Del tempo che fu ce ne rimase

Nostalgia del tempo che fu? Non so, non credo, non so rispondere. Certo ci penso, poi non trovo risposte. Ché fu tempo di miseria autentica, mica quella si può rimpiangere. Ma a scanso d’equivoco, anche per correttezza nei confronti di chi si troverà qui, per scelta o per sbaglio, a leggiucchiare miei sproloqui, dirò che non so se sarò breve. Vi prometto, qualora decideste di rimanere, che mi farò più lieve di musica, pure di qualche immagine.

Saranno passati vent’anni e mio padre se n’era appena andato. M’ero rimesso in auto per tornare in lidi di Mar d’Africa per una breve vacanza. Mia sorella mi chiamò, mi disse che dovevo andare da quel tal notaio per una firma, una cosa che riguardava parenti del paese d’origine di mio padre, parenti che a stento conoscevo, con cui i rapporti erano sporadici, diluiti, meglio, inesistenti. Non ebbi tempo di sapere altro, la comunicazione s’interruppe e non vi fu verso di chiarire l’inghippo oltre al fatto che lei aveva già provveduto. Tirai il collo alla vecchia Citroen che già da tempo sbuffava di stanchezza, chiedeva l’eutanasia della meritata rottamazione, ma arrivai ad orario tale che mi resi conto di farcela a sbrigare la faccenda di famiglia. Mi toglievo il pensiero, ché l’indomani era destino di mare e pesce fresco che mi volevo garantire. Sfatto da quindici ore di guida mi presentai allo studio che stava quasi per smobilitare per la cena. Mi fecero accomodare ed il notaio mi parve simpatico. L’avrei ritrovato quindici anni dopo per firmare l’acquisto della mia casa di giù, la prima in vita che potevo permettermi, pure se ancora mi tocca di pagare. Era di proprietà di 46 persone, eredi tutti ultra ottuagenari del vecchio proprietario. All’atto ce n’erano diciassette, ciascuno con la delega di qualcun altro. Il vecchio notaio, smilzo e sorridente, pareva divertito per quel vociare scomposto. “Che lavoro faccio? – disse – Nqon è granché metter bolli e ceralacche, ma certe scene mi ripagano.” Nell’occasione precedente, invece, tirò fuori un librone d’atti e mi chiese se volevo che me lo leggesse. In realtà m’andava un bicchier di vino ed una scaccia, poi di andare a letto, dunque dissi che già era passata mia sorella per quanto di sua pertinenza e che avrei firmato quel che c’era da firmare, mi fidavo. Così feci, poi mi chiese se avessi due Euro. Gliele diedi distrattamente, pensando ad una qualche parcella. Quello me ne rese cinquanta tirati fuori da una busta. “L’eredità – aggiunse – fa quarantotto Euro, lei è l’ultimo”. A quel punto, perplesso, chiesi lumi, più per curiosità che per interesse autentico. Per farla breve, tal architetto del settentrione aveva notato certi vani aggrottati e diruti, lì, da quelle parti, e ci voleva far qualcosa. Per cui aveva incaricato di cercare eredi di quell’abituro e, dopo complesse ricerche ed opportune valutazioni catastali, se n’erano reperiti in numero di quasi duecento, nessuno dei quali consapevole d’essere possessore d’un rifugio neolitico. Mi misi a ridere, la stessa cosa fece lui, salutandomi con un “non li spenda tutti insieme, mi raccomando.” Ci lasciammo così. Tornai a casa e pensai a fatti di dopo guerra, roba che leggi e che, a spizzichi e bocconi, qualcuno ti racconta. Lì molti vivevano nelle grotte, pure parenti miei se ne stavano come le bestie, e non nel medioevo o nella preistoria, in un’Italia già repubblicana. S’erano assommati gli abbandoni fascisti di borghi poveri e antichi, le macerie delle battaglie del grano, i bombardamenti d’acqua sul bagnato degli alleati. Ma ci fu movimento di grandi intellettuali, da Brancati a Guttuso, Pasolini, pure Quasimodo e Vittorini, financo Montale e la Morante, mi pare, ci fossero che si diedero convegno lì, a denunciare al mondo intero che a Scicli – così si chiama il paese, oggi una cartolina illustrata a favore di Montalbano – la gente viveva nelle grotte. E fu cosa che indusse a rapide ricostruzioni, come accadde anche a Matera per illuminata volontà d’Adriano Olivetti.

Perché vi racconto questa cosa? Perché mi sovviene a mente un fatto di cronaca, proprio d’un paio di giorni fa. Una giovane donna, gravemente malata, muore di freddo dentro una canadese sotto un ponte di Firenze, Si chiamava Rossella, aveva quarant’anni, soffriva ai reni, entrava ed usciva dall’ospedale per dialisi sempre più frequenti. Dormiva lì col suo fidanzato, un senegalese più giovane di lei. Morta lì, di stenti, di malattia, non d’altro, circondata da un tappeto degli unici farmaci che potevano darle un qualche sollievo, i pacchetti di sigarette, i cartoni di vino. Morta d’indifferenza. Non m’aspetto molto da politicume che pare assai attento a farsi social, a cercar sgambetto al prossimo proprio, ma nemmeno c’è pletora di intellettuali a dichiarare che, nel 2022, quasi 2023, ancora c’è chi vive e muore in una tenda sotto un ponte. Parecchi, piuttosto, s’affermano tali a far cagnara in certe baraccopoli tirate su abusive in salotti TV.

Colonne sonore

Ci sono cose che facciamo che pretendono musica. A me capita per qualsiasi cosa, ho sempre una cosa che mi frulla per la testa. Quando affronto la tormenta del mare d’inverno, quando mi sobbarco le cartacce di burocrazie borboniche che si autorigenerano, paiono Araba Fenice. Pure se cucino, mangio o bevo, di più se mi concedo una sigaretta a fronte di tramonto, oppure una passeggiata lungo il fiume, quando spero che con l’acqua possa raggiungere anch’io l’oceano. Certe volte mi chiedo quale sia la mia musica preferita. Ne ho tanta per la testa che mi pare difficile trovarne una che ce la fa a portare il risultato a casa. E poi le cose cambiano, oggi c’è una tal cosa, domani ce n’è un’altra. Ma oggi è oggi, e ci provo, senza classifiche, a sceglierne qualcuna. Domani è un altro giorno, con soddisfazione non sarà lunedì.

“La mia cosa preferita”, è composizione antica, del 1959, scritta da Richard Rodgers e Oscar Hammerstein per il musical “Tutti insieme appassionatamente”. Ne esistono un numero impressionante di versioni, ma quella di Coltrane, con le sue furibonde sfuriate al sax, su cui si inseriscono le staffilate di Pharoah Sanders sul tappeto volante delle note al piano di Alice Coltrane, ci sono giorni che non mi molla un attimo. Coltrane chiarisce una cosa di questo pezzo, che è nato per durare all’infinito, ripetendosi in forme caleidoscopiche, ed ognuno si sceglie il suo frammento. Io li prendo tutti. Me la appiccico addosso quando capita, se sono in auto la mattina presto, ad esempio, per andare al lavoro, e mi faccio via crucis bar dopo bar, alla ricerca d’un caffè dignitoso, ma ammetto che davanti a bicchier di vino e sigaretta, luci spente, sul divano, la indosso meglio, in qualche modo mi dona.

A questa cosa sublime di Mingus gli schiaffò sopra un testo Joni Mitchell. Me la porto dietro, anzi, in testa, come necessario kit di sopravvivenza. Mi diverte, sconfinfera in modo patologico, ne sono dipendente. Scanzonata, irriverente, ipnotica, è musica notturna per definizione, fa compagnia e non ne pretende, ma pure invita a ballare, ma che la luce sia al massimo un neon fioco, meglio niente, però, un museo d’ombre e basta. Sta benissimo senza far niente, due tartine al pomodoro, due olive ed un bicchiere di whisky che sa di torbiere non troppo lontane dal mare.

Come certi vestiti di sartoria buona, ch’io non posseggo, Red Clay di Freddie Hubbard s’abbina bene a tutto. Financo se sei alla cassa d’un supermercato. Ma certe atmosfere meritano giusta cornice in illuminazioni di strade deserte, dove la sorpresa è persino un gatto che s’è fregato un sacchetto dell’immondizia. Brano che ha in sé un difetto fondamentale che lo accomuna ai precedenti, ad un certo punto finisce. Allora v’è il fastidioso compito di riavviarlo. Fortuna che non dura poco. Consiglio di sorbirselo con pane e salame, che fa venir sete, dunque, prima di procedere all’ascolto, valutate di avere scorte sufficienti di bibite giuste, che non sto a dirvi quali siano, in ciò si parrà la vostra nobilitate (parafraso, pure male)

Mi capita spesso di ascoltare questa versione immaginifica di Maiden Voyage quando sono in strade antiche, che percorri piano poiché la curva nasconde segreti imperscrutabili. Pezzo da viaggio in solitaria esplorazione per eccellenza, reca in sé anche qualcosa di profondamente peccaminoso, poiché s’avventura nei meandri più remoti dell’intimo. Forse va persino condiviso, ma rispettando il silenzio che si deve al già formidabile dialogo tra tasti. Con cautela, se non siete in altre faccende affaccendato, accompagnatelo con biscotti al miele ed un vino ambrato, forse anche un passito da uve d’isole perdute.

Ian Garbarek, quando fa questo pezzo pare ti dica fanne ciò che vuoi, ma ciò che è giusto è altro: devi metterti su uno scoglio, in quelle giornate grigie, quando cielo e mare si contendono a colpi di sfumature cangianti l’egemonia sull’orizzonte. Non dimenticare le sigarette, non puoi contare su un tempo limitato e dove sei non c’è tabacchi. Pure c’è un po’ di vento che sa di sale, mi raccomando il cappello, e la borraccetta con la grappa, qualora servisse.

E voi avete colonne sonore?

Per chi lo sa

“C’è un tempo in cui devi lasciare i vestiti, quelli che hanno già la forma abituale del tuo corpo, e dimenticare il solito cammino, che sempre ci porta negli stessi luoghi. È l’ora del passaggio: e se noi non osiamo farlo, resteremo sempre lontani da noi stessi.” (Fernando Pessoa)

Quel tempo arriva nelle forme che vuole, quando desidera di farlo, mai si presenta a richiesta, finge di non essere stato invitato, pure se ad evocarlo è stata ogni stilla di sangue e sudore che puoi buttar fuori. Ci hai pensato a quel tempo, in un lasso di tempo infinito, indeterminato, non te ne serve altro. È roba che si consuma a gambe ferme, non quando ti muovi, nemmeno quando ti si muovono le consapevolezze doverose del quotidiano, quando l’abito da lavoro che t’è toccato pare così logoro che non c’è più spazio per immaginare il colore della carne che prova a nascondere. Che è dato a stupirsi pure per la scoperta d’essere colorato in qualche modo, non d’amorfo grigio, che era cosa che desumevi da stanchezze definitive. Si realizza di forme concrete un tempo ancora d’orizzonte, ch’è perso nel chiaro d’una luna, forse nelle cappe del sole di scirocco, nel rosso della sabbia del deserto che s’avvicina a trasporto di libeccio. C’è ancora quel profumo strano, acre, di vita vissuta come viene, pure dovrebbe non esserci, che non c’è distesa di posidonia nelle aule vuote, nemmeno nelle stanze a vista di terminale. Lo specchio pare gioca ogni giorno ad implacabile riflesso d’autore, non fornisce manipolazioni sghembe d’immagine, che non si riconosce mai d’acchito, non fa come riverbero azzurro di mare, che di distorsione fece solo virtù sua.

