Inabissamenti

«Cessate il fuoco» che è cosa che va detta, pure se ad ogni sospiro in detta direzione pare che taluno appicci miccia per puro dispetto a far pira d’intera moltitudine già ad ampia disgrazia. Non se ne spegne alcuna, ma altra s’accende, tale altra minaccia di farlo che il tarlo della bomba s’ode assai vicino. C’è voglia di farne assaporare il sapore acre ad ogni creatura vivente che s’affaccia ad un qualunque orizzonte ed anela silenzio e basta, serenità di guardare. Ed io a quello aspiro forse perché nacqui ad isola e a desiderio di solo pace e nient’altro, che è tale solo a condivisione. Non ci fu abitante di piccola isola – mai me ne venne ricordo – che decise che sua direzione dovesse essere lanciare bomba per invasione. Che l’isola basta a sé mentre i polmoni si fanno otre pieno di sale perché «… l’uomo nasce isola nell’isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natìa circondata dal mare immenso e geloso.» (Luigi Pirandello)

Le mie isole paiono dar fastidio, c’è gelosia per bellezza che gli toccò di pagare a prezzo assai alto. Quella mia più grande s’accenna di non essere più tale – isola, intendo – per oltranza d’ancoraggio a fermo di continente per inutilità conclamata di destino vigliacco di cemento mentre il d’intorno crolla e si fa arido per sete assoluta. Quella assai piccola che mi diede natali un tempo si celebrava sonnacchiosa, aspirava salsedini, si godeva silenzi d’ovatta, sole e basole luminose. Ero piccolo allora, forse senza denti, certo con scarpe assai male a tenuta, frantumate per scoglio puntuto, mentre esaudivo desiderio di guardare oltre quella linea appena più chiara per immaginare che lì c’è pure altro. «È una fortuna aver letto quando si era ragazzi. E doppia fortuna aver letto libri di vecchi tempi e vecchi paesi, libri di storia, libri di viaggi e le Mille e una notte in modo speciale. Uno può ricordare anche quello che ha letto come se lo aveva in qualche modo vissuto, e uno ha la storia degli uomini e tutto il mondo in sé, con la propria infanzia, Persia a sette anni, Australia a otto, Canadà a nove, Messico. a dieci, e gli ebrei della Bibbia con la torre di Babilonia e Davide nell’inverno dei sei anni, califfi e sultane in un febbraio o un settembre, d’estate le grandi guerre con Gustavo Adolfo eccetera per la Sicilia-Europa, in una Terranova, una Siracusa, mentre ogni notte il treno porta via soldati per una grande guerra che è tutte le guerre.» (Conversazione in Sicilia, Elio Vittorini) Ora quella non pare più isola, gigantesca rivendita di fritti e rancide memorie di ciò che fu, un grande mercato dove non c’è più nessuno tanto pare affollato.


Poi c’è quell’altra isola, quella dove da ragazzo andavo nuotando a sfavore di risacca, aggrappato ad un modesto pneumatico mezzo sgonfio. Una striscia di terra, cento metri di scoglio affiorante con un piccolo faro che vi sporge lateralmente, perché le navi che trafficavano il Mar d’Africa sin dai Fenici non finissero per farne conoscenza rumorosa. Ci assaggiavo il mare nello scrigno dei ricci, mi concedevo la spesa dei polpi per l’insalata della sera. Ci cresceva poco sopra, troppo stretta e troppo a mare, solo porri selvatici che le avevano dato nome. Chissà come c’era finita lì quell’isola! Forse un bradisismo, o forse era ciò che restava d’un istmo che le correnti avevano amputato. Fatto sta che mare a destra, a sinistra, a nord, pure a sud, mi pareva che stavo viaggiando con una zattera alla deriva. Poi qualcuno s’è avveduto che quello era posto di meraviglia, e piano piano si mise a farlo sparire che quasi non si vede più. Me ne serbo il ricordo antico nella vecchia foto della testata di queste note al margine. Dicono che è la corrente che se la sta mangiando, quella spostata là di forza dal grande porto a ovest. Macché, figuratevi se il mare si mette ad ammazzare la sua bella figlia, rispondo, l’isola se ne sta andando da sola, di sua volontà, che lo schifo non lo regge.
Ora c’è anche quell’altra, che mi concedo di guardare da lontano nelle giornate d’inverno, sul belvedere accanto alla torre che taluno costruì a verificare l’eventualità di sbarchi ostili di pirata. C’è lì l’incrocio di due mari e diverso sale e temperatura diversa gliene cambiano i colori, così pare che qualcuno tirò dritto una linea precisa a separarli. Ci sono giorni che sto dà impressione che uno scivoli sotto l’altro con la cresta fatta che pare di Scilla o Cariddi. Il vento non va mai via, si fa bufera e tempesta, scrolla la testa della fortezza al capo d’oriente dell’isola. Quando si ferma dura un attimo, l’istante che pare di sentire le grida antiche della tonnara, la mattanza furibonda che non fa prigionieri. Ora è solo silenzio in attesa del giudizio finale di chi volle venderla per farne terra di barbari, quintessenza dell’invasione che detesta il mare e ne cerca le sponde per seppellirle nell’agonia d’un tempo morto, l’apologia fulgida della distruzione per divertimento senza anime, un tanto al chilo.

