi accarizza l’erbi

e li fogghi chi cadinu cu l’ali;

amu li furturati,

li venti chi strammíanu li negghi

ed annèttanu l’aria e lu celu.

Non sugnu pueta;

e mancu un pisci greviu

d’acqua duci;

sugnu un pisci mistinu

abituatu a li mari funnuti:

Non sugnu pueta

si puisia significa

la luna a pinnuluni

c’aggiarnia li facci di li ziti;

a mia, la menzaluna,

mi piaci quannu luci

dintra lu biancu di l’occhi a lu voj.

Non sugnu pueta

ma siddu è puisia

affunnari li manu

ntra lu cori di l’omini patuti

pi spremiri lu chiantu e lu scunfortu;

ma siddu è puisia

sciògghiri u chiacciu e nfurcati,

gràpiri l’occhi a l’orbi,

dari la ntisa e surdi

rumpiri catini lazzi e gruppa:

(un mumentu ca scattu!)…

Ma siddu è puisia

chiamari ntra li tani e nta li grutti

cu mancia picca e vilena agghiutti;

chiamari li zappatura

aggubbati supra la terra

chi suca sangu e suduri;

e scippari

du funnu di surfari

la carni cristiana

chi coci nto nfernu:

(un mumentu ca scattu!)…

Ma siddu è puisia

vuliri milli

centumila fazzuletti bianchi

p’asciucari occhi abbuttati di chiantu;

vuliri letti moddi

e cuscina di sita

pi l’ossa sturtigghiati

di cu travagghia;

e vuliri la terra

un tappitu di pampini e di ciuri

p’arrifriscari nta lu sò caminu

li pedi nudi di li puvireddi:

(un mumentu ca scattu!)

Ma siddu è puisia

farisi milli cori

e milli vrazza

pi strinciri poviri matri

inariditi di lu tempu e di lu patiri

senza latti nta li minni

e cu lu bamminu nvrazzu:

quattru ossa stritti

a lu pettu assitatu d’amuri:

(un mumentu ca scattu!)…

datimi na vuci putenti

pirchi mi sentu pueta:

datimi nu stindardu di focu

e mi segunu li schiavi di la terra,

na ciumana di vuci e di canzuni:

li sfarda a l’aria

li sfarda a l’aria

nzuppati di chiantu e di sangu.

Inopinatamente m’ergo a traduttore dalla lingua mia a quella che m’ha adottato, sperando di non fare troppi danni.

NON SONO POETA

Non posso piangere

che i miei occhi sono secchi

ed il mio cuore

è come lastra di pietra

La vita mi ha ridotto

arido e bastonato

come una carrettata di brecce

Non sono poeta

Odio usignoli e cicale

leggera brezza che accarezza l’erba

e le foglie che cadono con le ali

Amo i fortunali

i venti che spazzano via le nuovole

e nettano aria e cielo

Non sono poeta

nemmeno un insipido pesce

d’acqua dolce;

sono un pesce selvatico

abituato ai mari profondi:

Non sono poeta

se poesia vuol dire

la luna sospesa

che impallidisce i volti degli amanti;

a me, la mezzaluna,

piace quando risplende

nel bianco degli occhi dei buoi.

Non sono poeta

ma se è poesia

affondare le mani

nel cuore degli uomini che soffrono

per spremerne via pianto e sconforto;

ma se è poesia

sciogliere il cappio agli impiccati,

aprire gli ochhi ai ciechi,

ridare l’udito ai sordi

spezzare catene, legacci e nodi:

(fra un momento scoppio!)…

Ma se è poesia

chiamare dentro tane e grotte

chi mangia poco e veleno inghiotte;

chiamare braccianti

ingobbiti sulla terra

che succhia sangue e sudore;

e strappare

dal fondo di miniere di zolfo

la carne degli uomini

che cuoce all’inferno;

(fra un momento scoppio!)…

Ma se è poesia

desiderare mille

centomial fazzoletti bianchi

per asciugare occhi gonfi di pianto;

desiderare letti morbidi

e cuscini di seta

per ossa storpiate

di chi lavora;

e desiderare che a terra

vi sia un tappeto di foglie e fiori

per rinfrescare il cammino

a piedi nudi dei poveri:

(fra un momento scoppio!)…

Ma se è poesia

farsi mille cuori

e mille braccia

per stringere povere madri

inaridite dal tempo e dalla sofferenza

senza latte al seno

e col bambino in braccio:

quattro ossa strette

ad un petto assetato d’amore:

(fra un momento scoppio!)…

datemi la voce più potente

perché mi sento poeta:

datemi uno stendardo di fuoco

e che mi seguano gli schiavi della terra,

un fiume di voci e canti:

gli stracci per aria

gli stracci per aria

inzuppati di pianto e sangue.

Parole, opere e omissioni (Allonsanfàn parte quarta: Iller Incerti)

“Gli individui separati ritrovano la loro unità nello spettacolo, ma solo in quanto separati. Giacché la comunicazione è unilaterale; è il Potere che giustifica se stesso e il sistema che l’ha prodotto in un incessante discorso elogiativo del capitalismo e delle merci da esso prodotte. (…) Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo. È l’autoritratto del potere all’epoca della gestione totalitaria delle condizioni di esistenza. (…) Lo spettacolo presuppone, quindi, l’assenza di dialogo, poiché è solo il potere a parlare. Condizione per raggiungere tale risultato è la totale separazione di individui sempre più isolati nella folla atomizzata (…) Ridotto al silenzio, al consumatore non resta altro che ammirare le immagini che altri hanno scelto per lui. L’altra faccia dello spettacolo è l’assoluta passività del consumatore, il quale ha esclusivamente il ruolo, e l’atteggiamento, del pubblico, ossia di chi sta a guardare, e non interviene. Lo spettacolo è «il sole che non tramonta mai sull’impero della passività moderna» (…) In questo modo lo spettatore è completamente dominato dal flusso delle immagini, che si è ormai sostituito alla realtà, creando un mondo virtuale nel quale la distinzione tra vero e falso ha perso ogni significato. È vero ciò che lo spettacolo ha interesse a mostrare. Tutto ciò che non rientra nel flusso delle immagini selezionato dal potere, è falso, o non esiste”. (Guy Ernst Debord. La società dello spettacolo)

Il potere ha necessità di un linguaggio, di segni che veicolino il dogma, che come la goccia percia la pietra, impongono un unico punto di vista, un’unica prassi liturgica. La parola ed il segno hanno, nella liturgia, un posto speciale, V’è, in questi anni, un uso piuttosto disinvolto delle parole, che finiscono per annullare, con la loro struttura perentoria, la dialettica, la critica dentro la società atomizzata. Alcune parole divengono dettato assolutistico, ancorché se ne possa scorgere un uso in apparenza utile e necessario: la strada per l’inferno è camuffata da buone intenzioni. M’è sorto subito alla testa il mitico “distanziamento sociale”, definizione, pare, frutto di una traduzione un po’ troppo letterale dall’inglese. Invero, si usa come termine di carattere igienico-sanitario, di per sé, dunque, asettico. Ma non sfugge che nega, nella sua reiterazione, la vitalità del linguaggio della ragione, per il quale occorrerebbe, e con miglior efficacia semantica, parlare di distanziamento fisico. Distanziamento sociale, nella sua accezione più letterale, rievoca piuttosto un senso di separazione relazionale, non solo fisica, pure solidaristica, d’attenzione ed ascolto, sociale, appunto. L’altro termine che mi rimbalza tra tempia e tempia, è “meritocrazia”. Al di là del fatto ch’è pare un neologismo mal coniato, pure sotto il profilo estetico, non v’è soggetto languidamente accovacciato in posizioni più o meno di potere, che non vi faccia riferimento. Scegliere i migliori per certe funzioni elevate, appare talmente ovvio che non v’è piccolo vate del popolo che non ne rivendichi una qualche misera paternità. Dunque, poiché occorre scegliere i migliori, e poiché chi decide e delibera è tale per sua stessa autoapologetica considerazione, va da sé che il migliore è quello che scelgo io, senza passare dal via. Infine – ma si potrebbe continuare assai più a lungo – ultimo ritrovato del linguaggio-segno con lucchetto alle caviglie, la famigerata “resilienza”. Dai miei vecchi studi biologici me n’è memoria d’un uso assai meno positivo, poiché sottintende la capacità di un ecosistema, sottoposto a brutale manipolazione, di ritrovare un proprio equilibrio, non necessariamente preshock. Insomma, l’uso del termine, ch’è esploso in uso da qualche settimana anche per indicare le prassi economiche e di spesa, financo le metodologie riformiste e per fare il bucato, finirebbe per giustificare scelte di qualsiasi tipo, purché suggellate dall’appellativo stesso, meglio se accompagnato da un qualche riferimento ad una fattispecie di transizione, sia essa ecologica, finanziaria, sociale o quel che vi pare. Ad ogni buon conto, sempre in termini ecologici, la condizione di resilienza si deve dopo la sconfitta dell’altra qualità degli ambienti naturali, definita come Resistenza. Dunque, nell’immane conflitto resilienza vs resistenza, la prima vince a mani basse per abbandono del campo da parte della seconda.

E allora, poiché non m’è dato d’accettare passivamente tutto purché sia, mi faccio una ragione del tutto, e scelgo di tornare ai segni-linguaggi che mi piacciono. Così mi rivedo quelli di Iller Incerti e delle sue opere. Iller è artista che esplora, non sta fermo, non s’adegua. Seppure la sua è una formazione ortodossa (gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna), mai m’è parso abbia smesso d’esplorare ogni forma d’arte espressivo-figurativa.

Dalle esperienze più classiche, alle video istallazioni, sino ad un uso estremamente consapevole delle nuove tecnologie. Il suo approccio con queste assume un aspetto d’antica tecnica artigianale, poiché soggioga lo strumento, per rivendicare priorità all’atto creativo dell’uomo-artista, permanentemente ancorato ad un desiderio pionieristico d’esplorazione. Dalla rappresentazione virtuale delle sue cose emerge una percezione materica, quasi se ne avverte sangue e sudore. L’opera di Iller è un viaggio mai concluso, la cui strada è tracciata da segni dinamici, la cui interpretazione rimanda a luoghi senza confini, che profumano d’oriente e s’immergono nel tempo dell’occidente e della storia. Il mito, la sua rappresentazione archetipica, viene sovvertito, diventa strumento della rappresentazione dell’oggi. Ogni passaggio artistico è contrassegnato dalla consapevolezza della prassi evolutiva e non statica dell’opera. Classici stravolti, moderne reinterpretazioni, antiche pulsioni e segni arguti d’un linguaggio del sé e dell’altro, si inseguono creando un ghirigoro vorticoso di suggestioni, dialettico, d’ascolto, di rottura schematica dell’immobilismo della società dello spettacolo. Ve ne ho reso piccolo assaggio (magari riguadatevi tutto dopo aver fatto partire la musica), per il resto, v’aggiungo anche un paio di link ( www.illerincerti.com www.illerincerti.it )

Tossine resistenti

Ammetto che le liturgie non m’hanno mai appassionato. È che, alla lunga m’annoiano. Mi pare pure che servano a farci ricordare una cosa in un tal giorno che negli altri c’è altro cui pensare. Vale per l’8 Marzo, il 25 Aprile, il 1° Maggio, le giornate delle memorie (che appellativo azzeccatissimo, roba da menti raffinatissime, per dirci che la memoria vale un giorno, che è merce in scadenza). Ammetto però che col 25 Aprile ci casco, e da quando me ne sto sulla Linea Gotica, solenne me ne vo’ a rendere omaggio alla lapide del giovane partigiano, con tanto di chitarra e compagnia sgangherata per un Fischia il vento e una Bella Ciao. Negli ultimi due anni, tra lockdown et similia me ne sono privato, ma con un senso d’angustia a sommo del petto. Tuttavia, poiché ce ne stiamo sui blocchi di partenza per le giubilanti riaperture del The Day After – che sia mera coincidenza, o artato cambio di connotati alla festa principale del giorno prima, non m’è dato a sapere – mi s’affaccia dolorosamente sotto il temporale (nel senso d’osso), e forse per un cortocircuito neuronale, che magari di Resistenza c’è bisogno.

Capisco ch’è complicato, che non è chiaro a chi resistere, né, almeno pare, che si combatta una guerra guerreggiata cui replicare col moschetto. Ma tant’è, me n’è venuta voglia, non di moschetto intendo, che imbracciarlo mi da’ l’idea di roba faticosa e che pure richiede perizie non in mio possesso. Comunque, me ne trovo ragioni interiori, mentre ancora la sindrome della capanna non m’ha del tutto sopraffatto, nel constatare che le scuole mi chiudono per quarantene una dopo l’altra, e che pure la mia m’è data a rischio (che paradosso sarebbe tutte chiuse per quarantene, aperte ex legis, e acquattate sotto gli sbraiti per l’ora negata di cocktail d’adrenaline ressanti). E con niente colpi di cannone, con le linee gotiche che s’ammorbano come certe piazze esplosive, con le trincee d’ospedale che paiono baluardi estremi, coi morti che di carne han perso le sembianze per metamorfosi in grafi e tabelle, a me viene voglia di Resistenza, che dopo quella, di norma, c’è Liberazione. E poi a me m’angoscia ancora, che son fatto male, che t’annegano donne, bimbi e uomini a fasci, nel mare dove sguazzo da che son nato, ed anziché lacrime sento il digrignare di denti di squalo, con tanto di distacco per contorno, come d’insalata insipida sotto la bistecca succulenta. Io di sbattere le mie gengie non ci ho voglia che comincio ad averci ‘n’età, e mi preservo gli apparati masticatori. Però, dal liberi tutti, se non mi quarantenano nel frattempo (che di quante me ne son fatte, se mi ritocca, me le devono mettere per iscritto, con tanto di decreto a firma del grande ufficiale, come cinquantene o sessantene), ho deciso che mi faccio la mia personalissima Resistenza, che pure, magari, mi ci ritrovo con qualche cenno di gaudio. Mi cerco le librerie più scalcagnate per comprami un libro, me ne vado a fare la spesa dal contadino più vecchio e malandato che conosco e m’avvinazzo nelle bettole da sganghero. Certo, sono consapevole che i petit gourmet ed i masterscieffi se ne possano fare una ragione, che gli amazonici non s’avvedranno dell’immane danno economico, che gli ititaliani da biotech non batteranno ciglio. Ma chissà che domani, più probabile dopodomani, non s’apprestino alle porte torme d’altrettanto resistenti.

P.S. Non è che qualcuno mi suggerisce qualcun’altra nota d’agire resistente, che io sono diligente e prendo appunti?

Una possibilità

“Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità. Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o tal altra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche esser diverso. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è”. (Robert Musil, L’uomo senza qualità)

M’è parso di capire, ma non ne sono certo, che forse si riapre, si riparte. M’aspetto cose mirabili, sommo giubilo, cose da fine guerra. Le folle acclamanti che si lasciano indietro tempi grami, oscuri presagi, largheggiando di felicitazioni di massa, sorrisi sguai(n)ati sotto mascherine agghindate a festa. Così m’è parso di capire. Pure mi viene in mente che la pandemia smobilita, lascia il passo alla riconquista delle posizioni perdute. S’attiene alle prescrizioni, se ne sta al massimo in qualche terapia intensiva. Solo che non ho capito, che sono tardo, che fine fa quell’altra pandemia, quella senza virologi e generalissimi, quella che ci lascerà strascichi divaricanti, che riporterà il mondo in somma divisione per due, forse per tre, o per tremila. E se l’una parte gioirà, illuminandosi d’immenso, per la riconquista del posto al sole shakerato non mescolato, con l’olivetta in fondo al calice, le altre non si vestiranno a lutto di certo. Ma quel ch’è stato è stato, che di virus ce n’era più d’uno, e se all’uno sopravviviamo, l’altro m’è sopravvenuto il dubbio, forse che si mette a produrre accelerazioni evolutive su basi selettive. M’attengo ai fatti – di mestiere tratto scienze esatte – che l’evoluzione non si può prevedere, e pure Leopardi s’era accomodato sul fatto che la “matrigna” fa quel che vuole, mica chiede permessi e desiderata. Ma io me li prendo lo stesso i desiderata, tanto, appunto, al massimo sono desiderata, e mi faccio l’elenco di quelli che sopravviveranno tali e quali, non s’evolvono, semmai si ricollocano in una nicchia ristretta, criptobiotici d’assalto, di cui non s’era avveduto prima il Grande Untore – che su tutti veglia saggiamente -, nemmeno s’accorgerà che esistono dopo. Sono quelli che nel D Day rimarranno invisibili, non saranno invitati al grande banchetto, che manco prima c’erano mai stati. Eppure, come me, metteranno il naso fuori, s’accorgeranno che ancora l’aria, a tratti e da qualche parte, è rimasta fresca. Sono quelli di “ci hai una sigaretta, dammi cento lire”, che vedono passare il bus sbagliato per ore, che pensano che Film Blu sia un capolavoro ma che gli piglia male se se lo devono rivedere. Sono quelli che pensano che i più grandi poeti dell’ultimo mezzo secolo siano Sugar Ray Leonard ex aequo con Cifalà, quelli che tirano la lenza senza l’amo per non dovere giustificare che se ne stanno su un moletto a tempo indeterminato. Sono quelli che non hanno mai visto una partita allo stadio, che al cinema non hanno mai mangiato il pop corn, che si chiedono se il comune pagherà. Quelli che, in fin dei conti, Orfeo ha pure fatto bene a voltarsi, che la TV gli prende solo tre canali e la lavatrice sembra una cava di marmo. Quelli che in salotto al posto dell’argenteria ci hanno la Lettera 22, che non sanno dov’è l’Ikea, che “non capisco ma m’adeguo”. Quelli che non s’aspettano il meglio, neppure il peggio, i disertori di tutte le guerre, quelli che hanno deliberatamente scelto d’essere nessuno, giacché è sempre meglio che essere uno qualunque. Quelli che, come da desiderata, appunto, forse un giorno faranno “banda”, ritrovandosi d’un tratto sugli scalini esausti della stessa chiesa diroccata. E senza conoscersi, conquisteranno l’altare, con tanto di pulpito nemmeno richiesto, per ridere da lì del re che è nudo.

E voi chi siete?

Normalmente anormali

Mi capita, spesso, anche perché mi consente di soddisfare pigrizie ataviche, di ripubblicare cose scritte già tempo fa, prima che il tempo mi conceda il desiderio di ripudiarle. Lo rifaccio ancora, questa volta con una certa malcelata inquietudine, poiché a me pare pure di respirarne a vagonate nell’aria. E’ cosa che ho buttato giù circa un anno fa e, com’è d’uopo, mi virgoletto, così mi cito. Fate voi se s’adatta ai tempi nuovi, e magari, prima di cominciare a leggere, avviate la musica giù in fondo, che v’aiuta la digestione.

“Ed ora che piano piano si cerca di ritornare all’auspicata “normalità”, mi rendo conto che forse non è quello che volevo, almeno non in queste forme. In realtà di tempo per riacquistare la facoltà di rimettere il naso fuori di casa non me ne rimane a bizzeffe, prigioniero, da insegnante, della didattica a distanza che ha moltiplicato il mio impegno sottraendomi la parte più essenziale e bella del mio lavoro, il rapporto con i ragazzi. E sarà pure che questa auspicata “normalità” si scontra con quella che molti hanno definito la “sindrome della capanna”, quella sorta di appagamento definitivo dello starsene in casa che ci becca giusto giusto quando l’evasione è alle porte. E poi la mascherina mi appanna gli occhiali, i guanti mi fanno perdere la sensibilità nel maneggiare le cose, mi indispettiscono. Sarà anche che del ritorno al “normale” mi fa paura l’orrenda atmosfera di intolleranza che, sopita per qualche scampolo di tempo nelle segrete stanze dei nostri domicili coatti, ora si ripresenta per la solita insostenibile insipienza dell’essere.