In quotidiano di lavorio indefesso c’è urlo ovunque, sgraziato e d’artificiosa perfetta fattura, che a natura è altro che frastuono, quando è tuono a spavento pare invece rimbrotto benevolo, strappa sorriso, fa regalo di libertà che non è d’acquisto a svendita. Risorsa da lavoro, si dice, pare compenso per acquisto di libertà, ma quella non è cosa d’un tanto a chilo, non merita che la fatica d’essere vissuta a pieno, che vuol dire avere occhi per compiacersene, non polmoni per respirare la merce che ne è surrogato. Ed è vero, poi, ed alla fine, che il lavoro rende liberi, liberi dal desiderio d’esser liberi, quando te ne sei assuefatto e quel tempo, quando arriva, ci sta che si palesa e non te ne accorgi, che hai dimenticato in fondo ad un cassetto di inutili memorie l’orologio che suona al suo passaggio.

Il grande trogolo

Che a far alleanza a dire io si, quello no, a far guerra ad oltranza che c’è quella che morto ammazzato pare giusto pure se è bimbo, altra non tanto, qualcuna speriamo, che a far faccia cattiva ad ultimo arrivato ad aggrappo di scoglio e molto di porto salvo, siam tutti bravi a sfare. Che a me, d’infinita stanchezza, manco a scrittura mi viene a dettato, che ripiglio ciò ch’è stato, che tanto avrei scritto pari pari uguale quello. “La verità, voglio dire, non rischia niente a passare per un periodo di abbiezione: non il suo avvenire e nemmeno la sua gioventù. Quello che non deve mai venire meno è il nostro sforzo di intrattenerla, comunque, tra noi uomini.” (Elio Vittorini)

“E giunse il tempo che desiderio di vertigine m’appare solo a sistemar chiappe a scoglio comodo, a favor di tenue brezza di ponente. Lì c’è posizione di sguardo ad altro tempo che andò via a rapidi scivolamenti. Che feci collezione di pergamene e titoli a ceralacca, di timbri e pacche sulle spalle, inchiostri di stilografica raccolsi. Mi avvidi di saggezze elevatissime di fini accademici, sagaci elucubratori di teorie d’avanzo, e professori mi professarono vie salvifiche di conoscenza. Capitani coraggiosi m’imbellettarono narrazioni d’autentico infinito di profondità, e preti e frati e paternostri m’illuminarono d’incenso, mi deliziarono d’omelie un tanto al chilo, pure in odore di santità mi parvero audaci pescatori di ghiozzi a tendenza d’eversione. Le madame dorè, le miti volontarie di misericordia, e signori dabbene di circolo esclusivo, di fatta impeccabile doppiopettata e profumo millefiori, mi fecero di sé modello esclusivo e beato. Arguzia finanziaria mi trasmisero autentici scienziati di doblone, ed a cure immaginifiche mi sottoposero per trattamento di deviazione.

Che però nacqui storto e storto rimasi, pur se mi sdoppiai a far finta d’assecondo. Che ora, a fase due, non m’è dato di adeguarmi all’immane trogolo di carni e sangue di sacrificio a conforto per Marte e Atena. Che però appresi di non apprendere, pur se assorbii finale convincimento che nemmanco le dame di San Vincenzo riusciranno a far del bene, ch’esse mai seppero cos’è la vita, che imbracciano sotto coscia, ad occulto, mitra e bomba. Ch’io tutto imparai da puttane senza protettore, a quartiere miserabile dove misi dente da latte, e che, accademia autentica di bellezza, fu soffocato a rango di supermarket per saccheggio conclamato, con reparto d’onnisciente mammasantissima. Pure imparai da lambretta smarmittata di venditore di granchio per cattura a pietra celeste, da pazzo con canottiera su cappotto e camicia avvoltolata in testa, per posto a cappello in mano, a buco tappato per dammi cento lire, ci hai ‘na sigaretta. Che mi venne ad aula di lezione autentica osteria perduta, di abitanti a perenne nostalgia di bicchiere pieno, e vecchio compagno che s’accompagna a miserabile scarpa rotta, pantalone logoro e mano di calli e calce viva, curvo di schiena ma mai domo a dir di padrone peste e corna. Pure non fu capace di sopravvivenza a quello, nemmanco per saggezza di mutua a scarso d’assistenza e forse per cicatrice di manganello per protesta di contro legge. Che imparai dinamiche sofisticatissime d’universo da lavandaia a tempo perso, balia asciutta e odor di varechina. Altro seppi da pescatore silenzioso a barca a puzzo di cherosene e sangue di pesce raffermo, con ruga che solca il volto quale fiume di sale e fatica di sole. Che nessuno dei secondi ebbe allora a far mai guerra a tal altro, mai tirò indietro la mano a soccorso per chi vien dopo. Pure, a gengie sfatte, non smisero a riso per bimbo che passa, ch’io mi ricordo – che a denti non m’ero provvisto ancora – di tali sdentature di pace, ora che vedo biancheggiare nobili fauci di squali.”

Viaggio dentro il paesaggio

E visto che non mi fu consentito per causa di tempo tremendo di non farlo, mi piace, così, per celia, di parlarvi d’attraversamenti fotografici di paesaggio. Pure capita che il paesaggio è a presenza umana, che talune di dette presenze non mi sono ostili come tal altre. Dunque io quelle vi propongo che l’altre mi interessano assai meno. Ma vi faccio dettaglio di ciò che penso che, manco sarebbe da dire, questa è cosa che si fa a suono di musica giusta e precisa.

Quanti sono gli approdi di Ulisse? L’isola di Calipso, le Terre dei Lotofagi, i giardini di Circe? V’è stata una risposta potente e lunga millenni alla descrizione di un paesaggio fatta da un cieco, un semplice accenno tra vicende dal contesto universale per scatenare rincorse al toponimo che giustificasse una tappa fondamentale del viaggio più vertiginoso della letteratura. E vale lo stesso per certi scorci d’Oriente salgariani – come per i primi, sia pure per diversi impedimenti, mai visti – che hanno rievocato sogni e speranze di derive definitive. Più concrete appaiono certe divagazioni su tramonti indimenticabili nei taccuini di viaggio di Goethe, e poi quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno, suggestioni che fossero state immortalate da una qualsiasi pellicola o su qualche milione di pixel, non ci sarebbero giunte in fattezze così nitide e dirompenti. Poi l’invenzione della macchina fotografica ha spiazzato pletore di artisti e letterati costringendoli a cercare altre strade per delineare e trasmettere le suggestioni del paesaggio. Non si poteva più renderlo in forme perfette, più perfette di uno sviluppo almeno. In realtà, prima che la fotografia riducesse la natura descrittiva del paesaggio a pratica manichea ed estetizzante, rasserenante al punto da divenire materia utile per certe sale d’aspetto dentistiche, il volo di fantasia stampava immagini ben più profonde, giacché liberava l’energia del paesaggio, fosse anche semplicemente quello immaginato, e lo poneva in rotta di collisione – o in convergenza – con certe qualità dell’anima dell’artista, con le sue arguzie, talvolta con le sue furbizie.

Ed allora si può presumere che la fotografia abbia prodotto nell’artista l’effetto collaterale dell’insorgere necessario d’un approccio altro col paesaggio, non più meramente descrittivo, ma dialettico, un affare personale, un teté a teté allo specchio. All’artista, persino al fotografo più avveduto direi, quello cioè che non cerca patinature estetizzanti, il colpo di scena ad effetto della visione grandangolare del tutto e subito, neanche nebbioline trasognate, non rimane che interloquire col paesaggio, divenirne parte, attraversarlo per renderne l’essenza primordiale. Non può più lasciare l’impressione di conoscerlo, deve metabolizzarlo, incorniciarne il dettaglio, de-scriverlo, o meglio, re-interpretarlo, modificarlo se ne è il caso. In altre parole de-scrivere il paesaggio può voler dire scannerizzarlo nel suo invisibile, coglierne la molteplicità delle suggestioni, aggiungervene d’altre. Il paesaggio è tale poiché qualcuno l’ha attraversato e ne ha ricavato tratti della propria identità, la sua perfetta narrazione, dunque, non può esserne la sepoltura nell’istante cristallizzato da un click, piuttosto è la ricerca inversa che riporta alla luce una sequenza temporale dinamica. La natura corruttibile delle cose, infatti, ritiene in sé le tracce del tempo che si sovrappongono, si stratificano diacronicamente; e così la traccia più recente non cancella le precedenti, le opacizza soltanto per un periodo effimero. Ma è lo stesso tempo che gioca con le cose degli uomini e, graffiando via gli strati superiori depositati dal suo passaggio, ne scopre i precedenti, in un gioco cromatico che il de-scrittore del paesaggio disvela in un unicum narrativo che va oltre l’istante. Questa ricerca non può non consumarsi dentro un percorso di riscoperta, che parte dai luoghi del proprio vissuto anche quando il senso d’abbandono li rende ad occhi distratti prevalente e fastidioso. Effetto collaterale di questo cammino di riscoperta identitaria diventa così la messa a fuoco del dettaglio che sfugge a chi è vittima inconsapevole del gioco d’inganno del tempo, che ha scelto la disillusione dell’accelerazione parossistica come pratica quotidiana, ma che appare invece agli occhi di chi non se ne lascia irretire come irrinunciabile taumaturgia. “Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci”, diceva John Ruskin, e la deriva nel paesaggio, in quello concreto e materiale del quotidiano così come in quello della mente, è proprio un viaggio lento, dentro quei silenzi che in una condizione “urbana” e moderna non sono previsti, appartengono, per l’immaginario collettivo distorto, solo a certe valli antiche e remote. Silenzi in cui però si avverte profondo il respiro del tempo che è passato, rotto solo da qualche richiamo lontano ed ancestrale che proviene da un luogo indefinito. “L’oscurità indietreggia davanti all’illuminazione e le stagioni davanti a stanze con l’aria condizionata: la notte e l’estate perdono il loro fascino, e l’alba sparisce. l’uomo della città pensa di allontanarsi dalla realtà cosmica e per questo non sogna più. Il motivo è evidente: il sogno nasce all’interno della realtà e si realizza in essa”. (Gilles Ivan) La reazione è la deriva nel paesaggio, lo scontro con esso, come per due enormi marmi michelangioleschi, la realtà materiale e la psiche dell’artista, che collidono liberandosi, scheggia dopo scheggia, frammento su frammento, delle sovrastrutture. Il risultato non è scontato, non appartiene ad un progetto ripetibile, si riarticola in senso dialettico ad ogni urto, rivela realtà sorprendenti ed insospettate in ciascuno dei due soggetti a specchio. L’opera finale non è perciò l’epitaffio d’un atto creativo, ad essa tocca di vagare ancora alla ricerca di nuovi orizzonti in un paesaggio di nuove menti, di nuove derive, di improbabili – e nemmeno certi – approdi. La deriva nel paesaggio, così, è alla base di tutto, diviene la rottura sistematica di ogni paradigma, d’ogni già visto, ma continua ad appartenere all’oggetto materiale che scarnifica sino all’essenza e reinterpreta come opera d’arte giacché lo circonda del vuoto. In pratica la deriva è due cose insieme, processo di esplorazione e tecnica di straniamento. “Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela” (Henry Laborit). In entrambi i casi il risultato finale è la nuova scoperta, quella che non è tracciata sulle carte di navigazione, di “rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione”. Impone che il paesaggio non sia definito secondo paradigmi assoluti, ma divenga il luogo d’esplorazione di un’atmosfera.

