Le formiche

Ma che siamo noi, che siamo?… Formicole che s’ammazzano di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo. In fila avant’arriere senza sosta sopra quest’aia tonda che si chiama mondo, carichi di grani, paglie, pùliche, a pro’ di uno, due più fortunati. E poi? Il tempo passa, ammassa fango, terra sopra un gran frantumo d’ossa. E resta, come segno della vita scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena o figura.” (Vincenzo Consolo)

Che a festa finita, vacanza esausta, questo ci resta, che è condizione di formica, ad accumulare cose conto terzi, manco per regina però, che, ricca e spietata, almeno pare ha istinto materno, financo progetto di conservazione della specie. Peggio di formiche, a finire sotto tallone, non per fine d’occasione di passeggiata distratta d’altro grande e grosso, ma tallone sempre è in testa che manco lo senti più a consapevolezza, però fa male uguale, e padrone di tallone fece suo progetto di estinzione di massa di sua stessa specie per puro godimento. Che per quello pare che lavoro di moltitudine sia a sfrutto e basta, con contrattualizzazione per bava alla bocca ed insofferenza in permanenza. Che mai fu colpa d’alto rango, sempre d’ultimo peggio che noi che è a maggior patimento. Che c’è tanti che sperano per rientri a routine che di vite spente fanno a riempimento di fatica che svuota idee. E non s’avvede moltitudine di propria fatica per riempir granai che alta sfera gaudente usa sfrutto di braccia e di mente, pure magazzino stracolmo, per far guerra a cottimo, per far distruzione di natura a manca e destra, per decidere di destino di massa deforme e claudicante di pensiero a che viene peggio, che se c’è peggio quella più si piega a schiaccio di tallone per assuefazione definitiva. Ch’ebbe sensazione di consapevolezza solo a fatto di pubblico memoria di vacanza d’io con sfondo di meraviglia d’uno sopra l’altro su pagina di faccia libro e affini, quale surrogato di libero pensiero.

Rivolta sarebbe dire, so cosa sto facendo, so cosa mi fate fare, dire che pure per lavoro divento merce un tanto al chilo, ma ora lo so. Che se so, vertice di piramide è alto assai, ma si scordò di fare forte fondamenta di base per crollo tra un istante. Rivolta è dire che ultimo è con ultimo e più ultimo assieme qual fratello, e far da piedistallo ci venne un po’ a noia, che c’è a scostamento improvviso di tutti a medesimo tempo per crollo di piramide, di busto impomatato.

L’artista

Tu vedi un blocco,
pensa all’immagine:
l’immagine è dentro
basta soltanto spogliarla.

(Michelangelo Buonarroti)

Conobbi e, c’è seria probabilità, conoscerò, artisti d’ogni fatta e luogo, geniali modellatori di materia, capaci di plasmare immagini, suoni, opere ed omissioni, a creare capolavori d’espressione elevatissima, talora concettualmente indecifrabili che non rinunciarono a profondità in luogo di comprensione. Ma è memoria mia, pure se ormai a scarsa frequentazione nella sua opera integra, che ve n’è uno che non seppe giungere secondo, e che quel tal secondo alle sue spalle, parve, ancorché illuminato, dover guardar lontano quel primo sopra tutti.

Me ne avvidi d’opera a tratto di costa a semi abbandono, ch’è di quelli ormai radi che per tutela antica non violata fecero divieto di soggiorno a chiasso inconsulto financo a giorno d’intorno a grande festa d’estate. Che è artista unico ed irripetibile, che trasporta opere ad esposizione millenaria, modella legno e roccia, rimuove rena e la lascia a dimensione altra, la spiana e l’accumula ad aiuto di vento.

Che non s’avvede che relitto è scarto, ma ne riarticola posizione e forma, ne liscia il contenuto intimo, lo scava e lo proietta a dimensione di bellezza autentica, lo staglia ad orizzonte che spettatore veda, a forma di contrasto di vertigine, perfezione di sua struttura imperfetta. Liscia semi, barcolla frammento, leviga giunco, infilza albero, smotta la pietra e il sasso rotola e si smussa, financo coccio di vetro diviene miracolo di gioielleria che mercante da dietro banco non s’approfitta che pare furto esporre opera raffinatissima di levigatura d’anno dopo anno. E io, ancora bimbo, ebbi facoltà di vedere musei su musei di detto artista, a costa strapiena, che distanza impediva asfaltatura di nobile esposizione e Bagno un tanto a chilo, peggio, a cottimo di servizio a plasticume dorato, non sostituì l’Expo universale di meraviglia autentica. A ruspa non era ancora concesso spazio, per lido di lindo fiammeggiante, che non v’era necessità di spazzare via tutto per fare spazio a grande cantante da ritmo ad osanna, con testi scritti a sapienza d’antica conoscenza di regola aulica di lingua e ricchezza di vocabolario, che solo con cotale sapienza, a sapere di tutto a poesia, si può evitare la stessa per concepimento di verso a regressione ad infante e mugugno gutturale, senza tema d’incontrarlo a scherzo di caso.

Agave

O rabido ventare di scirocco
che l’arsiccio terreno gialloverde
bruci;
e su nel cielo pieno
di smorte luci
trapassa qualche biocco
di nuvola, e si perde.
Ore perplesse, brividi
d’una vita che fugge
come acqua tra le dita;
inafferrati eventi,
luci-ombre, commovimenti
delle cose malferme della terra;
oh aride ali dell’aria
ora son io
l’agave che s’abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d’alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;
e nel fermento
d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento.
” (L’Agave sullo scoglio, Eugenio Montale)

Non è cosa della mia terra, viene d’altra parte del mondo e fa combriccola festosa con palmette nane e fichi d’india, che pure questi ultimi non ci nacquero qui da generazione antica. Ma ci stanno, non fanno chiasso, si riuniscono a far banda, che quasi nessuno li scorge, ma tutti assieme fanno simbolo se li guardi da lontano. Che non c’è barbarie a farsi fratello e sorella d’altri, non c’è scompenso in certe occasioni, che talora ti dimentichi di diversità. Che si fanno, anzi, a corale perfetta, che ciascuno suona suo bellissimo strumento, come musica d’insieme che non fa pecca di stonatura. E ne ho prove altre, che una ve la riciclo di sgambescio, che m’aggrada assai, pure ne feci a iosa di questi tempi, mentre altri a perfezione di padre matria, o madre patria, a che sollucchera di più, s’appigliarono per leva su viscere contorte che su plausibile presunzione di possesso d’anima e ragione, a far dell’uno contro tutti, arma perfetta a vittoria singola contro ultimi tra gli ultimi.

“D’Arlecchino apprezzo la condizione patchwork, di tutto insieme. Mi ricorda, così lontano come sembra, nel tempo e nello spazio, certi piatti siciliani, da cui si desume che tempo e spazio siano invenzioni fallaci. La Sicilia, Trinacria, tripartita, triangolare, trilaterale, triste e tribolante è, infatti, essa stessa patchwork, “più di una regione” diceva Sciascia, fa continente, aggiungerei, con quel tre reiterato (ne tralascio i riferimenti alla perfezione, non sarei al di sopra d’ogni sospetto, tanto meno ne sono convinto) che è somma del primo pari e del primo dispari, dunque del tutto e del contrario di tutto. Che luttuoso lusso esservi nato. E la sua cucina ne è l’archetipo illustrativo, la quintessenza del Meltin Pot, che ingloba colori, sapori, odori, senza lesinarne e tralasciarne alcuno, rinunciando così al gioco barbarico ad esclundendum. Ma c’è un piatto la cui composizione ne seppellisce ogni altro, non solo per la sua natura complessa ed articolata, dunque non banale, ma perché richiede tempi lunghi di realizzazione, lentezze gastronomiche che riconciliano al gusto dell’attesa e rendono la festa finale una sorpresa vertiginosa; è un piatto internazionalista, quasi un’anticipazione castro-mao-guevarista d’un movimento di emancipazione planetaria che parte molto dal basso, dalla terra addirittura, anzi, da ogni terra sparsa per il globo, cui attinge senza pregiudizi preculturali, senza curarsi di barriere, dogane, frontiere; è piatto libertario, giacché non ve n’è una ricetta unica, diventa scuola di pensiero; ciascuno può, sulla base d’una vena creativa personale, renderla propria ma senza mai esserne davvero esclusivo detentore giacché il gusto della condivisione alla fine prevale su qualsiasi tendenza edonistico-egoistica; ed infine, è piatto di memorie e storie antiche, che si rincorrono e riemergono, come in un fenomeno carsico, nella natura policromatica di chi le ha tramandate: è la “caponata”. Sulla provenienza esotica di certi ingredienti senza i quali non è tale, pomodori e melanzane, solo per citarne un paio, soprassiedo, se ne stenderebbe un trattato geogastronomico troppo vasto.
Si comincia, con calma, a soffriggere dadini di sedano, carote e cipolle – non troppo piccoli, nemmeno particolarmente spessi – in olio extra vergine di oliva. Ora, so che taluni preparano il soffritto in qualche olio di semi, ciò che non capisco è come mai non sia proibito dalla legge. Invece, per chi possiede consapevolezze acquisite e non soffre di palati prelogici, la scelta sarà semmai tra quali oli d’oliva. Ci sono certi oli toscani e liguri meravigliosi, solo peccano di eccessi di protagonismo, preferiscono stare al centro dell’attenzione e meritano il pulpito; difficilmente li si può costringere ad essere comprimari, piccanteggiano il tutto d’intorno, finiscono per sgomitare, scavalcare la fila. Meglio un olio d’oliva siciliano, capace, se occorre, di accompagnare, mantenendosi leggermente defilato, propone delicatezza di trattamenti ma esprime forza e volontà di mantenersi integro nel calor bianco, insomma, non fa “scruscio”. Poi, non appena il battuto cubico comincerà ad acquisire vaghe consistenze e dorature da oreficerie raffinatissime, si aggiungono olive nere (denocciolate, se ci tenete a molari e premolari), capperi (meglio quelli piccoli e vagamente selvatici, sotto sale o in salamoia, appena scrollati), ed un paio di cucchiai di stratto, non di estratto di pomodoro, di “stratto”. Al limite usate pure il secondo poiché il primo è difficile da reperire. È una salsa di pomodoro molto salata che abili mani lasciano essiccare ai più feroci dei soli agostani del Mediterraneo, cosicché, mentre raggiunge consistenze da pasta dentifricia, si avviluppa dello iodio e della umida salsedine dell’aria, per poi finire in barattolo, ricoperto da un sottile film di olio. Poi, rifiorisce in cottura, attribuendo all’insieme sapori forti e contagiosi. Un bicchiere di bianco vellutato e dalle opportune corposità, preferibilmente fatto con l’uva e non di miscele di bisulfiti (ve ne sono di ottimi nella Sicilia Occidentale – di vini intendo, non di bisulfiti -, ma anche quelli friulani e tirolesi si prestano allo scopo, peraltro proponendo ulteriori contaminazioni mai così ben accette, e poi, bervene un bicchiere, ghiacciato, si intende, accompagna bene tutta la lenta preparazione). Quindi un goccio di aceto di vino bianco, un pizzico di peperoncino rosso, e due grossi cucchiai di miele di timo o di salice degli Iblei, e sulla provenienza di questo non transigo: “da una parte la siepe di sempre dal vicino confine, succhiata dalle api Iblee nel fiore del salice spesso t’inviterà ad entrare nel sonno con il lieve sussurro” (Virgilio, V Ecloga). Il miele, rilasciando gli effluvi profumati di impervie balze calcaree battute dal sole, risuonerà di poesie arabe e racconti da “Mille e una notte”. Ancora un po’, e il ricco connubio riuscirà a maturare il proprio sacro convincimento di sapere – e potere – stupire. A parte avrete soffritto, ciascuno nella sua padella, per consentirne perfetti e diversi tempi di cottura che preservino le giuste reciproche croccantezze, dadi di melanzane e strisce di peperoni rossi, preferibilmente a cornetto. Per qualche minuto fate andare a fuoco lento tutto insieme con un mestolo di salsa di pomodoro ben ristretta e, poco prima che tutto abbia fine, una pioggia abbondante d’un trito di prezzemolo, basilico e qualche foglia di menta, perché cromatismi e profumi freschi stemperino certe asperità. Provate di sale e lasciate riposare, anche per ventiquattrore, tanto vi verrà senz’altro riconosciuta la fatica dell’attesa. Consumatela meglio fredda, accompagnandola con del Nero d’Avola (in abundantia) e, sotto, jazz, giacché da quelle parti si improvvisa, che è poi il talento vero di quel vate che per primo servì caponata ai suoi ospiti.” Che non dubito venissero da ogni parte del globo terracqueo su barche sgangherate e sommo desiderio di convivio.