Ma tant’è, si ricomincia. Ricomincia la “normalità”, lo sfruttamento, il massacro ambientale, lo sbraitare contro qualche minoranza per nascondere le nostre più inconfessabili frustrazioni. Tornano in scena i protagonisti dell’odio a cottimo, sguaiati, bugiardi. Il loro obiettivo però non è cancellare le minoranze, lasciando che divengano capro espiatorio per i nostri disagi, le nostre fragilità, piuttosto soggiogare le masse, dunque ciascuno di noi. Le minoranze vengono usate in modo cinico e spietato per obnubilare le moltitudini che tornano a reclamarne il sangue come nell’antica Roma si esigeva quello dei gladiatori. Occuparsi degli ultimi, liberare Spartaco e far sentire la sua voce, non è dunque soltanto l’agire di chi non rinuncia alla propria umanità, ma anche un necessario atto di legittima difesa.

Eppure mi viene da pensare che, mentre fremevamo nei nostri isolamenti, come un inintelligibile disturbo sotto la pelle, magari a molti s’è palesata quella voglia di riscrivere un’altra “normalità”, di riprendersi da protagonisti quel pezzo d’umanità che fugge, diventarne gli untori in una nuova pandemia per cui non vorremmo si trovasse cura. Voglio lasciarvi con una cosa che certe volte mi torna alla mente, una di quelle che per quanti anni possano avere non se ne vanno mai, come un monito perenne e vertiginoso.”

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“Le atrocità sollevano un’indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono “more”, “sudice”, dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. (…) L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell’istante in cui l’occhio di un animale ferito a morte colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – “non è che un animale” – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il “non è che un animale”, a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell’uomo è la parodia dell’uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della “proiezione morbosa” che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l’umano proprio come il diverso”. (Theodor Adorno)

Keep calm!

Sulle cose ci arrivo con calma, che sono più tipo da panchina che da ciclopista. Mi prendo i miei tempi che mi gira la testa se mi metto a correre per arrivare sul pezzo con anticipi e imprimatur. Poi magari ci torno sopra, appena quei quattro neuroni (o neurini) si sono assestati ed hanno metabolizzato la cosa, a mente serena, come dice qualcuno. Perché non è che non m’avvedo della notizia, è che quella la interpreto male a caldo, mi confondo, ci ho da riflettere, coi miei tempi. E poi, dopo le cose le capisco meglio, quando la cagnara s’è assopita e non c’è frastuono d’intorno che mi distrae, mi faccio idee più precise.

Così, passi che gli abbiamo sparato l’embargo a quelli che ci hanno mandato medici ed infermieri mentre stavamo affogando. Lì, di primo acchito m’era sopravvenuto un “ma come?”. Ma, appunto, era roba d’istinto, senza pensiero logico. Poi a rifletterci, si, s’erano apprestati a darci una mano. Ma mica si può arrivare vestiti a quel modo, in maniche di camicia e scarpe rotte che pur bisogna andar. E se ne vanno pugni chiusi per aria, sbraitando che nostra patria è l’umanità. Ma come si permettono? Non sono mica a casa loro? Passi pure che si bombardicchia qualche milione di Curdi, s’ammassano alla frontiera, come pistola puntata, qualche altro milione di disperati (pure malvestiti, direi) al confine del paese dove si spara. Ma non concedere una meritata sedia ad una elegante e raffinata signora, questo proprio è da dittatori, da gente senza cuore, da sultano medievale. Per fortuna c’è chi mette a posto le cose, che dà l’esempio, perché se così non fosse, so io come andrebbe a finire. Senza buoni esempi si rischia il peggio. Magari te ne torni a casa che hai perso il lavoro che c’è la crisi, il virus, ed anziché, come si compete, di prendertela con le scie chimiche, con la Cina che ce l’ha mandato lei, con l’egiziano che vende lupini al mercato e sta al settimo piano, cinque piani più giù del cubo trenta per trenta dove t’è concesso di vivere, spalanchi la porta e atterrisci i bimbi cantando a squarciagola “O cara moglie”. Poi te la pensi, e piuttosto che, come si conviene, svalvolarti innocuamente di sfogo su faccia libro, ti metti a intonare “Contessa” su per la collina verde dov’è la villa del povero padrone che s’è dovuto decentrare l’azienda in Uralia per colpa del virus. Pure, con manifesto risentimento ideologico, gli blocchi il passaggio alla moglie, madama la marchesa, che con la sua porsciettina se ne vuole andare legittimamente a prendersi l’aereo privato per il paradiso democratico del golfo, che questa situazione la stressa. Magari t’assembri coi tuoi colleghi a rischio contagio per rivendicazioni velleitarie, che ne so, di un lavoro, anziché scegliere una bella ressa asettica di cassintegrati al mega centro commerciale che ora t’arriva pure la liquidazione. Così non si fa il bene del paese.

Si rischia la barbarie se qualcuno non mette punti fermi, se qualcuno non prende decisioni rapide ed efficaci. Io, ahimé, non ci arrivo, sono condannato alla barbarie, non sono stato ben educato. Certe volte, che ci ho qualche minuto senza una DAD e un webinar, m’affaccio alla terrazza, mi guardo il fiume. Poi me ne entro dentro e, invece di andarmene sanamente a far coda per l’ultimo smartphone, m’accomodo sul divano e mi rileggo per la quattordicesima volta “Tre uomini in barca, per non parlare del cane”, con bicchiere di vino, sigaretta e jazz. Insomma, ammetto che se crolla il PIL è pure per colpa mia, e ringrazio che ci sia qualcuno così luminoso nei suoi messaggi che me lo ricorda tutti i santi giorni che Domineddio mi concede di vivere su questa fortunata terra.

De profundis per il mondo che fu (Allonsanfàn parte terza: Ignazio Monteleone)

Se ne vanno i presidi di civiltà, si spengono come per destini cinici e bari, ineluttabili per volontà supreme. Nel rientro ai lidi natii si contano i pezzi mancanti, ci si rattrista delle liturgie soppresse. Constatare il vuoto siderale della vetrina, la saracinesca spenta, i libri nella penombra, ammassati e privi di vita, la carta smunta d’umidità antica, produce una sorta di cupo presagio d’abbandono definitivo. La vecchia libreria non c’è più, quel punto centrale nel quadrato della palma ha smesso d’esistere, per quel virus che non lascia scampo, che non si cura di vaccini né di vitamine, nemmeno di terapie d’urto. Rimane la prospettiva bugiarda del fascino d’un sottopasso, che echeggia di antichi simposi divertiti, conversazioni senza sbocco, dunque, d’orizzonti vertiginosi. È il nulla che non si riempie, la resa incondizionata alla barbarie. Una libreria che chiude è sconfitta bruciante, non per chi ne usufruiva e basta, pure e persino per chi non s’è mai reso conto che lì ve ne fosse una, o forse ne era, al più, a distratta conoscenza.

Le resistenze sembrano ormai sepolte, ma val la pena cercarne le sacche residuali, per vedere se qualcosa di fiamma è rimasta sotto la cenere. È così che mi ritrovo da Ignazio Monteleone, che è pittore resistente per definizione, già dai tempi in cui non pareva nemmeno il caso di resistere, in cui non s’avvedeva che ci fosse di che farsi partigiano, piuttosto s’anelava l’assuefazione. Nel suo atelier-abitazione, un vecchio magazzino riattato all’uopo, si respira storia, si legge sulle pareti un lunghissimo percorso artistico. Si sente anche il vociare felicemente scomposto dei suoi allievi, cui cerca ancora di tirar fuori estri creativi oltre il tempo scuola. Perché la sua non era scuola, un paradigma aristotelico, piuttosto Stoa, caparbia voglia di scoprire i talenti nelle dita e negli occhi dei suoi ragazzi. Come faceva il Maestro Manzi, quando insegnava a leggere e scrivere a milioni di italiani senza memoria, lui smantella sovrastrutture, per liberare la creazione d’un linguaggio nuovo, non soggetto ai valutatoi prescrittivi del contemporaneo.

I suoi lavori aderiscono alla stessa ricerca incessante della bellezza che sta nel tratto apparentemente ingenuo, mossa efficace e spiazzante contro la sproporzione delle forze in campo. Corvi e Vele e il giallo (“ch’è colore bastardo”), un don Chichotte, le sette palme che danzano, i treni a vapore. Ignazio, che è figlio di ferroviere, come già Quasimodo e Vittorini, pure da queste parti, sa cosa c’è da aspettarsi ad ogni stazione, ad ogni fermata, fazzoletti levati al cielo, umidi di lacrime e colorati di rossetti, fasci di palme stesi ad asciugare per una domenica di festa. La sua opera è preziosa poiché non si limita ad esporsi, invita al convivio, come le sue mostre, dove è quinta condivisa di pomodori e caci, olive, uova sode e pani caldi, manco a dirlo, vini pista e ammutta, che incendiano le budella col gusto della terra bruciata dal sole. Le note di Schifano ci sono tutte, inseguite dai suoi studi fiorentini all’Accademia, messaggi di avanguardie isolane, ed approdi per ogni continente. Colori precisi, e tratti sfumati, contorni nitidi e ombre fuggenti, nel tutto che si disincrosta dell’eccesso, sino a renderci l’essenza del pensiero più autentico, la sintesi dell’oggetto che ne amplifica la nostalgia per le forme esatte. Quadri che fanno suoni, melodie di motori sbuffanti, scalpiccio di zoccoli e fruscii di piume, ma pure odori forti, commenti soffusi. Il suo lavoro di anni, le sue opere, sono barricate altissime e resistenti, se reggono, almeno quelle, è una buona notizia.

Il salotto buono

La bellezza non è per tutti, pure se tutti dovrebbero pascersene, ma non è per tutti. E se l’arte t’attrezza ad arrivarci, manco l’arte è per tutti. Che v’è un mondo che ne è stato privato ex legis.

La percezione, quella che ti sta sotto la pelle come friccicorio pruriginoso, l’avevo già da un pezzo, le clausure (a)sociali tra quattro mura me ne hanno, al più, fatto il gentile omaggio della conferma, consegnato il responso diagnostico. Non è per tutti perché v’è stata, nel tempo, la consuetudine a nasconderla, la coazione a ripetere del celarla allo sguardo, che alla fine funziona. Poiché non interessa quello che non conosci, dunque, seppure la bellezza esiste, non è detto che tu la conosca. Nessuno t’obbliga ad accostarti a quello che non hai mai visto: della luna te ne viene meno la curiosità, se al suo posto t’hanno mostrato il pozzo dov’è caduta.

La bellezza è per i salotti buoni, li ce ne trovi un artefatto sintetico, quanto meno il passaporto (in)sanitario per farci un salto dentro, qualora te ne venisse voglia. Poi, mi pare, che lasciarne al salotto buono l’esclusiva sia una bella mossa per chi se l’è inventata.

È così che rifanno le città, le riarticolano purché non si veda la bellezza intorno, nemmeno quella che c’è nelle loro viscere, nelle fondamenta. Sono prodotti ideologici, con cenni manifesti di patologie delicatissime, acute, gravi. Hanno solo vie d’uscita verso il consumo, vie di fuga murate, orizzonti occlusi. Le periferie di Suburbia sono anaidentitarie rispetto ad alfabeti evoluti d’umanità, coazioni a ripetere di costruzione di protoidentità subumane, cittadelle fortificate distese sul magma sconfitto della prospettiva creativa. Sono escrescenze ectoplasmiche che tendono a ricongiungersi, occupando i luoghi vitali che vi si inframezzano, procedendo con contaminazioni psicotiche di riqualificazioni architettoniche, per spazi capitalistici d’interdizione. L’architettura è l’alibi demiurgico per la creazione di un sistema sociale verticistico, che impone allontanamento ed esclusione. Produce l’atomizzazione dei sistemi di relazione e della comunicazione sociale. La frammentazione sociale rende il disagio non più collettivo, ma questione personale, esalta l’individuo anche nella sua condizione di malessere profondo, ne disvela le contraddizioni e le ambiguità come non patologiche, piuttosto banali effetti collaterali necessari. La percezione della propria malattia svanisce nella barbarie e nel rifiuto – per non accettazione, neppure conoscenza – delle forme più elementari d’articolazione del pensiero divergente dal dogma. La bellezza semplicemente non esiste più poiché non esiste più il progetto creativo, mentale, naturale, che la interpreta e la genera, pure a partire dalla sofferenza. Non esiste più poiché è forma relazionale pura e aggregativa.

Il salotto buono ne mantiene per sé brandelli funerari, esposti nel proprio spazio vitale. Si cinge del recinto protettivo dell’immensità periferica, e si nutre del totem dell’economia circolare, i cui rifiuti – che non esistono per dogma concepito da chi li produce, come nelle sacre scritture – si ammassano sotto i tappeti di Hyperpolis, provocando la mostruosa ed aberrante adesione postculturale al consumo felice e responsabile.

Il sistema è perfetto, non c’è complotto, non c’è regia, è il corpo che si autoinvolve in una direzione specifica, con le proprie staminali che rigenerano i tessuti cancellando la memoria di ciò che era. Risolve le sue patologie inglobandole, rendendole sistemiche, financo le trasforma in cura per la stessa malattia.

Ma scappa, talora, che qualcuno s’accorge d’essere malato, qualcuno che s’è fissato ch’esiste la bellezza, e se gliene precludi la vista se ne sta a cercarla in tondo, scansando il resto. Se non la trova, ma pure la cerca, si mette a frequentare il piccolo mondo antico di chi fa la stessa cosa, fa banda di pazzi con quello, si mette ad armeggiare con cose delicate, riannoda il cerchio spezzato, magari ne parla, rischia il contagio. E così s’avvede che il punto di vista è irrilevante. Ciò che è oggettivo non è opinabile, è soltanto tale e quale a se stesso. Scopre che il progetto circolare non ha solo una tangente, certo non solo in quel punto dov’è la prospettiva obliqua, angolare, bugiarda, il quid verso l’orbita scontata. Che quella è solo l’opinione diffusa, anche il punto d’accumulo orribilmente affollato. Solo l’ultima traccia dell’obbligo di tenere la destra o cosa volete che sia un po’ di coda al casello, al cestello, al carrello.

Roba da far gridare allo scandalo: in un momento come questo, mettersi a cercare la bellezza. Roba che nei salotti buoni sobbalzano, pure non hanno il vaccino, se quel male dilaga.

Achille e la tartaruga (reloaded)

Mi pare che, lungi dall’essere liberi tutti, piuttosto merita allacciare una corrispondenza, fitta d’interessi comuni, con l’Abate Faria, appena il tempo di capire quale CAP impostare in loco del destinatario. Ma, memore dell’ultima volta, m’atteggerei a cautela prima di farcire di lime le torte ed annodare lenzuola. Piuttosto mi ricarico una cosa vecchia, proprio a sommo d’esperienza che mi comunico innanzitutto da me medesimo, sempre in uso col virgolettato che chiarisce -a quasi un anno – che niente di nuovo c’è sotto il sole, pure specifica di simboli che in testa mi s’accese il sostanziale niente. E magari sto giro, per rendere l’esperienza falsamente nuova, fate partire prima la musica giù in fondo.

“È proprio mentre sembra probabile che tutto si “normalizzi” – termine che mi crea invero una certa angoscia -, che scorrono impietose le immagini d’accelerazioni parossistiche verso il bicchiere colorato di rosso e blu, con l’oliva e l’ombrellino. Assisto con qualche trepidazione alla disfida definitiva tra gli eredi di Achille e della tartaruga, secondo alcuni la rivincita d’una tenzone che, al netto delle partigianerie, aveva visto assestare all’eroe invincibile la prima delle due cocenti sconfitte d’una vita vissuta al limite; la seconda, come ben sapete, ebbe esito fatale proprio a causa di punti deboli prossimi agli stessi piè veloci. Tuttavia, nonostante la saggezza degli antichi avesse voluto collocare le cose al loro posto, la nostra eroina ha più discendenti in brodetto di quanti non ve ne siano – ed in piena attività – dell’eroe acheo, con corollario di punti deboli ben camuffati da alte zeppe. Mi pare evidente che ogni riferimento ad eroiche gesta che appartengono a persone (e cose) realmente esistenti – e freneticamente operanti – è puramente voluto, ancorché non ne faccia diretta menzione. Ma v’è una novità nella rinnovata sfida: non un modo contro l’altro, il Pelide e la tartaruga, bensì moltitudini di Achille, taluni giovani e forti, tal altri assai meno, ad affollare con le proprie falcate, giammai la pista dell’antica competizione, dove le pause per troppa fiducia nei propri mezzi costarono l’alloro finale, piuttosto il tapis roulant, l’accesso ad un drinkbar d’asporto – incuranti delle lente e composte file ai comproro a strozzo -. Ed è probabile che le condizioni del campo, che stavolta non ammettono vincitori, saranno tali che chiunque sgomiti e si opponga alla corsa dell’altro, dissimulando inettitudini, esprimerà rabbiosamente il proprio disappunto per la gara truccata. E le tartarughe, carapaci azzoppati e radi che si barcamenano nelle solitudini contemplative e musicali del proprio Aventino? Ho l’ardire di pensare che, tutt’altro che sconfitte, questa volta si siano solo limitate a non accettare di correre inutilmente all’infinito e verso il nulla della normalità disvelata, abiurando invece alla prospettiva dell’alloro, come novelli Sartre al cospetto d’un Nobel.

Piuttosto, col proprio passo, occhi non irritati dal sudore, e senza l’assillo ambizioso e soffocante del traguardo, godranno del dettaglio d’ogni cosa, cogliendovene in ogni anfratto celato la bellezza. E “chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio” (Franz Kafka). Dunque, possiamo essere giovani in eterno, senza nascondere le nostre rughe, eroi senza saperlo, semplicemente rifiutando la corsa e la vertigine, l’ingorgo definitivo, scegliendo di non salire su un F35, né su qualunque altro carro vincente, come chi invece ha perso, per i suoi talloni disperati e fragili, il senso d’una vita”.

Distanziamento (a)sociale

“La rapidità dello sviluppo materiale del mondo è aumentata. Esso sta accumulando costantemente sempre più poteri virtuali mentre gli specialisti che governano le società sono costretti, proprio in virtù del loro ruolo di guardiani della passività, a trascurare di farne uso. Questo sviluppo produce nello stesso tempo un’insoddisfazione generalizzata ed un oggettivo pericolo mortale, nessuno dei quali può essere controllato in maniera durevole dai leader specializzati” (Guy Debord, I Situazionisti e le nuove forme dell’arte e della politica)

Alla fine siamo rossi, che c’è stato un tempo, praticamente da tutta una vita, almeno da quando ho messo quattro gengie in fila, che pur di urlare “tutti rossi” mi sarei svenduto un rene. E invece arriva il crollo annunciato dell’impero, ma senza manco spettri che s’aggirano per l’Europa. Era inevitabile, mi verrebbe da pensare, ma ho salutato i miei ragazzini stamattina non senza sentirmi un certo peso proprio lì, alla bocca dello stomaco. Son ragazzini, ancora non sono adusi al distanziamento sociale, anche se hanno compreso, mi pare piuttosto bene, cos’è quello fisico. Si cercano con gli occhi, nemmeno si chiedono chi sono le rispettive famiglie. Bisognerebbe che facessero qualche webinar ad un mondo d’adulti precotti ed abbrancicati come sarde al mercato, pure testa coda, così ce n’entrano di più a cassetta. Mi verrebbe, così, per sfogo e necessità compensative, di mettermi a riflettere, a discutere della cosa. Poi però mi passa, me ne viene meno la voglia. Mi viene però di parlare d’una cosa a latere, né mi permetto di dire che sarò l’unico a farlo, che di imprimatur faccio a meno. È questa cosa del distanziamento sociale che non mi torna. Perché se c’è bisogno di distanze di sicurezza, quelle ch’evitano il contagio, mi pare – pare a me, cioè, che sono nessuno per scelta e vezzo antico – meglio sarebbe parlare di distanziamento fisico. Già, perché da questa cosa, in un modo o nell’altro, forse se ne esce, ma poi vanno messi assieme i cocci, vanno rizzate su le macerie, certo dell’economia, certo della scuola (quanto m’indispone che, nel bel mezzo della bufera, ci sia l’accanimento terapeutico del chiacchierare ancora di valutazioni, roba che mi faccio fuori scorte secolari di magnesia), ma a queste cose ci pensano intelletti sopraffini, mica uno che parla coi sassi ci si può cimentare. Del sociale distanziato, che non era manco messo così d’appresso manco prima, chi se ne importa.

