Radio Pirata 34 (per sopraggiunto disgusto)

Radio Pirata è a puntata di sostituzione di pensiero mio che s’affolla ma si rifiuta d’uscire a scoperta lettura. V’è tanto di orrendo che toglie forze e respiro, pure il quotidiano che è normalità pare concetto di normalità zoppa, a cospetto di follia cotanta che pare pazzo da catena chi non s’affastella a pensiero di normalità comune. Pure, forse, risultai pazzo anch’io che per sfinimento non parlo oggi, forse domani, ma lascio sempre spazio a giovani collaboratori che si fanno a manifesto per farsi ossa in territorio viscido di comunicazione. Io metto musica che faccio radio di servizio.

Direi che il dato più probante e preoccupante della corruzione italiana non tanto risieda nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e nella privata, quanto nel fatto che si rubi senza l’intelligenza del fare e che persone di assoluta mediocrità si trovino al vertice di pubbliche e private imprese.

In queste persone la mediocrità si accompagna ad un elemento maniacale, di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo segno, ma che alle prime difficoltà comincia a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli. Si può dire di loro quel che D’Annunzio diceva di Marinetti: che sono dei cretini con qualche lampo di imbecillità: solo che nel contesto in cui agiscono l’imbecillità appare – e in un certo senso e fino a un certo punto è – fantasia.

In una società bene ordinata non sarebbero andati molto al di là della qualifica di “impiegati d’ordine”; in una società in fermento, in trasformazione, sarebbero stati subito emarginati – non resistendo alla competizione con gli intelligenti – come poveri “cavalieri d’industria”; in una società non società arrivano ai vertici e ci stanno fin tanto che il contesto stesso che li ha prodotti non li ringoia”. (Leonardo Sciascia)

Le atrocità sollevano un’indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono “more”, “sudice”, dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. (…) L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell’istante in cui l’occhio di un animale ferito a morte colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – “non è che un animale” – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il “non è che un animale”, a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell’uomo è la parodia dell’uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della “proiezione morbosa” che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l’umano proprio come il diverso. L’assassinio è quindi il tentativo di raddrizzare la follia di questa falsa percezione con una follia ancora maggiore: ciò che non è stato visto come uomo, eppure lo è, viene trasformato in cosa, perché non possa confutare, con un movimento, lo sguardo del pazzo”. (Theodor Adorno)

Che a sottrazione di luttuoso lutto si disvelano le file, quali processionarie, a sguardo a sorriso spento ed occhio a nulla estatico, di corsa ad accaparramento che non c’è domani… “con la massa degli oggetti cresce… il regno degli enti estranei a cui l’uomo è soggiogato. È lo stadio supremo di un’espansione che ha ritorto il bisogno contro la vita. Il bisogno di denaro è quindi l’unico bisogno prodotto dall’economia politica, e il solo che esso produca“. (Guy Debord)

Radio Pirata 33 (ode al telecomando)

Radio Pirata approda a Trentatré che son come anni di tale in croce in illo tempore. Che pure casca a pennello che pare che di morto ammazzato, a giorno di oggi, non c’è a scordarsi. Che c’è coro unanime a scrivo io epitaffio più bello, che bomba fu tragedia autentica di stato, che tutto mondo di migliori si stringe a contrizione a ricordo commosso di eroi di patria che soccombero a mano armata di telecomando di mammasantissima. Lì s’ebbe prova di scienza di certa pericolosità di telecomando che, ad anni uno da grande scoppio, signore di telecomando a resuscito per sostegno di migliori, venne a farsi primo fra primi. Inizio a primo posto anch’io a nota elevatissima, d’asciutto però, che d’unto ho solo bruschetta di pomodoro.

Nemmeno a memoria c’è che mi scordo di tali morti ammazzati a bomba, che pareva di guerra a Sudamerica, che colpevole non è chiaro, che tutti sono innocenti, pure se voltano faccia altrove per trent’anni. Poi, d’improvviso, tutti si ricorda che esiste grande mammasantissima. Che però scompare a fra un quarto d’ora dopo mezzanotte, se tutto va bene. Poi c’è pensiero sempre fulgido e luminoso di migliori fra migliori che dice, di cosa stavamo parlando? E di discorso si fa a cambio che c’è altra bomba che mi cattura ad attenzione, che quella è bomba giusta e ne compro a quintalate. Faccio scoppio di musica.

E in caso bomba smette, c’è bomba nuova pronta, che nostro fedele padrone, che dice a modestia sua ch’è alleato, ribadisce che c’è odore di santità per giustezza a compro bomba, per popolo c’è sempre compro oro, oppure strozzo va anche in voga, che da domani mammasantissima circola tranquillo che finì giorno di comanda.

E se taluno, a malvagità di definizione, smette di lancio bomba che blocca sacra legge di mercato, indice s’innalza che si continui pure da altra parte e si dice a superpotentissimo di prezzo basso, guai a te se ti muovi, che noi siamo qui, che mercato di bombarda e missilissimo è pronto all’uopo d’intervento. Musica sia per carica di cavalleria.

Che grande distesa di muscolo, se è caso, la faccio su spiaggia pulita d’isola bella, che chiamo pure studente a partecipo, che s’istruisce ad amor patrio di bombarda d’accordo internazionale. Poi chiamo a sotto armi e come conduttore di Radio Pirata, a tempo debito, faccio siringone di plurivaccino che ora c’è pure orrendo nuovo morbo. Che fu fortuna che è ad arrivo nuova e feroce pandemia , che si ritrova posto di lavoro a salotto con telecomando – per corso e ricorso di storia, sempre a tasto giusto premo – a provetto epidemiologo che era a rischio di reddito di cittadinanza per mancanza di tallero a comparsata. Compare musica qui.

Ma questa è pandemia di scimmia, pare manna a cielo, ch’ebbe a dimostro di ragione il grande governo di migliori a dire che profugo è solo tale, tal altro è a contatto di scimmia, tutto mondo infetta, tutto mondo che però riconosce grande intuizione di grandi fra grandi. Che quello, finto profugo, è a malvagio d’animo, manco si mette svastichetta per camuffo ad eroe di patria invasa, ma fa mercimonio e promiscuità con creatura d’altra specie e ne cattura infimo male. Che fu fortuna che noi s’ebbe, come colpo in canna, armamentario di vaccino a sfare, che ora è corsa a polivalente che immunizza pure da uso distorto di telecomando che non è a lancio da scogliera elevata, ma d’obbligo di rapido passo di qua e di là, dove s’accoglie il tutto uguale. E di musica chiudo. Ma pure mi verrebbe di chiudere, punto.

Pasodoble 21 (Allonsanfàn parte dodicesima: Alberto Chicayban e Michele Pucci)

Un omaggio all’amico Alberto Chicayban poiché esce a giugno Pasodoble 21, l’ultima sua incisione insieme a Michele Pucci, un lavoro maturo, frutto di una collaborazione più che ventennale. Compagni di viaggio dei due sono Roberto Daris (acordeón), Elisa Frausin (violoncello), Angelo Giordano (percussioni), Franco Feruglio (contrabasso). Michele Pucci e Alberto Chicayban sono protagonisti della scena musicale da molto tempo. Il primo, esploratore della musica etnica, da quella sudamericana, a quella araba e andalusa, ha già inciso 14 CD e collabora stabilmente con diverse formazioni in Italia ed all’estero, tra cui il gruppo “Mimbrales”. Chicayban, nato a Niterói, Rio de Janeiro (Brasile), ha al suo attivo produzioni musicali anche per il cinema, la TV (TV Globo di Rio de Janeiro e TV Fuji di Tokyo) ed il teatro. Ha all’attivo dischi come interprete solista e strumentista del Grupo Maria Déia, fondato da egli stesso nel 1974 a Rio de Janeiro ed occasione d’incontro con Caetano Veloso, Ivan Lins, Sergio Ricardo, Sidney Miller, Vital Farias. È stato docente di Storia della Musica Brasiliana alla Scuola Statale di Musica Villa-Lobos di Rio de Janeiro e di Linguaggio Musicale alla Scuola Statale di Teatro Martins Penna di Rio de Janeiro.

Negli undici brani di Pasodoble 21, i due chitarristi si riconoscono, si cercano, si scoprono, costruiscono un unicum sonoro dialettico in cui l’espressione del virtuosismo è funzionale solo ad una rilettura originale dei brani, non è mai fine a se stesso, autocelebrativo. Piuttosto crea un ordito sonoro ricco di coloriture timbriche, su cui la voce particolarissima e potente di Alberto Chicayban ricama dettagli e suggestioni di vivida ispirazione melodica.

In questo lavoro corale esplorano le consuetudini della musica sud e centro americana, tango, milonga, bolero, samba, ma attingono energia e linfa vitale anche da classica e moderna, per una deriva di ricerca che conduce ad approdi desueti, per nulla scontati. È sintesi perfetta tra tradizione e sperimentazione, una vera formula alchemica che crea un linguaggio identitario altro e riconoscibile, pur attingendo ad un repertorio in qualche modo classico. Le riletture di brani immortali della musica sud americana, quali “Vuelvo al sur” (Astor Piazzolla y Pino Solanas), “Malena” (Lucio De Mare y Homero Manzi), “O que serÁ?” (Chico Buarque de Hollanda) o ancora “EU SEI QUE VOU TE AMAR” (A.C.Jobim e Vinícius de Moraes), definiscono appena i confini di un viaggio d’esplorazione autentica, il cui esito è il concepimento di un nuovo metodo sonoro, che, al contrario, non conosce frontiere applicative. La chiave di arrangiamento ed interpretativa è, infatti, estremamente flessibile, disvela sonorità versatili, uniche ed universali al contempo.

È disco che si ascolta con attenzione, fa da sottofondo ad altro, si balla, si propone, invita alla lentezza dell’ascolto, dal piacere del riascolto fa emergere dettagli sempre nuovi e sorprendenti, come in un gioco d’azzardo di dialoghi mai scontati ed inesausto.

Per chi lo sa

“C’è un tempo in cui devi lasciare i vestiti, quelli che hanno già la forma abituale del tuo corpo, e dimenticare il solito cammino, che sempre ci porta negli stessi luoghi. È l’ora del passaggio: e se noi non osiamo farlo, resteremo sempre lontani da noi stessi.” (Fernando Pessoa)

Quel tempo arriva nelle forme che vuole, quando desidera di farlo, mai si presenta a richiesta, finge di non essere stato invitato, pure se ad evocarlo è stata ogni stilla di sangue e sudore che puoi buttar fuori. Ci hai pensato a quel tempo, in un lasso di tempo infinito, indeterminato, non te ne serve altro. È roba che si consuma a gambe ferme, non quando ti muovi, nemmeno quando ti si muovono le consapevolezze doverose del quotidiano, quando l’abito da lavoro che t’è toccato pare così logoro che non c’è più spazio per immaginare il colore della carne che prova a nascondere. Che è dato a stupirsi pure per la scoperta d’essere colorato in qualche modo, non d’amorfo grigio, che era cosa che desumevi da stanchezze definitive. Si realizza di forme concrete un tempo ancora d’orizzonte, ch’è perso nel chiaro d’una luna, forse nelle cappe del sole di scirocco, nel rosso della sabbia del deserto che s’avvicina a trasporto di libeccio. C’è ancora quel profumo strano, acre, di vita vissuta come viene, pure dovrebbe non esserci, che non c’è distesa di posidonia nelle aule vuote, nemmeno nelle stanze a vista di terminale. Lo specchio pare gioca ogni giorno ad implacabile riflesso d’autore, non fornisce manipolazioni sghembe d’immagine, che non si riconosce mai d’acchito, non fa come riverbero azzurro di mare, che di distorsione fece solo virtù sua.

In quotidiano di lavorio indefesso c’è urlo ovunque, sgraziato e d’artificiosa perfetta fattura, che a natura è altro che frastuono, quando è tuono a spavento pare invece rimbrotto benevolo, strappa sorriso, fa regalo di libertà che non è d’acquisto a svendita. Risorsa da lavoro, si dice, pare compenso per acquisto di libertà, ma quella non è cosa d’un tanto a chilo, non merita che la fatica d’essere vissuta a pieno, che vuol dire avere occhi per compiacersene, non polmoni per respirare la merce che ne è surrogato. Ed è vero, poi, ed alla fine, che il lavoro rende liberi, liberi dal desiderio d’esser liberi, quando te ne sei assuefatto e quel tempo, quando arriva, ci sta che si palesa e non te ne accorgi, che hai dimenticato in fondo ad un cassetto di inutili memorie l’orologio che suona al suo passaggio.

Paure ataviche due (manco fu di vendetta)

Riciclo pezzo antico, che mi pare che potevo anche scriverlo domani, che ora ho foga di non scrivere che sono a burocratume di scuola, lavoro forzato per compilo moduli a un tanto al chilo, modulo su modulo che taluno mai, m’è certo ad esperienza, leggerà. Che paio soldato di Cadorna che scava trincea poi la riempie, per tener alto morale della truppa a sfatto di rancio rancido. Al più faccio cambio di musica, che mi costa poco e dà tanto a godimento e buon ascolto, e vi sparo fotografia e levapelo, se proprio non volete a lettura sollazzarvi.

“Ogniqualvolta mi accorgo di mettere il muso; ogniqualvolta giunge sull’anima mia un umido e piovoso novembre; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, dinanzi alle agenzie di pompe funebri o pronto a far da coda a ogni funerale che incontro; e specialmente ogniqualvolta l’umor nero mi invade a tal punto che soltanto un saldo principio morale può trattenermi dall’andare per le vie col deliberato e metodico proposito di togliere il cappello di testa alla gente – allora reputo sia giunto per me il momento di prendere al più presto il mare. Questo è il sostituto che io trovo a pistola e pallottola”. (Herman Melville, Moby Dick, incipit)

Che per mare, se c’è bufera, se l’onda scavalla lo scoglio e se la prende coi primi promontori abusivi, io so come ci si comporta, che conosco cale e ripari segreti. Che se c’è l’uragano che seppellisce di schiuma la spiaggia, che fa giardiniere di praterie di posidonia, che s’arruffa di schiuma il pelo e lancia frangiflutti alla malora, io, che di cauto ossequio sono edotto, m’evito il peggio di deriva. Pure, se del ciclone ti tremano le gambe, se la banchina ed il moletto tremano a terremoto, nemmeno, per il gorgoglio d’onda, se ne vede più la pietra lucidata di feroce risacca, m’attrezzo a resistere, ne ho mestiere. Se la spiaggia e la rena s’intorbidano, si ritraggono della marea incattivita dalle folate, l’assecondo e, rispettoso, me ne faccio paziente ragione oltre le dune, nell’attesa che se n’entri soave ponentino. Né ebbi mai paura, che so che passa, so che serve, del ribollire di Scilla e Cariddi, che restituisce discariche al mondo di sopra, nutre dell’essenze profonde le creature che affollano gli abissi, dove la calma non è che perenne, e di sopra si toglie il legno leggero di scialuppa dallo scoglio. Insomma, mal che vada mi faccio attento, drizzo le antenne, mi muovo con circospezione, m’arrangio di cautele antiche, che non c’è comunque da scherzare.

Ma se vedo doppi petti, nerofumi a bandiera funesta, legioni di contrattualizzati per bave alla bocca, se sento digrignare di denti, urlaioli a cottimo, se scorgo nella buca delle lettere la bolletta a massacro, in lontananza l’inevitabile pompa di benzina, le code a cassa e casello, lì mi si incartapecorisce a brivido di terrore il vecchio pellame. Né mai vi fu tifone che m’orripilò più d’una manovra finanziaria.

Radio Pirata 32 (that’s all folks)

Riparte Radio Pirata, che arriva a Trentadue senza batter ciglio, per disvelo d’orizzonte sconosciuto e dà notiziona ad ogni puntata. Che notizia s’è data, non è bene di sapere dove s’è data, ma ci fu a gioco di mosca cieca che si prende tramvata per non vedere palo di luce senza infingimento, collocato ad uopo e a far da barriera ad occhio spento. Radio fa suo lavoro ad ossequio giudizioso e va di musica che è giornata di musica e cabareth che tutto mondo ride.

Radio s’avvede che è a triste giorno di ricorrenza, pure a giorno che s’avvicina ricorrenza di sacro rito liturgico di elezioni in taluni posti prescelti quali salvifici, e di mafia si torna a parlare, che pare fiume di sottoterra, come carsico che riemerge che ora c’è, ora non c’è, ma se c’è non si vede. Pure quella gioca a mosca cieca che però benda mette ad occhio di mondo che soldo non puzza, profuma d’ogni fiore, pure camomilla a sonno di ragione.

Ma governissimo di migliori, come mai furon visti a storia di repubblica, ha strategia di debello per vil criminale, che non è quella di tali retrogradi che dicono di seguire puzzo di soldo – pure quello a morto ammazzato in strage, diceva – ma sottilissimo gioco di psicologia, che se ignoro l’arcaico mammasantissima, quello, per trascuro di cenno a giornalettume e anatema di politico terrapiattista, soffre d’abbandono, così si fa a sprofondo di depressione che si debella da solo. Vado con riempipista ad all toghether now.

Che guerra impazza a moda, che se c’è, c’è pure più fila a partecipo, in caso s’allarga mi metto a prima fila che pure voglio bomba che, se è sgancio di bomba, rispondo a rima bombata, verso di mirino a pentasillabo. Che alunno di prima media a chiaro plagio di scuola, – che fortuna che governo di migliori aggiusta ora a furor di decretazione d’urgenza, così non sforna terrapiattista a calo demografico, neppure orrendo insegnante bolscevico – s’abbacinò che grandi e muscolosi d’avverso hanno confine a chilometri di mare che pare piscina nemmanco olimpionica, che pure con cane da slitta s’arriva di parte in parte a tempo di gelo. Che taluno dice che ad incontro cordiale e gioco a pugnalo come viene viene, ma pure a bombarda, si potevano fanno guerra loro da quella parte che è ad abito zero e, persona poco dabbene – non certo Radio che è cordiale e pacata e si dissocia – aggiunge, così non ci fracassate la minkjia alla povera gente. Che è dimentico, tale vil disfattista, che democrazia impone sacrificio di popolo a quando serve, pure sotto a bomba di potentissimo. Spingo pulsante d’obice a musica ad alzo uomo.