Campo di gioco

«Cessate il fuoco!», che non si può iniziare in modo altro, pure se c’è in giro grande orecchio da mercante a far finta che non ce n’è bisogno. Che mi interrogai a ripresa diversa, praticamente in costanza, di cosa buffa che parve democrazia, che popolo vuole pace e potente preme a guerra e dice a parte di popolo che protesta di certa vivacità, non c’è da far cagnara che cosa è già decisa e fuoco non si cessa fino a soluzione finale. Non me ne capacitai neppure me ne feci ragione, manco capii come mai. Poi ci fu banana ad attacco di nastro adesivo che si fece opera d’arte di prezzo che pare per pittore di Rinascimento buono e lì forse qualcosa colsi. Da lì mi viene, infatti, che parto a far riflessione.

Poiché l’artista decontestualizza l’oggetto d’uso comune, quello diviene opera d’arte, l’arte sta ovunque, non conosce il limite dell’ortodossia. Nel contempo tale affermazione si fa critica radicale al mercato scivolato nel buio assoluto del nulla, necessariamente attratto dal concreto quotidiano non avendo altro da aggiungere al già detto, neppure al già visto. Le cose potrebbero stare in questo modo, oppure potrebbe trattarsi di grande furberia, raggiro di credulone che, per liturgia consolidata, mai metterebbe in discussione ruolo indiscusso d’artista vertiginoso. Va bene, al bivio non scelgo, torno indietro, m’arrendo. Pure, quale nota a margine di solita ricerca imperfetta mi vien da pensare che la prima ipotesi è già stata percorsa da orinatoio a campeggiare locale di grande esposizione, pure di banana si parlò, ad esser chiari, in modo assai pop, pure a far da icona florida di disco Velvet. Ma c’è a più d’una voce affermazione lapalissiana che quella è provocazione, rottura, tanto di cappello.

Poi mi sovviene un dettaglio, pagamento milionario è parte del gioco, non è sganciato dal significato intimo dell’opera. Questa è critica, è rigorosa presa di distanza, ma il pagamento depone per il recinto entro cui sta la critica. Questa, la critica, non è necessario non vi sia, anzi, la sua esistenza legittima sistemi, li rende immarciscibili in quanto resistenti a colpi d’obice ad alzo uomo, purché la critica sia dentro perimetro esatto, è quello preordinato e consentito. L’espressione può essere violenta, scomposta, finanche urticante, ma se il campo da gioco è quello concesso da compatibilità altissime, questa sarà solo puntello sistemico. La stessa critica, pur fosse assai più lieve, fuori da quel perimetro preciso diventa eversione, non è tollerabile, fosse anche misurata, pacata, nonviolenta, umana. Ciò che non si discute è il campo da gioco, non l’oggetto del contendere. Stessa cosa è per la guerra, tutti contro, si, ma nel campo da gioco consentito, quello social, ad ogni click il mercato s’arricchisce, il più ricco diventa più ricco ed il perdente e miserabile che vuol pace si fa vittima inconsapevole di se stesso medesimo, a far gladiatore a gola squarciata e funesta per maggior gloria del padrone del vapore. Ogni altro campo da gioco è vietato, non rispetta le regole d’ingaggio, e non importa cosa si dice lì, in quel campo vietato ci si guarda negli occhi, ci si sente respirare, non c’è selfie, non c’è improperio ma solo sangue, sudore, lacrime di non finzione, autentica partecipazione nel corale e materico «cessate il fuoco». E se la banana fu provocazione antisistemica, a pagamento spaziale divenne tale da far architrave del sistema. Quello – il grande sistema – ne decantò fino in fondo la natura critica delle proprie viscere.