Cioè, mi viene in mente, che c’è un mondo che non ha diritto di cronaca, non se la passa bene sulle prime pagine dei giornali, manco quelli on line, nemmeno s’affaccia in TV. C’è quel mondo ai margini, che prova a campare di bellezza, d’arte. Conosco taluno che s’accorda con sé stesso d’essere artista, e si cerca chi se lo compra un tanto al chilo, talaltro non ci crede manco lui, ma finge di esserlo, spavaldo di tecniche dissimulative dell’aria fritta. Ma qualcuno lo conosco che fa cose serie. Però è vezzo diffuso che se ne sta a mantecarsi nel suo brodino primordiale, pure se gustoso, ad autocelebrarsi specchiandosi nello stagno fino a caderci dentro. Con gli altri non ci parla, e finché le cose erano da tempi di vacche grasse, la sfangava, a mala pena, ma la sfangava. Ora raccoglie fumo con la racchetta da tennis, e aspetta che gli si ripresenti lo stagno. Solo che, pure se finisce, come finisce? Che ho sensazioni brutte che certe cose non tornano indietro, e di bellezza ci scordiamo, in favore di tenebre rutilanti di fuochi d’artificio. Insomma, se si parla d’arte da queste parti, da qualche decennio, si parla di monadi più attente a mantenere un in-sano distacco da ogni parte che becchi, che dialogare fa fatica. E se poi le espressioni artistiche si mettono a parlare magari fanno movimento d’opinione, espressivo, sociale e solidaristico, si mettono a far cagnara. Dunque meglio distanziarle socialmente le espressioni del libero pensiero, dell’arte, della bellezza. Abbiamo tutti una storia da raccontare, spesso più di una. La bellezza di queste storie è che qualcuno può ascoltarle, leggerle, guardarle in un quadro o una foto, ascoltarle in musica, farle sue, se crede. Ce ne sono alcune tristi, bislacche, altre intricate, a fondo cieco, che non portano da nessuna parte, altre ancora non hanno un inizio né tanto meno una fine, talune hanno una morale ma non se ne vede il senso; ne conosco altre che non hanno una morale, ma si capiscono meglio. Ci sono storie che entusiasmano, storie che fanno ridere, piangere, storie che annoiano. In questi giorni ne ho sentite di storie, fate voi a che categoria appartengono, io non ho troppa voglia di metterle in uno scaffale o in un archivio con l’etichetta “storia seria” o “fatto di cronaca” o quant’altro. E comunque gli artisti non si parlano, non si raccontano le loro storie, mica vorranno fare la fine delle resse al centro commerciale? Sono distanziati socialmente prima del distanziamento sociale. Ma io, umilmente, una proposta a chi fa bellezza gliela devo fare, anche se viene da uno poco credibile che s’è messo a fare nessuno, per cui prendetela come viene: ma perché non v’agghindate tutti a nessuno, che poi se metti insieme un nessuno più un nessuno, e ci aggiungi una pletora di nessuni, magari ne viene fuori uno bello grosso, di quelli che non puoi far finta che non esiste?

8 Marzo (Ante litteram)

Ammetto di averci pensato un po’ prima di scrivere questo post. In generale non mi piace aderire alle liturgie. So che l’8 Marzo è più che tale, pure se, ad onor del vero, del carattere liturgico s’è intriso e nemmeno da poco. Ci ho pensato poiché non m’andava di cadere – per di più qual maschietto con la M maiuscola delle attestazioni anagrafiche – nel gioco dell’”oggi se ne parla”, domani è un altro giorno, si vedrà. Poi mi sono deciso a pubblicare questa cosa, perché sia omaggio per le donne, ma anche per gli uomini che ci arrivano, per gli altri ce ne faremo una ragione, almeno per il momento. E mi decido con la coscienza relativamente a posto, giacché si tratta di un lavoro più complesso e non concepito per una “liturgia”. Un lavoro compensativo d’una memoria fallace, anche rispetto al ruolo delle donne nel nostro paese. Rievocativo di fatti che la storia ha relegato a trafiletti infimi nei libri di testo scolastici, forse per la loro ingombrante attualità – pure per sciatteria – e la cui analisi si trova solo in lavori di tutt’altro che facile reperibilità (ricordo quelli eccellenti di Anna Puglisi ed Umberto Santino del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”). Mi riferisco alla vicenda dei “Fasci siciliani”, ed al ruolo che le donne ebbero in quel movimento, un ruolo di partecipazione che mai s’era visto sino ad allora. Si trattò di un’agitazione sociale senza precedenti, iniziata tra il 1893 e il 1894, dilagando nelle città e campagne con un’organizzazione capillarmente strutturata ma dotata di un efficiente coordinamento regionale, ispirata dal socialismo e guidata da dirigenti per lo più giovani, intelligenti, colti e determinati (lo stesso Lenin, ne rimase colpito, e per adesione di massa fu seconda solo a quella che diede vita alla Comune di Parigi).

“Fino ad ora la parola di un italiano non poteva essere che modesta, anzi modestissima, nei rapporti del socialismo internazionale. Tutto al più avea valore di convincimento personale, o di promessa e di speranza da parte di pochi precursori liberamente o spontaneamente associati. Mancava il fermento della massa proletaria, che risultasse dal sentimento si una determinata situazione economica. Ora ciò e cambiato. Coi tristi casi di Sicilia il proletariato è venuto su la scena. Questa è la prima volta in Italia che il proletariato, con la sua coscienza di classe oppressa e la sua tendenza al socialismo, s’è trovato di fronte alla borghesia. Alla prima mossa è succeduta rapida la repressione. Ma ciò non rimarrà senza effetto. Gli stessi errori commessi serviranno di ammaestramento. La stessa borghesia, che per difendersi ha bisogno di reprimere, fa da maestra.

D’ora innanzi non ci sarà che progresso. Il socialismo, come forza impulsiva, investirà la massa proletaria. Cinquant’anni fa C. Marx ha detto (- ripeto il senso non le parole -) che non importa guardare a quello che il singolo proletario pensa o dice, né a quello che tutti i proletari pensano o dicono, ma a quello a cui sono necessariamente portati dalla loro stessa situazione. L’Italia di ora lo conferma”. (Antonio Labriola – Roma, 10 aprile 1894)

Adolfo Rossi, un giornalista d’inchiesta, si reca in Sicilia per studiare quel movimento. Ne intervista i protagonisti nelle campagne e rimane stupito di come siano politicamente preparati nonostante prevalentemente contadini analfabeti. Resta colpito in particolare dal ruolo delle donne – si stima che almeno un terzo degli aderenti al movimento sia costituito da loro – e dalla loro capacità di esprimere concetti politicamente elevati con proprietà di linguaggio e consapevolezza della propria condizione e delle prospettive della loro lotta. Per consentire un tale spazio alle donne nella nostra “consapevole” società evoluta, avremmo bisogno di “quote rosa” imposte ex legis. Inutile dire che il movimento fu represso nel sangue per volontà dell’ascaro Francesco Crispi (cui tante strade sono intitolate) che proclamò lo stato d’emergenza in barba alle leggi (lo Statuto Albertino ne prevedeva il ricorso, quindi l’intervento dell’esercito, solo in caso di presenza di invasore nemico sul territorio patrio). Tralascio di dettagliare quale concezione avesse delle donne il Crispi, rimandandovi semmai alla lettura del bellissimo libro, pubblicato da Sellerio, dell’amica Maria Attanasio, La ragazza di Marsiglia (storia dell’unica donna che partecipò allo sbarco dei Mille) dando piuttosto voce alle contadine dei Fasci come riportata fedelmente nel libro “L’agitazione in Sicilia”, di Adolfo Rossi, per un 8 Marzo ante litteram, concepito per essere tale ogni giorno.

Noi non andiamo più in chiesa, ma al Fascio.

Là dobbiamo istruirci, là organizzarci per la conquista dei nostri diritti.

Vogliamo che, come lavoriamo noi, lavorino tutti, e non vi siano più né ricchi né poveri. Che tutti abbiano del pane per sé e per i figli. Dobbiamo essere eguali. Io ho cinque bambini e una sola cameretta, dove siamo costretti a mangiare, a dormire, tutto, mentre tanti signori hanno dieci o dodici camere, dei palazzi interi (…)

Vogliamo mettere in comune le terre e distribuire con giustizia quello che rendono.

Ci deve essere la fratellanza, e se qualcheduno mancasse ci sarebbe il castigo.

Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno gli usurai. Alla fondazione del Fascio i nostri preti erano contrari e al confessionale ci dicevano che i socialisti sono scomunicati. Ma noi abbiamo risposto che sbagliavano, e in giugno, per protestare contro la guerra ch’essi facevano al Fascio, nessuno di noi andò alla processione del Corpus Dammi. Era la prima volta che avveniva un fatto simile. I signori prima non erano religiosi e ora che c’è il Fascio hanno fatto lega coi preti e insultano noi donne socialiste come se fossimo disonorate. Il meno che dicono è che siamo tutte le sgualdrine del presidente. Quando un reato è commesso da un ricco, nessuno se ne cura, mentre il povero che ruba un pugno di grano per sfamarsi va subito in prigione.

Vedete che per i poveri non c’è giustizia in Piana dei Greci! I signori dicono apertamente che ci vogliono ammazzare ad uno ad uno. (…) Per ora i nostri consiglieri non potranno far altro che impedire gli abusi e le prepotenze dei signori i quali finora comandavano anche nel Comune. Ma i Fasci nomineranno anche i consiglieri provinciali e i deputati, e quando alla Camera avremo maggioranza socialista….

Noi speriamo che sorgano presto anche nel continente. Voi vedete come si moltiplicano qui. Possibile che nel resto d’Italia i nostri fratelli che soffrono seguitino a dormire? Basterà che qualcheduno cominci a predicare anche là l’unione del proletariato. Anche noi fino alla primavera scorsa non sapevamo che cosa fossero i Fasci. Morivamo di fame e tacevamo. Eravamo ciechi. Non ci vedevamo.”

Nota al margine: Rispondo qui ringraziando quel paio di gentili amiche/amici per la preoccupazione espressa circa una certa disinvoltura con cui uso le mie produzioni, che loro interpretano come artistiche, in riferimento a testi e foto, senza tutelarne, nemmeno pro forma, la proprietà. Lo faccio ribadendo un concetto già espresso (e credo sia quello che ha fatto scattare l’allarme) e cioè che quello che pubblico su questo blog è, salvo espressamente specificato, prodotto da me, e poiché io qui ho deciso di essere nessuno, ossia solo un sasso cui eventualmente chiedere un nome, appartiene a nessuno, dunque a tutti. Per cui ne è possibile la riproduzione parziale, totale, a frammenti o come vi pare, il rimaneggiamento, la mutazione genetica o quant’altro si voglia, senza necessità di citarne la fonte, che del resto non è citabile, poiché nessuno non esiste…

La presa della Fera

Succede, soprattutto nei momenti di riflusso (non gastroesofageo), che incontri quegli sguardi ieratici, quelle espressioni estasiate, con gli occhi che pare esplorino l’infinito; poi, appena sussurrata, la frase che ti cattura – a me, invero, stranisce, persino mi inquieta -: “questo libro m’ha cambiato la vita”. È pure probabile che io sia un uomo rozzo, persona di sensibilità appena verificabile, tipo che inchiodo se un gatto mi taglia la strada, non tiro dritto incurante, cioè, questo sì, lo faccio, magari oltre non vado. A me, però, un libro non m’ha mai cambiato niente. Quando vi fu la riscoperta di Memorie d’Adriano, per buttarla in caciara, pareva che tutti non aspettassero altro per schierare occhi persi verso l’orizzonte, che quello dell’avvenir ormai pareva perso. Mi viene in mente che quel libro di vittime così ne fece parecchie. Posto che io non ce l’ho con la cosa della Yourcenar, m’è pure piaciuta (ho preferito Il Portico di Zenone), l’ho letta con affabile genio, come altri: però, ribadisco, “un” libro, la vita non me l’ha mai cambiata. Tanti libri assieme finiscono col farti buono o una pura schifezza, dipende da quello che leggi. Se non leggi, poi, forse va pure peggio. Ma uno, uno solo, intendo, con me non c’è riuscito. Anche perché, se ci si ferma a pensare un attimo, ognuno di noi è fatto da talmente tante pagine, che pure certe scritture strette e fitte come fanno a starci dentro senza perdersi come goccia nel mare? Tranne che, appunto, qualcuno di pagine sue ne abbia non troppe, e s’accontenta. Così mi pare che sia, anche se, proprio se la devo dire tutta, ce n’è stato uno di libro, che seppure non m’ha cambiato la vita, tuttavia…

Insomma, è storia antica, ed eravamo in mezzo ad una Sicilia di contraddizioni, intorno alla metà degli anni ’50, ma io non c’ero, non ancora, almeno. C’era Elio Vittorini, che faceva l’editor d’Einaudi. Fu il tempo che ricevette una stesura de Il Gattopardo. Si disse che la rifiutò sdegnosamente, e fu accusato perciò di feroci ideologismi. Pare, invece – e ho fonti certe ed attendibili in merito – che in realtà abbia solo evidenziato che l’opera pareva incompleta, che non c’era finale. Poi fu pubblicato da Feltrinelli. Chi l’ha letto avrà in effetti notato come il finale sia un po’ appiccicaticcio, quasi pareva non c’entrasse niente col resto, come ci avessero messo il primo che trovavano perché non se ne poteva fare a meno. Tanto che Visconti lo fece praticamente sparire dal suo film. Ma sto divagando, non è alla cosa del Lampedusa che mi riferisco. È che, quasi contestualmente, si presenta da Vittorini, un giovane ricercatore, siciliano anch’egli, tale Stefano D’Arrigo, con un libercolo che si chiama “ giorni della fera. All’editor quel lavoro piace, ma consiglia benevolmente di rimpolparlo un tanticchia. Fu preso abbastanza sul serio poiché quel rimpinguare di pagine durò oltre vent’anni, si da trasformare il libretto embrionale nell’opera monumentale -1600 pagine fitte e strette come mai, da perderci fiumi di diottrie – Horcinus orca. Roba che poi, per rilassarti, leggi i classici russi. Così pensavo, tenendomene alla larga beatamente, pur se taluni che s’erano avventurati nella lettura li conoscevo. Gente reticente, che non raccontava niente di quello che avevano trovato in quelle 1600 pagine, e, senza troppi sguardi ieratici, a domanda rispondeva con fastidio che me le potevo anche leggere da solo. Pare che custodissero una sacra reliquia, un segreto estremo e definitivo, custodi di quello come cavalieri templari. Io non è che non ci dormissi la notte, e financo Mastro don Gesualdo Bufalino scrisse un Codicillo a D’arrigo, in cui, dopo aver elogiato l’opera, candidamente ammetteva di non essere nemmeno arrivato al giro di boa. Per cui mi sentivo confortato nella mia scelta. Sinché, una graziosa signora, col senno di poi, non so, se per affetto oppure per inconfessata antipatia, me ne fece gentile omaggio, pure in bella confezione. Lo deposi con cura in un angolo oscuro della mia libreria, e feci finta di dimenticarmene. Tuttavia, quella costa voluminosa, tanto larga quanto alta, pareva accendersi di fosforescenze ogni volta che vi passavo dinnanzi. C’era qualcosa che attirava la mia attenzione da quelle parti. Mi capitava di svegliarmi di soprassalto dai miei sogni giovanili, e tutto sudato andavo a verificare se il libro s’era acceso di nuovo, se s’era messo a vivere. Fu così che mi decisi di cominciarne la lettura. Dopo le prime duecento pagine, sofferte di contenuti, m’avvidi della vertigine che ne rimaneva. Così smisi una prima volta. Ma quello non demordeva, lampeggiava come certi catarinfrangenti autostradali, senza ritegno per l’oscurità d’intorno, sfavillando, persino. Io dissimulavo l’interesse, facevo finta di niente, mi mostravo indifferente. Ci ricascai, forse per altre trecento o quattrocento pagine, arrivai persino a superare Bufalino. Ma m’arresi ancora. Poi un lascia e piglia, e di resa in resa, arretramenti e incursioni, quella dialettica serrata maturò l’ultima pagina che acquietò la fera, e dopo quasi due anni. Quindi, sancì l’irrilevanza d’ogni altra cosa abbia letto sino ad allora o avrei letto da lì in poi. Qualcuno m’ha chiesto cosa ne pensassi, di cosa parlasse, me ne chiedevano un Bignami. Sempre risposi, ma perché non ve lo leggete?

Un nome c’è, da qualche parte

“Ho sempre avuto l’idea che navigando ci siano soltanto due veri maestri, uno è il mare, e l’altro è la barca, E il cielo, state dimenticando il cielo, Si, chiaro, il cielo, I venti, Le nuvole, Il cielo, Si, il cielo”. (José Saramago)

Quando arrivano all’alba, coi motori che appena sbuffano, quasi non le senti. La barche, quelle piccole, di piccolo cabotaggio, sono discrete, non fanno rumore e pure l’equipaggio, a quell’ora del giorno, pare assecondarne la discrezione. Si muove piano, per non infierire sulla stanchezza della notte, tutti come recitassero a soggetto, con l’unico linguaggio del corpo, senza parlare. Le barche hanno sempre un nome. Quello di una madre, una sorella, un’amata o un santo padre. Tutte hanno una storia, dal momento in cui sono armate, a quelle in cui s’affollano d’equipaggi, foss’anche un equipaggio d’un cristiano solo. Scivolano d’attese, s’apprestano ai moli ed alle bitte con le cime tese, come volessero conquistarsi il riposo meritato, aggrappandosi alla certezza d’un porto sicuro dopo l’irrequietezza della notte, con le reti che vibravano d’argenti e d’ultimi respiri affannosi.

