Sono colpevole

Il nostro tempo preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere. Ciò che per esso è sacro, non è che l’illusione, ma ciò che è profano, è la verità.” (Guy Ernest Debord)

Mi disse, amico caro a perduta conversazione, mentre leggeva le pagine di questo blog, che poco gli sconfinferava ch’io nascondessi la mia identità. Che mi toccò di spiegare che non la nascondevo affatto, che quell’altro me che s’aggira per il mondo, se taluno dalla finestra ne urla il nome assieme a cognome, altri non si volta che lui. Rivendicavo, piuttosto, l’essenza del mio nulla nell’essere nessuno, che quello, ad oggi, m’appare atto finalmente eversivo, di dissacrante irriconoscenza verso il mondo d’intorno ricco di sgomito.

Poi, a continuare, mi relegò a discussione sull’oggi che trema d’impietosa decadenza, d’informazione negletta, pure mi girò pletore e più di millanta scritti a web e video che – sempre a dire suo – smantellavano il mainstream. Che ci sono termini dell’oggi che mi lasciano simpatie urticanti, che pare ci siamo persi s memoria di semplice apparentamento d’nformazione a potere. Che se Pasolini, a stigma di Villa Giulia, come Sciascia sui professionisti dell’antimafia, anziché il paginone roboante del giornalone, avessero usato altro mezzo, forse non avrebbero fatto etto di danno ad essere ignorati, che tanto si son confusi di tiramenti di giacchetta. Che poi, mi domando e dico, quale sarebbe la ragione che più mi sfuggì, che rende faccelibro et similia, dei tre o quattro più ricchi del mondo, pure per click d’antagonismo, meno mainstrimmanti? Che ho odore d’appattamento, di gioco di parti. Dunque, m’annessuno volentieri, pure più volentieri di sempre.

E nel mio annessunarmi ancor più eversivo, m’è balenato per la testa che non avevo fatto degni auguri al caro collega in pensione. Neppure mi viene d’andarlo a trovare che, in là con gli anni e preda facile d’acciacchi pesanti, rischio, ad auguri sentiti, d’aggiungere carico da novanta da scuola sicura. E così m’avvenne di mettermi a rovistare, sino a scorgere in fondo a cassetto, stipato d’ogni scemenza mi scordo di far monnezza, due fogli, due, che lì mi pareva d’averli lasciati, di carta martellata di un qualche remoto pregio. Ne inserisco prima l’uno quindi l’altro nella vecchia tedesca, e batto tasti meccanici a testo d’affetto, a ricordo pure d’altro collega, che ci ha fatto scherzo d’abbandono anzitempo. Poiché avevo necessità impellenti di prelievo di contante a bancoposta, m’avanzavano 95 centesimi per spedizione ordinaria, e consegnata la busta alla solerte funzionaria, con tanto di destinatario accompagnato da mittente, me ne sono tornato a casa, guardingo, che quello mi parve davvero atto eversivo, pure con tanto di firma ad autodenuncia.

Contrappasso a perdere

Di memoria ne ho che va a zonzo, pure ad antico, che ancora serba cose d’interesse.

E c’era, che poco più che bimbo, calavo volantino a mosca nel fosso di parte esterna di molo, e mi tirai su ope e scorfani in un certo numero, buoni per brodetto. Dentro il porto salvo, che il mare pareva stirato a raso, don Angelo, a cima legata di lampara, sbrogliava la rete sua. Che il silenzio era tale da sobbalzo al mondo intero per motoscafo feroce di cavalli. Ch’io mi rivolsi al vecchio, e, giovane creatura, m’espressi di stupore per tale roboante manifestazione di potenza, che con quello ci poteva andare pure lui, senza perdere intera notte, alla secca del miracolo. Il vecchio nemmeno sollevò il capo per il suo “cu minchia si ni futti”. Forse per affezione alla barca di sussistenza, che più di tale non era. Poi mi invitò a far giro per cambiar darsena a bordo, pure rapido, mi disse, che l’altro approdo, a borbottio di motore vetusto, si disponeva a mezz’ora almeno, e l’orizzonte, che il mare era calmo a piatto, presagiva cambio repentino di libeccio. Saltai a bordo, e non si fece che un chilometro o due, che il furibondo fuoribordo che scosse il mare, se ne giaceva a panne, che lassù, padre notabile e figlio, coetaneo mio, si sbracciavano che non c’era domani, neppure, dissero, il walkie talkie gli funzionava, e razzo a segnale, pareva petardino a santa patrona. Il vecchio, si contrasse in sforzo di lancio di cima, e sbuffando col motore a scarburo di lampara, trainò a riparo certo, e a rinuncia di viaggio proprio, la belva pluricavallata, mentre l’increspo, a previsione esatta, si fece cattivo. Appena in tempo toccammo porto salvo, che il tale del fulmineo scafo, a gratitudine, tirò fuori la grossa banconota per conferirla al vecchio salvatore. Ma quello rifiutò a sdegno, manco alzò occhio, che la gente a mare si aiuta e non per compenso. Il ragazzo come me s’era allacrimato di paura, e io pure, a momenti, mi appellavo a preghiera per improvviso stravolgimento d’onde. Che sono passati anni, che quello pure diventò notabile come l’avo, ed è ragione che io mi feci asociale, che mi dicono invoca cannoneggiamenti quotidiani per chi arriva da lido lontano a disperazione, che se annega pure, a dispetto d’età, è sempre buon cibo di pescecane.

Mi viene di tutto punto di riscrivermi, che poi d’altro in testa non ho.

“Che i convincimenti ti si cuciono addosso, s’attaccano alla pelle, ti fanno vestito di festa e pure abito da lavoro e non te ne privi più, manco la notte, che s’immaginano pigiami felpati, di lana grezza e mutandoni, o sottane di trini e merletti, che poi la giovane ragazza s’attrezza a fare la cosa più normale, nella sua divisa d’ordinanza, e concede l’abbraccio fraterno, pregno della pietas che si compete al genere umano quando s’ignuda d’ogni altro orpello vestibile, e s’adombra il cielo e l’uniforme stentorea del mondo si trasforma in epiteto a vociare confuso e orrido, mentre le zampe d’oca, s’ammassano in fila, ossequiose, come dietro il papà Lorenz, o un altro capo che ci pare, purché sia bello ritto, in piedi, a dominare i seguaci che dissimulano passo d’anatra, che manca poco che queste fanno causa alle prime che di palme ai piedi ognuno si tiene le sue, al più c’è da star attenti che mentre si papereggiano tutti, scondizolando e sculettando con scarsa armonia di sensi, non si concedano in amplesso innaturale al cagnolino di secrezioni gastroesofagee che ha smesso di aspettare il campanellino di riflessi condizionati, ed ora s’accinge a soddisfare pulsioni primordiali purché ve ne sia disponibilità, pure tra interspecifici e, avvinghiata la paperella, dà origine alla progenie fortunata e artificiosamente eletta a pura dell’orrifico incrocio che della genia ottusa e involuta, ma pura d’immaginario, dai piedi piatti e salivazioni persistenti, contrattualizzata per bave alla bocca, al suon di sirena, s’attrezza ad esercito di difesa dei confini del mondo virtuale, procacciando pagine di dobloni al re delle facce da libro, solo di costa, che le copertine costano, pure se fai finta di cucirtele addosso anche quelle come vestito della festa, patinate per ogni sgherro e bravo manzoniano, e l’ultimo che s’era abbracciato come spiaggia da naufrago alla deriva, al più si becca il calcio palmato della bestia, ed il morso a zanna, manco bianca che quella se ne sta alla larga da ogni ocone, grosso modo giulivo, e dall’alto del monte s’appresta a riprender fiato dalla vista lunga della fine del mondo, che prima o poi, pure per mettere fine allo sconquasso della specie estinta a sua insaputa, forse conto terzi, finalmente mette un punto”.

Di viaggio, di sale

Ricordo la Sicilia, e il dolore ne suscita nell’anima il ricordo.

Un luogo di giovanili follie ora deserto, animato un dì dal fiore dei nobili ingegni.

Se sono stato cacciato da un Paradiso, come posso darne notizia?

Se non fosse l’amarezza delle lacrime, le crederei i fiumi di quel paradiso.“

(Ibn Hamdis)

Che pare sia Medea, quel paese, per come tratta taluni suoi figli, che forse si vendica per insufficiente riconoscimento di propria bellezza a struggere. I viaggi sin lì durano poco, che il tempo non ti concede il lusso dello scoglio a forma di tartaruga, a favor di libeccio, sinché l’oltre non s’inghiotte il sole. Di distanza si paga pegno, talora, che quando si torna, all’appello pure manca qualcuno.

E si cerca conforto in alcova di fornelli, in cenacolo di gusto. Stasera mi compete di farlo, e fu fortuna che spacciatori di colori ne ho ancora, in quel lido lontano blandito d’onde, che è cosa difficile che sin qui, a banco di supermercato, v’arrivi qualcosa che tra ghiaccio e sale non abbia ancora festeggiato almeno un genetliaco. Di vino ne ho, pure non basta se non v’aggiungo colore e suadenza di gusto. Attingo a compiacimento alla sporta del lontano, dove trovo, appunto, sapori e colori, che insieme formano tavolozza perfetta di rimpianto, ma anche palliativo di lontananza. Olive nere, di forno di signora Carmela, cappero ormai quasi solitario, colto di timpa, strappato a marna da abile mano di zio Angelo, profumato di sale in cristallo di mare, pure un tozzo di pane raffermo di segale, che quella cresce a terra arsa di sole, – averne di cornuta m’apparirebbe l’orizzonte, navigherei con Argonauti – peperoncino di coltivazione demoniaca, tra magri interstizi di roccia, esalanti vapori al calor bianco di vulcano. Pomodorini di punta estrema ne trovo anche qua, decenti, armati di dignità quanto basta, come prezzemolo e basilico, non del tutto negletti. D’aglio ho scorte ancora, come d’olio nuovo d’altopiano, al profumo di mandorle. Anche di pasta, a trafilatura di bronzo, di grano duro e antico. Le acciughe, a dar tocco di mare definitivo, me le fa don Tano, in succo d’olive autentiche, mica sguazzanti in brodaglia di spremitura di pianta d’alambicco e sconosciuta in natura, mummificate d’aspetto e gusto, tristi ed assiepate in rispettoso ordine, morte invano.

Ne consegue piatto rapido e sapido, che richiede altresì pianificazioni algoritmiche, che non si concede facilmente all’errore, alla svista, pena amputazione cromatica e caduta di stile. Ordunque, in attesa del bollore d’acqua, merita che s’approntino gli ingredienti. Dapprima propenderei per imbiondimento di quattro o cinque cucchiai del pan grattato di segale in olio, a padellino antiaderente, onde evitare scivolamenti bituminosi. Tre spicchi d’aglio tritati alla bene in meglio, le olive a metà, denocciolate, a grazia ricevuta per molari improvvidi, trito finissimo di basilico e prezzemolo (se ne avete, due foglie di mentuccia non si disdegnano) e i pomodori ciliegini tagliati in quattro. Invero, ho optato per costoluto di Pachino, che ho trovato in confezione regalo ad oreficeria attrezzata, che quelli che restano li baratto a compro oro a strozzo per rata di mutuo. Quello lo tratto di fino, come merita, a cubetti adeguati, animati d’autarchia ché sprigionano aromi d’Olimpo, nemmeno avrebbero bisogno d’ulteriore spinta di condimento per quanto bastano a sé stessi. Di pasta la dose è essenziale, che taluni, intenzionati a viver da malati per crepar sani, s’accontenterebbero d’80 grammi, la razione K opta per 120, io propenderei per un paio d’etti, pure e mezzo. Si butta giù che in concomitanza gli spicchi d’aglio, in saltapasta, sfrigolano, perbacco, sfrigolano in olio bollente, in appassionato amplesso con pomodoro, olive, peperoncino e capperi, e fanno succo di mare riconquistato a sei o sette acciughe a sfaldatura. Ad evitare prosciugamenti fatali, di tanto in tanto, appropriata cucchiaiata d’acqua di cottura della pasta, pescata in superficie, dove l’amido si concentra per rivestire poi di tenere cotonature ad avvolgenza il tutto d’intorno. E non temete di rendere brodosa l’evoluzione bollente, che a quella ci sarà rimedio. Appena scolati, ancora assai al dente, che si avvoltolino lì gli spaghetti, a fiamma viva e vegeta, a completar cottura nell’armonia del mare e della terra più aspra, s’assorbano ogni residuo profumato, arricchito, un attimo prima del tutto è pronto, di erbe a pioggia di scirocco. Poi, che il pangrattato concorra ad assorbire ciò che resta d’umido, ma non per appropriarsene, piuttosto per distribuirne con pedissequa cura del dettaglio ogni aroma, colore, sapore. Infine, a piatto, ancora basilico. È concentrato di terra di Lotofagi, di rimpianti, di memorie antiche e vivide, e se non tratterrete una lacrima a commozione, questa saprà del sale del mare d’Ulisse.

E a chi non piace Atahualpa, consiglio di stapparsi una gazzosa e sgranocchiarsi patatine al glutammato.

L’Arcivernice

Dalla creazione del mondo, la barbarie umana non ha fatto un solo passo verso il progresso. Nel corso dei secoli, l’abbiamo soltanto ricoperta con una mano di vernice, nient’altro.” “(Il vagabondo delle stelle”, Jack London, gennaio 1876) Che pure a me tocca di scrostare qualche patina per un po’ di musica che mi ricordo.

Che abbiamo questo straordinario lusso di essere clienti del tempo, magnifico, unico, abilissimo, inimitabile imbianchino. Che copre le vergogne, e, pure tra le croci a perdere di memoria per chi s’arrende, ci regala l’immagine a patina splendente di chi resta, che ci viene voglia d’andare a vedere – in talune, di recente assai numerose, circostanze – dov’è la data di scadenza che ci tocca, se in marsupio di DNA, o scritto a neon sull’ultima stella a destra, quella accanto al magazzino delle scope.

Che di voli del Grande Tacchino, in un anno, m’è parso d’averne visti, a me di canto, tanti di quei tanti che la metà mi bastavano a gloria futura, né m’aggrada più di dire che io c’ero, mi vien d’aggiungere semmai, si, partecipai, ma con somma cautela. Che se rimpianto m’è dato è dell’adamantina figura di Pier Cloruro da Lambicchi, di cui m’aggraderebbe in uso l’Arcivernice, di ritratti da ripassare a patina nuova ne ho a iosa. Ci ho però sospetto, a tratti fondato su fatti comprovati – ed ho qui la fotocopia a testimonio di documentazione bibliografica – che non farei eccessivi favori se ricoprissi la prima mano con la seconda. Dunque, dilaniato dall’incertezza se impugnare pennellessa e rullo, saluto gli andati, che non ho fretta di raggiungerli, neppure però mi dispiacerà più di tanto quando ciò dovesse avvenire.

E, a sommo di superbia, faccio presente che Marx è morto, pure Brecht – che tutti siamo avvolti in opera da meno di tre soldi – e tanti ancora, a ricoprire intonaci scrostati, e perciò m’insospettisce un certo mal di testa che m’attanaglia da stamattina. Poi mi riannullo, mi rifaccio signor nessuno, che m’è dato di riconoscermi tale, che più prosaiche spiegazioni ho in fondo al bicchiere quali cause o concause, e d’aspirima confido di rimaner tra il peggio ancora un po’, non foss’altro che per prendermi il lusso di vedere come va a finire.

La biennale (Allonsanfàn parte ottava: ancora su Sergio Poddighe)

Che v’è traccia di biennio grigio, fra poco s’avrà d’accadimento che giornale su giornale, TV su TV, come Torre di Babele, pure ogni social e a-social, proferiranno memorie a ricordo di tutto ebbe inizio, di quando l’umanità scivolò in incubo d’assurdo. Io mi porto avanti, che non celebro, ma m’attrezzo di musica.

M’è dato – immagino come ai più – di pensare al mancante di questi due annucci belli, trascorsi in ambascia da atomica, per pensiero a ciò che non c’è, che, a dir pur il vero, non è tanto pure se è troppo. Che mi manca farmi il lavoro mio dabbene, e non di rincorsa ad ansia, a crocettare moduli espansi a logaritmo, e di tanto chieder conto a francobolli a monitor o facce a vincolo di maschera, espressioni irrisolte, antologia di parte mancante. Manco di movimento a bellezza, di libro condiviso tra libri, di mostra orchestrata a chiacchiera d’autore, di concertino a base ritmica di whisckettino, la solitudine in chiave di Sol a contrappunto d’improvvisazione. Trattengo lacrime, che m’impigrisce d’usarne per l’arte che muore. che al biennio mi faccio mia personalissima biennale, mi ricordo d’artisti, e, con aggiornamento appena a plausibile, mi riprendo in mano cosa vecchia eppur giovane.

E chi lo può sapere quando finisce, che fior fiore d’esperti s’arrabattano come alchimisti di medio evo, a non buttar giù le porcellane buone, a non turbare suscettibilità di tribunali d’inquisizione social, che quelli maneggiano punizioni e torture peggio di certi tenutari di scantinati d’antichi castellacci e di anticamere di forche papaline. A dirla, che fui pescatore, si naviga a vista. Posto questo, che mi pare di buon senso, quasi chiacchiera da bar, forse pure peggio, ci sarà poi da rifar casse pubbliche a fondo grattato, che chi pagherà sa già dell’oro alla patria. Poi, ciascuno, fa i conti con le proprie vittime. E chi sceglie di campare d’arte, che già era cosa assai complicata a tempi di vacche grasse, ora, con bovini a stecchetto, s’attende di attraversare il deserto. Che se compro un quadro bello – quello mi permetto, non di più – spendo quanto un paio di telefonini, ma il quadro, ch’è anticamera d’inferno, se non lo brucio a camino a tempi ancor più di magra, mi dura, l’altro me lo danno a scadenza. Se compro un libro, e metti caso mi viene pure schiribizzo a lettura, rubo tempo, ore e giorni, a rischio che mi spunta lo spiritello critico, m’arricchisco di prospettive e non di cash & carry. Tolgo tempo ad altro a scadenza, a fila alla cassa. Se mi vedo una mostra o spettacolo di teatro, non solo tolgo tempo a cose che hanno più apPIL, ma poi me ne vengo fuori con strane idee, forse anche solo con idee. M’arrischio di possessione, che, fatta salva la “nobile” eccezione, cultura non è missione a gratificazione d’anima, o magari roba a camparci a dignità, è cosa d’affari, di prebende, familismi. Mi posso, che ne so, per suadente lusinga di cliente, considerare che sono attore memorabile, fotografatore (da notare il neologismo, contraltare d’accezione corretta) ispirato, dipingitore (anche qui, mi supero in politically correct, che potevo dire imbrattatele, ma sono persona dabbene) sublime, scrittore arguto e raffinato, e pure, a somma fortuna che s’accompagna ad ego smisurato, essere cugino del sindaco, cognato dell’assessora, nipote del plurimilionario fabbricatore, che pensa ch’è meglio mi dedichi all’arte, dovesse saltarmi lo sghiribizzo di metter bocca negli affari di famiglia. Questi, che di prebende fecero virtute, la crisi non la patiranno, e si vedranno garantiti posti e fortune, notorietà imperitura. Che se poi, con umile portamento, gli chiedi di condividere almeno spazi e non denari, ti guardano come fossi il lazzaro senza speranza di resurrezione, che c’è pericolo di contagio (ma quale contagio?), ti rigirano il no, sotto forma di c’è chi può e chi no: ed io può, che da quelle parti troppa cultura bene non fa.

Allora, a me, che di talento non dispongo, ma che, per disponibilità e temperamento, nell’arte (che costa assai meno d’altro a scadenza) trovo soddisfacimento per certe pulsioni elementari, mi viene in mente la pletora degli altri, che non li manda Picone e che non hanno facce le cui sembianze sono assimilabili ad altre zone anatomiche. Ecco, tra questi ce ne sono di bravi, di talento portentoso, che hanno studiato, ma non diritto di cittadinanza, per carattere e ritrosia. Talvolta, – assai spesso, invero -non hanno santi in paradiso che li illuminano d’incenso. E allora io voglio fare una cosa, cosa da poco, roba che vale quel che vale, che certe volte conta il pensiero. Io questo ho, il blog, e glielo apro, li presento, li ospito come fosse casa loro, anzi, è casa loro. Che importa in quanti leggeranno, che sarà comunque uno in più.

E allora comincio subito con uno che trovo veramente bravo, perché me lo ritrovo magicamente tra il surrealismo di Breton, le copertine delle Mothers of Invention, pure tra amici cari: Sergio Poddighe.