Bimbi dispettosi

«Cessate il fuoco», questo si deve nelle condizioni date che son complesse, ché ci son bimbi che si danno di fionda e più se ne danno più ne vogliono. A raccattare sassi assai più grossi fanno rincorsa a spreco ed a farsi sgambetti non si lesinano caviglie. A dirgli smettetela pare si fa oltraggio a pudore ed è cosa assai a rischio che c’è qualcuno che ti gattabuia se dici non si può come c’è scritto in carta fondamentale, che poi parve roba d’eversione.

Mi sorge il dubbio che non mi feci abbastanza adatto a questo mondo, ché una volta non fu peggio per taluni aspetti, ma v’era sempre in pectore possibilità di farsi nulla alla macchia. Nessun Grande Fardello ci si portava alle spalle, l’occhio lungo dei capi banda non coglieva a grandangolo dettaglio minimo d’uomo in fuga, non se ne curava. Faccio che vi ammusico un tanticchia.

E mentre attendiamo che taluni rinsaviscano, però facciamo i conti con sfruttamento quotidiano a preludio di bomba. “Dio ha condannato noi uomini a lavorare e uno penserebbe che i posti dove non si vede l’ombra di un povero diavolo che tiri la zappa siano stati abbandonati dagli uomini e da Dio. Invece sono posti pieni di gente anche più degli altri. Con la differenza ch’è gente che ha capito, e che se la spassa in città, la maggior parte del tempo, a chiacchierare nelle piazze e a far festa nelle chiese. Poiché Dio è di manica larga, sa di averci condannati in un momento di cattivo umore, e trovar gente che lo capisce gli fa un piacere tale che ronza di continuo intorno a loro, e lavora Lui per loro; e rende ricche di raccolti le campagne loro come capita di rado che siano di quanti si attengono alla lettera della Sua scrittura”. (Elio Vittorini)

E musica sia, ancora, che ci serve.

Gurulandia

«Cessate il fuoco!» e questo è l’unico incipit di cui dispongo adesso, speranzoso che non serva più essere monotematico d’aperture, che a farmi scontato poi non riesco nemmeno a farmi esatta configurazione di faccia mia allo specchio. Detto questo, che è di prassi non prammatica, devio completamente. Ché mi capita, seppur di rado, causa una certa asocialità che m’avviluppa e mi restringe campi d’ossequiosa e rituale frequentazione, di cedere alla protolusinga di tirar fuori il naso di casa al di là d’obblighi alienanti di lavoro.

Me ne vado, così, a cena fra amici e colleghi che si presenta come occasione – sana? – di ri-socializzazione ad alternativa di progressiva perdita di contatto col mondo reale. Ma d’ultimo non mi capitò che rare volte e con rare e selezionatissime persone che, seduto a desco qualunque, non si parlasse di ciò che è evidente, ossia del desco stesso a negare natura multitasking di chicchessia. Ora ed or bene io fui, sono e sarò siciliano d’anagrafe perfettamente conclamata e desco significa, per mia devianza, condivisione di silenzio, la chiacchiera diventa successiva. Ma pare che questo non sia più sacra creanza ché se ti metto piatto a tavola te lo devo spiegare a furor di guru che dice che è così. Io, però, fedele alla linea, mi taccio.

A proferir prima sillaba, padrona di casa di gusto raffinatissimo, fa presente che ogni primizia è di santa stagione ed è freschissima poiché tal dev’essere a detta di certo nominato e plaudito guru pure da resto di consesso che celebra freschezza d’ortaggio come contenitore di fluidi vitali e celebra la sacralità della via. Detti fluidi, per osmosi, si affastelleranno a diventar garanzia di vita eterna per chi se ne fece bersaglio. Vita eterna da spender a furia di conato monetario di pago biglietto lunga la retta via a benessere nostro e di conto in banca di guru. E con questo avrei chiuso i battenti della comunità ristretta cui ormai mi relegai in forma di romitaggio. Ma mi venne, così d’acchito, di dire che l’ortaggio fresco, essendo ancora prossimo alla vita estirpata dal suolo, conserva per protezione metabolica da processo chimico-vitale, integrità d’ogni principio nutrizionale di qualche pregio, dunque era lì, nella logica della meraviglia della vita, con tutte le sue innate contraddizioni, che risiede la risposta del suo essere pregevole. Sic et simpliciter, il sacro guru contrabbandò per sua una ovvietà travestendola da messaggio spiritual-metafisico. Alla mia assai poco dotta dissertazione seguì corale silenzioso dissenso per lesa maestà e banalizzazione del segnale ch’era giunto da elevatissimo pulpito. Solo un paio osarono rivolgermi un sorriso di sufficienza per delicato biasimo, forse per non infierire in virtù d’antica conoscenza. Io mi tacqui, ma non d’imbarazzo. Seguì altra portata che valse la dissertazione su come quella fosse ricetta originalissima, tale e quale appresa da altro elevatissimo personaggio che celebra sue gesta immortali ad ogni celebrata comparsata di TV. Mi abbarbicai dunque al bicchiere, svuotandolo e rivuotandolo sì da sopire la dolorosa fitta che mi viene a sommo del petto quando sento dire ricetta originale. Avrei obiettato, dissertato che tale originalità fu fortuna non esiste per nessun piatto ma mi venne atroce contezza. Se pure lì, dove convivialità andrebbe in direzione di spensierata libertà di palato, la pletora di dettatori di linea impone gusti e finanche retrogusti, perché c’è stupore – persino in quel consesso – se il superricco più ricco d’ogni ricco poi s’appronta a controllar cosa succede pure in interno di nostre mutande? Per fortuna il vino era abbondante, e pure l’ammazzacaffè anestetizzò pensieri miei brutali, non riuscirono però a spegner rimpianto per certe mie bettole lontane.