Nello straniamento l’oggetto paesaggio diviene un insieme di sensazioni che si riarticolano in un Kaos altro, postfondativo, unico ed irripetibile in quanto dipendente dall’osservatore. E persino il paesaggio degradato diviene contenitore di speranze, a patto che lo straniamento ne disarticoli le ragioni statutarie e lo rielabori dentro nuove consapevolezze. Lo spazio banale, evitato, de-costruttivo, viene filtrato dallo straniamento e diventa esperienza fisica, emotiva, contatto primordiale e silenzioso, la quinta scenografica su cui si depositano i presupposti della memoria. I quotidiani vissuti ed eteroposizionati creano la suggestione della trasformazione positiva e progressiva, la situazione che contrasta con l’esistente e ne muta lo stato di cose.

Il progetto di de-scrizione del paesaggio merita una premessa inevitabile in ogni caso, il paesaggio va attraversato lentamente, sia quello immaginato che si materializza in un sogno, una visione, una suggestione, sia quello vissuto, fosse anche quello che il paradigma estetico derubrica ad anonimo e degradato delle periferie di Suburbia. Eppure non può essere un attraversamento programmato, rituale, una ricerca chiavi in mano, piuttosto la situazione che si realizza poiché l’essenziale è solo contingenza. “Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente: gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre. C’è qualcuno, credo, che ha compreso questo. Soltanto ha cercato di sormontare questa contingenza inventando un essere necessario e causa di sé. Orbene, non c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza: la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare; è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare… ecco la Nausea”. (J. P. Sartre).

Immunità di gregge

Tempo di saldi, tempo di feste, tempo di spese e lustrini. Io me ne sto a casa, non né ho voglia nemmeno risorse per far parte della schiera di grande partecipazione. Mi faccio un librino che s’era acquattato in un angolo della libreria, una sigaretta, un bicchier di vino, m’ascolto qualche standard. Se non fosse stato per il vento furibondo che soffia gelido – sono uomo d’Africa, poco avvezzo al gran freddo – avrei prolungato i quattro passi lungo il fiume. Mi tengo nostalgia per certe cose laggiù, cose che spariscono, altre che fanno strenue resistenza.

“Tengo la posizione”, rispondeva al “come va?”. Poi la posizione non ha retto. Francesco, armato di sigaro, se ne stava in trincea, provando l’ultima difesa di un mondo che scompare e che prima di farlo prova a dare un ultimo colpo di coda testimoniale, sotto assedio del resto che avanza. La sua libreria, – pochi metri quadrati, umidi e malconci – per qualcuno fuori del mondo, era oasi nel deserto. I libri là dentro è probabile che li aveva letti tutti, perché, se gliene chiedevi uno, lui te ne parlava, pure con dovizia di particolari. Se passavi sotto San Pietro e ti andava di fare sosta nell’oasi nel deserto, aveva le sedie di plastica bianche, impilate a fianco della vetrina che dà sulla piccola piazzetta, il “quadrato della palma”, come la chiamava lo scrittore Franco “Ciccio” Belgiorno che lì s’accomodava spesso.

Lui ti diceva “prenditi una sedia, siediti”, quando c’era il sole nell’autunno fresco, o l’ombra nelle estati torride del sud. A tempi variabili, dunque. M’è capitato di vederlo preoccupato, dopo l’invito a sedersi, se valuta eccessi di corpulenza nell’ospite: “prendine due, – diceva con garbo e dissimulando la preoccupazione – resistono meglio, sono vecchie, mi fido poco”. Non mi ricordo di averlo mai visto scuro in volto. Francesco sorride a prescindere, a tutti, e con tutti scambia quattro chiacchiere. Mi prende in giro per il mio ritiro quasi romitico, nei luoghi d’un altro Francesco. Mi dice che da bambino i suoi lo portavano in vacanza lì, tra boschi fitti e scuri, eremi, santuari, monasteri. Leggevano le Novelle della Nonna della Perodi, tra Gatti Mammoni, oscuri presagi gotici e povere contadinelle, la cui unica speranza d’emancipazione dalla miseria “obbligata” e dalle privazioni della vita ai margini della foresta, era di sposarsi il nobile fiorentino. Un inno al femminismo, praticamente. “E ti pare che non venivo su così?”, ammiccando a come claudica. Se guardo le festose adunate dinnanzi e dentro i centri commerciali, le file coi carrelli stracolmi, lo struscio acritico e il divertimento pret-a-porter, il trionfo dell’industria del divertimento, le compere on line, mi viene da pensare a quello che saremmo se Francesco e quelli come lui fossero loro il virus, un virus che ammala di avvicinamento sociale, ma senza folla, che la folla è ansiogena, che sgombera il metabolismo dal “devo farlo per forza, ora e subito”.

Mi viene da pensare che altro che crisi economica da pandemia e crollo dei consumi. Il PIL, una cosa del genere, lo asfalta, lo seppellisce definitivamente, altro che Covid. Ci toccherebbe vivere senza tempo, senza ansia, senza angosce, forse senza parecchi soldi. E che campi a fare se non hai pensieri torti e sconnessi, se non hai l’assillo che ti devi cambiare il cellulare che il tuo l’hai preso che sono passati già sei mesi? Di che cosa ti preoccupi se le scarpe colorate sono terminate? Come ti pensi domani, che il rottame che guidi non ci ha manco i sensori del peso che ti segnalano l’indice di massa corporea e che ti devi mettere a dieta? Che campi a fare se l’aperitivo è off limits, quello con gli ombrellini e il beverone colorato al benzene doc, con le tartine alla presunzione di gambero affumicato, al caviale di Marte ed al salame molecolare, bello pigiato col resto del mondo, in scatola o liofilizzato? Praticamente ti manca l’aria. Che poi, al massimo, ti tocca farti l’uovo sodo ed il bicchiere di vino rosso da Piero, con il piattino col sale dove buttarcelo dentro, sul tavolo bianco rovinato dal sole ed i gatti del quartiere che ti si strusciano al polpaccio per rivendicare la propria quota parte del banchetto. Ti tocca, anche lì, di scambiare quattro parole, col rischio orrendo, in quella calma irreale, che pure le capisci tutt’e quattro. Mi viene da pensarlo, lì per lì. Poi mi passa, e me ne torno coi piedi a terra, e mi chiedo al massimo come sia stato possibile che Francesco, la sua libreria, là non ci sono più. Per lui, per quelli come lui, malattie sotto traccia, sotto il primo strato di pelle, sotto le ringhiere rugginose e le mura scorticate, il vaccino c’è già. Con vaccinazione di massa, praticamente immunità di gregge dietro l’angolo. Le stanno debellando queste malattie, pure con successo, che manco il vaiolo e la peste bubbonica le hanno combattute con la stessa efficacia. Si, qualche contagiato ancora c’è, resiste, ma vedrete che ora ci si pensa, si fa il tracciamento e si chiudono i focolai. Così alla fine, il PIL, quello almeno, l’abbiamo salvato

Una lettera alla persona giusta

Insomma, capita che la terra trema, proprio sotto casa mia, che mi scompensa residui di sonno, che a scelta precisa – mi sa – trema di notte a centro di fase Rem. Poi pure mi metto a vedere che succede in giro che fa acquazzone e frana ad isola e ad un ovunque che ho sensazione piena che la Terra abbia qualche risentimento. Mi pare che forse è il caso che ci parliamo, che se ci fu equivoco meglio è prodursi a chiarimento che a farsi fatto di rovina. Per intanto ammansisco il tutto d’intorno con musica giusta ed offro bicchiere.

Cara Terra, volevo segnalarti una questione che nemmeno ho ardire che ti fu a sfuggimento che tu tutto comprendi. Cioè, modestamente ed umilmente, mi faccio portavoce di taluni a numero d’un certo rilievo, che noi non c’entriamo con vilipendio a Te medesima, che se potessi avere reazione – lecita, lecitissima, anzi – con altri che ebbero responsabilità di livello un po’ più elevato mi verrebbe da dire – sempre con riverenza – che io, ed altri come me messi anche assai peggio, non avremmo nulla ad obiezione. Vedi, cara Terra, io ho stipendio miserando, che se pure a quello ci togli affitto da fuori sede e mutui vari, mi rimane ben poco ad assecondare desiderio di consumo, che pure nemmeno ho, per inquino e sfascio pianeta. Altri sono pure peggio di me che se ne vanno a zonzo per la mappa tua a senza meta e senza manco stipendiuccio, a mangiar nulla o quasi, a vestir di cenci. E vorrei dirti che, in attesa d’esserci emancipati da giogo di schiavitù, se tu ci potessi, con pazienza, venire incontro noi te ne serberemmo gratitudine, che, in caso contrario, neppure ti faremmo mancare a prescindere. E scusami se insisto, ma guarda cosa fanno quegli altri che fanno di bombarda e di sfascio tutto di Te ragion di vita, un colpettino ben assestato e mirato mi sa che se lo meritano loro ch’io, tuttavia, non mi sottraggo a mie responsabilità. Comunque, continuerei questa mia lettera, ma penso che tu abbia capito mio intendimento, semmai faccio mia per prosieguo lettera di gran capo Seattle, ad aggiungo pure che se qualcuno gli avesse dato retta non avremmo avuto con te problema alcuno, e ci saremmo potuti tracannare in santa pace un bel vinello insieme, magari con accompagno giusto di musica. Con reverenza a quella ti lascio.