I lavori di Poddighe sono la rappresentazione del contesto dei desideri umani e dell’uomo stesso come soggetti effimeri, metafora della parzialità dell’essere. L’uomo, dunque, è entità incompleta, mutilata, che rincorre l’effimero come unica vacua speranza compensativa. Riempie i propri vuoti creandone di nuovi, rincorre le proprie ansie costruendone di ulteriori, mai definitivamente consapevole del proprio progressivo allontanamento dalla concreta condizione umana. Proprio sulla condizione umana le opere suggeriscono una riflessione profonda, una riflessione ed un’analisi che possono essere affrontate da più punti di vista, poiché l’accettazione della complessità, quindi delle diverse angolazioni dell’osservazione è l’unico strumento attraverso cui è possibile costruire una prospettiva di ricomposizione dell’essere umano, a partire dalla constatazione della propria progressiva mutilazione.

Sergio Poddighe è nato a Palermo nel 1955. Si è diplomato al Liceo Artistico della sua città e in seguito presso l’Accademia di Belle Arti di Roma (corso di pittura). Ha insegnato Discipline Pittoriche presso il Liceo Artistico Statale, dal 1990 risiede ed opera ad Arezzo. Si è interessato agli aspetti simbolici e psicologici del segno grafico (per questo ha frequentato per un anno l’Istituto di Studi Grafologici di Urbino), come delle espressioni legate al mondo dell’illustrazione, del fumetto e della pubblicità. Ha prestato la sua opera per l’esecuzione di decorazioni, copertine di libri, manifesti legati a spettacoli ed eventi culturali. La sua ricerca pittorica si snoda attraverso percorsi espressivi diversi: dalla grafica, alla sintesi tra manipolazione digitale e pittura propriamente detta. Ha all’attivo numerose personali e partecipazioni a rassegne d’arte contemporanea in Italia e in Europa (Francia, Germania, Belgio, Svizzera, Austria, Romania, Croazia). Ha esposto in rassegne d’arte contemporanee in Usa (New York City, Houston, San Diego, Los Angeles), e al padiglione italiano di Art Basel Miami (edizione 2010); con i reduci di questa rassegna ha partecipato, in seguito, a “ Venti artisti internazionali a Palazzo Borromeo” , Milano. In Florida, inoltre, presso la contea di Walton, ha allestito due personali. Sue opere fanno parte d’innumerevoli collezioni private e pubbliche.

https://www.sergiopoddighe.it/

Il legno che vive

Le civiltà senza navi sono come i bambini i cui genitori non hanno un letto matrimoniale sul quale poter giocare. I loro sogni allora si inaridiscono; lo spionaggio si sostituisce all’avventura, e lo squallore della polizia prende il posto dell’assolata bellezza dei corsari”. (Michel Foucault, “Utopie Eterotopie”) Le navi, le barche, ondeggiano sulle onde, disegnano piccoli punti sensati sul mare, come le note tracciano melodie su un pentagramma.

Pure quelle che paiono di meno fascino, i traghetti che fanno su e giù tra Scilla e Cariddi, o spola per qualsiasi terra, financo da sponda all’altra di canale o fiume, che hanno odore acre di vernice e olio rancido di frittura e motore, hanno chiglia che s’affacciano all’abisso, tolde che s’illuminano di firmamento o bruciano al sole.

Mi piacciono quelle piccole, di legno diseredato, barche che levi a favor di scoglio s’è tempesta di scirocco, che tirano il fiato coi denti, che le senti digrignar gengie di sforzo per non far di sovraccarico di disperati pasto di fiera famelica. Quelle che s’abbracciano a prua nome di papà morto, d’amata, di santo distratto. Che s’appigliano a calafati antichi per reggere, come mulo a soma, miserabili sussistenze di pescatore a lampare. Pure, mi piace che s’accollano destini di genti antiche e dimenticate, si trasformano di colori d’arcobaleno, arrossiscono d’emozione a bellezza di tramonto, s’abbracciano a cime sfilacciate scosse di bufera, si riposano a porto salvo, si fanno cullare e cullano di bonaccia, s’attrezzano al peggio quando di chiglia fragile fendono l’onda. Quando le vedo, le barche – che starei a guardarle per sempre, dallo scoglio che si schiera a alito caldo d’oriente – mi sovviene del viaggio ch’è sofferenza per chi ci campa, che lascia la certezza, e s’affratella di gioia ad altro che ritorna su legno ferito da scampata bufera. Che ci sono certe barche che campano nelle memorie, e mai muoiono, che le senti nominare ancora nei secoli dalla gente che ha rughe di sale a cottimo. Pare non s’arrendono mai, finché s’adagiano ad acqua, e di silenzio si mortificano quando cedono al fondo d’abisso, si piegano meste alla deriva o si spiaggiano da creature esauste. Che hanno ancora storie da raccontare che non s’ascoltano se non hai orecchie giuste, e ti pare che quella che hai davanti è solo vecchio legno corroso di sale, manco buono per farci fuoco. Che hanno occhi, le barche, vedono lungo, cuore che batte, pure dimenticate a secca o a pantano, si consumano piano, senza rumore, un pezzo alla volta, che loro sanno cos’è il pudore.

Biancheggiar per sbaglio

La musica è una macchina per sopprimere il tempo”. (Claude Lévi-Strauss, “Il crudo e il cotto”, 1964) Così, che musica sia, senza porre tempo in mezzo, dovesse essere troppo tardi.

Che fuori c’è la neve, pure ci sono malelingue che sospettano, insinuano il dubbio, ch’io ne abbia una certa repulsa. Che è cosa di falsità senza confine, e chi lo sostiene mente sapendo di mentire. Io adoro la neve, quei flebili fiocchi che si depositano formando coltre candida, che pare piumino Ikea. Unica cosa chiedo, di goderne lo struggente spettacolo da dietro i vetri, al riparo, abbarbicato a Cognac, pure, per conforto d’anima, al boccione del Nero d’Avola.

Che voglio attenuanti a parziale remissione del peccato che confesso, ch’io non nacqui da neve, e se mi ritrovo europeo, financo italiano, con autografo d’autorità locale a data di scadenza di documento d’identità, ciò si deve a mera convenzione amministrativa.

Mi confà di spiegare che fui spiattellato al di là di confine d’Africa solo per qualche chilometro, su scoglio ispido, a favor d’onda e sguardo al sud di levante, per puro caso, che tranquillo era d’accadimento che invece mi trovassi sulla sponda opposta, che qui ci arrivavo in barcone e trafelato. Che mi ritrovai dove nacqui solo per distrazione di antenato fenicio dedito a contrabbando di porpore, o forse di dabbenaggine di greco, filosofeggiante di matematiche, imbonitore di folle e amplificatore di follie, ancor più probabile di mercante arabo a cambiali esauste, forse financo di Lestrigono di passaggio, ibrido di sirena e ciclope, sempre a cavallo di scoglio, da scirocco e libeccio sferzato senza tema, che la neve la conobbi solo per biancheggiare lontano di cime di vulcano.

Pure non m’avventuravo lì che mi si disse videro recarvisi tale Empedocle, di cui trovarono solo sandalo a vaga bruciacchiatura, oinochoe di distillato di melicucco. Che d’arrostir castagne al camino m’è d’uopo rinunciare a sostegno dello sgranocchiare carrube come asino o decollato in ascesa al cielo, che non riconobbi impronte bianche di mammoni e mannari, piuttosto solchi a rena, trafitti da lacrime d’Aci e chiome d’Aretusa e Ciane. Pure non ho memoria di racconti d’inverno al focolare della nonna, piuttosto dei brontolii di Ferdinandee, singulti di Cariddi, segreti di trovatura e Re Bafè. Ma m’è finito il caffè, mi tocca d’uscire. Mi copro bene.

L’impossibile archimedeo (Allonsanfàn parte settima: ancora Aldo Palazzolo)

Recupero frammenti antichi, per creare un mosaico d’immagini e suggestioni, che meritano musica a sigla, musica in fondo.

Charles Baudelaire si scagliò con tale veemenza sulla fotografia, da far venire mossa ogni foto nel raggio di chilometri dal suo Salon. Non era ammissibile, per il poeta vergine, che la fulminea attrazione dell’attimo spostasse lo sguardo dalla contemplazione elevatissima dell’arte pura nella sua rappresentazione più autentica, teatro, pittura, musica, poesia. Inaccettabile il processo di massificazione e tecnologizzazione dell’arte. L’industria si sostituiva al genio creativo, lo filtrava attraverso uno strumento, poneva anche gli inetti nella condizione di potersi definire artisti.

Charles Baudelaire

Poi si fece fotografare in poltrona dall’amico Nadar, e questi ne colse, nella sua posa disincantata, tutta la poetica, sublimandola nell’attimo, appunto.

Nadar aveva compiuto il miracolo, anzi no, la magia, di elevare la sua arte a livelli insospettabili, usando l’immagine del suo più feroce – e certamente credibile – avversario, per emanciparla dal mero tecnicismo cui rischiava di essere relegata per sempre. Di più, l’invasione di campo della fotografia, capace di raccontare il reale con efficacia assai maggiore del più attento iperrealismo manierista, sospinse tutte le altre arti figurative verso orizzonti nuovi, alla ricerca di realtà parallele cui l’occhio non poteva giungere.

Come vi fosse testimone invisibile, Aldo Palazzolo raccoglie l’eredità di Nadar, la attualizza che non gli vien bene fotografare Baudelaire in poltrona. Palazzolo ritrae l’artista, il detentore unico e assoluto dell’atto creativo che genera l’opera. Quello non è in vendita, nemmeno merce plausibile a scambio, appartiene solo all’artista. Solo le opere finite sono al dettaglio. La parola opera e la sua aggettivazione più consueta, finita, sono in stridente contraddizione. Opera offre un senso di dinamismo, di divenire. Finita è qualcosa che la smentisce. L’opera è viva quando non definitivamente plasmata, ancora si trasforma, cresce, matura, cambia, impara, persino. Poi il fermento si esaurisce, l’opera è finita, non c’è più niente che la renda viva. Completare l’opera significa, dunque, recitarne il de profundis? Si espongono, si leggono, si condividono, le lapidi funerarie dell’atto creativo? Le collezioni, le esposizioni, le biblioteche sarebbero nicchie votive per le spoglie mortali dello spirito d’artisti, del loro genio sepolto, e gallerie, abitazioni sontuose, ricche di ‘opere finite’, solo cimiteri. L’artista autentico conosce questo segreto, lo custodisce gelosamente. Gli altri sono mercenari, cercano critici che recitino litanie al capezzale dell’arte che muore. Ma dopo l’atto creativo ciò che resta è comunque il demiurgo, l’artista, una donna, un uomo.

Aldo Palazzolo è a questi che rivolge il suo sguardo, ne destruttura la natura artistica, restituisce al corpo, all’espressione, alla posa accidentale, la dimensione stessa d’opera d’arte. L’artista non è più semplice detentore dell’atto creativo, diventa esso stesso oggetto di quell’atto, immerso nella vertigine del bianco (il nulla che nasconde il tutto infinito dei colori) che ne definisce l’immagine scarnificata sino all’espressione essenziale. Poco importa se davanti l’obiettivo vi sia Patti Smith, Borges, Bufalino, Battiato o Sinopoli, ciò che resta è la natura umana estremizzata all’indispensabile, talmente minimale da spiazzare. Il genio guarda ad altezza d’occhio, da pari s’affratella al resto del genere umano, non è più vetta irraggiungibile, solo essenza d’umanità, dunque, capolavoro definitivo. Di più, talora, sorpresa, l’immagine si destruttura ancora nel gioco alchemico del caso d’una camera oscura, si trasforma e pare che ogni incavo esistenziale, ogni concretezza artistica venga trascinata dalle onde del Mare d’Ortigia, spinta da un Kaos rigenerativo che stravolge il dettaglio, ne rende le sfumature fondamentale quadratura del cerchio, l’impossibile ricerca d’Archimede.

Aldo Palazzolo, dalla Siracusa matrigna, è fra i testimoni più importanti del nostro tempo avendo immortalato i più grandi protagonisti del mondo della cultura contemporanea. Personaggi illustri (tra gli altri, Patty Smith, Adonis, Giulio Andreotti, Gesualdo Bufalino, Rudol’f Nureev, Sinopoli, Julian Beck) ma anche dettagli sorprendenti ed inconsueti che racchiudono storie, segreti, interessanti sempre. Immagini che inquietano profondamente e spesso, quasi sempre anzi, seducono. Nel 1989 il critico Peter Weiermair lo segnala fra i ritrattisti più importanti al mondo allestendo l’esposizione e il catalogo per “Il ritratto nella Fotografia Contemporanea” con artisti come Andy Warhol, Robert Mapplethorpe, Annie Leibovitz, Bruce Weber, Mary Ellen Mark, Cleg & Guttman, Lynn Davis, Thomas Ruff. Ha esposto in manifestazioni di prestigio internazionale: da Arles, dov’è presente nel 1992 con una grande personale, alla Biennale di Venezia, ai festival di fotografia di Amsterdam, Liegi, Montpellier etc. Dal ’90 in poi vira verso una ricerca personalissima che lega l’elaborazione della foto alla riflessione sulla luce e sull’alchimia e che denomina “Liquid Light”. È stato fotografo di scena nel film “Il Garofano Rosso” ed ha curato le scenografie degli spettacoli “Change de Peu” a Geneve e “Le vecchie e il mare”, dal testo del poeta greco Jannis Rytsos, a Catania e Genova. Autore dei video-ritratti dedicati a Manlio Sgalambro, filosofo catanese, ed Enzo Sellerio, fotografo e fondatore dell’omonima casa editrice palermitana.

Ri-critica del regresso formale

Che è mentre – al primo giorno di lavoro di rientro da libagioni sconsiderate – m’avvedo della morte della scuola per desiderio ideologico inesausto, che m’imbatto in una gustosa citazione. Ma prima ci dò di musica d’accompagno.

Il quoziente d’intelligenza medio della popolazione mondiale, che dal dopoguerra agli anni ’90 era aumentato, nell’ultimo ventennio è invece in diminuzione…È l’inversione dell’effetto Flynn. Una delle cause potrebbe essere l’impoverimento del linguaggio. Diversi studi dimostrano infatti la diminuzione della conoscenza lessicale e l’impoverimento della lingua. La graduale scomparsa dei tempi verbali dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente: incapace di proiezioni nel tempo. La semplificazione dei tutorial, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono esempi di “colpi mortali” alla precisione e alla varietà dell’espressione. Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni/elaborare un pensiero. Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza derivi direttamente dall’incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole. Senza parole, non c’è ragionamento. Si sa che i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. Facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Anche se sembra complicato. Soprattutto se è complicato. Perché in questo sforzo c’è la libertà”. (Christophe Clavé) Pure mi ricordo che della cosa scrissi tempo addietro, e pure quello vi riciclo, che sono ecologista integrale.

“Quando addivenni ad assecondare l’idea di questo blog, m’ero, per così dire, lasciato irretire dall’idea d’uno spazio statutariamente ed esclusivamente diaristico, un esatto contraltare per cose assai più serie (meglio sarebbe, però, appellarle quali seriose) altrove ubicate, opera d’un me con nome e cognome e non di questo me “nessuno”. Questo l’intendimento primigenio nella creazione del refugium peccatorum. Capita, tuttavia, che ci si trovi utilmente stimolato ad altro, indotto a mischiare le carte. E così, l’amica cara che ti riporta l’irrequietezza per uno studio recente, t’accende la miccia. Per farla breve, dagli scienziati del Ragnar Frisch Centre for Economic Research, in Norvegia, giunge voce che lo slancio dell’Effetto Flynn, quello della crescita vertiginosa, sin dagli inizi del ‘900, del Q.I. mondiale, pronto ad incontrarsi con l’infinito, in realtà avrebbe raggiunto il suo picco già negli anni ’70, per poi iniziare un lento, inesorabile declino.

È vero che vi sono studi persino precedenti a quelli di Flynn, che ci raccontano dell’inadeguatezza del Q.I. poiché questo sarebbe in grado di misurare, e pure in modo assai poco efficace (presuppone elementi culturali di partenza con approcci estremamente astratti, appannaggio esclusivo di certi ambiti sociali, e non per castighi genetici) solo talune intelligenze, per intenderci, al più quella linguistica e quella logico-matematica. Ed invece, la teoria delle intelligenze multiple ne evidenzia almeno altre cinque: l’intelligenza spaziale, l’intelligenza interpersonale o sociale, l’intelligenza introspettiva, l’intelligenza cinestetica o procedurale, l’intelligenza musicale. Dunque, la consapevolezza dell’esistenza di approcci più complessi, in qualche modo, dovrebbe ridimensionare la portata degli studi norvegesi, rendendoli meno drammatici. E questo a primo acchito. Ma non me ne sono fatto così persuaso, giacché, accanto ad altre evidenze, paiono dimostrarsi qualcosa di più che una semplice teoria, la banale lettura di statistiche opinabili. Nel confrontarmi con la natura dura e cruda, ancorché asettica, dei dati, mi sovviene la ricerca più di casa nostra, ma sublime nella sua accezione più pura, condotta dal mai abbastanza compianto Tullio De Mauro, circa il progressivo impoverimento del linguaggio nei giovani. Nel 1976, De Mauro condusse uno studio sui vocaboli normalmente in uso degli studenti dei ginnasi italiani: erano, allora, circa 1600. Vent’anni dopo, nel 1996, si produsse in una nuova rilevazione da cui emerse che erano crollati a 6 o 700. Mi viene l’orrifico pensiero di quante parole abbiano oggi in uso. Mettendo insieme le due cose, anche per perfetta sovrapposizione temporale, e senza citare Wittgenstein o Heidegger – in generale mi producono eruzioni cutanee – mi pare evidente che la capacità di produrre un pensiero complesso, dipenda in buona parte dal linguaggio che lo sostiene, dunque dalla sua natura articolata. Meno il linguaggio è ricco, meno efficace sarà la sua capacità di rappresentare la complessità. In definitiva, ammettendo l’esistenza di “molte” intelligenze, ognuna di queste è funzione del linguaggio con cui viene elaborata e può esprimersi. Il linguaggio complesso libera la creatività, produce ricerca di bellezza oltre i confini predefiniti del prêt-à-porter, di fatto sviluppa le intelligenze. Viceversa, il suo impoverimento produce la delega ad altri del pensare. Si configurerebbe così una condizione in cui l’intelligenza non scompare in assoluto, ma si distribuirebbe in modo ineguale, diventando appannaggio di elité che alimentano la decadenza del pensiero articolato, sostenendo l’impoverimento del linguaggio in funzione di una sorta di monopolio che le porrebbe ai vertici indiscussi della piramide evolutiva. Agli altri, appollaiati sui gradini più bassi del monumento, non rimarrebbe che qualche frase sbiascicata, elaborata più con le viscere che dalla ragione. E questo sino ad una sorta di brontolio primordiale, a fonemi monosillabici e scomposti, con cui s’invoca il vertice divino perché soddisfi bisogni essenziali nemmeno del tutto consapevoli. Ammetto, seppure il mio è osservatorio ristretto, di realtà piccole e statisticamente irrilevanti, che, nel mio lavoro d’insegnante, della cosa mi pare d’essermi avveduto. Pure a partire dai libri di testo, ormai più ricchi di schemi semplificativi, mappe concettuali, immagini e patinature, piuttosto che di contenuti. E la scuola diviene valutatoio a crocette, prima ancora che luogo di formazione sociale, di esplorazione appassionata dei saperi per disvelare talenti, dunque, per liberare intelligenze. E chi insegna non è più tenuto ad insegnare bene, piuttosto obbligato a progettare, pianificare, relazionare ogni colpo di tosse, compilare tabelle in modo impeccabile, crocettare anche lui. Con l’obiettivo finale d’una pagellina, per ora limitata agli studenti, poi, per osmosi ideologica, trasferita ai docenti. Non ci ho mai creduto, ma mi rattrista che se prima ero in abbondante compagnia, in un rovescio d’AlliGalli, ora siamo in quattro, sparuti come i capelli che c’ho in testa.