Il grande trogolo

Che a far alleanza a dire io si, quello no, a far guerra ad oltranza che c’è quella che morto ammazzato pare giusto pure se bimbo, altra non tanto, qualcuna speriamo, che a far faccia cattiva ad ultimo arrivato ad aggrappo di scoglio e molto di porto salvo, siam tutti bravi a sfare. Che a me, d’infinita stanchezza, manco a scrittura mi viene a dettato, che ripiglio ciò ch’è stato, che tanto avrei scritto pari pari uguale quello. “La verità, voglio dire, non rischia niente a passare per un periodo di abbiezione: non il suo avvenire e nemmeno la sua gioventù. Quello che non deve mai venire meno è il nostro sforzo di intrattenerla, comunque, tra noi uomini.” (Elio Vittorini)

“E giunse il tempo che desiderio di vertigine m’appare solo a sistemar chiappe a scoglio comodo, a favor di tenue brezza di ponente. Lì c’è posizione di sguardo ad altro tempo che andò via a rapidi scivolamenti. Che feci collezione di pergamene e titoli a ceralacca, di timbri e pacche sulle spalle, inchiostri di stilografica raccolsi. Mi avvidi di saggezze elevatissime di fini accademici, sagaci elucubratori di teorie d’avanzo, e professori mi professarono vie salvifiche di conoscenza. Capitani coraggiosi m’imbellettarono narrazioni d’autentico infinito di profondità, e preti e frati e paternostri m’illuminarono d’incenso, mi deliziarono d’omelie un tanto al chilo, pure in odore di santità mi parvero audaci pescatori di ghiozzi a tendenza d’eversione. Le madame dorè, le miti volontarie di misericordia, e signori dabbene di circolo esclusivo, di fatta impeccabile doppiopettata e profumo millefiori, mi fecero di sé modello esclusivo e beato. Arguzia finanziaria mi trasmisero autentici scienziati di doblone, ed a cure immaginifiche mi sottoposero per trattamento di deviazione.

Che però nacqui storto e storto rimasi, pur se mi sdoppiai a far finta d’assecondo. Che ora, a fase due, non m’è dato di adeguarmi all’immane trogolo di carni e sangue di sacrificio a conforto per Marte e Atena. Che però appresi di non apprendere, pur se assorbii finale convincimento che nemmanco le dame di San Vincenzo riusciranno a far del bene, ch’esse mai seppero cos’è la vita, che imbracciano sotto coscia, ad occulto, mitra e bomba. Ch’io tutto imparai da puttane senza protettore, a quartiere miserabile dove misi dente da latte, e che, accademia autentica di bellezza, fu soffocato a rango di supermarket per saccheggio conclamato, con reparto d’onnisciente mammasantissima. Pure imparai da lambretta smarmittata di venditore di granchio per cattura a pietra celeste, da pazzo con canottiera su cappotto e camicia avvoltolata in testa, per posto a cappello in mano, a buco tappato per dammi cento lire, ci hai ‘na sigaretta. Che mi venne ad aula di lezione autentica osteria perduta, di abitanti a perenne nostalgia di bicchiere pieno, e vecchio compagno che s’accompagna a miserabile scarpa rotta, pantalone logoro e mano di calli e calce viva, curvo di schiena ma mai domo a dir di padrone peste e corna. Pure non fu capace di sopravvivenza a quello, nemmanco per saggezza di mutua a scarso d’assistenza e forse per cicatrice di manganello per protesta di contro legge. Che imparai dinamiche sofisticatissime d’universo da lavandaia a tempo perso, balia asciutta e odor di varechina. Altro seppi da pescatore silenzioso a barca a puzzo di cherosene e sangue di pesce raffermo, con ruga che solca il volto quale fiume di sale e fatica di sole. Che nessuno dei secondi ebbe allora a far mai guerra a tal altro, mai tirò indietro la mano a soccorso per chi vien dopo. Pure, a gengie sfatte, non smisero a riso per bimbo che passa, ch’io mi ricordo – che a denti non m’ero provvisto ancora – di tali sdentature di pace, ora che vedo biancheggiare nobili fauci di squali.”

Rotta altrove

Gettato sull’erba vergine, in faccia alle strane costellazioni io mi andavo abbandonando tutto ai misteriosi giochi dei loro arabeschi, cullato deliziosamente dai rumori attutiti del bivacco. I miei pensieri fluttuavano: si susseguivano i miei ricordi: che deliziosamente sembravano sommergersi per riapparire a tratti trasumanati in lontananza, come per un’eco profonda e misteriosa, dentro l’infinità maestà della natura…” (Canti Orfici, Dino Campana)

Qualche volta bisogna fare rotta altrove, che un sabato d’agosto il mare non è tale, pare cittadella presa d’assalto e si fece altro ad attendere tempi migliori. L’altopiano, invece, sulle guide non c’è, non c’è bagordo che l’accompagna. Mi sono fatto decine di chilometri e non incontrai nessuno, che presenza umana invece è dappertutto, in dedalo infinito di muro a secco, pietra su pietra strappata alla terra resa fertile.

Quadrati, rombi, trapezi, cerchi ed ovali, che raccontano storie d’antiche enfiteusi, maggesi, di padri che lasciarono un fazzoletto di terra ai figli che lo lasciarono ai loro. Antichi abituri che non smisero mai d’essere abitati, che di destinazione d’uso fecero gioco bislacco, financo sepoltura di vassallo d’Eblon divenne chiesa di Bisanzio, tombe si fecero magazzini, ovili, abitazioni di chissà quante genti da mille mila anni per bagaglio d’ampia fantasia a necessità impellente. L’intarsio è roba di ordito intricatissimo, d’eleganza somma, sguardo di vertigine si spinge sinché ce n’è. E poi, d’improvviso dicchi e pieghe della crosta, per irrequietezza di mantelli incandescenti, di sommovimenti terribili, pure strapiombi infiniti, dove le acque gelide di fiumi si fecero e si fanno strada a scavare tane per trote, volpi, ghiandaie e biacchi iridescenti. C’è comanda di silenzio e pure il sole picchia con cautela, da leggera brezza si fece persuadere a non farsi calor bianco, che il maestoso carrubo, l’ulivo saraceno secolare, un gelso di frutti maturi, comunque, vigilano che creature abbiano ombra a sufficienza. Financo il Pino d’Aleppo, spilungo e sghembo, s’affaccia a bastione calcareo, fa capolino oltre il sughero di quercia, tra cento anfratti che nascosero velli d’oro e trovature in fondo ad arcobaleno. L’asfodelo richiama avi a perdersi di memoria, che pare tutto ingresso a terra di Lotofagi, che smarrisci tema di ritorno. Quella è terra delle fiabe, terra d’apparenza sola, che di colori si fece tavolozza densa, e non si curò che di chi ne seppe cogliere l’indispensabilità d’ogni cromatismo.

Il prezzo giusto

… oggi nessuno si scandalizza, la società ha trovato dei modi per annullare il potenziale provocatorio di un’opera d’arte, adottando nei suoi confronti il piacere consumista.” (André Breton)

Sergio Poddighe è un amico, di lui, delle sue cose avevo già parlato qui, pure qui. Abbiamo fatto cose insieme, abbiamo riscoperto le nostre siculitudini, siciliani di mare aperto, con la valigia per un altrove, quel desiderio struggente di tornare, roba impertinente che si fa viva come un fenomeno carsico. Ma abbiamo pure giocato, anche coi nostri nomi, ch’io prestai voce ed armonica sgangherata a questa cosa qui di sotto che ha disegni immaginifici suoi.

Mi ha mandato un suo scritto, pubblicato su un suo social.