tuo devoto nessuno

Come potete acquistare o vendere il cielo, il calore della terra? L’idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la freschezza dell’aria, lo scintillio dell’acqua sotto il sole come e’ che voi potete acquistarli? Ogni parco di questa terra e’ sacro per il mio popolo. Ogni lucente ago di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma dei boschi ombrosi, ogni radura ogni ronzio di insetti e’ sacro nel ricordo e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che cola negli alberi porta con sé il ricordo dell’uomo rosso. Noi siamo una parte della terra, e la terra fa parte di noi. I fiori profumati sono i nostri fratelli, il cavallo, la grande aquila sono i nostri fratelli, la cresta rocciosa, il verde dei prati, il calore dei pony e l’uomo appartengono tutti alla stessa famiglia. Quest’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non e’ solamente acqua, per noi e’ qualcosa di immensamente significativo: è il sangue dei nostri padri. I fiumi sono nostri fratelli, ci dissetano quando abbiamo sete. I fiumi sostengono le nostre canoe, sfamano i nostri figli. Se vi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordarvi, e insegnarlo ai vostri figli, che i fiumi sono i nostri e i vostri fratelli e dovrete dimostrare per fiumi lo stesso affetto che dimostrerete ad un fratello. Sappiamo che l’uomo bianco non comprende i nostri costumi. Per lui una parte di terra è uguale all’altra, perché e’ come uno straniero che arriva di notte e alloggia nel posto che più gli conviene. La terra non è suo fratello, anzi e’ suo nemico e quando l’ha conquistata va oltre, più lontano. Tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo, come se fossero semplicemente delle cose da acquistare, prendere e vendere come si fa con i montoni o con le pietre preziose. Il suo appetito divorerà tutta la terra e a lui non resterà che il deserto. Non esiste un posto accessibile nelle città dell’uomo bianco. Non esiste un posto per vedere le foglie e i fiori sbocciare in primavera, o ascoltare il fruscio delle ali di un insetto. Ma forse è perché io sono un selvaggio e non posso capire. Il baccano sembra insultare le orecchie. E quale interesse può
avere l’uomo a vivere senza ascoltare il rumore delle capre che succhiano l’erba o il chiacchierio delle rane, la notte, attorno ad uno stagno?
Io sono un uomo rosso e non capisco. L’indiano preferisce il dolce suono del vento che slanciandosi come una freccia accarezza la faccia dello stagno, e preferisce l’odore del vento bagnato dalla pioggia mattutina, o profumato dal pino pieno di pigne. L’aria è preziosa per l’uomo rosso, giacché tutte le cose respirano con la stessa aria: le bestie, gli alberi, gli uomini tutti respirano la stesa aria. L’uomo bianco non sembra far caso all’aria che respira. Come un uomo che impiega parecchi giorni a morire resta insensibile alle punture. Ma se noi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordare che l’aria per noi e’ preziosa, che l’aria divide il suo spirito con tutti quelli che fa vivere. Il vento che ha dato il primo alito al Nostro Grande Padre e’ lo stesso che ha raccolto il suo ultimo
respiro. E se noi vi vendiamo le nostre terre voi dovrete guardarle in modo diverso, tenerle per sacre e considerarle un posto in cui anche l’uomo bianco possa andare a gustare il vento reso dolce dai fiori del prato. Considereremo l’offerta di acquistare le nostre terre. Ma se decidiamo di accettare la proposta io porrò una condizione: l’uomo bianco dovrà rispettare le bestie che vivono su questa terra come se fossero suoi fratelli. Che cos’è l’uomo senza le bestie? Se tutte le bestie sparissero, l’uomo morirebbe di una grande solitudine nello spirito. Poiché ciò che accade alle bestie prima o poi accade anche all’ uomo. Tutte le cose sono legate tra loro. Dovrete insegnare ai vostri figli che il suolo che essi calpestano è fatto dalle ceneri dei nostri padri. Affinché i vostri figli rispettino questa terra, dite loro che essa è arricchita dalle vite della nostra gente. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri: la terra è la madre di tutti noi. Tutto ciò che di buono arriva dalla terra arriva anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. Noi almeno sappiamo questo: la terra non appartiene all’uomo,
bensì e’ l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi lo sappiamo. Tutte le cose sono legate fra loro come il sangue che unisce i membri della stessa famiglia. Tutte le cose sono legate fra loro. Tutto ciò che si fa per la terra lo si fa per i suoi figli. Non è l’uomo che ha tessuto le trame della vita: egli ne e’ soltanto un filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a se stesso. C’è una cosa che noi
sappiamo e che forse l’uomo bianco scoprirà presto: il nostro Dio è lo stesso vostro Dio. Voi forse pensate che adesso lo possedete come volete possedere le nostre terre ma non lo potete. Egli è il Dio dell’uomo e la sua pietà e’ uguale per tutti: tanto per l’uomo bianco quanto per l’uomo rosso. Questa terra per lui è preziosa. Dov’è finito il bosco? E’ scomparso. Dov’è finita l’aquila? E’
scomparsa. E’ la fine della vita e l’inizio della sopravvivenza
“.

Una possibilità

Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità. Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o tal altra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche esser diverso. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è”. (Robert Musil, L’uomo senza qualità)

M’aspetto cose mirabili, che è vicina la festa, sommo giubilo, cose da fine guerra con guerra in corso. Le folle acclamanti che si lasciano indietro tempi grami, oscuri presagi, largheggiando di felicitazioni di massa, sorrisi sguai(n)ati sotto mascherine agghindate a festa. Così m’è parso di capire. Pure mi viene in mente che la pandemia, smobilitata ex legis, lascia il passo alla riconquista delle posizioni perdute. S’attiene alle prescrizioni, se ne sta al massimo in qualche terapia intensiva. Solo che non ho capito, che sono tardo, che fine fa quell’altra pandemia, quella senza virologi e generalissimi, quella che ci lascerà strascichi divaricanti, che riporterà il mondo in somma divisione per due, forse per tre, o per tremila.

E se l’una parte gioirà, illuminandosi d’immenso, per la riconquista del posto al sole shakerato non mescolato, con l’olivetta in fondo al calice, le altre non si vestiranno a lutto di certo. Ma quel ch’è stato è stato, che di virus ce n’era più d’uno, e se all’uno sopravviviamo, l’altro, m’è sopravvenuto il dubbio, forse che si mette a produrre accelerazioni evolutive su basi selettive. M’attengo ai fatti – di mestiere tratto scienze esatte – che l’evoluzione non si può prevedere, e pure Leopardi s’era accomodato sul fatto che la “matrigna” fa quel che vuole, mica chiede permessi e desiderata. Ma io me li prendo lo stesso i desiderata, tanto, appunto, al massimo sono desiderata, e mi faccio l’elenco di quelli che sopravviveranno tali e quali, non s’evolvono, semmai si ricollocano in una nicchia ristretta, criptobiotici d’assalto, di cui non s’era avveduto prima il Grande Untore – che su tutti veglia saggiamente -, nemmeno s’accorgerà che esistono dopo. Sono quelli che nel D Day rimarranno invisibili, non saranno invitati al grande banchetto, che manco prima c’erano mai stati. Eppure, come me, metteranno il naso fuori, s’accorgeranno che ancora l’aria, a tratti e da qualche parte, è rimasta fresca. Sono quelli di “ci hai una sigaretta, dammi cento lire”, che vedono passare il bus sbagliato per ore, che pensano che Film Blu sia un capolavoro ma che gli piglia male se se lo devono rivedere. Sono quelli che pensano che i più grandi poeti dell’ultimo mezzo secolo siano Sugar Ray Leonard ex aequo con Cifalà, quelli che tirano la lenza senza l’amo per non dovere giustificare che se ne stanno su un moletto a tempo indeterminato. Sono quelli che non hanno mai visto una partita allo stadio, che al cinema non hanno mai mangiato il pop corn, che si chiedono se il comune pagherà. Quelli che, in fin dei conti, Orfeo ha pure fatto bene a voltarsi, che la TV gli prende solo tre canali e la lavatrice sembra una cava di marmo. Quelli che in salotto al posto dell’argenteria ci hanno la Lettera 22, che non sanno dov’è l’Ikea, che “non capisco ma m’adeguo”. Quelli che non s’aspettano il meglio, neppure il peggio, i disertori di tutte le guerre, quelli che hanno deliberatamente scelto d’essere nessuno, giacché è sempre meglio che essere uno qualunque. Quelli che, come da desiderata, appunto, forse un giorno faranno “banda”, ritrovandosi d’un tratto sugli scalini esausti della stessa chiesa diroccata. E senza conoscersi, conquisteranno l’altare, con tanto di pulpito nemmeno richiesto, per ridere da lì del re che è nudo.

E voi chi siete?

Radio Pirata 48 (Nostalgico italiano)

Radio Pirata torna a puntatona che si fece a numero Quarantotto a senza batter ciglio. Che vostra radio preferita si fa anche oggi, per ritorno a sorpresa dopo lunga latitanza, botte piena di grande musica a nostalgia conclamata di chitarra Eco standard acustica, con corda scordata – ma si spera di no – per accompagno esatto di notiziona che altra emittente non si fece a coraggio di dire fino in fondo.

Che fa notiziona che grande figura, a presentarsi quale rivoluzione di paradigma costituito e convenzionale, pare svela lato oscuro che non parve innocente come disse, che questo non è a stabilirlo nostra bella radiolina piratissima. A Radio, che fu di nessuno con tanto di n amputata di maiuscolo e minimizzata, ognuno che fa a catalizzare attenzione “a quanto son bello io”, per divenire di altezza vertiginosa, sempre è risaputo che poi casca, che gravità non fa sconti a nessuno. Unico che non casca è grande movimento di massa che quello nasce senza faccia ma con espressione di collettivo, che singolo non sparisce proprio, ma non si fa punta di niente, a sorreggere si depone ogni altro che ti sta accanto e nulla chiese in cambio se non essere parte di tutto.

Che dopo grande esibizione muscolare a fronte di opposizione di cambio di clima, grandissimi ricchi di merito, a simposio d’internazionale levatura, fanno meraviglioso miracolo di trovo accordo che va bene a tutti: se c’è danno casomai si fa risarcimento, che non si dica, poi, che non si lascia obolo giusto a causa di miserabile fine d’ultimo a secco preciso che non cadde goccia d’acqua. Pure gola di quello, ultimo intendo, si seccò che bella ragazzetta svedese disse forse non vado, ma altri a disidratazione d’ugola e colore sbagliato non ebbero scranno di successione, che è giusto per buon rispetto di brava gente non far vedere a TG d’ora di cena scena d’inquietudine di miserabile conclamato.

Ciao Claudio che ci manchi assai!

Che c’è grande fortuna che a mantenere sonno tranquillo a grande e potente vertice di piramide c’è ancora scoppio di bombarda con morto ammazzato a un tanto al chilo. Ma questa cosa, che pure dovrebbe fare a gioia collettiva, a taluno toglie sonno ogni notte. Capitò, infatti, che, quasi a dispetto fatto, chi ebbe destino di parata finale verso limbo di dimenticatoio per presunta inutilità conclamata, non poté partecipare. Eppure egli aveva espresso esplicito desiderio per colpetto di bombarda, ma non gli toccò manco un tiro di sghembo, una miccetta accesa, un premo grilletto a fucilino. Glielo fecero a sgarbo che missile di sconfino non fu quello giusto, che già aveva preso bell’e buona mira a colpisco pure io con sommo gaudio, a ricompensa d’impegno a comprar arma su arma che tolgo a cosa di futilità di società antica come scuola ed ospedale.

E finisco con sommo sollazzo, che finalmente grande flottiglia di nave sovversiva fu a blocco e senza possibilità di trovo porto salvo manco con richiesta a carta da bollo. Che ella, navaccia blasfema e bolscevica, si voleva fare a sostituzione di dio per decisione a contrasto di destino ineluttabile che a fuga via mare s’annega. Chi ce la fa, fedifrago, meglio è se di nascosto che non se ne vede per disgusto espressione di sfatto, e se arriva, meglio arriva ad invisibilità che così lavora a sotterro di serra e ci fa fare sconto su derrata a luminescente centro di commercio. Almeno si rende utile che la brava gente s’appresta a lustrino per festa che siamo tutti più buoni.