Le barche hanno un nome, tutte, pure che non superano la grandezza di una vasca da bagno. Ed anzi, più piccole sono, più pare che vogliano raccontarti la storia di quel nome, che di quelle grandi e sbuffanti di potenze si sa già tutto. Talvolta giacciono in rada, col capo chino, leggermente piegate su un fianco, spinte lì sinché hanno avuto la forza d’arrivarci, per poi rimanerci sdraiate ed esauste. Altre volte s’accomodano sul fondo, e aspettano che qualcuno, per passione di scoperta, o solo per curiosa insistenza, ne racconti la presenza. Quando fotografi le barche, quelle che nessuno nota, un po’ scrostate, tra prua e poppa, senza alberi levati al cielo, motori che ruggiscono, sirene che squarciano silenzi per chilometri, quelle che qualche volta hanno il solo motore d’un remo torto, racconti la storia dell’uomo, la storia d’Ulisse, d’un Argonauta di fortuna, d’un pastore nomade che fugge dal deserto nel grande blu, d’un mercante fenicio, d’un pescatore d’anime guizzanti. Le barche, quelle piccole e malmesse, sono un libro con tante pagine, pochi versi intensi su ogni facciata, un quadro incorniciato di blu e del colore della rena, che si ravviva di cromatismi quando arriva il crepuscolo, piove o un’aurora si fa strada fra le nuvole a tempesta. Sono quadri d’un pittore che s’è scordato di firmarli, di mettere in calce una data, un frammento di riconoscibilità, che pure le ha provate tutte prima di metterli in mostra. Poi s’è arreso, senza rendersi conto d’aver firmato un capolavoro col nome d’un altro. E quando si spiaggiano o qualcuno le tira a secco perché pensa che d’acqua non ce n’è più bisogno, quelle guardano ancora verso l’orizzonte, finisce pure che ti ci portano, se gli concedi un po’ di credito ancora, se ti fidi di loro, perché “una nave in darsena, circondata dalle banchine e dai muri, ha l’apparenza di una prigioniera che medita sulla libertà, con la tristezza di uno spirito libero, messo a freno”. (Joseph Conrad)

Il rapimento della secchia

Ci sono cose a cui non ci si può sottrarre, nemmeno accampando scuse quali, io non c’ero, se c’ero dormivo, sic et simpliciter, non ne sapevo niente, non sono informato sui fatti. Non me ne posso sottrarre, pure se sono vere le premesse, non c’ero, non ne sapevo niente, ecc. La domenica mattina, che è rito consumato, m’arriva puntuale una certa rassegna stampa, sintetica di cose elevatissime, e la cui lettura, alla prima caffettiera ed alla seconda sigarettina, acquista il significato liturgico di certe abluzioni. Ed in detto modo scopro cose che non capisco come non si possano essere palesate prima nella mia vita, rendendola, dunque, sì scarsa di consapevolezze, m’addiverrei a dire vuota. Si narra, nella fattispecie quotidiana, di ferocissima polemica contro una nota conduttrice televisiva alimentata da svariati membri d’elevatissime intellighenzie siciliane. Sembra – a quanto pare – che la conduttrice di cui sopra, di sicura notorietà, abbia reiteratamente dato della Sicilia immagini inesatte, parziali, quando non esplicitamente denigratorie, con ospiti in studio la cui sola presenza avallerebbe tale lettura delle cose. Ma la Sicilia è ben altra, è cultura – c’è chi cita Sciascia come esatto contraltare delle scelleratezze di cui sopra -, chi si sofferma sulla sofisticatissima cucina, cui viene offerta la quinta scenografica di millenni di storia e bellezza. Per farmi l’idea per chi patteggiare però m’informo, cerco, pesco a strascico nella rete. E certo che mi raccapriccio, certo che quella non è la Sicilia. Quello è il mondo, dunque “anche” la Sicilia. Per cui opto per dichiararmi neutrale e non patteggio, poiché non capisco quale sia l’oggetto del contendere. Mi sono avveduto che la Sicilia è arte, cultura, bellezza, e me ne nutro tutte le volte che posso. Pure dalle pagine di questo blog, esterno il mio meravigliarmi. Ma non m’accenno a pensare che sia solo quello, che di morti ammmazzati se ne sono fatti, di schifezze umane, sociali e civili pure, d’orrendi casermoni e macelli del paesaggio ne ho visti nascere, crescere e moltiplicarsi. Dunque, se m’indigno, mi metto in loop, mica a comando d’altri; se mi straccio le vesti, m’ignudo a tempo indeterminato, non solo quando viene la bella stagione, che così non mi raffreddo. Pure, se v’è delizia ne faccio virtù, reiterandomela sinché m’è consentito, e me la difendo d’unghie e denti. Quindi, nella tenzone, nella consapevolezza che la cosa non priverà di sonno alcuno, né a talaltri provocherà strazianti sofferenze, mi faccio Svizzera e San Marino al contempo, che il rapimento della secchia è compiuto. E m’abbandono alla considerazione estrema di Mastro don Gesualdo Bufalino: “questo luttuoso lusso d’essere siciliani”.

Oscure visioni 2 (la vendetta)

Ancora mi ricapita, che è cosa che si ripete. Dev’essere la fase di stanca che m’assilla da oltre un mezzo secolo, e che ora mi straborda le ultime trincee, quelle che sino ad ora avevano resistito. Mi viene in mente una cosarella, penso che sia interessante, ci ragiono un attimo, quasi mi butto a buttarla giù, e poi m’addivengo a conclusione che l’ho già scritta. Dapprima m’arrovello, mi scalcio da solo, mi fustigherei. Poi però sospiro di sollievo, che sotto sotto non mi par vero che l’avevo già scritta. Dunque me la rileggo e m’illumino, mai troppo d’immenso però, che le luci mi premono soffuse, quindi ve la propongo pari pari, sempre virgolettata, per far finta che cito persona importante..

“Non è che ne sia persuaso io, è una fatto che gli specchi non mentono. Ma non è per desiderio di fuga dalla verità che mi trovo raramente ad interloquire con loro. Mi capita di ritrovarmici davanti svogliatamente, mi dedico alla cosa con sguardo annoiato e distratto, non mi ci soffermo se non per esigenze improrogabili, come farmi la barba tutte le sante mattine prima di andare al lavoro. C’è questa necessità convenzionale e la rispetto con zelo. Solo che adesso, nella dismissione delle libertà – quanto ob torto collo non è dato a sapersi -, le convenzioni saltano, si infrangono su desideri incompiuti di fughe infinite, di viaggi verso orizzonti sconosciuti, voglie a lungo sopite di derive ed approdi. Ed è allora che le barbe crescono, selvagge, impertinenti, incuranti della fisica, in tutte le direzioni dello spazio e del tempo, il cui scorrere registrano con precisione teutonica. Venuto meno l’obbligo civico del radersi, la distrazione del primo acchito si trasforma impietosa nell’osservazione minuziosa del dettaglio. E quel volto imbiancato ed ispido quasi non lo riconosco, s’affaccia da quella finestra a simmetria invertita senza ritegno, scimmiottando l’abbandono di modi dabbene, la progressiva metamorfosi verso la trascurata barbarie. Ma sarà poi tale, barbarie intendo, quella strana pulsione che aleggia nel silenzio delle case? O è piuttosto la riscoperta di un’essenza sopita di natura compressa? Ed allora immagino cosa succederà nel momento del liberi tutti. Certo vi saranno disperati assalti a barbieri e parrucchieri. Torme di donne e uomini, come per incanto resuscitate da un lungo letargo, che vorranno recuperare le proprie bellezze convenzionali invadendo i territori contesi del glamour.

Risse sui marciapiedi si scateneranno al primo levarsi delle saracinesche dei luoghi della bellezza effimera, ed i telefoni per le prenotazioni saranno incandescenti, bruceranno del calor bianco dell’impazienza, del desiderio di porre fine a quell’incontro quotidiano con la figura regredita dall’abbandono che s’affaccia da moltitudini di specchi. Eppure mi sono convinto che l’indugiare nell’ozio estetico, il riappropriarsi della propria natura primordiale, da qualche parte almeno, potrebbe attecchire. L’espressione barbara che in qualche frammento del nostro DNA ci mantiene legati a certi anelli evolutivi perduti, liberata del condizionamento definitivo del senso estetico comune, sia pure per poco, potrebbe riemergere prepotente, come succede alle creature dei boschi che s’avvedono della commestibilità e squisitezza di certi frutti trascurati quando non v’è più traccia di quelli consueti. Li vedo certi affermati professionisti trasformare preziose cravatte di seta inglesi in presidi sanitari anticontaggio o fasce cattura sudore per la fronte; talune ricercate signore di pizzi e leopardi armeggiare in infradito di gomma con tacchi dodici per bucare suoli fertili e porre in sede teneri virgulti di pomodori e zucchine; borsalini che diventano ceste per asparagi e velette e merletti cuciti insieme in reti fai da te per trote e cavedani. Le auto, poi, gigantesche fuoriserie monolitiche, nere e strabordanti, un tempo terrore delle vecchiette ai semafori, con ruote che sgommando rumorosamente sradicavano manti stradali e marciapiedi, parcheggiate a spina di pesce e doppia fila perché masse claudicanti esclamassero “oh” collettivi di stupore ed ammirazione, ora, invece, eccole lì, abbandonate ai bordi dei campi, in riva alla città, trasformate in comodi pollai e conigliere, con le uova ordinate sul cruscotto in radica di noce e la capretta distesa sulla pelliccia dell’ultimo esemplare di una specie estinta. Nei parchi torme di integralisti del sushi si contenderanno panchine con le babysitter per consumare avidamente fette di pane, olio e pomodoro, con spicchi d’aglio il cui olezzo produce il necessario distanziamento sociale, tirandole fuori, con l’unto che le invade, dalle borse di pitone un tempo vanto per le prime. E gli shortini, l’apericena, gli assembramenti sotto i portici del centro? sepolti in una memoria antica per far largo a quella ancestrale di muretti di periferia e fiaschi impagliati di vino spuntato, con le olive in salamoia e fette di pecorino afferrate da mani che mai più vedranno manicure nemmeno se tolgono l’IVA. La catarsi estetica travolgerà un pezzo di questo pianeta, con barbe irriverenti e selvagge, felpe bucate da gocce liberate d’olio di frittura, impertinenti peluche fuori controllo che crescono sotto le ascelle persino di madama la marchesa, scarpe rotte e pur bisogna andar. Anche nei modi non ci sarà freno, e la socializzazione di rumorose digestioni sarà solo la punta d’un iceberg che anticipa il rientro di taluni nella remota nicchia ecologica dei nomadi raccoglitori, mentre gli sguardi ammiccanti tra i sessi saranno sempre più frequenti col crescere esponenziale della produzione di feromoni non più attutiti nell’effetto da deodoranti h24. E però, credo, che chi andrà incontro a certe trasformazioni non avrà più fretta, neanche voglia di mettersi a sbraitare più di tanto, e dopo essersi ripreso un pezzo di sé, magari potrebbe diventare nei modi pericolosamente contagioso, l’untore per definizione, il cattivo maestro.

Per quanto mi riguarda, ammetto che un certo tasso d’abbrutimento io me lo sono portato sempre dietro, per me cambierà poco penso, il fiasco di vino impagliato ed i carciofi trifolati al solito tavolo della trattoria di Michele e Marica immagino li ritroverò dove li ho lasciati. Consumo come certi piccoli diesel, in definitiva abbasso il PIL, sono tra quelli che remano contro già da un pezzo, che danno il cattivo esempio, al più, mi sa, torno a comprare qualche lametta, così, tanto per sostenere l’economia, ma non c’è fretta”.

Critica del regresso formale

Quando addivenni ad assecondare l’idea di questo blog, m’ero, per così dire, lasciato irretire dall’idea d’uno spazio statutariamente ed esclusivamente diaristico, un esatto contraltare per cose assai più serie (meglio sarebbe, però, appellarle quali seriose) altrove ubicate, opera d’un me con nome e cognome e non di questo me “nessuno”. Questo l’intendimento primigenio nella creazione del refugium peccatorum. Capita, tuttavia, che ci si trovi utilmente stimolato ad altro, indotto a mischiare le carte. E così, l’amica cara che ti riporta l’irrequietezza per uno studio recente, t’accende la miccia. Per farla breve, dagli scienziati del Ragnar Frisch Centre for Economic Research, in Norvegia, giunge voce che lo slancio dell’Effetto Flynn, quello della crescita vertiginosa, sin dagli inizi del ‘900, del Q.I. mondiale, pronto ad incontrarsi con l’infinito, in realtà avrebbe raggiunto il suo picco già negli anni ’70, per poi iniziare un lento, inesorabile declino.

È vero che vi sono studi persino precedenti a quelli di Flynn, che ci raccontano dell’inadeguatezza del Q.I. poiché questo sarebbe in grado di misurare, e pure in modo assai poco efficace (presuppone elementi culturali di partenza con approcci estremamente astratti, appannaggio esclusivo di certi ambiti sociali, e non per castighi genetici) solo talune intelligenze, per intenderci, al più quella linguistica e quella logico-matematica. Ed invece, la teoria delle intelligenze multiple ne evidenzia almeno altre cinque: l’intelligenza spaziale, l’intelligenza interpersonale o sociale, l’intelligenza introspettiva, l’intelligenza cinestetica o procedurale, l’intelligenza musicale. Dunque, la consapevolezza dell’esistenza di approcci più complessi, in qualche modo, dovrebbe ridimensionare la portata degli studi norvegesi, rendendoli meno drammatici. E questo a primo acchito. Ma non me ne sono fatto così persuaso, giacché, accanto ad altre evidenze, paiono dimostrarsi qualcosa di più che una semplice teoria, la banale lettura di statistiche opinabili. Nel confrontarmi con la natura dura e cruda, ancorché asettica, dei dati, mi sovviene la ricerca più di casa nostra, ma sublime nella sua accezione più pura, condotta dal mai abbastanza compianto Tullio De Mauro, circa il progressivo impoverimento del linguaggio nei giovani. Nel 1976, De Mauro condusse uno studio sui vocaboli normalmente in uso degli studenti dei ginnasi italiani: erano, allora, circa 1600. Vent’anni dopo, nel 1996, si produsse in una nuova rilevazione da cui emerse che erano crollati a 6 o 700. Mi viene l’orrifico pensiero di quante parole abbiano oggi in uso. Mettendo insieme le due cose, anche per perfetta sovrapposizione temporale, e senza citare Wittgenstein o Heidegger – in generale mi producono eruzioni cutanee – mi pare evidente che la capacità di produrre un pensiero complesso, dipenda in buona parte dal linguaggio che lo sostiene, dunque dalla sua natura articolata. Meno il linguaggio è ricco, meno efficace sarà la sua capacità di rappresentare la complessità. In definitiva, ammettendo l’esistenza di “molte” intelligenze, ognuna di queste è funzione del linguaggio con cui viene elaborata e può esprimersi. Il linguaggio complesso libera la creatività, produce ricerca di bellezza oltre i confini predefiniti del prêt-à-porter, di fatto sviluppa le intelligenze. Viceversa il suo impoverimento produce la delega ad altri del pensare. Si configurerebbe così una condizione in cui l’intelligenza non scompare in assoluto, ma si distribuirebbe in modo ineguale, diventando appannaggio di elité che alimentano la decadenza del pensiero articolato, sostenendo l’impoverimento del linguaggio in funzione di una sorta di monopolio che le porrebbe ai vertici indiscussi della piramide evolutiva. Agli altri, appollaiati sui gradini più bassi del monumento, non rimarrebbe che qualche frase sbiascicata, elaborata più con le viscere che dalla ragione. E questo sino ad una sorta di brontolio primordiale, a fonemi monosillabici e scomposti, con cui s’invoca il vertice divino perché soddisfi bisogni essenziali nemmeno del tutto consapevoli. Ammetto, seppure il mio è osservatorio ristretto, di realtà piccole e statisticamente irrilevanti, che, nel mio lavoro d’insegnante, della cosa mi pare d’essermi avveduto. Pure a partire dai libri di testo, ormai più ricchi di schemi semplificativi, mappe concettuali, immagini e patinature, piuttosto che di contenuti. E la scuola diviene valutatoio a crocette, prima ancora che luogo di formazione sociale, di esplorazione appassionata dei saperi per disvelare talenti, dunque, per liberare intelligenze. E chi insegna non è più tenuto ad insegnare bene, piuttosto obbligato a progettare, pianificare, relazionare ogni colpo di tosse, compilare tabelle in modo impeccabile, crocettare anche lui. Con l’obiettivo finale d’una pagellina, per ora limitata agli studenti, poi, per osmosi ideologica, trasferita ai docenti. Non ci ho mai creduto, ma mi rattrista che se prima ero in abbondante compagnia, in un rovescio d’AlliGalli, ora siamo in quattro, sparuti come i capelli che c’ho in testa.

Pure, per desiderio divergente, non so se avete notato – me lo evidenziava un amico che di musica se ne intende – come le lunghe suite in voga negli anni ’60 e ’70, complesse e musicalmente articolate, come pure con liriche estese e poetiche, siano state sostituite da canzoni brevissime di due o tre minuti al massimo, con quattro frasi ripetute allo sfinimento. Pare passato un millennio pieno da quando sul retro delle copertine dei King Crimson, leggevi Pete Sinfield, words and inspiration. E del resto, nei totalitarismi si bruciavano i libri, taluni si mettevano al bando, si impediva la scuola aperta e per tutti, si proclamava l’ordine rassicurante, il nemico d’orrende complessità, si invocava la sintesi, la logica del fare, dell’orario da rispettare, della disciplina. Insomma, s’ingrossavano le fila dei trogloditi alla base della piramide, persino li si rendevano felici con qualche vittima sacrificale, uno zingaro, un omosessuale, un nero o un ebreo, all’uopo un comunista. E così, con la vista oscurata dalla trave nell’occhio, non ci s’avvede che Zenone chiede la carità sotto un portico scrostato che non gli hanno dato nemmeno il reddito di cittadinanza. Pure, nell’oggi, non è nemmeno necessario mettere su le arene per il sangue dei reziari, né v’è necessità di falò di libri, arti e bellezza; basta proclamarne l’inutilità, non apertamente che si rischia la sommossa, piuttosto sotto traccia, indurre in camera caritatis qualche intellettuale supponente, mentre ai campi di sterminio s’avvia ogni ipotesi di congiuntivo.

E se invece avesse avuto ragione Lamarck? Se quella cosa secondo cui le specie tenderebbero a preservare se stesse per volontà innata? Come le giraffe che si sarebbero allungate il collo per i germogli più teneri e dolci delle fronde più alte, e le gru le zampe per non sciuparsi il bel piumaggio? Se in funzione della conservazione della specie avessimo partorito la volontà di un bel repulisti di autosterminio di massa, relegando il cervello ad organo vestigiale per la gestione delle funzioni vegetative, sostituendolo per quelle più elevate con un più adeguato social?

Messaggi nella bottiglia (reloaded)

Una premessa me la voglio concedere, per sfizio, quasi pure per vezzo, che di vezzi mi nutro. Tutto quello che c’è in questo blog è, salvo diversamente specificato, opera mia, immagini e testi intendo. La musica la faccio fare ad altri (come peraltro s’evince) che io non sono capace, pur ammettendo che mi riesca il resto. Ed anzi, avviatela prima di continuare a leggere, se ne avete voglia. Insomma, dicevo, poiché è tutta roba mia, e poiché io sono nessuno, è tutta roba di nessuno, pari pari un sillogismo aristotelico. Aggiungo, ampliando il sillogismo, che, poiché è di nessuno, è pure di tutti. Dunque, chi volesse se la può prendere, non deve citarmi, può farne quello che gli pare, e senza tema di plagio, che la proprietà privata mi turba nell’intimo. Posto questo, che mi pareva assai doveroso, mi veniva voglia di scrivere certe cose oggi. Pure m’accorgo che quello che volevo scrivere l’ho già scritto, e per la premessa fatta mi cito senza citarmi e riposto una cosa vecchia. Ma sono persona dabbene e non voglio attribuirmela all’oggi, così me la virgoletto che si capisca che cito.

“Le finestre, talvolta, sono copertine di libri aperti, le porte finestre lo sono di grossi tomi che s’aprono sulle distese di pagine di terrazzi e balconi. Libri di memorie, diari di viaggio, appunti per una fuga. Pagine ancora intonse, da riempire di parole. Mi sono convinto che il Borneo di Salgari deve essere stato scritto su quelle pagine. C’è un momento migliore degli altri per scriverci sopra, quando s’apre la copertina rigida e fuori è appena l’alba. Fa ancora freddo, e l’aria t’entra sotto la pelle, cerca riparo, s’apre varchi e risveglia le curiosità della notte. La luce non mostra ancora la consuetudine, ma fa della penombra l’anticamera della scoperta, come se alla sua esplosione il già visto dovesse trasformarsi nell’inattesa sortita della sorpresa.