Cessate il fuoco!

«Cessate il fuoco!» Questo scriverò in ogni cosa che pubblicherò qui, finché ce ne sarà necessità. Poi parlerò di quello che mi pare. Magari confido che taluno che mi legge di sgambescio pensa che è cosa di buona idea e così aprirà anche lei o lui a medesima maniera con «cessate il fuoco», a conforto che ci sia chi legge e a sua volta farà uguale. Dopo vedrò di scrivere, se tempo m’è concesso, – che d’ultimo pare ve ne sia assai poco – d’altra cosa che sia, di quanto è lontano il mare, di quanto poco tempo impiega ormai ogni mia bottiglia a denudare il suo fondo, di quanto ami la mia musica mentre ancora nessuno me la proibì.

«Cessate il fuoco», che altro poco mi viene da fare che son nessuno e mezzi per fermar bomba di mia mano non ne ho.
«Cessate il fuoco», ora e subito. Che per parlar di guerra occorre saggezza da primato, dire è necessario che è colpa di tale o di talaltro, detto tizio cominciò per primo e certo caio ebbe diritto a finire d’ultimo. Saggezza aulica e destrezza di verbo per detto fatto io non ho, ebbi fortuna di non essere sotto bomba me medesimo, ed ancora fiato ancora ed inchiostro per dir «cessate il fuoco!» Sotto bomba c’è disgraziato e basta, sia esso bimbo che vuol solo far gioco di bimbo, donna chiusa a bozzolo che non si veda ciocca di capelli in forma d’oltraggio a pudicizia, vecchio a grattar la terra che sole e bomba fecero deserto, per strappare una patata almeno, finanche soldato che si fece otre vuoto per far spazio a mistura per scacciar paura di morte certa. A furor di bomba divenne «fu» operaio a grazia ricevuta di salario per fame conclamata, infermiera che cuce malato, anziana donna a stremo di fatica per fame, bandezzatore di mercato avvezzo a piazzare miserabile maglia e cicoria sfatta, puttana senza clienti, cerbero illustrato a tatuaggio fitto, commesso d’immondizia, ladro e sacrilego, che bomba fece democrazia in basso a cascar su ogni testa tranne di chi ne volle sgancio. «Cessate il fuoco» son tre parole semplici, di cui una appena articolo, e se le dice uno val meno pure di quell’articolo, a dirla tutti pare ruggito potente.

Sarà quel che sarà e
«Ah, che sarà, che sarà
Che vanno sospirando nelle alcove
Che vanno sussurrando in versi e strofe
Che vanno combinando in fondo al buio
Che gira nelle teste, nelle parole
Che accende candele nelle processioni
Che va parlando forte nei portoni
E grida nei mercati che con certezza
Sta nella natura, nella bellezza
Quel che non ha ragione né mai ce l’avrà
Quel che non ha rimedio né mai ce l’avrà
Quel che non ha misura
Ah, che sarà, che sarà
Che vive nell’idea di questi amanti
Che cantano i poeti più deliranti
Che giurano i profeti ubriacati
Che sta sul cammino dei mutilati
E nella fantasia degli infelici
Che sta nel dai e dai delle meretrici
Nel piano derelitto dei banditi
Ah, che sarà, che sarà
Quel che non ha decenza né mai ce l’avrà
Quel che non ha censura né mai ce l’avrà
Quel che non ha ragione
Ah che sarà, che sarà
Che tutti i loro avvisi non potranno evitare
Che tutte le risate andranno a sfidare
Che tutte le campane andranno a cantare
E tutti gli inni insieme a consacrare
E tutti i figli insieme a purificare
E i nostri destini ad incontrare
Perfino il Padreterno da così lontano
Guardando quell’inferno dovrà benedire
Quel che non ha governo né mai ce l’avrà
Quel che non ha vergogna né mai ce l’avrà
Quel che non ha giudizio
Ah che sarà, che sarà
Quel che non ha governo né mai ce l’avrà
Quel che non ha vergogna né mai ce l’avrà
Quel che non ha giudizio
» (Francisco Buarque De Hollanda / Ivano Alberto Fossati)