A specchio, lo sguardo mancato

Non c’è progresso fermo e irreversibile in questa vita; non avanziamo per gradi fissi verso l’ultima pausa finale: attraverso l’incanto inconscio dell’infanzia, la fede spensierata dell’adolescenza, il dubbio della gioventù (destino comune), e poi lo scetticismo, e l’incredulità, per fermarci alla fine, maturi, nella pace pensosa del Forse. No, una volta arrivati alla fine ripercorriamo la strada, e siamo eternamente bambini, ragazzi, uomini e Forse. Dov’è l’ultimo porto da cui non salperemo mai più? In quale etere estatico naviga il mondo, di cui i più stanchi non si stancano mai?” (Herman Melville)

Che questa è terra che di bellezza fece sua condanna inesausta, che di figli che sono suoi e che tali si sentono, farà per forza a meno, che non c’era scampo a partenza. E come fratello, padre, madre, sorella, Lui è a sommo d’arguzia di sapere, di temere destino d’altri prossimi, che ad esorcismo esatto dell’io so, sostituisce il non dico che sarà strappo furibondo, mancanza di vertigine. Questa è terra che di bellezza fece condanna suprema, che mai vi fu a goderne senza patimento estremo di chi seppe coglierla. Fu terra che accolse pure chi non meritava accoglimento, che ricambiò cortesia d’ospitalità con violenza di fare sorprendente d’inumano. Quelli rimasero, a perpetrare l’orrore della trasformazione d’abbrutimento. Chi seppe che doveva stare a goderne non ebbe strumento di sopravvivenza, quale esiliato dovette muoversi a cercare tesori d’effimero, porto salvo, come per veleggiare di barcaccia fenicia di pescatori di tormente, rossi di sangue e di porpore di murici. Terra che respinse i suoi figli d’altra sponda che Lui voleva salvare da deriva. Talora, Lui se ne fece carico, ch’è dato meglio una sofferenza d’istanti, tra le braccia di sale generatore che l’orrenda, eterna, reprimenda dei vivi già morti, ad accusar d’essere nati a sponda diversa da quella data per giusta. Questa fu, è, sarà terra che fa a prezzo di strozzo prestito di bellezza, e pretende pagamento esoso per essersene imbattuti a coincidenza d’esservi nati.


E quelli che vi giunsero non furono accolti se non per essere vilipesi, quando non vi giunsero armi in pugno, a dettar legge del più forte sono io, che detti vennero blanditi. Ed altri che noi fummo andarono e non si fermarono se non per voltarsi a riempire ogni vena, ogni arteria, il più piccolo capillare d’eterna, infinita nostalgia. Eppure fummo noi a dire nave non salpa a salvar vite, a far ciò che serve a nave che si fece varo, abbracciare altre terre, altre genti, sollevare da flutto, e non per cima tesa ad ancoraggio a porto salvo per bufera, ma per diktat a rifiuto di sguardo a specchio.

Tempi di reti

‘Constante li tira a destra.’
‘Sempre’, disse il presidente della squadra.
‘Ma lui sa che io so’.
‘Allora siamo fottuti’.
‘Sì, ma io so che lui sa’, disse el Gato.
‘Allora buttati subito a sinistra’, disse uno di quelli che erano seduti a tavola.
‘No. Lui sa che io so che lui sa’, disse el Gato Dìaz e si alzò per andare a dormire.
‘El Gato è sempre più strano’, disse il presidente della squadra nel vederlo uscire pensieroso,
camminando piano.
” (Osvaldo Soriano)

Non mi piace lo sport, me ne sono tenuto alla larga. È contro la mia religione, e io sono praticante fervente d’ozi e lentezze. Un po’ di pallavolo, da ragazzo. Poi smisi. Troppo affanno ed effetti collaterali. Mi piacevano certi boxeur, Ray Sugar Leonard, certo. Mi pareva fossero personaggi letterari, con le loro storie di emancipazione, gli incontri leggendari. Pure Alì, invero. M’ero pure messo, su quella scia, ad incrociare guantoni. Ma non durò nemmeno quello. Trovavo assai disdicevole che, mentre io prestavo il mio setto nasale ad improvvide deviazioni, gli altri non facessero altrettanto, si scostavano. Col mio compagno di banco delle medie, sportivissimo autentico e convenzionale, non eravamo ben assortiti: lui un metro ed una spanna, con la faccia angelica ed i riccioli d’oro, ma ben piazzato; io spilungo e sottile come un giunco, levantino ed arabeggiante. A dispetto dell’aspetto, quello era uno spietato killer d’area di rigore, e mi convinse a farmi la partitella della domenica, su una specie di campo di patate alle cui estremità erano piazzate due porte senza rete, che ad ogni incrocio dei pali era rissa per l’opposta valutazione se la palla fosse passata sotto o all’esterno. Dismisi rapidamente che il dopo partita era sempre doloroso e tornavo a casa che, ancora più che per incontro di box, parevo una carta geografica. Al di là del fatto che, per spirito critico innato, m’ero rapidamente avveduto che non c’era storia per me sul campo da calcio. Qualche cauta riscoperta, cenno di svago, roba da paesaggi immensi e orizzonti di fascino polveroso di Patagonia, m’è venuto dal calcio dei racconti di Osvaldo Soriano, di Manuel Vasquez Montalban, Eduardo Galeano, ma non sono mai andato oltre.

Nulla contro chi è d’altro credo religioso, ma io a santificare il santo idolo della rete, sia quello che dice chi comanda sono io, con sacco che si gonfia di virtuale e tutti a casa tranne chi vuole lui, e quegli altri che fanno di grande sconto di settimana nera occasione d’acquisto di schermo a dimensione di cinema, per vedere meravigliosa segnatura con spunta su 6500 morti d’ammazzo a fatica ed incidente per costruzione di grande megalitico stadio a deserto fitto, scelgo di vedermi al PC una giocata di Cifalà.

Viaggi dentro i paraggi (Allonsanfàn parte diciottesima: Gigliola Siragusa)

Ed è Palermo, la fastosa e miserabile Palermo, con i suoi palazzi nobiliari che imitano le regge dei Borboni tra i «cortili» di tracoma e tisi, con le ville-alberghi in stile moresco-liberty di imprenditori come i Florio che s’alzavano sopra i tetti dei tuguri; la Palermo delle strade brulicanti d’umanità come quelle di Nuova Delhi o del Cairo e dei sotterranei dei conventi affollati di morti imbalsamati, bloccati in gesti e ghigni come al passaggio di quello scheletro a cavallo e armato di falce che si vede nell’affresco chiamato Trionfo della morte del museo Abatellis.” (Vincenzo Consolo)

Conosco Gigliola Siragusa solo attraverso le sue foto, ma è cosa che basta. Di notizie biografiche ho appena quelle che servono: ha collaborato con le Edizioni Kalos, vinto premi nazionali di fotografia, una laurea in lingue e letterature straniere, anche un master in arredamento e progettazione. Per il resto rimangono i suoi scatti a costruire la narrazione completa della sua ispirazione artistica.

Gigliola Siragusa attraversa le strade di Palermo e d’altre urbanità isolane, ne coglie essenze fondamentali d’umanità tra le pieghe di ambiti distanti da immagini da cartolina. Siano a colori o scatti in bianco e nero, le sue “visioni” disvelano sempre e comunque ventagli di cromatismi, sono ironiche e divertite, anche quando indugiano su soggetti che, per convenzioni non scritte, avrebbero l’unico destino di certificare marginalità e disagio. Sono foto senza tempo, trasudano passione autentica d’appartenenza, non si curano delle grandi trasformazioni ma dentro queste riescono a scovare ciò che resta di vita che pulsa. Nemmeno si preoccupano di nascondere decadenze e disastri, pare li amplifichino anzi, ma per relegarli a quinte per storie di vita, speranze, sorrisi, umanità varie che si parlano, che scelleratezze ed abbandoni non sono riusciti a spegnere. Diventano identitarie d’una storia che ha secoli, millenni, a dispetto d’una tecnica nello scatto moderna e ineccepibile. I giochi di luce disegnano nei volti dei suoi soggetti il tracciato definito d’un linguaggio che non si accende sotto i riflettori dello spettacolo, ma ha linfa vitale propria, non prodotta da artefatti. I suoi sono modelli abilissimi – anche quando inconsapevoli – nel partecipare al gioco di rimandi in cui soggetto e fotografa si riconoscono quali parti d’un tutto condiviso, dando vita a dialoghi serrati di luci ed ombre, senza quelle parole che pare comunque di sentire.

Guardando le foto di Gigliola Siragusa s’avverte il vocio musicale e soffuso dei vicoli e delle botteghe, quello scomposto di festa dei mercati, delle strade affollate di centri storici che patiscono sacchi e violenze, del gran fermento d’una festa, dei gridolini di bimbi che giocano nei cortili o ovunque ci sia spazio per far rotolare una palla, l’amalgama di suoni e rumori delle stazioni, d’un terminal qualunque d’una suburbia dimenticata.


Gigliola Siragusa attraversa le sue Sicilie come altri prima di lei, da El Idrisi in poi, con la voglia di raccontarla com’è, desiderio di scoprirne ancora qualcosa, senza tralasciare nulla. Dunque, si concentra più su narrazioni non consuete, sulle sorprese, come fecero Letizia Battaglia, ma anche Enzo Sellerio, tutti a cogliere, con sensibilità d’artista, le vestigia dell’isola che fu tra i disastri e le contraddizioni del contemporaneo.

Conversazione in Sicilia

Ora che c’è collera autentica che missile non partì da parte sperata, pure se il rapimento della secchia pare ancora oggetto di scontro, che non poté esserci partecipiamo tutti a tappeto di cadaveri, Mi riepilogo, così, per celia, antica disfida che mi parve, ad onor di vero, assai più seria, pure se a coscienza collettiva è serietà far morto assai, financo ad annego e per bomba intelligentissima. Ma prima vi ammusico un tanticchia.

Dio ha condannato noi uomini a lavorare e uno penserebbe che i posti dove non si vede l’ombra di un povero diavolo che tiri la zappa siano stati abbandonati dagli uomini e da Dio. Invece sono posti pieni di gente anche più degli altri. Con la differenza ch’è gente che ha capito, e che se la spassa in città, la maggior parte del tempo, a chiacchierare nelle piazze e a far festa nelle chiese. Poiché Dio è di manica larga, sa di averci condannati in un momento di cattivo umore, e trovar gente che lo capisce gli fa un piacere tale che ronza di continuo intorno a loro, e lavora Lui per loro; e rende ricche di raccolti le campagne loro come capita di rado che siano di quanti si attengono alla lettera della Sua scrittura”. (Elio Vittorini)

E musica sia, ancora, che ci serve.

Che stando sul Mar d’Africa mi sovviene di personaggi mitici, di epoche in cui la tavola imbandita sotto la pergola ospitava cene di Lucullo, pane, olive, cacio e uova sode, con acciughe e pomodoro secco quali note a margine. Mai mancò da bere, pure se se ne faceva uso in tanti e in tanto.