Pure, per desiderio divergente, non so se avete notato – me lo evidenziava un amico che di musica se ne intende – come le lunghe suite in voga negli anni ’60 e ’70, complesse e musicalmente articolate, come pure con liriche estese e poetiche, siano state sostituite da canzoni brevissime di due o tre minuti al massimo, con quattro frasi ripetute allo sfinimento. Pare passato un millennio pieno da quando sul retro delle copertine dei King Crimson, leggevi Pete Sinfield, words and inspiration. E del resto, nei totalitarismi si bruciavano i libri, taluni si mettevano al bando, si impediva la scuola aperta e per tutti, si proclamava l’ordine rassicurante, il nemico d’orrende complessità, si invocava la sintesi, la logica del fare, dell’orario da rispettare, della disciplina. Insomma, s’ingrossavano le fila dei trogloditi alla base della piramide, persino li si rendevano felici con qualche vittima sacrificale, uno zingaro, un omosessuale, un nero o un ebreo, all’uopo un comunista. E così, con la vista oscurata dalla trave nell’occhio, non ci s’avvede che Zenone chiede la carità sotto un portico scrostato, che non gli hanno dato nemmeno il reddito di cittadinanza. Pure, nell’oggi, non è nemmeno necessario mettere su le arene per il sangue dei reziari, né v’è necessità di falò di libri, arti e bellezza; basta proclamarne l’inutilità, non apertamente che si rischia la sommossa, piuttosto sotto traccia, indurre in camera caritatis qualche intellettuale supponente, mentre ai campi di sterminio s’avvia ogni ipotesi di congiuntivo.

E se invece avesse avuto ragione Lamarck? Se quella cosa secondo cui le specie tenderebbero a preservare se stesse per volontà innata? Come le giraffe che si sarebbero allungate il collo per i germogli più teneri e dolci delle fronde più alte, e le gru le zampe per non sciuparsi il bel piumaggio? Se in funzione della conservazione della specie avessimo partorito la volontà di un bel repulisti di autosterminio di massa, relegando il cervello ad organo vestigiale per la gestione delle funzioni vegetative, sostituendolo per quelle più elevate con un più adeguato social?”

Buoni propositi

Mi porto avanti di musica, subito subito, che non pongo tempo in mezzo.

M’arrivano notizie con messaggistica che spesso nemmeno leggo, che pure ci vedo male e i microbi che m’appaiono sul display del cellulare, più che essere incomprensibili, sono talora irritanti. Di questi tempi, ce ne sono taluni da vesciche purulente, che m’assumono come terminale ultimo, pure da parti avverse, di verità a supremazia indiscutibile, circa andamenti pandemici, tesi viral-epidemiologiche avanzatissime, che a me manca solo che metto i bandi per strada che tanto non m’esprimo. Ve ne dico d’uno d’altra tendenza che, così, di schiribizzo, mi sono letto ad ingrandimento di lente.

Vi si legge – a stento, ma questo è solo il mio punto di scarsa vista – che l’inventore del Tapis roullant, pare, sia schiattato a 54 anni, a tre anni meno dell’inventore della ginnastica. Tal campione mondiale di body building s’è arreso a 41, Maradona, il piede di Dio, a 60. Di converso, tale Harland Sanders, inventore del pollo fritto, è campato sino ad 88, il produttore delle sigarette Winston s’è spento, forse ad ultima boccata, a 102, lo scopritore dell’oppio a 116, ma per un terremoto, il produttore del Cognac Hennessey a 98 anni s’è fatto il cicchetto finale. Posto che queste cose a poco servono nel definire la linea di condotta, che le leggi dei grandi numeri implicano ben altre riflessioni, mi sovviene pensiero che le statistiche che si rincorrono di questi tempi, non sarebbero assai più precise.

Mi sta finendo l’Oro Pilla

Che non turbo coscienze – o, se le turbo, mi dispiace – se vi dico che, poste così le cose, mi tratto bene, ho cura di me, e m’affido alle statistiche di cui sopra, che pure, a parte le mie scorribande a vicolo sperduto, tra Achille e la tartaruga ho già scelto la seconda.

Auguri alla polvere

Voglio fare gli auguri, che è cosa che non faccio mai troppo volentieri, ma quest’anno mi concedo alla liturgia, reiterando il peccato d’un anno fa, che era sollievo che il 2020 s’era messo alla porta.

Faccio auguri a musica, se vi piace la cosa, a colonna sonora dell’infame che passa.

E faccio auguri a tutti, a chi si trova a passare da queste parti con affetto particolare, ma pure a chi fa cenone ogni giorno dell’anno, sulle ossa di chi s’affaccia al pasto nemmeno tutti i giorni. Ma ho voglia di fare auguri particolari a talune e taluni, che paiono polvere sotto il tappeto, che gli altri non me ne vorranno se m’occupo di loro al dettaglio, pure possono aggiungere auguri loro, che la cosa non fa un etto di danno.

Faccio auguri alle donne Afghane, che si sono beccate sette minuti di poverine, poi sotto il tappeto.

Faccio gli auguri a chi riceve la mail che la sua fabbrica chiude che se ne va in Slobodonia, e che si merita attenzione a trafiletto, quindi, sotto il tappeto.

Faccio gli auguri alle donne che ne buscano a leva pelo, perché non sono affettuose a geisha e non s’abburkano d’irreligioso pentimento, cheqq per finire almeno trafiletto, prima d’andare sotto il tappeto, devono farsi polvere di loculo.

Faccio gli auguri, anche se non se ne fanno più nulla, a quelli sotto le gru, dentro la macina, asbestosici di ritorno, fumigati a pesce secco, ma anche alle loro compagne, ai loro compagni, d’affetto e lavoro mortificante, che tutti s’affollano sotto il tappeto.

Faccio gli auguri a chi rischia d’essere numero a statistica, senza faccia, senza memoria, percentuale da pennivendoli a tirar giacchette, che sotto il tappeto c’è posto.

Faccio gli auguri a chi anela porto salvo, e che vive senza memoria cullato dall’onde del bagnomaria, figli e figlie di mondo vigliacco e fedigrafo, che per loro, sotto il tappeto, c’è angolo a riserva.

Auguri a quelli che lavorano in tincea d’ospedale, che, ci fu tempo, vennero proclamati eroi, ora fanno granelli a favor di scopa, indovinate per finire dove.

Faccio gli auguri pure a me, alle mie colleghe ed ai miei colleghi, che la scuola è sicura, ma ci facciamo quarantene a carcere definitivo, ad ogni sbadiglio, che d’ogni doman non v’è certezza. C’è tappeto ampio ad accoglimento anche per noi.

A tutta questa polvere auguro che divenga massa compatta, che rovesci il tappeto, che salti fuori per respiro, che se ogni granello respira, è aria profumata per tutti gli altri.

E vi lascio cosarella che già pubblicai, che dedico a tutti, ma in particolare a chi vive d’arte e bellezza, che ha arma potentissima, che basta puntarla nella direzione giusta, mai in basso, che il rischio è di finire sotto il tappeto.

Nun sugnu pueta

Non pozzu chiànciri

ca l’occhi mei su sicchi

e lu me cori

comu un balatuni.

La vita m’arriddussi

asciuttu e mazziatu

comu na carrittata di pirciali.

Non sugnu pueta;

odiu lu rusignolu e li cicali,

lu vinticeddu chi accarizza l’erbi

e li fogghi chi cadinu cu l’ali;

amu li furturati,

li venti chi strammíanu li negghi

ed annèttanu l’aria e lu celu.

Non sugnu pueta;

e mancu un pisci greviu

d’acqua duci;

sugnu un pisci mistinu

abituatu a li mari funnuti:

Non sugnu pueta

si puisia significa

la luna a pinnuluni

c’aggiarnia li facci di li ziti;

a mia, la menzaluna,

mi piaci quannu luci

dintra lu biancu di l’occhi a lu voj.

Non sugnu pueta

ma siddu è puisia

affunnari li manu

ntra lu cori di l’omini patuti

pi spremiri lu chiantu e lu scunfortu;

ma siddu è puisia

sciògghiri u chiacciu e nfurcati,

gràpiri l’occhi a l’orbi,

dari la ntisa e surdi

rumpiri catini lazzi e gruppa:

(un mumentu ca scattu!)…

Ma siddu è puisia

chiamari ntra li tani e nta li grutti

cu mancia picca e vilena agghiutti;

chiamari li zappatura

aggubbati supra la terra

chi suca sangu e suduri;

e scippari

du funnu di surfari

la carni cristiana

chi coci nto nfernu:

(un mumentu ca scattu!)…

Ma siddu è puisia

vuliri milli

centumila fazzuletti bianchi

p’asciucari occhi abbuttati di chiantu;

vuliri letti moddi

e cuscina di sita

pi l’ossa sturtigghiati

di cu travagghia;

e vuliri la terra

un tappitu di pampini e di ciuri

p’arrifriscari nta lu sò caminu

li pedi nudi di li puvireddi:

(un mumentu ca scattu!)

Ma siddu è puisia

farisi milli cori

e milli vrazza

pi strinciri poviri matri

inariditi di lu tempu e di lu patiri

senza latti nta li minni

e cu lu bamminu nvrazzu:

quattru ossa stritti

a lu pettu assitatu d’amuri:

(un mumentu ca scattu!)…

datimi na vuci putenti

pirchi mi sentu pueta:

datimi nu stindardu di focu

e mi segunu li schiavi di la terra,

na ciumana di vuci e di canzuni:

li sfarda a l’aria

li sfarda a l’aria

nzuppati di chiantu e di sangu.

Inopinatamente m’ergo a traduttore dalla lingua mia a quella che m’ha adottato, sperando di non fare troppi danni.

Non sono poeta

Non posso piangere

che i miei occhi sono secchi

ed il mio cuore

è come lastra di pietra

La vita mi ha ridotto

arido e bastonato

come una carrettata di brecce

Non sono poeta

Odio usignoli e cicale

leggera brezza che accarezza l’erba

e le foglie che cadono con le ali

Amo i fortunali

i venti che spazzano via le nuvole

e nettano aria e cielo

Non sono poeta

nemmeno un insipido pesce

d’acqua dolce;

sono un pesce selvatico

abituato ai mari profondi:

Non sono poeta

se poesia vuol dire

la luna sospesa

che impallidisce i volti degli amanti;

a me, la mezzaluna,

piace quando risplende

nel bianco degli occhi dei buoi.

Non sono poeta

ma se è poesia

affondare le mani

nel cuore degli uomini che soffrono

per spremerne via pianto e sconforto;

ma se è poesia

sciogliere il cappio agli impiccati,

aprire gli occhi ai ciechi,

ridare l’udito ai sordi

spezzare catene, legacci e nodi:

(fra un momento scoppio!)…

Ma se è poesia

chiamare dentro tane e grotte

chi mangia poco e veleno inghiotte;

chiamare braccianti

ingobbiti sulla terra

che succhia sangue e sudore;

e strappare

dal fondo di miniere di zolfo

la carne degli uomini

che cuoce all’inferno;

(fra un momento scoppio!)…

Ma se è poesia

desiderare mille

centomila fazzoletti bianchi

per asciugare occhi gonfi di pianto;

desiderare letti morbidi

e cuscini di seta

per ossa storpiate

di chi lavora;

e desiderare che a terra

vi sia un tappeto di foglie e fiori

per rinfrescare il cammino

a piedi nudi dei poveri:

(fra un momento scoppio!)…

Ma se è poesia

farsi mille cuori

e mille braccia

per stringere povere madri

inaridite dal tempo e dalla sofferenza

senza latte al seno

e col bambino in braccio:

quattro ossa strette

ad un petto assetato d’amore:

(fra un momento scoppio!)…

datemi la voce più potente

perché mi sento poeta:

datemi uno stendardo di fuoco

e che mi seguano gli schiavi della terra,

un fiume di voci e canti:

gli stracci per aria

gli stracci per aria

inzuppati di pianto e sangue.

Il linguaggio del silenzio

Non so se è caso, ma questa pandemia ci ha reso raffinatissimi virologi, superbi epidemiologi, ci ha fatto dono di linguaggi forbiti, pulsioni esterofile. Che pure al baretto da Piero, che una volta era luogo elettivo di mescita e caffè, ora altro non si sente che di resilienza, hub, booster. A proposito di quest’ultimo, che pensavo fosse solo terza dose, m’ha lasciato dolorante per due giorni, che pareva che fossi posseduto da formiche proiettile. Poi, fortuna volle, ebbe fine il supplizio, sì da permettermi viandanze tra il vicolame desertificato, a memoria di pulsioni vitali a zampe d’elefante. Mi verrebbe di descrivervi questo viaggio all’interno d’un paraggio, ma è cosa che già feci in altro momento postperipatetico, e scriverei uguale al già scritto. Così riciclo, che non si butta niente, pure cambio le foto, che ve le aggiorno, e vi do musica d’accompagno a viaggio.

Viviamo, è vero, ma soprattutto finiamo per sopravvivere a ciò che ci accade, cercando di evitare inciampi o difficoltà di vario tipo: questa, del resto, è la preoccupazione maggiore. Ognuno di noi è chiamato la mattina ad alzarsi e a programmare una giornata alla quale assegniamo, noi stessi, difficoltà e prove, addirittura, a volte, creandocele. Esistono modi diversi di guardare le cose, di guardare gli angoli di una città, gli sguardi di una persona, i panorami che si susseguono o l’impegno che ci attende. Esiste un modo violento ed uno nonviolento. Il modo violento è quando vogliamo difenderci da una vita che immaginiamo esistere indipendentemente da noi. Il modo nonviolento è, invece, quando ci accorgiamo e capiamo che la vita non è ciò che ci accade, mentre siamo affaccendati a fare altro, ma che la vita siamo noi, lo è ogni persona, tanto che quando la vita stessa terminerà, quella persona, semplicemente, non ci sarà più.

È la ragione, credo che, fatte salve e rimosse le tragiche evenienze di cui siamo vittime inconsapevoli, per cui mi concedo con cenno notevole di svago, il lusso infinito di farmi il mio trekking nel disabitatissimo centro storico che s’arrampica sui ripidi costoni rocciosi, dirimpetto ai miei balconi ed alle spalle d’essi. Non ho desideri repressi d’urbanità caotica ed i silenzi di vicoli, cortiletti e stradine scivolose dell’usura delle basole, m’appartengono e m’attraggono. C’è nel tutto d’intorno, pur condito da brutale canicola, una sorta di fotografia del tempo, pure un desiderio di narrazioni. Ci sono storie che rimangono sepolte, come ricordi dimenticati e chiusi dentro ciascuno di noi; aspettano solo che, soffermandoci sulle loro tracce sbiadite, qualcuno le riporti alla luce. Questi viaggi lenti e di silenzi me ne offrono la chiave, in immagini cristallizzate e parole che si accompagnano – e mi accompagnano – in un viaggio che, più che un andare di tappe troppo spesso forzate, celebri attese e luoghi che sembrano far dimenticare il futuro.

È un tempo senza spazio, senza movimento, non sta andando da nessuna parte ed è contro lo scorrere delle lancette dell’orologio. Sono i miei luoghi, posti che il tempo e gli uomini hanno dimenticato, che restituiscono le attese, l’esatto contrario del “tutto e subito”. Basta accettare l’idea che ogni dettaglio possiede un significato secondo, altro, nascosto, preferibilmente non subito evidente, che possiamo provare a tirar fuori con un procedimento che forse attiene ad una sorta di maieutica socratica. Neppure possiamo concederci una mera ricerca estetica e formale in quell’attraversamento fuori tempo, semmai possiamo provare a costruire una personalissima narrazione, immaginando la vita che fu lì, le ragioni d’una sorta d’estinzione di massa. Il dettaglio così diventa “la parte per il tutto” lasciandoci la possibilità di ri_vederlo, di ri_evocarlo e di ri_leggerlo in contesti del tutto soggettivi. Non rimane dunque che l’approccio lento alle suggestioni attraversate, con lunghe tappe d’attesa sui segni, sulle luci e sulle ombre, sui colori che, a dispetto di tutto, sembrano mantenersi vividi, quasi a presagire l’arrivo di un’altra vita, di altre storie. Ma non mi importa nulla d’una lentezza che vuole ritardare l’arrivo di un futuro immaginato minaccioso, che si arrocca nella sterile apologia di un passato che sappiamo idilliaco solo perché, appunto, è già trascorso. E tanto meno m’importa una banale, seppur lenta, prosecuzione del presente: chi vorrebbe un futuro simile ad un presente invecchiato? La lentezza a cui voglio costringermi è quella del darsi tempo per desiderare altri luoghi e altri tempi, è un procedere cauto che invogli il me viandante a scoprire tracce di sentieri nascosti e a varcare le soglie dimenticate. Quelle soglie oltre le quali, forse, ci aspetta Utopia, per non rassegnarci a dire con Nabokov che “il futuro non è che l’obsoleto al contrario”.

Buio d’orizzonte

Stamattina a mare, giusto dieci minuti. Che ci ho trovato un raggio di sole proprio per un saluto breve, che vale musica buona, però che viene di liberare Spartaco (e vi tocca d’avviarla).

C’è stato il tempo di fare qualche scatto, che ne avevo voglia. Ma s’era messo a bufera, con certo pelo rizzato a schiuma che faceva paura. Il cielo s’era tinto a zinco, tutto raggrinzito di lutti. Roba che manco Pilu Rais se n’era uscito. Pure lui s’era messo a nero, più del solito, che giornate così se ne sono viste tante. Ma stamattina pareva girare tutto al contrario, lui anche il caffè m’ha rifiutato, che è cosa che non gli appartiene. Aveva la faccia che pareva gliela avessero scavata a forza, e gli occhi gli erano diventati grigi. Non si esce col mare così, solo quelli grossi ne hanno facoltà. La fornace, lontano, pareva un pezzo di formaggio che s’era fatta cibo per sorci. Gliene staccano un pezzo per volta, che sono sorci che non li pigli con le trappole, che sono loro che mettono trappole. Pure il padre di Pilu Rais, che non si sa quanti anni ha, che il figlio già ne ha più di anta di un pezzo, s’era messo a passeggio a riparo di risacca, che lui al mare ci parla di lingua comune.

Il borgo s’era messo addosso un vestito di silenzio, non c’era una luminaria che fosse una, come quando s’aspettano cose brutte. Quello una volta era posto felice, che accoglie, sin dal tempo che il tempo manco c’era. Chi voleva, lì si fermava, e trovava bicchieri di vino, una coperta nuova di lana di pecora. Ora, invece, pure a lui gli hanno detto che se ne deve stare chiuso, come se al mare gli puoi dire che deve starsene asciutto, pure insipido di sale. Che gli approdi sono per quelli grossi di tasca, mica per i disgraziati che cercano la ventura del porto salvo. Ai moletti come al borghetto, gli dicono apriti al massimo in estate, che qualche lustrino in pigiama da leopardo s’affaccia alla tolda tra gli ottoni a lucido di schiavo, e saluta a sorriso di ganascia capiente. Per i poveracci non c’è fretta, se ne stanno a bagnomaria. Che noi abbiamo altro a cui pensare, certe fantasticherie, certe giravolte a carambola, che manco le posidonia a risacca si permette. Che siamo numeri di lotto, magari usciamo giusti, ma se la ruota è sbagliata, – che quella pare che gira solo in un verso – hai voglia di chiedere una mano. E mi pare che l’ha capito pure il mare, che gli fanno inghiottire i poveracci, che una volta li abbracciava. E se ne ha per male, che stamattina, – che pure lui un po’ fumantino è – manco a me che sono suo figlio m’ha sopportato, e dopo dieci minuti m’ha mandato una scarica d’acqua che non se ne vedeva dal diluvio, che io non sono Spartaco, m’ha urlato, che ci ha pure ragione.

Conversazione in Sicilia

Dio ha condannato noi uomini a lavorare e uno penserebbe che i posti dove non si vede l’ombra di un povero diavolo che tiri la zappa siano stati abbandonati dagli uomini e da Dio. Invece sono posti pieni di gente anche più degli altri. Con la differenza ch’è gente che ha capito, e che se la spassa in città, la maggior parte del tempo, a chiacchierare nelle piazze e a far festa nelle chiese. Poiché Dio è di manica larga, sa di averci condannati in un momento di cattivo umore, e trovar gente che lo capisce gli fa un piacere tale che ronza di continuo intorno a loro, e lavora Lui per loro; e rende ricche di raccolti le campagne loro come capita di rado che siano di quanti si attengono alla lettera della Sua scrittura”. (Elio Vittorini)

Musica sia, ora, che ci serve.

Che stando sul Mar d’Africa mi sovviene di personaggi mitici, di epoche in cui la tavola imbandita sotto la pergola ospitava cene di Lucullo, pane, olive, cacio e uova sode, con acciughe e pomodoro secco quali note a margine. Mai mancò da bere, pure se se ne faceva uso in tanti e in tanto.