Fuori rotta, come sempre

Parlar di cose che passano per quotidiana abiezione mi venne a noia. Pure prima ne avevo noia ma non frenai dita sui tasti a dir qualcosa. Che ad istante in cui lo feci ne ebbi quasi pentimento ché a struggersi per destini infami d’umanità sepolte, si finisce a scavar tombe insieme ad altri. Pratica che non mi fece mai troppo bene, ch’ebbi desiderio, piuttosto, d’altro che non fu altro che infinito e basta. Così, a rievocar altro mi faccio musica buona, tale che mi trascino da giovane età, pure dopo come conseguenza di lancio pregresso, musica altra rispetto al consueto mio che è a mono tema di jazz, ma che non si fece mai troppo in disparte nei miei pensieri. E l’accompagno con un pezzettino forse pezzo d’autobiografia, forse no. Ma che importa che lo sia o no, giacché è sempre perduto il tempo per scrivere autobiografie di nessuno.

«E giunse il tempo che desiderio di vertigine m’appare solo a sistemar chiappe a scoglio comodo, a favor di tenue brezza di ponente. Lì c’è posizione di sguardo ad altro tempo che andò via a rapidi scivolamenti. Feci collezione di pergamene e titoli a ceralacca, di timbri e pacche sulle spalle, inchiostri di stilografica raccolsi.

Mi ravvidi di saggezze elevatissime di fini accademici, sagaci elucubratori di teorie d’avanzo e professori mi professarono vie salvifiche di conoscenza.

Capitani coraggiosi m’imbellettarono narrazioni d’autentico infinito di profondità e preti e frati e paternostri m’illuminarono d’incenso, mi deliziarono d’omelie un tanto al chilo, pure in odore di santità mi parvero audaci pescatori di ghiozzi a tendenza d’eversione. Le madame dorè, le miti volontarie di misericordia e signori dabbene di circolo esclusivo, di fatta impeccabile doppiopettata e profumo millefiori, mi fecero di sé modello esclusivo e beato. Arguzia finanziaria mi trasmisero autentici scienziati di doblone ed a cure immaginifiche mi sottoposero per trattamento di deviazione.

Che però nacqui storto e storto rimasi, pur se mi sdoppiai a far finta d’assecondo. Che ora, a fase due, non m’è dato di adeguarmi all’immane trogolo di carni e sangue di sacrificio a conforto per Marte e Atena. Che però appresi di non apprendere, pur se assorbii finale convincimento che nemmanco le dame di San Vincenzo riusciranno a far del bene, ch’esse mai seppero cos’è la vita, che imbracciano sotto coscia, ad occulto, mitra e bomba.

Ch’io tutto imparai da puttane senza protettore, a quartiere miserabile dove misi dente da latte, e che, accademia autentica di bellezza, fu soffocato a rango di supermarket per saccheggio conclamato, con reparto d’onnisciente mammasantissima. Pure imparai da lambretta smarmittata di venditore di granchio per cattura a pietra celeste, da pazzo con canottiera su cappotto e camicia avvoltolata in testa, per posto a cappello in mano, a buco tappato per dammi cento lire, ci hai ‘na sigaretta.

Che mi venne ad aula di lezione autentica osteria perduta, di abitanti a perenne nostalgia di bicchiere pieno, e vecchio compagno che s’accompagna a miserabile scarpa rotta, pantalone logoro e mano di calli e calce viva, curvo di schiena ma mai domo a dir di padrone peste e corna. Pure non fu capace di sopravvivenza a quello, nemmanco per saggezza di mutua a scarso d’assistenza e forse per cicatrice di manganello per protesta di contro legge. Imparai dinamiche sofisticatissime d’universo da lavandaia a tempo perso, balia asciutta e odor di varechina. Altro seppi da pescatore silenzioso a barca a puzzo di cherosene e sangue di pesce raffermo, con ruga che solca il volto quale fiume di sale e fatica di sole.