Seppure s’inebriava il tutto d’intorno, che svuotava meningi di contenuti eccelsi, talora capitava che d’iskra s’illuminasse il tutto, che la tavolata beona pareva trasformata in cenacolo, in zibaldone, senza che nessuno se ne lagnasse. E seppure, spiazzato dall’evento, il vecchio amico, di cabareth edotto, provasse a creare discontinuità col chiedere, ad accento di Piero Aretino, se Jo Pomodoro fosse di Pachino, vi fu una sera, ch’appare d’altra epoca, scontro durissimo, di dialettica quasi al limite del serramanico. E non so come che capitò di chiacchierare in toni pacati di Gattopardo, che taluno tirò fuori la cosa a margine di ragionamento, che fece supposizione che rimane mistero di chi ne completò lo scritto. Che il finale pareva appiccicaticcio, che Visconti, a creare capolavoro, pareva se lo fosse giocato pari pari. E fin lì si concordava, se nonché, come fu e come non fu me ne faccio immemore, che talaltro sbiascicò di “minchiata” di Vittorini, che si fece cassatore della pubblicazione con Einaudi. E lì s’aprì cavalleria rusticana, che mancò poco volassero piatti, dei bicchieri v’era meno rischio. Ora, io patteggiai a difesa dell’uomo d’Ortigia, di cui ero edotto circa alcune asperità caratteriali, per biografie di chi lo conobbe, di comuni conoscenze, che io ho anagrafica che non me ne permise frequentazione, nemmeno occasionale incontro. Pure, di tutta l’opera me ne costruirei monumento a capezzale, per scrittura magnifica, profondità d’abisso, acume d’analisi a vertigine. Ma anche pensiero di libertà definitiva, che disse no a Baffone allorquando era vietato di legge morale, pure al Magnifico s’oppose, senza rinunciar a radicale critica eterodossa di società. Che mi parve fosse naturale che cestinasse malamente l’opera d’uno che tutto cambia, perché nulla cambi, mentre s’avvampava di guerra a sangue a contadini esausti del lungo assalto a latifondo, morti a fasci di fuoco incrociato di picciotti e sbirraglia scelbiana. Pure, a me, le saghe noblesse oblige manco mi piacciono, m’infastidiscono, talora m’annoiano. Feci banda di tali convincimenti a gruppo compatto, che Vittorini fece bene, che avremmo controfirmato a sangue la scelta impopolare; ma la controparte era analoga di numero e di mezzi dialettici e, al calor bianco, alimentò disfida, che pareva Italia e Francia giocata da bimbi a fionde nei vicoli del Garofano Rosso. A dir di loro, la cassata – nel senso di censura, non di torta isolana – era infarcita di pregiudizio ideologico, che il libro del Tomasi, pure se pareva politicamente non correttissimo, era pur sempre capolavoro di scrittura elevata. La tenzone continuò a lungo, alimentata da rosso soave, arma impropria di guerra, solleticante ugole ad urla. Sinché tutto ebbe quiete, che il vecchio a banda ammise, a candido sorriso divertito dalla battaglia, che la lettera di Don Elio l’aveva letta per bene, che lì non c’erano i toni della censura, ma quelli pacati d’editor responsabile, con timido accenno all’incompletezza dell’opera. Incompletezza poi colmata nella pubblicazione definitiva da mano ignota, forse.

Che mi venne di quell’episodio metafora e morale insieme, che oggi due bande s’affrontano su campo assai più vasto, che di proprie verità fanno l’assoluto, come il reziario distrae il popolo bue dalla natura oggettiva dell’incedere delle cose, forse assai più semplice e pacata di contratti per bave alla bocca.

Bum, bum, baby

Che a furia di sparacchio a destra e manca capita che taluna bomba casca a posto sbagliato. Si dice che è stato incidente, che se lancio bomba e casca male io che ci posso fare, che casca addosso a due che se ne stavano a praticelli loro senza elmetto giusto, a seppellimento rapido. Ma si fa presto a dimentico proprio di quei due ed altro a mille di migliaia che per far vittima di guerra non apposero liberatoria che sia tale a grande urlo di bombarda.

E io questo lo capisco, ma a fregarsi mani che ora tocca a noi, a notiziona data a tempo social rapidissimo prima che è chiaro come, quando, cosa e perché, a grande baccano di armiamoci e partite, a difesa giusta di frontiera di glorioso impero, mi parve cosa screanzata a favor di logica. Ma logica mi parve anch’essa a sepoltura rapida già da tempo assai. MI pare, invece, che vedo taluni a costume di Napoleone a mano sottobavero a dir “son io”, ci hai na sigaretta, dammi cento lire. Forza che avanti c’è posto, che è ora di farla finita, e siamo tutti d’accordissimo che si fece grande convegno di grandi tra grandi, talmente grandi che mi sa ci hanno cosa genetica che non va, pure a dire, come tale a cappello di forma gondolabile, – ma resto mi parve nudo – che è stato grande successo, che ognuno farà sua parte. No, per favore, non fate nessuna parte vostra, che non è che ne avete già fatta abbastanza di quella parte? Non è ora che fate a disinteresse d’ogni faccenda che forse è meglio? A godervi vacanzina a tropico, ad ombra di palmizio ed acqua limpida d’atollo, pure si fa colletta a che paghiamo noi, che tanto a spellati siamo già, come resto di pianeta, e se ad atollo ci restate si fa anche festa con prosecchino buono.

Poi c’è anche che cresce livello di mare per vostro impegno pregresso a che non c’è rimedio, e vi mandiamo nave d’ong a limitarvi d’annegamento quando atollo sparisce, poi apriamo porto salvo d’accoglimento a povera banda di rifugiati a ricerca di punto G, pure di tutti e venti quelli conosciuti, uno più uno meno. A margine di delirio, che tanto posso accomunarmi a fatto che attiene a tanti, mi si appalesa desiderio che rivolgo a grandi, gloriosi e giusti esponenti a spicco tantissimo di partitissimo di sinistra: lo so che vi fa orticaria a chiamarvi compagni, e allora suggerisco che fate statuto nuovo che lo rendete proibito ora e per sempre, ch’io mi iscrivo che vi raddoppio tesseramento ad anno in corso, voto a favore prima di fuga ad atterrimento con soddisfazione per dimissione successiva a razzo.

Equivoci, per così dire!

C’è memoria corta da queste parti, Pare che lanciarono napalm su neuroni, e brava gente si dimenticò d’esser tale per patimento vissuto, per protervia sopportata, per angheria subita. A sconcezza d’ira verso ultimo mi sovviene di fornire memoria d’osservazione diretta, che riporto fedele racconto, nemmeno vi dirò chi lo scrisse e per chi, pure tolsi riferimenti. Magari lo faccio in un altro momento, che dico esattezza d’origine, a ribadire che c’è trave nell’occhio che non pose a veder bene fatto, ma non abbastanza si fece a occlusione di vista per pagliuzza di vicino.

“Quando arrivai, verso sera, l’imbarco degli emigranti era già cominciato da un’ora (…). La maggior parte, avendo passato una o due notti all’aria aperta, accucciati come cani (…) erano stanchi e pieni di sonno. Operai, contadini, donne con bambini alla mammella, ragazzetti (…) passavano,(…) Delle povere donne che avevano un bambino da ciascuna mano, reggevano i loro grossi fagotti coi denti (…) molti erano scalzi, e portavan le scarpe appese al collo. (…) la maggior parte degli emigranti, presi dal mal di mare, giacevano alla rinfusa, buttati a traverso alle panche, in atteggiamenti di malati o di morti, coi visi sudici e i capelli rabbuffati, in mezzo a un grande arruffio di coperte e di stracci. Si vedevan delle famiglie strette in gruppi compassionevoli, con quell’aria d’abbandono e di smarrimento, che è propria della famiglia senza tetto (…). Il peggio era sotto, nel grande dormitorio, di cui s’apriva la boccaporta vicino al cassero di poppa: affacciandovisi, si vedevano nella mezza oscurità corpi sopra corpi, come nei bastimenti che riportano in patria le salme degli emigrati (…) La povera gente si adatta a tutti i vani come l’acqua.

(…) La maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l’artiglio della miseria. (…) Tutti costoro non emigravano per spirito d’avventura. Per accertarsene bastava vedere quanti corpi di solida ossatura v’erano in quella folla, ai quali le privazioni avevano strappata la carne, e quanti visi fieri che dicevano d’aver lungamente combattuto e sanguinato prima di disertare il campo di battaglia.

Non mi potevo levar dal cuore che ci avevano pure una gran parte di colpa, in quella miseria, la malvagità e l’egoismo umano: (…) tanta caterva d’impresari e di trafficanti, che voglion far quattrini a ogni patto, non sacrificando nulla e calpestando tutto, dispregiatori feroci degli istrumenti di cui si servono, e la cui fortuna non è dovuta ad altro che a una infaticata successione di lesinerie, di durezze, di piccoli ladrocini e di piccoli inganni, di briciole di pane e di centesimi disputati da cento parti, per trent’anni continui, a chi non ha abbastanza da mangiare. E poi mi venivano in mente i mille altri, che, empitisi di cotone gli orecchi, si fregan le mani, e canticchiano; e pensavo che c’è qualche cosa di peggio che sfruttar la miseria e sprezzarla: ed è il negare che esista, mentre ci urla e ci singhiozza alla porta. (…) Una politica disposta sempre a leccar la mano al più potente, chiunque fosse; uno scetticismo tormentato dal terrore segreto del prete; una filantropia non ispirata da sentimenti generosi degli individui, ma da interessi paurosi di classe. (…) Molti visi (…) pareva che serbassero ancora intatte le scaglie del dì della partenza. (…) Tutta la sua persona rivelava la borghesuccia impastata d’invidia per chi le sta sopra e di disprezzo per chi le sta sotto, capace di commettere una vigliaccheria per entrare in relazione con una marchesa, e di dimezzare il pane ai figliuoli per strascicare del velluto sui marciapiedi.

(…) il caldo cocente non era il peggio: era un puzzo d’aria fracida e ammorbata, che dalla boccaporta spalancata dei dormitori maschili ci saliva su a zaffate fin sul cassero, un lezzume da metter pietà a considerare che veniva da creature umane (…). Eppure, ci dicevano, non v’eran più passeggieri di quanti la legge consente che s’imbarchino in relazione con lo spazio. Eh! che m’importa, se non si respira! Ha torto la legge. (…) Si spende tutto a mantener soldati, milioni a mucchi in cannoni e in bastimenti, (…) e alla povera gente nessuno ci pensa (…). lo stavo a sentire con quell’aspetto quasi vergognato col quale tutti oramai ascoltiamo le querele delle classi povere, compresi del sentimento d’una grande ingiustizia, alla quale non troviamo riparo nemmeno nell’immaginazione, ma di cui tutti, vagamente, ci sentiamo rimorder la coscienza, come d’una colpa ereditata. (…) Ce n’eran di quelli che non avevan più mangiato un pezzo di carne da anni, che da anni non portavan più camicia fuor che i giorni di festa, che non avevan mai posato le ossa sopra un letto, e pure avevan sempre lavorato con l’arco della schiena.

(…) Voi accoglierete bene questa gente, non è vero? (…) Son buoni, credetelo; sono operosi, lo vedrete, e sobrii, e pazienti, che non emigrano per arricchire, ma per trovar da mangiare ai loro figliuoli, e che s’affezioneranno facilmente alla terra che darà loro da vivere. Sono poveri, ma non per non aver lavorato; sono incolti, ma non per colpa loro, e orgogliosi quando si tocca il loro paese (…); e qualche volta sono violenti; ma voi pure, nipoti dei conquistatori del Messico e del Perù, siete violenti. E lasciate che amino ancora e vantino da lontano la loro patria, perché se fossero capaci di rinnegar la propria, non sarebbero capaci d’amar la vostra. Proteggeteli dai trafficanti disonesti, rendete loro giustizia quando la chiedono, e non fate sentir loro, povera gente, che sono intrusi e tollerati in mezzo a voi. Trattateli con bontà e con amorevolezza. Ve ne saremo tanto grati! Sono nostro sangue, li amiamo, siete una razza generosa, ve li raccomandiamo con tutta l’anima nostra! (…) La maggior parte delle creature umane è più infelice che malvagia e soffre di più di quella che faccia.”