Sergio Poddighe, nel suo studio

Me l’ha mandato per e-mail, che io sono poco social. ve lo ripropongo ché mi piacque parecchio: “Se da un lato le visite ai musei ci mostrano un persistente interesse per l’arte, dall’altro assistiamo ad una fortissima resistenza a renderla propria. L’acquisto di un quadro, nella mente dei più, rimane prerogativa dei ricchi, magari ignoranti, ma capaci di investire. Tutti gli altri guardano all’opera d’arte come ad un oggetto inaccessibile. A mio parere, la colpa di questa impasse la si deve anche agli artisti: il valore in denaro che danno alla propria opera è quasi sempre esagerato. Con l’equazione “più lo prezzo, più lo carico di valore”, l’artista visivo ha trasformato il suo prodotto in un bene di lusso, rendendone più difficile sia l’acquisizione che la circolazione. Personalmente, se una persona di medio reddito viene nel mio studio desideroso di acquistare un quadro, cerco di fargli un prezzo ragionevole. Non si tratta di sminuire il valore dell’opera, ma di applicare due principi: onorare l’interesse verso il lavoro; rendere il manufatto artistico un oggetto accessibile. Ho gestito per un anno e mezzo una piccola galleria (esponevo solo opere altrui) e una frase ricorrente era: “questo quadro mi piace molto, ma non ho il coraggio di chiedere quanto costa… so già che non è alla mia portata”. Un pittore non dovrebbe tentare di vendere un quadro ad un prezzo che egli stesso non potrebbe permettersi. Un’inversione di tendenza aiuterebbe la crescita di tutti, accorciando la distanza tra chi ama l’arte e chi la produce.” (Sergio Poddighe)

Posto che sono d’accordo con quanto scrive Sergio, che ciò potrebbe apparire non autentica sorpresa – le persone si frequentano se c’è idem sentire, almeno da qualche parte -, mi va di aggiungere qualcosa, quale nota a margine d’una ricerca imperfetta, che è compito statutario di queste pagine mie. A premessa ricordo che certe avanguardie che fecero storia dell’arte furono più avvezze a frequentazioni di bettole che non di salotti buoni, pure m’è dato a sapere che espressioni elevatissime d’arte trassero ispirazione da privazione e non dal lusso. Tante esperienze di straordinaria bellezza sono finite in dimenticatoi cupi perché non si confrontarono mai in modo efficace con regole, non di bellezza e talento, ma di economie asfittiche e grigie. Oggi, l’artista che non fa scelta diversa da ricerche di prebenda, di curatele un tanto al chilo a prezzo d’oreficeria, di critico ad esaltazione per alzo quotazione, che non si fece sussieguoso ed accondiscendente con fatto di mercato e potente di turno, rimase invisibile. E mi preme dire a Sergio, ch’egli, che è artista di talento limpido, come altri (pochi, invero) par suo, e che fece scelta diversa, non avrà palcoscenico degno, sarà, come l’arte sua, confinata a poco, che c’è il mondo del valore di scambio che non consente che l’arte giunga a chiunque; lo spazio adeguato a che venga resa nota gli verrà precluso, verrà sottratto a lui, ma anche a tutti quelli che ne avrebbero tratto certo giovamento. Aggiungo, l’artista non è soggetto neutro, egli viaggia per il mondo, ne ha, in qualche modo, consapevolezza: dunque, se ritiene che la sua sia arte da grande prezzo pratica una scelta ideologica e nulla più. Egli aspira a vetrina e grande compenso per una ragione sola, perché egli ha, istintivamente, a prova provata di suo agire, un’idea altrettanto ideologica della società. Egli ama la gerarchia sociale, ama il doblone quale criterio di valutazione degli uomini, non è interessato a che la sua arte giunga al più ampio pubblico possibile, che dia un contributo critico alla lettura del mondo, sia di godimento a tanti. Egli aspira alle folle solo se fatte di pubblico pagante, al più in forma di claque al momento del suo ultimo vernissage. Sarà artista costui? Forse si, ma la bellezza è un’altra cosa, non è roba esclusiva. Per quanto mi riguarda questi rimarranno solo mercanti, che vendono la propria arte non perché è bella, ma perché vale un gonfio conto in banca.

Sgomberare

Guardò il mare e capì fino a che punto era solo, adesso. Ma vedeva i prismi nell’acqua scura profonda, e la lenza tesa in avanti e la strana ondulazione della bonaccia. Le nuvole ora si stavano formando sotto l’aliseo e guardando davanti a sé vide un branco di anatre selvatiche stagliarsi nel cielo sull’acqua, poi appannarsi, poi stagliarsi di nuovo; e capì che nessuno era mai solo sul mare.” (Ernest Hemingway – Il vecchio e il mare)

Pure io, che non sono vecchio quanto quell’altro al calar di lenza e assai meno d’esperienza sul campo pure, detto a scanso di natali, mi convinsi che a mare solitudini non abbiamo mai a patirne. Dunque, mi sovviene, che ad affastellarsi l’uno sull’altro è cosa che rasenta qualche strana afflizione, che non è a scaccio di solitudine, piuttosto sorta di fobia d’isolamento, che se non fai a branco non ti viene destino d’essere senziente. Ti pare che a moltiplicare te stesso nella moltitudine d’uguale un tanto al chilo, d’arma di pari identità, che fu scudo di sdraio o lancia in resta d’ombrellone, pure a convinzione certa d’avere servitor fedele che ti reca sacro bibitone a color vago di naturale, assai più probabile di derivazione ad estrazione precisa di trivella petrolifera, t’è a far di cacciata definitiva di solitudine. Che mi feci persuaso di detta cosa ad osservare in lontananza orda di assembramento a fetta di rena che l’altra apparve libera di buona parte, pure sgombra fu erta scogliera e basso scoglio.

Ora, è a mia ammissione che detto comportamento di massa, ancorché non sia da vecchio lenza armata per pesca di grosso pesce, ma neppure mio per ossequioso adeguamento, mi sconfinfera di molto, che è tale che lascia ampia veduta d’apparente compagnia esclusiva di mare a me soltanto a tratto grande di riva, dunque ben venga. Ma mi viene a giudizio di pensiero che cotale massa, non edotta di mia idea – che è cosa probabile assai a evidenza che io son nessuno – farebbe meglio ad affastellarsi a piscina da parte altra, che a bordo di tale è certo ci s’affratella assai di più, a strettume ci si fa sardina d’artificio, ci si riscopre ad identità più chiara di condivisione. A detto agire massa stessa non lascerebbe così passaggio libero che io raggiunga con facilità non agorafobica baretto per caffettino di prima mattina in cima al paese, senza slalom proibitivo e gesto atletico indicibile tra stuoino e tamburello?

Uomini e uomini

Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso,
Ogni uomo è un pezzo del continente.
una parte della Terra.
Se una zolla viene portata via dall’onda del mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un promontorio le mancasse,
o una dimora amica o la tua stessa casa;
ogni morte d’uomo mi diminuisce,
perché io faccio parte dell’umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi
suona la campana; essa suona per te.
” (John Donne)

Che più che isola che non c’è paremmo arcipelaghi di scogli lontani ed irraggiungibili, che non c’è rotta a congiungerli, nemmeno casualità di deriva pare possa creare comunicazione.

Ed altro non aggiungo che ormai pare tardi a parlare d’umanità perdute, d’odio, indifferenza dinnanzi alla brutalità dell’agire, al voltare lo sguardo altrove mentre un uomo muore per mano d’altro uomo. Non è questo forse agire d’uomo? Che la bestia mai fa uso della brutalità senza un fine che ha a sfondo la sua stessa vita. Faccio d’altro parola mia, ch’egli ebbe a scriverlo assai meglio pure di quanto io possa avere a pensiero.

“L’uomo, si dice. E noi pensiamo a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, e a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo all’offesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche a tutto quello che in lui è offeso, e ch’era, in lui, per renderlo felice. Questo è l’uomo. Ma l’offesa che cos’è? È fatta all’uomo e al mondo. Da chi è fatta? E il sangue che è sparso? La persecuzione? L’oppressione?

Chi è caduto anche si alza. Offeso, oppresso, anche prende su le catene dai suoi piedi e si arma di esse: è perché vuol liberarsi, non per vendicarsi. Questo anche è l’uomo. (…) Ma l’offesa in se stessa? È altro dall’uomo? È fuori dall’uomo?

Questo è il punto in cui sbagliamo.

Noi presumiamo che sia nell’uomo solo quello che è sofferto, e che in noi è scontato. Aver fame. Questo diciamo che è nell’uomo. Aver freddo. E uscire dalla fame, lasciare indietro il freddo, respirare l’aria della terra, e averla, avere la terra, gli alberi, i fiumi, il grano, le città, vincere il lupo e guardare in faccia il mondo. Questo diciamo che è nell’uomo. (…)

Ma l’uomo può anche fare senza che vi sia nulla in lui, né patito, né scontato, né fame, né freddo, e noi diciamo che non è l’uomo.

Noi lo vediamo. È lo stesso del lupo. Egli attacca e offende. E noi diciamo: questo non è l’uomo. Egli fa con freddezza come fa il lupo. Ma toglie questo che sia l’uomo?

Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! O uomo!

Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lagrime? Ecco l’uomo.

E chi ha offeso che cos’è? Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo.” (Uomini e no, Elio Vittorini)

Vicoli

A certe ore del giorno, di domenica assai più facile, quando c’è tale caldo che non ti fa fare passo alcuno senza ansimo, che pari pesce fuori dall’acqua, c’è quel silenzio che di frenesie estive fece come la scolorina su vecchi fogli. Non c’è vicolo che non paia rivestito d’ovatta, scalinata desertificata, nemmeno dalle poche case abitate si sente arrivare suono alcuno. Un po’ di suono ve lo do io, d’accompagno per il resto.

Per complesse ragioni che mi viene a certezza non rappresentano interesse vivo per chi si trova qui ed ora, mi tocca di attraversarne tanti di vicoli, stradine scoscese, scalinate ripide e lucide d’usura. Fortuna volle che il tragitto è tutto in discesa, che è cosa miracolistica che ho sempre avuto pensiero che tutte le strade qui fossero in salita, a prescindere da versi di percorrenza. Graziato dal Dio della gravità che di fiato non mi fece richiesta ad usura, feci a passo di relativa sveltezza rimanenza di mio viaggio. Ma che bellezza che il viaggio fu di esplorazione autentica, pure se a tale percorso sono aduso per percorrenza di mille mila volte. Il silenzio è magnifico cicerone, guida di turismo impeccabile, che non è ad assillo con ti spiego questo, ti spiego quello, che senti suono di casa antica e diruta come se ti parlasse, d’architrave sbilenco t’avverti di racconto di suoi pesi, di intonaco su intonaco, a scrostarsi a turno, di portone divelto e a scricchiolio pure di leggera brezza, ci s’addivede che c’è novella da narrare pure per loro. Mi feci a capo cosparso di cenere che non ebbi ad accompagno macchina fotografica, che mi tocca di riciclo d’immagine di medesimo tragitto ad occasione e stagione altra.

A mezza costa, a meta quasi giunta, a caviglia e ginocchio ancora a reggenza discreta, ci fu targa che mi disse di natali lì di tal poeta aulico, che mi venne a mente sua poesia, che forse egli ancor bambino visse medesima esperienza.

Mi richiama talvolta la tua voce,
e non so che cieli ed acque
mi si svegliano dentro:
una rete di sole che si smaglia
sui tuoi muri ch’erano a sera
un dondolio di lampade
dalle botteghe tarde
piene di vento e di tristezza.

Altro tempo: un telaio batteva nel cortile
E s’udiva la notte un pianto
Di cuccioli e di bambini.

Vicolo: una croce di case
Che si chiamano piano,
e non sanno ch’ è paura
di restare sole nel buio.

(Salvatore Quasimodo)

Ho preso vento, tempesta e spavento

Che se passi giorno a tortura di disbrigo pratiche, con lotta ad ultimo sospiro con burocrate vario, a caldo che pare forno acceso, ti viene voglia d’altra stagione, che io quella riciclo.