Che nessuno dei secondi ebbe allora a far mai guerra a talaltro, mai tirò indietro la mano a soccorso per chi vien dopo. Pure, a gengie sfatte, non smisero a riso per bimbo che passa, ch’io mi ricordo, che a denti non m’ero provvisto ancora, di tali sdentature di pace, ora che vedo biancheggiare nobili fauci di squali.»

L’andatura del gambero, un secolo per volta all’indietro

Mentre l’ottobre si spegne, la mente va a un secolo addietro, ad un ottobre lontano che si suppone, in tempi di scarso cambiamento climatico, uggioso, umidiccio, nebbioso. C’è un piccolo appartamento in Rue Fontaine nel 9° Arrondissement di Parigi, ci vive André Breton. Ha buttato giù 21 pagine dense, il de profundis per il dadaismo («il suo funerale non aveva causato alcuna rivolta», dice), per ogni altro gesto creativo che non avesse precisissime pulsioni interiori, che non fosse «Puro automatismo psichico, con cui ci si propone di esprimere — verbalmente, per iscritto o in qualsiasi altro modo — la vera funzione del pensiero, in assenza di controllo esercitato dalla ragione, ed esente da ogni preoccupazione estetica o morale.» Questo scrive cento anni fa. Il «Manifeste du surréalisme» è l’aire per una nuova arte, quella che supera la realtà. La stessa realtà in abito di ragione che ha fatto milioni di morti con la carneficina della Grande Guerra.


Nasce l’arte dettata dall’inconscio, quella che sfida il quotidiano delle paludi di violenza e sopraffazione, un duello finale e definitivo: «Il surrealismo è il “raggio invisibile” che ci permetterà di avere la meglio sui nostri avversari. “Tu non tremi più, carcassa”.
Quest’estate le rose sono azzurre; il bosco è vetro. La terra drappeggiata nelle sue fronde mi fa tanto poco effetto come un fantasma. Vivere e cessare di vivere, sono soluzioni immaginarie. L’esistenza è altrove.
». È necessario liberare le inimmaginabili pulsioni dell’inconscio, la realtà è sconcia, non le rappresenta che in minima parte, l’oltre è necessario. E se Mirò dice «Piuttosto che mettermi a dipingere qualcosa, comincio a dipingere e, nel mentre il quadro inizia a suggerirsi sotto il mio pennello. La forma diventa un segno per una donna o un uccello mentre lavoro.» Nulla è programmato razionalmente, tutto avviene inconsciamente. L’inconscio è semplicemente universale, non ammette gerarchie, va liberato come prospettiva di trasformazione concreta. L’evasione dalla prigione dell’ovvio che è nelle assuefazioni del reale matura precise condizioni per una rivoluzione delle tecniche pittoriche, apre strade altre. Fa specie pensare che nell’oblio della coscienza, oggi, questa sia sostituita da un’intelligenza altra, artificiale, che matura nello stesso contesto di morte e distruzione, pare anzi rivendichi la necessità d’una guerra di sterminio, cancellazione di sangue, sudore, corpi, per una concezione estetica esclusivamente programmata, sempre algoritmica, mai divergente e materica. L’immenso videogame non ha materia, rifiuta l’inconscio, la vertigine infinita dell’Io. L’arte è moribonda, l’estetica è eterodiretta dalle centrali di comando che sostituiscono la creazione libera, il dettato automatico d’un io interiore cede il posto al risultato d’un calcolo acritico. La barbarie della guerra e dello sterminio ci riporta a secoli addietro, annichilendo il suo peggior nemico, l’umanità interiore e creativa, degerarchizzata. Mi viene anche in soccorso un amico che mi manda una mail (ed un’opera) con questa piccola riflessione che si somma alla mia, una sorta di «Manifesto d’autodifesa» dell’artista (non relisiente) resistente.

Sergio Poddighe, «Piovono ordigni»

«L’avvento della tecnologia digitale, stupefacente fabbrica d’immagini,
intima agli artisti figurativi un serio ripensamento della prassi operativa: un forte recupero del segno primordiale, della materia pittorica, delle superfici manipolate.Illusorio pensare che forma ed estetica, dispensate dal computer, siano incapaci di provocar eemozioni sufficientemente appaganti (specie nelle nuove generazioni). La retorica del prodotto artificiale “privo di anima” seduce, ma non convince. D’altronde, L’arte stessa non è finzione, artificio, inganno? Esiste, dunque, la possibilità di competere col computer? la risposta del pittore, credo risieda nel lusso dell’imperfezione, nelle dita sporche di colore, nell’odore acre dei pigmenti, nel graffio sonoro di un carboncino sulla superficie rugosa. E lì, davanti alla verità di quelle mani incerte e sicure, che la macchina deve cedere il passo.
» (Sergio Poddighe)