Stamane era fresco su quelle pagine, ed il fiume di sotto s’intravedeva appena, una striscia dorata, sottile per le piogge mancate. Poi i raggi più impertinenti, come un re Mida al contrario che ha cambiato fornitore di stupore, lo trasforma in un budello color rame. E mi viene di lanciargli una bottiglia – ho avuto tempo a sufficienza per procurarmene una vuota, pure con tanto di tappo a tenuta – perché la consegni al mare con un messaggio, un pizzino da niente su cui ho buttato uno scarabocchio, giusto tre parole in fila. Ma mi viene, così per scherzo, l’idea di anticipare la bottiglia. E allora mi precipito su un tronco, una zattera, una canoa, pure un canottino gonfiabile va bene, a favore di corrente sino al mare. Lì c’è bisogno d’altri mezzi, roba cui cazzare la randa e il fiocco per cogliere tutto il vento necessario a strappare nodi alle onde, schivare la fiera famelica, le cannoniere portoghesi, i brigantini di sua Maestà, appena una sosta per un bicchiere buttato giù d’un fiato con i pirati, e poi ancora verso Sud. Sino all’approdo su una Ferdinandea che non c’è sulle carte, naufrago su una spiaggia di vetro, con la mia scorta di prugne secche, cucunci e vino.

La speranza è che un’eruzione improvvisa non mi cancelli con lo scoglio, sprovveduto emulo d’Empedocle, per di più pigro poiché per nulla propenso ad accettare la sfida dell’ascesa vertiginosa al grande vulcano, solo oziosamente sdraiato ad un passo dalla risacca. Ma se proprio deve succedere, almeno fammi ritrovare prima la bottiglia, il messaggio che mi sono mandato per vedere se sono più veloce di me stesso. Eccola là, la bottiglia, mentre si sente il brontolio sottomarino della bestia che risorge. Tra la pomice del bagnasciuga strappo il tappo, e sul postit, che con le cartolerie chiuse di meglio non ho trovato, le tre parole in fila : Appena posso arrivo.”

La trincea

“Io spero sinceramente per amore della posterità che, se la terra dovesse perdere quella beltà che deve alle cose, che un’accrescimento illimitato di ricchezze (…) farebbe estirpare onde alimentarne una quantità maggiore, cosa aderirebbe a rimanersi stazionaria assai prima che la necessità ve la obbligasse. (…) Vi sarebbe sempre un altro scopo per ogni specie di cultura mentale, e pei progressi morali e sociali; vi sarebbe luogo, come prima, a perfezionare l’arte della vita e vi sarebbe eziandio più facilità per farlo”. (John Stuart Mill)

Abbiamo tutti una storia da raccontare, spesso più di una. La bellezza di queste storie è che qualcuno può ascoltarle, leggerle e farle sue, se crede. Ce ne sono alcune tristi, bislacche, altre intricate, a fondo cieco, che non portano da nessuna parte, altre ancora non hanno un inizio né tanto meno una fine, talune hanno una morale ma non se ne coglie il senso; ne conosco altre che non hanno una morale, ma si capiscono meglio. Ci sono storie che entusiasmano, storie che fanno ridere, piangere, storie che annoiano. In questi giorni ne ho sentite di storie, fate voi a che categoria appartengono, io non ho troppa voglia di metterle in uno scaffale o in un archivio con l’etichetta “storia seria” o “fatto di cronaca” o quant’altro. Ma non sono titolato, al cospetto del nuovo che avanza, a raccontarne alcuna. M’arrovello, al più, e nel mio piccolo mondo antico, che dall’oggi, anzi, da ieri, pure per chissà quanto tempo, niente Mar d’Africa (“quei posti stupidi, dove non piove mai”, George Brassens), dove la mia anima alla mattina prende al guinzaglio il mio corpo e se lo porta in giro per i suoi bisogni; ma non posso confidare nemmeno in suppletive e corroboranti passeggiate nei boschi: nevica (governo ladro?). Dunque mi faccio spettatore dell’altrui entusiasmo, della festa collettiva, per l’attività frenetica di ricostruzione delle magnifiche sorti cui sarò chiamato a contribuire, poiché – si dice – occorre levare alto il nostro senso di responsabilità, intonando l’inno imperituro, il richiamo costante alla mitica perfezione dell’agire e del produrre. È il momento – ancora si dice – d’apparire decisi, vincenti, volitivi, esprimersi in modo sintetico ed esaustivo, non indugiare, accelerare, non tergiversare, perfezionarsi sino all’eccellenza, dimostrare volontà ferree, strategie definitive, risultare impeccabili, al di sopra d’ogni sospetto di lassismo, rinnegare il dubbio, compiacersi delle proprie granitiche certezze. Già a parlarne m’è venuta l’ansia, avverto la fatica. Il jazz è morto, l’improvvisazione sepolta.

Mi chiedo così se un Gesù tornasse tra noi e se ne andasse in giro ciondoloni con l’indice accusatore puntato, fate voi su di chi? Oppure, se ci imbattessimo nel Buddha in persona, intento a meditare sotto un albero, magro come un chiodo asfittico? O vedessimo nel buio ondeggiare la lanterna di Demostene e sotto i portici, ad orario di chiusura d’una pizzeria d’asporto, d’improvviso ci si parasse dinnanzi Zenone? Il punto è che se mi guardo intorno, se mi affaccio dai miei anni con lo sguardo rivolto alle spalle, una storia la vedo, una storia che non interessa a nessuno, ma che comunque c’è e a chissà quante altre rassomiglia. Forse non tante, non lo so, ma che di certo è priva delle precisioni delle scienze esatte. Quanti progetti, quante cose iniziate e lasciate lì, in attesa di chissà cosa. Quante incompiute, quante risoluzioni fallite, quante approssimazioni… E quante approssimazioni, per fortuna, ci hanno restituito a quella bellezza infinita che è la nostra irredimibile natura umana di creature lente, di strateghi della lentezza, in competizione con le più ostinate lumache nel contemplare i dettagli più insignificanti di questa terra, per cogliervi dentro la suadente poesia. Di converso, quante brucianti accelerazioni, pragmatismi risolutivi, decisionismi improcrastinabili, ci hanno lasciato l’eredità d’un condono edilizio?

Né, da tempo, sono avvezzo a vestire i panni del Don Chichotte per lanciarmi lancia in resta contro i mulini a vento che macinano grani di memoria. Più propenso a lasciare che la mia lancia, semmai una ne ebbi, si faccia asta per una bandiera bianca. Però, non demordo, mi faccio resistente, pure, non avendo una visione circolare del tempo come gli orientali, mi crogiolerò della memoria, scavata a trincea per tenere la posizione, facendo in modo che il futuro si muova lento sino a toccarsi col presente, ed insieme aspettino il passato per un tamponamento a catena che li faccia coincidere in un unico punto temporale indefinito ed infinito. Poi, finalmente, esplorerò lo “spazio breve che suggerisce l’infinito” (Jean Grenier), e sceglierò “Itaca, la terra fedele, il pensiero audace e frugale, l’azione lucida, la generosità dell’uomo che sa” (Albert Camus), per provare a riconquistare la posizione avanzata della vista dell’orizzonte.

Codicillo in forma di paese

Non ho nostalgie ricorrenti per i bei tempi andati, giustappunto perché v’era da far fatica e della fatica me ne intendo, tant’è che, qualora se ne presenti l’occasione, desisto dal frequentarla. Ma di certe cose m’avvedo come di tesori perduti, che il tempo s’è portato via senza chiedere il permesso. Le pescosità marine, per buttarla lì, mi perdurano dentro, certe coste intonse e disperate d’approdi a falesia a strabocco sul blu. Pure, indugio a struggermi del ricordo del quartiere, storico e ben piantato sulle fondamenta antiche. Certe ricorrenze di memoria mi paiono messe lì a bella posta per indispettirmi della loro assenza. Ma vi è una sorta di destino ineluttabile nei centri storici. Mi sa che è per questo, ovunque vada e nel mio pellegrinaggio a destra, pure a manca (in senso geografico, che per altre nature ho fatto radici), da nord a sud e viceversa, che ho deciso di non rinunciare ad abitarvi. Ma la scelta, ch’è, immagino – un tantino sperandolo -, definitiva, cade sempre su una delle due possibili evoluzioni che ci è dato di conoscerne, pur con qualche eccezione in quanto tale straordinaria. O diventano supermercati/eventifici, per la gioia ed il solluchero di certi boiardi non di vedute amplissime, popolosi di signore contesse leopardate e marchesi merlettati di coppale e coccodrilli, con monolocali che costano quanto castelli sulla Loira, e ristostelle ad ogni piè sospinto; oppure, piano piano, s’abbandonano a se stessi, che chi li ha animati nei secoli è fuggito necessitato nel farlo (gli casca il tetto in testa e le muffe lo aggrediscono fisicamente, così s’accordano per la deportazione nei cubi cementifici 30×30 della Suburbia), o perché il quinto piano termoascensorato semplicemente più li aggrada. Pur nella dolorosa nostalgia di odori di fritto, bimbi più o meno calzati che strapiombavano per le stradine scoscese, mercanti a bandezzo, donne vestite di salsedine, abbondanti d’esposizione di preziose merci d’antiche artigiane, adoro il silenzio della decadenza di quelli diruti e spopolati. Me ne approprio, talora, come fosse respirazione d’ossigeno puro, e li attraverso ferocemente gaudente, pronto a sguainare l’obiettivo, non per cristallizzare l’istante, renderne permanente la narrazione, piuttosto per la ricerca inversa, che riporta alla luce una sequenza temporale dinamica. La natura corruttibile delle cose, infatti, ritiene in sé le orme del tempo, che si sovrappongono, si stratificano diacronicamente; e così la traccia più recente non cancella le precedenti, le opacizza soltanto, per un periodo effimero. Lo stesso tempo gioca con le cose degli uomini e, graffiando via gli strati superiori deposti al suo passaggio, ne scopre i precedenti, in un gioco cromatico che l’obiettivo disvela in un unicum narrativo che va oltre l’istante dello scatto. Questa ricerca non può che consumarsi dentro un percorso di riscoperta identitaria, dunque, che non rinuncia a ripartire da qualcosa che, profittando dell’estinzione di massa, si riprende i suoi colori anche quando il senso d’abbandono appare ad occhi distratti prevalente e fastidioso. Effetto sublime e collaterale di questo cammino, è la messa a fuoco del dettaglio che sfugge a chi è vittima inconsapevole del gioco d’inganno del tempo, a chi ha scelto la disillusione dell’accelerarsi quale pratica quotidiana.

Appare, invece, quale irrinunciabile taumaturgia agli occhi di chi non venne irretito dalla consuetudine. “Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci” (John Ruskin), e questo impone il viaggio lento, dentro i silenzi che in una condizione “urbana” e convenzionale non sono previsti, appartengono, semmai e nell’immaginario, solo a certe valli antiche e remote, ai più profondi dei boschi. Silenzi in cui però si avverte profondo il respiro del tempo che è passato, rotto solo da qualche richiamo lontano ed ancestrale che proviene da un luogo indefinito, da dietro persiane serrate dietro un occhio scuro che spia il transito inatteso, allarmato forse dallo scalpiccio, ormai desueto, lungo scalinate labirintiche, dentro il profumo di intingoli che sanno di memoria. Si dipanano – pure compiacendosene – le attese lunghe e pazienti, sinché i raggi sghembi del sole d’una certa ora, o qualche goccia di occasionale pioggia, non vivificano le coloriture di vernici dismesse, frammenti di intonaci, infissi scorticati. Dettagli d’umanità senza presenze, che riconciliano con certe dimensioni perdute, alternative ed ostili al mordi e fuggi, all’unica prospettiva dell’ora e subito. E del dedalo dimenticato, non rimase che l’opera collettiva di popolo e tempo, bellezza che riesce a farsi vanto delle sue rughe più profonde, senza riguardo, invero, per l’estetista.

Generazione spontanea

C’è una dicotomia, una dialettica accesissima tra ordine e disordine. Solo che le carte si sparigliano, finisce che non se ne comprende il confine. È questione di termini, bisogna intendersi. Al disordine sono assai avvezzo, me ne faccio stile di vita in taluni frangenti, pure mio malgrado e per condizione istintuale. Avviene che sia necessario intervenire per riportare tutto ad una dimensione urbana, per così dire, dandogli barlumi di civile convivenza con se stessi, evitando trasgressioni barbariche. Accade che i calzini spaiati si rimaterializzino indipendentemente l’uno dall’altro, dopo essersi eclissati nel limbo del Kaos, magari nel forno accanto all’orata o sulla atbajour, a prendere lento fuoco per l’incandescenza luminosa, producendo effluvi diossinici che ne identificano a naso la presenza; il dentifricio, di cui non si avevano notizie da tempi immemori, potrebbe tornare a farsi vedere tra le pentole ad asciugare; gli occhiali da lettura vanno via e tornano come meglio gli aggrada, al punto da determinarne l’acquisto compulsivo made in China, e pare che si siano innestati in serra con concimi efficientissimi, tanto ve n’è fiorire nei pertugi più reconditi. Ecco, al cospetto di tali fenomeni, sovviene la necessità di porvi rimedio. Non è semplice, ci vuole un piano. S’aspetta la domenica, di norma, si studia il nemico, se ne orchestra l’accerchiamento, il che necessita di tempi abbastanza lunghi, spesso quanto tutta la giornata. Riflettere, prima dell’azione, è importante, si rischia che la cura divenga peggio della malattia: dunque, le domeniche passano. Poi, al filo prima del punto di non ritorno, si interviene, in un modo o nell’altro, arraffazzonando gli interventi e riducendo il tasso di entropia del sistema in un ordinet.

E questo va bene. Ma il disordine, il Kaos primordiale, quello è altra cosa. Lì vi avviene la generazione della vita, e m’andrebbe di riportare indicazioni in merito, tra mito e rivoluzione, da Engels ed Oparin, dove si sovrappone la dialettica creatrice degli uomini a quella vitale e mai esausta della natura. Ma sensazione stringente è che si faccia confusione, attribuendo, con piglio falsamente torquemadiano, lo status di disordine a certe abiezioni dei giorni che ci accompagnano stancamente. La rissa a movida, per dire, pare sia disordine, disordine dei comportamenti, disordine morale, scarsa attenzione per le norme rigide dell’ordine costituito. E, invero, a me pare che sia esattamente il contrario, che se migliaia di creature s’affollano a fare tutti la medesima cosa, c’è idea che sia per scelta preordinata, conseguenza di leggi non scritte ma inviolabili, come quelle che inviterebbero le acciughe a disporsi volontariamente ed “ordinatamente” nel vasetto, pancia contro pancia, senza deroghe. Al di là del termine, nulla ha a che vedere col Kaos generatore, con la confusione dei protoplasmi d’un brodo primordiale, preludio fausto dell’esplosione logaritmica della vita. Lì c’è negazione del Kaos, c’è eliminazione fisica ed estatica della casualità, lo scivolamento liturgico verso la barbarie del rito sacrificale a favore di divinità piuttosto rigide. Financo i cromatismi e le personalità si congelano nel prêt-à-porter, poiché, a meglio intendersi, altro che a caotica trasgressione, s’assiste all’appiattita sentenza del The End d’un film manco troppo bello, vagamente moraleggiante e dal volemese tutti bene. Nell’apparire del nuovo ordine metafisico, quello col PIL vele al vento, m’appare il virus come flagello delle divinità del Kaos. Per cui, poiché m’aggrada essere protoplasma, mi godo i miei calzini spaiati (tanto è da mo’ che li compro tutti uguali) e m’auspico un finale diverso su uno scoglio in solitaria, o, tutt’al più, con altre molecole dalle chimiche sorprendenti, poiché se grande è il disordine nel cosmo, la situazione è eccellente.

Impegni improrogabili

Che poi, se non hai un progetto, pure una cosarella così così, ti senti che non ti impegni abbastanza.

Ma di progetti ne ho a bizzeffe, solo non mi ricordo dove li ho messi. Mi capita che taluno e talora me ne faccia promemoria. Allora, con spirito di sacrificio ed abnegazione, approfittando di questa specie di clausura cui anche un tempo grigio – direi quasi impertinentemente ed ossessivamente grigio – mi costringe (ma non solo me), provo ad organizzarmi il materiale per quel progetto. Faccio selezione, riordino, rivedo, per almeno cinque minuti. Poi è sigaretta a luci spente, e jazz. È che il tempo grigio, se sei a mare, pure te lo godi, che c’è il vento, magari un pescatore che tira su la ricciola e contratti per avercela, che ti va un’”acquapazza”. Anche se ti siedi su uno scoglio e basta va bene uguale. Ma poiché pioviggina, si direbbe sul bagnato, e dal mare disti secoli luce, un po’ t’avvilisci, che non puoi nemmeno andare al fiume, dove ci sono sassi lisciati per bene dalla corrente, ed io con quelli spesso m’intrattengo in lunghe conversazioni, talvolta dotte. Conto di non avere noiosi contraddittori. Il fiume, poi, se ne scorre verso la costa per definizione, magari ci arriva prima di me, e io posso consegnargli un messaggio per il mare, fisso un appuntamento.

Le cose vanno a rilento, com’è d’uopo, e allora riciclo stanchezze (anche il riciclaggio, del resto testimonia d’una condizione dell’anima), nel tentativo di dare una giustificazione a certe mie spigolature caratteriali poco avvezze all’azione preordinata, nemmeno a quella istintiva, a dire il vero. È che io mi rendo conto di essere pigro, e nonostante questa cosa mi rendo pure conto che ho fatto un sacco di cose che non avrei dovuto fare. Proprio come, per peccato originale, ho lasciato perdere un mucchio di cose che invece non avrei dovuto lasciar perdere. È fatto congenito alla pigrizia pescare a casaccio tra le cose. Talvolta ti va bene, altre meno. Funziona così, non c’è verso.

È la cosa che mi riesce meglio essere pigro, a tratti persino ozioso. Però, poiché conosco la pigrizia – la frequento parecchio e da tempo immemore -, invito caldamente tutti a diffidare dei pigri, poiché mi sono avveduto, ed in più d’una occasione, che spesso fingono soltanto di esserlo. C’è una gran numero di pigri in giro, farabutti d’ogni fatta, nullafacenti cronici, ma è assai difficile trovarne uno autentico, col marchio DOC. Perché il pigro vero, non è tipo che se ne va a zonzo senza far nulla. Il pigro genuino, quello d’autore, è sempre straordinariamente indaffarato, ha sempre un mucchio infinito di cose da fare. Troppo facile fare il pigro, l’ozioso, se non si ha nulla da fare. In quel caso come fai a goderti la pigrizia? Certo, tutti sono bravi a non fare niente se non hanno niente da fare. La sfida autentica è proprio quella di riuscire a non fare niente mentre sei oppresso dalle cose da fare. Una cosa così ti dà la patente di pigro, ti mette in cattedra, ti fa diventare l’imperatore di Pigrizia, quella terra senza confini, talmente grande ch’è difficile scorgerla se non ci sei nato.

All that jazz

Facciamo così, per quei quattro che seguono questo blog e che, di tanto in tanto, se ne leggono un po’. Prima di continuare a leggere, andate in fondo a questo post ed avviate la musica. Fatto? Bene, posso cominciare.