Che tale potentissimo dice che vuole soldo come dice lui, forse doblone, che non ho memoria. Che tutti dicono ad indigno, ma come ti permetti, che poi affare è affare e dico va bene, pure stampo moneta di Topolino e faccio bagno a deposito di zio Paperone se è cosa gradita. Che soldo buono che risparmio lo uso per bombarda di quella buona, che spara a morto ammazzato quale effetto collaterale, che mica gente per bene può dare soldo che avanza a periodo di crisi a scuola, che tanto c’è calo demografico e che bimbo muore ad annego di Mar d’Africa, o ad infermiere e dottore o medicina, che virus non c’è che ci fu abolizione di norma di governo, così s’impara il vil cinese che ce lo mandò. Chiudo di musica che tutto è gran divertimento a ballo, e faccio trenino.

A sfidar destini

La terra trema, di bombarda non cessa il suono, a mare aperto c’è continuità d’annego a fuga di disperazione, pure virus appare a cedimento d’eversione per boicotto, che crede a terrapiatta, rema contro governo di migliorissimi, a sprezzo che fu abolito per legge di stato edotto e saggio, non s’eclissa e fa morto ammazzato per piglio criminale e senso civico da fattucchiera. Bolletta schizza con benzina, d’inflazione fecero overdose che stempero dolor con nota ridotta a strumento solo.

A pagamento per sgobbo c’è sempre voce a ribasso, pure per insegnante, che se vuol aumento di centesimo dimostri d’essere ad abnegazione totale, con conseguente contratto h24, reperibilità a notte fonda per esercizio a crocettatura, che pare settimanale a mille mila tentativo d’imitazione, tal altra rassomiglia a roulette che russa è meglio non si dice, che entri in camera caritatis e lista di proscrizione a compagnia di Tolstoj. C’è anche pletora di nullafacenti, a dimostro falso e negletto che sistema è sbagliato, quale kamikaze a martirio, continua a farsi d’ammazzo a posto di lavoro. Grandi firme seguono moda a dir che se donna è incinta al massimo laverà piastrella ch’io non ce la voglio, che a notte inoltrata, senza luna ed ululato di lupo a cottimo, poi non si presenta a lavoro che s’occupa di bebè. Che a ben vedere, pare che taluno lassù esiste, che coincidenza è troppa a malcapitati noi, e col tutto insieme così, vien da pensare che è ad alterazione permanente. Rivolge strale che manco Giove Pluvio, ad anni di suo regno celeste, pareva mosso a tale adirata postura. Mi viene a pensiero che entità possa palesarsi a chiarimento d’equivoco, che ci dice che non si fa a siffatto modo, che con tale autorevolezza conclamata di liturgia salvifica, noi a cenere immergiamo capo, e si volta pagina a giuro non lo faccio più.

In attesa di venuta, m’è palese desiderio di scoglio, pure di frastagliata costituzione a falesia, sferzato da vento di libeccio, che sudore, sangue e lacrime regala di mare onnipotente, sino a sguardo d’orizzonte perduto, per sogno di spiaggia altra e vertigine definitiva. Ad ora mi tocca solo surrogato d’acqua a sputacchio di fiume, asfissiato da cambio climatico

Stasera pure ho invito a cena, che invito è vieni, ma cucina tu. Allora mi sconfinfera antica saggezza popolare per ritrovo di soluzione per casi di grave complessità. Rapidità di esecuzione, sintetica ma esaustiva rappresentazione a slow. Qualcosa nel prodotto finito che ricorda, nella sua natura più intima, il pane e pomodoro. Gli ingredienti sono formazione cameristica che esegue repertorio di tale minimalismo che Glass appare barocco, ma nel contempo è ensemble ad emersione d’eleganze sorprendenti. Allora, mentre l’acqua prova ad aggiudicarsi bollore, si sguscia taluno spicchio d’aglio, se ne asporta l’infame anima verde, e si trita grossolanamente il resto. Quando acqua e sale appaiono preda di deliri convettivi, vi si immergono gli spaghetti e si lancia frammentume d’aglio a tuffo in bollenza d’olio d’oliva, meglio se di giovane piccantezza. Si accompagna la sfrigolante esuberanza con peperoncini rossi (ne ho di varietà che guarderò di sottecchi ignari commensali, sussurrando appena “qui si parrà la tua nobilitate”). A quel punto un film di schiuma d’amido si sarà fatto strato sulla superficie d’acqua, per evasione da trafilature bronzee, e con un cucchiaio ne raccolgo d’abbondanza a stempero soffritture infernali, per verso su aglio e peperoncino a formare biancheggiante salsina. Appena gli spaghetti sono addentabili, si ricongiunge il tutto in padella per divertito salto d’insieme che avvolga ogni cosa all’altra, in morbido e vellutato abbraccio su cui discontinuità cromatica sarà di trito di prezzemolo freschissimo. Infine, sapidissimo grattugiato di ragusano stagionato (va bene anche pecorino, romano o toscano che sia, qualcuno osa parmigiano o grana…). E di bombardo con Sirah a fiasco, meglio a damigiana, è guanto di sfida a Fato, o chi per lui, che si spera in resa sua a senza condizione.

Al tempo quando non c’era il tempo (Allonsanfàn parte undicesima: Aldo Palazzolo)

Tempi di guerre hanno immagini univoche di madri che piangono figli morti. Stabat Mater dinnanzi al corpo straziato del figlio, non della divinità, ché le madri di ogni guerra, d’ogni intemperanza, non dovrebbero sopravvivere ai figli, per leggi di natura sovvertite da follie d’uomini.

Due millenni addietro, quel momento, che pareva cambiasse la storia, indusse la Veronica al gesto semplice, di Pietas, di ripulire il volto dell’uomo morto. Tale altro, a quel tempo o forse secoli dopo, ricoprì, il corpo martoriato dell’uomo, non con tessuti raffinatissimi, con il lenzuolo più miserabile. Quello, per sue grossolane filature, iniziò l’osmosi perfetta, lasciando che la struttura biochimica della linfa vitale, segregata nella natura mortale, si cristallizzasse casualmente tra le trame della materia inerte del manufatto. Vi rimanesse in un per sempre d’immagine perfetta. La morte, coi suoi tormenti, apparve raffigurata nelle stratificazioni alchemiche, superiori al tratto stesso di grandi pittori. La fotografia si manifestò a donne, uomini increduli. Tredici secoli dopo, il canto vertiginoso della donna che pianse il figlio ebbe pure versi giusti, tredici secoli. Tredici, che è numero che torna, giorno di martirio altro, per Lucia che assurse a protettrice della luce, la fisica che rende possibile la fotografia nelle chimiche portentose d’una camera oscura. La luce che torna dalle profondità del buio.

Aldo Palazzolo pare cogliere dalla Veronica il testimone di quei fatti, si concede natali il 9 luglio che è giorno di celebrazione della santa. Quindi, a virtù di tredici per santa della luce, scatta tredici immagini della trasfigurazione del volto della morte. Lascia che la camera oscura divenga la rappresentazione della morte, la riproduce nella casualità alchemica delle Liquid lights, disturbando lo sviluppo dell’immagine latente con gesti non preordinati. Il Kaos generatore fa sì che l’osmosi si realizzi nuovamente, e la scelta della stampa su lenzuola bianche a grandezza giusta ad avvolgere l’uomo, chiude il cerchio, ne riannoda le estremità corrotte, disgiunte. Il cerchio spezzato, simbolo della barbarie, si ricompone. La rappresentazione della morte diviene, al contempo, j’accuse portentoso alla violenza d’un mondo che non si rinnega, che anzi di quella si compiace, e articolazione d’una grammatica della Pietas, quale fu nel gesto della Veronica l’apertura d’una prospettiva altra e vertiginosa. Le immagini dialogano con ogni contesto, riescono a costruire una dialettica, non spariscono nella semplificazione del tutto bianco, tutto nero, restituiscono la complessità della vita, fanno della morte soltanto l’epilogo transitorio d’un ciclo irrisolto. Vita e morte non sono opposti, rappresentano soltanto tappe di un divenire, si arricchiscono ad ogni nuova orbita circolare compiuta, deridono il tempo, lo derubricano a variabile a favor di convenzione. La collezione di quei tredici scatti, diviene, dunque, naturalmente allocata “Al tempo quando non c’era il tempo”, l’infinito ciclico di chi sa che la morte si ripropone soltanto come conseguenza della vita, pure se la negazione della Pietas non dà mai per scontato il viceversa. L’umano che si annulla, non partecipa a quella dialettica, decide per la sua stessa definitiva consacrazione alla morte, ne sovverte i tempi naturali con la disgregazione involutiva del sé. Aldo Palazzolo, invece, si muove in direzione opposta e contraria, dà luce alla morte, e se con la sua rappresentazione caotica indica la caducità della vita, ne trasferisce l’essenza primordiale nella sua opera e ne nega l’assoluto, ricorda che solo la linfa vitale è in grado di riprodurre se stessa.

I teli impressi raffigurano la morte ma sono sorprendentemente vitali, dialogano con ogni luogo in modo diverso, discontinuo, vivono in un linguaggio complesso che catalizza un pensiero divergente rispetto al consueto. È confronto permanente con le cose, col tempo di cui nega il carattere destrutturante, ne amplifica le pulsioni taumaturgiche. Appare esposizione d’una fatta al Palazzo Riso di Palermo, assume aspetto altro nella Chiesa dei SS. Nicolò ed Erasmo di Modica Alta. Si fonde, in entrambi i casi, con l’insieme d’intorno, gioca a rimpiattino con le ombre, cattura la luce, crea una sensazione di catarsi, di cambiamento, lì dove invece, ad analisi poco attente ed avvedute, ancora convenzionali, pare illustri il disfacimento collegato alla morte. Il pensiero semplice, dunque, produce morte, e ne pretende precise raffigurazioni. La complessità, al contrario, ne coglie l’inevitabile contraddizione, ne trasforma l’ombra in amplificatore di luci, catalizzatore chimico d’altra vita. La dialettica tra gli arredi liturgici della chiesa dei SS Nicolò ed Erasmo, dipinti scrostati dal tempo, colori corrotti, e i soggetti di una parte delle immagini – le Mummie della Cripta del Convento dei Cappuccini di Savoca – impressionati sulle lenzuola di Palazzolo, appare il risultato di una narrazione costruita volutamente, non la sorpresa del caso. E se un drappo di colore dimenticato, sfuma nella raffigurazione esposta della morte trasfigurata sul telo, una mano che si alza fa altrettanto con un altro soggetto. Un gioco di equivoci, l’ironia del ricordo d’una struttura che ha smesso le sue falsità liturgiche per divenire luogo di creazione, contrasto, pensiero, progetto di vitale bellezza. Lo fa nel momento in cui derubrica al suo ruolo statutario e fondativo, si suicida nell’abbandono, denuncia se stesso in favore del percorso altro, inaspettato, divergente. La follia dell’incatenare la morte in rappresentazione mitologica, si trasferisce nella sua rappresentazione finalmente aderente al ciclo – circolare – della riscoperta della vita.

La terra trema

M’era saltato, giusto a ier sera, causa giornata di fermenti e ipertrofie, lo sghiribizzo di farmi litrozzo o più (forse più) di vino rosso di presunta produzione contadinesca, ad affermo che fu estraneo a bisulfito a strabordo. Pure di genuinità e compostezza s’era fatto garante il villico che s’era esposto assai a dichiarar di falso, per dimostrazione di paventarsi immediato di gastriti perforanti ai limiti di prospezioni minerarie. Vado di musica a parzial conforto del patimento subito.

V’era, invero, tal sofferenza che non ebbi tregua di sonno, sì da indurmi a prolungar veglia con libercolo d’annata, saggio pari d’indigesto che il falso nettare. A reflusso aggiunsi, dunque, ulteriori e mai dome sofferenze di spirito d’analisi. E lì, a crogiolarmi di dolori, sazio di pasticche d’irrilevante efficacia, mi condussi ad ora tarda. Che pareva, d’un tratto, che cedessi al sonno, ma oppose lo gran rifiuto la terra madre di persona con tremo orrendo, che tutto ballò d’intorno, armadio si fece a scricchiolo tale e quale a infisso, lampadario ondulò d’altalena prolungata, letto parve a sobbalzo. Sicché sparì, in siffatto modo sollecitato, fastidioso fastidio da fregatura enologica, pure rimembranza di giorno pessimo s’occultò tra pieghe grigie, né parve godere di sorte migliore il filosofo francese con le cui pagine mi trastullavo inutilmente. Che a scatto fui lesto, e a rivestirmi pure di più, per pantaloni alla rovescia, maglione sottosopra, camicia d’abbottono sghembo, nella norma che mi si conviene, quale avrebbe aggiunto zia Agata in vita.

A precipizio spalancai la porta, ma all’uscio mi fui a blocco, che mi venne a mente il salvo oggetto definitivo in caso di cataclisma di maggior pronuncia. Indugiai a pensiero di quale esso fosse, roteai occhio a stanza intera, pure di testa scrutai dettagli nascosti. Di tabacco m’accertai presenza a tasca d’eskimo, pure c’era da accendere. Ipotizzai di condurre in fuga definitiva la macchina fotografica, o forse il portatile che conserva memorie mie. Poi mi venne a sommo di pensiero quel tal libro o quel tal altro, così mi ritrovai ai limiti d’un trasloco, pure se nulla, invero, m’ero ancora messo in mano. Fui colto dallo sconforto nel valutar che a nulla m’ero così assai affezionato, che cosa pare banale, inutile financo, a fuga vertiginosa. Ma volli insistere sinché lo sguardo non incrociò la preda giusta. E poiché m’avvidi che lo scossone m’aveva sedato di fatto, e non per suggestione, il malvagio gastroesofageo, ebbi a cuore finalmente oggetto di legame antico, e versatomi bicchiere di vecchio stravecchio, mi buttai sul divano per la sigaretta, avviando musica giusta, che se cataclisma doveva essere, così m’avrebbe colto, finalmente ad appago.

Radio Pirata 31 (The show must go on)

Radio Pirata è a Trentuno che torna a gran spolvero d’altisonanza, a musica e parole si concede per sommo gaudio di intero mondo. E bene che ancora intero mondo c’è, che del doman non v’è certezza, per sguazzo di bomba, colpo di spingarda, s’addorme umanità e, a risveglio, non si ritrova la mappa a pianta di piede. Che altra specie patisce un poco, poi gioisce che d’intruso si è fatta libera. Comprendo sano spirito d’ecologia di bombarolo, che stermina a sterminio di definitivo orizzonte specie funesta, che lucertola e sorcio si godono il restante senza punta di diamante. Vado a musica che è meglio di gastrite.

Progetto di mondo il mondo è di raffinatissimo gusto, che se contendenti smettono a bombarda, c’è terzo illuminato – che a gioco dice non partecipo, ma partecipo – che interviene a d’uopo a dir si continua, ch’io non ci sto a che uno perde e l’altro vince, ch’è meglio perde tutt’e due, pure se non capisce. Pare gioco di parti che non si ferma a che uno dice non gioco più hai vinto tu, che gioco è bello se dura tanto e a sfianco. Se gioco finisce ci vuole ancora pandemia, che non c’è rispetto per abrogazione a legge che fece governo di migliori.

Così, grande comandante migliore tra migliori, a dente aguzzo ad affonda morso giusto, parte e, molletta a naso, – che di peto fu insofferente – chiede che s’intervenga a che accordo non cancelli accordo, che sbrano sia a compimento definitivo. Prima che ciccia d’umano si estingua a mondo di mondo, profitto per assaggio di nota ad hoc.

Che fu promessa che pareva debito ad usura, che pandemia fosse a debello finale, che io scrissi ad alunni crudeli e irrispettosi di legge di stato, che volle governo d’illuminati, che mi parve di non rispetto a infinito che s’ammalano ancora, che, a mio dire, non ebbero coscienza civile a legger legge che dice virus non c’è più e che parta sarabanda a festa. Pure mi pare che senso d’amor patrio ancora è a carenza, che l’italiano non fu mai fatto, nemmanco le italiane, che a riviera non compresero rilevanza d’accetto lusinga d’armata a festeggio giorno d’invasione felice, che memoria a taluno evento è concessa per giusto, a tal altro pare faccia gioco di zar. Nemmeno c’è civil temperanza per rispetto di lavoro di povero industrial capitano che, a disfattismo, operaio nemico di progresso s’immola quale martire di religiosità negletta, di ideologico furore d’odio per classe altra, e pure, a pretesa infame di pagamento equo per sgobbo, si fa piattume di pressa, casco di gru, fulminaggio di tensione, asfissio di gas, pure s’annega, talora, come orrendo finto profugo che vuol far profugo ma sbagliò candeggio e fu sgamato. The show must go on.

Che io mi indigno, che mi pare che c’è roba di mefitica pestilenza che merita vendetta, pure se quella m’appare roba a fatica, che dunque evito. E non mi viene parola che mi evito intervento di conclusione, e lascio questo a giovane collaboratore che pago a cottimo, un tanto a minchiata, tanto per non contraddire logica di mercato: “Non c’è cosa che Io non saprei perdonare. Molte gravi tentazioni si sviluppano da questo pensiero. Sarei dunque più buono di Lui?” (Gesualdo Bufalino)

Il grande trogolo

La verità, voglio dire, non rischia niente a passare per un periodo di abbiezione: non il suo avvenire e nemmeno la sua gioventù. Quello che non deve mai venire meno è il nostro sforzo di intrattenerla, comunque, tra noi uomini.” (Elio Vittorini)

E giunse il tempo che desiderio di vertigine m’appare solo a sistemar chiappe a scoglio comodo, a favor di tenue brezza di ponente. Lì c’è posizione di sguardo ad altro tempo che andò via a rapidi scivolamenti. Che feci collezione di pergamene e titoli a ceralacca, di timbri e pacche sulle spalle, inchiostri di stilografica raccolsi. Mi avvidi di saggezze elevatissime di fini accademici, sagaci elucubratori di teorie d’avanzo, e professori mi professarono vie salvifiche di conoscenza. Capitani coraggiosi m’imbellettarono narrazioni d’autentico infinito di profondità, e preti e frati e paternostri m’illuminarono d’incenso, mi deliziarono d’omelie un tanto al chilo, pure in odore di santità mi parvero audaci pescatori di ghiozzi a tendenza d’eversione. Le madame dorè, le miti volontarie di misericordia, e signori dabbene di circolo esclusivo, di fatta impeccabile doppiopettata e profumo millefiori, mi fecero di sé modello esclusivo e beato. Arguzia finanziaria mi trasmisero autentici scienziati di doblone, ed a cure immaginifiche mi sottoposero per trattamento di deviazione.