Seppure s’inebriava il tutto d’intorno, che svuotava meningi di contenuti eccelsi, talora capitava che d’iskra s’illuminasse il tutto, che la tavolata beona pareva trasformata in cenacolo, in zibaldone, senza che nessuno se ne lagnasse. E seppure, spiazzato dall’evento, il vecchio amico, di cabareth edotto, provasse a creare discontinuità col chiedere, ad accento di Piero Aretino, se Jo Pomodoro fosse di Pachino, vi fu una sera, ch’appare d’altra epoca, scontro durissimo, di dialettica quasi al limite del serramanico. E non so come che capitò di chiacchierare in toni pacati di Gattopardo, che taluno tirò fuori la cosa a margine di ragionamento, che fece supposizione che rimane mistero di chi ne completò lo scritto. Che il finale pareva appiccicaticcio, che Visconti, a creare capolavoro, pareva se lo fosse giocato pari pari. E fin lì si concordava, se nonché, come fu e come non fu me ne faccio immemore, che talaltro sbiascicò di “minchiata” di Vittorini, che ne cassò la pubblicazione per Einaudi. E lì s’aprì cavalleria rusticana, che mancò poco volassero piatti, dei bicchieri v’era meno rischio. Ora, io patteggiai a difesa dell’uomo d’Ortigia, di cui ero edotto circa alcune asperità caratteriali, per biografie di chi lo conobbe, di comuni conoscenze, che io ho anagrafica che non me ne permise frequentazione, nemmeno occasionale incontro. Pure, di tutta l’opera me ne costruirei monumento a capezzale, per scrittura magnifica, profondità d’abisso, acume d’analisi a vertigine. Ma anche pensiero di libertà definitiva, che disse no a Baffone allorquando era vietato di legge morale, pure al Magnifico s’oppose, senza rinunciar a radicale critica eterodossa di società. Che mi parve fosse naturale che cestinasse malamente l’opera d’uno che tutto cambia, perché nulla cambi, mentre s’avvampava di guerra a sangue a contadini esausti del lungo assalto a latifondo, morti a fasci di fuoco incrociato di picciotti e sbirraglia scelbiana. Pure, a me, le saghe noblesse oblige manco mi piacciono, m’infastidiscono, talora m’annoiano. Feci banda di tali convincimenti a gruppo compatto, che Vittorini fece bene, che avremmo controfirmato a sangue la scelta impopolare; ma la controparte era analoga di numero e di mezzi dialettici e, al calor bianco, alimentò disfida, che pareva Italia e Francia giocata da bimbi a fionde nei vicoli del Garofano Rosso. A dir di loro, la cassata – nel senso di censura, non di torta isolana – era infarcita di pregiudizio ideologico, che il libro del Tomasi, pure se pareva politicamente non correttissimo, era pur sempre capolavoro di scrittura elevata. La tenzone continuò a lungo, alimentata da rosso soave, arma impropria di guerra, solleticante ugole ad urla. Sinché tutto ebbe quiete, che il vecchio a banda ammise, a candido sorriso divertito dalla battaglia, che la lettera di Don Elio l’aveva letta per bene, che lì non c’erano i toni della censura, ma quelli pacati d’editor responsabile, con timido accenno all’incompletezza dell’opera. Incompletezza poi colmata nella pubblicazione definitiva da mano ignota, forse.

Che mi venne di quell’episodio metafora e morale insieme, che oggi due bande s’affrontano su campo assai più vasto, che di proprie verità fanno l’assoluto, come il reziario distrae il popolo bue dalla natura oggettiva dell’incedere delle cose, forse assai più semplice e pacata di contratti per bave alla bocca.

La linea dritta

Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci” (John Ruskin)

Mi viene di preparare valigie, che è tempo di rimigrare per pause di svernamenti. Che mi tocca di ripercorrere a ritroso lo stivale, cosa che, invero, talora poco m’aggrada che rischio di cedere all’ansia dell’arrivo. Ma ho due fortune d’accompagno a viaggio, che l’una è definita in traiettoria di linea sghemba, l’altra in musica on the road.

Posto che la seconda non m’è mai data a mancare, della prima sono artefice, che non mi persuadono linee esatte, nemmeno ho tema di ritardo. Se ho appuntamento a precisione, in genere, mi appresto ad anticipo, se non è dato orario, chi attende è di mie imperfezioni consapevole, si fa ragione d’attesa, nemmeno si turba che questa sia eccessiva. Quindi evito la linea dritta d’autostrada, che concede folle a caselli, ingorghi a banco per camogli e positani. Piuttosto zigzago viandante, che m’aspetto che s’aprano scorci improvvisi del mai visto se scelgo strade che di dritto hanno pari al rovescio. Traccio il percorso in tratto generale, optando per vago incedere, di mare o di monti, che c’è bettola di conforto, barettino con baristi a sorriso e caffè decenti, s’abbandono il consueto lineare a doppia, pure tripla, carreggiata. Ribadisco, fretta non ve n’è alcuna, che da A a B s’arriva in tanti modi, e la strada assai più veloce è sempre quella che occulta allo sguardo la sorpresa. Di basso non m’attende alcunché di concetto, che a meningi tiro freno a mano, s’accomoderanno a quiete. E quell’altro me pure si farà ragione che del suo libro ultimo non vi sarà che traccia ad anno nuovo, che le feste sono salve di faccende a pubblico. Che io di detti libri m’adopero a rinnegarli, lasciando scampo al successivo, che tanto ancora è a rotativa. Dunque, sarà scoglio, vago itinerario d’altopiano, baratto di pesce con Pilu Rais, vino torbido di terra e sale, vicolo d’abbandono a silenzio, e poco altro.

Mi sovviene, tuttavia che, se affanno e paraocchio vivono di linee ritte, senza gomiti e tornanti, quanto meglio s’avverrebbe ad esser tutti lenti, a procedere per partecipato affratellamento con le cose del mondo, a che si disvelino prospettive altre di armonie e bellezze? Che la linea ritta è si assai più rapida, ma uguale a se stessa, è itinerario cash & carry, percorso mordi & fuggi Ltd. Per arrivare poi al più ad altro rettilineo di preconfezioni precotte, che non v’è gusto d’incontro se non di chi di fretta fece virtù superiore, né indugia di narrazione, che non ha memoria e sguardo di chi sa fermarsi, di chi lancia occhio e cuore a deriva inattesa, che non ha vincoli al bivio.

C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione fra le più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo. Nella matematica esistenziale il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio. Da tale equazione si possono dedurre diversi corollari, per esempio il seguente: la nostra epoca si abbandona al demone della velocità ed è per questo motivo che dimentica tanto facilmente se stessa. Ma io preferisco rovesciare questa affermazione: la nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per realizzare tale desiderio che si abbandona al demone della velocità; se accelera il passo è perché vuole farci capire che oramai non aspira più ad essere ricordata; che è stanca di se stessa, disgustata da se stessa; che vuole spegnere la tremula fiammella della memoria”. (Milan Kundera)

Se è fatica, dunque, di cambiar rotta, di scegliere la meno rapida, di generare l’incontro d’altro viandante, lento e narrativo, è divenuta fatica il pensare, l’indugio nel ventre di tempo, del racconto. Che se c’erano taluni che del viril “tiro dritto” s’approntavano a vanto, a me sovviene desiderio d’inceppo di clessidra, incendio di meridiana, sabotaggio d’orologio.

Il Bel Paese

Vado di musica, che è meglio che andar di bile.

M’erano capitate talune notizie di sgambescio, di rifilata per linee sghembe, mentre m’affaticavo di torrida estate. Lì per lì m’era balenato per la testa di scriverne allora, ma sarà stata l’afaccia che mi spiattellava sotto traccia un’ipotesi d’estinzione planetaria, sarà stata pure quell’insana tendenza a gustare piatti freddi qual vendetta, che, così, per celia e per noia, mi tenni i dati incassettati.

Che l’estate scorsa, sin dai suoi timidi esordi, mentre di pandemie parevamo felicemente dimentichi, il Bel Paese di bar sport, inanellava successi epocali di suoi supereroi, mortificando oltralpi, perfide Albioni, lidi teutonici, stirpi caucasiche ed ogni altra creatura d’umana sorprendente impresa accreditata. Che il Bel Popolo s’affratellava d’improvviso amor patrio, s’affastellava a esultare, s’attrezzava a giubilo unitario, qual d’oppio invaso. Che somme cariche d’istituzioni sacre, ricevevano fenomeni inclini a commozione, a decretare fausti destini medagliati. Che la stampa, d’unisono e trasversale, quale oggi digrigna gengie, ribollendo a bile per insulsi contestatori di bandiera a lavoro, allora s’accomodava a podio, a trofeo di granito. Di destini magnifici – pur non progressivi – s’era fatto vaticinio, che pareva al fin passata ‘a nuttata, nelle sorti trionfanti del resuscitato Lazzaro d’impero.

Ora che sgombero cassetti, per approntar valigie di ricongiungimento a scoglio e rena, che di sport poco m’intendo, se non tra righe di pagine di Soriano, ritrovo trionfi in campi altri, che vi porto – a testimonio di verità – solo quelli a musica: al Concorso Pianistica Chopin di Varsavia, ha beccato un quinto premio con Leonora Armellini, 29 anni, e un secondo con Alexander Gadjiev, 27 anni; al concorso violinistico Paganini di Genova, il primo premio è di Giuseppe Gibboni, 20 anni, che non succedeva da 24; l’Accademia Bizantina, che musica a barocco, ha vinto ai Grammy il premio come seconda miglior orchestra al mondo. E notizia non se n’ebbe da prime pagine di petti rigonfi di nazional orgoglio, nemmeno da titolate TV. Manco, mi pare di sapere, che cariche alte di questo magnifico paese di cultura, che ne so, un Presidente di Consiglio o di Repubblica, – forse manco di bocciofila – un ministrino o sottosegretariuccio, se ne fecero italico vanto. M’è chiaro che taluni giovani, talaltri nemmeno tanto, non siano sufficienti di pubblico e merce da spedire ad arena, a far da mirmillone o reziario, per distrazione di splendide genti che non s’avvedono di giacere su letto di Damaste. M’oppongo a resistenza, che lì ci dormo male, e sicuro di non far proseliti, m’attrezzo al Natale come mai feci prima, mi metto pure a far regali. D’atto resistente, scelgo doni come si compete al fedigrafo d’amor patrio, acquisto CD – che è cosa desueta – d’artista indie o orchestra a camera o ignota di controtempo a jazz, pure un paio di libri, d’autore che scrive bene, nudo di prebende, d’ogni paese ed epoca, che la pubblica editore piccolo piccolo, che non campa di sacre elargizioni, che si sceglie scuderia a lettura e non a portafoglio. Ma pure un acquerello regalo, di pennello ignoto ed ispirato, e foto d’artista sconosciuto o dimenticato, che immortala il tempo della disaffezione. Che poi, cambiasse il paradigma dell’oggi d’improvviso, magari mi ritrovo, qual resistente, pure patriota, a titolarmi a presidente della mandorlata.

La mia cosa preferita

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. (J.D. Salinger, “Il giovane Holden”)

E musica, all’uopo, sia.

Che, per tornare all’incipit, m’è pure capitato di leggere una cosa che m’ha lasciato senza fiato e di chiamare l’autore per dirglielo. Anagrafica vigliacca, cicli biologici assai poco attenti alle dinamiche di cultura, al senso di relazione vera, m’hanno ridotto tale fortunata opportunità. Pure non saprei cosa mettere tra i libri che mi porterei dietro, in caso di trasloco definitivo su isola deserta, immaginando di perdere l’ultimo Venerdì. È cosa che cambia, mutevole nel tempo, financo nello spazio temporale di mezza giornata o poco più. Talora mi porto dietro di pensiero trilogie di Musil, Horcinus orca, Alla ricerca del tempo perduto o La nausea, che mi sovvengono in momenti d’introspezione vocata al sacrificale impegno di mente. Talaltra mi ritrovo in mano una cosarella di Jerome K. Jerome o Ricette immorali, pure l’Uomo invaso, che non m’è dato di sovraccaricarmi di categoriche abnegazioni di pensiero, cedo piuttosto al solluchero, al cenno di svago, alla lettura felice di sorriso, qual bicchiere di vino di contadino. Ci sono momenti, persino, che m’affratello a letture di saggi definitivi e vertiginosi, che richiedono lenti d’ingrandimento concettuali, ancora mi compiaccio di cataloghi patinati dedicati ad artisti scomparsi. Mi taccio, dunque, per manifesta volubilità. E pure di musica sono incerto, che è invece certo che di jazz feci virtù definitiva, ma se m’ascolto una cosarella degli Animals, o lunghe sperequazioni modali di certo Prog, anche talune sganasciate canzonacce di protesta ad osteria, c’è il caso che m’illumino d’immenso. Non vado lontano, che ne ho maggiori certezze rispetto a letture più o meno passate, dal dichiarare che con ciò che aprì e chiuse questo scritto, c’è roba che mi porterei dietro in quel viaggio di naufragio.

Isola dei Porri (Mar d’Africa)

Posto questo, non potrei immaginarmi naufrago senza uova e cipolle, che insieme uniscono di sfericità imprecise l’atto voluttuoso della forma che tende alla rappresentazione approssimativa del mondo, al contempo la sua vertiginosa semplicità interpretativa nell’affabile unione tra terra e vita. Nell’uovo v’è questa metafora definitiva dell’inizio, ed in tutte le sue forme molteplici. Che sia semplicemente cotto a vino, un filo d’olio e origano di timpa, un crostino appena, come nell’antiapericena al barettino di Piero, una sera di tarda primavera, che il resto del mondo s’affastella intorbi a qqtartine d’improbabili cromatismi e sapori plastici. Sia pure semplicemente spiattellato a olio bollente, in qualsiasi pranzo mordi & fuggi, con o senza camicia, con solo sale e pizzico di pepe.

La cipolla è cibo misterioso, che si disvela a veli, come Salomè in una danza. Che certo non invita a relazioni intime, ma in ciò sottintende interiorizzazioni relazionali, dialoghi con se stessi. Pure c’è uovo e uovo, che taluni li fanno galline felici, scorazzanti d’aie, talaltri paiono costruzioni antibiotiche cui manca solo il bugiardino. Allo stesso modo c’è cipolla e cipolla, che la sottile dispiegatura dei veli talora nasconde solo lacrime al taglio, di gusto non ve ne fu che traccia. Ma ci sono cipolle che invitano a grazie al creato, come le rosse di Tropea, quella di Zerli, pure di Giarratana, di cui ne vidi anche di due chili e tre senza batter ciglio. Ma quando queste meraviglie s’incontrano, è lì che nasce l’intimo ricongiungimento a natura, l’estasi che si manifesta come sole al tramonto. Che modo migliore non c’è che battere uova, grossolanamente, a striature di albumi e pennellate di tuorli, con grattugie di pecorini pepati ad inferno, o caci di stagionatura matusalemmica sino a consistenza laterizia (con una sola t, che intendo roba a mattonella), sapidi a dismisura. È sull’impasto cremoso e discontinuo che scenderà pioggia fine di cipolla, del cipollotto, del porro, se occorre, a crudo, che mantenga croccantezza. Quindi pois di finissimo trito d’erba – altrettanto cipollina – o, d’alternativa non di ripiego, prezzemolo. Ancora una sbattutina, dunque, e che il tutto divenga soffice cuscino di riposo sull’olio bollente, per appena leggera doratura d’ambo i lati, possibilmente con rigiro al salto per soddisfazioni d’acrobazia.

V’è il caso che il contadino sapiente che vi fornì entrambi gli ingredienti, saprà di certo integrar di vino suo. E se, nel frangente dell’intimissima estasi del consumo, bussano alla porta, con voce rotta d’emozione a simular malanno, dite che siete contagioso e non aprite.

Click

Musica, avanti, sempre per la ragione che questa, sino in fondo, v’accompagna a meno fatica di lettura

Ho un tale rispetto per la fotografia, che mi capita d’andarmene in giro con la macchina fotografica e non farne nemmeno una. Che poi non è che sprechi rullino, che in digitale questo non conta. Ma tant’è, m’è rimasto questo. Mi pare che non vengano bene, che non corrispondano a quell’incontro fatale tra il me di dentro e la sua rappresentazione là fuori. Indugio, tentenno, alfine desisto, se non in rare occasioni. M’è parsa invidia quella fregola d’immortalare le cose che a taluni appartiene d’impeto compulsivo. Ma poi mi sono fatta ragione che ognuno s’è fatto a modo suo, che io non faccio eccezione. Nemmeno mi scatta lo sghiribizzo del click dinnanzi all’immagine del bello con cui s’offre talora la realtà. Che mi viene da pensare che bella non sarebbe la foto, piuttosto il soggetto intrappolato di pixel o rullino. Dunque, ancor più desisto, ripiego, che poi fotografo non sono, poiché, qual nessuno, non sono niente. Tuttavia, nulla ho di personale avverso lo scatto isterico e sequenziale, nemmeno m’è giunto sentimento ostile nei confronti di chi s’appresenta alle mostre fotografiche con lo zoom che s’accomoda ad adipe, sorretto di cordella, a dar definizione che, certo, quella è esposizione d’immagini, ma anch’io, pure, ne sarei avvezzo, sol volessi. È quel sentirsi affratellato di click che mi urtica, che ogni click, poiché è già stato in attimo a fuga, poi non ci appartiene più. Che se scatto una foto c’è che mi viene musica a supporto, pensieri e parole s’affastellano a quella, non mi soggiunge mai da sola, è impresa corale di me con me, ed ancora con me. E l’incontro nel punto d’accumulo è cosa difficile, e ostico mi rende lo scatto.

Talora ho tentazione, mi si spinge d’automatismi il dito sul pulsante di scatto, mi roteo tempi e diaframmi, che ciò che ho davanti penso, merita. Ma è spesso cosa che mi dura un attimo fugace, poi si spegne d’entusiasmo e cerco oltre, se trovo. Fermo mi resto, comunque, che quell’incontro ci sarà, che nulla m’è dato a pensare di negativo dell’immagine che mi si sottrasse allo scatto e che mi porto via lo stesso a memoria.

Stamane, che c’era sole, mi capita di luce giusta una bellezza rara di paesaggio architettonico, pure mi scappa che la fotografo, anche solo di cellulare. Non faccio un etto di danno, che quella è cosa bella, mi ripeto, e me la vorrei portare a memoria di byte, pure ad eccezione comportamentale. Me ne cerco uno scorcio lindo, che mi restituisca il soggetto senza intromissioni, né ne trovo uno, né di dritto, nemmeno di sgambescio. La scena s’occupa di tanti che clicchettano, ma non sul fatto in sé, su se stessi a selfie, e la bellezza si pone a sola quinta d’autoreferenza, un come dire io c’ero.

M’arrendo, che m’è parso di capire che non troverò scena libera, che taluni s’attengono a precetto d’essere belli in cima al creato, e reiterano il gesto di dirselo ad immagine, non si sa mai dovesse sgretolarsi tale granitica certezza.

Pirandello, il Che, il vaccino

Che messe queste tre cose insieme già in titolo, a taluno può apparire che io indugio a consumo di sostanze non consone al mio ruolo d’educatore, di cui, invero – se si esclude un bicchierozzo a rosso di sera, che bel tempo si spera – mai abusai. Così vi do musica, che vi faccio digerire la confusione in attesa di chiarimenti, sempre che ve ne siano di veri – o presunti – da fare.

Mi partirei dall’ultimo, su cui mai mi pronuncio in pubblico, pure se mi sono fatto idea, che due o tre cose le so, poiché lessi, una volta e per intero, bugiardino d’aspirina, e v’è traccia di talune presumibili mie consapevolezze statistiche, biologiche, financo epidemiologiche, su un paio di pergamene vergate a ceralacca da Esimio Rettor-luminare. Che il momento è che noi andiamo meglio d’altri ch’affogano di terapie, ma non va bene di sufficienza valutativa che m’approcci a protesta, ora che al più c’è bisogno d’oro alla patria. E io sciopero me lo feci uguale, pure se nessuno se ne avvide che io stesso sono nessuno, né m’appresto a uno, nemmeno a centomila. Ma oggi è pure dieci dicembre, data infausta, che per anagrafica poteva essere altra senza colpo ferire, che il Signor Maestro di Montelusa lasciava la terra bislacca su cui s’era spiattellato a tempo debito. Di Pirandello ho da dir poco, che è tale di grandezza da meritare ch’io taccia se non per riferimenti rapidi e non troppo audaci.