Oggi è lunedì, e per me è giorno di riposo, dunque mi concedo le classiche abluzioni mattutine come fosse domenica, poi mi vado a comprare uno sgombro, se ne trovo uno che non ha ancora fatto il compleanno. Avete notato quale compostezza ha lo sgombro, che eleganza affilata, quale perturbante signorilità, pure al cospetto di certi pesci più blasonati che arrossiscono o imbruniscono, all’uopo? Ma non è di questo che intendo parlarvi, magari ci torno un’altra volta. La prendo larga, che il dono della sintesi non l’ho mai avuto. Insomma, ho memoria vaga d’un prozio, non consanguineo, tale dunque per incroci matrimoniali ibridi. Ad ogni buon conto, faceva l’ufficiale medico nell’esercito regio, quando le bombe cascavano a grappoli. Una di quelle colpì in pieno il palazzo dove viveva e lo squarciò catapultandolo immobile e privo di sensi su un cornicione, dove rimase appeso per chissà quanto tempo. Non si riprese più, se ne rimase muto e zitto, chiuso in un autismo definitivo da lì a che sarebbe campato. E gli anni dopo la guerra erano quelli d’una psichiatria ancora antica. A chi manifestava segni di squilibrio evidenti, che ne so, patteggiava per le mobilitazioni contadine, non s’arrendeva al tubo catodico, gli facevano l’elettroshock. A quelli come il vecchio prozio, invece, si diceva, bisognava fargli provare uno shock di pari brutalità come quello che l’aveva incarcerato nel suo intimo assoluto. Così, mi raccontavano, diceva il luminare svedese (che quelli erano anche anni in cui il luminare, se non era svedese, difficile fosse tale, luminare intendo). Il poveretto non si riprese, semmai parve peggiorare. Me lo ricordo già vecchio e con un cruciverba in mano che risolveva, correttamente e in pochi frangenti, gli incroci più complessi, azzeccando ogni definizione. Due volte sole, dal terribile incidente, parlò. La prima, quando morì mio nonno, e vedutolo così disteso sul letto di morte, e lasciando di stucco ognuno dei presenti, tirò fuori la caritatevole preoccupazione del suo giuramento d’Ippocrate: “Gliela avete data la penicillina?”. La seconda, mentre, intento a svolgere il suo cruciverba, dalla televisione non venne fuori una cosarella orchestrale di Strauss. Sollevò gli occhi e, per lo stupore della sorella e della cognata, disse: “Oh, i bei valzerini viennesi”. Poi zitto, fino alla morte. E se l’avessero curato con la musica? Mah, chissà, che a me tutto possono dirmi, fuorché svedese o luminare. E però che la musica sia curativa, lenitiva, oltre che semplicemente piacevole, non è che sia una novità. Io non ne faccio a meno, anche se ai valzerini viennesi, che un po’ mi stuccano, preferisco il jazz. Ed anzi, ve lo voglio raccontare il jazz, così, come mi viene, in sei passaggi.

Primo step

Succede così, sono quelle cose che non ti aspetti. Cioè, ti aspetti senz’altro che un povero contadino di un piccolissimo paese della Sicilia salga su una nave a vapore nella seconda metà dell’Ottocento e, dopo un viaggio estenuante durato settimane, sbarchi con la famiglia a New Orleans per fare il calzolaio, il manovale o chissà ché. Il biglietto da Palermo, poi, costava assai meno di quello delle tratte di Napoli e Genova. Roba che certi barconi sul Mar d’Africa quella traversata sembra che la rifacciano pari pari, comprese certe privazioni estreme. E “quel mare color del vino” di contadini siciliani ne vomitava a migliaia nel Delta , tanto che in certe strade pareva di starsene alla Conca D’Oro o su un moletto dello Ionio. Te lo aspetti che qualcuno cerchi un orizzonte diverso per fuggire alla fame, alla guerra. Quello che non ti aspetti mai, e forse nemmeno Girolamo La Rocca con sua moglie Vittoria Di Nino immaginavano, è che in quella terra avrebbero dato vita al “Cristoforo Colombo della musica”. Era così che si definiva Nick, il loro secondogenito, il primo ad incidere un disco jazz nel 1917, con la sua “Original Dixieland Jass Band”, proprio con due esse e senza zeta. Nick non era un virtuoso, ed aveva anche la testa matta, come l’hanno certi di quelli che lasciano un segno, ma anche un labbro così duro da fare certe sparate alla tromba che chi lo ascoltava si metteva ginocchioni.

Ecco, questo non te l’aspetti, ma questo è il jazz, esattamente quello che non ti aspetti. Pure se certo, al di là d’un certo ego smisurato del vecchio Nick, il jazz aveva già diritto di cittadinanza su questo pianeta da mo’, non altrettanto chi lo suonava, generalmente d’un colore diverso del nostro di cui sopra.

Secondo step

“Cos’è il Jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai.” diceva Louis Armstrong. La cosa migliore è mettere su un disco e cominciare ad ascoltarlo. Se dopo un po’ ti sembra di sentire l’odore di chi sta suonando, il suo alito caldo, se la musica comincia a strisciarti sotto la pelle e hai la sensazione che scappi fuori da ogni parte di te, e che tu sei lì, tra quelli della band, allora l’hai scoperto, il jazz intendo.

Terzo step

Insomma, ora sai cos’è il jazz, l’hai ascoltato, ne hai capito il senso profondo, fai parte della band. Possiamo parlarne se vi va. John Coltrane diceva che “Il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un’espressione musicale; e questa musica è per me espressione degli ideali più alti. C’è dunque bisogno di fratellanza, e credo che con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra”.

Quarto step

Fratelli della stessa band, non possiamo dimenticarci di nessuno perché, come dice Wynton Marsalis, “Il jazz è un’arte collettiva e un modo di vivere che allena alla democrazia” è l’arte del timing: ti insegna il quando. Quando cominciare, quando attendere, quando farti avanti, quando prendere il proprio tempo”. Ti insegna che devi ascoltare, che non ha senso che sia solo tu a parlare ma che quello che dici ha un senso solo se prima o poi toccherà a qualcun altro di dire la sua perché

“nel jazz tutti vogliono suonare in modo differente. Devi imparare ad ascoltare modi diversi di fare le cose. E siccome suoni con gli altri, devi accordarti. Ed è quando sei a tempo che sai quando startene quieto e quando essere assertivo. Sai stabilire quando il tuo suono è la risposta a quello dell’altro e quando far partire l’invenzione”.

Quinto step

Il padre di Wynton diceva: “Il jazz libera dalle catene. Ti farà apprendere un modo di pensare sofisticato”. E Wynton… “L’America democratica non ha ancora fatto propria la lezione del jazz. La imparerà attraverso quello che sta accadendo. È solo questione di tempo. La crisi, la mancanza di denaro sono i segni della svolta. Come una persona che dice di essere in forma ma non fa esercizio. Dopo molti anni senza praticare sport e riempiendosi di fritti gli arriva l’infarto. E se sopravvive si mette in forma davvero. Perché il dolore insegna. Lo ha insegnato il jazz.”

Per finire: Sesto step

“Il jazz ha lo stesso valore per i musicisti e per il pubblico perché la musica, legata com’è ai sentimenti, all’unicità dell’individuo e all’improvvisare insieme, fornisce risposte ai problemi fondamentali della vita. Più è alto il livello di attenzione, maggiori sono i benefici. Come in una conver­sazione, il musicista si accorge quando la gente ascolta: a un ascolto ispirato corrisponde un’esecuzione ispirata. Conoscere il jazz apre nuove prospettive alla percezione della storia. Ho letto resoconti della grande Depressio­ne e ho conosciuto e suonato con persone che l’avevano vissuta. Ma quando ascoltate Mildred Bailey o Billie Holiday, l’orchestra di Benny Goodman o Ella Fitzgerald con quel­la di Chick Webb, la vostra visione di quel periodo si fa più acuta e perspicace: il linguaggio che adoperavano, il modo in cui ricorrevano allo humour e agli stereotipi per colma­re il divario tra le razze, la loro concezione dei rapporti in­terpersonali…

Si sentiva che le persone stavano delineando un mo­do di intendere e celebrare la loro esistenza nonostante i tempi duri; anzi, se ne facevano beffe.

La musica può metterci in contatto con le nostre esistenze precedenti e prefigurare un futuro migliore. Ci ricorda qual è il nostro stadio nella catena delle conquiste dell’umanità, lo scopo primario dell’arte.

I più grandi artisti in ogni campo parlano attraverso i secoli di temi universali – morte, amore, invidia, vendetta, avidità, giovinezza, vecchiaia, i temi fondamentali, e quindi immutabili, dell’esperienza umana.

L’arte e gli artisti fanno davvero di noi “la famiglia dell’uomo” e molti dei grandi musicisti jazz incarnano quella consapevolezza.” (Winton Marsalis)

E se la musica è finita, fatela ripartire, meglio se jazz.

Gioco di specchi

“Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini” (Frida Kahlo)

Gli orizzonti ci raccontano di quanto effimeri siano i confini degli uomini, di quanto s’apprestino a divenire solo convenzioni brutali e disumanizzanti, atti di grigia e autobeatificantesi burocrazia. Perché la linea dell’orizzonte giammai sarà confine, piuttosto invoglia lo sguardo, la mente ed il cuore ad andarvi oltre, a cercarne la fine che non c’è. Ed è proprio quell’infinito prescrittivo c’apre la fantasia ed il sogno, e libera le coscienze di chi ha le giuste qualità dell’anima per provare l’ebbrezza del viaggio di scoperta. Non v’è forse financo nella natura il dono concesso alle sue creature d’aprirsi all’infinito? Non sono i promontori esposti al vento, brulli per definizione e protesi come infiniti occhi verso l’orizzonte? Non sono, ancora, le vette dei monti aperte perché si goda della meraviglia del tutto d’intorno? Vi fu un tempo che anche gli uomini s’erano avveduti del fatto, e costruivano le loro ipotesi d’architettura più celebrata perché aprissero lo sguardo, concependole solo come l’invito a guardare oltre. Così per certe piazze rinascimentali, vere passerelle per lo sguardo proteso ad esplorare mondi sconosciuti. Pure per certi templi greci che appaiono più trampolini verso il divino, che cubi di roccia che ritengono preghiere. E come non ricordare i teatri dell’antichità, che dissimulavano la scena perché fosse in continuità solenne e vertiginosa con la striscia di cielo e mare che la chiudeva, con acqua e porti in un tutt’uno, a raccontare le gesta di viaggi infiniti ed estremi.

Empedocle, dopo aver assaggiato l’irrequietezza fiammeggiante della più alta delle vette, dovette per forza volgere lo sguardo a quella linea in fondo. E roteandolo in ogni direzione comprese che quella era la somma delizia, tale da non poter essere superata da altra esperienza. Quindi, tanto valeva farsi friggere in magma, nel convincimento che tanto il sommo piacere d’un viaggio immediato per tutto il mondo era appagato. Ammetto che, poco filosoficamente e con scarsa poesia, assai propenso a cose d’un pezzo più prosaiche, mi sarei acceso con l’incandescenza d’intorno una MS, e me la sarei goduta un tanto in più. Ed a dire il vero è esperienza che ripetei più e più volte, sinché almeno, lo sferzare gelido non m’induceva a raggiungere il buen retiro d’un rifugio dove si versava il vino giusto. Pronto, però, a ritornarci, o semmai a reiterare il lancio dello sguardo all’infinito da qualsiasi altra posizione mi sarebbe stata concessa.

Pare, secondo taluni, che quel senso di libertà cui invoglia l’orizzonte libero allo sguardo, sia l’anticamera della pazzia, forse persino la sua conclamata manifestazione, come in un bel ricettario codificato di psichiatra. Ci sono le prove, pare, appunto, e la memoria corre a Don Chichotte, lancia in resta, che si scaglia contro il mulino che si frappone tra lui ed il suo orizzonte d’amore. Il buon Sancho, invece, che è uomo saggio, compassionevole e giusto, urla il suo “signor padrone”.

Venne così il tempo della saggezza, ed ancora dura, in cui l’Homo Faber si mise in testa che più che il sogno, più che il volo di Pindaro, valesse la pena costruire il recinto per le menti. E così chiuse quegli orizzonti, mascherando la scelta col bel verde di tigli e cipressi, perché lo spettatore dell’infinito non s’avvedesse di quanto la sua natura d’esplorazione fosse stata sepolta dal tiranno. E così, dopo aver sradicato foreste e boschi, è divenuta preoccupazione imporre alla natura ciò che non le è mai appartenuto, tappare gli occhi. Ecco la volontà del renderla schiava, donna di servizio ed essa stessa aguzzina e carceriera della ricerca della terra d’Utopia.

I confini sono scritti col sangue degli eroi, gli orizzonti, invece, sono tracciati dalla fantasia dei pazzi e dei visionari. Oggi, che il sangue è finalmente al potere, la fantasia è prigioniera delle segrete dell’oscuro presagio della fine del gioco. E di emuli di Don Giacomino da Recanati, che vincono l’asfissia d’una siepe con quello semplice dello sguardo di dentro, non è che ve ne sia una pletora a far la fila. V’è invece il tutto pieno di condannati a quel contrappasso dell’inseguire la propria coda nel tentativo d’azzannarla, convinti si tratti del nemico più feroce.

Ma puoi metterla come vuoi, proprio come ti pare, ti puoi mettere a negare l’evidenza, travestirti di certezze granitiche circa la collocazione delle tue chiappe al centro dell’universo, immaginarne l’assedio di quella cosa infida e sgusciante che rifugge dalle tue zanne, ma pur se non t’avvedi dell’esistenza d’un orizzonte diverso, quello c’è comunque, ed oltre quello c’è qualcuno o qualcosa, così come, ti piaccia o no, tu sei esattamente quel qualcuno o qualcosa che c’è oltre l’orizzonte di qualcun altro.

L’isola che se ne va

Le rughe dell’altopiano, scavate dalle lacrime di Gea, si distendono di meraviglia mentre s’approssimano al mare. E gorgheggiano ancora nei pantani immediatamente a ridosso della costa, salmastri come si compete all’emozione a tinte forti che li ha prodotti. È terra che s’immagina, tanto nelle memorie latine, quanto in quelle arabe, sia stata approdo di Ulisse, uno dei tanti Marsa at Bawalis che non c’è terra del Mediterraneo che se ne sia privata. Forse, per quella vegetazione accesa da Eden ritrovato dell’ultima ruga, prima della grande evoluzione dell’orizzonte, mi sovviene potesse trattarsi di terra di Lotofagi, ma non insisto, poiché nessuna comunicazione ufficiale m’è giunta da poeti con difetti visivi. V’era, su quella costa – così diceva un tal Camilliani, architetto bergamasco esperto di fortificazioni, che la costa della Trinacria, nel XVI sec., se la fece a periplo per studiare la difesa dell’indifendibile – un castellaccio prossimo ad un paese diruto. Poi, per secoli, solo povere case sparse sull’instabilità di dune alte come nel deserto più interno, celate da canneti e lentischi, tra le gemme azzurre e bianche di stagni e sale.

Ne parlavano come la Valletta dei Lupi, a certificare che quella era terra di nessuno, un tempo martoriata dalla malaria. Non c’era la fila per andarci. Così, deserta, me la ricordo, allorché, certe domenica, si faceva festa nella cascina a fianco la vigna della vecchia zia, dove le uve succhiavano, pur di sopravvivere, acque salate dal mare. Così il vino veniva su aspro e sapeva di mare e terra insieme, che al palato non distinguevi il confine. A berselo per buttar giù le telline, abbondanti pure se tiravi su solo un pugno di sabbia dal bagnasciuga, era esperienza che riconciliava col tempo che passa, poiché lo bloccava come la sbarra faceva con la fila dei carretti di sale e lupini al passaggio della littorina. Dirimpetto alla costa, a spezzare la linea dell’orizzonte, c’è quella striscia di terra, cento metri di scoglio affiorante con un piccolo faro che vi sporge lateralmente, perché le navi che trafficavano il Mar d’Africa sin dai Fenici, non finissero per farne conoscenza rumorosa. Ci andavo a nuoto con una camera d’aria a traino, per non sfinirmi, e lì, maschera e coltello, dopo aver assaggiato il mare nello scrigno dei ricci, mi concedevo la spesa dei polpi per l’insalata della sera. Ci cresceva poco sopra, troppo stretta e troppo a mare, solo i porri selvatici che le avevano dato il nome. Chissà come c’era finita lì quell’isola! Forse un bradisismo, o forse era ciò che restava d’un istmo che le correnti avevano amputato. Fatto sta che mare a destra, a sinistra, a nord, pure a sud, mi pareva che stavo viaggiando con una zattera alla deriva. E gli anfratti rocciosi erano le stive per i miei arnesi da pesca e di certi sacchetti di iuta. Tutta roba che ci ritrovavo al mio ritorno. Chi toccava niente lì? Ed anche qualche pirata vi fosse sbarcato, che ne so, alla ricerca d’un tesoro nascosto, certo non si sarebbe emozionato alla vista d’un paio di coltelli arrugginiti, un gancio incordato ad un tubo di zinco, e quel po’ di contenitori di prede preziose, lì all’uopo per essere riempiti. E ne avrei riempiti anche con lenze ed ami, che lanciavo più a sud, verso l’orizzonte aperto, dalla prua della mia gigantesca ed inaffondabile nave. Ebbi pure compagnia, senza saperlo, poiché lì ci ritrovarono i resti sepolti d’uomini e donne, forse i familiari dell’Emiro Ziyadat Allah III, che qui li seppellì dopo averli trucidati, temendo per loro la peggior sorte d’una sospetta congiura di palazzo.

Nelle giornate in cui pareva che si fosse un tutt’uno col mare, riconquistavo la terra ferma a bracciate stanche e disordinate, che certe navi rocciose così grandi toccano il fondo e non possono attraccare. In spiaggia mi pareva che la cosa più sorprendente di quel viaggio fossero le stelle pittate sulla sabbia da mano d’artista. E la passione di fare castelli di sabbia d’ogni fatta che il tramonto colora di rosso.

Poi qualcuno s’è avveduto che quello era posto di meraviglia, e casa su casa, orrore su orrore, è venuto su un paese che quasi si bagna le fondamenta a mare. Ed i bagnanti fanno chiasso che i cavallucci sono fuggiti atterriti e non ce n’è uno manco a pregarlo in aramaico.

L’isola, invece, piano piano sparisce, quasi non si vede più. Me ne serbo il ricordo antico nella vecchia foto della testata di queste note al margine. Ma non è cosa ch’attiene a leggende o fugaci apparizioni come per certe Ferdinandee. Dicono che è la corrente che se la sta mangiando, quella spostata là di forza dal grande porto a ovest. Macché, figuratevi se il mare si mette ad ammazzare la sua bella figlia, rispondo, l’isola se ne sta andando da sola, di sua volontà, che quello schifo non lo regge. E ne ha ben donde – o d’onde, fate voi – , direi.

Post scriptum (Allonsanfàn parte seconda: Alberto Sipione)

Capita che antiche letture, come un fiume carsico, riemergano dalle pagine ingiallite della memoria. Capita che cerchino di farsi breccia nel disincanto dell’ora, per finire derubricate a nostalgie del tempo perduto. Capita, pure, che un vecchio ciclostile riaffiori dalla memoria d’un cassetto – quanta memoria hanno i cassetti? – e che scorgendo quelle righe, ripercorrendole sillaba su sillaba, non si riesca a definirne una data certa. Ci sono cose senza tempo, certo, ci sono cose che sembrano scritte oggi, come questa che ho trovato mentre riciclo carta, per appunti o per accendere un fuoco.