Le anatre e i topi

«Ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre.» (Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta)

M’ero anch’io, come in tanti fecero e altrettanti – immagino – faranno, mosso a tentazione di scrivere cose su navi che vanno e vengono, a prolungare agonie di disgraziati, a sfregio d’umanità. Pure a saccheggio di finanza per fatto che tale risorsa è a destinarsi ad arricchimento per sacrali prebende di chi già n’ebbe a iosa ed inevitabile sottrazione a chi più ne abbisogna, per somma conquista di podio di simposio unilaterale. Ma mi trattenni, forse per quel senso di disgusto che mi produce effetto di repulsa ad ogni nuova che pare sempre più vecchia. Mi verrebbe anche da citar guerre e massacro vario che non s’accomoda a far prendere fiato a moltitudine già preda di sofferenza indicibile. Ma non mi viene, non mi viene più.

Ciò che mi viene è esprimere esterrefatta costernazione per assuefazione ad orrore che induce tali altre moltitudini di pingui quotidiani a voltar sguardo altrove per ignavia conclamata, quando non a sperticarsi in lode e a declamar odor di santità per chi fece d’espressione quotidiana augurio di morte e sterminio, finanche soddisfazione quando questa avviene a disgrazia di disgraziato. Ma non ci fu un tempo – nemmeno lontano – che a declamare soddisfazione per continuo decesso si stimolava imperitura scomunica? Ed io che non batto mio petto per miserere ma vivrò di indignazione a stempero di magnesia, ho ancora cittadinanza tra persone dabbene? Oppure mi tocca chieder ospizio al demonio, che peccai di terribile oltraggio, fedifraga debolezza e tradimento patrio, per farmi commuovere da sangue e lacrime?

«Le scimmie predicarono l’ordine nuovo, il regno della pace. E tra i primi entusiasti furono la tigre il gatto il nibbio. Poco a poco, tutti gli altri animali si convinsero. E fu un tripudio dolcissimo, una fraterna agape vegetariana. Ma un giorno il topo, urbanamente scherzando col gatto, si trovò rovesciato sotto le unghie del recente amico. Capì che la cosa si metteva come per l’antico. Con tremula speranza ricordò al
gatto i principi del nuovo regno. «Si,» rispose il gatto «ma io sono un
fondatore del nuovo regno». E gli affondò i denti nel dorso». (L.S.)

Parole muoiono

«Le parole che hanno un senso e un contenuto non sono parole assassine. Mettiamo la maiuscola a parole prive di significato e, alla prima occasione, gli uomini spargeranno fiumi di sangue, a furia di ripeterle accumuleranno rovine su rovine, senza mai ottenere qualcosa di davvero corrispondente a tali parole, poiché non significano niente. Il successo coinciderà esclusivamente con l’annientamento di uomini che lottano in nome di parole diverse. Questo perché un’altra caratteristica di tali parole è che esistono per coppie antagoniste. Chiarire i concetti, screditare le parole congenitamente vuote, definire l’uso di altre attraverso analisi precise, per quanto possa sembrare strano, servirebbe a salvare delle vite umane.» (Simone Weil, Non ricominciamo la guerra di Troia)

La parola ormai determina il confine tra gli uomini, ne definisce identità lontanissime, se ne conia una ad ogni occorrenza. Finanche quelle che dovrebbero essere pratica quotidiana diventano vuote, retoriche, inutili. Si può parlare di pace solo perché è guerra, invochiamo sicurezza per beni materiali effimeri quando c’è morte per chi non ha strumenti per la propria sopravvivenza. Le parole sono diventate il confine, ridurne il numero rende più semplice la pratica omicida della divisione. I barbari sono tra noi, hanno dissuaso dall’uso delle parole l’obbediente moltitudine, sepolta nei loro inganni permanenti.