L’altro Maestro, quello di Regalpetra, amava di potenza trattenere i suoi personaggi al guinzaglio, sapeva dove sarebbero andati a parare e, per non indugiare in ghirigori temporali, glieli portava lui. Il primo, invece, che certo non ne liberava del tutto l’anelito vitale, al massimo li tratteneva di fili sottilissimi; sapeva la stessa cosa, ma lasciava che si impantanassero da sé medesimi. E tanto il paradosso fece proprio che divenne aggettivo, pirandelliano, appunto. Che vuol dire che c’è fuga da ciò che pare ovvio, sepoltura d’umanità per volontà umana, trionfo d’irragionevolezza per supremazia di razionalità. Infine, mi piombo sull’ultimo avvenimento che è quel che Che. Che ne avevo stampa su muro a poster, di disegno pregiato di Manara. Ma manco su di lui indugio, che metto piuttosto le tre cose insieme, dopo lettura di fatti ch’attengono ai lidi cubani del dottor Guevara. Insomma, che lo sappiamo tutti che lì c’è regime tirannico, dispotico e prepotente, che noi, annoverati a fila di giusti, non ci siamo mossi certo a perdono nemmeno quando, per fatti recenti e carenze medical-infermieristiche, ci ha prestato mano. E da sinceri democratici, come si compete a chi indugia a pugnalata meditata di spalle, gli votammo reiterazione di Bloque. Che quello è regime sanguinario, roba da far accapponare la pelle, che manco ti comprano una bombuccia per farsi perdonare, nemmeno pensano che useranno le proprie, che magari gli finiscono le scorte e poi te ne chiedono di ricambio. Macché, questi si mettono a fare vaccini a base proteica, proprio mentre la pandemia li travolge e li ammazza a fasci, che forse forse era la volta buona. Nada de nada, insistono da malvagi, pure se li mettono a fare senza brevetto, che passa di lì uno di malaffare e ti dice, sai che c’è, che se funzionano me li faccio anch’io uguale. Che pare che funzionano e, dicono – ma vattelapesca se è vero, che ci hanno stampa asservita – che qualche ricercatore italiano gli dà una mano, corrotto d’ideologia, parte di mezza istituzione poco accreditata, che ne so, tipo CNR. Che a luglio e agosto pareva che il corso della democrazia avesse finalmente effetto, che lì crepavano a fasci incassamortati per embargo pure d’aspirina. Invece, animati di possessione demoniaca, in un paio di mesi non muore più nessuno, nemmeno pare che si ammalino in tanti, in tutto il paese al massimo quanto in una città piccola delle nostre assembrate a festa. Che se non avessimo avuto imprimatur pirandelliano sui destini d’umanità, magari saremmo andati a vedere se, per caso, vaccini orribilmente antiquati di metodica e di ideologia, financo oscenamente a gratis, facevano veramente effetto, che può pure essere che quelli mentono sapendo di mentire, che ce l’hanno nel sangue di farlo. Noi siamo altro, per fortuna, e cerchiamo amore chiusi in Giara, scopriamo la luna nel pozzo, meditiamo patenti da untori, ma sempre nel rispetto dei sacri vincoli della democrazia un tanto al chilo.

Lascia e raddoppia

Via, andiamo subito di musica, che com’ebbi a dire, quella vi resta, e qui ci sta pure bene.

Non so se avete presente quelli che hanno due cognomi, anche tre. Ce ne sono taluni che se li portano con discrezione, non gliene importa più di tanto. Talaltri, invece, ne vanno matti. È cosa che li gratifica, come se essere nati con quella pletora di ridefinizioni anagrafiche sottintendesse condizioni auliche del corpo e dello spirito, superiorità ereditarie (a me vengono in mente cose tipo emofilia e robe che si acuiscono con la scarsa ibridazione per paure patrimoniali, ma io soffro di deformazioni socio-politico-antropologiche). Ci sono poi quelli che ci stanno proprio male se non si prende atto della loro cognomanza binomiale, e te lo fanno notare, per esempio mostrando sufficienza quando, che ne so, appongono firma, qual sigillo regale, su un qualche modulo intriso di burocratismi elementari, irrispettosi del rango di chi legge e sottoscrive, e accompagnano quel gesto d’umana quotidianità su infarciture di pertanti, con dolenti esclamazioni del tipo: “oh, che fastidioso firmare con due cognomi, beati voi – sottintendendo il ‘comuni mortali’ – che non avete lo stesso atavico problema”… e nel frattempo, sollevano prudenti lo sguardo, nella speranza dissimulata di cogliere in quello degli astanti anche una sola espressione che ne disveli stupore frammisto ad invidiosa ammirazione. Ho comunque memoria di certi personaggi che possedevano ormai più titoli e cognomi che averi, e che vivevano nell’angoscioso ricordo di quei tempi in cui un titolo si poteva cedere dietro lauto compenso, a porre pezze precarie a certe propensioni che dilapidavano patrimoni, castelli e latifondi, dietro giochi d’azzardi ed altre umane debolezze. Viceversa, ho contezza di moderni ricchivendoli che devono le proprie fortune ad imprese audaci non proprio trasparenti, e che celano le proprie umili e polverose origini dietro ricerche araldiche che ne disseppelliscano nobili discendenze. Manco a dirlo, pagano fortune per ciò, essendo il mondo pieno di tali ceffi che, di par loro, venderebbero qualsiasi certezza ereditaria. Fortune, se non pari, assai simili a quelle che servono per nutrire monoliti a quattro ruote, con cui divelgono lastre di piccole piazze storiche o asfalti in ampi piazzali, assai rumorosamente, è ovvio, perché nessuno se ne perda l’evoluzione ed estasiato esclami: “che bella macchina s’è fatta il conte”. Ma quelli più sorprendenti sono certuni che inseguono apparenze aristocratiche con l’uso disinvolto di simboli arcaici. Ho visto certi industrialotti che hanno reso partenoniche le colonne che reggono il cancello d’ingresso al capanno prefabbricato e modulare, e su, in vetta ad esse, hanno posto ruggenti sculture leonine, accuratamente invecchiate con processi artificiosi, sicché se ne può dedurre origine antica, possesso da generazioni. Che il povero operaio, ormai dearticolodiciottizzato, pure delocalizzato, non solo mantiene un profilo basso, dopo il seppellimento di tessera sindacale per paura d’impedimento a riattraversamento d’ingresso, ma varca il medesimo al fabricozzo con spirito da novelle Forche Caudine.
Non m’è difficile immaginare che se costruissi il mio albero genealogico, con intendimento d’aggiunta di qualche titolo o cognome a quell’unico piuttosto prosaico che mi porto dietro sin dal mio primo affaccio su questa terra, alle mie spalle, e ripercorrendo a ritroso la storia ed il tempo degli avi, mi ritroverei con qualche pirata, un pescatore di ricci di mare, un cammelliere stanco di sabbia, forse!

Allora non mi resta che consolarmi per questa che sono certo è la verità unica ch’appartiene alla mia genia, con il narrarvi d’un piatto che mai il signor conte, il duca od il marchese, oserebbero assaggiare, giacché il presupposto per gustarne l’essenza sta nell’intingervi le dita in tradizionale condivisione, e giammai essi consentirebbero alle proprie nobili ed ingioiellate falangi di sguazzare nei medesimi intingoli d’altri. Di più, temendo contaminazioni geopolitiche, virali e classiste, mai addiverrebbero alla conclusione di potersi concedere tuffi di pura contaminazione. E si, accenno al cuscus, – doppio nome, ma ripetuto che non si butta nulla – la cui origine è si antica, ma nient’affatto nobile, che appartenne a poveri carovanieri subsahariani. Da lì, senza permessi di soggiorno, varcò frontiere, sorvolò vette elevatissime, naufragò su spiagge d’oceano. Anima migrante, si integra ed integra, poiché si fonda sul desiderio definitivo dei suoi piccoli chicchi d’assorbire le essenze dei luoghi, fossero fatte di poveri tocchi di carni capitati per caso tra le dune d’un deserto, abbondanti pescati sulle coste del Mar d’Africa, o verdure selvatiche d’ogni fatta, ed intingoli. Non disdegna le contaminazioni profonde, dunque, ed anzi le ricerca rifiutando d’ideologia la purezza declamata dell’esclusivo regionale. È realmente l’archetipo illustrativo dell’unità, sin dall’attingerne il contenuto dal piatto (che sia di ceramica colorata, magari con cretti e scorticature) che invita a creare un humus assoluto fatto d’ogni contributo. Infine, è piatto che sin dalla sua preparazione invita alla lentezza, alla meditazione, alla conversazione. Non v’azzardate ad iniziare a prepararlo senza prima esservi assicurati d’avere a portata di mano qualcosa da bere. Per gli astemi c’è il tè, eventualmente, come quello nel deserto. Ma io astemi ne conosco assai pochi, che v’è detto, non aulico ma esplicativo, che “non ti piglio se non t’assomiglio”. Non mi resta che darvene sintesi, una delle tante (tutte hanno diritto di cittadinanza, perché il cuscus è apolide). Alla base v’è la semola di grano duro – ve ne consiglio una metà a grana fine e l’altra un po’ più robusta – che va posta su un piatto di ceramica ampio (mezzo chilo per quattro persone) e spruzzata d’acqua salata. Quindi, con sapiente movimento rotatorio delle dita, si consente ai grani di assorbire il liquido sino ad assumere la caratteristica forma a piccole sfere. Si procede, dunque, alla prima setacciata. Le palline che passano vanno addizionate di semola fresca perché si accrescano sino a raggiungere il diametro desiderato di circa due millimetri. È bene che in questa fase si beva del Frappato fresco, e si conversi del più e del meno. Giacché si presuppone che inizialmente il tasso alcolico non sia ancora accettabile, si può indugiare in conversazioni sull’arte e la bellezza! La cottura avviene nella cuscussiera a vapore, con olio d’oliva, chiodi di garofano, aglio, prezzemolo e peperoncino rosso. Sul fondo consiglio di mettere brodo di pesce misto, fatto di specie poco pregiate, ma ricche di profumi amplificati da aromi. Il vapore del brodo risalirà verso il piano nobile cucinando la semola. Ci vogliono almeno due ore perché la cottura sia completa, non c’è fretta, è ovvio, soprattutto se la compagnia è buona ed il Frappato non è ancora finito. Poi si versa il contenuto su un grande piatto, si rimescola un po’ e si rimette a cuocere per un’altra mezz’ora buona, praticamente un paio di bicchierini, una sigaretta, una decina di pagine di libro giusto, con racconti di viaggio per mare e spazi aperti d’orizzonti, lunghi reef d’afrojazz sullo sfondo. Infine, fatelo riposare ancora al piatto, quindi conditelo con il brodo di cottura filtrato, e servitelo con il pesce che avrete avuto cura di tirare fuori del brodo prima che si disfi, pure con verdure saltate in padella, pomodoro fresco (consiglio, oltre a sedano, carote e cipolla, anche melanzane, zucchine e peperoni). Io aggiungo alle verdure anche un cucchiaio di miele di timo! Poi dateci dentro senza ritegno, limitando l’uso delle posate, ma non quelle di un irrispettoso Nero d’Avola, e se qualcuno dei presenti inorridisce per l’abbinamento di un vino così corposo al pesce, ditegli di farsi gli affari suoi e la prossima volta non lo invitate.

À la guerre comme à la guerre

Che io di bettole feci accademia, ma mai m’apprestai a Bar Sport, che di litigio all’arma bianca per formazione d’undici sbagliata mai m’avventurai. Che poco capisco di tattiche e strategie in mezzo al campo. Di vino e musica, semmai, che almeno della seconda posso farvi offerta, sempre sia gradita.

Nemmeno sono avvezzo a confronti aspri su altri temi che non prevedono preparazioni raffinatissime a commissari tecnici, non m’approccio di politiche elevate su lotte a pandemie, manco mi sovvengono pensieri di conflitto. Che poi sono nessuno e tale resto, pure a dispetto di santi. Ma che struggimento mi viene a sommo del petto per il paese mio natio, straziato di conflitti e asprezze. Pure so per bene che, sotto sotto, questo è paese capace di sintesi dabbene, di trovar terreno comune d’unanimismo affratellante. Che ne ricerco il bandolo della matassa, quello che, tira e ritira, ti concede amor patrio e sorriso a denti ampi e sbiancati, come si compete a paese unito d’ideali elevatissimi. È fortuna che, di tanto in tanto, addivenendomi tempo a sufficienza, mi posso concedere letture di carta, poco avvezze a tempeste di mare magnum virtuali. Che di fortunali io m’intendo solo a reali e materiali, che vanno in una direzione e si perdono nell’altra. Che è difficile trovar l’onda giusta se il totale delle creste giunge da ogni dove. Ma fu così che mi fermai a lettura frusciante e trovai finalmente il busillis dell’unione fraterna fra tutti i miei concittadini. Mi leggo, con cenno di svago e delizia nel cuore, che nell’ultimo anno mai si produsse tanta spesa ad armamenti, che pure nessuno osteggiò i sani provvedimenti, e che forze politiche e partiti trovarono nella bomba la sintesi del proprio desiderio di conciliazione viril-nazionale, mai addivenendosi a scontro su questo aulico tema. Financo vi trovai traccia da condividervi qui della notizia a forma virtuale, che mica ve la potevo spiattellare di carta, che mi toccava fare aeroplanini come bimbi, in forma, a dire il vero adeguata, di bombardiere. Che non capisco quale che sia la voglia di parlare di temi a divisione, se su questo siamo tutti d’accordo.

Pure qualcuno, quale Turi in cima al traliccio, s’oppone a piedi scalzi e dorso di mulo. Ma v’è dimostrazione acuta della civiltà del paese nelle salde e sacre istituzioni, che mai si concedono a popolacci – per fortuna di dimensione numerica trascurabile – sbraitanti che la guerra non fa bene, diffamanti il sano amore per PIL che si gonfia vele come al migliore dei maestrali. Che il paese serio giammai s’arrende di retoriche stantie a non far mercato di benessere con chi di bombe annacqua il latte dei bimbi. Basta, adesso, chiedo a urlo vivo e spinta d’anima e di cuore, che voce si faccia di questo amor patrio, che la guerra è bella, che ci rende uniti, benevoli e solidali, finalmente, se non proprio dentro, almeno un tantino fuori, di bel vestitino a festa.

Chi non ama la Bossa Nova bel soggetto non è.

Attese da miscredenti

E questa volta che sia subito musica, che è domenica, ci attendono feste entusiasmanti.

Ho memoria di una delle rare, rarissime volte, che zia Agata – ei fu – mi fece visita, che era tempo di vigilie natalizie, e se n’era venuta al paesello. Che fatto ingresso subito m’interrogò che non vedeva né albero nemmeno presepe. Chiarito che non se n’era avveduta di presenza per il fatto semplice che non c’erano, s’allontanò indignata dalla sacrilega residenza. Seppi che si fermò per tappa espiatrice in chiesa, dove recitò salmi di purificazione per aver indugiato in luogo di peccato. Ebbe anche a dire ai cugini stretti – quelli che d’eredità s’attribuirono il tutto finanziar-immobiliare, che a me toccò copia della Bibbia del Dorè – che rivolse preghiere per me, per la mia conversione e salvezza. Che quelli, i cugini, intendo, obiettarono che oramai non c’era niente da fare, che mai fui e mai sarei stato timorato e dabbene. Tuttavia, che di rincrescimenti me ne sono sempre fatti pochi, pure per eredità mancate, passò la falsa novella che io fossi autentico nemico del Natale. Che è cosa falsa e brutalmente inaccettabile, per cui mi indigno. Proprio ier sera mi sono avventurato per il ligio e sacrale paesello, e mi sono illuminato d’incenso di lustrini, lucine d’addobbo di super ed iper mercati, di negozi a colori d’entusiasmo a cassa, di Babbi Natali che capolineggiano di lì in qui. Financo il primo mercatino, sotto una leggera spruzzatina di pioggerella mista a neve, cominciava a montarsi, per primo assaggio d’8 dicembre prossimo. E non s’ha idea di quanto questa atmosfera a festa mi renda felice, mi persuada di quanta meraviglia vi sia nelle file, quali processionarie, alla cassa, altare del Credo più alto. Che la Befana l’han fatta brutta che tutto questo si porta via, pur se conosco abiti di befana sotto cui sono sorte meraviglie, ma questo lo tengo per me. Io sono devotissimo al Natale, sia chiaro a tutti, ed a nessuno permetto di asserire il contrario, ch’è festa che riempie negozi, corsi e mercati, che d’iridescenze colora le vie, che abbacina di atmosfere soavi, depone al buono pure i malvagi. Ed io sono grato di ciò a ch’inventò la festa. Che la congegnò in siffatto modo, che concentra tutte le creature devotissime in un punto d’accumulo esclusivo, e mi lascia litorali e scogliere vuote, l’altopiano pieno solo delle fioriture dell’inverno e del suo profumo d’erba fresca.

Che mi ricongiungo con estasi mie, nell’infinito di vertigine che s’apre a vista sul solito scoglio, a rimirar le barche, sperando di scorgere quella giusta, malmessa di lampara fioca al giorno. E ne attendo il rientro per barattare seppie con vino, pure il fiasco in più per il brindisi alla pesca che è stata, comunque sia andata, che un sorso di rosso, prima che si faccia aceto, mai fece male ad alcuno. Che non vi sarà ressa al chiosco per un caffè eretico, che il vento si placa e non intorbida fondali a rena, che se ne scorgano i dettagli dei fili di posidonia, di cistoseire ammantate d’alta marea, di cipree e lambis agghindate di colori usuali, che sanno di festa alla vita. Che mi pare che il canto del gabbiano sia di sirena, il volo delle garzette e dei fenicotteri l’addobbo definitivo. Che, diseredato, divento proprietario esclusivo del mondo, signore e suo padrone, ma pure servo di bellezza. Che i tramonti dell’ora d’aperitivo, dipinti sul Mar d’Africa, appartengono solo a me, a questo nessuno, umile ed unico, solo, una volta l’anno, irripetibile Dio.

La calce ed il cotto

Mi dicono, taluni, ch’io vivo a nostalgia, che è cosa non rispondente al vero, poiché del bel tempo andato non ho affezione particolare, che fu tempo di travagli. Ma v’erano, tuttavia, marasmi di dettagli di solluchero allora, dunque – saggio di filosofia quale Epicuro – me li serbo ancora, che non sono più apparentati solo con quel tempo, rimangono nell’oggi, lontani, dunque, dall’essere esclusive rimembranze, come certe musiche che suonano ancora.

Talune di quelle cose si perdono, me ne dolgo e a quelle si, rivolgo rimpianto. Ozio e lentezze mi sono ancora cari, quali cenni di svago, pure cose di densità palpabile ancora m’appartengono. Preciso, invero, che mai mi rivolsi più di tanto ad affezionarmi alle cose di stretta proprietà, le tratto con svogliatezza, se escludo dal novero dischi e libri. Ma cose di legame ne conservo, che non sono mie, nemmeno mi sconfinfera l’idea possano essere d’altri, che la bellezza rifiuta l’appartenenza, rifugge del concetto proprietario. Sempre, nella valutazione che non è bello ciò che è bello, che principio di bellezza, forse, non è fatto assoluto. Che di certe bettole che mi furono aule di scuola, sentii disquisire malissimo, in contrappunto non cantante con certe tavole apparecchiate a lusso. Di tali personaggi di cui m’innamorai, e che fecero storia contorta di sé, mi pare di ricordarne censura. Pure per certi vini, che sapevano di terra e sale, e mi vennero a conforto – financo d’economie approssimative – ricordo espressioni di disgusto.

La fornace, vecchia cattedrale che dalla punta si sdraia sulle onde, ghermisce di camino il cielo, e s’apparecchia al tramonto come quinta estatica sul tutto d’intorno, è una di quelle siffatte idee concrete che mi convive di simbiosi.

Seppure non me la godo quanto mi parrebbe, me ne faccio racconto, memoria presente, e il reincontro attendo con le ansie vaghe di chi ha caduca certezza delle cose. Consunta nelle malte incendiate, lei, s’è retta – capolavoro d’architetti che non pensarono alla storia – un secolo e più, d’equilibri precari di pietre, sottese a leggerezza, a sorreggersi l’un con l’altra, pare, a dispetto di leggi newtoniane, pure di convenzioni socio(il)logiche nelle contraddizioni dell’oggi. Ma ogni anno, il rinnovato afflato, mi pare che s’abbandoni al desiderio di sparire e, mentre mi rendo ancora nessuno al suo cospetto, lei adesso smunge, si compenetra con la sabbia generatrice, s’affolla di salsedini e si concede al vento, pietra su pietra. Mi dice, or ora, il maestro sulla punta del corvo, di pennelli e scalpelli assai edotto, che s’amputò un’ala, che quella mai rivedrò se non in cocci. Un po’ più monca, piano piano, la fornace pare s’arrende, forse al desiderio di divenire nostalgia, ricordo d’ozi e lentezze, sigarette rubate, in bilico di falesia. O forse issa bandiera bianca di calce e cotti sul comignolo più alto, per sopraggiunta noia e stanchezza di irruzioni cash & carry.