Che però nacqui storto e storto rimasi, pur se mi sdoppiai a far finta d’assecondo. Che ora, a fase due, non m’è dato di adeguarmi all’immane trogolo di carni e sangue di sacrificio a conforto per Marte e Atena. Che però appresi di non apprendere, pur se assorbii finale convincimento che nemmanco le dame di San Vincenzo riusciranno a far del bene, ch’esse mai seppero cos’è la vita, che imbracciano sotto coscia, ad occulto, mitra e bomba.

Ch’io tutto imparai da puttane senza protettore, a quartiere miserabile dove misi dente da latte, e che, accademia autentica di bellezza, fu soffocato a rango di supermarket per saccheggio conclamato, con reparto d’onnisciente mammasantissima. Pure imparai da lambretta smarmittata di venditore di granchio per cattura a pietra celeste, da pazzo con canottiera su cappotto e camicia avvoltolata in testa, per posto a cappello in mano, a buco tappato per dammi cento lire, ci hai ‘na sigaretta. Che mi venne ad aula di lezione autentica osteria perduta, di abitanti a perenne nostalgia di bicchiere pieno, e vecchio compagno che s’accompagna a miserabile scarpa rotta, pantalone logoro e mano di calli e calce viva, curvo di schiena ma mai domo a dir di padrone peste e corna. Pure non fu capace di sopravvivenza a quello, nemmanco per saggezza di mutua a scarso d’assistenza e forse per cicatrice di manganello per protesta di contro legge. Che imparai dinamiche sofisticatissime d’universo da lavandaia a tempo perso, balia asciutta e odor di varechina. Altro seppi da pescatore silenzioso a barca a puzzo di cherosene e sangue di pesce raffermo, con ruga che solca il volto quale fiume di sale e fatica di sole. Che nessuno dei secondi ebbe allora a far mai guerra a tal altro, mai tirò indietro la mano a soccorso per chi vien dopo. Pure, a gengie sfatte, non smisero a riso per bimbo che passa, ch’io mi ricordo – che a denti non m’ero provvisto ancora – di tali sdentature di pace, ora che vedo biancheggiare nobili fauci di squali.

Le Vie dell’Immaginario (Allonsanfàn parte decima: Alice nel Paese delle Meraviglie)

“A che serve un libro, pensò Alice, senza dialoghi né figure?”.

Pensare di trasformare un intero, estesissimo quartiere storico, per pezzi consistenti semi abbandonato, in un gigantesco libro, le cui pagine sono rappresentazioni d’altri libri, “Alice nel paese delle Meraviglie”, il suo seguito immaginifico “Alice attraverso lo Specchio”, capolavori di Lewis Carroll, è pensiero divergente rispetto alle presunte inquietudini della lettura. I ragazzi di Immagina, quando concepiscono “Le Vie dell’Immaginario”, manifestazione annuale dedicata a grandi autori, ribaltano queste inquietudini, le trasformano in piacere autentico di scoperta, gioco, sorpresa. Immagina è già associazione atipica, ne fanno parte cinquanta ragazzi d’età compresa tra i sette ed i diciassette anni, che da qualche tempo animano il quartiere di Modica Alta, giocando a scuoterne le fondamenta, con epicentro nella Chiesa dei SS. Nicolò ed Erasmo, abbandonata, rinata. L’anno scorso celebrarono i cento anni dalla nascita di Federico Fellini, riportando i suoi film tra le strade strette, i vicoli, le ripide scalinate di quel quartiere abbarbicato su uno scosceso costone roccioso. Quest’anno la manifestazione farà la stessa cosa con Alice ed i suoi compagni d’avventura, i suoi incontri, le suggestioni di un capolavoro immortale. Ci stanno lavorando, a partire proprio dal loro quartier generale, perché tutto sia pronto per il via, il 18 luglio.

Il viaggio inizia proprio con l’ingresso alla chiesa oltre il quale sono cinque porte, quelle tra cui deve scegliere Alice, della Paura, della Rabbia, della Noia, dell’Amore, della Razionalità. Si aprono su altrettante stanze, ma solo una consentirà di iniziare il viaggio nel Paese delle Meraviglie. È viaggio che coglie il senso – o forse il non senso – del racconto di Carroll. Alice non sceglie la via breve del percorso chiavi in mano. La manichea distinzione tra bene e male le sfugge, non sembra imparare nulla, appare frastornata. Cammina attraverso un paese di contraddizioni, dove incubi e sogni non sembrano distinti, in cui le dimensioni del tempo e dello spazio si inseguono private della liturgia del consueto. Il viaggio è complesso, articolato, come nel Nastro di Möbius attraversa il sotto come il sopra, scopre il dentro tale e quale al fuori. Viene smarrita la stessa natura di fiaba, se ne perde la necessaria morale, si trasforma, invece, nella negazione stessa della narrazione quale strumento educativo, che induce a divenire “bravi bambini”, forse “bravi cittadini” ossequiosi, stereotipi d’infanzia “perfetta”. Si trasforma lentamente nel viaggio in una personalità intima ed esclusiva, non a caso si conclude esattamente dove ebbe inizio.

La quinta scenografica di Modica Alta, con le sue invenzioni urbane, l’imprevisto della scena, sembra costruita per questo viaggio, per un necessario monologo interiore. La natura corruttibile delle cose, infatti, ritiene in sé le orme del tempo, che si sovrappongono, si stratificano diacronicamente; la traccia più recente non cancella le precedenti, le opacizza soltanto, per un periodo effimero. Lo stesso tempo gioca con le cose degli uomini e, graffiando via gli strati superiori deposti al suo passaggio, ne scopre i precedenti, in un gioco cromatico che li riconduce ad un unicum narrativo che va oltre il presente. Questa ricerca non può che consumarsi dentro un percorso di riscoperta identitaria, dunque, che si riappropria dei luoghi anche quando il senso d’abbandono appare ad occhi distratti prevalente e fastidioso. Effetto sublime e collaterale di questo cammino, è la messa a fuoco del dettaglio che sfugge a chi è vittima inconsapevole del gioco d’inganno del tempo, a chi ha scelto la disillusione dell’accelerarsi quale pratica quotidiana. Appare, il dettaglio, quale irrinunciabile taumaturgia agli occhi di chi non è irretito dalla consuetudine. “Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci” (John Ruskin), e questo impone il viaggio lento, dentro i silenzi che in una condizione “urbana” e convenzionale non sono previsti, appartengono, semmai – in un immaginario qui smentito – solo a certe valli antiche e remote, ai più fitti dei boschi. Silenzi in cui si avverte profondo il respiro del tempo che è passato, rotto solo da qualche richiamo lontano ed ancestrale che proviene da un luogo indefinito, da dietro persiane serrate su un occhio scuro che spia il transito inatteso, allarmato, forse da scalpiccii desueti, lungo scalinate labirintiche, dentro il profumo di intingoli che sanno di memoria. Si dipanano – pure compiacendosene – le attese lunghe e pazienti, sinché i raggi sghembi del sole d’una certa ora, o qualche goccia di occasionale pioggia, non vivificano le coloriture di vernici dismesse, frammenti di intonaci, infissi scorticati. Dettagli d’umanità senza presenze, che riconciliano con dimensioni perdute, alternative ed ostili al mordi e fuggi, all’unica prospettiva dell’ora e subito. E del dedalo dimenticato, non rimase che l’opera collettiva di popolo e tempo, bellezza che riesce a farsi vanto delle sue rughe più profonde, senza riguardo, invero, per l’estetista. Pure s’arricchisce dei contributi di artisti, ispirati da Carroll, negli angoli più improbabili, che siano vecchie chiese, frammenti d’archeologia dimenticata, ripide e strette salite, cortili. La via degli adulti, la via che i “grandi” hanno già predisposto e realizzato, pare dimenticata, diviene la via di Alice, una strada personalissima di riscoperta.

Attese di pagine unte

C’è, e me ne avvidi- in attesa che signora primavera si ripresenti rinunciando ad ottusi ritardi – sottile ma robusto legame tra gusti letterari e gastronomici. Pure di musica però, che ci vado immantinente.

Ci sono fast food di vaghi retrogusti rancidi, salse e bibite che sanno di melassa, sapori che palati prelogici non solo gradiscono, ma pure mettono a corredo di certe letture – qualora ve ne siano, che capita di rado – che, appunto, sanno di rancido, di melassa, stuccano. A me tali cose – nessun pregiudizio nei confronti di chi ne fa uso massiccio, pervaso dal germe del mordi & fuggi -, che pure s’accompagnano a musichette sui cui testi glisso, mi fanno aumentare, ora la glicemia, ora il colesterolo, sfociano in reflusso gastrico, solo le legga, sia anche le mangi, pure le ascolti. Dunque, privandomene con cura, soprassiedo nel darne giudizio, mi dichiaro incompetente, potrei non essere all’altezza, giacché della loro esplorazione attenta feci a meno, né, ritengo, di sottopormi a radicali ripensamenti. Vi sono, invece, certe cene che non si dimenticano, quel dentice, innaffiato e basta con un bianco che non interferisce col gusto, lo esalta piuttosto, come lente d’ingrandimento ne illustra i dettagli, evita l’affastellarsi d’una moltitudine confusa di sensazioni indistinte. Rimane nella memoria, non accenna ad abbandonare la sua essenza di ricordo felice, semmai si dispone con sapiente lentezza, senza sgomitare, diacronicamente accanto ad altre esperienze di siffatta specie, pur mantenendo posizioni privilegiate. Vi sono, lì nei pressi, certi saraghi del Mar d’Africa, attesi senza fatica all’amo per ore, che abboccano mentre l’alba si esercita in cromatismi spiazzanti; pomodori colti negli orti degli dei, con lo sfondo lontano della fiammeggiante irrequietezza della tomba di Empedocle, ancora, chicchi di melograno giunti direttamente dalla terra dei Lotofagi.

Ivi echeggiano certe suite, certe tirate di fiati, battute a controtempo su clap, pure a tasti bianchi e neri, vibrati di corde. Dimensioni perfette del gusto, del suono, che invogliano le palpebre a socchiudersi, per spalancarsi poi a veglia su letture lente, articolate, sofferte, che però finiscono per scivolarci per sempre dentro, in forma di una ruga in più, un guizzo comportamentale, un’attitudine… Distinguo, su ripiani facili da raggiungere, le coste importanti di certe cose così… Tutta roba che, quando se ne parla, riecheggia come tappa essenziale della nostra esperienza formativa, ed un piatto assume consistenza letteraria, almeno quanto un libro lascia al palato quel gusto permanente che deriva da ingredienti esiziali per cuochi abilissimi nell’amalgamare le parole. Eppure, accanto a ciò, c’è anche dell’altro… E se “L’uomo senza qualità” invoglia alla liturgia d’una Sacher, almeno quanto “Il garofano rosso” spinge verso il rito di un budino di mandorle, così, certi banchi di frutti di mare, pomodori secchi, olive farcite e peperoncini diabolici, immersi in un Suk di colori e profumi, offrendoci l’opportunità di consumi rapidi ed estemporanei, accelerano il desiderio di tornare a sfogliare libercoli leggeri, poche pagine che sembrano scivolare via come va giù un mitilo al limone, o un tocco di pepato fresco s’annega nel sorso d’un Frappato. Certo, v’è forse un po’ di pudore nell’ammettere che quelle letture d’un paio d’ore, street reading consumato sulla panchina d’un parco, a sedere su un muraglione dirimpetto al mare, sotto un albero di ulivo saraceno, pure distratti dalla risacca o dagli uccelli (e non solo dal loro canto), possano averci formato gusto e memoria; ma che bellezza “Tre uomini in barca (per non parlare del cane)”, “l’uomo invaso”, “Ricette immorali”. E se il pensiero corre immediato al perfetto abbinamento letterario gastronomico del Gattopardo, allorché Angelica perdette la sua elegante postura, lanciandosi assatanata, dunque, finalmente, umana, sul timballo di maccheroni, o se gli arancini dei Benedettini deconcentrarono financo i Viceré, è però anche vero che occorre altro che non sia di così difficile asporto quando si decide che la domenica mite di primavera si proclama tale al lusso d’una panchina, a consumo appena d’un libercolo. Non mi rimane che suggerirvene uno che avete già letto, che ci riconsegna la sorpresa d’un ordito, che disvela dettagli sempre nuovi senza l’intralcio d’una trama ignota. Che ne so, un Diario di Eva, o di Adamo, se vi pare, una cosa che scende giù come un bicchiere di Zibibbo fresco, o l’agognato caffè di prima mattina. Ma prima di ritrovare la solita panchina e di scovare la lettura prescelta sullo scaffale in alto a destra, in un mortaio triturate frutta secca, pinoli, nocciole, noci, mandorle, pistacchi non salati, e spolverateli di semi di sesamo. Poi lasciate che il miele di timo (che fortuna se aveste quello di carrubo a portata di mano) si sciolga sino a caramellare sul fondo di una padella; versatevi sopra il trito e amalgamate tutto. Dunque, versatelo ancora bollente su un foglio di carta forno, sino a farlo consolidare in forma di lastra di vetro brunito, e spaccatelo a quadri che infilerete in un cartoccio da portare con voi. Quel crunch di sgranocchiamenti che ne conseguirà sarà allo stesso tempo colonna sonora della vostra lettura e arma di dissuasione di massa per tenere lontane presenze importune. Che meraviglia – di tanto in tanto, e senza esagerare –, che guerre tolgono il sonno, pandemie furono, ex legis, abolite, far finta di essere sani!

Radio Pirata 30 (a singolar tenzone)

Radio Pirata si fa Trenta, che è prima di Trentuno quasi sempre. Che essere conseguenziali, pure precisi, è cosa che si conviene a strutture serie, che Radio Pirata tale è, o forse, come da premessa pare tale, quasi. Che c’era desiderio esaudito che faccio puntatone a talk show e invito, quale salotto buono, ospite a pago a cottimo, un tanto a minchiata, a speranza, che fa grande audience, che intellettualume poi se le dà che faccio share che pare borsa a volo ad altissima quota per predisposizione di guerra. Che Radio non manca però di suo compito definitivo che è di porre a musica la sensazione di scorribanda che è ad insito in suo nome.

Che subito mi viene a mente tale che ci fui a lezione, pure mi tocca di invitarlo per proporre questione seria, che a causa d’impedimento mi mandò sua frase che casca a fagiolo per cosa precisa. Che mi posi problema di come pandemia è sconfitta ex legis e scienziato pare sparito, ch’egli, a previsione di tale domanda mi scrisse “Pensiamo che la scienza sia obiettiva. La scienza è modellata dalla società perché è un’attività umana produttiva che richiede tempo e denaro, e dunque è guidata e diretta da quelle forze che nel mondo esercitano il controllo sul denaro e sul tempo. Le forze sociali ed economiche determinano in larga misura ciò che la scienza fa e come lo fa” (Luigi Luca Cavalli Sforza)

Egli pure suggerì che razza non esiste e primo fu a dimostrazione, che se uno dice tale uomo è diverso da altro, a conseguenza, pare razzista, che ci scrisse pure Manifesto assieme a banda d’altro scienziato che c’era anche tale Rita Levi Montalcini.

Che egli qui mi pare esagerò, che se vero fosse questo che dice, se governo di migliori dice che tale profugo per guerra si può accogliere, pure a cambio di doblone a frutto di solidarietà, e tal altro, invece, per guerra altra, se ne può andare a deserto ramingo o a carcere a voce di spesa patria, sempre a deserto, e se scappa muore d’annego, pare sia razzismo anche quello. Che come fa governo di migliori a essere a razzismo conclamato, pure a norma di firma ceralaccata di norma, che ci ha a sostegno grande, glorioso e giusto partito di sinistra? Se veniva, il Professore, a salotto buono di talk show di Radio Pirata, ci sta che c’era cazzotto certo. E vado a musica a giusto stacco a stemperare tensione di singolare tenzone.

Volevo invitare anche tal altro che scrive e fa di scrittura mestiere, ma ci sta che poi finisce a cazzottatura, ch’io non mi metto a separazione di contendenti che ci ho menischi malmessi, ch’egli voleva venire pure da posto che d’ultimo e ha sconforto, per dire cosa che mi mandò promemoria. “la schiavitù non è altro che il profitto di pochi del lavoro della massa. Perché la schiavitù possa essere abolita è necessario che gli uomini non sfruttino più le fatiche delle masse e che considerino vergognoso e vile tale sfruttamento. Intanto si fa in modo che venga nascosta la forma esteriore della schiavitù e che venga abolito il mercato degli schiavi; così facendo tendiamo a persuaderci che non esiste più la schiavitù e non vediamo e non vogliamo vedere che invece continua a esistere, dal momento che tutti gli uomini continuano a credere che sia giusto sfruttare le fatiche altrui. E poiché quest’opinione resiste, ci saranno sempre quelli più furbi e più forti che si credono in diritto di farlo.” (Lev Nikolajevič Tolstoj)

Che finisco a saluto con poesia di tale che è a colore giusto per convenzione amministrativa, dunque non contraddico norma ch’egli qua già c’era, pare non ci arrivò a barcone di sfollato.

Nun mi lassari sulu

Ascutami,
parru a tia stasira
e mi pari di parrari o munnu.

Ti vogghiu diri
di non lassàrimi sulu
nta sta strata longa
chi non finisci mai
ed havi i jorna curti.

