Inabissamenti
«Cessate il fuoco» che è cosa che va detta, pure se ad ogni sospiro in detta direzione pare che taluno appicci miccia per puro dispetto a far pira d’intera moltitudine già ad ampia disgrazia. Non se ne spegne alcuna, ma altra s’accende, tale altra minaccia di farlo che il tarlo della bomba s’ode assai vicino. C’è voglia di farne assaporare il sapore acre ad ogni creatura vivente che s’affaccia ad un qualunque orizzonte ed anela silenzio e basta, serenità di guardare. Ed io a quello aspiro forse perché nacqui ad isola e a desiderio di solo pace e nient’altro, che è tale solo a condivisione. Non ci fu abitante di piccola isola – mai me ne venne ricordo – che decise che sua direzione dovesse essere lanciare bomba per invasione. Che l’isola basta a sé mentre i polmoni si fanno otre pieno di sale perché «… l’uomo nasce isola nell’isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natìa circondata dal mare immenso e geloso.» (Luigi Pirandello)
Le mie isole paiono dar fastidio, c’è gelosia per bellezza che gli toccò di pagare a prezzo assai alto. Quella mia più grande s’accenna di non essere più tale – isola, intendo – per oltranza d’ancoraggio a fermo di continente per inutilità conclamata di destino vigliacco di cemento mentre il d’intorno crolla e si fa arido per sete assoluta. Quella assai piccola che mi diede natali un tempo si celebrava sonnacchiosa, aspirava salsedini, si godeva silenzi d’ovatta, sole e basole luminose. Ero piccolo allora, forse senza denti, certo con scarpe assai male a tenuta, frantumate per scoglio puntuto, mentre esaudivo desiderio di guardare oltre quella linea appena più chiara per immaginare che lì c’è pure altro. «È una fortuna aver letto quando si era ragazzi. E doppia fortuna aver letto libri di vecchi tempi e vecchi paesi, libri di storia, libri di viaggi e le Mille e una notte in modo speciale. Uno può ricordare anche quello che ha letto come se lo aveva in qualche modo vissuto, e uno ha la storia degli uomini e tutto il mondo in sé, con la propria infanzia, Persia a sette anni, Australia a otto, Canadà a nove, Messico. a dieci, e gli ebrei della Bibbia con la torre di Babilonia e Davide nell’inverno dei sei anni, califfi e sultane in un febbraio o un settembre, d’estate le grandi guerre con Gustavo Adolfo eccetera per la Sicilia-Europa, in una Terranova, una Siracusa, mentre ogni notte il treno porta via soldati per una grande guerra che è tutte le guerre.» (Conversazione in Sicilia, Elio Vittorini) Ora quella non pare più isola, gigantesca rivendita di fritti e rancide memorie di ciò che fu, un grande mercato dove non c’è più nessuno tanto pare affollato.













Poi c’è quell’altra isola, quella dove da ragazzo andavo nuotando a sfavore di risacca, aggrappato ad un modesto pneumatico mezzo sgonfio. Una striscia di terra, cento metri di scoglio affiorante con un piccolo faro che vi sporge lateralmente, perché le navi che trafficavano il Mar d’Africa sin dai Fenici non finissero per farne conoscenza rumorosa. Ci assaggiavo il mare nello scrigno dei ricci, mi concedevo la spesa dei polpi per l’insalata della sera. Ci cresceva poco sopra, troppo stretta e troppo a mare, solo porri selvatici che le avevano dato nome. Chissà come c’era finita lì quell’isola! Forse un bradisismo, o forse era ciò che restava d’un istmo che le correnti avevano amputato. Fatto sta che mare a destra, a sinistra, a nord, pure a sud, mi pareva che stavo viaggiando con una zattera alla deriva. Poi qualcuno s’è avveduto che quello era posto di meraviglia, e piano piano si mise a farlo sparire che quasi non si vede più. Me ne serbo il ricordo antico nella vecchia foto della testata di queste note al margine. Dicono che è la corrente che se la sta mangiando, quella spostata là di forza dal grande porto a ovest. Macché, figuratevi se il mare si mette ad ammazzare la sua bella figlia, rispondo, l’isola se ne sta andando da sola, di sua volontà, che lo schifo non lo regge.
Ora c’è anche quell’altra, che mi concedo di guardare da lontano nelle giornate d’inverno, sul belvedere accanto alla torre che taluno costruì a verificare l’eventualità di sbarchi ostili di pirata. C’è lì l’incrocio di due mari e diverso sale e temperatura diversa gliene cambiano i colori, così pare che qualcuno tirò dritto una linea precisa a separarli. Ci sono giorni che sto dà impressione che uno scivoli sotto l’altro con la cresta fatta che pare di Scilla o Cariddi. Il vento non va mai via, si fa bufera e tempesta, scrolla la testa della fortezza al capo d’oriente dell’isola. Quando si ferma dura un attimo, l’istante che pare di sentire le grida antiche della tonnara, la mattanza furibonda che non fa prigionieri. Ora è solo silenzio in attesa del giudizio finale di chi volle venderla per farne terra di barbari, quintessenza dell’invasione che detesta il mare e ne cerca le sponde per seppellirle nell’agonia d’un tempo morto, l’apologia fulgida della distruzione per divertimento senza anime, un tanto al chilo.




