No, grazie!

La rapidità dello sviluppo materiale del mondo è aumentata. Esso sta accumulando costantemente sempre più poteri virtuali mentre gli specialisti che governano le società sono costretti, proprio in virtù del loro ruolo di guardiani della passività, a trascurare di farne uso. Questo sviluppo produce nello stesso tempo un’insoddisfazione generalizzata ed un oggettivo pericolo mortale, nessuno dei quali può essere controllato in maniera durevole dai leader specializzati” (Guy Debord, I Situazionisti e le nuove forme dell’arte e della politica) E che musica sia.

Che già mi pare assai d’averci il blog, che m’è palestra di scrittura e pensiero, che rischio di perdere pure quelli, a scorrere d’anagrafe che mi disarma neuroni un tanto al chilo. Ma di social sono sprovvisto, né mi sconfinfera d’esserci. Vieppiù non mi piacciono i singolar tenzoni e le dialettiche di disfide di Barletta al calor bianco di agorà virtuali. Neppure ho manifeste concupiscenze di mia immagine a selfie, manco ho gatti, e i cani che mi convissero per quattro lustri, attacchinati da tempo nel Giorno del Ringraziamento, non s’amavano ritrarsi in pose plastiche, consapevoli di bellezze interiori, altrettanto di scarsa fotogenia, come s’addiviene agli ultimi degli ultimi, raccattati ad abbandono su cigli di discariche. Pure mi parrebbe assai strano d’inquietarmi in social di diseguaglianze globali in click compulsivi, ad ingrassar portafogli a primi per svuoto d’altrui.

Che piazza per me rimane piazza, al più bettola, pur se prediligo certi scogli affioranti, come rifugio romitico a protezione d’onde e correnti. Ma anch’io faccio cose, vedo gente, pur con cautela, come si compete a nessuno quale fui e rimango, e quei rari ch’attraversano le mie strade mi paiono sì convintamente nessuno almeno quanto me. Che ce n’è uno che sa di pennelli più d’altri taluni assai acclamati, e che, prima d’annessunarsi per nausea sopraggiunta, s’era appeso tele ai quattro angoli del globo terracqueo. Pure, l’amico con cui faccio cose, è uno che esplora altro, e s’è messo a scrivere, sino al pubblico a mentite spoglie, indotto dai più d’intorno cui parve ottimo lavoro quello fatto. Io dissi la mia convintamente, stimolando il gesto. E quando finì in stampa, niente avvenne di cose particolari, ma al primo affaccio di versione virtuale si bloccò tutto, che, pare, il portale o come si chiama, gli avvenne per la testa che la copertina pareva di stimolo a gesucristizzazioni di poveri animali e di traviamenti infantili, che ve la mostro pure.

La copertina incriminata

A sollecito di spiegazione, non ve ne fu alcuna. Poi mi capita che talaltra persona si pubblica cosa su social di maggior massa, che trattavasi di evento a presentazione di libro, ma d’intransigenze s’adombrava l’algoritmo, che c’era parola abbietta qual fascismo. Che coll’algoritmo potevo aver convergenza financo io che sono nessuno, ma se il libro parlava di Matteotti, la censura con rimozione m’è parsa d’azzardo. E se la decisione la prende persona avveduta, poi avveduta non m’appare, se è macchina, che interlocutore fantastico a decidere di destini e dialettiche pure per cambio del mondo.

A me bastano bettole ed osterie, e se voglio social, che sia a manovella di ciclostile.

E io pago!

Scopro cose nuove ed interessanti, tipo che c’è che posso dettare al PC quello che deve scrivere, pure metterci punti e virgole a comando, che non m’affatico occhi provati a DAD. Certo non ho contezza che tutto scorra giusto, ma chiedo venia se taluno legge, che potrebbe scapparci refuso a bizzeffe. Ma, al limite, vi sciroppate musica senza orrori ortografici. Vi spiattello subito una cosarella da far partire, che vi da cenno di svago superiore.

Mi confesso a pubblico che di geografia non sono edotto, oltre quel che, a tempo andato, si appellava quale cultura generale. Dunque, dell’Islanda so che è paese lontano, terra fiammeggiante che cavalca dorsali. Pure assai freddo, che ciò, per me che non sono africano solo per convenzione amministrativa, m’appare cosa disdicevole. So, per memoria recente, di vulcani che s’infervorano a cenere, ma anche di tempeste bancarie. Insomma, a parte il vulcano che potrebbe essermi familiare, come la natura isolana, per il resto mi pare che punti di contatto con l’Islanda, per me, pigramente stanziale, non ve n’è a iosa.

Però, m’arriva notizia (che mi faccio leggere all’uopo dal lettore nascosto nel PC, pure tradotta) di cosa che mi sconfinfera. Con voce professionale, il tale ignoto mi narra che di adolescenti adusi a fumarsi anche piedi di tavolini e lische di pesce, nonché a bersi financo gasolio, da quelle parti s’abbondava sino a quattro lustri fa. Non passa il ventennio che si passa da un buon 23% di imberbi fumatori al 3%, di giovani bevitori indefessi dal 48% al 5%. Che è cosa che stimola curiosità scientifiche, pure se è vero che di pubblicità a sigarette e a spiriti ad alta gradazione s’era fatto bando. Che lo scienziato capisce, pure se mezza tacca, – che non faccio nomi a comparazione di latitudini nostrane – che esistono pletore di sostanze a condizionare talune dipendenze e, come s’approccia il gatto alla lettiera, s’adagiano a comodo sullo stress. Dunque, si dice, se levo stress con altre biochimiche a coprir le prime, magari smetto di intabaccarmi e di bermi a distillato anche il fegato di merluzzo, che, secondo me, lì pure abbonda. E allora lo stato che fa, dopo aver trattato finanziarie a foglio di via per bancarotta procurata, si dePILa le multinazionali, mettendosi a concorrenza sleale. Si mette a pagare corsi di danza, pittura, musica, e cose così per tre mesi solo a mo’ di prova, che il giovane virgulto poi sceglie se continuare, pure gratis et amore dei – cosa che puntualmente avviene, mediamente per cinque anni ancora – lasciando sigarette e gin ai più evoluti coetanei d’altre parti. Ma vi pare che una cosa così è corretta? Che si attenta al PIL in siffatto modo scorretto, pure con la slealtà di mercato drogato a finanziamento pubblico? Che se tutti i paesi facessero così, cosa ne sarebbe del nostro stile di vita? C’è da farsi tremare le vene ai polsi. Che poi lo so come va a finire, che uno si mette a fare musica, dipinge, danza, magari gli viene lo schiribizzo di non mettersi a consumare in affollamento. Giovani menti in siffatto modo plagiate si mettono a vedere mostre, se ne vanno di teatri, cercano ispirazione fronte mare e, anziché farsi selfie da postare per dimostrare inequivocabilmente la propria esistenza social (pure l’unica seria e possibile), si danno a zibaldone. Qualcuno, poi, di quelli più indefessi a iattura, si mette pure a pensare di testa sua, diventa dialettico, pure conflittuale.

Noi, per fortuna, non siamo mica come certi isolani perduti nel nulla, che noi le risorse le impieghiamo assai meglio. Ma volete mettere d’acquistarsi un bel cacciabombardiere, ch’esalta amor patrio, o rifarsi villetta a 110%? Questo è modo per bene di spendere le nostre tasse. Che io pago!

Nei fondi del caffè

Quelli che non si muovono, non si accorgono delle loro catene.” (Rosa Luxemburg)

Mi sono dato tempo dieci minuti per scrivere, che oramai sono a nausea informatica, pure le diottrie me le devo comprare al mercato nero. Che refusi e schifezze giungano al mondo con attenuanti, e mi faccio perdonare di musica (avviatela, senza indugio, ora ed in fondo), forse d’immagini.

La libertà guadagnata a tamponamenti a catena, mi scontra con le ragioni di tempi tempestosi e buferali, che manco il fiume per consegna di messaggio a bottiglia mi rimane, rischioso di infangamenti sopra e sotto, d’inciampo in sabbie mobili a errore di latitudine. L’archivio di chat m’è oscuro, come i caratteri corpo sedici di maxi schermo. Consapevolezze di nuove, prossime, certe prigionie – già in alleanza con abati ingiustamente condannati – m’assillano pure nelle novelle libertà, poiché non si negheranno reclusioni nemmanco a colpi di vaccinonzi, sciabolate rinofaringee negative, bardature astronautiche e vissuti d’ascesi romitica, mica di file alla cassa, sgomitamenti da astinenza di camparino. Nemmeno, mi pare, sarà data pace da alfabeto greco esausto di varianti, che poi si ricorrerà a linguaggio da targhe automobilistiche, col plus e punto zero a far d’aggettivazione. Mi rimane pensiero di spiagge deserte, lì dove il mondo finisce, e quel che c’è oltre non può che essere davvero altro.

Mi giunge voce che Pilu Rais chiede di me, che la lampuga anela al cipollotto e lo sgombro al cappero solitario. Ma di quest’ultimo, d’elegante affusolatezza, compita postura d’argento, me ne trovai all’uopo un paio che non fecero ancora genetliaco. Li dislisco, eviscero e spalanco a portafoglio, li rivesto d’olio bollente, con capperi e taggiasche, denocciolate a cura di gengie distratte. Pomodorini succosi, erba cipollina e finissimo trito di prezzemolo s’occuperanno di discontinuità cromatiche al sapor patrio d’un nessuno senza patria quale io sono, ma pure di profumi che sanno di fughe interminabili. Ci berrò sopra intere riserve di esotici Sirah, senza tema che soverchino il sapore ad omega 3 del cugino di mare. E, di solluchero, mi farò ancora musica, ch,e quale Argo, non soffro ancora d’otiti, nemmeno di stasi olfattive.

Ultimo atto?

Arrivato all’ultimo tampone mi pare che mi devo fare pure l’RCA, che non c’è cautela che basti. Se mi va bene domani mi danno il foglio di via libera. Fino all’ultimo inciampo, ch’è scritto pure su fondi di caffè che c’è. Libero tutto, ma di DAD mi cavo gli occhi, e mi si abbassa la palpebra sopra l’oscurità di sotto. Nemmeno mi viene di indugiare a monitor, ch’è roba ormai da tormento, da ferri caldi sotto le unghie. Che mi verrebbe di scrivere ma diottrie esauste m’invitano a frugare in archivio che una cosarella che scriverei pure ora l’ho trovata. Nasi strippati a tamponi ardenti, occhi rifusi, mi rimangono orecchie, e se ne avete altrettante, partite di musica, con quella leggete, se vi viene, che non vi porta scompenso, pure s’è ritrito.

“Le finestre, talvolta, sono copertine di libri aperti, le porte finestre lo sono di grossi tomi che s’aprono sulle distese di pagine di terrazzi e balconi. Libri di memorie, diari di viaggio, appunti per una fuga. Pagine ancora intonse, da riempire di parole. Mi sono convinto che il Borneo di Salgari deve essere stato scritto su quelle pagine. C’è un momento migliore degli altri per scriverci sopra, quando s’apre la copertina rigida e fuori è appena l’alba. Fa ancora freddo, e l’aria t’entra sotto la pelle, cerca riparo, s’apre varchi e risveglia le curiosità della notte. La luce non mostra ancora la consuetudine, ma fa della penombra l’anticamera della scoperta, come se alla sua esplosione il già visto dovesse trasformarsi nell’inattesa sortita della sorpresa.

Stamane era fresco su quelle pagine, ed il fiume di sotto s’intravedeva appena, una striscia dorata, sottile per le piogge mancate. Poi i raggi più impertinenti, come un re Mida al contrario che ha cambiato fornitore di stupore, lo trasforma in un budello color rame. E mi viene di lanciargli una bottiglia – ho avuto tempo a sufficienza per procurarmene una vuota, pure con tanto di tappo a tenuta – perché la consegni al mare con un messaggio, un pizzino da niente su cui ho buttato uno scarabocchio, giusto tre parole in fila. Ma mi viene, così per scherzo, l’idea di anticipare la bottiglia. E allora mi precipito su un tronco, una zattera, una canoa, pure un canottino gonfiabile va bene, a favore di corrente sino al mare. Lì c’è bisogno d’altri mezzi, roba cui cazzare la randa e il fiocco per cogliere tutto il vento necessario a strappare nodi alle onde, schivare la fiera famelica, le cannoniere portoghesi, i brigantini di sua Maestà, appena una sosta per un bicchiere buttato giù d’un fiato con i pirati, e poi ancora verso Sud. Sino all’approdo su una Ferdinandea che non c’è sulle carte, naufrago su una spiaggia di vetro, con la mia scorta di prugne secche, cucunci e vino.

La speranza è che un’eruzione improvvisa non mi cancelli con lo scoglio, sprovveduto emulo d’Empedocle, per di più pigro poiché per nulla propenso ad accettare la sfida dell’ascesa vertiginosa al grande vulcano, solo oziosamente sdraiato ad un passo dalla risacca. Ma se proprio deve succedere, almeno fammi ritrovare prima la bottiglia, il messaggio che mi sono mandato per vedere se sono più veloce di me stesso. Eccola là, la bottiglia, mentre si sente il brontolio sottomarino della bestia che risorge. Tra la pomice del bagnasciuga strappo il tappo, e sul postit, che con le cartolerie chiuse di meglio non ho trovato, le tre parole in fila : Appena posso arrivo.”

Papillon

Gliel’ho detto a quell’altro me che così non va più bene. Che tra quarantene, lockdown et similia, pare che siamo diventati Papillon per quanto ci piacerebbe scappare da qui, portandoci dietro solo la musica.

Però, capisco lui, – o meglio, cerco di capirlo, pure se non mi riesce – ma io che c’entro? Che sono nessuno conclamato tale? Io, poi, che sono incline alla solidarietà, gli sto pure accanto, ma se è troppo stroppia. Glielo avevo detto, financo implorato, di rimanere a fare i pescatori, ma pure di frodo, s’era necessario. Ma lui niente, che pare non volesse deludere il mondo, quello stesso che lo imprigiona e butta via la chiave, che poi non solo di quarantena si tratta. C’è, pure, che la convivenza forzata tracima di dialettiche serrate, che a me non m’aggradano, m’annoiano, di più, mi irritano. E irritato io, irritato lui, finisce che chiedo la separazione, almeno pro tempore. Me ne vado, scappo di casa, mi viene l’egoismo compulsivo, che io d’anagrafica d’altri non rispondo, non ci ho mica la tessera sanitaria, a nessuno non la rilasciano. Mi faccio le valigie – sporta di pane e pomodoro, e fiasco, a lui gli lascio la parmigiana che Stefano, che ha banchino a mercato sotto casa mia, m’ha lasciato a uscio melanzane fuori stagione dignitose – e mi faccio un viaggio, dove mi pare e come mi pare, che a lui lo lascio con le sue prescrizioni, pure morali, corpo e mente. Se ha spirito lo porto con me, al guinzaglio, come si compete a chi nasce schiavo e tal vuol rimanere. Mi metto a seguire il fiume tra trote e carpe che saluto con riverenza, niente contro di loro, ma non mi fermo più di tanto.

Raggiungo il mare in fretta, mi seguo corrente, pure corrente mi faccio, talora scoglio, che di riverbero di sole e d’onda traslucido d’immenso. D’abisso mi dipingo, e prendo un caffè con sirene astemie, di cicchetti mi finisco con pirati fenici, mi scaldo al fuoco d’Argonauti, doppio Zanzibar, le Bermude le triangolo, e nel Borneo colleziono Monsoni che metto in agenda per il viaggio prossimo venturo. Spiego vele e le accartoccio, sia di bonaccia, sia di tempesta, m’approdo a deserti marini, di cristalli di sale m’adorno le barbe, telefono con le conchiglie e m’agghindo di stelle di firmamento e di fondo.

Di derive mi faccio approdo, e ogni isola che non c’è mi diventa casa che un Venerdì che m’offre una sigaretta ed un frittino di pesce ce lo trovo sicuro. E cavalco ippocampi, m’accendo un cubano, mi prescrivo rum antibiotici e strascico il cammino di Patagonia. Di ghiacciai m’acceco al tramonto, con pinguini vestiti a prima alla Scala, e ballo coi delfini, griglio con le orche, ed ogni fiera d’oceano sfido a tressette. Carambolo su tappeti verdi d’asfodelo e ruchetta, m’addormento in terra di Lotofagi, dentro caverne scavate da Lestrigoni. Con ciclopi a tre occhi canto canzoni perdute e tratteggio storie sul fondo d’un pozzo, accanto al riflesso di luna. Poi mi fermo, sull’ultimo scoglio, che non vè altra libertà se non quella di starsene a fronte d’orizzonte, che t’apre lo sguardo, pure mentre chiudi gli occhi.

Quarantenario

Continua, com’è vero che il sole sorge, il mio viaggio da prigioniero quarantenato. Che tra lockdown e “isolamenti fiduciari”, gli ultimi due anni mi sono apparsi assai stravaganti, pure m’avvedo che non mi finisce qui, che ci ho da mettere in conto altre “pause di riflessione”, da ripensare tutto, che di progetti chiari e definiti non si parla, piuttosto di ravvedimenti. Che per fortuna mia e d’altri, che se n’approfittano all’uopo, nel prima v’è stato chi ha lasciato note d’eredità. Dunque, sovrabbondo, che non si sa mai dovessimo averne carenze per diktat di qualche tipo.

Che la cosa che più mi sarebbe venuta da pensare, m’avessero paventato il tutto, era di assaporar profumi di libertà in ricomposizioni sociali, voglie relazionali di solluchero, gettarmi a capofitto nell’affratellarmi col resto del genere umano. Mi sarebbe venuto in mente di rivestirmi a modino, di rimbellettarmi, deodorarmi a napalm, inamidarmi colletti. Questo immaginavo mi ci sarebbe voluto, ch’è durata due minuti, forse tre. Che invece cominciavano – e continuano – a mancarmi aria e scogli, bufere e tempeste, mari solinghi e fiumi impetuosi, cataratte, galeoni spagnoli al largo, feluche e barchette sballonzolate, financo l’odore acre della scolatura d’alici.

Mi saltano schiribizzi d’incendi neroniani di parchi auto, di percorrere ad infradito sentieri a capra, spuntoni a roccia, di sassi mai cheti, di foreste fitte, mi sovvengono animali tremendi scodinzolarmi d’intorno festanti, che mammoni felini e mannari canini s’atterriscono essi stessi. Di più, cominciai – e persevero – a farmi gaudio di camice stropicciate, maglioni dismessi, traforati dal tempo, barbe antigravitazionali, i tre capelli in testa a prendere strade d’involuzione. E se mi sconfinfera modo di ricongiungimento a massa, v’è in questo voglia di stupore a disgusto del buon senso comune, di ciabattamenti stanchi, di fuggi fuggi, di c’hai na sigaretta, dammi cento lire, d’amplessi memorabili tra simili. Lo stesso virussino s’accomoda a fuga, per tanta screanzata violenza al bon ton, divento immune per sopraggiunta repulsa. Pure non ho remore d’aliti forti, come capita nella civile convivenza, che stasera faccio leva sul mio degradarmi, per piatto da seti ataviche e respingimenti sociali. Che trovo sul fondo della dispensa quattro cipolle che mi taglio a listarelle, pane raffermo – quello mi rimase – che sbriciolo in latte. Tutto insieme contraggo in un unico caotico marasma, fitto di burro, formaggio fuso, sale, peperoncino d’inferno e salvia. Ed il compattato caos inforno al calor bianco, con grattugia di pecorino pepato, che crei scorza d’armatura invalicabile se non d’accetta. E quanto m’aggrada che ci voglia un buon rosso litrozzo per buttarlo giù, mentre mi sento – finalmente – selvaggio in jungla.

Le mie prigioni

Che ormai la storia della mia quarantena mi pare che sia diario di viaggio perduto, un classico letterario con cui sollazzo me stesso, privo d’altre beatitudini nell’isolamento coatto. Che il primo tampone è arrivato (lussuoso molecolare, mica mordi & fuggi o pizza e fichi) che, con quello negativo, il sintomo psicosomatico se n’è svanito per com’era arrivato. In attesa del secondo, m’avvedo che sto davanti allo schermo già da troppo, che m’è preso il calo dell’occhio, dunque, musica sia, che l’orecchio appare assai meno stanco. e riciclo cosa che ci sta, che riempie pagine ed è all’uopo che non devo riscriverla.