“D’altro me talora faccio a meno, ch’egli è impelagato, quale Atlante, a sostenere destini del mondo, che così pare s’è convinto, che non sposta virgola, nemmeno a pareggio gioca partita, meglio sarebbe facesse briscola pazza, con risultato a perdere. Pure si scorda che c’è orizzonte a merito d’esplorazione e visita, che a convincimento non gliene avviene, o se pensiero lo sfiora, d’abnegazione si fa reietto. Vado di musica a parziale conforto.

Che talora, fortuna volle, si distrae, si fa dimentico di mission impossible, e io approfitto per lusso autentico di scivolamento a sud, dove lo scoglio si espone a schiaffeggio, per vento, tempesta e spavento, che il mare regala a testimonio di sua vita.

Non capitò giorno a fuori stagione che la distesa non rizzasse pelo a schiuma alta, non si facesse a dispensario di sale ad ogni angolo, pure con bufera ad ausilio. Che ci fu, dapprima, sgomento per reiterarsi di gesto, poi sublime approvazione, che calma piatta appartiene a turistume di fine settimana, è da bum bum su spiaggia appinguinata, non certo è ricomposizione di genia antica, abbraccio di vertigine. E mare e cielo si confondono in tutt’uno a color di piombo ed azzurro, ad inseguirsi per forma d’arabesco raffinatissimo e cangiante, disegno appare d’argento e oro, talora, a sbirciar di sole tra coltre di nuvola, sale e rena levati da libeccio, a screzio di rosso che pare sangue di mille mila anni. Cornice vi fu di suono antico, voce di sirena, ululato di lamantino, gemito di gabbiano, brontolio di tuono. Odore c’è di posidonia a far da piatto ricco mi ci ficco ad uccello di ventura.

Che al largo cima di barca non s’arrende a deriva, getta prua a decisione contro fortunale per approdo a sicurezza, che tien di conto pure che quello non arriva con scialuppa armata all’evenienza, occhio al cielo per pietà di porto salvo. Chiglia racconta storia d’abisso tormentato, è memoria d’uomini e uomini che ad abbraccio resero omaggio a sfango di pelle. Che ora è a giubilo se taluno verifica che il mare è abisso di profondità inesplorato, si fa cibo per pesce che splende a ristorante a tutto firmamento per proclama di superiorità del cannibale ad urlo di “a casa loro”.’

Radio Pirata 43 (tempi moderni versione vintage)

Radio Pirata torna a numero 43 per versione vintage che pare ritorno a passato che duca-conti, cavalieri e amazzoni ammazzano draghi. Ma Radio Pirata, a non smentire autonomia (ch’è cosa d’attraverso autentico di suo conduttore, a chi vuol intendere intenda) non fa tifo per carnefice di certo, nemmeno si strappa di dosso cenci laceri per vittima, piuttosto vi da musica di grande portata che se non è a sentire questa vi meritate quello che vi passa a tempi d’oggi il convento.

Rifare tutto. Fare in modo che tutto diventi nuovo; che la nostra falsa, sporca, tediosa, mostruosa vita diventi una vita giusta, pulita, allegra, bellissima. Quando tali idee, latenti da tempi immemorabili nell’animo umano, nell’animo del popolo, infrangono le pastoie che le incatenavano ed erompono come un tempestoso torrente, finendo di abbattere dighe, facendo crollare superflui lembi di argini, ciò si chiama rivoluzione. In modo più o meno moderato, più mitigato, si chiama rivolta, sommossa, rivolgimento. Ma ciò si chiama rivoluzione.“ (Alexandr Alexandrovič Blok)

Basta con le verità da un soldo.
ripulisci il cuore dal vecchiume.
Le strade sono i nostri pennelli.
Le piazze le nostre tavolozze.
Non sono stati celebrati
dalle mille pagine del libro del tempo
i giorni della rivoluzione!
Nelle strade, futuristi,
tamburini e poeti!
” (Vladímir Majakóvskij)

…’Signore Iddio! Sentite la voce dell’innocenza! Il re è nudo!’ – esclamò il padre: e l’uno venne sussurrando all’altro quel che il piccino aveva detto. ‘Non ha niente addosso! C’è là un bambino piccino piccino, il quale dice che l’Imperatore non ha alcun vestito addosso! Il re è nudo!’ ‘Il re è nudo!’ – gridò alla fine tutto il popolo. L’Imperatore si rodeva, perché anche a lui sembrava veramente che il popolo avesse ragione; ma pensava: ‘Qui non c’è scampo! Qui ne va del decoro della processione, se non si rimane imperterriti!’” (Hans Christian Andersen)

I due gringo dedicarono gran parte della loro vita agli affari di banca che, come è noto, si possono affrontare in due modi: o facendo il banchiere o il rapinatore. I due gringo optarono per la seconda possibilità, perché, in quanto gringo, avevano nelle vene un puritanesimo che li faceva restare fermamente legati a certi principi etici.” (Luis Sepulveda)

Lunga vita ad Eric Burdon e ridateci Daouda, per favore.

A non sprecar tempo

Esiste una specie di morti viventi, di gente banale che a malapena ha coscienza di esistere se non nell’esercizio di qualche occupazione convenzionale. Portateli in campagna o imbarcateli su una nave e vedrete quanto si struggeranno di nostalgia per il lavoro o il loro studio. Non sono mossi da curiosità, non sanno abbandonarsi alle sollecitazioni del caso, non provano piacere nel mero esercizio delle loro facoltà, e, a meno che la necessità non li incalzi minacciandoli con un bastone, non muoveranno un dito. Non vale la pena di parlare con gente simile: sono incapaci di abbandonarsi alla pigrizia, la loro natura non è abbastanza generosa; e trascorrono in una specie di coma le ore che non sono applicate a una frenetica furia di arricchirsi.” (Robert Louis Stevenson)

Il mare frenesie non ne vuole, pretende attese. La lampara che corre lungo la costa di notte è capace di rimanere senza una sardina per gran parte del tempo. Poi, a che la pesca pare finita, si riempie di seppie. Quindi l’attesa non fu mai tempo perso, che quella va impiegata bene, non può essere giocata come fatto inutile.

E nell’attesa si consuma la consapevolezza che qualcosa è ad accadimento, pure se non è certo, dietro l’onda ci sta che c’è. Pare, l’attesa, messa lì a bella posta a riflessione sul tutto, che è vuoto che si può riempire. Il pieno a colmo di spazio e di tempo è già finito, non va oltre ciò che è stato, non accetta evoluzioni altre. Il vuoto è desiderio, è sorpresa di scoperta per ogni cosa possa colmarlo un poco. È insegnamento di mare questo, che mare è immenso vuoto a certe ore, tanto che non se ne vede confine autentico. Ma è pieno d’ogni attesa, pieno d’ogni ricchezza solo se ne voglia prendere quello che ci tocca. E ci tocca quello che siamo riusciti ad aspettare, che non ci venne a sottrazione d’impazienza. Forse nemmeno arriva altro che quella vista, che è già tutto, pure gratis, non si paga niente per vederla.

Il viaggio di Alice

È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo… La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.” (Fernando Pessoa)

È iniziato il viaggio di Alice, proseguirà ancora a lungo, per qualche mese, sino all’autunno.

Avevo parlato dei ragazzi di Immagina che l’hanno realizzato qui, ma anche di come si sviluppa, della loro particolarissima rivisitazione, degli artisti che hanno voluto viaggiare con loro, invece qui.

È viaggio antico e moderno insieme, viaggio di riscoperta, collettivo. Ve ne faccio semplice reportage, ad ovvio accompagnamento di musica (è sopra, fatela partire mentre vi fate ‘sto viaggetto surrogato, e se ve lo perdete dal vivo peggio per voi).

Confederazione a perdere

Credere di essere “uno” che fa parte a sé, staccato dall’incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione, peraltro ingenua, di un’unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot ed il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto nella confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io sposta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione. Forse, concluse il dottor Cardoso, dopo una paziente erosione c’è un io egemone che sta prendendo la testa della confederazione delle sue anime, dottor Pereira, e lei non può farci nulla, può solo eventualmente assecondarlo.” (Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira)

Ad essere possessione di confederazione d’anime io non mi sottraggo, pure come farei ad essere contraltare di pensiero di siffatta elevatissima teoria? Ne riconobbi financo alcune di dette anime sin da che ebbi facoltà d’intendere e volere, che m’ero appena attrezzato di denti da latte. Un paio furono d’inizio – sempre anime, dico, non denti da latte – che poi si fecero a moltiplicazione. Talune, a radicalizzarsi d’originale, vennero fuori da quelle, che parevano escrescenza ectoplasmica; tali altre furono a nascita di sintesi tra differenti, orripilante incrocio tra oche di Lorentz e cani di Pavlov. E questo è quanto, che divennero ciurma numerosa ed io solo contenitore d’essa, nave espropriata. Semmai fui a problema d’aggiunta che nessuna di quelle ebbe a vocazione di far io egemonico, ad interesse di metamorfosi a guida convinta. Se ve ne fu una che, a scapito d’altre – o per intendimento d’altre, direi, meglio – si fece a virtù condottiera, fu solo per distrazione a gioco di resto d’equipaggio, che abbindolò l’ultimo a donazione di cerino in mano.

Così quella, anziché prendere redini e timone, passa tempo suo, pure il mio che ne fui coinvolto ob torto collo, a ciondolare distrattamente sulla tolda, ipotizzando di non farsi notare, a che altra anima si distragga, sì da scaricare su quella la patata bollente di indirizzo giusto di prua. Che le mie son anime oziose, cialtronesche, dedite più alle libagioni che a seria attività di cabotaggio, per vocazione di nullafacenza, a mal disposizione per indole di comando. Neppure sono compiacenti a delega, esse disdegnano comando per sé stesse, detestando chi se ne fece portatore insano proponendosi a metamorfosi d’esistenza.

Così traggo linfa vitale da conflitto non per prender potere, bensì per evitarlo, ignorarlo, annichilirlo, declassificarlo o, secondo dei casi, derubricarlo a facezia. Fu corsa a mio intimo ad arrivar ultimo, a rendermi irreversibilmente invisibile oltre linee d’orizzonte, che la ciurma ha pensiero attivo nel non guidare la nave, attende solo sorpresa di approdi per deriva che è a decisione di corrente a sballonzolare chiglia di robustezza sedicente.

In poche parole

Cercava un’anima che meritasse di partecipare all’universo…” (Jorge Luis Borges, Le rovine circolari)

Rimane rassegnazione per la perdita del senso di meraviglia, che pure chi sostiene di averla, talora, confonde quella con sussieguoso adeguarsi. Senza meraviglia è solo lotta intestina di tutti contro tutti. Nella sua riscoperta si gioca il desiderio di trasferire se stessi in identità invisibili. Diventare nessuno, riscoprirsi nessuno, è passo necessario per sottrarsi alla barbarie, diventare nessuno è parte del viaggio verso l’essere nel tutto.

Poi, non sono necessarie nemmeno parole giuste, solo sguardi vertiginosi.

Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta.” (Cesare Pavese)

Insorse insanità di mente

Ad apparir scemi c’è spazio a modino, io me lo consento tutto, pure un tanticchia ad eccesso, che ad abbondare non si sbaglia. Che tale paio che sono a non capire e, dunque, m’illumino di niente, d’un nulla a vuoto spinto, che pare sottovuoto a conserva esatta di gusto che non c’è più. Ma a far musica siamo in tempo utile, che di quello ancora ce n’è concesso ad approfitto che non si sa mai.

Che scemo sono che quando penso a crisi m’addiviene che apro rubinetto e goccia d’acqua viene e non viene, ma più non viene, che è a proprietà esclusiva di multinazionale che decretò “è tutta mia” formula d’accadueo, nemmanco a berla sia aggratis per povero scemo che ci crede pure. Che non avanza goccio a congelo per cubetto di ghiaccio di mojito che manco mi piace, ma c’è libertà che me lo faccio, anzi, che me lo facevo. Nemmeno c’è goccia ad innaffio mentuccia e lime per dar di gusto a bevandone di lustro a Bagno Maria. Questa non pare crisi per cambio di clima e asciugo la mappa a giornalettume.

Ch’eppure c’è ancora suono di bombarda che impazza a strombazzo nelle orecchie, ma pure quella pare crisi a secondo piano che tanto ormai è assodato che partecipo anch’io per decisione conto terzi, anzi, partecipiamo tutti che bravi cittadini siamo a ragion di stato e facciamo a segreto d’urna abbozzo definitivo per oro alla patria. Tanto a luglio caldo bollente c’è mancetta a “che bello che svolto”, che Migliorissimo pensa a disgraziato con obolo a festa che si compra brioche con surrogato di farina a formula chimica desecretata, che grano autentico per far pane e pasta è a manco d’importazione se califfo e zar non vuole. Ma anche questa pare che non è crisi, è cosa di nota a margine come ricerca imperfetta di bloghettino di nessuno.

Che faccio ad arresto sindacalista che si fece a protesta, che sindacalista buono è a non disturbo manovratore. Sindacalista buono è ad esprimo “un certo disagio”, ma rimane stima incondizionata per manovratore migliorissimo. E invece quei taluni si misero a fare cosa fine Ottocento, che protesta fecero a rumore, ch’è protesta non consentita che non fu a rivendico complotto internazionale a nasconder a mondo intero che terra è piatta e vado giù di microchips sottocutaneo per volontà di Spectre. Tale vil sindacalista si mise in testa malata sua idea malsana di protesta per diritto di lavoro, roba che manco ai tempi di Comune di Parigi. Ma pure questa non è crisi di democrazia, che pure un attimo mi parve, che io son scemo, ma giusto, grande e glorioso giornalettume mi ribadì concetto relativo a mia insanità mentale.

Ch’ebbi notizia, sempre da giornalettume, che crisi che porta a colpo di sommossa in paese d’Asia, con disordine grave e popolo insorto con fuga di capo, che pare s’estende anche ad altro paese con rischio d’onda d’urto pure di migrante, è tutta colpa d’agricoltura biologica, ch’io sono scemo a oltranza che mai ci sarei arrivato.. Che pure pareva a me crisi che virus, a fuor di legge a dichiarato, si fa ad alzo di testa e non s’arresta nemmeno a mieto a manca e a destra qualche vittimuccia che asseconda latitanza di soggetto che migliorissimo aveva messo a fuori legge. Manco a dirlo, a me che sono scemo parve quella pure crisi che s’appresta a colpo di testa, a dopo estate che poi ci si pensa a tempo debito. Ma nemmeno quelle parvero crisi autentiche, a dir di giornalettume, che derubrica notizia a trafiletto tra annunzio mortuario di necrologio ch’è morta madama la marchesa, che crisi è d’altra portata, che pare epocale. Crisi autentica è peccato di lesa maestà, che si mise in dubbio con manifestazione d’oltragio conclamato, santità di migliorissimi, roba da scemi, da camicia di forza, d’elettroshock a un tanto al chilo con ticket a carico del contribuente, ma con possibilità d’uso d’apposito bonus rieducativo se ISEE è a prezzo giusto.

Sapete che c’è, che me ne vado a mare solo all’alba che non vedo nessuno, che fra tutta questa gente sana mi sento ancora più scemo.

Nero Pinocchio (Allonsanfàn parte quattordicesima: Raffaello De Vito)

Le atrocità sollevano un’indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono “more”, “sudice”, dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. (…) L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell’istante in cui l’occhio di un animale ferito a morte colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – “non è che un animale” – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il “non è che un animale”, a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell’uomo è la parodia dell’uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della “proiezione morbosa” che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l’umano proprio come il diverso”. (Theodor Adorno)

Raffaello De Vito è fotografo raffinato, dotato di grande tecnica, padronanza degli strumenti. Ma non ne fa uso consueto, non ricerca perfezione d’immagini e basta, studia, concepisce, elabora narrazioni complesse. Il suo “Nero Pinocchio”, in mostra prima a Basilea, poi all’Altelier di Modica Alta (Luglio-Settembre 2022), è il recupero della vicenda del burattino secondo una rilettura analitica e controcorrente – o forse spietatamente corretta – delle pagine di Collodi, attraverso il filtro efficacissimo della sua trasposizione televisiva di Comencini.

Il burattino di De Vito si riappropria di atmosfere gotiche, minimaliste, sopite allo sguardo da trascorsi rassicuranti e consueti, come nelle illustrazioni “educative” del Dorè, o filmiche, manichee, edulcorate delle animazioni disneyane. Denuncia l’inadeguatezza di quelle rappresentazioni, disdegna con sguardo arguto l’idea del burattino che diviene finalmente bimbo in carne ed ossa solo dopo un percorso di crescita di consapevolezze cash & carry. De Vito centra la quinta scenografica della vicenda nell’estremo miserabile del mondo degli ultimi, ma non ne fa riproposizione compassionevole, pietistica. Ne disvela piuttosto l’essenza materiale, non indugia in infingimenti, nemmeno produce moralismi.

Il suo Pinocchio, come quello di Comencini, attraversa l’orrore della violenza (le torture di Abu Ghraib, la grottesca umiliazione dei prigionieri chiusi in sai pinocchieschi, appunto), è vittima di giustizie ingiuste (il carabiniere non ha sguardo umano, è solo divisa, financo nello sguardo), attraversa l’effimero eldorado del paese dei balocchi, la sconfinata illusione d’una vita altra, viene ingannato, vilipeso. Pinocchio, dunque, nella narrazione di De Vito, è burattino per sempre, vittima assoluta, paga pegno per la sua deviazione dal consueto. È personaggio contemporaneo, si riaffaccia all’oggi nelle parallele forme del migrante, con le sue identità annullate, marginalizzato, respinto, vilipeso, torturato, sfruttato, ridotto a clandestinità permanente. Il Gatto e la Volpe dialogano negli abiti più consoni al loro ruolo di predatori, non solo di qualche moneta, d’umanità. Sono gli incappucciati del Ku Klux Klan, paiono divertirsi nel pianificare la caccia all’ultimo, la sua definitiva marginalizzazione. I volti celati nascondono nature social, di piazza virtuale che urla a nuove, abbondanti impiccagioni, crocifissioni. Mangiafuoco è convitato di pietra d’ogni immagine, non è soggetto riconoscibile, non è immagine precisa in quanto sistemico, artefice del circo della filiera lunga, massimizzatore di profitti, si nutre dei nuovi schiavi. È il 100% italiano che esclude da tracce percentuali nazionalità di braccia invisibili, corpi depredati. Pinocchio è bracciante senza nome, sconta identità sottratta, corpo dimenticato, spiaccicato sui prodotti dell’”eccellenza” a cottimo, un tanto al chilo, archetipo illustrativo d’operare di caporalati collettivi. C’è più di qualche congruenza in “Nero Pinocchio” con l’essenza stessa dell’originale collodiano, se ne coglie il ribaltamento paradigmatico della visione consueta, in un certo senso la narrazione è compiuta, con la sua vertigine dialettica. Come per un fiume carsico De Vito fa riemergere la critica profonda a realtà che parevano dimenticate, da quel tempo di secolo nobile, e che, invece, sopravvivono, invisibili, sotto traccia, spaventose come allora.

Raffaello De Vito nasce a Mirandola nel 1967. Vive e lavora come fotografo pubblicitario a Reggio Emilia. Si avvicina alla fotografia all’età di 12 anni e a 14 inizia il suo percorso formativo in uno studio di fotografia pubblicitaria, esperienza che lo porterà a confrontarsi con diversi professionisti del settore e con importanti aziende presenti sul mercato internazionale. Alla fine degli anni Ottanta inizia una collaborazione come assistente alla produzione con Luigi Ghirri, collaborazione che si interrompe nel 1991 con la prematura scomparsa del grande fotografo e che ha dato inizio a una ricerca visiva che esplora ancora oggi.
Un costante lavoro di semplificazione, di sottrazione e di sintesi verso un linguaggio universale immediatamente comprensibile. Ha al suo attivo diverse esposizioni in Svizzera, Francia, Spagna, Inghilterra e Italia oltre a numerose pubblicazioni nei siti web di tutto il mondo.

http://www.raffaellodevito.com/

Senza titolo, per scelta indotta

L’uomo non è granché vicino ai grandi uccelli e alle bestie. Vorrei proprio essere quella bestia laggiù nel buio del mare.” (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)

C’è mare, pure c’è altro mare, che quello sempre lo stesso non pare. Sfugge allo sguardo che lo distoglie e si contorce d’abbandono e ad esule e migrante fa strada in salita, di vertigine si tinge con l’onda che si schianta a fragore e grido di disperazione. C’appartiene alle genti di terre che toccano il mare, a favore di sguardo, destino preciso di farsi a trasporto di bonaccia che mai rimanemmo ferme, nascemmo con schiuma di sale a scorrimento d’arteria. Che ci affratelliamo per forza a compiacenza con genti simili, che c’è ancora altra sponda da lambire a chiglia di barca sgangherata, a vela di strappo, a sforzo di braccia e rete lacera. Pur a star fermi siamo di movimento a mare aperto che quello non s’accheta solo d’attesa.

Gli altri migravano: per mari
celesti, supini, su navi solari
migravano nella eternità.
I siciliani emigravano invece.
Alle marine, nel fragore illune
delle onde, per nuvole e dune
a spirale di pallide ceneri
di vulcani, alla radice del sale,
discesi dall’alto al basso
mondo, figurati sul piede
dell’imbarco come per simbolo
della meridionale specie,
spatriavano, il passo di pece
avanzato a più nere sponde,
al tenebroso, oceanico
oltremare, al loro antico
avverso futuro di vivi.