“Si può sostenere senza esagerazioni che mai come oggi la nostra civiltà è stata minacciata da tanti pericoli. I vandali, con i loro mezzi barbari, cioè estremamente precari, distrussero la civiltà antica in una zona circoscritta dell’Europa. Attualmente è tutta la civiltà mondiale, nell’unità del suo destino storico, che vacilla sotto la minaccia di forze reazionarie armate di tutta la tecnica moderna. Non ci riferiamo solo alla guerra che si prepara. Sin da oggi, in tempo di pace, la situazione della scienza e dell’arte è divenuta assolutamente intollerabile”.

Tutt’altro che oggi, il brandello di memoria sdrucita è del 1938, a firma Breton, Trotsky. Forse allora progetto autentico di recupero di una strategia rivoluzionaria, oggi, invece, derubricato nel declinante fronte occidentale pronto alla disfatta, ad inutile fardello nascosto nell’ultimo cassetto in fondo a destra, stessa direzione del cesso. Tralascio, poiché non ho voglia di spendere tempi di ragionamento, di discutere nel merito – seppure ne avessi i mezzi, ma forse qualcuno, pure come brandello di memoria anch’esso, ce l’ho per ragioni non confessabili – delle disfide planetarie tra scienziati, psico-medici, che a singolar tenzone si sfidano nei salotti buoni del mainstream. Quant’erano migliori i ritrovi dell’alba, dietro conventi di frati minoriti? Tralascio pure di constatare, senza creanza, come mi confarrebbe e piedi nel piatto, di esternare che pare abbiano studiato medicina e scienze più o meno disapplicate, in facoltà teologiche di confessioni agguerritamente avverse. Tralascio pure – ancora nel merito – di come questo “civilissimo” confronto liberal-democratico, sia divenuto caricatura della dialettica serratissima e sovieticissima tra Kapitsa e Lisenko. L’uno sotteso – e sconfitto – al benessere del suo paese in un’ottica di liberazione della scienza, dunque, dell’uomo; l’altro a sostenere interessi staliniani sino anche a negare le evidenze stesse della scienza. Solo che di Kapitsa se ne sono visti assai meno di quanto egli stesso non abbia avuto spazio sulla Pravda. I Lisenko, più estenuanti, nella loro ottusa reiterazione di impudicizia servile, si sono invece moltiplicati in prospettiva della difesa di interessi da parcella. E nella tragedia postkafkiana, unico contraltare alle loro esternazioni deliranti, lo consumano, nel più scontato dei giochi delle parti, le pletore dei complottisti, alla farsesca ricerca di un colpevole con nome e cognome, un capro espiatorio qualsiasi, un migrante male in arnese o una multinazionale, tutto fa brodo per barbigli d’ogni fatta. Tanto, tutti belli accomodati sullo stesso dito a fronte di luna, s’apprestano alla pesca a strascico, per prede qualsiasi, da un estremo all’altro e senza escludere il ventre molle del mezzo. Dunque, si consuma l’inedita alleanza tra i burocrati del senso di responsabilità e della salute dei cittadini, e le torme metafisiche dei dissidenti, che come due facce della stessa moneta, si spendono insieme perché non vi sia qualcuno che chieda di pagare il conto salatissimo delle contraddizioni ai padroni del vapore.

Poi, ancora, sul vecchio retaggio di memoria ultraottantenne, dunque improduttivo: “In ciò che di individuale conserva nella sua genesi, nelle qualità soggettive che mette in opera per cogliere un certo fatto che implica un arricchimento oggettivo, una scoperta filosofica, sociologica, scientifica o artistica, appare come il frutto di un caso prezioso, cioè come una manifestazione più o meno spontanea della necessità. Non è possibile ignorare un tale contributo sia dal punto di vista della conoscenza in generale (che tende a far sì che si sviluppi l’interpretazione del mondo) sia dal punto di vista rivoluzionario (che, per arrivare alla trasformazione del mondo, esige che ci si faccia un’idea esatta delle leggi che ne governano il movimento). Più in particolare, non è possibile disinteressarsi delle condizioni mentali in cui questo contributo continua a prodursi e, perciò, non si può non vigilare affinché sia garantito il rispetto delle leggi specifiche cui è soggetta la creazione intellettuale”.

Con malcelata stanchezza, m’affido all’arte, alla bellezza, come m’affido alla magnesia per la gastrite.

“La sorda riprovazione che suscita nel mondo artistico questa negazione spudorata dei principi cui l’arte ha sempre obbedito e che neppure Stati fondati sulla schiavitù hanno osato contestare, deve far posto ad una condanna implacabile. L’opposizione artistica è oggi una delle forze che possono utilmente contribuire al discredito e alla rovina dei regimi in cui si annulla non solo il diritto della classe sfruttata di aspirare ad un regime migliore, ma ogni sentimento di grandezza e persino di dignità umana”.

Finisco con un portatore sano d’indignazione – sintomatico -, continuando, sinché reggo, quello che nel precedente post m’ero altresì riproposto, presentandovi, così come so fare e quindi a spizzichi e bocconi, le cose di un artista che definirei militante, per il rifiuto del prêt-à-porter del linguaggio artistico: Alberto Sipione. Alberto è fotografo raffinato, che non rifiuta la modernità e la tecnologia, ma le soggioga – dunque, non ne è soggiogato – al processo di recupero dell’arte come dimensione umana irrinunciabile, bisogno essenziale e componente di una nicchia ecologica primigenia. La sua è opera eversiva, nel senso etimologicamente più puro del termine, dal latino e-vertere, cambiare direzione, che trasforma il quotidiano in una dimensione onirica, la cui interpretazione dis-vela il bisogno essenziale comunicativo.

Alberto Sipione, Dottore in Niente (Università Internazionale Situazionista), nasce a Siracusa nel 1968. All’età di 20 anni si avvicina alla fotografia analogica in Bianco Nero. Si interesse ai reportage sociali ed alla fotografia sociale. Venti anni dopo conoscerà personalmente il suo maestro , Pino Bertelli con il quale lo lega un sodalizio decennale. E’ affascinato dalle teorie sull’Urbanismo Unitario sviluppate dall’Internazionale Situazionista, e basa molti suoi lavori sulla Geografia Urbana. Con un passo indietro fra le avanguardie conosce, cura e si lega alle tematiche surrealiste. Tra i suoi cattivi maestri Benjamin Peret, George Bataille e Pierre Molinier. Definisce la fotografia non come un puro mezzo di masturbazioni estetiche e tecniche ma legata alle altre discipline che interrogano e sognano un cambio radicale sociale slegate da qualsiasi commemorazione mercantile.

albertosipione.it

La mostra covid free (Allonsanfàn parte prima: Sergio Poddighe)

E chi lo può sapere quando finisce ‘sta cosa della pandemia. Ci sono fior fiore d’esperti che brancolano nel buio, s’arrabattano come alchimisti nel medio evo, facendo attenzione a non buttar giù le porcellane buone, a non turbare le suscettibilità dei tribunali dell’inquisizione social, che quelli maneggiano punizioni e torture peggio di certi tenutari di scantinati d’antichi castellacci e di anticamere di forche papaline. Insomma, si naviga a vista. Poche idee ma confuse. Posto questo, che mi pare di buon senso, quasi chiacchiera da bar, forse pure peggio, ci sarà poi da ricostruire tutto, economie sfasciate, casse pubbliche di cui si vedono fondi grattati, cose così. Poi, ciascuno, fa i conti con le proprie vittime. Mi pare che però pochi facciano i conti, a parte giusto i diretti interessati, con chi sceglie di campare d’arte, che già era cosa assai complicata in tempi di vacche grasse, ma ora che i bovini sono a stecchetto, attendono di attraversare il deserto. L’arte e la bellezza fanno abbassare il PIL, sono improduttive. Cioè, se compro un quadro bello, e mi posso permettere quello e poco altro, spendo quanto un paio di telefonini, ma il quadro, ch’è l’anticamera dell’inferno, ci sta che mi dura una vita, mentre il cellulare me lo danno a scadenza. Se poi alzo il prezzo, c’è poco da fare, sfioro l’automobile. Peggio, se compro un libro, e metti caso mi viene di leggerlo; richiede tempo, me ne devo stare ore e giorni davanti quelle pagine col rischio materiale che mi spunta uno spiritello critico in testa, m’arricchisco di prospettive inedite e non cash & carry. Tolgo tempo alla fila al centro commerciale, dove, altro che libro compro. Stessa cosa mi succede se mi vado a vedere una mostra o uno spettacolo di teatro, non solo tolgo tempo a cose che hanno più apPIL, ma poi me ne vengo fuori con strane idee.

Moralis de fabula, leggere, ammirare l’arte, la bellezza, sono abitudini da non coltivare, mi pare. Fatte salve alcune “nobili” eccezioni. Perché la cultura, per qualcuno, non è missione da cui ricavare somme gratificazioni dell’anima, e magari tirarci fuori di che campare con decenza, è cosa d’affari, di prebende, familismi, organizzazione del consenso. Mi posso, che ne so, per suadente lusinga del cliente, considerare che sono attore memorabile, fotografatore (da notare il neologismo, contraltare dell’accezione corretta) ispirato, dipingitore (anche qui, mi supero per politically correct, che potevo dire imbrattatele, ma sono persona dabbene) sublime, scrittore arguto e raffinato, e pure, a somma fortuna che s’accompagna ad un ego smisurato, essere cugino del sindaco, cognato dell’assessora, nipote del plurimilionario fabbricatore, che pensa ch’è meglio mi dedichi all’arte altrimenti mi balena in testa di metter bocca negli affari di famiglia. Beh, questi, che di prebende fecero virtute, la crisi non la patiranno, e si vedranno garantiti spazi e fortune, nonché notorietà imperitura, ora e per sempre. Che se poi, con umile portamento, gli chiedi di condividere almeno gli spazi, ti guardano come fossi il lazzaro senza speranza di resurrezione, ti rigirano il no sotto forma di c’è chi può e chi no: ed io può, che da quelle parti troppa cultura bene non fa.

Allora, a me, che di talento non dispongo, ma che per disponibilità economiche e temperamento, nell’arte trovo soddisfacimento per certe pulsioni elementari, mi viene in mente la pletora degli altri, che non li manda Picone e che non hanno facce le cui sembianze sono assimulabili ad altre zone anatomiche. Ecco, tra questi ce ne sono di bravi veramente, alcuni di talento portentoso, che hanno studiato, ma pare non abbiano diritto di cittadinanza, per carattere e ritrosia, talvolta, spesso perché non hanno santi in paradiso che li illuminano d’incenso. E allora io voglio fare una cosa. Una cosa da poco, roba che vale quel che vale, certe volte conta il pensiero. Io questo ho, il blog, e glielo apro, li presento, li ospito come fosse casa loro, anzi, è casa loro. Mi scrivo le mie cose, poi, spazio all’arte ed alla bellezza che altrimenti, ora come ora, non se le vede nessuno. Che importa se qui al massimo la vedono in sette o otto, sono sette o otto più di prima. E mi viene da pensare che se la faccio io questa cosa, poi c’è qualcuno che s’appassiona e reitera il gesto, così l’rt della bellezza diventa pericolosamente alto come quello del Covid. Magari rimane traccia. Se son rose…okkio al PIL.

E allora comincio subito con uno che trovo veramente bravo, perché me lo ritrovo magicamente tra il surrealismo di Breton e le copertine delle Mothers of Invention. Sergio Poddighe.

I lavori di Poddighe sono la rappresentazione del contesto dei desideri umani e dell’uomo stesso come soggetti effimeri, metafora della parzialità dell’essere. L’uomo, dunque, è entità incompleta, mutilata, che rincorre l’effimero come unica vacua speranza compensativa. Riempie i propri vuoti creandone di nuovi, rincorre le proprie ansie costruendone di ulteriori, mai definitivamente consapevole del proprio progressivo allontanamento dalla concreta condizione umana. Proprio sulla condizione umana le opere suggeriscono una riflessione profonda, una riflessione ed un’analisi che possono essere affrontate da più punti di vista, poiché l’accettazione della complessità, quindi delle diverse angolazioni dell’osservazione è l’unico strumento attraverso cui è possibile costruire una prospettiva di ricomposizione dell’essere umano.

SERGIO PODDIGHE è nato a Palermo nel 1955. Si è diplomato al Liceo Artistico della sua città e in seguito presso l’Accademia di Belle Arti di Roma (corso di pittura). Ha insegnato Discipline Pittoriche presso il Liceo Artistico Statale, dal 1990 risiede ed opera ad Arezzo. Si è interessato agli aspetti simbolici e psicologici del segno grafico (per questo ha frequentato per un anno l’Istituto di Studi Grafologici di Urbino), come delle espressioni legate al mondo dell’illustrazione, del fumetto e della pubblicità. Ha prestato la sua opera per l’esecuzione di decorazioni, copertine di libri, manifesti legati a spettacoli ed eventi culturali. La sua ricerca pittorica si snoda attraverso percorsi espressivi diversi: dalla grafica, alla sintesi tra manipolazione digitale e pittura propriamente detta. Ha all’attivo numerose personali e partecipazioni a rassegne d’arte contemporanea in Italia e in Europa (Francia, Germania, Belgio, Svizzera, Austria, Romania, Croazia). Ha esposto in rassegne d’arte contemporanee in Usa (New York City, Houston, San Diego, Los Angeles), e al padiglione italiano di Art Basel Miami (edizione 2010); con i reduci di questa rassegna ha partecipato, in seguito, a “ Venti artisti internazionali a Palazzo Borromeo” , Milano. In Florida, inoltre, presso la contea di Walton, ha allestito due personali. Sue opere fanno parte d’innumerevoli collezioni private e pubbliche.

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Il vento lo fa

Il vento qualche volta lo fa. S’arriccia il pelo che pare un gatto, si smarca dall’orizzonte azzurro col colore della sabbia, e s’avventa a terra come se questa gli avesse strappato di bocca il topo. “Non ce n’è pesce, e non ce n’è per tre giorni”, dice Gianni. “Tanto dura”. E si mette la barca a posto, che pure al porticciolo non è sicura, si alzano certe onde come a mare aperto, e quanto le smanaccia il libeccio. Bisogna allontanarla dallo scoglio e dalla banchina, tesa a mezza costa dalla cima alla bitta e con l’ancora per l’altra parte. E si spera che regga, senza grattare troppo il fondo, trovando appiglio giusto sott’acqua su uno scoglio robusto, e no sulla sabbia fine e fango. Il rischio è che te la ritrovi un pezzo qua e uno là. Pure gli stagnoni si sono gonfiati, e garzette e pellicani e ogni altro uccello da pesca se ne stanno per aria, immobili, paiono scolpiti nelle nuvole di sabbia e appesi a una specie di soffitto. Tanto, manco per loro c’è pesce. Quelli se ne sono andati al largo, nel silenzio profondo, dove non s’ammaraggiano troppo, non rischiano di finire pancia sopra sulla spiaggia, o a sguazzare senza scampo nelle pozze sugli scogli. Per un po’, laggiù, sono pure più tranquilli, che non s’aspettano né bocconi amari né impigli. Quelli che non ce la fanno già sono pranzi veloci dei gabbiani.

Certe volte lo fa, il vento, che all’incrocio dei due mari s’infila nel gradino che quello più caldo fa sopra quello più freddo, e la striscia bolle di schiuma. Una volta o due ti pare di vederci sotto Cariddi, tanto s’agita. Con lo sguardo cerchi di capire dove arriva, ma poi la perdi perché la schiuma si alza fino al cielo e non si vede niente. Il sale ti entra negli occhi, la sabbia in bocca. Un bar aperto c’è, piccolo, con la signora che borbotta come una caffettiera, contro il tempo, contro la stagione, contro il governo. Gli altri sono chiusi, quelli sono di gente di fuori, aspettano i turisti ed ancora non è tempo loro. Comunque, un caffè si recupera. Sa di sale pure quello, o forse è solo il sale che t’è rimasto in gola per quei cento metri sulla banchina, in mezzo al paese deserto e alle scoppole del vento d’Africa. “Non ce n’è pesce”, dice pure lei, e torna a maledire tutto. “Tre giorni dura”.

Il vento qualche volta lo fa, soffia tre giorni e poi smette. Questo è solo il primo, per gli altri s’aspetta. Nemmeno le barche grosse escono col tempo così. E dove vanno, a farsi inghiottire da Cariddi, a farsi scippare le reti da Scilla?

Il vento lo fa, qualche volta, che ti deposita le posidonie pure sulle cime delle palme, ti scoperchia le serre, si ruba la spiaggia e con la sabbia rossa ci ricopre la strada. Quei quattro chioschi di legno che in estate sfornano bicchieri colorati non ce la fanno nemmeno a passare la prima mezz’ora, poi chissà se li recuperi per la bella stagione. Magari approdano più in là, dopo il promontorio, si travestono di barca fenicia, o relitto di disperazione, e qualche genio in costume, fra qualche mese, si pensa d’aver trovato chissà quale testimone di intemperie tropicali, di viaggi senza rotta, di pirati e corsari.

Il vento lo fa, certe volte, che d’improvviso s’inchina. Lo fa quando sei solo però, che s’abbassa e ti fa passare, sino allo scoglio, concedendoti il tempo per raccogliere la stella. Lo fa quando sei solo, così, se lo racconti, non ci crede nessuno.

Lavorare stanca

Che a me, poi, la fregola del lavoro non m’è mai presa. Domani ricomincio e, se mi guardo dietro, non è che abbia mai davvero smesso. Mi sono concesso le pause fisiologiche, quelle per le camicie da stirare, la liturgia del baccalà, il riassetto delle piante in terrazza, e due parole smesse buttate su queste pagine. “Prof. – mi viene in mente che mi dice la giovane alunna – ma lei l’ha fatto il ’68?”. Bene, delle due l’una, che a quella creatura sopra i vent’anni paiono tutti uguali, oppure sono ormai messo così male in arnese che non riesco più a dissimularlo. “Certo che no”. E la collega con lo stivaletto sadomaso sogghigna, che mi dovrebbe almeno una cinquemila lire a mo’ di compenso per il siparietto. Non è che può essere tutto gratis. E no che non l’ho fatto, manco fonetizzavo consapevolmente i miei primi abbozzi di vaff… Pure il ’77 me lo sono visto da uno scoglio, che mi rendevo appena autonomo nella pesca col bolantino. Il riflusso me lo sono goduto, invece, tutto, pure quello gastroesofageo, che da allora, a furia di calci nei denti, vado avanti di magnesia. La ricerca della libertà è salto ad ostacoli. Che non sia stravecchio come certi brandy mi viene però, a magra consolazione, dalla stima lontanissima della data fatidica della pensione. Quasi manco ci penso più a quella dimensione d’utopia. Pare che, da qualche parte, su qualche foglio sparso d’una scrivania borbonica, ci sia scritto a mio uso e consumo “fine pena mai”, come per certi ergastolani che si sono macchiati di crimini efferati e nefandezze. Oh, intendiamoci, a me piace il lavoro che faccio, mi gratifica, lo faccio con passione, l’ho scelto rinunciando a cose assai meglio retribuite e socialmente gradite, e non mi risparmio, anche oltre quanto mi è richiesto. Posto questo, c’è la valutazione che saprei cosa fare se mi dicessero “da domani fai festa”. Potrei confrontarmi con la ricerca estrema del talento nascosto nel mio più intimo. Perché tutti trascorriamo anni a cercare di disvelarlo quel talento che abbiamo sepolto nel nostro più profondo. Taluni, fortunati mortali, lo trovano subito. A me non è stato dato d’incontrarlo, ma c’è qualcosa che mi suggerisce quale è: semplicemente non fare nulla. Ecco, sono sicuro che in quella pratica eccellerei, sarei Nobel per la nullafacenza. Certo, potrei cominciare subito subito, per vedere se riesco davvero così bene. Ma c’è sempre qualcuno che ti impedisce di esplorare i tuoi talenti – è così che è fatta la società dell’oggi – e ti manda bollette a tradimento, ti chiede il conto alla cassa, la rata del mutuo. Dunque, mi tocca aspettare ancora parecchio, forse inutilmente per la decodifica di quel “fine pena”. E allora, così, per celia, mi balena in testa l’idea che potrei chiedere un finanziamento alle pubbliche istituzioni, creo una start up, come si dice oggi nel linguaggio evoluto che ancora mi sfugge nelle sue linee guida più elementari. Un bel progettino da presentare a comuni, provincie, regioni, al governo nazionale e financo all’Unione Europea. Un progetto preciso, puntuale, dettagliato, con cui chiedo di essere retribuito all’unico scopo di rivendicare per me il talento che m’è stato sottratto, finalmente non fare nulla. Lo articolo per bene in che cosa consiste, passo passo, voce per voce di spesa, bilancio preventivo e consuntivo. Perché non dovrebbero concedermelo, che danno milioni, talora di più, a certi ceffi che poi con quei soldi ci fanno danni inenarrabili? Sbancano, inquinano, sfruttano, perseguitano. Io, invece, prometto solennemente che non farò nulla, dunque nemmeno danni. La richiesta la ceralacco col sangue, se serve. E poi mi metto silenziosamente a contemplare quel che resta della bellezza, della terra e del mare insieme, prima che qualche altro contributo a pioggia non se li porti via.