“Ci sono personaggi della letteratura che se ne stanno nell’immaginario senza fare rumore, non vogliono dare fastidio. A volte ritornano, come un fiume carsico che riemerge più in là. A me ne è rimasto uno che mi si affastella ultimamente, insieme ad altre memorie, si fa il fotofinish con il Capitano Achab: l’Abate Faria, rincalzo di punta nel Conte di Montecristo di Alexandre Dumas e Auguste Maquet. Lessi il romanzo ch’ero alle medie e ancora c’era in giro il maestro Manzi.

Ogni mese o due – non ricordo bene – un professore che aveva la sigaretta accesa incorporata, rovesciava sulla cattedra un po’ di libri sbiaditi e logori, e noi dovevamo pescarne uno dal mucchio. Già allora avevo una certa repulsa per lo sgomito, m’è rimasta per le resse al banco delle cene a buffet – di norma digiuno -. A scanso d’equivoci, non è che spintonarsi alla cattedra fosse da ascrivere ad avidità culturale di quella ciurma scalcagnata della nave Suburbia; è che il professore pretendeva la relazioncina sul libro che avremmo dovuto leggere. Dunque, sic et simpliciter, l’azzanno collettivo era funzionale all’accaparro del libro con tante figure e poca roba scritta. Il Conte di Montecristo non rientra in quella categoria e, da buon ultimo, mi toccò a primo acchito. Facendo di necessità virtù, lo lessi d’un fiato, folgorato sulla via di Damasco. Divenni, senza porre tempo in mezzo, io stesso il conte, spietato come lui, ricco assai meno. Tuttavia, sfidavo a singolar tenzone i coetanei più grossi, perché tanto più il nemico è armato più ne verrà in gloria l’averlo affrontato. Accampando pretesti per presunti torti subiti, davo appuntamenti all’alba dietro conventi dei frati minori, brandendo l’indice a mo’ di spada. Ne buscai tante, ma ne uscivo soddisfatto. Per un periodo almeno. Poi, coi lividi, mi crebbe il dubbio, una cosa sotto la pelle che incomprensibilmente mi procurava pruriti nervosi. Decisi di rimettere mano al testo per cercare di capire cosa mi fosse sfuggito e che mi cortocircuitava in testa. Alla ressa successiva, poiché era ormai nota la mia spietatezza, non dovetti sgomitare. Le folle s’allargarono davanti a me come s’aprirono le acque del Mar Rosso al passaggio del popolo eletto, e m’assicurai si il libro di poche righe e tante figure, ma sotto vi feci scivolare con destrezza il fitto “Il Conte di Montecristo”, compiendo il mio primo esproprio proletario. Lo lessi e lo rilessi, quasi non pensavo ad altro. Fu lì che il conte divenne comprimario dell’abate. Ma come, pensai, quello s’affanna per uno spicchio di cielo, per un sorso d’aria, ti fa pure cristiano (nel senso d’umano, senza troppe accezioni religiose, come dicevano i vecchi) spiegandoti le cose del mondo, l’uso proprio del verbo, ti spiana strada per libertà definitive scavando il tunnel della Manica con le unghie e un cucchiaino da tè, t’attrezza un’autostrada verso la ricchezza, e tu che fai? Adesso che sei stramiliardario, che al cospetto Trump pare il ragazzo che ti chiede l’Euro del carrello della spesa, ti potevi comprare un’isola della Grecia o della Martinica, farti un Resort con tutti i confort; oppure, se proprio ti piaceva la bella vita d’occidente, un castello nella Loira, in riva al bosco, con giardino, sauna e doppi servizi. Se pure t’era rimasta in cuore la nobile fanciulla di cui i traditori t’avevano privato con cinica arguzia, vattela a rapire notte tempo, che lei ci viene con te, che t’ha serbato ricordo caldo nella memoria. Con lei te ne potevi stare tranquillo e beato a goderti la fortuna che t’è accorsa, a brindare con Bordeaux e Cognac alla memoria dell’abate, portandoti dietro pure l’unico vantaggio della reclusione: l’essere regredito alla condizione umana primigenia, capace d’afferrare il senso di ciò che si intende per bisogno essenziale, consapevole, finalmente, di cosa significa appagarlo. E invece… Ti procuri un servo sciocco, ti vesti come un manichino d’una Standa d’epoca, e t’appresti a vendicarti, arrovellandoti e costruendoti prigioni di fegato e bile. E la libertà? Non ti serviva quella? Ecco, questo ne ricavai, che il conte quasi non me lo ricordo, l’abate, invece, me lo porto dietro.

Ultimamente, come dicevo, mi si è ripresentato, l’abate intendo. Saranno le lunghe reclusioni forzate, le quarantene, la prigione del lavoro che s’accosta alle quattro mura tra cui soffrire la clausura, ma, insomma, a me manca l’Abate Faria, tanto più che non ho vendette da consumare.

E come Edmond, tutti, soli con noi, riconquistiamo lentamente ma inesorabilmente l’essenza stessa della natura umana, con le barbe che sfogano la loro pulsione antigravitazionale, capelli che s’arruffano, forchette che spariscono, vestiti che si ungono di soffritti. Ma come un qualsiasi Dantes, la libertà ritrovata, anche solo per un istante, si trasforma in vendetta. Dal carcere alla ressa ai centri commerciali, davanti ai concessionari per comprare la vettura con cui ingravidare il garage, affollare i parcheggi, congestionare gli incroci, prenotare appuntamenti notturni con operatori estetici, che recuperano dall’abbrutimento le forme ataviche della nicchia ecologica. A me viene voglia d’altro, di corse (lente, anzi, lentissime, facciamo passeggiate) ignudi sulle spiagge deserte del Mar d’Africa, sino al tramonto ed alle reti di Pilu Rais, nella speranza della ricciola all’acqua pazza, delle rughe dell’altopiano quando piove, che gli orti si gonfiano d’orgoglio e le mucche promettono formaggi, col contadino, prima scosso del tuo apparire selvatico, che poi si commuove e t’omaggia d’uova e verdure. E la sindrome della capanna, che diviene ritiro assai poco spirituale in amplessi incondizionati tra comunardi e baratti d’essenze biologiche. È la libertà che mi penso. Ma voi, novelli Dantes, di chi volete vendicarvi, della vita stessa, della bellezza che non v’è stata prescritta dal medico o da un faccialibro qualsiasi e che non riconoscete più, pure vi infastidisce quando, solo guardando un estratto conto, – spesso in rosso – sceglierete cosa fare del sorso d’aria che v’è concesso?”

Com’è bella

Ed è secondo giorno che vivo le mie prigioni, che ci ho pure un minuto per scrivere, uno in più, sottratto a scippo all’economia del Grande Benzino, all’economia di pausa pranzo, del panino mordi & fuggi. Però ci ho la musica.

Ma che bella la vita, come disse il filosofo, quello che d’invidie, per certe lungimiranze, – pure per quanto è bello e fascinoso, che io sono male in arnese per definizione, forse difetto di fabbricazione, da che misi il primo dente da latte – m’ha fatto peccatore.

Che è tutta una vacanza la quarantena, aggiunse, lui e l’altro, pure lui bello e fascinoso, financo di profilo, che fa il giornalista evoluto. Che c’è la gioia che s’affaccia all’idea di proferire verbo, di numeri e teoremi, ad una cosa che più che classe d’umani in età di sviluppo, pare oblò di lavatrice. Che di quello, però, nemmeno il roteare t’affaccia, che almeno avrebbe dato un che di discontinuo alla fisso immobile. Che bella la quarantena, che te ne stai a schermo per ore indefinite, e t’attendi il tampone con la serenità di chi sta nel giusto, che pure tutti i sintomi t’addivengono a sera prima, che pare te li sei chiamati. E ti devi mettere di training autogeno per convincerti ch’è suggestione malefica, che forse pizzichi d’ipocondria, che la chat dei colleghi pare lavoro di sherpa a Yalta. Che bella la quarantena, che di naso all’uscio manco si parla, così risparmi di bagordi, pure virtualmente che manco te ne fai da illo tempore, che t’avvedi qiuando è troppo tardi che ti sei scordato di comprare sale e caffè, e nel buco dove stai non ci passa niuno manco a dargli la mancia con una fideiussione.

E ciao Paolo, che da qualche parte, prima o poi, ci si ribecca. Non ti scordare la chitarra, per favore, e salutami Ivan e Luciano. che mi sa li vedi prima tu.

I quarantenati

Insomma, m’appare chiaro che mi riquarantenano, che, di tante volte capitò, trattasi piuttosto di cinquantena, pure sessantena, forse, di m’incatena. Ci ho musica, per fortuna, ed all’uopo.

Che gli insegnanti, che comincia la stagione, si sta come d’autunno cadono le foglie, a scavare trincee che poi ci tocca di riempire, così, per tenere alto il morale della truppa, che di Armando Diaz all’orizzonte non v’è traccia. Fatte le scorte per affrontare il gelido isolamento, mi appaio come certi tipi che s’attrezzavano il rifugio antiatomico, solo con la certezza della bomba, attesa senza armatura cementizia e contatore geiger. Che poi non si punta più a quel che sarà, che del doman non v’è certezza, semmai si lancia sguardo nostalgico a ciò che fu, assai più di conforto, che almeno quello ce lo siamo presi. Uno scoglio lontano, così, per dire. Se torna torna, altrimenti ci s’è goduto e si può raccontare, che raccontare è forma di suadente consolazione, o così mi pare che sia, ora, che domani è un altro giorno, si vedrà.

E che racconto, che non mi sovviene, nella pressione degli eventi, quasi nulla alla ricerca del tempo perduto? Mi tocca di trovar conforto nell’angolo più fascinoso di casa, quello cottura, che vi racconto d’un piatto che tutti conoscete, ma credo meriti ribalta che mai ve lo serviranno in luoghi con soffitti a firmamento e conti da trasfusione: spaghetti, aglio e olio. Posto che, nonostante la sua essenzialità, il piatto si presenta come paradigma antidepressivo, è altresì poverissimo, sicché non si può sbagliare poiché, il miserando, non può permettersi di rinunciare al prodotto finito, con la deposizione del fallimento in pattumiera, e, deluso dall’insuccesso, giammai opterà per ben altre ricchezze gastronomiche di cui è, per definizione, sprovvisto. Neppure il quarantenato, quale io sono e fui, costretto alla reclusione, potrà, in vista dell’insuccesso, rallegrarsi del brasato in trattoria. Gli ingredienti sono fondamentali, che si derubrica alla complessità, mai all’essenza del gusto. Aglio (non di quello che ha spicchi da microscopia elettronica), olio (vero, mi raccomando, di contadino), prezzemolo freschissimo, pecorino d’autentica pecora di pascoli non diossinici, pure spaghetti trafilati al bronzo, che non s’incupiscono d’intingolo, lo accolgono suadenti, piuttosto, lo stringono in morbido abbraccio. E mentre l’acqua bolle, si buttan giù quelli, – se siete in quarantena, dunque ad un passo dalla depressione, se ne consigliano almeno due etti e mezzo – che, in padella ampia a parte, fuoco lento che non bruci, olio ed aglio abbondante, a pezzi grossolani, consumano già amplessi memorabili, arrovellandosi al calor bianco, stimolandosi reciprocamente passioni antiche, insopite. E venne il tempo che, a far da incomodo terzo, si getta in mischia il peperoncino, non uno quale che sia, che piccanteggi appena, ma il frutto prezioso per palati incatramati, che se cade in terra ustiona il pavimento, linea la ceramica, corrode il marmo. Lo scontro inizia a divenire cruento, che la temperatura sale, ma non può protrarsi troppo a lungo, occorre ricondurre alla pace, alla delizia della convivenza, creare le condizioni per un nuovo afflato che abolisca convenzioni borghesi. V’è il candido strumento nella pentola che bolle, lì dove la trafilatura rilascia amidi delicatissimi. Pescandoli con cautela, solo quelli, intendo, si rilasciano nell’olio bollente dove sublimano col tutto d’intorno, emulsionando e avvolgendo, derubricando l’ambiente arroventato ad alcove vellutate. Un minuto – ma solo quello – prima che gli spaghetti raggiungano l’al dente perfetto (assaggiateli, assaggiateli, non fidatevi dei tempi di cottura indicati), il trito finissimo del prezzemolo, produrrà freschezze e discontinuità cromatiche. E la pasta saltatela al calor bianco della padella, lasciando che poveri ingredienti s’arricchiscano della loro solida alleanza, attendendo la felice mantecatura col pecorino, come i proletari di tutto il mondo uniti, a fronte alta e determinata ostinazione, anelano al sol dell’avvenire. Mi dimenticavo – non per me, si intenda – per costrutto narrativo, che è piatto che mette sete, e dateci di rosso, aspro e cattivo come certuni da sud pieno, quasi d’Africa, d’Oriente perduto.

La Band

Lo ammetto, pure mi pento, financo lo confesso, che confessarsi non è peccato, almeno così mi si disse, se memoria non falla: anch’io ci ho avuto la band (e intanto che musica sia).

Che tempo, comunque, per venir su bene ce n’era poco, che io m’ero ripresentato ai miei lidi dopo aver servito la patria, ci avevo l’università, le casse di pesce da scaricare al mercato. Gli altri meglio non erano messi. Eravamo sei, formazione tipo, basso chitarra (io), tastiere, sax, batteria, e ci avevamo pure la cantante, che però ci abbandonò. Che lei, la cantante intendo, con noi si sentiva stretta, che aveva altre aspirazioni. S’era persuasa, infatti, che la sua splendida voce usignolea, un po’ amandaleariggiante, con inflessioni da bandezzo di mercato d’ortofrutta, a ben altre carriere l’avrebbe condotta. Che l’ascesa sociale, in effetti, l’ebbe, partendo da riassetta camere di ristorante-albergo di mezza portata, assurse alfine a rango di guardarobiera, pure senza proferir nota o gorgheggio.

Suonavamo nelle bettole più scalcinate, nei pub di periferie ignote, stamberghe di quartieri sfollati, a cachet variabile, di norma non troppo, una cinquemila lire, un paio di birre – la terza ce la dovevamo pagare – e, all’uopo, pure un panino, però non troppo condito. Che il pubblico, alla prima birra, era di bocca buona, alla seconda si faceva critico, alla terza visibilmente ostile. Il problema del cantante, si risolse facile, che me l’appioppai io, che però non cantavo, chiacchieravo a sottofondo musicale, che la cosa faceva molto intimista, con voce rauca e dizione passabile. Insomma, sgangherando note, venne il fatto che ci chiamò un manager, uno di quelli che organizzava le serate un tanto al chilo. Che noi a sapere chi fosse non ci tenevamo, che pareva ci avesse chiamato lo stesso che ci aveva in scuderia Lucio Dalla. Ci presentammo nel sottoscala un pomeriggio, e lì, una tale Samantha, ci fece accomodare in attesa d’essere ricevuti. Poi ci accomodò e l’uomo, che pareva letteralmente uguale a quello che t’immagini quando le cose precipitano, con tanto di colorito esangue e riportino a gel di cemento quattro stagioni, manco levò gli occhi dai fogli SIAE, sbiascicò che le serate erano tre, pure dove, che era circolo prestigioso, di lustrini e semibische, che lui prendeva il cinquanta per cento e che l’ultima serata avremmo dovuto farla da spalla ad un comico emergente, che poi, quello, sarebbe pure emerso. Tre serate tra Natale e San Silvestro, che Capodanno l’avevano già dato. Pure ci chiese che repertorio avessimo, che quando glielo dicemmo, chiamò Samantha per chiederle se non c’era altro in giro, e quella rispose che questo aveva trovato, che vista la stagione quelli buoni s’erano piazzati. “Questo suonate”, finì porgendoci un foglio con venti cose da ortica sotto le ascelle, pure con Le Foglie Morte da eseguire allo spettacolo del cabarettista, che manco sapevamo chi fosse. E neppure Le Foglie Morte sapevamo come si suonava. Appena finimmo coi convenevoli, tipo ancora il cinquanta per cento a lui, che il resto per noi era comunque assai più di quello che avevamo preso in tutta una carriera on the road, pure se a miseria competeva con la fame nera, se ne uscì con quella cosa: “Ma sempre così vi vestite voi?” Che all’assenso stupefatto, chinando il capo sulle faccende a bolli e carte, bofonchiò: “Non se ne parla, vi presentate vestito e cravatta, tutti uguali, e non mi fate casini”. Che nessuno di noi era dotato d’armamentari di quella fatta, che della cravatta ne avevamo sentito parlare, pure se due di noi giuravano d’esserla messa una volta per sposalizio di congiunto, ma poi l’avevano dovuta restituire. Insomma, la cosa non era di soluzione facile, che l’investimento rischiava di emungere la falda del compenso fino a fondo. Ma v’era, allora, tale Arnaldo, che vendeva vestiti grosso modo nuovi, di stock incandescenti, in negozio aggrottato, a prezzi sospetti. Cinque uguali ce li aveva solo di un tipo, di velluto marron, con tanto di panciotto. Le cravatte ce le regalò, la camicia bianca e le scarpe di coppale ce le procurammo a consulto d’amici e parenti. Le prove furono da riflessi emetici, che qualche preoccupazione l’avevamo, e per fortuna più che qualche giro di do non ci toccava. Ma Le Foglie Morte, proprio non ci veniva. Le prime due serate passarono senza incidenti particolari, che quando ci facevamo la pausa, la compassionevole ragazza del bar del circolo, ci passava qualche bicchierino ed uno stuzzico di plastica all’arsenico. Né, se smettevamo di suonare, qualcuno se ne lagnava, che parevamo complementi d’arredo. La terza fu complicata, che tutti erano attenti, che c’era lo spettacolo, che il comico faceva ridere e noi dovevamo rispettare i tempi comici e invece piangevamo dentro vesti di martirio. E poi toccò a Le Foglie Morte. E come accadde non lo so, ma ci venne perfetta, che finimmo di suonare che manco sapevamo se eravamo stati noi o qualche spiritello bislacco ci aveva sparati in playback. E si levò l’ovazione commossa del pubblicò, pure il comico, a microfono sguainato, non si sottrasse e, felice come pasqua, declamò: “E bravi i maestri, col vestito di moquette”.

Fotografia, tempo e specializzazioni (reloaded)

Che mi scappano dieci minuti, sottratti abilmente, con furto a destrezza, al lavoro. Troppo pochi per dedicarmi a scrivere altro, da ciò desumo che mi tocca di riciclare, pratica in cui eccello, che non m’è mai di fatica, sfruttare il già fatto. Poi m’attende full immersion in altre faccende d’affaccendamento. Stavolta vi faccio pure la colonna sonora al testo, che quella, come ebbi a dire, almeno, vi rimane.

“Charles Baudelaire si scagliò con tale veemenza sulla fotografia, da far venire mossa ogni foto nel raggio di chilometri dal suo Salon. Non era ammissibile, per il poeta vergine che la fulminea attrazione dell’attimo spostasse lo sguardo dalla contemplazione elevatissima dell’arte pura, nella sua rappresentazione più autentica, come nel teatro o nella pittura. Inaccettabile il processo di massificazione e tecnologizzazione dell’arte. L’industria si sostituiva al genio creativo, lo filtrava attraverso uno strumento, poneva anche gli inetti nella condizione di potersi definire artisti. Poi si fece fotografare in poltrona dall’amico Nadar, e questi ne colse nella sua posa disincantata tutta la poetica, sublimandola nell’attimo, appunto.

Nadar aveva compiuto il miracolo, anzi no, la magia, di elevare la sua arte a livelli vertiginosi, usando l’immagine del suo più feroce – e certamente credibile – avversario, per emanciparla dal mero tecnicismo cui rischiava di essere relegata per sempre. Di più, l’invasione di campo della fotografia, capace di raccontare il reale con efficacia assai maggiore del più attento iperrealismo manierista, sospinse tutte le altre arti figurative verso orizzonti nuovi, alla ricerca di realtà parallele cui l’occhio non poteva giungere. Stessa preoccupazione di preservare la purezza dell’arte espressa da Baudelaire si ripalesò con il de profundis dei dagherrotipi e linotipie nell’eredità concessa alle prime 35 mm. Eppure, non v’è dubbio che i movimenti colti dal click di Cartier Bresson, ma anche le immagini sfocate di Robert Capa, facciano parte a pieno titolo di ambienti di massima espressione artistica. Con il digitale, come per un misterioso fenomeno carsico, riemerge l’urlo dei puristi, poi la fotografia per tutti col cellulare, credo abbia fatto venire l’orticaria persino alle ortiche. E se c’è chi invita alla riflessione prima del click, stigmatizza l’improvvisazione ottica, c’è invece chi accoglie come una vera rivoluzione democratica la possibilità che miliardi di occhi moltiplichino i propri sguardi con ogni mezzo possibile, raggiungendo l’apoteosi del numero infinito di scatti. Quanti appuntamenti all’alba dietro conventi di frati minoriti si sono consumati nella disfida finale per definire la verità che distingue lo scatto fine a se stesso – ma sarà sempre tale? – dalla foto concettuale? Ammetto che non parteciperò alla dialettica serrata tra i fautori del deposito di megapixel, non prendo parte, non sono interessato alla questione, ho deciso di far repubblica e di dichiararmi neutrale. Sguscio via, piuttosto, evito di frequentare i circoli fotografici come ho smesso di occhieggiare ai cenacoli pittorici, bazzicare simposi letterali.