Okkio

Che meraviglia a giocar di fregola di clava che a luogo di quella si usa disgraziato a ripescaggio da annego sicuro che io non lo voglio e neppure io. Che meraviglia risveglio d’orgoglio sacro d’imperi, che a far due conti pareva che fossero già a puzzo di putrefazione a caldo che cuoce, e ora, a momento di son desto, pure peggio pare odore nauseabondo ch’emana da presidi imperituri di culla di civiltà varie e sparse. Ma io faccio opposizione a riflesso emetico spontaneo, e mi do a raccontar di riciclaggio favola che la morale non la scrissi, che ognuno ci veda quel che gli pare.

“Era così piccolo, il topolino, che da quella feritoia sotto il battiscopa ci passava solo lui, manco quel forellino era visibile agli occhi della coppia di contadini che abitavano la casa. Era più piccolo pure degli altri topolini dei dintorni, era nato così, ma quello che pareva svantaggio fu fortuna sua che lo rese invisibile. Nella sua tana ci stava comodo comodo ed era felice. La mattina, quando i due umani uscivano di casa, lui veniva fuori di lì e raccattava le mollichine sotto il tavolo, che si faceva dei bei pranzetti. Qualche volta cascava anche qualche pezzo di buccia di cacio e per lui era festa grande. Se la portava nel suo rifugio e pure ci beveva sopra qualche goccia d’acqua che veniva giù da un tubo rugginoso. Stava bene ed era contento.

Pure si sentiva utile ché, a ripulire d’avanzi il pavimento, faceva che la casa non s’infestasse di formiche. Una sera, che s’era saziato, se ne stava in panciolle quando udì uno strano armeggiare da oltre il battiscopa. Da un forellino lì nei pressi puntò l’occhio a cercar di capire che succedeva. Il contadino stava mettendo su qualcosa di tremendo, una trappola proprio per lui. Non ne aveva mai vista una, ma la riconobbe facile, che gliela aveva descritta un tempo, ch’era ancora un sorcetto da nulla, un suo zio. Quello, lo zio, c’era incappato malamente e ci aveva rimesso la coda che non ebbe più equilibrio e camminava che pareva ubriaco. La notte la passò a tremare di paura, era terrorizzato che non sapeva che altro stessero preparando per dargli la caccia, nemmeno era convinto si fossero fermati alla trappola. La mattina, che ancora tremava e nemmeno aveva chiuso occhio, appena udì che i due se ne uscirono di casa, si precipitò fuori che non ebbe manco il coraggio di razzolare sotto il tavolo della cucina per far colazione. Giunto nell’aia, cominciò a squittire così forte che la gallina, il maiale e la mucca lo udirono e si precipitarono per capire cosa stesse succedendo. “Cosa c’è, sorcetto? – Disse la mucca – Cos’hai da urlare?”. Tremando, spaventato pure dall’idea di non riuscire a farsi capire, il topolino disse che aveva visto tirar su quella macchina infernale, la trappola. Ma la gallina gli fece pronta: “Io capisco che tu possa essere preoccupato, ma cosa c’entriamo noi? Non è mica per noi quella cosa?” E pure il maiale disse la sua: “Caro sorcio, mi dispiace veramente per te, ma, tutto sommato, non è un problema nostro”. Infine la mucca: “Eh, caro sorcio, il destino ci appartiene e come tale dobbiamo occuparci ciascuno del nostro. Comunque, ti auguro buona fortuna”. Ridendo e sghignazzando, i tre si allontanarono. Il topolino, adesso, oltre che terrorizzato, era pure mortificato, si sentiva umiliato, invisibile più di quanto la sua piccola statura ce l’avesse reso. Sfidando la sorte se ne tornò al suo buco, zampetta dopo zampetta, guardingo e tremante. Quella notte stessa, si sentì un gran frastuono provenire da oltre il battiscopa, un rumore tale da paralizzarlo. Ormai era certo che oltre quella barriera sottile si stava consumando qualcosa di orribile. Ma volle guardare ancora dal forellino spia. La trappola era scattata, ma su un serpente velenoso che, prima d’essere ucciso dal contadino, era riuscito a mordere la donna ch’era stramazzata al suolo tra le urla. Persino si dispiacque, il topolino, che alla fine la coppia l’aveva pure sfamato. Fu fortuna per la donna che i medici riuscirono ad intervenire rapidi e le salvarono la vita. Ma la convalescenza fu lunga e il contadino sapeva che la miglior medicina per un malato è un bel brodino caldo. Così ammazzò la gallina e lo preparò alla sua compagna. Non passarono che poche settimane che quella si rimise in piedi completamente guarita, e fu tanta la gioia che organizzarono una grande festa invitando tutto il vicinato. Con tutti quegli ospiti a festa, per la grazia ricevuta da Domineddio, non si poteva che ammazzare il maiale. Ma finiti i bagordi, giorno dopo giorno, i due sposi dovettero fare i conti con i debiti accumulati per pagar le cure, addivenendo all’unica conclusione che occorreva vender la mucca al macellaio. La povera bestia fu caricata su un carro, e quando giunse al mattatoio, vide tra le ultime sue lacrime, l’immensità della trappola per topi.”

Dialettica della follia (Allonsanfàn parte diciassettesima: confronti, Ignazio Monteleone e Sergio Poddighe)

Non è cosa semplice, mai, far dialogare artisti diversi, ma capita che, al di là di manifeste distanze stilistiche, essi possano esprimere insospettabili convergenze. Ignazio Monteleone e Sergio Poddighe sono, a primo acchito, talmente lontani da non immaginare come le loro opere possano prodursi in un comune percorso narrativo.

Pare abbiano in comune al massimo taluni cenni biografici: sono entrambi siciliani, intanto, e questo non è dato che si possa trascurare, pure se l’uno, Monteleone, nella classicissima categorizzazione degli isolani dello storico direttore dell’Ora Nisticò, è siciliano di scoglio, tenacemente abbarbicato alla sua terra, in un bilico costante che oscilla tra Modica e Palazzo Adriano. L’altro, Poddighe, palermitano di nascita, è più siciliano di mare, ché non si fece scrupolo a lasciare che fossero soltanto furibonde nostalgie e brevissime incursioni a garantirgli il legame con l’isola. Entrambi si sono formati nel mondo delle accademie, quella di Firenze per Monteleone, Poddighe ha invece frequentato Roma. I trascorsi di studio attento sono evidentissimi in perizie tecniche raffinate, evolute in decenni di pratica. Hanno insegnato discipline pittoriche nei licei artistici prima di farsi pensionati praticamente in simultanea.
Dal punto di vista stilistico sono praticamente antipodici. Monteleone appare scanzonato, i suoi soggetti sono ombre che si muovono su tappeti di colore, non è tipo che s’arrende alle cupezza del tutto d’intorno. È, dunque, pittore resistente, già dai tempi in cui non ci s’avvedeva che c’era di che farsi partigiano, piuttosto s’anelava assuefazione. Nel suo atelier-abitazione, un vecchio magazzino riattato all’uopo, si respira storia, si legge sulle pareti un lunghissimo percorso artistico. Si sente il vociare felicemente scomposto dei suoi allievi, cui cerca ancora di tirar fuori estri creativi oltre il tempo scuola. Perché la sua non era la scuola d’un paradigma aristotelico, piuttosto Stoa, caparbia voglia di scoprire i talenti nelle dita e negli occhi dei suoi ragazzi.

Come faceva il Maestro Manzi quando insegnava a leggere e scrivere a milioni di italiani, lui smantella sovrastrutture per liberare la creazione d’un linguaggio nuovo, non soggetto ai valutatoi prescrittivi del contemporaneo. I suoi lavori aderiscono alla ricerca incessante della bellezza attraverso un tratto apparentemente ingenuo, mossa efficace e spiazzante contro la sproporzione delle forze in campo. Corvi e Vele e il giallo (“ch’è colore bastardo”), il suo Don Chisciotte, le sette palme che danzano, i treni a vapore oscillano tra nostalgie e gioco autentico. Ignazio, che è figlio di ferroviere, come lo furono Quasimodo e Vittorini dalle stesse parti, sa cosa c’è da aspettarsi ad ogni stazione, ad ogni fermata, i fazzoletti levati al cielo, umidi di lacrime e colorati di rossetti, fasci di palme stesi ad asciugare per una domenica di festa. La sua opera è preziosa poiché non si limita ad esporsi, invita al convivio, come le sue mostre, dove è quinta condivisa di pomodori e caci, olive, uova sode e pani caldi, manco a dirlo, vini pista e ammutta che incendiano le budella col gusto della terra bruciata dal sole. Le note di Schifano ci sono tutte, inseguite dai suoi studi fiorentini, messaggi di avanguardie isolane ed approdi per ogni continente. Colori precisi e tratti sfumati, contorni nitidi e ombre fuggenti, nel tutto che si disincrosta dell’eccesso sino a renderci l’essenza del pensiero più autentico, sono la sintesi dell’oggetto che amplifica la nostalgia per le forme esatte. Quadri che fanno suoni, melodie di motori sbuffanti, scalpiccio di zoccoli e fruscii di piume, ma pure odori forti, commenti soffusi. risa giuste. Il suo lavoro di anni, le sue opere, sono barricate altissime che provano a reggere a difesa degli ultimi presidi d’umanità.
I lavori di Poddighe, invece, hanno più l’apparenza di desolata contemplazione del tramonto dell’uomo, sono la rappresentazione esatta della disumanizzante mercificazione dei suoi sogni. I desideri umani perdono completamente il carattere di processo decisionale autonomo, sono eterodiretti, rappresentano adesione incondizionata ed acritica ad un unico modello prescrittivo. L’uomo stesso appare come entità devitalizzata, relegata alla parzialità dell’essere, dunque, incompleta, mutilata, che rincorre l’effimero come unica vacua speranza compensativa. Riempie i propri vuoti creandone di nuovi, rincorre le proprie ansie costruendone di ulteriori, mai definitivamente consapevole del proprio progressivo svuotamento. Con l’avvento del capitalismo, l’uomo cede dapprima una quota parte del suo tempo al lavoro alienato, allo sfruttamento, al giogo produttivo, poi rinuncia a ciò che resta del suo vissuto per destinarlo al consumo, quindi, esaurito pure quel tempo, diviene esso stesso merce. E l’uomo-merce è ridotto a mera immagine, si autoriproduce in forme standardizzate e seriali, non ritiene alcuna identità, è solo un piccolo ingranaggio della gigantesca macchina della massificazione produttiva. Il suo è un richiamo alla società dello spettacolo che annichilisce i singoli, li relega a monomeri costitutivi d’un tutto conforme in cui essere e apparire coincidono. I selfie in sequenza compulsiva dei social ne paiono la rappresentazione più eloquente. Eppure, in ogni passaggio, anche il più crudo della sua produzione artistica, Poddighe non rinuncia mai all’ironia, non smette di prendere in giro i tempi grami delle sue rappresentazioni, gioca persino con questi come con se stesso. Riesce ad alleggerire il carico pesante della frustrazione. Definisce persino una via di fuga dal contingente, per altri aspetti disegna una prospettiva politica, poiché recupera il senso etimologicamente più puro del termine, quello che deriva dalla Polis greca, sottinteso di impegno e partecipazione. Egli partecipa, infatti, lo fa con competenza da intellettuale, poiché si interroga sui processi. Anche se nelle sue opere permane la percezione di un fatalismo quasi disperato, è proprio quella sottile ironia, quel saper raffigurare con linguaggio schietto l’esistente, che ha insito il superamento dell’alienazione.