Ti vogghiu diri
chi quattr’occhi vidinu megghiu,
chi miliuna d’occhi
vidinu chiù luntanu,
e chi lu pisu spartutu nte spaddi
è diventa leggìu.

Ti vogghiu diri
ca si t’appoji a mia
e io m appoju a tia
non putemu cadiri
mancu si lu furturati
nn’assicutanu a vintati.

L’aceddi volanu a sbardu,
cantanu a sbardu,
un cantu sulu è lamentu
e mori ntall’aria.

Non calari l’occhì,
ti vogghiu amicu a tavula;
e non è veru mai
ca si diversu di mia
c’allongu i vrazza
e ti chiamu frati.

Frati ti sugnu e cumpagnu
calatu a scippari i spini
chi nsangnunianu i pedi:
frati e cumpagnu jisatu
a sfardari i negghi
e astutari i lampi:
frati e cumpagnu
si scattanu i trona
e trema a terra,
si spunta u suli e l’abbrazza.

Unu nun fa numiru,
nascemu pi cantari nzemmula
e non pi lassari
eredità di lacrimi
e ripitìu di lamenti. (Ignazio Buttitta)

Non mi lasciare solo
Ascoltami, / parlo a te stasera / e mi pare di parlare al mondo. // Ti voglio dire / di non lasciarmi solo / in questa strada lunga / che non finisce mai / e ha i giorni corti. // Ti voglio dire / che quattro occhi vedono meglio, / che milioni d’occhi / vedono più lontano, / e che il peso diviso sulle spalle / diventa leggero. // Ti voglio dire / che appoggiato a me / e io appoggiato a te / non possiamo cadere / nemmeno se la bufera / c’insegue a ventate. // Gli uccelli volano a stormo, / cantano a stormo, / un canto solo è lamento / e muore nell’aria. // Non abbassare gli occhi, / ti voglio amico a tavola; /e non è vero mai / che sei diverso da me / che allungo le braccia / e ti chiamo fratello. // Fratello ti sono e compagno / curvato a strappare le spine / che insanguinano i tuoi piedi: / fratello e compagno alzato / a lacerare le nuvole / e a spegnere i lampi: / fratello e compagno / se scoppiano i tuoni / e trema la terra, / se spunta il sole e l’abbraccia. // Uno non fa numero, / siamo nati per cantare assieme / e non per lasciare / eredità di lacrime / e ripetuto di lamenti.

E buona domenica assai con musica a favore di vento, pure se di colore fuori legge.

Di Norma

Mi capitò, così per chiacchiera, di articolare discussione con certi tipi a rischio d’estinguimento, tali che predicano il “vietato non toccare”, per intenderci. Che pure fanno notare delizie su cui avevo avuto modo di riflettere soltanto in modo assai superficiale, poco consapevole, e cioè che nel progettare qualsiasi umana schifezza si tiene ormai conto di un famigerato “utente tipo”, cui si attribuisce un grado assoluto di “normalità” incontrovertibile e generalizzata. Vado di musica a tipo prescritto.

Ora, pare che questo (utente) tipo, la cui natura concettuale ed indefinita ne è il carattere distintivo, marchio di fabbrica, non s’ammali, abbia tratti standardizzati, non cresca, non muoia, di fatto sostituisce la variabilità umana con tutte le sue debolezze – pure schifezze -, che ne so, la memoria, la stazza, la religione, il voto, l’odore, la faccia e quant’altro. In siffatto modo sollecitato a riflettere, mi balenò per la mente anche la pletora di riforme che affollano i salotti di prime pagine plaudenti a migliori e quotidiane, che ne so, quella della sanità (l’utente sostituisce il malato) o della scuola (in questo caso il modello di studente universale ha il sopravvento sul soggetto in età evolutiva, che matura la propria personalità nei luoghi di formazione sociale, cancella arcaismi di siffatta natura, taluni ispiratori d’eversione quali il Maestro Manzi, Don Milani).

Per di più, all’utente tipo è concesso persino di essere portatore di handicap, ma con caratteristiche precise, come figurano in quei disegnini che indicano parcheggi per disabili, dunque dotati di enormi sedie a rotelle in cui l’omino sparisce incassato tra braccioli monumentali. L’utente “normale”, allo stesso modo, non gode di gusto estetico, ne consegue che ci sono, che ne so, biblioteche talmente brutte che difficilmente consentono l’accesso a chi ha a cura la bellezza della lettura, non è, dunque, a norma. Di converso, se la vostra vecchia zia perde pezzi della sua autonomia, si trasferisce a casa vostra, e vi strafoga di lasagne, se poi non passate più al tornello dell’autogrill, o dello stadio, o dell’aeroporto, è colpa vostra che avete dismesso l’abito dell’utente tipo, vi siete voluti ghettizzare nell’a-normalità di stazza. E certo non siete un bell’esempio per quei milioni di studenti che hanno rinunciato alla propria identità in nome del progresso, per essere classificati in un numero di categorie che entrano nelle dita delle mani e che taluni chiamano voti, come quelli che si prendevano per conventi e monasteri.

In quanto antimoderno, che si rifiuta di diventare utente tipo a difesa di presunta avvilente specificità personale, vi spiego come si fa la Norma, ossia quel piatto tipico che qualcuno vuole far risalire giammai alla norma in quanto tipicizzazione di massa, bensì a quella del “Cigno” Vincenzo Bellini.

Cominciate col preparare una salsa con pomodori freschi, meglio se costoluti di Pachino (non ciliegini), su un soffritto d’aglio, ed addizionatela di abbondante basilico. A parte friggete in olio d’oliva quintalate di melanzane tagliate in fette di mezzo centimetro, ed asciugatele ben bene dell’olio che tendono ad assorbire. Qualcuno, prima che manifestino cambi cromatici nel calor bianco e sfrigolante della padella, le lascia in una salamoia, schiacciate da un peso, per disperdere il retrogusto amarognolo cui l’ortaggio tende. Io non lo faccio giacché quel gusto consolida appetiti, di certo il mio, per il quale, ricordo, ho chiesto deroga alla norma, ma non alla Norma. Cuocete gli spaghetti, conditeli con la salsa in un piatto di ceramica colorata, sufficientemente ampio da farci atterrare elicotteri, dunque ricopriteli senza lasciar spazio a capolini, con lenzuola di melanzane – avrete cura di lasciare quelle che restano in un piatto, lì, a portata di mano, non distante dal fiasco del rosso -. Infine, cotonate il tutto con abbondante nevicata di ricotta salata grattugiata sul momento. A questo punto cominciate a pescare le fette con la ricotta, infilzando il sottostante spaghetto sinché non risulterà nudo. Ricopritelo nuovamente come prima, perché non prenda freddo, e ricominciate, per due, tre volte, se siete inappetenti, esagerate se buone forchette, sino a disvelare i preziosi cromatismi del nudo piatto. Essendo l’operazione lunga e complessa, ancorché gratificante, avrete tempo di ascoltare pezzi consistenti degli eleganti gorgheggi di quell’altra “Norma”, oppure, come faccio io, andate di jazz. Poi fatevi una ragione del non aver capito niente di cosa si intende per norma, ma quanta soddisfazione nell’essere finalmente utente tipo in deroga, dunque stupido ex legis!

Radio Pirata 29 (in fondo al gruppone)

Radio Pirata, oltre ragionevolezze, giunse a Ventinove, ch’è numero primo, ma radio preferisce ultima posizione e si contraddice, che quella – contraddizione, intendo – è in seno al popolo. Che, a tempi di guerra, sovrano dice e non dice, che il bel d’essere sovrano – pur talora basta migliore tra migliori – è dar promessa a mantenimento non tale e quale, che n’ebbe facoltà per accredito divino, mica per green pass qualsivoglia. Pure Re – o migliore tra migliori – può che promette, ad applauso e standing ovation, sangue, sudore e lacrime per fondo di fila, che primi chiedono a voce convinta. Che vado di non musica, all’uopo, che a brano di nota vado dopo.

Che fu a lavoro di collaboro con amico Sergio Poddighe

Che ad elmetto per armiamoci e partite s’attrezza elité di grande sovranità, per far fronte a crisi. Ancora insegue bomba che quella è di sacra liturgia di risoluzione di problema. Mi metto elmetto anch’io e parto per vacanza da parte opposta a guerra che ho vena a disobbedienza, prendo corriera e varco confine di disfattismo militante.

Disegno di Sergio Poddighe

Che parvero di disfattismo militante pure tali rider che beccarono manganello che a Primo Maggio si permisero a manifestazione, che dissero, a privazione di pudore, non trotto più per sgobbo a obolo di miseria. Parevano ingrati quali chi non ebbe a cuore destino d’imparo mestiere per sapere se lavo piatto – a giusto e a gratis – si fa a senso orario o antiorario di passo di spugna, ad olio di gomito vieppiù, che risparmi a detersivo, che forse è fatto con petrolio di zar e pare condizionatore acceso. Che povero ricco che sostiene a stampella PIL è costretto a ricatto di pago financo chi lavora, e che ad imparo non offrì sudore a cottimo. M’attrezzo a musica stavolta.

Che fu fortuna che governo d’illuminati veglia su nostri destini rosei con trovate d’altissimo ingegno quali ministro d(‘)istruzione che disse crisi è a dramma, che non c’è figlio per colpo d’amplesso a segno, e scuola trovasi a corto di cliente. Ma egli predisse destino fulgido come non mai, con trovata a colpo di genio che d’originalità spicca a firmamento, che pare, pure quella, stella di copertone: taglio classi ma con qualità elevatissima. Che a taluno pare cosa già detta, ma mettete che ora, a risparmio, finalmente si trova soldo per bomba in più che fa comodo. Ne mai ora, che manca natale, si può, a pensiero deviato, impedire che paese diventa reparto di geriatria con accolgo il morto annegato a luce di sole, che quello poi accampa diritto, e dove andiamo se tutti accampano diritto che ancora povero ricco è ad obbligo di pago per braccia forte di lavoro a litri di sudore? Meglio un tanto arriva a luogo di morto annegato, che d’arrivo è nascostamente e non si vede, così poi è a non pretende. Musica d’opportuno si faccia.

E ora vado a termine ultimo di puntata che a consueto do’ parola a giovane collaboratore che pago con onore di far parte di squadra prestigiosa di Radio Pirata, che così impara taluna cosa importante.

“Quando i governi opprimono e sfruttano fanno il loro mestiere e chiunque gli affida senza controllo la libertà non ha il diritto di meravigliarsi che la libertà sia immediatamente disonorata. Se la libertà è oggi umiliata o incatenata, non è perché i suoi nemici hanno usato il tradimento, ma perché i suoi amici hanno dato le dimissioni.” (Albert Camus)

Cola Pesce è (ancora) morto

M’ero, a più volte e più altre, prefisso che non avrei letto certo rivistume cui m’abbono a sprezzo di reflusso gastroesoofageo, ma ci casco a masochismo. Che ad una è notizia che 2021 è a morto d’annego di migrante a mare d’Europa otto al giorno, e 2022 pare di più. Che è cosa che dice Onu, non Pinco Pallo. Che mi viene che pure quella è guerra, che a costo di bomba una se ne salva la metà. Eppure a bomba c’è corsa che non m’avvedo che a morto ci scappa pure senza scoppio. Ma non mi va di scrivere, che riciclo che tanto non cambia. Al più dò musica di nuovo a fondo, non di mare, di lettura.

“Ora, capisco bene che di battaglie navali se ne sono raccontate. Di qualcuna ho memoria. Ma chissà perché non m’è mai capitato d’associare il terreno di battaglia con la disfida a cannonate, o lance in resta, per parlare di cose più antiche. Dev’essere perché sono nato coi piedi a mollo, e non capitava mai un giorno, pure se il fortunale batteva gelido e s’arruffava il pelo a schiuma di sale, che non me ne stessi, anche solo per un minuto, su uno scoglio, un moletto, una rena, a cercare di vedere se l’orizzonte s’era riposizionato. Se tempo m’avanzava, una lenza la lasciavo partire, anche solo per beccare una perca o un pesce cavaliere, spinoso ed avaro di ciccia. Dev’essere che starmene lì, praticamente ad un passo da quella specie d’utero materno sovradimensionato, pure fino alle ginocchia, o talora proprio immerso dentro, mi trasmetteva serenità. Il tutto d’intorno anche faceva altrettanto.

Da bambino prudente, non m’avanzava paura se più su, i seni che parevano carene appena calafatate e tenuti su dalle ringhiere rugginose di levante, nei momenti di pausa da antiche professioni, le signorine più famose del quartiere vigilavano sulla ciurma rumorosa ad affollare la battigia. Me le ricordo una ad una, prima che tutto d’intorno non diventasse un supermercato e il loro pubblico esercizio non desse scandalo. Ce n’era una, ricca di clientela affezionata e routinaria, che si chiamava come la santa cui era dedicata la strada dove teneva bottega. Tanto che mi convinsi, appena seppi leggere l’epigrafe toponomastica, che quella fosse proprio lei, la santa, intendo. Che quando glielo dissi al parroco, quello mi dimostrò una discreta mancanza di capacità astrattive, come si direbbe nelle classi della scuola dell’obbligo di certi alunni un tantino ingessati, mentre mi regalava un tatuaggio delle sue impronte digitali. A me, poi, la carretta di Santino, o la pilotina di Pilu Rais, pure se facevano più scruscio della Lambretta scarburata e smarmittata di mio zio, e facevano scappare le sardine lontano da ami vanagloriosi, l’idea di cannoniere non me l’hanno mai data. Si, è vero pure che a un certo punto, che parevano posate sull’orizzonte, si cominciavano a vedere certe città galleggianti che facevano impressione pure a quella distanza. Anche i racconti del grande sbarco me li prefiguravo, quando i vecchi (allora nemmeno tanto tali) raccontavano che tra cacciatorpediniere e incrociatori, per quant’erano, non si vedeva l’acqua di sotto. E però, niente, che quella cosa azzurra che non finiva mai mi dava sempre quel senso di pace. Pure quando virava al nero, e d’azzurro non c’era traccia, né sopra né manco sotto, che il cielo era così scuro, mentre s’abbassava sull’orizzonte, che faceva finta d’essere un imbuto che s’inghiotte le città intere, con tutti quelli che ci stanno, barche e palazzi compresi. Io lo sapevo che era sfogo che poi passa, che a tutti ci capita d’avere i cinque minuti, e il mare, se uno gli porta rispetto, non ti fa male. Eppure, mentre non faccio più il Cola Pesce – invero, non m’è appartenuto mai tanto di tenere su pesi per troppo tempo -, mi pare così strano che invece c’è gente che si lamenta che quelli t’annegano a frotte, senza manco farsi troppo pudore d’essere donne e bambini, che c’è chi schiera le portaerei perché là non si pesca, che mitragliano il pescherecciuccio, mentre ci sono certe palamitare di chilometri che strascicano ogni scoglio sommerso e manco lasciano un filo di posidonia. Ma si sa che il mondo non è fatto per quelli fatti strani come me, che Cola Pesce è morto, pure malamente.”

Gioco di specchi

“Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini” (Frida Kahlo)

Gli orizzonti ci raccontano di quanto effimeri siano i confini degli uomini, di quanto s’apprestino a divenire solo convenzioni brutali e disumanizzanti, atti di grigia e autobeatificantesi burocrazia. Perché la linea dell’orizzonte giammai sarà confine, piuttosto invoglia lo sguardo, la mente ed il cuore ad andarvi oltre, a cercarne la fine che non c’è. Ed è proprio quell’infinito prescrittivo c’apre fantasia e sogno, libera le coscienze di chi ha le giuste qualità dell’anima per provare l’ebbrezza del viaggio di scoperta. Non v’è forse financo nella natura il dono concesso alle sue creature d’aprirsi all’infinito? Non sono i promontori esposti al vento, brulli per definizione, protesi come infiniti occhi verso l’orizzonte? Non sono, ancora, le vette dei monti aperte perché si goda della meraviglia del tutto d’intorno? Vi fu un tempo che anche gli uomini s’erano avveduti del fatto, e costruivano le loro ipotesi d’architettura più celebrata perché aprissero lo sguardo, concependole solo come l’invito a guardare oltre. Così per certe piazze rinascimentali, passerelle per lo sguardo proteso ad esplorare mondi sconosciuti. Pure per certi templi greci che appaiono più trampolini verso il divino, che cubi di roccia che ritengono preghiere. I teatri dell’antichità dissimulavano la scena perché fosse in continuità solenne e vertiginosa con la striscia di cielo e mare che la chiudeva, con acqua e porti in un tutt’uno, a raccontare le gesta di viaggi infiniti ed estremi.

Empedocle, dopo aver assaggiato l’irrequietezza fiammeggiante della più alta delle vette, dovette per forza volgere lo sguardo a quella linea in fondo. E roteandolo in ogni direzione comprese che quella era la somma delizia, tale da non poter essere superata da altra esperienza. Quindi, tanto valeva farsi friggere in magma, nel convincimento che tanto il sommo piacere d’un viaggio immediato per tutto il mondo era appagato. Ammetto che, poco filosoficamente e con scarsa poesia, assai propenso a cose d’un pezzo più prosaiche, mi sarei acceso con l’incandescenza d’intorno una MS, e me la sarei goduta un tanto in più. Ed a dire il vero è esperienza che ripetei più e più volte, sinché almeno, lo sferzare gelido non m’induceva a raggiungere il buen retiro d’un rifugio dove si versava il vino giusto. Pronto, però, a ritornarci, o semmai a reiterare il lancio dello sguardo all’infinito da qualsiasi altra posizione mi sarebbe stata concessa.

Pare, secondo taluni, che quel senso di libertà cui invoglia l’orizzonte libero allo sguardo, sia l’anticamera della pazzia, forse persino la sua conclamata manifestazione, come in un bel ricettario codificato di psichiatra. Ci sono le prove, pare, appunto, e la memoria corre a Don Chichotte, lancia in resta, che si scaglia contro il mulino che si frappone tra lui ed il suo orizzonte d’amore. Il buon Sancho, invece, che è uomo saggio, compassionevole e giusto, urla il suo “signor padrone”.