(Stefano D’Arrigo)

Senza musica, senza foto

Posso fare eccezione a regole che mi sono dato, costruisco un post senza immagini, senza foto, senza musica. Pare che talora non siano necessarie, siano poco opportune le immagini, la musica. So che dura poco, fino al giro di boa del prossimo bicchiere.
Sono andato via dalla mia città giovanissimo, avevo appena finito la maturità e già mi parve si stesse snaturando, trasmutando, diventando altro, cosa che fece. Interi quartieri sorgevano dal nulla, casermoni-dormitori senz’anima, il centro diventava altro, sparivano nella loro essenza identitaria scogli e moletti da cui lanciare nei silenzi necessari lenze ed ami. Spariva umanità, sostituita da lustrini. Non m’era dato a riconoscervi nulla di ciò ch’era stato. Non ci feci più ritorno, se non per mordi & fuggi sporadici. Non me ne andai, dapprima, a distanze siderali, mi spostai di qualche decina di chilometri, dopo aver servito la patria in lungo e largo per lo stivale, pure oltre. E non trovai cose che mi furono d’aggrado particolare, di solluchero autentico, ma non erano mie, non m’indussero particolari sofferenze. Non penso che questo processo di trasformazione e disumanizzazione urbana appartenga solo a quella mia realtà antica, sarebbe ingiusto sostenerlo, ma quella, appunto, era la mia. Qualche giorno fa i lustrini hanno travalicato ogni confine, pareva tutto bello, mi dissero, sì che qualcuno m’invitò a tornarci. D’istinto mi sottrassi, che quando torno a casa scelgo posto altro, neppure quello lontano da lì, ma che per certe assonanze mi pare lì. Proprio oggi, il buon Daniele Barbieri mi suggerisce una cosa ch’egli rimbalza e che riapre ferite che il tempo non cicatrizzò abbastanza, a quanto pare, tanto da indurmi a far a meno di mie adorate musiche. Ve ne dò incipit, il resto lo leggete dal link in fondo. E la prossima volta sarà ancora musica e foto, non ora, pardòn.
Una storia incredibile, di un essere umano trattato come un oggetto inanimato. Ce l’ha raccontata Massimiliano Perna su https://comune-info.net/scarti/, ed è davvero come uno scarto ai margini di una strada di Siracusa che si svolge la vicenda di Josef, un senzatetto slovacco. Mentre il sole terribile degli ultimi giorni rende difficile anche a chi non è fragile gli spostamenti cercando riparo e refrigerio dove capita nella città siciliana, i volontari della Ronda della Solidarietà di Siracusa provano a fare ciò che dovrebbero fare le istituzioni. Portano cibo e altri piccoli conforti ai senzatetto, a chi come Josef ha perso tutto e vive da escluso. Ma la città è impegnata a festeggiare i dieci anni trascorsi nell’alta moda da Dolce e Gabbana e i poveri danno ancora più fastidio in questi casi.
https://www.labottegadelbarbieri.org/josef-scarto-umano-a-siracusa/

C’è crisi

L’informazione è cresciuta più velocemente della cultura. In questo senso la propaganda ha più chance di prima.” (Georges Brassens)

C’è crisi a strappo di veste di giornalettume, che urla a crucifige d’eretico, pure a rogo in piazza si fa presente necessità immanente. Che migliorissimi sono a rischio di porto a termine missione illuminata che compirono miracolo su miracolo per bocca aperta di popolume. Che se c’è musica è meglio, pure in circostanza nefasta.

E tra miracolo e miracolo se ne ricorda uno di portata pressoché da sacra scrittura, che illuminato visitò califfo e disse accordo s’ha da fare, a cambio di cancello tranquillo popolo negletto ch’ebbe torto marcio a farsi popolo anziché sottospecie d’umanità a vincolo di religione e donna a fascia perpetua, per somma devozione a grande, glorioso e giusto protettore d’interesse d’Occidente, santo alleato d’improvviso, reintegrato a consesso civile, ch’è perdita di quello è prezzo congruo per destini fulgidi d’altri. Eppure, popolo a futura cancellazione, fu chiamato a belligeranza ad anni pochi addietro, per difesa di frontiera d’Occidente contro altro califfato ad espansione di preoccupazione profonda, armato, primo, da grande democrazia a consesso unico, per compiere incarico vitale a salvo importazione di oro nero, con sofisticatissima mitraglietta politoys, secondo ad armo sottobanco di potente bombarda a mantengo tensione utile a scopi a senza diritto di cittadinanza per confessionale.

E popolume plaude a opera di migliorissimo sotto incitamento di tutti in pista di giornalistume a paga a cottimo un tanto al chilo di minkiata, e ora s’avvede di pericolo imminente che prebenda una tantum che svolta a tesoro per una vita migliore, pare a rischio di divenire. Mentre grande motore di sviluppo che fece cambio di clima pare vittima di cambio di clima medesimo, a morir di disidratazione, altra parte d’Occidente, ad isola triangolare senza pressione di giornalettume che racconta vicenda, pare a soffoco di monnezza ad altezza di primo piano di casa, che ratto fece vacanza per rilancio d’economia di turismo a coda lunga. Posto che mondo pare a effetto serra già per asfissio di prossima vista mare per borgo alpino, a me che son nessuno mi venne improvviso riflesso emetico che mi parve occasione buona per stanzialità a scoglio perduto, che mi prendo vista d’orizzonte prima di troppo tardi per sua mutazione di skyline che PNRR prevede costruzione di grande stabilimento a butto fuori mutazione genetica di globo terracqueo.

Tasso d’usura

Il mare non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole.” (Giovanni Verga)

Che il mare, pure Lui come noi, cambia umore, che c’è ragione sempre che questo avviene.

Dopo che s’è fatto bufera pare che non voglia vedere nessuno, ma anche attrae attenzione di chi ha orecchie, occhi giusti, per guardare tra nuvole di sale, tra nebbia di schiuma, appena oltre, dove c’è un orizzonte che si sbiadisce a vista per tutto quel bailamme. Pare caccia chiunque, s’altera di un nonnulla, sventola a pericolo, strappa la vela, martirizza scogli e frangiflutto, sovverte la rena, miete praterie di posidonia, ne deposita il raccolto a terra aspra e odore acre di garum.

Poi è dato che si cheta, si mostra quale tavola a pialla, sinché occhio può andare. Appare di silenzio imperscrutabile. Ad aver da dire, a tacere al contempo. Si mette a calma piatta di fissità struggente, che con sguardo indagatore vi si cerca risposta a parola non data, che nulla è dato muoversi, nemmeno accenno di risacca a lambire scoglio d’attesa. Pure sotto la lastra pare non c’è voglia di parola, la dialettica è spenta sino all’ultimo singulto d’avannotto. Se c’è nuvola si riflette pari pari, non v’è voglia di reinterpretarne forma alcuna, copia conforme pare stanchezza immane d’esigenza di solitudine, rassegnazione di distacco.

A gioire di quelle forme sono solo occhi stolti e distratti d’incomprensione per non detto. Quello, il non detto, attiene a certe qualità d’anima che ne coglie essenze di dolorosa rassegnazione per inevitabile distacco. Chi si nutre del non detto sa che quello è narrazione d’autentica complessità. Che questa è terra che di bellezza fa sua condanna inesausta, che di figli che sono suoi e che tali si sentono, farà per forza a meno, che non c’è scampo alla partenza. E come fratello, padre, madre, sorella, lui è a sommo d’arguzia di sapere, di temere destino d’altri prossimi, che ad esorcismo esatto dell’io so, sostituisce il non dico che sarà strappo furibondo, mancanza di vertigine. Questa è terra che di bellezza fece condanna suprema, che mai vi fu a goderne senza patimento estremo di chi seppe coglierla. Fu terra ch’accolse chi non meritava accoglimento, che ne determinò violenza con fare sorprendente d’inumano. Questi rimarranno, a perpetrare l’orrore della trasformazione d’abbrutimento. Chi seppe che doveva stare a goderne non ebbe strumento di sopravvivenza, quale Argonauta dovette muoversi a cercare tesori d’effimero, porto salvo, come per veleggiare di barcaccia fenicia di pescatori di tormente, rossi di sangue e di porpore di murici. Terra che respinse i suoi figli d’altra sponda che Lui volle salvare da deriva. Talora Lui se ne fece carico, ch’è dato meglio una sofferenza d’istanti tra le braccia di sale generatore che l’orrenda, eterna, reprimenda dei vivi già morti, ad accusar d’essere nati a sponda diversa da quella data. Questa fu, è, sarà terra che fa a prezzo di strozzo prestito di bellezza, e pretende riscatto per essersene imbattuti a coincidenza d’esservi nati.

Radio Pirata 42 (per voce d’altri)

Radio Pirata, quatta quatta, si fa a numero 42 che conduttore è a tiro di calzino, che quindi fu fortuna immane ch’egli ebbe lucidità di farsi comodo di gruppo di giovane cronista che dice la sua, che pure se la disse a tempo assai addietro, pare che tempo non cambia, semmai s’accetta a ragione ciò che venne detto. Conduttore ufficiale, comunque, non s’arretra rispetto ad incomodo statutario di porre in essere scaletta musicale di certa efficacia, che sa di domenica, neppure fa sconto ad immagine.

“Nessun uomo si aprirà con il proprio padrone; ma a un amico di passaggio, a chi non viene per insegnare o per comandare, a chi non chiede niente e accetta tutto, si fanno confessioni intorno ai fuochi del bivacco, nella condivisa solitudine del mare, nei villaggi sulle sponde del fiume, negli accampamenti circondati dalle foreste — si fanno confessioni che non tengono conto di razza o di colore. Un cuore parla — un altro ascolta; e la terra, il mare, il cielo, il vento che passa e la foglia che si agita, ascoltano anche loro il vano racconto del peso della vita.” (Joseph Conrad)

“Ci sono giorni in cui tutto intorno a noi è lucente, leggero, appena accennato nell’aria chiara e pur nitido. Le cose più vicine hanno già il tono della lontananza, sono sottratte a noi, mostrate a noi ma non offerte; e ciò che ha rapporto con gli spazi lontani – il fiume, i ponti, le lunghe strade e le piazze che si prodigano -, tutto ciò ha preso dietro di sé quegli spazi, vi sta sopra dipinto come sulla seta.” (Rainer Maria Rilke)

“Dobbiamo essere buoni con chi lo è con noi. E un contratto non scritto, ma pur sempre un contratto. Fatto sta che di solito viviamo come se non sapessimo che tutto e tutti sono una merda. Più uno è intelligente e meno lo dimentica, più lo tiene presente. Non ho mai conosciuto una persona intelligente che amasse per davvero o avesse fiducia nel prossimo. Al massimo ha provato compassione. Questo sentimento sì che lo capisco.” (Manuel Vasquez Montalban)

“Sulla luna, per piacere,
non mandate un generale:
ne farebbe una caserma
con la tromba e il caporale.
Non mandateci un banchiere
sul satellite d’argento,
o lo mette in cassaforte
per mostrarlo a pagamento.