Mi sono fatto una mia opinione sulla fotografia, che non appartiene alla fotografia, né alla scrittura, tanto meno alla musica o alla pittura o a cos’altro vi pare. Persuaso, infatti, che la narrazione che ci portiamo dentro – nessuno escluso – trovi modo di esprimersi in un momento qualsiasi quando incontriamo la realtà che la rappresenta, e come ad uno specchio costruiamo la magia dell’incontro tra il nostro dentro e il resto d’intorno. Basta avere occhi, certe qualità dell’anima, per guardare il nostro dentro e la sua rappresentazione lì fuori. Quando accade siamo pervasi dalla meraviglia e immortaliamo l’attimo con un’immagine, una poesia, due o tre note in fila, se ci aggrada e ne siamo capaci. Ciascuno come gli aggrada esprime la propria sorpresa nel sentirsi una parte del tutto e vuole conservare quell’istante, renderlo infinito, come il tempo che oltrepassa il frammento di se stesso dello scatto. Nella fotografia, il tempo dell’incontro dura un attimo, bisogna coglierlo prima che fugga, più lungo nella poesia e nella musica, ancora più ampio nella prosa, per il respiro profondo di tempi dilatati. Ed allora basta eliminare la variabile temporale per riprendersi l’originario progetto narrativo che è la parte razionale di quell’intimo e segreto miracolo dell’atto creativo. Del resto “il tempo della produzione, il tempo-merce, è una accumula­zione infinita di intervalli equivalenti. È l’astrazione del tempo irreversibile, di cui tutti i segmenti devono provare sul cronometro la loro sola uguaglianza quantitativa. In definitiva il “tempo è, in tutta la sua realtà effettiva, ciò che esso è nel suo carattere scambiabile. È in questo dominio sociale del tempo-merce che «il tempo è tutto, l’uomo non è niente; egli è tutt’al più l’incarnazione del tempo». È il tempo svalorizzato, la completa inversione del tempo come «campo di sviluppo umano»” (Guy Debord, Miseria della filosofia). Posso dunque ascoltare un’immagine, guardare un suono, sentire l’odore intenso della poesia e della scrittura, se cancello il tempo. Ed il tempo derubricato ad un parametro “non vitale” consente di rifuggire l’orrore della specializzazione e dialogare con le forme espressive, comunque si manifestino. Se si scattano foto perché sono il nostro naturale ricongiungimento con il reale, dunque, poi è bene intrattenere rapporti con altri fotografi, ma senza codificarli nella liturgia dell’appartenenza, piuttosto val la pena leggere un libro e parlare con chi ne scrive, ascoltarsi un disco in compagnia di chi fa musica. Perché nella specializzazione si nasconde il rischio mortale dell’annullamento della dialettica concreta e progressiva delle narrazioni individuali, la cui somma è la narrazione collettiva che trascende il tempo e destruttura e annulla l’immagine-merce al cospetto dell’immaginario. In fondo Nadar non ha letto attentamente le poesie di Baudelaire prima di catturarne l’espressione “maledetta” nel volto d’un uomo in poltrona?”

Tempo al tempo

Ancora, pur se passa tempo, non ho capito bene se la cosa sta come dicono taluni, che sono nato vecchio oppure, com’è espressione d’altri, che mi arretro d’infante. Al bivio, mi pare di capire, che potrei azzardare un rincoglionimento senile, semmai, al più, un regresso infantile. Posto questo, che è cosa di cui mi sconfinfero assai poco, mandiamo la musica, che è meglio.

Insomma, nel mio caso, come m’appare evidente, v’è, che mi compete a prescindere dalla direzione al bivio, fondamentale stasi, fermo a statua di sale, colonna corinzia in terre non terremotate. E nella stasi mi riconosco, che, sia d’infante quale fui, – ed eventualmente sono – sia da anziano in dismissione come invece nacqui, – o, casomai, mi ritrovo – di poco mi sono concesso evoluzioni. Che da giovane, già vecchio, mi premeva di produrmi in rivoluzioni, così mi rimase vezzo da vecchio, regredito a giovanilismi desueti. Pure, m’avvedevo, già allora, che per guerriglieggiare ci vuole verve adatta, mica pigrizie ataviche, che quelle assai mi si confanno.

Che la rivoluzione io l’avrei anche fatta, se non fosse stata pratica di eccesso di movimento. Non volendomene sottrarre, fermo – sempre, non si sa mai – nei miei sacri convincimenti, mi trovai spazio adatto nella pratica del verbo, che nel far manifestazioni, o distribuire dazebau e violantini, più spesso m’affaticavo, talora mi ritrovavo ginocchia a grattugia, lividi e squarci vari da randello nerofumo. Mi ritrovai, così, a dar contributi alla causa quale addetto al verbo, a girar manovella al vecchio Gestetner, la quale cosa non mi comportava particolari patimenti. Ed a Lettera 24, andavo di matrice, che quella costava, e per renderla conveniente non se ne doveva sprecare con battiture a velocità galattica. Piuttosto la digitazione doveva procedere lettera per lettera, da far notte a riempirne una. Poiché la lentezza era per me virtù sublime, – pigrizia pure – mi ritrovai campione mondiale della rivoluzione da garage a piombo tetraetile d’inchiostri eversivi. Oggi, che la velocità del virtuale m’impedisce appagamenti da rivoluzionario, d’altro m’invento, che alla mia – di rivoluzione, intendo – mica rinuncio facile. Pure nell’oggi non disdegno di compiere gesta antisistemiche. E sotto il vento che fischia, a piedi, – scarpe rotte eppur bisogna andar – che già è quello atto eversivo, mi sono appresentato dinnanzi al centro commerciale e, tra l’avvilimento collettivo, ho dato 85 centesimi al ragazzo che ti chiede l’obolo. Quelli avevo, quelli gli ho dato, che lui non ha il POS ed il mio bancoposta – tinto di rosso per ragioni avverse le mie – avrebbe di certo opposto egualmente lo gran rifiuto. Poi, ho finto l’ingresso, quindi sono arretrato, nell’atto del non partecipo. Rigirati i tacchi consunti, m’apprestai dunque al bar dell’aperitivo, il più a gettoni di tutti, col bum bum di prima mattina, che d’olivette in plastica e melasse colorate a bollicine, cattura il tutto umano per mille mila miglia. Lì, dirimpetto, spavaldo a Che, sigaretta autoprodotta in bocca, gravata in basso da inconsistenze cellulosiche, ho tirato fuori, di provocazione estrema, la bottiglietta in vetro col vin del contadin, la fetta di pane schitto, e, sul gradino della parrocchiale ho provveduto alla resistenza passiva, a gettar passioni al sol dell’avvenire. Che soddisfazione lo sguardo ad orrore, che l’eversione si concreta all’uopo quando il tutto d’intorno ti schifa a vista.

E musica sia, quale che sia?

Vabbè, e fate partire questa cosa qui sotto, che vi dovrebbe bastare sino alla prossima.

Avevo in casa, la filodiffusione, che paiono passati secoli, pure forse è così. Tuttavia, c’era la Hit Parade di Lelio Luttazzi ed al primo posto ci capitava roba come Angie, dei Rolling Stones. Non è cosa che mi facesse impazzire, mi pareva corta, finiva subito, ma certo schifezza non si poteva dire che fosse. Che io, che sono lento di comprendonio, ho bisogno che la cosa si prolunghi assai per entrarci dentro, se neppure mi basta per una mezza sigaretta, ci resto male, che almeno me l’accompagni fino alla fine, mica dico che me ne faccia fare una stecca più fiasco di vino. Ad ogni buon conto, che è da allora che non mi guardo intorno, che mi avvito al me e basta, mi salta lo sghiribizzo, così, per pura celia, d’andarmi a vedere che c’è ora ai piani alti del disco. Che poi di dischi mi sa che non se ne praticano più, che mi pare che sono l’unico che se ne compra qualcuno ogni tanto.

Mi parrebbe lesa maestà che, per esempio, vi proponessi cosa musicale che non posseggo in un qualche formato, compreso musicassetta originale. Non per adesione incondizionata al diritto d’autore, piuttosto per quella condizionata al dovere di condivisione, roba tra il me e quello che suona. Che poi a quello che suona quanto gliene importa se il me nessuno s’affascina di sua produzione, piuttosto, ho idea, gli viene a sommo del petto la gioia sublime del me con cognome e nome, timbrati e firmati a sindacatura, che ci ha messo la cinquemila lire. C’è il capitalismo, ch’è cosa che mon mi sfugge. Poi mi sovviene a giusto, che dovrei anche andare a vedere di che s’accomodano a delizia i ragazzi dell’oggi, che sono pure quelli a cui insegno cose esatte come i numeri. Insomma, mi rendo smanettone e mi faccio edotto di classifiche ed hit, ascolti e vendite – pari a poco assai, mi pare di capire -. Mi seleziono dieci o dodici cose di quelle più a gettone – che scrivo pure d’antico – e m’avvedo, orribilmente, che non ve n’è nessuna che conosca, che paio uno finito in queste stagioni con una scalcagnata macchina del tempo, assemblata alla meno peggio nel secolo breve. Me le ascolto, financo con attenzione e trattengo una certa disillusa frustrazione, che a me paiono tutte uguali, che sarà pure che non sono aduso. Ma d’acchito immediato m’adombro, che i testi pare che glieli scrive Pappagone post sbronza, che le musiche ce le hanno infilate a forza dal carillon della nonna. Fortuna vuole che durano il tempo d’uno sbadiglio, che la suite non si prevede. Che ci fu tempo che riconoscevi il chitarrista dalla prima nota ed il batterista dal primo rullare, per non parlar di piani e fiati, financo della solitudine della chiave di sol, nella tesssitura del tappeto di sotto. Che certi testi t’agghindavano a liturgico religioso silenzio. Mi ritraggo, mi sgomento, poi m’avvedo, che pare che sia una mia lezione, con tasso d’attenzione che pare il minimo comune divisore, l’uno e basta che val bene per tutti. Che mi devo reinventare a teatro tra Pitagora ed Euclide per non far scappare tutti dalla finestra, non farmi mettere le mani addosso. E che devo dire ancora, che era meglio che mi ricordavo della buonanima di Lelio Luttazzi, che già mi pareva un tanto così e così?

Cattivi maestri

Lo zio Antonio mi chiama due o tre volte al mese, s’intrattiene parecchio, pure se disarticola il verbo, che faceva lavoro che l’appensionò a tasche gonfie, ma che sfrangia neuroni, ne succhia a cannuccia linfa vitale. Sempre chiama per due cose, che la prima riguarda un vecchio libro assurto a Bibbia, d’un “ei fu” gastronomo, i cui appunti rimisi all’uopo in formazione leggibile per la editor cortese. Non gli sconfinferano taluni dettagli del prezioso scritto, quali, ad esempio, la mancanza di precisione nel riportare la grammatura del pompelmo da spremere, o la diametratura specifica del cucchiaio d’olio previsto. Me ne chiede lumi. che a nulla vale rispondere circa la fluidità dell’informazione, mi tocca di trovare – a memoria d’esperienze pregresse, adiranti per imperdonabile approssimazione – la giusta dose, a prescindere. Che quando squilla il telefono, pure, mi munisco di bilancia e squadra, sia mai mi trovi impreparato. Felice non legga qui – nessuno non ha patria né dio, figuriamoci zio – posso affermare la falsità ricercata con cui rifornisco l’esatto tassello mancante, che il q.b. non è cosa ch’attiene a chi perse l’occhio su rendiconti d’economie vertiginose. (v’intermezzo di musica, che non sono sicuro vi interessino i fatti miei, e vi rifate le orecchie fino in fondo)

Chiama anche quando se ne sta fronte porto, sul bastione del castello, per fornirmi, stavolta lui, il dettaglio esatto di chi attraversa la bocca, se pilotina, feluca o transatlantico, se è mossa da sibilanti turbine, diesel borbottanti, vele o remi silenziosi. Me ne eviscera dimensioni e presumibile scopo sociale, colori e bandiera battente, talora financo targa e nome, se leggibili di crepuscolo, sollecitandomi a ricordarne la proprietà che a lui non sovviene. E manco a me sovviene. Né mi sottraggo dal fare ipotesi, non m’azzardo dal non dare risposte. Mi sovviene, invece, di quando eravamo complici d’ispezioni abissali, di come svuotavamo la cornucopia di tesori, in guscio, lische o spine che fossero.

Di quando non c’era domenica che s’era sotto al bastione che dà sul mare aperto, dove lo scoglio non era ancora turismificio di lidi Belle Époque, di bicchieri ed ombrellini. Quando lui, asciutto ad acciuga, era dotato di lingua fluente, radicale di precisioni ittiche. Lo scoglio era vuoto se non di noi, che nessuno s’azzardava d’acqua gelida fuori stagione. E la domenica vuote erano pure le stanze delle tre grazie, che di piacere facevano economie a cottimo. Così stendevano seni prosperosi, disoccupate dalle campane a messa, che quando suonano fanno peccato certi lavori, occhio alle onde, in attesa. V’era anche per loro, gentile omaggio di zio e nipote, una parte del bottino, quello che andava consumato lì per lì, all’acqua di mare, prima che ne perdesse la linfa vitale, irrorato del succo di limone appena colto. Quella era incombenza mia di procurarne, sgusciante ad anguilla, nel furto all’albero d’oro del vescovo. S’era, il santo prelato, chiuso il giardino, per cristiana carità, di muraglione elevatissimo, con ferrei spioventi a dissuadere monellerie di esproriazione. Ma l’albero, blasfemo ed eretico, si protendeva un ramo carico di preziosi, oltre le puntute ferramente, che bastava l’elevazione del cassone di motoape di Turi il rigattiere, per socializzarne l’oro tra le foglie. Talora, immersi, sgusciava veloce la barca del signor Enzo, fiero di record, e lui sbiascicava a mezza voce – che aveva linguaggio dabbene in tutte le altre occasioni – l’improperio definitivo, che s’era fatto persuaso che lì su conoscessero il segreto della secca al largo, quella dove peschi cernie più grasse di Teresa, sospesa di petto alle ringhiere, nell’attesa del succo del riccio. Ne seguiva la scia sin verso dove l’occhio arrivava, poi, che l’inghiottiva la curvatura del pianeta, sommesso, riconquistava il fondale suo. E la griglia del pranzo mai rimase vuota, neppure di maestrale, libeccio o scirocco.

Ha telefonato anche ieri, che, prima mi chiede notizia specifica sul numero esatto di capperi d’una ricetta, – che il concetto di “una manciata” non gli pareva adeguato – quindi m’illustrò le dimensioni di una nave da crociera ancorata al centro del porto. Prima dragavano il fondale – mi ricorda – e alle banchine ci stavano pure quelle. Ora, al massimo, attracca uno yacht di lusso, o un peschereccio malfermo, tutta roba che pesca poco di chiglia. Poi, si cheta, smette di sbiascicare confusioni, riacquista rigidità semantiche: “Che io sono stato un coglione, – mi dice – con l’oro in bocca che avevo ad ogni giro di sguardo, mi sono consumato di lavori forzati. Ma tu sei più coglione di me, che pure lo fai, con l’esempio di quello ch’è diventato tuo zio”.

Vertigini

M’azzardo a dare consigli, che ci fosse chi li dà a me. Uno scarno scarno, che prima che vi mettete a leggere, andate in fondo e fate partire la musica, che almeno quella vi resta. Così leggete con quella di base che scappò detto a taluni, che quello che scrivo talora non si capisce. Ed è cosa che può essere, che non mi metto a centellinare parole come si deve. Mi scappa come mi scappa, di scrivere, intendo. Pure di parlare, talvolta. Che la trama me la cucio addosso, che non è tela di Penelope, è altra roba che non so. Scrivo che chiaro non sono manco a me, forse al me di dentro, che sempre vedo di definizione mai esatta e virtù sfuggita. Che lascio all’altro me – di fuori – la complicazione d’obbligo di parlar chiaro, che il fluire di parole a scopo è il pane suo, il mio m’è di nutrimento diverso. E quando scrivo mi scappano sghiribizzi, che s’affamano delle mancanze. Che penso a cose, mi scappa che penso al mare, che nel mare c’è tutto. C’è il viaggio, che il mare viaggia conto terzi, fermo non ci sta. Seppure ve ne state soli sullo scoglio, quello lo stesso si muove, vi concede la vista del mondo intero. Se lo porta dentro, e nell’onda che s’arrovella, pure di bonaccia, c’è universo che sobbolle.

Vi riconoscete in quel viaggio definitivo, perché l’avete già fatto dentro, avete occhi per incontrarlo che già lo conoscete. Chi è di mare aperto, nato con la valigia in mano, migrante per forza, pure se va via sa che, quando se ne torna a casa, la casa fa questo lavoro qui, si sposta da un’altra parte, gioca con le attese, le speranze. Si culla dell’onda. Che non è una la casa che si riconosce al mare, ma è porta aperta sulla vertigine, si trasforma tutti i giorni che domineddio mandò sulla terra, giacché ogni porto che l’onda tocca è già casa. D’inverno, pare che si concede solo a chi ha occhi aperti sull’infinito, e lo ritrova sulla striscia dell’orizzonte. Taluni non sanno ch’esiste, oltre il tempo dedicato a voltargli le spalle, che occhi aprono di distrazione e a tempo, non sanno come aprirli. Con questi gioca, li caccia via, come mercanti dal tempio, si mette a far paura quando ha i cinque minuti. Mi sono persuaso che non voglia intrusi, quelli che occhi alla vertigine non ne vogliono avere. Il mare odia il tiranno, ch’è ponte definitivo e cerniera tra mondi, se li stringe tutti al petto, te li mostra ad ogni onda. L’orizzonte che s’apre all’infinito apre lo sguardo di dentro, gli dà sfogo. Che struggente apprensione mi creava, da bambino, la vista oscurata di cipresso a morto del Teatro Greco, concepito, da chi inventò filosofie, come trampolino di cuore per il balzo dell’occhio verso l’oltre. Ostruito alla vista, a volontà vigliacca del luttuoso nero ch’aggrovigliò il paese, né mai andò via davvero, l’oscena cortina a questo serve, a togliere fantasie, che se guardi oltre, c’è il rischio che pure il pensiero ti corre in quella direzione. C’è il rischio che t’avvedi delle porte aperte, della mano tesa, dello sgusciare del mondo, t’avvedi che non appartieni che al nulla, dunque sei del tutto che vortica d’intorno, sei tu il tutto che vortica d’intorno. Pilu Rais, con la barca lontana di scoglio quando azzurro s’arriccia di bianco, se occorre, conosce la strada per conquistare l’aperto assoluto, e scandaglia di sensi l’abisso, che creature d’argento offre al desco di chi sa attendere. Tempo e mare confliggono di scontro definitivo, l’uno che dell’altro non si cura, l’altro s’acciglia dell’attesa. Il mare questo fa di mestiere, che ti porta genti che hanno storie da raccontare, e se hai una certa qualità dell’anima, ti metti lì e le ascolti, tendi la mano, diventi gente che ha storia da raccontare. Se vivesti nella paura, che mai hai rivolto sguardo all’infinito, il racconto t’angoscia, sostituisci all’orizzonte il rassicurante filare del cipresso, la banchina a cemento, il fortilizio inespugnabile, a difesa del nulla di cui ti sei vestito, schiavo per sempre, con bende a occhi, cuore mutilato.

Del tempo ne rimane

Che ormai manco me lo sento di dire “io” quando non ho minuti per grattarmi la testa. Che io non ci sono portato a non avere tempo, non è cosa mia. È quell’altro me che s’affanna senza soluzione, pure mi coinvolge, senza pietà, che dice che da solo non gli pare giusto, che devo dare contributi. Poi, sotto sotto, lo so che manco lui c’è portato, ma pare non se n’avveda, s’arrabatta su tutto. Niente tralascia. Glielo ribadisco, l’imploro, lo supplico, talora, di lasciare perdere, di starsene buonino, che altre cose abbiamo da fare, ben più importanti. Niente, da quest’orecchio non ci sente.