Venne così il tempo della saggezza, ed ancora dura, in cui l’Homo Faber si mise in testa che più che il sogno, più che il volo di Pindaro, valesse la pena costruire il recinto per le menti. Dunque chiuse quegli orizzonti, mascherando la scelta col bel verde di tigli e cipressi, perché lo spettatore dell’infinito non s’avvedesse di quanto la sua natura d’esplorazione fosse stata sepolta dal tiranno. E dopo aver sradicato foreste e boschi, è divenuta preoccupazione imporre alla natura ciò che non le è mai appartenuto, tappare gli occhi. Ecco la volontà del renderla schiava, donna di servizio ed essa stessa aguzzina e carceriera della ricerca della terra d’Utopia.

I confini sono scritti col sangue degli eroi, gli orizzonti, invece, sono tracciati dalla fantasia dei pazzi e dei visionari. Oggi, che il sangue è finalmente al potere, la fantasia è prigioniera delle segrete dell’oscuro presagio della fine del gioco. E di emuli di Don Giacomino da Recanati, che vincono l’asfissia d’una siepe con semplice sguardo di dentro, non è che ve ne sia una pletora a far fila. V’è invece il tutto pieno di condannati a quel contrappasso dell’inseguire la propria coda nel tentativo d’azzannarla, convinti si tratti del nemico più feroce.

Ma puoi metterla come vuoi, proprio come ti pare, ti puoi mettere a negare l’evidenza, travestirti di certezze granitiche circa la collocazione delle tue chiappe al centro dell’universo, immaginarne l’assedio di quella cosa infida e sgusciante che rifugge dalle tue zanne, ma pur se non t’avvedi dell’esistenza d’un orizzonte diverso, quello c’è comunque, ed oltre quello c’è qualcuno o qualcosa, così come, ti piaccia o no, tu sei esattamente quel qualcuno o qualcosa che c’è oltre l’orizzonte di qualcun altro.

Radio Pirata 28 (buon lavoro)

Che Radio Pirata si fa Ventotto che di quello ce n’è uno, tutti gli altri son nessuno. Che domani è Festa di Lavoro, pure faccio auguri a chi lavora e a chi no, che cerca a disperazione che Costituzione ad Articolo 1 pare non c’è o se c’è manca specifica a “sfrutto”, e manco a ripudio di guerra d’articolo 11 si fa occhiolino distratto. Ma vado di musica che è compito statutario di trasmissione per pace, dunque pare con colbacco in testa.

Che morto ammazzato di lavoro, dice statistica – che la fa cervello asettico di matematica -, è a due al giorno da inizio d’anno. Che è solo storia di distratto a distrazione mosso, che muore a metto piede in fallo mentre passa betoniera o caterpillar, pure scivola d’ascensore, distratto ancor più, tale ragazzo, che è a dimentico d’avvertenza che è morto da ore tredici, che scoperta è per caso ch’egli non collaborò col dire son morto.

Che due al giorno pare guerra guerreggiata, ma è roba disfattista se domani a bandiera colorata si dice basta con tale guerra, pure con altra che tuona di bomba. E io vado di suono giusto, che faccio colonna sonora.

Che radio si ripete se dice che cotali creature di cervello raffinatissimo dice che è scandalo a chiedere soldo per lavoro a ore senza tetto, che a tali posti già è a pagamento onore di fatica, pure se è a sgobbo indefinito, che s’impara a far fame dove si serve porzione dabbene. Che pure questo è paese civile che istituzione non s’indigna, nemmanco popolo fa gesto di sorpresa e dice ad illuminatissimo, sai che c’è, che forse è meglio che conosci via d’esilio a paese civile dove lavoro è a schiavo, che qui non si dice, pure se è. Musica sia, per lavoro a cottimo un tanto al chilo e contratto di clausura con vita altra che non è a facchinaggio.

Che domani è giorno di rischio orrendo, che pare sia ad intenzione di manifestanti di lavoro, protesta pure contro guerra, dunque contro lavoro di persona dabbene che fabbrica, ad onesto progetto per futuro fulgido, bomba ad esplodo certo, per taglio armata industriale di riserva e creo occupazione a sterminio di pretendente. Ma anche faccio di profugo clandestino prodotto di braccia a costo basso, che lavo piatto, colgo pomodoro e, a senza diritto, calmiero prezzo di centro commerciale per salsina gourmet. Musichissima di lavoro concedo ad ascolto di meritato riposo di weekend.

A dire buon lavoro pare ossimoro, che, a cautela, faccio spiegare da collaboratore subordinato con contratto di apprendistato, prima che faccio di lui censura che nacque in posto strano: “Siedo sulla schiena di un uomo, soffocandolo, costringendolo a portarmi. E intanto cerco di convincere me e gli altri che sono pieno di compassione per lui e manifesto il desidero di migliorare la sua sorte con ogni mezzo possibile. Tranne che scendere dalla sua schiena.” (Lev Tolstoj)

Buonissimo 1° Maggio

Il mulino a vento

Insomma, ora è cosa che mi sarebbe anche avvenuta a noia che altro me torna sfatto come brasato stracotto da duro giorno di lavoro, che sempre s’affratella a resto di genere umano e s’occupa a quel consesso di dialettica accesa. Pure esprime suo pensiero che a quello c’è smonto collettivo, che pare Don Chichotte che persevera a carica lancia in resta per aggancio a braccio di mulino e catapultazione conseguente, con tanto di ciuco a sommo di spalla. Ch’io vado di musica che situazione m’appare scabrosa.

Ora, ch’egli è a scontro di resto di mondo è cosa ch’appartiene ad indole di carattere suo, che io non m’azzardo a dire che non si fa. Pure mi risponde male e m’addita a roba pessima di qualunquismo. Io abbozzo, ma capita che a giorni uno si, ed uno pure, si sganghera a punto tale che fa fuori scorte di quello rosso buono di contadino. Ed io a botte esausta mi metto a tristezza. Ma tant’è, che devo fare, povera creatura? L’accudisco, che a lasciarlo ad angolo di pietà mi pare cosa disdicevole, che sempre altro me è, mica uno che pesco a gioco di lotto a svolto di strada.

Insomma, ieri sera mi fa di rientro a casa passaggio a Forca Caudina per capo chino a penitenza, causa scontro con colleganza illuminata e conoscenza di saggio principio. Ch’egli – così disse – espresse parere non a richiesta di tale, ch’io più volte di tante volte gli dissi che meglio è di no. Che c’era giubilo per accolgo profugo di guerra. Egli – altro me, intendo – disse che era cosa buona e giusta che governo di migliori s’accorge di profugo se è a scappo di guerra, ma che guerra è tanta, e gli pareva che pure se donna afghana – che era a strappo di capelli collettivo pure a meno di anno fa per condizione miseranda – è profuga a scappo, dunque pure merita accoglienza. Che se famigliola per bene di Yemen o di Siria o di quello che poi non mi ricordo, s’appresenta a confine nostro, pure quello è profugo a scappo guerra, che è essere umano a carne e sangue uguale a tal altro essere umano. Pure, aggiunge – a farsi male – che dire quello no, quello si, per base etnica (che non disse di razza, che non volle essere a peso eccessivo), gli pareva un tanticchia a discriminazione razz… (ma non la disse tutta).

Che ci fu coro a sdegno per sua parola, pure non detta, assai a fuori luogo, e tale unisono si fece fine secca a “questa è retorica”. Come dire, se dico profugo ci ha targa precisa, data e luogo d’immatricolazione, mica può essere profugo il primo c’arriva, che se lo pensi, pure lo dici, è retorica, e pare assai pelosa. Ch’egli stette male assai per la faccenda del muro a muro, che gli parve che talune interlocutrici le aveva fatte più a cavillare a diritto in altra occasione, ora stavano sul crucifige andante, a desiderio di scorre sangue.

E di come solito si bevve tutto con riserva fatta esausta. Che mi venne di dire, che forse era meglio se faceva riserva ad esausta prima, a gratis, magari a corredo di pane e pomodoro, che così, di rinsavimento alcolico s’era fatto per puro godimento, che dopo quello resta di poco voglia di far baccano a conflitto, semmai d’allegrezza ti sovviene ch’è meglio ad evito mulino a vento, che è ottuso a giro sempre uguale a come soffia il vento, con direzione per cardine esatto a monto preciso, e non lo cambi.

Radio Pirata 27 (per qualsivoglia crisi)

Radio Pirata addiviene a Ventisette che è giorno pure di pago stipendio, e taluno e tal altro si volsero a cupo per giusto rammarico che in assunto per piatto lavato c’era pretesa di detto. Popolettume volgare che non s’avvede di privilegio di sgobbo a gratis per imparo da stella di firmamento. Io di rammarico faccio nota, che non mi fermo ad antica pretesa che lavoro è a pago e dedico puntata a progresso di musica Prog, che guardo avanti.

Che progresso può essere mai a bandiera d’arcobaleno, che pare patchwork di stracciaiolo di riciclo a fronte di grandezza di bomba a doppio petto? Ha ragione torma di giornalettume che dice pacifismo è vecchio a sedia a rotelle, meglio sana pratica di conflitto, che quella è scelta moderna e consapevole, che se sei per pace vera meglio sganci bomba, se non la sganci almeno comprala, che se non la sganci e non la vuoi allora sei a senza rimedio per zar che sgancia bomba. Che io sgancio ancora Prog.

Che da più parti è a spaventoso pericolo che guerra finisce d’improvviso, che giusto giusto sarebbe catastrofe dopo abolizione a legge di pandemia. Mondo rischia di trovarsi a spiazzo di senza morto a camionata. C’è da avere sacra paura senza più briciolo di paura. Occorre gesto autentico che solo governo di migliori si consente a crisi, che proclama essa d’ufficio per gioco d’anticipo, poi si vede a qual titolo di giornale. Importante che crisi è oro per patria, e oro è tale solo se viene da gengia a sconto, buono per compro oro, che oro di gioiello prezioso di madama la marchesa non è a tocco di solidarietà, che quello è PIL che cresce. Vado di Prog, che mi pare cosa buona e giusta.

Pure c’è tale a malvagio vocato, che si fa ancora a barconate d’annego in mare d’Argonauta e Fenicio, taluno pure si permette arrivo a porto salvo.

Che malacreanza che non sa che a far profugo ora c’è altro. Forse a più in là, a tempo giusto, è comodo d’arrivo di tale profugo di colore diverso, che qualora a pace, ahimè, s’addivenisse, allora varrà pena far tenzone tra profugo e profugo, che ultimo contro ultimo è brand di successo a guardiania di cassaforte. Prog sia, ora.

Ch’io sono stanco, e trasmissione devo chiudere per sopraggiunto certo disagio cui non ho nome da dare, che non me lo ricordo. Che fortuna fu che ricordo ebbe mio giovane a contratto di collaborazione occasionale e saltuaria, che pretende pago esoso, ma io, al massimo, dono privilegio di Radio Pirata e faccio onore di parola: “Questo momento è stato straordinario. Ero lì, immobile e gelato, immerso in un’estasi orribile. Ma nel seno stesso di quest’estasi era nato qualcosa di nuovo: comprendevo la Nausea, ora, la possedevo. A dire il vero, non mi formulavo la mia scoperta. Ma credo che ora mi sarebbe facile metterla in parole. L’essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità.” (Jean Paul Sartre) Chiudo in Prog per buon Ventisette che domani non v’è più per bolletta.

Immagina (Allonsanfàn parte nona: la scuola oltre la scuola)

È cominciato tutto come progetto di Giornalismo Televisivo per bambine e bambini, ragazze e ragazzi, come ce ne sono molti in giro per lo Stivale, a cura di associazioni culturali, centri di aggregazione, parrocchie, scuole, tanti da riempire pagine gialle. Ma è subito evidente che quell’esperienza è anche altro.

Rispetto a certi laboratori scolastici non si è consumata la liturgia della compilazione delle tabelle, per tempi destinati, risorse, e poi l’approvazione, lo sgranarsi asettico di abilità, conoscenze, competenze, obiettivi, finalità, l’analisi delle ricadute, gli strumenti di valutazione. La cosa ha preso un’altra piega, a partire dalla oggettiva originalità dell’esperienza, la qualità di ciò che veniva prodotto. L’amministrazione comunale di Modica concede a quelle bambine e bambini, a quelle ragazze e ragazzi, uno spazio proprio dove continuare ad incontrarsi, una vecchia chiesa abbandonata nel quartiere di Modica Alta.

La ripuliscono, recuperano altari, cantoria, pulpito e sacrestia, la trasformano in luogo d’aggregazione, mettono su una biblioteca (incredibilmente cartacea) ma, soprattutto, quelle bambine e bambini, ragazze e ragazzi, 50 in tutto, d’età compresa tra i 7 ed i 17 anni, si organizzano, cominciano a ribaltare il paradigma che li relega a passivi recettori delle progettazioni di adulti, scelgono invece loro cosa fare. Iniziano un’interlocuzione serrata con le istituzioni, con le scuole, con associazioni ed enti culturali, programmano percorsi, promuovono eventi, si integrano nel territorio, ne divengono soggetti attivi, attori protagonisti della sua valorizzazione, disvelano identità culturali, ne trovano la sintesi con i nuovi strumenti espressivi. Il quartiere, quella parte di centro storico che s’allontana dai fasti da cartolina della Modica più in basso, quella che si istoria del barocco patrimonio dell’umanità, li accoglie, li riconosce. Quando occupano il piccolo slargo dinnanzi alla chiesa per il biomercato non se ne lagna nessuno, “ci organizziamo” dicono, anche se quel budello si restringe in altre curve e quei pochi posti d’auto disponibili fanno comodo, che il resto del quartiere è vicoli, scale, strade strette, difficile percorrerlo a quattro ruote, impossibile parcheggiarvi. Nell’estate del 2021 progettano e realizzano Le Vie dell’Immaginario, un percorso esattamente per quelle strade quasi dimenticate che non s’avvedono della mondanità donata dai passaggi di Montalbano. Trasformano piccole chiese, cortili, frammenti di archeologia incastonati tra i vicoli silenziosi in luoghi per esporre opere di artisti che celebrano i cento anni dalla nascita di Federico Fellini, i suoi film. In chiesa si ricostruiscono, con grande attenzione per i dettagli, scene significative dei film del regista di Otto e Mezzo. In tutto ci vanno quattromila persone. In cantiere c’è Le Vie dell’Immaginario per il 2022, dedicato ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Quest’anno il gruppo si formalizza nell’associazione Immagina, un nome che evoca volontà di prodursi in un’idea, in una visione, dentro cui si consolida una matrice etica, non come prospettiva astratta, piuttosto come abito da lavoro. L’associazione ha una struttura politica, nel senso che recupera il significato etimologicamente più puro e profondo del termine, da quel concetto dimenticato della Polis greca, consolida i legami attraverso un rapporto orizzontale e democratico, si confronta e costruisce comunità, sistemi di relazioni. La capacità di strutturare percorsi culturali e, in definitiva, la loro realizzazione, prescinde da una visione “scolastica” dell’associazionismo, nemmeno appare mai autocelebrativa. Dei processi di formazione sociale recupera, invece, d’istinto, per osmosi, i paradigmi propri delle esperienze pedagogiche più innovative, il dialogo, la relazione tra pari. Offre un’opzione di sperimentazione civile di notevolissimo interesse, un punto di riferimento da cui attingere informazioni, proposte, modalità operative anche per la scuola. In questo senso si prefigura, anche per l’età di chi fa parte di Immagina, come una sorta di scuola oltre la scuola, dove il libro di testo s’accompagna alla pratica costruttiva del concepimento d’un nuovo vocabolario, d’una nuova grammatica della condivisione e della relazione sistemica. Lo sguardo ed il punto di vista di queste ragazze, di questi ragazzi, non si ferma al vissuto quotidiano del proprio territorio, si interroga sulle dinamiche sociali, sulle grandi questioni, con un approccio ragionato. Bellissimo, in questo senso, il video “Grammatica di pace”, per la qualità della realizzazione, la profondità del testo, immaginifico manifesto d’autentica, appassionata, sentita opposizione alla guerra. Il prodotto finale della loro azione quotidiana è libero da condizionamenti, è frutto di creazione dal basso, condivisa, non è giudicabile con pagelline o inutili pletore di indicatori che il mondo degli adulti pretende quale sterile quantificatore della formazione degli adolescenti, financo per misurarne la maturazione della personalità. I legacci burocratici della scuola appaiono d’improvviso inutili al cospetto di energie liberate: nessuno lì resta indietro, s’avverte la precisa prospettiva che ciascuno può dare qualcosa al collettivo, ricavarne molto di più in cambio, e questi ragazzi ne sono consapevoli. Si muovono dentro questo ruolo con naturalezza sorprendente, quasi a significare che v’è, in una generazione ritenuta da più parti inadeguata – l’alibi perfetto per burocrati indistinti per ingabbiarla ulteriormente dentro strutture piramidali -, un enorme potenziale relazionale inespresso. Potenziale che si libera, produce risultati imprevedibili e spiazzanti, che nulla hanno da invidiare qualitativamente alle produzioni cosiddette mature. Immagina è laboratorio sociale, culturale, politico in senso lato, dimostra sperimentalmente quanto sia dirimente ed indispensabile allontanare dai percorsi formativi le derive burocratiche, gli artefatti della valutazione, del giudizio, mostra, in definitiva, l’urgenza di ripensare radicalmente le prospettive educative e pedagogiche, gli spazi aggregativi dentro e fuori la scuola. Poiché sicuramente esiste una peculiarità della scuola delle conoscenze, dei saperi disciplinari, che necessita di più cospicui interventi in risorse umane, economiche e strutturali, non si può, al contempo, non pensare ad una scuola anche delle competenze relazionali, della critica, delle pratiche democratiche, dell’immaginario e della fantasia, nemmeno si può continuare a concepirla senza tempi ampi, ingolfandola nel burocraticismo di progettazioni verticistiche, sradicate da contesti e peculiarità umane e sociali, in definitiva dai talenti.