Non mandateci un ministro
col suo seguito di uscieri:
empirebbe di scartoffie
i lunatici crateri.
Ha da essere un poeta
sulla Luna ad allunare:
con la testa nella luna
lui da un pezzo ci sa stare…
A sognar i più bei sogni
è da un pezzo abituato:
sa sperare l’impossibile
anche quando è disperato.
Or che i sogni e le speranze
si fan veri come fiori,
sulla luna e sulla terra
fate largo ai sognatori!”
(Gianni Rodari)

E buona fine domenica!

Battigie (e migranti che – a volte – tornano)

Ché ci sono corsi e ricorsi storici, conviene tener presente quando si ripresenta cosa gradita, senza aggiungere altro a ciò che s’è detto. E siccome ricapita ciò che già accadde, ve lo racconto come già lo raccontai, semmai d’aggiorno a musica.

“A quell’ora di mattina a mare non c’è nessuno, o se qualcuno c’è è incontro pregiato, che non puoi fare se quel qualcuno è pure troppi. In troppi non c’è silenzio, nemmeno senti il mare che mugola, e si capisce che non gradisce la folla, ama rapporti esclusivi, comunque un po’ per volta. Gli altri, in troppi, sono soli. Stamattina, che il sole s’era messo appena l’abito da giorno, c’era un bluesman che vendeva granite col suo furgoncino. Mi dice che le fa con i limoni del suocero mentre mi offre un caffè freddo (caldo non lo fa). Poi si mette a suonare una Telecaster con un piccolo Marshall. Mi spiega che ha imparato una scala di Fa, anche se a me pareva che un mezzo tono di scordatura la facesse più Fa diesis. Ma suonava bene lo stesso, e se lo poteva permettere, che i clienti ancora per un paio d’ore non si sarebbero visti. C’era una schiena scura al largo, un attimo, poi è sparita, pareva un delfino, o forse era un gioco d’onde.

Mi racconta – l’aveva già fatto altre volte, ma mi faceva piacere ascoltarlo – che prima lavorava in Germania, sacrifici per i figli, “ora sono grandi e sistemati”, e lui può fare quello che gli pare, anche suonare il blues. “Sto prendendo lezioni, ma in estate preparo anche le pizze, e mi tocca che suono la mattina presto qua, se no mia moglie mi butta fuori di casa”. Un migrante, come me, che poi torna, perché si torna sempre. Mi bevo il caffè lentamente, poi pure mi faccio la sigaretta, con uno standard di Bessie Smith che suona dai vecchi altoparlanti sopra il frigo delle granite, mentre la chitarra è finita in un angolo del furgoncino. M’è sopravvenuto un pensiero in testa, pure mi serve a guadagnarmi qualcosa ancora lì di spettacolare e marino, prima che i pinguini non compiano i loro rituali d’assembramento (e non me ne vogliano i pinguini, che hanno molta più fantasia).

Migranti si è per forza, solo che si nasca in cima a un monte, oppure sullo scoglio più basso che d’alghe e sonno si riempie con la marea. Solo che ti affacci da una finestra e gli occhi se ne vanno fin dove possono – loro – per istinto, e non dove gli viene detto che possono andare. Migranti si nasce, dunque, non ci diventi solo se ti devi mettere a camminare. Se hai mare davanti, per forza sei migrante, anche se non ti piace, perché qualcuno o un’onda, che s’è contrariata di vento o bufera, lì ti ci ha portato, pure prima che tu nascessi. Hai voglia di metterti a costruire frangiflutti, tanto l’onda arriva comunque, come sorge il sole e cala la notte. Perché l’onda è ignorante, mica le puoi dire “questa è casa mia”. Non capisce, s’arrabbata un poco lì per d’intorno, prima senza dare nell’occhio, poi – se le prendono i cinque minuti – si schianta col tonfo e la schiuma sullo scoglio. Forse ti dà il tempo di scansarti, ma certe volte pure t’acchiappa di risacca. E lì è deriva, e dove ti porta lo sa il Cielo.

Questa è la storia dell’uomo. Si gioca su un’onda che scavalchi, come argonauta, sfiorando la cresta di Scilla, ballando un tanghettino stonato con Cariddi, tanto, più che un tanghero non sei, così diranno, se te ne stai su uno scoglio ad aspettare l’onda giusta. Che poi ci sta che quella non arriva mai. E pari Penelope che ricama la tela, la cuce e la riscuce, sotto sotto, è mia opinione, poi compiacendosi del reiterarsi del gesto. Magari pensa ad Ulisse che torna, e le viene da pensare “ma che gli dico a questo, dopo tutto questo tempo, se mi s’appresenta d’improvviso?”. Il fatto è che l’attesa, tanto più su uno scoglio, non è più attesa, diventa condizione dell’esistere, t’allunga pure la vita. Vedi Argo, che quando smette d’aspettare si fa il volo del Grande Tacchino nel giorno del ringraziamento, pure dopo ch’è campato quanto mai altri, praticamente tutta un’Iliade ed un’Odissea. Quindi, l’onda, quella giusta intendo, forse arriva, forse no. Ma se non arriva che ci fa? Basta che lo scoglio su cui ti sei seduto ad aspettare sia bello comodo, non di quelli unghiosi che non trovi mai la posizione. Ma che non ci sarà uno scoglio comodo davanti a tutta quell’acqua? Che poi anche tutta quell’acqua, pure salata, che ci pensi e ci ripensi, a che ti serve tutta quell’acqua salata? Di bere non si beve e ti tocca portarti un fiasco di vino rosso che è fatto con l’uva là dietro, che s’è innaffiata di salmastro, così sa di terra e pure di mare. E te ne puoi stare là tutta una vita a spiare l’orizzonte, per capire se laggiù qualcosa si muove, visto che non ti puoi muovere tu che l’onda giusta ancora non l’hai vista. Però sempre migrante resti, che t’è partita già l’anima oltre l’orizzonte, s’è fatta più d’un giro e poi è tornata. Che soddisfazione starsene fermi sullo scoglio, t’allunga la vita, mi pare l’ho detto questo”.

La nave dei folli

“…la nave dei folli non era, poi, totalmente un parto della fantasia. Al contrario, era piuttosto comune la prassi di allontanare i matti dalla comunità dei normali, eventualmente proprio affidandoli a gente di mare. Accadeva spesso che venissero affidati a battellieri, a Francoforte, nel 1399, alcuni marinai vengono incaricati di sbarazzare la città di un folle che passeggiava nudo. Le città europee hanno spesso dovuto veder approdare queste navi di folli”. (Michel Foucault)

La follia arriva e batte bandiera sconosciuta. Non ha patria né dio, nemmeno padre e madre, pare tale, la follia, intendo, che non si palesa con documento d’imbarco, s’allontana e basta, a cerca di porto salvo per disperazione d’essere niente e nessuno. La cittadella fortificata del mondo dei sani se ne difende, invita a respingimento, con accordo tra tiranno e tiranno a far che pure accoglienza di pazzo è cosa da folli. D’avanzata sanità di mente si tinge distruzione e guerra, parve laurea a saggezza affondare nave dei folli, bombardo di città di dissenso, ripiegare a tasso d’umanità pari a curva concava.

Orizzonte scruta non per vertigine di visione, solo per scorgo a vista nemico che arriva, che se poi non si palesa ad esodo qual vien dichiarato, che importa, che semplice attesa d’invasione è a generazione di paura e fremito di pelle di popolume a suddito di illuminatissimi, che immantinente si tinge di vessillo patrio a nome noto, sotto egida di tiranno a difendere belle, armate sponde, a sventolar bandiera di grande savio di giustezza conclamata. Il resto è dago, pazzo, diverso per colpa ed essenza di sua scelta, che non nacque né a colore giusto, né a terra di saggezza. Pazzo più pazzo è a sostegno d’idea che pazzia fu per causa di mondo di giusti che non s’avvidero che pazzi fecero a furor di tempesta, a fulmine di guerra, a sfrutto a schiavo creatura e natura. Egli attende anche per sé medesimo imbarco coatto – che presto arriva – di chi, pazzo tra i pazzi, ricerca altra sponda per vita, anziché schiantare a terra desolata senza far rumore a non disturbo saggissimo manovratore.

Fuor di metafora

“Cosa importa se c’è sempre una distanza fra l’ideale eterno e la sua realizzazione nel tempo? I profeti del nostro tempo sono coloro che hanno protestato contro lo schiacciamento dell’uomo sotto il peso delle leggi economiche e degli apparati tecnici, che hanno rifiutato queste fatalità.” (Giorgio La Pira, mica un bolscevico qualsiasi, così pure i baciapile avranno voglia di ripensamenti) E se non basta la musica a deviare i destini, certo ne rende più sopportabile l’incedere nefasto.

Il ghiacciaio che decide di arrendersi alla gravità, travolge vite, determina destini, è metafora poderosa dell’oggi. Le cose degli uomini hanno spesso questo carattere, la nave Concordia che affonda, dopo aver ceduto alla tentazione dell’”inchino”, parve cosa medesima. Il crollo, l’affondamento, sono ciò che sembra toccarci, quale inevitabile conseguenza del cedimento al ludico per forza, al dissennato intendimento che ci accompagna.

Pure, se ci si guarda intorno, il crollo non appare più metafora, lo scivolamento gravitazionale verso l’abisso è fatto concreto. Assedio di guerre (parrò terrapiattista, filozar ad affermo che non ce n’è solo una), carestie indefinite, suburbie che esplodono di violenza e rifiuti, ghiacci che si sciolgono, esodi che fanno apparire quelli biblici scampagnate di fine settimana, morbi che impazzano, taluni nuovi, moderni, con sigle atte a metaversi. Covid, Omicron, Delta, altri di tragica (comica) antichità, vaiolo, peste, ch’appaiono financo caricaturali nella loro natura di devastazione… Passerelle di potenti diventano urticanti, spostamenti dell’attenzione mostrano la fragilità vertiginosa d’un sistema al collasso, d’informazioni a cottimo, le mancettte estive si palesano come offesa alla dignità di donne e uomini. Non v’è diritto che parve inalienabile, financo bere un sorso d’acqua non fu mai così poco scontato. E al caro Aboubakar Soumahoro a cui penso se devo pensare ad un fratello, dico che rispetto a quelli che rappresenta e per i cui diritti, moderni schiavi, si batte, io sono un privilegiato, ma da lì vengo anch’io, non da altro, che il destino fu più felice per me che per altri. Mi sento di dirgli che ha ragione a sostenere che la lotta paga, ma che il colloquio conquistato con i migliorissimi, che non sarà che messe di promessa vuota – ma lui lo sa, ne sono certo -, serva a dire a mondo intero, con voce potente, che il Re è Nudo. Che mille mila voci potenti si levino per dire che il Re è Nudo, e visto così, fa pure un po’ schifo, lui e tutta la pletora dei suoi cortigiani.