Quelle poche parole rimaste sono bandiere della potenza persuasiva di pochi, a paventar la fine dell’impero, delle nostre certezze, mentre chi ne detiene – e ne concede – l’uso esclusivo erode le basi stesse di pacifiche coesistenze. La pace è un atto terroristico, è schierarsi col nemico, non è banalissima negazione della guerra, del sopruso, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla natura che nutre, questo si dice. Alla fine l’annichilimento è collettivo, ed una parola è morta per sempre, non v’è più luogo dove si pronunci «umanità».
«I vandali, usando i loro mezzi barbari, cioè estremamente precari, distrussero la civilizzazione in un settore d’Europa. Oggi, tutta la civilizzazione mondiale, nell’unità del suo destino storico, vacilla sotto la minaccia di forze reazionarie armate con tutta la tecnica moderna. Non alludiamo unicamente alla guerra che si avvicina. Già oggi, in tempi di pace, la situazione della scienza e dell’arte è diventata intollerabile.» (André Breton, Diego Rivera, Manifiesto por un arte revolucionario independiente, 25 luglio 1938) La storia si ripete, i protagonisti hanno sempre la stessa faccia pure se appaiono diverse – ma non troppo – le loro parole.

Sempre a furor di schifezza

«Puro automatismo psichico, con cui ci si propone di esprimere — verbalmente, per iscritto o in qualsiasi altro modo — la vera funzione del pensiero, in assenza di controllo esercitato dalla ragione, ed esente da ogni preoccupazione estetica o morale.» (André Breton, a cento anni dal Manifeste du surréalisme) Così mi viene da scrivere, in automatico, senza correttore e rilettura a fase successiva, che mi dolgo a preambolo se non si capisce niente, che tanto è di mondo intero che non ci si capisce niente.

Assai che manco da queste parti, ma non è che me ne feci distanza per tal motivo di noncuranza, solo che mi dovetti far staffetta con altro me che scrive assai in periodo altrettanto assai funesto. Egli scrive cose di meditazione precisa, a ragionamento esatto che fu di regola violata a furor di bomba, di mattanza sistematica che non ebbe supporto di diritto e cose così. Egli è tipo che ragiona a meditazione, s’affanna a dir cosa precisa mai fuori rigo, da punto di vista suo s’intende, ch’egli non ama presa di parola per presa di parola. E certo si mette a scrivere discorso, dettaglio di vicenda per cose di maggior rilevanza di quanto a me interessa. Ed in tutto questo si fa conflitto con me che fui aduso assai più a dir che regola l’han fatta uomini a precisissimo intento che poi la violano in virtù di potere da essi stessi autoconferito.

Disgraziato, pur se si oppone a regola, è a raccogliere unanime – o quanto meno maggioritario – chissenefrega. E così, da par mio, scrivo di sogno, mi butto giù nero su bianco quel che mi pare ad istinto, faccio fluire parola a meccanica d’intimo, non mi pregio d’analisi sofisticata. Poi se c’è regola che mi dice ho ragione, meglio, se quella regola non c’è, faccio mio lo specular chissenefrega a favor di miserabile. Dunque se è guerra questa a me poco importa se è a diritto conclamata, nemmeno m’importa se è a violazione di diritto, ché guerra è guerra e basta e fa morto ammazzato ad ogni dove si fa propaggine ed escrescenza luttuosa. Se poi taluno s’accorge che violazione di regola va bene fino ad un certo punto, che è a sparar sulla croce rossa che non par serio o dovuto, vuol dire ch’egli ha visione assai diversa dalla mia, che adesso argomento poco e basta. E faccio presente che morto ammazzato è tale, sia esso uomo, donna, vecchio, bambino, che tale – morto ammazzato, intendo – non volle essere per decisione sua anche se non proprio condivisa. Se c’è etica di legge e diritto non importa, che quella vale solo per padrone ed amico del padrone. Viceversa se a bambino monello fai regola a parte, quello poi a fiondate, prima o poi, piglia pure te e par tuo. Poi, dopo che ha fatto a spaccamuso ad ogni dove, difficile dir lui smettila che se no c’è punizione. Egli comprese che detta fase mai arriva. E dunque continua a far macelli a manca e destra che tanto sanzione non pare probabile, nemmeno ci crede che gli sequestri la fionda. Ora, a me, di tutta sta chiacchiera m’è venuta noia, solo dico che chi non dice che guerra fa ammazzo illecito sempre, a dispetto di regola aurea, si fece complice di guerra e colpevole egli stesso d’ogni creatura che non ne volle sapere e crepò uguale per decisione cinica e spietata d’altrui. Pure chi s’accorge ora che forse è meglio tirar su freno, lo fece dopo che si conclamò assassino a pari di chi sparò, al pari di non accettò che uomo con uomo, donna con donna, bambino con bambino, ha solo scopo naturale di vivere in pace l’uno accanto all’altro, a dividersi pasto e vino, gioco e racconto, che confine è roba che natura disse non esiste, pure se lo guardi ad attenzione. Quello, il confine, ce l’abbiamo nella testa come il cancro ch’ammazza.