Immagina

Buone Liberazioni

Ammetto che a liturgia non m’appassiono. Alla lunga m’annoio. Pare pure serva a ricordare una cosa in tal giorno che negli altri c’è il mi dimentico volentieri. Vale per 8 Marzo, 25 Aprile, 1° Maggio, giornate di memorie (appellativo d’azzecco preciso, di menti raffinatissime, per dire che memoria vale un giorno, quale merce in scadenza). Ammetto, però, che col 25 Aprile ci casco, e da che sto a crinale di Linea Gotica, solenne me ne vo’ a rendere omaggio alla lapide del giovane partigiano, con tanto di chitarra e compagnia a sganghero, compreso di fiasco di virata a rosso per Fischia il vento e Bella Ciao.

D’ultimi due anni pandemici me ne privai, ma con senso d’angustia a sommo del petto. Tuttavia, poiché ce ne stiamo a blocchi di partenza per giubilanti ripartenze a rilancio d’economia a bomba, mi s’affaccia dolorosamente sotto il temporale (nel senso d’osso), e forse per cortocircuito a sinapsi, che magari di Resistenza c’è bisogno, a tempo di guerra a quella afferisco.

Capisco, pure a netto di complicanze, che non è chiaro a chi resisto, pure se si combatte guerra guerreggiata. Con niente colpo di cannone a d’intorno, e linee gotiche che s’ammorbano come certe piazze esplosive per scampagno, a me viene voglia di Resistenza altra, che dopo quella, di norma, fa Liberazione. E poi a me angoscia ancora, che son fatto male, che è morto d’ammazzo a bomba da ogni parte – pur se quella che vale pare una – in tal altra c’è annego collettivo di donne, bimbi, uomini in mare dove sguazzo da che son nato, ed in luogo di lacrima sento digrigni di denti di squalo, con tanto di distacco per contorno, come d’insalata insipida sotto la bistecca succulenta. Di sbattere gengie io non ci ho voglia, mi preservo apparati masticatori. Però, presi comunque decisione finale che mi faccio personalissima Resistenza, pure, magari, mi ci ritrovo con qualche cenno di gaudio. Mi cerco libreria scalcagnata per comprami un libro, me ne vado a fare la spesa da contadino curvo a giunco, m’avvinazzo a bettola diruta. Certo, sono consapevole che i petitgourmetici ed i masterscieffi se ne faranno una ragione, forse manco se ne avvedono e il sonno non glielo tolgo, che gli amazonici non si struggeranno per immane danno, che gli ititaliani da biotech non batteranno ciglio. Ma chissà che domani, più probabile dopodomani, non s’apprestino alle porte torme d’altrettanti resistenti. Che io, a fuor di contesto per mancata proprietà di condizionatore, non sono a suggerirmi altro che ciò, ma se taluno ha proposta d’agire altrettanto resistente, io sono diligente e prendo appunti.

Eppur si piove

Che altro me sottrae tempo a penna per blog, ch’egli s’occupa di cosa seria non di facezia. Ch’io, invece, brandirei penna per segnare a croce, precisa ed implacabile a calendario, giorno che passa a mi ricongiungo a mare. Che m’attrezzo a musica per gioco d’aprile va via.

Che qui piove, e governo è ladro pare qualunquismo, per cui tolgo piove che resta il resto. Ma è celia, che governo è di migliori, che annuncia crisi profonda per colpa di bomba, per cui s’attrezza a bomba come si compete a destino fulgido d’impero. Ch’io altrove rivolgo lo sguardo, e mentre pioggia pure impedisce scorrimento a riva di fiume, quale surrogato di sputacchio per mare ad oceano a tempesta, preservo memoria ad immagine di bufera d’animo e di vento.

Che io sono anima migrante, che feci valigia a tempo debito, e mi lasciai mare a spalle per suo scorrimento perpetuo in arteria, per risacca di vena. Che migranti si nasce, non ci diventi solo se ti devi mettere a camminare. Se hai mare davanti, per forza sei migrante, anche se non ti piace, perché qualcuno o un’onda, che s’è contrariata di vento o bufera, lì ti ci ha portato, pure prima che tu nascessi. E a dolore prendo atto, che mi inseguo pensando a ritorno come strada di migrazione d’uccello per stagione giusta che sia definitiva. Che verrà tempo giusto che “il tempo è più complesso vicino al mare che in qualsiasi altro posto, perché oltre al transito del sole e al volgere delle stagioni, le onde battono il passare del tempo sulle rocce e le maree salgono e scendono come una grande clessidra”. (John Steinbeck)

E c’è destino a compimento che “la mia terra è sui fiumi stretta al mare, non altro luogo ha voce così lenta, dove i miei piedi vagano, tra giunchi pesanti di lumache.” (Salvatore Quasimodo)

Che così, a fretta d’altro me, per sottrazione di lentezza, vi faccio buona domenica, pure per domani riannuncio che è sempre buono quel 25, che piove o ci sia il sole, e se fischia il vento scarpe rotte eppur bisogna andar.

Radio Pirata 26 (guerriglia di barricata)

Radio Pirata diventa Ventisei, che a guerra che incombe risponde a guerriglia che non fa morto ammazzato, ma stordisce avversario di pace con arma potentissima, di schermaglia ricca a sfaccettatura per danno incommensurabile a brutto e orrido che avanza. Sette note usa a cannoneggiamento e oltre va per affermazione di diritto a bellezza a forma che vi pare, che quella salverà il mondo, che lo disse tale che è a censura che nacque a posto sbagliato. E vado di immaginifica potenza di bombardo a modo mio.

E mentre sparo ad alzo uomo melodia a spiazza l’ascaro, mi concedo di compagnia buona che pare pure di bevuta ottima.

È alla massa degli uomini e delle donne che lavorano, vecchi e giovani, che spetta decidere circa l’essere o non essere del militarismo attuale, e non a quella piccola particella di questo popolo che sta nel cosiddetto abito del re” (Autodifesa di Rosa Luxemburg pronunciata al Tribunale di Francoforte nel febbraio del 1914 contro l’accusa di incitamento alla diserzione)
E sparacchio di mio, a barricata.

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.
” (Bertolt Brecht)
Resisto a botto di bomba con controbotto, pure di fagotto.

Il mondo si divide in due campi: i dominatori e i dominati, gli sfruttatori e gli sfruttati. I paesi poveri non lo sono per incapacità congenita, lo sono a causa di circostanze storiche, che hanno fatto sì che certi paesi abbiano dominato, sfruttato e depredato gli altri per arricchirsi. Quando i ricchi diventano sempre più ricchi, e si parla qui di logica matematica, quando i ricchi sfruttano i poveri, i ricchi diventano sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri.”
“Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire.
” (Jean Paul Sartre)
Faccio barriera e cingo bandiera, bianca, mi pare, ch’è da suonare.

Dopo la pioggia viene il sereno,
brilla in cielo l’arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
È bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?
Un arcobaleno senza tempesta,
questa si che sarebbe una festa.
Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.
” (Gianni Rodari)
M’attrezzo ancora a resistere ardito, diserto, s’è il caso, sin dentro lo spartito.

Radio Pirata 25 (come da rigore, in Area)

Radio Pirata si fa Venticinque che ad Aprile porta bene qual prodotto a fibra d’alta Resistenza. Ma oggi è Ventidue, Giorno della Terra, che domani è di mi dimentico collettivo, ma pure che ebbe natali Demetrio, che d’ugola fece strumento a sette ottave, ad invidia pure di bianco e nero di piano, financo con coda. Ch’egli si sperticò con voce da chiave di Sol di basso profondo a caverna sino a La di diapason a fendente d’acuto. Che omaggio si deve a non vi sia indugio per tutta puntata, pure oltre che mai è finita volontà d’ascolto.

Che guerra impazza a chi ha preso chi, chi vince come, che pare gioco d’indovinello, pure Scarabeo, che Risiko è già oltre. E pure profugo impazza a soldume di doblone che per taluno c’è a dono d’investimento per ospito io, per tal altro c’è a pago pure, ma per prigione di deserto. Che v’è sospetto sempre più a convincimento che uomo è taluno, altro meno, che donna è a vessata di violenza a secondo dei casi, e bimbo pare mette dente da latte in taluni luoghi, in altri pare vocato a canino sanguinolento di bestia vorace a futuro, pericolo in potenza che da grande tocca donna bianca. Ch’io vado di Demetrio che capisco poco di gioco di razza pur se a Cavalli Sforza dedicai diottrie al tempo quando mi parve non vi fosse tempo.

Pasqua ebbe fine con altari di processione che di tutto pieno fanno – forse financo a contagio – piazza, chiesa, ricco viale d’addobbo e prezzo d’ogni bene a quotazione da strozzo. Io pure m’illumino d’incenso che a santo a via vai son devoto e grato, che d’acclamazione a fede imperitura mi svuota il vicolo d’ogni sospiro fedele, lascia a silenzio e colore di fascinazione disperata la via stretta, la scala erta, pure il cortile mi fece solitario d’accoglienza a singolo me.

E mi regala tempo, musica che non si sente in aria, vien da dentro e s’abbarbica sulla scoscesa salita che giammai si fece Calvario, ma solo estasi per finale a bicchier di vino a bettola sconsacrata, che si divise con pari di scomunica. E poi resta voce sublime ad estensione irraggiungibile.

E qui saluto che saluto ogni morto ammazzato che non fu a merito d’esser tale, che s’ebbe a trovare in posto sbagliato che momento nemmanco fu giusto. Porgo saluto, che mi par d’uopo, pure a chi d’Aprile fece mese di perire, ed omaggio faccio a Jacques Perrin che film mi fece a non m’addormo a primo tempo, a Letizia Battaglia che s’è da qualche parte facce na foto, pure a Valerio Evangelisti che mai fermò con parola sua sogno d’uomo libero. E chiudo, come da rigore, in Area.

Ho preso vento, tempesta e spavento

D’altro me talora faccio a meno, ch’egli è impelagato, quale Atlante, a sostenere destini del mondo, che così pare s’è convinto, che non sposta virgola, nemmeno a pareggio gioca partita, meglio sarebbe facesse briscola pazza, con risultato a perdere. Pure si scorda che c’è orizzonte a merito d’esplorazione e visita, che a convincimento non gliene avviene, o se pensiero lo sfiora, d’abnegazione si fa reietto. Vado di musica a parziale conforto.

Che talora, fortuna volle, si distrae, si fa dimentico di mission impossible, e io approfitto per lusso autentico di scivolamento a sud, dove lo scoglio si espone a schiaffeggio, per vento, tempesta e spavento, che il mare regala a testimonio di sua vita.

Non capitò giorno a fuori stagione che la distesa non rizzasse pelo a schiuma alta, non si facesse a dispensario di sale ad ogni angolo, pure con bufera ad ausilio. Che ci fu, dapprima, sgomento per reiterarsi di gesto, poi sublime approvazione, che calma piatta appartiene a turistume di fine settimana, è da bum bum su spiaggia appinguinata, non certo è ricomposizione di genia antica, abbraccio di vertigine. E mare e cielo si confondono in tutt’uno a color di piombo ed azzurro, ad inseguirsi per forma d’arabesco raffinatissimo e cangiante, disegno appare d’argento e oro, talora, a sbirciar di sole tra coltre di nuvola, sale e rena levati da libeccio, a screzio di rosso che pare sangue di mille mila anni. Cornice vi fu di suono antico, voce di sirena, ululato di lamantino, gemito di gabbiano, brontolio di tuono. Odore c’è di posidonia a far da piatto ricco mi ci ficco ad uccello di ventura.

Che al largo cima di barca non s’arrende a deriva, getta prua a decisione contro fortunale per approdo a sicurezza, che tien di conto pure che quello non arriva con scialuppa armata all’evenienza, occhio al cielo per pietà di porto salvo. Chiglia racconta storia d’abisso tormentato, è memoria d’uomini e uomini che ad abbraccio resero omaggio a sfango di pelle. Che ora è a giubilo se taluno verifica che il mare è abisso di profondità inesplorato, si fa cibo per pesce che splende a ristorante a tutto firmamento per proclama di superiorità del cannibale ad urlo di “a casa loro”.

Radio Pirata 24 (puntata di festa)

Radio Pirata fa puntata 24, che è giorno di giubilo a Pasqua, cosa di resurrezione, ma a me pare di morto ammazzato, che nell’uovo c’è sorpresa misteriosa a festa di bomba che scoppia a petardo di processione, e allarme d’aereo, a mutazione genetica radioattiva d’atomica, si fa scampanellio a festa. Che pare Papa quando grida a pace, e come si permette, che a stupore rinnega valore occidentale? Che pure mi pare follia di nemico sia annidata in testa di bimbo che meglio fece stampa a farne censura imperitura. Ve ne do messaggio con cautela e sgomento.

Che fatto di dire pace denota sveglia al collo, pure osso al naso, a somma tristezza di valore aulico di sana civiltà tradita, che se dici basta morto ammazzato sei a pretesa che vuoi cosacco che s’abbevera cavallo a Fontana di Trevi. Poi ti schizza bolletta come siluro iperbarico ad inflazione che solo governo di migliori trasforma in fatto di grande positività e necessità ineluttabile. Mica governo di migliori può dire a mercato basta bomba su disgraziato così come viene? Esso si confronta con fatto con pragmatismo da statismo inarrivabile e dice che se c’è guerra partecipo volentieri, che se bomba è mia è bomba di bontà pasquale, quale colomba con conservante che dura mille mila anni. Sparo musica a bombarda.

Che fu fortuna che l’altro me cadde ad esausto che civiltà di consumo lo martella ad alluce per deambulazione limitata, ch’io me ne avvidi un attimo prima e, a sottrazione lesta di lentezza inesorabile, feci fuga a mare di bufera, che a quello d’Africa c’è vento a freddo che pare mare di Nord, invece su montagne di ghiacciaio si consuma scioglimento a forno acceso. Mondo sottosopra è a necessità di virtù di civiltà autentica, mica di rozzezza di selvaggio a baratto di specchietto e collanina colorata, che anela ad acqua e pane, manco, senza vergogna, fa fila a supermarket.

Che d’immagine riempio il tutto d’intorno, che è immagine d’orizzonte che s’immagina a burrasca, tempesta e spavento, di mare che è a indignazione vera che è posto ad ingoio il profugo che non è tale, che vale un tanto al chilo meno d’altro profugo d’eleganza conclamata d’elevazione vertiginosa a consorteria di fratellanza. Ed ancora bombardo dall’alto con mezzo aereo di musica esatta.

Che è in periodo di crisi che si cerca unità nazionale, si trova legame forte di legaccio che non si scioglie, che se quella è santa paura che fa a cresco allarme tra popolo e preoccupazione per futuro, così popolo si stringe a coorte che siam pronti alla morte, con durlindana faccio strage d’infedele, pure di fedele s’è troppo fedele a resuscitato, che quello era buono prima d’essere ammazzato, poi divenne giusto e guidò crociata, ancora lo fa. Armiamoci e partite, dice grande condottiero migliore tra migliori. Io parto di musica.

Che c’è covo di malfattori che dicono 25 Aprile facciamo pace, pure 1° Maggio, tutti attrezzati ad odio per patria ed alleato di patria, per cui gridano basta guerra, pure gridano lavoro, giustizia, mai più morto ammazzato. E se gridano quello, stanno certo pure loro, con Papa alleato che pare antipapa, a fianco di Zar che mette bomba. Che ragionamento è giusto, che se voglio pace, ora e subito, sto di certo con chi fa guerra. Mi gira la testa, che sono persona semplice, a ragionamento cotale del miglior giusto che governa pure giornalettume e TV a rete unificata, e social e asocial, pure se Radio Pirata è di raffinatissima concezione a musica che così chiude puntata pasquale.

La Mar…

Sempre in attesa che quell’altro me, a conto di disbrigo pratiche, mi liberi per andarmene finalmente a cospetto del blu più blu, smetta dunque d’ostinazione di socializzare sue iperattività, gli dico d’imperio “ora scrivi tu che m’hai pure divertito, se non hai tempo scava nei cassetti”, Io al più vado di musica.

Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna.” (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)


Cos’è diventato il mare? Quello di petto al quale stavo da ragazzino, su uno scoglio ad aspettare che all’amo ci fosse qualcosa di notevole, di gigantesco e pesante. La lampuga, che lo scirocco si porta via, ma qualche volta invece se la pensa così, vira dal largo e punta sotto costa, per capire se c’è roba da mangiare. Che finge d’essere altro, con quella pinnettina azzurro e argento, che strappa l’urlo a quei tre turisti tedeschi, affacciati alla banchina del porto perché hanno sbirciato tra le pagine di Goethe, che c’è il pescecane, come in una canzone di Kurt Weill. Zitti, che magari ci casca e viene a fare colazione all’amo. O la ricciola che, meno pudica e più ingorda, s’appresta a lambire la costa, come bestia famelica. Ma anche due sauri e quattro ope vanno bene. E quelli prendo. Che fine ha fatto il mare del libeccio, che prima tartaglia giorni interi, poi s’arruffa il pelo e t’avverte col boato dell’onda, col ringhio della risacca, l’odore del sale, che con lui non si scherza? Poi si stanca, e se ne sta buono buono, quasi voglia farsi perdonare per l’ascesso d’ira, nascondendosi dietro forma di specchio, senza manco farti capire dove finisce lui e passa le consegne al cielo, laggiù in fondo, dove curva e la vela fa capolino, mentre il resto della barca pare se lo siano inghiottito Scilla e Cariddi. E allora ti piglia quella specie di commozione per come s’appresta a farsi bello il tutto d’intorno. Non ti viene da fare nessun movimento, non tiri su la lenza e la lasci lì, sotto sotto sperando che nulla abbocchi. Che il tonfo della bestia che si divincola non spezzi il silenzio, che non ti costringa a far fatica per tirarla a secco e ti distragga dal meravigliarti. Al limite ci pensa Pilu Rais a tirar su la cernia, con la sua barchetta e la faccia d’uomo senz’anni, cotta dal sole e scavata di rughe di sale, che somiglia ad una carta geografica di El Idrisi riemersa dalle intemperie delle biblioteche d’Alessandria. Che fine ha fatto il mare? Quello di Giovannina e Teresa che, tra un cliente e l’altro s’affacciano al bastione del sole che si leva e, i grandi seni sulle ringhiere rugginose, urlano ai ragazzini di stare attenti che sugli scogli si scivola che c’è il lippo. Ma a noi non importava di scivolare, come fili di posidonia ci saremmo rialzati come niente fosse successo, con in mano il limone rubato all’albero del vescovo, e lo scollo da intingere nel riccio aperto a piatto di gran portata, perché piccolo com’è, pure, là dentro ci sta tutto il mare. Che fine ha fatto il mare? Che ora è tomba di disgraziati. Una volta quelli venivano a raccontarci le storie d’altre rive, d’altre facce come la nostra, e le ascoltavamo con lo stupore del fanciullo. Ora sembra che debbano starsene al fondo, per farsi perdonare d’esistere. E chi se la mangia più la ricciola? Che ne sai con cosa ha cenato la sera prima quando all’alba, poco accorta, viene a farsi uno spuntino all’amo? Che fine ha fatto il mare, che non è mai stato mio e basta, ma anche d’ogni cristo che ci si affaccia, ci nuota, e d’ogni creatura che ci respira dentro? Almeno lasciatecene un pezzo, quello dell’alba che la rena è umida e deserta, quello della luna che ci si tuffa dentro. A certi cosa importa di starsene lì, se poi si sono comprati un tanto all’etto il divertimento d’una notte, che non gliene importa nulla se lo vendono lì che ancora c’è un pezzo di mare, poiché nuotano più volentieri nel cloro, tra olivette di plastica ed ombrellini nei calici colorati? Non lo sentono nel bum bum il suono della risacca. Ci sono distese di capannoni che hanno tirato su, produttivi, mica come noi pigre creature del mare che abbassiamo il PIL. Dunque, se tanto vi piacciono le fabbriche dei soldi che vi servono per comprare felicità prêt-à-porter, perché non vi trovate uno spazietto lì per tracannare le vostre coppe di champagne? Il mare, anzi, quel che ne resta, lasciatelo semplicemente a chi si fa saltare il cuore in gola appena lo vede, anche fuori stagione e senza servizio in camera.”