Vabbé, lascio a chi m’è capitato qui tra le righe una cosarella che avevo già pubblicato qualche tempo fa, che oggi più di tanto non mi viene da fare. E spero sia di buon auspicio in questo scorcio giovanissimo d’anno.

“E come tutti i santi giorni che Nostro Signore ha voluto regalarci di vita grama su questa terra, il Signor Padrone, ormai sazio, scelse tra le ossa lasciate nel piatto quello più nudo e ripulito, ché dove c’era ancora carne valevano oro per il brodino della sera. Con quello in mano aprì l’uscio e lo lanciò tra i cani affamati nel cortile. Subito le bestie, sbranandosi l’un con l’altra, cercarono di avventarsi sul magro bottino.

Molte rimasero sanguinanti sul selciato, e più d’una non si sarebbe più rialzata. Il Signor Padrone, al cospetto della ferocia del branco, valutò con soddisfazione di come quello avrebbe difeso la sua casa e la sua ricca dispensa. Il vincitore della contesa, si trascinò a fatica verso di lui con il suo misero trofeo tra i denti, i brandelli di carne che si staccavano lasciando scoperte ferite purulente, e sollevò la zampa per ringraziare il suo benefattore. E questo per ogni santo giorno che Nostro Signore ha voluto regalarci di vita grama su questa terra, per la gioia del Signor Padrone, sempre più raggiante pel colore rosso sangue del selciato del suo cortile. Le povere bestie, esauste per digiuno e dolore, con gli occhi al Cielo cercavano di incrociare lo sguardo di Nostro Signore – non era forse Lui il Signore di tutte le creature? – nell’attesa disperata di aggiudicarsi il prossimo ossicino e placare così la propria fame con la generosità del Signor Padrone.

Poi venne il giorno in cui quei fantasmi rinsecchiti e laceri non ebbero più forza nemmeno per sollevare gli occhi al Cielo, ed al cospetto del Signor Padrone sull’uscio, si trovarono d’improvviso a sbirciare in casa avvedendosi di quanto ricca fosse la sua dispensa, ma di più di quanto pingui fossero le sue chiappe. E quello fu l’ultimo giorno in cui affondarono le loro fauci su una creatura vivente, il giorno prima rimase per sempre l’ultimo in cui lo fecero con i propri simili.

E voi anime elette, esseri superiori, che dominate dall’altezza vertiginosa di una piramide il resto del mondo ma che vi scannate nell’arena per la gioia del Vostro Signor Padrone, quando smetterete di guardare alla sua generosità e vi avvedrete delle sue chiappe succulente?”

Alla tua, Abate Faria

Ci sono personaggi della letteratura che se ne stanno nell’immaginario senza fare rumore, non vogliono dare fastidio. A volte ritornano, come un fiume carsico che riemerge più in là. A me ne è rimasto uno che mi si affastella ultimamente, insieme ad altre memorie, si fa il fotofinish con il Capitano Achab: l’Abate Faria, rincalzo di punta nel Conte di Montecristo di Alexandre Dumas e Auguste Maquet. Lessi il romanzo ch’ero alle medie e ancora c’era in giro il maestro Manzi.

Ogni mese o due – non ricordo bene – un professore che aveva la sigaretta accesa incorporata, rovesciava sulla cattedra un po’ di libri sbiaditi e logori, e noi dovevamo pescarne uno dal mucchio. Già allora avevo una certa repulsa per lo sgomito, m’è rimasta per le resse al banco delle cene a buffet – di norma digiuno -. A scanso d’equivoci, non è che spintonarsi alla cattedra fosse da ascrivere ad avidità culturale di quella ciurma scalcagnata della nave Suburbia; è che il professore pretendeva la relazioncina sul libro che avremmo dovuto leggere. Dunque, sic et simpliciter, l’azzanno collettivo era funzionale all’accaparro del libro con tante figure e poca roba scritta. Il Conte di Montecristo non rientra in quella categoria e, da buon ultimo, mi toccò a primo acchito. Facendo di necessità virtù, lo lessi d’un fiato, folgorato sulla via di Damasco. Divenni, senza porre tempo in mezzo, io stesso il conte, spietato come lui, ricco assai meno. Tuttavia, sfidavo a singolar tenzone i coetanei più grossi, perché tanto più il nemico è armato più ne verrà in gloria l’averlo affrontato. Accampando pretesti per presunti torti subiti, davo appuntamenti all’alba dietro conventi dei frati minori, brandendo l’indice a mo’ di spada. Ne buscai tante, ma ne uscivo soddisfatto. Per un periodo almeno. Poi, coi lividi, mi crebbe il dubbio, una cosa sotto la pelle che incomprensibilmente mi procurava pruriti nervosi. Decisi di rimettere mano al testo per cercare di capire cosa mi fosse sfuggito e che mi cortocircuitava in testa. Alla ressa successiva, poiché era ormai nota la mia spietatezza, non dovetti sgomitare. Le folle s’allargarono davanti a me come s’aprirono le acque del Mar Rosso al passaggio del popolo eletto, e m’assicurai si il libro di poche righe e tante figure, ma sotto vi feci scivolare con destrezza il fitto “Il Conte di Montecristo”, compiendo il mio primo esproprio proletario. Lo lessi e lo rilessi, quasi non pensavo ad altro. Fu lì che il conte divenne comprimario dell’abate. Ma come, pensai, quello s’affanna per uno spicchio di cielo, per un sorso d’aria, ti fa pure cristiano (nel senso d’umano, senza troppe accezioni religiose, come dicevano i vecchi) spiegandoti le cose del mondo, l’uso proprio del verbo, ti spiana strada per libertà definitive scavando il tunnel della Manica con le unghie e un cucchiaino da tè, t’attrezza un’autostrada verso la ricchezza, e tu che fai? Adesso che sei stramiliardario, che al cospetto Trump pare il ragazzo che ti chiede l’Euro del carrello della spesa, ti potevi comprare un’isola della Grecia o della Martinica, farti un Resort con tutti i confort; oppure, se proprio ti piaceva la bella vita d’occidente, un castello nella Loira, in riva al bosco, con giardino, sauna e doppi servizi. Se pure t’era rimasta in cuore la nobile fanciulla di cui i traditori t’avevano privato con cinica arguzia, vattela a rapire notte tempo, che lei ci viene con te, che t’ha serbato ricordo caldo nella memoria. Con lei te ne potevi stare tranquillo e beato a goderti la fortuna che t’è accorsa, a brindare con Bordeaux e Cognac alla memoria dell’abate, portandoti dietro pure l’unico vantaggio della reclusione: l’essere regredito alla condizione umana primigenia, capace d’afferrare il senso di ciò che si intende per bisogno essenziale, consapevole, finalmente, di cosa significa appagarlo. E invece… Ti procuri un servo sciocco, ti vesti come un manichino d’una Standa d’epoca, e t’appresti a vendicarti, arrovellandoti e costruendoti prigioni di fegato e bile. E la libertà? Non ti serviva quella?

Ecco, questo ne ricavai, che il conte quasi non me lo ricordo, l’abate, invece, me lo porto dietro.

Ultimamente, come dicevo, mi si è ripresentato, l’abate intendo. Saranno le lunghe reclusioni forzate, le quarantene, la prigione del lavoro che s’accosta alle quattro mura tra cui soffrire la clausura, ma, insomma, a me manca l’Abate Faria, tanto più che non ho vendette da consumare.

E come Edmond, tutti, soli con noi, riconquistiamo lentamente ma inesorabilmente l’essenza stessa della natura umana, con le barbe che sfogano la loro pulsione antigravitazionale, capelli che s’arruffano, forchette che spariscono, vestiti che si ungono di soffritti. Ma come un qualsiasi Dantes, la libertà ritrovata, anche solo per un istante, si trasforma in vendetta. Dal carcere alla ressa ai centri commerciali, davanti ai concessionari per comprare la vettura con cui ingravidare il garage, affollare i parcheggi, congestionare gli incroci, prenotare appuntamenti notturni con operatori estetici che recuperano dall’abbrutimento le forme ataviche della nicchia ecologica. A me viene voglia d’altro, di corse (lente, anzi, lentissime, facciamo passeggiate) ignudi sulle spiagge deserte del Mar d’Africa, sino al tramonto ed alle reti di Pilu Rais, nella speranza della ricciola all’acqua pazza, delle rughe dell’altopiano quando piove, che gli orti si gonfiano d’orgoglio e le mucche promettono formaggi, col contadino, prima scosso del tuo apparire selvatico, che poi si commuove e t’omaggia d’uova e verdure. E la sindrome della capanna che diviene ritiro assai poco spirituale in amplessi incondizionati tra comunardi e baratti d’essenze biologiche. È la libertà che mi penso. Ma voi, novelli Dantes, di chi volete vendicarvi, della vita stessa, della bellezza che non v’è stata prescritta dal medico o da un faccialibro qualsiasi e che non riconoscete più, pure vi infastidisce quando, solo guardando un estratto conto – spesso in rosso –, sceglierete cosa fare del sorso d’aria che v’è concesso?

Il Maestro di Regalpetra

Mi dicono che non si festeggiano i compleanni prima, pare porti sfortuna al festeggiato. E tuttavia non desisto: sono animato da buoni propositi. Non desisto poiché il compleanno è di persona assai in vista, di cui tanti, e di prestigio, diranno e scriveranno (vi potrei fare un elenco dettagliato e preciso, senza tema di smentita, di quelli che faranno gli auguri più mirabolanti). Mi porto avanti, insomma, non rischio, vista la vetrina di cui dispongo, d’essere tacciato di presunzione, poiché i miei auguri li faccio pure in anticipo. E poi, se li faccio in posizione defilata ed anzitempo non metto in imbarazzo nessuno di quelli di cui sopra. Mica mi voglio mettere a certi pari… Io che parlo coi sassi, sono praticamente un disadattato, sfioro il border line, ad essere ottimisti.

Il Maestro di Regalpetra l’ho incontrato alcune volte ch’ero molto giovane, titolare di assai più capelli pure dai cromatismi definiti. Mi fu anche presentato, almeno tre volte, e se si esclude la prima, per le altre si replicò la liturgia, segno d’un passaggio inosservato degli antecedenti, cui non m’opposi, più per pudore che per orgoglio. Del resto, allora, al massimo, frequentavo luoghi di risacca, e le partenze non mi si confacevano. Ed un’isola è piccola e chiusa per definizione. Gira, gira, alla fine ci si incontra. Foss’anche per un rosolio alla cannella in riva ad un bar.

Ad ogni buon conto, un secolo fa, l’8 gennaio 1921, nello stesso anno del PCI, nasceva a Racalmuto, in provincia di Agrigento, Leonardo Sciascia. È stato tra gli intellettuali e scrittori italiani più rilevanti del secolo scorso. Nisticò, storico direttore dell’Ora di Palermo, l’avrebbe definito siciliano di scoglio, per la sua ritrosia – forse ripulsa, persino – a lasciare, anche solo per brevi periodi, l’isola. Eppure la sua opera, organicamente incentrata sullo studio delle viscere della Sicilia, del suo lato oscuro, lo rende protagonista della letteratura internazionale, poiché ha reso il racconto della sua terra l’archetipo illustrativo delle contraddizioni umane. La sua scrittura era tagliente, acuta, disvelava in ogni passaggio la sua conoscenza profonda del carattere dei siciliani, ne metteva a nudo il dispiegarsi in tremila anni di storia, in una sorta di continuità che ha fagocitato impietosamente ogni sovrapposizione culturale. Una Sicilia oppressa che ha reso i siciliani propri stessi oppressori, li ha inesorabilmente integrati nella natura ambigua in cui verità e menzogna si inseguono in un gioco permanente di specchi. Come volesse riprodurre ciò che l’immagine geografica di quella terra ha voluto restituire con la sua forma, tripartita, triplice, triangolare, in un ritorno costante e circolare a quel tre che, oltre la perfezione del numero, incarna la somma del primo pari e del primo dispari, articola il tutto esattamente alla stregua del suo esatto contrario. Molti suoi scritti, hanno la caratteristica di riprodurre le dinamiche diacroniche di un rapporto autorigenerantesi all’infinito tra vittime e carnefici. La sua stessa concezione della rinascita dell’isola era sviluppata sulla contraddizione tra la necessità ineluttabile di un processo rivoluzionario e la constatazione della sua stessa irrealizzabilità. Allo specchio mette, ne “Il giorno della civetta”, il capitano Bellodi e il padrino don Mariano Arena, in un dialogo amplificato dal film tratto dal romanzo e per la regia di Elio Petri. In quell’occasione, Sciascia fu accusato di volere in qualche modo legittimare la vecchia mafia, tutto sommato permeata ancora da un “codice d’onore”. In realtà, alla luce della produzione complessiva del maestro di Racalmuto, pare piuttosto che emerga una sorta di tacito riconoscimento del padrino allo stato come proprio “affidabile” interlocutore. Nel breve spazio di un dialogo, Sciascia ripropone insieme la questione meridionale, la subcultura mafiosa, ma anche la sostanziale accondiscendenza dello stato, per un gioco delle parti protrattosi sin dall’Unità d’Italia, che ha consentito all’organizzazione criminale di divenire “una” delle tante espressioni manifeste del potere e di evolversi sino a dimensioni allora insospettabili. Insospettabili proprio per benevolenza istituzionale. “La mafia se non ci fosse bisognerebbe inventarla”, diceva Scelba, da ministro dell’interno, assai proteso più a soffocare le rivolte contadine nell’isola, piuttosto che le vittime della sopraffazione mafiosa. Ma anche per una qualche distrazione da parte di pezzi consistenti della stampa, compresa quella locale, che, come certi consigli comunali – dunque, anche della politica -, diceva Sciascia, preferiscono parlare del Vietnam che delle cose immediatamente fuori dell’uscio di casa.

Lui, invece, vuole vederci chiaro. Individua nella mafia la ricomposizione sociale, politica, culturale di eventi storici. La sua genesi, la sua esplosione, la sua straordinaria capacità criminale, non è frutto del destino cinico e baro, o di una sorta di deriva genetica dei siciliani, ma della precisa combinazione di obiettivi strategici, di natura politica ed economica, e della miseria, della destrutturazione culturale di un intero popolo messa in atto cinicamente. E non vi sono né sollevazioni popolari, né uomini dotati di raffinatissimo intelletto che vi possano porre rimedio. In qualche modo, Sciascia usa i suoi personaggi come burattini o marionette di questa trama già scritta. Il loro apparire sulla scena è la recita a soggetto, ciò che li precede è già noto, inutile reiterarne la genesi. I suoi personaggi sono prigionieri della storia, ed interpretano il ruolo che questa ha riservato loro. Non godono di alcuna libertà, non riescono nemmeno per un attimo ad essere artefici del proprio destino. In questo senso, forse, la sua narrativa è spietatamente antipirandelliana, poiché l’altro agrigentino certamente lasciava, pur mantenendone per sé il controllo con fili sottilissimi, margini al libero arbitrio dei suoi personaggi, perché fossero protagonisti della propria stessa vicenda umana.

Nella sua scrittura, Sciascia appare dotato di una capacità straordinaria di sintesi, a fronte di un profondissimo acume analitico. I fatti vengono eviscerati, scandagliati da ogni angolazione, disvelati nella loro contraddittorietà e quindi esposti senza nulla concedere all’improvvisazione narrativa. Ma nella sintesi efficace non si abdica all’espressione sorprendente, all’invenzione letteraria, ad un linguaggio superbo, colto, elegante. Il ruotare intorno alle vicende storiche e umane, all’osservazione attenta e minuziosa d’ogni più recondito ed apparentemente insignificante dettaglio, sembra essere l’esatto contraltare della sua postura statica. Immobile, come la statua che campeggia sulla piazza del suo paese natale, con l’immancabile sigaretta in mano, Sciascia si è assicurato un posto in prima fila nel teatro degli accadimenti, la cui rapidissima e folle corsa li porta a roteare intorno a lui perché ne possa cogliere le più impercettibili sfumature.

La sua coerenza è granitica, non ha mai inteso giustificarsi di quanto detto e scritto. Ho già detto delle critiche a “Il giorno della civetta”. I suoi interventi da deputato contro il duro trattamento che veniva riservato ai terroristi, gli era valsa l’accusa di una sorta di accondiscendente benevolenza nei confronti di questi, e critiche feroci aveva suscitato l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera “I professionisti dell’antimafia” – titolo che, invero, non aveva scelto lui – in cui attaccava le modalità di selezione dei magistrati impegnati nella lotta alla mafia. In quell’occasione, pure per il riferimento esplicito a Paolo Borsellino, fu al centro di polemiche alimentate dai suoi detrattori che si erano spinti a definire quello scritto come un regalo alla mafia ed un’aggressione gratuita a chi cercava invece di contrastarla. Ma se, nel primo caso, è ovvia la natura di recupero dello stato di diritto – non è possibile derubricare la lotta alla tortura come un semplice orpello protoumanitario, al cospetto del pericolo ancorché oggettivo del terrorismo (quale riferimento vertiginoso a “In morte dell’inquisitore”) -, nel secondo, la riflessione non fu così ben accetta, tanto più che arrivava a valle della stagione della guerra di mafia. Sciascia, con scarna puntualizzazione, precisò che lo stesso trattamento “benevolo” riservato a Borsellino non valse per Giovanni Falcone. Fatte salve le differenze contestuali tra quel periodo e le sabbie mobili dell’attualità, in quanti, oggi, si sentirebbero di criticare quel j’accuse alle modalità di attribuzione degli incarichi in magistratura?

Emerge ancora uno Sciascia che individua nel suo presente le condizioni degenerative del futuro, una prospettiva sempre e comunque di causa-effetto d’ogni accadimento umano.

Romanzi come “Todo modo”, “Una storia semplice”, “A ciascuno il suo”, dovrebbero essere dotazione organica delle scuole d’ogni ordine e grado. E l’obiezione della loro specificità regionale non ha fondamenta: quanto pensate che uno studente di Cefalù possa riconoscere come parte della propria identità un’immagine quale “quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno”?

Sciascia è stato un intellettuale autentico, non s’è accomodato, men che mai posizionato. Ha mantenuto distanza critica costante dal potere poiché quello era suo compito statutario, l’unico che consente all’intellettuale di contribuire a cambiare lo stato di cose esistente.

Ahimè, non se ne vedono molti altri in giro. Mala tempora currunt.