Il dettaglio esatto

Strisciando sulla rena sino in pizz’in pizzo, dalla spiaggetta si lasciò scivolare sotto, s’infilò in acqua liscio liscio, senza fare spruzzi né schiume, come un pesce, o come qualcuno, qualcosa più d’un pesce, perché sembrò che fosse il mare che s’apriva e subito si richiudeva dietro a lui, con dentro lui: poi, dopo che sembrava sparito come per sempre, riassommò e silenzioso, leggero come non fosse il corpo a muoversi, ma la sua ombra, pigliò a nuotare risalendo la ‘Ricchia per tutta la sua apertura.” (Stefano D’Arrigo, Horcinus Orca)

Mi feci persuaso col tempo che il mare appartiene a tutti, ma non è cosa per tutti a percezione perfetta, che mi pare che talune cose sfuggono di quello. Che sì, c’è che si possa dire che bello, ma se ti prendi posto a massa su spiaggia a densità di Striscia di Gaza, non è detto che poi hai capito bene cos’è. Se te ne godi presunte essenze a comodità con campanello c’arriva servizio a sdraio ed ombrellone, se ci hai bum bum a godimento mantrico di neurone, forse non c’è bisogno di mare, che medesima circolazione a divertimento è concessa pure a bordo piscina tra capannone a prefabbrico tutti uguali. Del mare ti sfugge il dettaglio esatto.

Il mare ha comunicazioni precise, non s’azzarda a dar libero sfogo ad essenza sua intima per chicchessia, pure se quello crede ch’è così. Appare parco di dono, che poi è ad evidenza che si mostra di bellezza assoluta quando s’appresenta sgombro di presenza, che cacciò tutti adirato a fulmicotone, attrezzato a bufera e tormenta, spazzolato di sabbia di Libeccio, sferzato da Scirocco. Che lì c’è fuggi fuggi, che non c’è tale alcuno ad ora di mattina che ancora melassa nottambula pesa su turistume vario, su ammarati della settimana, a costrizione di distanza dall’onda di risacca. Non c’è tale alcuno che non ne colse essenza precisa. Poche anime s’affollano a mare ad una certa ora, tal poche che nemmeno si potrà dire che s’affollano, al più si scrutano a distrazione da lontano, si percepiscono appena, che i sensi hanno altro cui rivolgersi. Che c’è odore di sale e posidonia, canto di sirena s’appalesa esatto, rumore di brontolio che viene da risacca d’agitazione che fu, che attende di rifare il verso di ferocia di vento di tormenta bollente. C’è colore unico che muta a piano, non si fa ora tutto cielo, ora tutto mare, a certe ore se la prende comoda, fa un po’ e un po’, si passano consegne, cielo e mare, in punto indefinito, all’alba che il giorno è giovane, a notte che morì ad attesa d’altro, a sbrilluccicare di riflesso di stella e di mezza luna, che mondo d’altro a quello volta le spalle.

A distrazione si corre sulla rena che è a conto giusto pensare a forma di fisico perfetto, che quello va esposto ad ora dopo, allorché il mare c’è ma sparisce di sua essenza, s’inabissa nei suoi abissi, fa appena quinta di scenografia di cartone, si finge tale. Riapparirà a vista giusta, non a vista di tutti, che colore, suono, odore, meritano stasi perfetta, non agitazione termica, lentezza inesorabile, postura di fermo di vertigine, che quello è punto di vista esatto di viaggio che il mare fa conto terzi, s’agita e ti profila il mondo intero, ti svela d’orizzonte la piega di terra, ti racconta storia che orecchio giusto ascolta e capisce s’è concentrato e cancella sovrapposizione d’altro pensiero. Il mare è così, s’affratella ai suoi figli, non si concede a Narciso se non a veste di camuffo, a parziale sua dimensione esatta. Il resto è di sensi giusti, assai più di quelli noti a pagina d’abbecedario.

Radio Pirata 41 (a destra, pure a manca)

Radio Pirata va a Quarantuno, sempre più in prossimità di grado giusto di temperatura di sole che cuoce. Cuoce tutto ma non virus, che s’è messo a bene vedere di caldo pure lui, s’è fatto virus di vacanza che non fu di nessun rispetto per governo di migliorissimo sopra ogni altro che disse che virus è abolito di legge autentica di stato. Ma si ebbe a risparmio di stato per povero virussologo che chiedeva reddito di cittadinanza ed ora, invece, ritorna a lavoro suo che è so tutto io non quegli altri a sedicente collegume mio. Faccio musica bollente.

Migliorissimo, che mette zizzania a destra e manca, soprattutto a manca, che a destra va che è meraviglia che pure scavalca solido baluardo di pensiero a tradizione italica, si mostra sempre più a massa di popolo bue a che gli dice “t’amo o pio bove”, che adesso dà pure mancetta d’estate che così blocca ad un sol colpo trauma autentico di inflazione che è colpa di zar. Ed è standing ovation di giornalettume che mai migliore fu tale da diventare migliorissimo, che ci dà mille lire al mese e si canta canzone tutt’a d’un tratto in coro. Radio Pirata non è migliorissima, così canta canzone altra.

Sempre Egli, che riferendosi a se stesso disse Io, che la D era a precedenza a pronome stata, per somma modestia, momentaneamente fatta ad accantono, ebbe idea geniale che a caldo di Scipio che si cinse la testa, disse a tempo non previsto che non s’accende condizionatore così si fa dispetto imperituro a zar che deve cercare acquirente altro per suo gas, che pare si è messo da solo a canna di quello. Ma migliorissimo non disse che forse è meglio non accendo condizionatore che risparmio ad energia così non faccio cambio di clima, che quelle sono pinzallecchere da complottista pure terrapiattista. Vado a musica d’aggiro l’inganno.

Dopo lungo e periglioso viaggio tra budelli cantierabili, che titolare in pectore di Radio Pirata fece ad attraversamento di glorioso stivale, giunse alfine a terra dei Lotofagi ch’è tutto bello, che qui c’è ceto politico che fa concorrenza pure a migliorissimo per sagacia ed inventiva, che dissero che appena discarica era pienata non si raccoglie più monnezza, che piccolo è bello, così, ad ogni cassonetto che fu a disponibilità di popolume, si fece subito microdiscarica. Torma di turistume prende d’assalto armate sponde a desiderio di veder risultato di si tale genio che non fece altra discarica nemmeno altro che sia, tipo differenzio monnezza, che di olezzo fu pieno lo mondo. E caldo bestia arriva a cottura ad amplifico serbatoio di germe, così malattia di scarsa igienico e sanitaria si propaga, che casa farmaceutica fa grande affare e finalmente s’alza il PIL così si fa pernacchia a zar che si fa soldo senza di lui nemmeno a doblone falso di Monopoli. Mi ammusico di contagio.

Ma spero presto, ad ora certa che non vi fu altro che io, mi ricongiungo a fatto preciso con mare, che ignorante sono ed ignorante fui, pure tale sarò nei secoli de secoli, che capisco solo a sgambescio grande strategia politica a faccio cose che voi umani. Solo capisco cosa di mare che ci nacqui con piede ammollo.

Il mare è un luogo metafisico: spazio isolato, astorico, di pienezza e di solitudine, in cui i conflitti spirituali raggiungono con facilità le posizioni estreme e radicali ed in cui gli uomini vengono a trovarsi, drammaticamente, alle prese con l’Assoluto.” (Joseph Conrad)

Le Vie dell’Immaginario

Manca poco alla partenza di “Le Vie dell’immaginario” a Modica (RG). Già tante le adesioni di artisti e associazionio, tra questi: Aldo Palazzolo, Alberto Refrattario, Teresa Miccichè, Galleria “Fermata d’Arte”, Giuliana Belluardo, Essegì Stefania Gagliano. Pamela Vindigni. Marco Grifola, Giuseppe Pitino, Antonella Giannone, Grazia Ferlanti. Vi ripropongo la presentazione dell’iniziativa, e se siete da quelle parti, o volete andarci, se vi perdete lo spettacolo peggio per voi.

“A che serve un libro, pensò Alice, senza dialoghi né figure?”.

Pensare di trasformare un intero, estesissimo quartiere storico, per pezzi consistenti semi abbandonato, in un gigantesco libro, le cui pagine sono rappresentazioni d’altri libri, “Alice nel paese delle Meraviglie”, il suo seguito immaginifico “Alice attraverso lo Specchio”, capolavori di Lewis Carroll, è pensiero divergente rispetto alle presunte inquietudini della lettura. I ragazzi di Immagina, quando concepiscono “Le Vie dell’Immaginario”, manifestazione annuale dedicata a grandi autori, ribaltano queste inquietudini, le trasformano in piacere autentico di scoperta, gioco, sorpresa. Immagina è già associazione atipica, ne fanno parte cinquanta ragazzi d’età compresa tra i sette ed i diciassette anni, che da qualche tempo animano il quartiere di Modica Alta, giocando a scuoterne le fondamenta, con epicentro nella Chiesa dei SS. Nicolò ed Erasmo, abbandonata, rinata. L’anno scorso celebrarono i cento anni dalla nascita di Federico Fellini, riportando i suoi film tra le strade strette, i vicoli, le ripide scalinate di quel quartiere abbarbicato su uno scosceso costone roccioso. Quest’anno la manifestazione farà la stessa cosa con Alice ed i suoi compagni d’avventura, i suoi incontri, le suggestioni di un capolavoro immortale. Ci stanno lavorando, a partire proprio dal loro quartier generale, perché tutto sia pronto per il via, il 19 luglio.

Il viaggio inizia proprio con l’ingresso alla chiesa oltre il quale sono cinque porte, quelle tra cui deve scegliere Alice, della Paura, della Rabbia, della Noia, dell’Amore, della Razionalità. Si aprono su altrettante stanze, ma solo una consentirà di iniziare il viaggio nel Paese delle Meraviglie. È viaggio che coglie il senso – o forse il non senso – del racconto di Carroll. Alice non sceglie la via breve del percorso chiavi in mano. La manichea distinzione tra bene e male le sfugge, non sembra imparare nulla, appare frastornata. Cammina attraverso un paese di contraddizioni, dove incubi e sogni non sembrano distinti, in cui le dimensioni del tempo e dello spazio si inseguono private della liturgia del consueto.

Atelier “Borgo nativo” di Aldo Palazzolo

Il viaggio è complesso, articolato, come nel Nastro di Möbius attraversa il sotto come il sopra, scopre il dentro tale e quale al fuori. Viene smarrita la stessa natura di fiaba, se ne perde la necessaria morale, si trasforma, invece, nella negazione stessa della narrazione quale strumento educativo, che induce a divenire “bravi bambini”, forse “bravi cittadini” ossequiosi, stereotipi d’infanzia “perfetta”. Si trasforma lentamente nel viaggio in una personalità intima ed esclusiva, non a caso si conclude esattamente dove ebbe inizio.