Radio Pirata 23 (portafortuna)

Radio Pirata torna a 23, che non è numero ma dichiarazione d’intenti a porta bene. Mentre imperversa guerra, che si sgomita ad io ci faccio parte, sparacchio cosarella anch’io ch’è dato a sapersi che la guerra è cosa di grandi, mica ci si mettono i bimbi. Che quelli non hanno maturità, quindi se taluno non si scosta a bomba che arriva vuol dire che non s’era fatto a furbizia sufficiente. Che bimbi al più cantano filastrocche che oltre non vanno. Ed io, avvezzo a musica, con quella comincio.

Che governo di migliori stupisce di buon senso, che altri non c’erano arrivati a sufficiente levatura, che faccio di percentuale di PIL taglio a sotto certa soglia per scuola, bomba la porto sopra, che seconda è scelta d’accordo internazionale, di prima non c’è traccia a tavolo di negozio dove si fa gioco di rubamazzo. Che scuola è cosa che pare varicella, la fai a spero passa presto, pure se la fai bene c’è rischio di contagio a che ci prendo gusto, che mi piace a socialità e ad imparo per costruzione di coscienza di critica. E dove si va a finire se tutti dicono io imparo e poi c’è pretesa collettiva pure di parlare?

Che è meglio assai che non imparo, che resto cretino, che poi se imparo mi metto ad agitazione che capisco cose storte, pure m’impegno a raddrizzo fuori da faccialibro, mi riprendo piazza e via, non mi fermo a sconcerto di dove finiremo, metto mondo a sottosopra, m’apro a prospettiva. Che se tutti fanno così, perbacco, c’è anarchia che ognuno dice la sua, pure dialoga con altro, gli pare che si può accogliere un profugo senza valutazione di colore di pelle, e a cromatura pariamo arcobaleno. Meglio che vado a musica, con tanto di convincimento a son cretino e tale resto.

Che se penso a bimbi e non penso a bomba ho prospettiva antistorica, che a questo mondo siamo troppi e pare che siamo ancora di più se di tanto in tanto non sparacchio, che pure cambio di clima è progetto giusto di pianificazione e seleziono al naturale, come in scatoletta che si taglia con grissino. Una crisi un tanto al chilo, pure con carestia a morto connesso è soluzione corretta che evidenzia mente lungimirante, che ha a cuore interesse d’umanità futura, mica umanità futura può essere tutta? Mi faccio musichella di conforto.

Poi, io resto cretino a m’accordo di cose poche, al più bicchiere a sfare di rosso e pezzo di pane e pomodoro, pure, a finalmente come si compete a mente semplice e deviata, domani penso che mi faccio mare ad orizzonte piatto, che come scemo di villaggio così mi solluchero senza se e senza ma, che cretino sono, pure un po’ scemo.

Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna.
(Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)

Affari di condominio

E latito da chiacchiera a blog che colpa non fu mia, ma dell’altro me che fa cose che non mi trovano d’accordo, e pure troppe ne fa. Ma ieri, mi disse WP, che feci due anni, due anni esatti che mi costruii anelata dimensione a nessuno. Che avrei festeggiato a botti e petardi, ma già ci pensa altro con invidia di talaltro a farlo. Però, che l’altro me mi costringe a solidarietà ad andargli dietro, faccio per dispetto che non scrivo. Faccio scrivere lui, ma con cosa vecchia, pure se pare scritta domani, che gliela rubai notte tempo da cassetto buio e tempestoso come mare di notte e d’inverno. Io faccio musica che è cosa che mi riesce, che poi s’avviate a fondo di lettura è pure meglio.

Il nuovo inquilino buttò giù un panino e si mise a letto. Aveva completato l’operazione di sistemazione delle sue poche cose nella mansarda ammobiliata affittata dall’anziana donna del primo piano. Crollò subito in un sonno profondo. Era stanco.
Al piano di sotto c’era altro. Lì era buio. Buio com’era buia la notte di quell’ora ormai tarda. Era buia la stanza, buia d’imposte chiuse, serrate sull’illuminazione fioca e gialla della strada. Se ci fosse stato un barlume di luce si sarebbero visti un armadio color ciliegio, un comò dello stesso colore e sopra oggetti di cosmesi, forse da donna, uno specchio in un’ipotesi di qualche stile andato un paio di comodini, ciascuno con la sua abat-jour, la cui buia solitudine era rotta dalle lancette fosforescenti d’un paio di sveglie. In mezzo al letto erano due corpi immobili di cui s’avvertiva appena il respiro. Se ci fosse stata luce sarebbe stato giorno, e quella stanza di giorno non la frequentava nessuno, se non nelle prime sue luci, e ve ne sarebbe stata poca comunque perché le spesse tende alla finestra non apparivano disponibili a farsi penetrare da fastidiose radiazioni di sole, né tanto meno da quelle assai poco gradevoli dei lampioni, nel caso fosse stata sera. Se vi fosse stata luce ve ne sarebbe stata poca comunque. Le luci della camera erano smunte, d’un giallo appena sufficiente a consentire ai suoi abitanti di trovarne gli interruttori per rabbuiarle prima di sprofondarsi sotto le coperte. Se ci fosse stata luce si sarebbe scoperto che gli occhi che appartenevano a quei due corpi erano sbarrati, come volessero cogliere ogni più piccolo dettaglio del soffitto sopra di loro che, se vi fosse stata luce, sarebbe apparso d’un giallo pallido, lo stesso delle spesse tende, della luce dei lampioni giù in strada, due piani più in basso, delle abat-ajour sui comodini, delle lancette delle sveglie, una per parte.
“Tiziana…”
“Eh?”
“Hai sentito?”
“M’è sembrato…”
“M’è parso che abbia fatto rumore”.
“Non ne sono sicura. Zitto, sentiamo”.
Ancora minuti in cui buio e silenzio erano rotti solo dalla fosforescenza delle lancette di sveglie gemelle e simmetriche, dal loro ottuso ticchettio sincrono.
“Non si sente niente”.
“Questo ha deciso di non farci dormire. Pezzo d’imbecille. Io lo so che adesso si mette a fare casino e non ci fa dormire. Domani dobbiamo lavorare noi, mica può tenerci svegli tutta la notte facendo casino. Ah… ma se fa casino domani lo sistemo io… glielo faccio io un bel po’ di casino, non si può lasciare la gente che lavora senza dormire tutte le notti”.
“Zitto, zitto. Forse ho sentito qualcosa”.
“È una macchina in strada”.
“Pensavo fosse lui”.
Ancora buio, silenzio, ticchettii, fosforescenze, occhi sbarrati, respiri.
“Zitto, zitto. Hai sentito?”
“No. Ha fatto casino?”
”Non lo so… m’è parso. Ma come gli viene in testa alla vecchia di sotto d’affittarsi la mansarda. Ora questo, sono sicura, non ci fa dormire per chissà quanto tempo. È arrivato stamattina e, sono sicura, che fino a quando non se ne va ci fa passare le notti in bianco. Queste case che ci hanno queste pareti che sembrano di carta velina, che si sente tutto. E questo, sono sicura, che fa casino la notte. Poi la mattina che noi ci alziamo presto non concludiamo niente tutto il giorno per il sonno. Ma poi chi è questo qua, sta da solo?”.
“La vecchia mi ha detto che fa il professore”.
“Il professore?”
“Si, il professore d’un liceo. Mi pare ch’ha detto così. E sta da solo”.
“Da solo, che fa lo scapolone, e magari si porta a casa le amichette e fanno casino la notte e non ci fanno dormire”.
“Ci troviamo il palazzo con le mignotte sulle scale. Poi con tutto quello che si sente sui professori”.
“Ho letto l’altro giorno, dalla parrucchiera, che i professori sono tutti matti, che si pigliano gli psicofarmaci, le pillole, cose così, perché sono angosciati”.
“Che ci hanno da angosciarsi che non fanno niente, che si alzano quando gli pare, che gli paghiamo lo stipendio noi? Poi magari la notte non dormono e fanno casino e non fanno dormire gli altri. Ci manca solo che è un professore del sud e stiamo freschi, così si cucina le cose fritte e impesta il palazzo di puzza”.
Minuti di solo buio, fosforescenze, ticchettii.
“Zitto, zitto, mi pare che ho sentito qualcosa. Tu hai sentito?”
“No, non mi pare. Ma vedrai che ora si mette a fare casino”.
“Mario, io dico che domani bisogna dirglielo di non fare casino che noi mica siamo come gli statali, come i professori meridionali, che non fanno niente e stanno tutto il giorno e anche la notte a ciondolare e a fare casino, che si portano le amichette a casa a fare i festini. Che se ne tornassero a casa loro, laggiù, in Africa, se non vogliono fare dormire in pace la gente e vogliono cucinarsi le loro cose puzzolenti”.
“È vero, non ci bastavano i negri, i rumeni, gli zingari, gli arabi. Ora anche il professore. E secondo me è del sud. I professori ormai sono tutti del sud. Uno lavora tutto il giorno, poi la notte si vuole riposare un poco, arrivano questi qui e si mettono a fare casino. Che se ne tornassero a casa loro”.
Ancora buio, silenzio, occhi sbarrati, minuti, decine di minuti, che volano.
“Zitto, zitto. Hai sentito?”
“M’è sembrato anche a me questa volta”.
“Che cos’era?”
“Sicuramente era lui che s’è messo a fare casino. Così stanotte non si dorme”.
“Dobbiamo essere sicuri. Zitto, sentiamo. Così domani il casino glielo facciamo noi. Che cosa s’è messo in testa questo qua? Che non ci deve fare dormire più? Noi lavoriamo, la mattina ci alziamo presto e andiamo a lavorare per pagare le tasse e lo stipendio a lui, e questo non ci fa dormire. Perché non glielo pagano quelli che ci hanno i figli lo stipendio? E se lo fanno dormire sopra di loro, così vedono dopo un poco come ci si sente”.
“Quello che dico io. Ah, ma se fa casino domani lo acconcio io a questo. Ed anche alla vecchia. Che s’affitta una casa così, a uno che manco si conosce, che viene da fuori e non lascia in pace nessuno?”
È buio, ancora, e silenzio. E occhi sbarrati, rossi, per una notte senza sonno, in attesa che il trillo ottuso, simultaneo delle sveglie sorprenda le tempie come una fucilata.
“Zitto, zitto. Hai sentito?”
“Questa volta ho sentito. Pezzo di animale. Che ci si comporta così? Ora salgo su e gliene dico quattro a questa specie di…”
“No, è il garage dell’autorimessa”.
“Forse non era in casa e sta ritornando ora. Sta lasciando la macchina giù. Adesso sale su e si mette a fare casino”.
“No. Porca a lui! È Nino che esce. Senti il rumore del furgoncino?”
“Ma che ora è?”
La risposta la diedero le sveglie, e un timido raggio di luce del giorno che trovò un varco sotto le imposte ed una trasparenza sufficiente a vincere la resistenza opaca dei drappi gialli alle finestre. Mario e Tiziana si levarono dal letto a fatica, per ritrovarsi poco dopo sotto il neon giallo della cucina. Mario si avvicinò alle imposte per scostarle, i movimenti lenti, gli occhi rossi.
“Che fai?”
“Apro le finestre, per la luce”.
“No, no! Lascia stare che poi le dimentichiamo aperte come l’altra mattina. Già c’è una massa di delinquenti in giro. Poi c’è questo qua sopra. Che ne sappiamo noi chi è? Se è davvero un professore. E anche se è un professore? Chi si fida di questa gente?”
Si separarono ancora, per le incombenze della mattina. Quindi di nuovo insieme sull’uscio di casa a verificare, prima l’uno poi l’altra, ed ancora una volta entrambi, che le blindature della porta fossero ben serrate, l’allarme inserito.
I due attraversarono in auto l’intera città, sfidando il traffico ottuso, scontando la promessa delusa del sonno d’una notte, senza dire nulla. Sino alla serranda, agli allarmi d’un negozio d’elettrodomestici. Ci avrebbero passato l’intera giornata, con la sola eccezione d’una breve pausa pranzo. Il pranzo consumato male e in fretta anche da tanti altri che imprecavano sulla tangenziale, il serpente di cemento sulla cui cresta si muovevano infiniti piccoli mostri metallici col ventre rigonfio di carne umana. Masse migranti che fingevano di non vedere oltre il guardrail lo spettacolo desolante della città consunta, di fast food ad autogrill traboccanti di interiora gastritiche. Poi la sera, il tramonto attraverso la tangenziale, in silenzio, ripercorrendo i movimenti con cui allarmi, serrature, fermi, lucchetti, avevano serrato il loro mezzo di sostentamento. Il ticchettio di pensieri che riproducevano ritmicamente ogni movimento, con l’angoscia che uno di quelli avrebbe potuto sfuggire alla routine. Le domande che si intrecciavano nel buio dell’abitacolo, con i catarifrangenti a creare discontinuità luminose ad interrogativi angoscianti: “l’allarme alle finestre… dovevi pensarci tu. Il lucchetto al magazzino, la catena all’armadio, la porta, la blindatura, la lucina di dissuasione, la sirena…”.
Il loro passo successivo fu l’autorimessa, illuminata appena da un paio di neon, poi le scale e l’incontro con la vecchia signora del primo piano, la proprietaria della mansarda invasa il giorno prima, forse rumorosamente, dal professore, forse meridionale. La donna aveva accettato di scambiare la sua orbita circolare intorno al tavolo nel tinello con la tangente alla circonferenza sino al cassonetto d’immondizia. Salutò i due, ne ricevette in cambio un grugnito all’unisono, pure il tintinnio di due pesanti mazzi di chiavi, il disinnesco per difese invalicabili. La cena fu consumata in fretta, sotto la luce gialla del neon, lo stesso colore che precedette il buio della camera da letto.
Poi fosforescenze, silenzi, ticchettii simmetrici.
“Ho un sonno che casco”. Fu la prima cosa che disse Mario Rossi da sotto le coperte, dopo ore di silenzio insonne.
“Speriamo che questo quassù ci faccia dormire e non si metta a fare casino”.
“Ieri notte e andata, ma sono sicuro che ce la fa scontare ora”.
“Si, magari ieri non s’è sentito perché era appena arrivato e doveva avere il tempo per guardarsi attorno. Oggi invece avrà trovato qualche mignotta da portarsi a casa per fare qualche festino e ci farà fare la notte di capodanno”.
“Poi questi professori sono tutti drogati. Te l’ho detto che prendono le pasticche? L’ho letto sul giornale dalla parrucchiera. Perché sono ansiosi, c’era scritto”.
“Veramente questa cosa l’ho letta io, e comunque che cosa ci avranno da essere ansiosi poi, mah, che non fanno niente tutto il giorno? Che prendono uno stipendio che gli paghiamo noi con le tasse nostre? Che si trovino un lavoro vero, invece di tormentare chi fatica tutto il giorno”.
“Che poi si drogano, si portano le amichette a casa e fanno i festini. Tanto poi l’indomani mica se ne devono andare a lavorare dall’altra parte della città questi qui”.
Minuti di silenzio, buio, ticchettii, fosforescenze, occhi sbarrati ad analizzare ogni piccolo dettaglio d’un soffitto invisibile, respiri leggeri.
“Zitto, zitto. Hai sentito?”
“Non lo so. Forse qualcosa”.
“Ecco, ha cominciato. Mi pare che l’ho sentito alzarsi. Senti?”
“Ancora no… mi pare”.
“Ha deciso che deve lasciarci tutta la notte svegli questo qua. Ora si mette a fare casino. Chissà chi s’è portato a casa. Perché non se ne torna da dov’è venuto? Uno non può stare in pace nemmeno a casa sua. E no, Mario. Io un’altra notte senza dormire non ce la faccio a passarla”.
“E perché io si? Appena comincia a fare casino chiamo i carabinieri. Anzi salgo direttamente io e gli faccio passare la voglia, a questo delinquente”.
“La vecchia non poteva farcela più grossa. Hai visto oggi come ci ha salutato sorridente? Proprio le si leggeva nella faccia che era contenta d’avercela fatta grossa”.
“Vecchiaccia. Più stronza del marito”.
“Oh, quello poi. Era comunista. Comunista, però s’è comprato la mansarda, che prima ci doveva andare ad abitare il figlio”.
“Ci avevano un figlio?”
“Si, perché non lo sapevi? Poi gli è morto per una specie di malattia che s’è preso chissà dove. Pare che se ne andava in Africa a portare roba da mangiare, cose mediche laggiù. Me l’ha detto la parrucchiera. E quella se la ride. E si, se la ride proprio”.
Silenzio. Ancora minuti di silenzio ed occhi sbarrati e tutto il resto.
“Zitto, zitto, che mi pare che si muove”.
“Forse questa volta s’è messo a fare casino”.
“Non sento più niente”.
“Neppure io”.
“Ora che ci penso… se è un professore del sud, forse per questo la vecchia gli ha affittato la casa, perché gli ricorda il figlio che andava in Africa. Ma se lei si voleva ricordarsi del figlio se lo metteva a casa sua l’africano, non sulla testa nostra che non ci fa dormire. Oppure se ne andava direttamente in Africa lei che c’è un bel caldo che le fa bene alle artrosi”.
“Che poi domani è una giornata pesante, che comincia la svendita dei piccoli elettrodomestici e ci sarà un casino. Ci sarà un sacco di gente e in mezzo qualcuno che fa il furbo c’è sempre. Bisogna stare attenti e svegli che c’è gente che ruba. E questo invece non ci vuole fare chiudere occhio nemmeno stanotte”.
“Ah, ma domani quando torniamo due paroline gliele voglio dire alla vecchia. Che sono scherzi da fare questi? Che si mette uno così sopra la testa della gente per bene?”
“Che poi manco s’è fatto vedere. Due giorni che sta qui e non l’abbiamo visto nemmeno una volta. Certo, sicuramente scambia la notte col giorno”.
“Chissà che faccia ci ha”.
“E che faccia vuoi che abbia? Questi ci hanno tutti la stessa faccia, maledetti a loro. Se ne tornassero a casa loro”.
“La vecchia, già che c’era, poteva metterci sopra la testa una mandria di islamici che faceva prima”.
Silenzio, fosforescenze, ticchettii, occhi rossi sbarrati, a radiografare il soffitto per cogliervi oltre verità nascoste e, sin lì, silenziose.
“Zitto, zitto, che stavolta si muove. Oh se si muove questa volta. Senti che casino che fa?”
“No, accidenti a lui, è l’autorimessa, il furgone di Nino. Ma che ora è, accidenti a lui?”
Il suono stereofonico delle sveglie sembrò un’esplosione atomica, ed il neon della cucina, quel giallo pallido, qualche minuto dopo, era il bagliore della supernova, il contrasto cromatico più improbabile con i loro occhi rossi cerchiati di nere borse cadenti.
“Che fai Mario?”.
“Butto questo cesso di caffè. Fa schifo questo caffè”.
“La prossima volta te lo fai da solo se ti fa schifo il mio caffè. Fattelo fare da tua madre il caffè se non ti piace il mio. Adesso che fai?”
“Apro le imposte che la luce del neon mi fa bruciare gli occhi”.
“Chiudi che poi le dimentichiamo e possono entrarci in casa. Che ne sai chi è quello la sopra? Magari si cala dal balcone ed entra qua”.
Ancora davanti alla porta, ciascuno col suo mazzo di chiavi, ciascuna destinata ad una serratura diversa, per spiazzare chi se ne fosse assicurato solo una per violare la loro casa. Poi, di nuovo in tangenziale, in silenzio, sino ad un altro ingresso, ad altre serrature, altri allarmi, lucine rosse, ma soprattutto gialle. Accese, spente, di nuovo accese, d’un altro colore, il colore dell’ingresso libero.
Era la sera inoltrata per tutti, anche per chi aveva concluso la svendita dei piccoli elettrodomestici ed attraversava il lento inventario oltre l’orario, a dispetto dei propri occhi incavati, con le teste che si agitavano senza trascinare sorrisi.
“Mi mancano soldi dalla cassa”. Sbottò furibonda Tiziana Rossi.
“Che dici che ti mancano soldi dalla cassa? Che significa che ti mancano soldi dalla cassa? Sei matta?” Il marito aveva tirato gli occhi fuori da orbite profondissime.
“Almeno tre euro. Devo aver sbagliato a dare il resto a qualcuno. La gente è disonesta. Se ti accorgi che ti do soldi in più me li devi restituire. Io lavoro tutto il giorno e uno arriva e in un secondo si fa tre euro”.
“Deve essere stato il tunisino, quello che ha comprato la radiolina. Perché non se ne tornano a casa loro e ci lasciano in pace? Quelli così dovrebbero imbarcarli su una nave e scaricarli da qualche parte in mezzo al mare”.
“Mario, andiamo a casa. Io non reggo in piedi. Sono due giorni che non chiudo occhio”. La stanchezza ebbe il sopravvento anche sulla rabbia.
“E perché, io ho dormito?”
Luci rosse, serrande chiuse, allarmi con led gialli, il giallo dei lampioni sulla tangenziale, gli occhi rossi, sbarrati, quattro occhi illuminati dalle luci di posizione delle vetture che li precedevano. Quattro occhi, poi due, altri due spenti, un attimo, poi aperti nuovamente nel fragore del guardrail divelto, su una prospettiva inedita dall’alto cavalcavia, sempre più in basso. Sino all’impatto, all’inutilità delle urla, e nella fiamma che cancella definitivamente la promessa del sonno.
Ed era sera inoltrata anche quando non era passato troppo tempo da quel botto, e il professore, buste della spesa in mano, affrontava già la prima rampa di scale, sino al primo piano, dinnanzi alla porta sorrise la vecchia proprietaria della mansarda.
“Professore…”
Sorrise anche lui. “Buona sera signora”.
“Si trova bene in mansarda?”
“Magnificamente, grazie. Anche se forse gli inquilini sotto di me sono un tantino rumorosi. Sa, niente di che, ma passano tutta la notte a parlare e qualche volta è difficile riuscire a prendere sonno”.
“Ha ragione. Tengono sveglia anche me da un paio di giorni. Ma io sono anziana. La mattina non vado a lavorare come lei, quindi ho tutto il tempo per recuperare. Magari quando rincasano, se lei vuole, si fa presente…”
“No… no. Sono sicuro che smetteranno. Staranno passando un brutto momento. In fin dei conti non dormono nemmeno loro. Magari devono chiarirsi. Aspettiamo a lamentarci. Mica parleranno tutta la notte solo per tenerci svegli?”
Sorrisero ancora e si salutarono, poi: “Professore…”
“Dica signora…”.
“Sa che lei somiglia tanto al mio povero figliolo?”.

Radio Pirata 22 (a condizionatore spento)

Radio Pirata, giunta a Ventidue, s’arma a nuovi elementi di discontinuità programmatica, che se taluno passa da qua, a parlar di pace, pare che s’è alleato di talaltro ad oltre ex cortina. Che se non ti piace bomba vuol dir che ti piace bomba, che così al sicuro Radio si mette che sgancia missilissimo di nota a pentagramma a efficacia d’abbattimento di scemenza, che fa strage di bruttezza e chi s’è visto s’è visto. Che subito si cominci ad uopo con prima sventagliata, perbacco.

Ci ho giusto un giovane collaboratore che pure lui è guerrafondaio perché a pace si è votato. Pure gli passo parola.
Chissà se la luna
di Kiev
è bella
come la luna di Roma,
chissà se è la stessa
o soltanto sua sorella…
«Ma son sempre quella!

– la luna protesta –
non sono mica
un berretto da notte
sulla tua testa!
Viaggiando quassù
faccio lume a tutti quanti,
dall’India al Perù,
dal Tevere al Mar Morto,
e i miei raggi viaggiano
senza passaporto».
” (Gianni Rodari)

Ancora proseguo con carico da novanta che siamo in dirittura d’arrivo per nuova sublime società di giusti, che a cannoneggiamento s’immolano per destini d’umanità, che tanto d’umanità, uno più, un milione meno, qualcosa poi rimane comunque, forse che si, forse che no. Che ci ho collega di bevuta che m’aiuta a portare avanti trasmissione.

Io sono il mio dio. Siamo qui per disimparare gli insegnamenti della chiesa di stato, e il nostro sistema educativo. Siamo qui a bere birra. Noi siamo qui per uccidere la guerra. Siamo qui per ridere della probabilità e vivere le nostre vite così bene che la morte tremerà a prenderci.” (Charles Bukowski)

Che m’accorsi, giusto oggi, che non mi fu data possibilità di scelta, che mi si chiese, a me come a popolo, se di preferito abbiamo pace o aria condizionata. Che non so quale è risposta giusta, che io l’aria condizionata mai l’ebbi, dunque, in assenza di tale fondamento di civiltà, non mi resta che proclamar pace, che, dunque, sono per gli ammazzatori che ci ho pacifismo peloso a scorrere nelle vene, sono ob torto collo schierato ad interim con bombarolo. “La guerra la combatti bene soltanto dove tra le punte delle lance intravedi una bocca di donna, e tutto, le ferite il polverone l’odore dei cavalli, non ha sapore che di quel sorriso.” (Italo Calvino)

Che mi sconfinfera di pensare che guerra è madre di guerra, giammai si ferma dal generare se stessa, dunque, a fermarla sarà un aborto, che mi pare non potrà essere spontaneo. “Il trattato di Versailles ha fabbricato tedeschi umiliati che hanno fabbricato Ebrei erranti che hanno fabbricato Palestinesi erranti che hanno fabbricato vedove erranti incinte dei vendicatori di domani.” (Daniel Pennac)

Che a tutti quelli che anelano a menar le mani, a buttar bomba c’è vecchio amico che vi saluta così, che io mi dissocio da certi vil pensieri. “Questo si faceva. Si moriva. Non si sapeva di cosa si trattasse. Non si aveva mai il tempo di imparare. Si veniva gettati dentro e si sentivano le regole e la prima volta che vi acchiappavano in fallo vi uccidevano.” (Ernest Hemingway)
E v’abbandono a scoppio di superordigno di deflagrazione sonora imponente.

Dissenso dal dissenso

Lo spettacolo è il brutto sogno della società moderna incatenata, che infine non esprime che il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il custode di questo sonno.” (Guy Ernst Debord)

Che c’è quell’altro me che scalpita, che vuol parlare, chiede udienza. Si lamenta ch’io al più gli offro da bere, gli do buona musica. Non se ne lamenta, e vorrei vedere, di questo. Ma pretende pure spazi, che io glieli darei, ma non so se posso, se faccio bene, se poi non s’approfitta. Ma m’impesta di lamento, che se forse lo metto un pò a fase di sfogo, poi s’acquieta, non mi tiene martire ad apprensione sua. Così, oggi, m’è a sconfinfero che lo faccio parlare, l’assecondo, a prova. Ch’io mi faccio un bicchiere e metto musica buona, oltre non vado, faccia lui.

Quanto dissenso c’è nel dissenso? In questi anni me lo sono chiesto talmente tante volte che quasi la domanda è diventata conta di pecore per sonni negati. In realtà, credo che occorra ragionare su alcuni punti della questione, a mio modo di vedere, dirimenti. Quell’altro me affermerebbe che, volendo esprimere taluni concetti, egli sarebbe in grado di dire ciò che vuole poiché, essendo nessuno, il suo è parere di nessuno, dunque non opinabile. Io non sono nessuno, ma altrettanto sono ascritto a tale categoria dai fatti. Sono nessuno per proclamazione universale, non per scelta autonoma. Ma, vieppiù, credo di poter ragionare, il che, al di là dell’essere qualcuno o qualcosa, rende il mio giudizio umanamente concepito, quindi, comunque opinabile. Il primo punto della questione è che il presupposto dell’informazione, che è poi quella che determina la presa di posizione in dissenso, passa inevitabilmente per la circolazione di un punto di vista peculiare. La novità, di questi tempi, è che i punti di vista sono sempre e soltanto due. O sei Si Vax o sei No Vax, o sei a favore del greenpass, o sei contro, per le restrizioni oppure assolutamente contrario. Entrambe le posizioni sono supportate da argomentazioni solide, tali in quanto dal dibattito è escluso il dubbio.

Ma non si sono limitate a questo, hanno riconosciuto che questo non esiste, la verità è ideologicamente precostituita e se non la penso in un modo è inevitabile che la pensi nell’altro. M’ero avveduto d’un rischio mortale di semplificazione del pensiero collettivo da un po’, pur se ammettevo speranza d’errore, naufragata poi nell’oggi, né v’è notizia alcuna di possibili ripescaggi in mare, di salvagenti coniati all’uopo. Intanto, cerco di capire quali sono le centrali operative nei due campi: la prima è quella che comunemente viene definita informazione mainstream, quella delle grandi reti TV, dei network, delle testate giornalistiche. Queste, improvvisamente – ma non troppo -, funzionano all’unisono, appaiono sloganistiche, le differenze appaiono sfumate, non sono sufficienti a distinguere posizioni critiche; l’altro campo ha un enorme potere comunicativo che gli diviene dal disporre dei social (difficile pensare però che le piattaforme dei più ricchi tra i ricchi siano neutri strumenti di comunicazione) anche meglio del primo, vanta un numero elevatissimo di follower, scomunica chi non si attiene a taluni dettati, usa una sorta di obbedienza ideologica come cassa di risonanza per un messaggio semplificato (ed è in questo il più grande successo dei più ricchi tra i ricchi), che urla all’unanimismo dell’avversario quale un deterioramento della vita democratica, ma ne richiama su di sé uno speculare. Quando si aprì il dibattito sulla pandemia, ovvio che anch’io provai a farmi un’idea delle cose. Feci mente locale su talune mie attitudini (ex) professionali: sono un biologo-genetista (non pentito, ma guarito), mi intendo di statistica, così ho strumenti – non sofisticatissimi – di lettura dei dati. L’ho fatto ma non ho partecipato al tenzone. Non avevo alcuna intenzione di farmi arruolare. Anche perché la sensazione maleodorante che scaturiva dalla discussione è che l’una parte esisteva solo in quanto contrapposta all’altra, in qualche modo in una sorta di legittimazione reciproca. Se tutto va male è colpa dell’uno o dell’altro. Questa contrapposizione è risultata talmente violenta dall’avere annichilito qualunque altra riflessione divergente riguardo le questioni sul tappeto, ma ha anche avuto l’effetto (a questo punto, riflettendo, desiderato da entrambe le parti) di seppellire sotto quel tappeto ogni altra questione, dall’esistenza delle guerre in ogni parte del globo agli enormi esodi da queste, dalle carestie ai morti sul lavoro, dai diritti del lavoro ai cambiamenti climatici che stanno affamando un pezzo consistente del pianeta, dalle mafie ai disastri dei sistemi educativi e sanitari: questi temi non esistono più, in quanto di essi non v’è notizia tra le leadership dei due campi. Come nell’antica Roma, il popolo viene rasserenato dallo spettacolo dei legionari, dal poter vedere scorrere il sangue dell’uno o dell’altro. Con la guerra ci risiamo: o sei contro Putin, o sei suo fedele sostenitore. Il movimento pacifista, di cui non ho mai smesso d’essere parte da che avevo ancora ginocchia sbucciate, non esiste, non è mai esistito, non è contro la guerra, è a favore di Putin, contro i valori di libertà dell’occidente. Chi sono i pacifisti, in effetti, quelli che hanno diritto di cittadinanza? Giammai quelli che dicono no alla guerra, che hanno continuato a dirlo senza interruzione, scarichi, certamente, pochi, disperati e pazzi (sono disperato e pazzo da almeno quattro lustri, ma “sono”, al contrario di quell’altro me che non è che nessuno, e gestisce questo blog). Quelli che hanno diritto di cittadinanza in quanto pacifisti non li ho mai visti ad una manifestazione, non li ricordo ad un’assemblea, mai militarono d’antimilitarismo. Taluni li ho visti deridere quelle cose sino a non troppo tempo fa. Sono quelli che dicono, va bene Putin, però anche la Nato, però anche questo, anche quello. Ma quando pioveva non c’erano, non ci sono mai stati se non per qualche comparsata. Eppure loro esistono, hanno voce in capitolo, rappresentano il nemico, sono scelti dal nemico, sono essi stessi compiaciuti d’essere contraltari, articolano linguaggi semplificati, proprio come quelli che ad essi sono contrapposti. È questa la grande novità, il potere può finalmente scegliersi di costruirsi un nemico a sua immagine speculare, e lo fa spettacolarizzando lo scontro. Gli altri, chi dubita, chi decide che il suo campo se lo costruisce, chi non accetta il pret-a-porter, chi non è arruolabile, è fuori dai giochi, è nessuno, non è invitato a partecipare allo spettacolo, non esiste più.” (L’altro me)

Un po’ di note a margine sulla guerra che mi fornisce il buon Daniele Barbieri che si ostina a non volersi fare grande Network ve le metto qui

Radio Pirata 21 (per amor d’interventismo)

Radio Pirata torna per quota Ventuno, che non è quota a pensione che in libretto di quella c’è scritto fine pena mai. Torna e si fa Repubblica, pure s’attrezza a guerra, con arsenale che superpotenza pare ha petarduccio di bimbo monello a festa di morti. Che se non partecipi ad azzuffo vai a smidollo, pari amico di zar che ora tutti non riconosce più, che pare Supremo di Pietro Aretino che “di tutti parlò male fuorché di Dio, scusandosi col dir non lo conosco”. Che arma possente di Radio Pirata è tale che oltre è a banal fattura di morto, che tanto è di portento che soffia vita e resuscita l’ammazzato. E si parte subito con superbomba.

E la paura di guerra fa novanta, come numero di morti a giusto ieri, a poco largo di coste di civiltà, in Mar d’Africa mio, che quelli fanno a vedere quanto è profondo il mare, mica sono profugo vero, che gli piace l’annego facile, e paese civile, che ha a cuore democrazia, non può impedire soddisfacimento di intrinseco desiderio di far finta d’essere pesce, pure lesso.