Da un punto di vista tecnico spinge al limite il rapporto tra produzione digitale e pittura classica, attraversa in modo personalissimo i segni d’un surrealismo operativo e concreto, in cui il dettaglio non è orpello estetico, diviene, piuttosto, elemento narrativo che manifesta il complexus delle relazioni uomo-oggetto, ne eviscera la perversione.
I due si interrogano sulla follia, lo fanno con consapevolezza piena, superando i paradigmi consueti. Metterli a confronto non è impresa così temeraria, giacché la loro narrazione, mentre si concentra su differenti punti d’osservazione, costruisce un mosaico esatto in cui ogni tessera è un’opera, ciascuna complemento d’un’altra. Si confrontano col significato di follia a partire dal suo presunto opposto, la percezione della “norma”, della “moda”. Monteleone usa, per questo, l’archetipo illustrativo del pazzo, la sua accezione più pura, persino letteraria, scovata nelle parole di Cervantes. I suoi Don Chisciotte appaiono sfumati ed indefiniti, ombre e basta, con lo sfondo di profondità senza tempo, senza spazio. Ombre e basta, perché questa è nell’immaginario collettivo la pazzia, solo l’ombra cui non volgere lo sguardo. È deviazione standard da comportamenti normali, quelli che tengono i più, che accettano codifiche, quali che siano consegne e conseguenze. Il pazzo, il dago, il reietto, il miserabile, meglio non guardarlo, non vederlo, lasciarlo nell’oscurità d’una improbabile indeterminatezza, con lo sfondo colorato e rutilante della “moda” (concetto statistico.matematico, come da definizione “la moda (o norma) di una distribuzione di frequenza X è la modalità (o la classe di modalità) caratterizzata dalla massima frequenza. In altre parole, è il valore che compare più frequentemente). Eppure quella divergenza dal normale esprime bagagli smarriti d’umanità che parole ed immagini riarticolano in pensieri complessi, perché la grammatica della follia è apertura d’orizzonte, ricerca d’utopie, di sogni realizzati. Don Chisciotte partecipa ai destini umani, alla sua immanente schiavitù dell’apparire, alla sua privazione della libertà d’essere, è, in definitiva, l’uomo compiuto.

A quella schiavitù rivolge lo sguardo Poddighe, I suoi sono soggetti perfetti, esteticamente collocati nel cliché della normalità. Soggetti privi di pensiero divergente, dunque incapaci di concepirne uno critico e complesso oltre quello dello stereotipo. Non accettano d’inserirsi nella dialettica sociale in forme conflittuali e partecipative, sono corpi prêt-à-porter, adesioni perfette a modelli preconfezionati, la fantasia al potere è abolita. Ma l’adesione al cash & carry del quotidiano ha necessità di vittime sacrificali, non accetta gratuità, pretende amputazioni d’umanità, metaforicamente rese negli smembramenti dei corpi.
La dialettica della follia si compone nel dialogo tra i due punti di vista, ne rende efficace la narrazione, va oltre la “norma”, si fa strada nel dubbio. La concezione atavica del “pazzo” si estende, finisce col riguardare il visionario, quello che supera la cortina di fumo dell’apparenza. I due, dunque, propongono una versione alternativa della narrazione consueta, e il “pazzo”, a costo d’essere “espulso” dalla conformità, non rinuncia alla completezza dell’essere umano poiché nella sua natura c’è lo sguardo verso l’oltre, non s’arrende all’ovvio. Rinunciare alla visione altra, produce la follia non dichiarata della convenzione, denuncia d’omologazione sino al definitivo annullamento del singolo, derubricato a numero, ad oggetto.


Oltre la natura umana l’oggetto per Monteleone diventa esperienza trasognata, le sue locomotive ad esempio, prendono vita da segni essenziali, un ritorno ad una dimensione fanciullesca. L’artista guarda i suoi treni come un mondo perduto, li interpreta con divertita nostalgia. Poddighe, invece, studia l’evoluzione dell’uomo al cospetto di quegli oggetti, il processo di progressivo compenetrarsi reciproco, il primo che diviene macchina, ingranaggio asettico e disanimato, il secondo che acquista centralità, che appare dominante.


Questo dialogo a distanza tra due concezioni diverse dell’arte, convergenti nei temi dirimenti dell’oggi, diverrà materiale e tangibile in mostra a Modica, già agli inizi del prossimo anno, a cura dei ragazzi di Immagina (“Dialettica della follia”) e dello spazio A/telier (“Visioni loco(e)motive”). Sarà occasione concreta per un andar oltre.

Chiudete le porte

Il mare non ha il colore del vino, ha ragione il professore. Forse nella prima aurora, o nel tramonto: ma non in quest’ora. Eppure, il bambino ha colto qualcosa di vero: forse l’effetto, come di vino, che un mare come questo produce. Non ubriaca: s’impadronisce dei pensieri, suscita antica saggezza.” (Leonardo Sciascia, Il mare color del vino)

E mentre s’erge, ad orgoglio italico, imponente barriera a franginero per difesa di coste sacre d’impero, pure si fa a colpo di disgraziato guerra d’intento tra Alpe ed Oltralpe – s’ode a destra squillo di tromba che a sinistra risponde squillo – occhio attento a trafiletto s’avvede di notiziola a passo in sordina. Mi feci a sobbalzo per dato di m’inquieto d’immenso, ma nemmeno troppo che era cosa a fatto risaputissimo per emersione, a tanto in tanto, quale cosa carsica. Insomma, a fastidioso ripresentarsi di centinaia a disperazione, è data risposta con milione di produzione nostrale ad esportazione che scappa e va via. A scorgere esatto dato manco è connazionale di cervello fuggito, ma è assai altro più complesso, pure manovale che a scopo non si specializzò, financo pizzaiolo e idraulico. Pare che italica porzione se ne sia andata ad altro paese a numero di 4,5 milioni, che se fatto si unisce a che non nasce nessuno, finisce che questo Belpaese diventa reparto geriatrico.

Ora, io comprendo che ad eventualità non c’è di trovar braccia per pagamento di pensione, non si trova operaio, nemmanco medico e professore (ma questo chi se ne frega che non c’è alunno), mi sovviene che taluno disse che non c’è a trovarli che chiappano a parassita reddito di cittadinanza. A punto di questione, e a lettura esatta di dichiarazione roboante, chi si fece valigia a partenza fuggì da evenienza tragica che gli venisse concessa pacchia a non far niente. Che mentre m’arrovello su come si può a far fronte a cosa a domani non troppo lontano, mi sovviene che, al limite, a non trovar soluzione, sempre si può dire che trattasi di efferato crimine di comunismo, che già taluno si portò avanti in detta direzione, che aborto è problema a tasso di natalità estinto, e che terribile usanza di certa sinistra di mi mangio i bambini è cosa a spregio d’ogni umanità e prefigura danno erariale.

Tempi grami s’attendono che paese nostro, che fu di santi, poeti e navigatori, a finché la barca va che ad affermazione è desueta, s’appresta ad esser paradiso di badanti.

A tutto sconto

“Chiunque facesse crescere cinque pannocchie di grano o due fili d’erba là dove prima ne cresceva uno solo, avrebbe fatto un miglior servizio al suo paese che tutta la razza dei politici messa assieme.” (Jonathan Swift)*

Al mio fabbisogno vitaminico, mineral-fibroso, nei tempi di stazionamento isolano, ci pensa il buon Nino. Egli ha orto piccolo ma ben messo, ne raccoglie messi a tempo d’albeggiare, poi carica il suo camioncino Lupetto che fa trasporto contraddicendo dettami certi della scienza a merito di sua età vetusta, e nel pomeriggio le vende sotto il balcone di casa mia. Ne traggo giovamento certo, che hanno sapore ai limiti del peccaminoso e prezzo che concorre a sbaraglio financo concorrenza di grande distribuzione a prezzo d’hard e sapore al plasticoso andante con medesima sollecitazione di papilla gustativa a nessuna differenza fra specie orticole.

Pure ne trae giovamento la mia anziana madre quando s’accoglie ad ospito autoproposto a casa mia, e, chiamando a gran voce il mite contadino, s’approvvigiona di frutti della terra a calar di cesto di vimini da balcone di mio primo piano. La cosa la diverte anche a evidenza che fatto pare di sé assai a folclore locale che il turistume immortala con scatto a cui ella non si sottrae, che poi me lo racconta con orgoglio nazional-propagandistico, che assurse a monumento pregiatissimo. Il buon, anzi, l’ottimo Nino, ad esperienza di tradizione antica, fece a meno di serra a derivato di petrolio, pure di chimica ad aggiunta, e si consentì solo roba a stagione precisa, senza sgarro alcuno. Prezzo bassissimo è per impresa mononucleare, distanza tra colto e mangiato di cinque chilometri e tempo cinque minuti. Manco ebbe spesa per grande frigorifero di mantenimento di derrata, nemmeno piccolo invero, che tutto raccolto va venduto, quindi a prezzo di grande attrazione ch’egli svuota a sera esatta intero carico. Mi balenò che poteva essere sovranità alimentare conclamata, ma ebbi smentita da dimensione a verifica de visu di dimensione di suoi possedimenti. Per sfamo popolazione intera c’è necessità d’altro, serra a più fioritura annua, pesticida e fertilizzante a iosa, di grande Tir, frigo capiente, confezionamento all’uopo, distribuzione a mega impianto. Costo su costo s’arriva a compiacersi di grande sconto a scaffale supermercatese, che non si sa come sia possibile. Mi parve che miracoloso successo sia dovuto ad essenza di fatto che raccolta mi sa che è a sfrutto di braccia rubate ad annegamento. E allora mandiamoli tutti a casa superstiti d’annegamento, che di Nino ce n’è solo qualcuno, e poi facciamo a far fila a cassa di banca per mutuo ad acquisto di mazzo di lattuga.

Non si può pretendere da un contadino la razionale fatica di un uomo senza contemporaneamente dargli il diritto ad essere uomo.” (Leonardo Sciascia)

*A tutti i migranti che si spezzano la schiena per qualche centesimo, a cinquanta gradi dentro una serra, a respirare merda, a ringraziare un Dio per non essere annegati, per dare da mangiare ad un paese che nemmeno li vuole.

Nessuno tocchi Alidoro

C’è da dire che taluni non paiono manco mastini incattiviti, coi quattro cenci addosso che ci hanno, e fame e disperazione, pure se ne auspica, con buona pace della brava gente e loro sicurezza, che facciano di boccata d’acqua salata ultimo sorso di vita. Semmai c’è pensiero frequente che ad aver più cuore basta che sei pezzo di legno che prese vita. Manco mi viene da dire, pensa che ti ripensa, meditate gente.

“Durante quella corsa disperata, vi fu un momento terribile, un momento in cui sentiva dietro di sé, alla distanza d’un palmo, l’ansare affannoso di quella bestiaccia. Si credé perduto: perché bisogna sapere che Alidoro (era questo il nome del can mastino) a furia di correre e correre, l’aveva quasi raggiunto. Basti dire che il burattino sentiva dietro di sé, alla distanza d’un palmo, l’ansare affannoso di quella bestiaccia, e ne sentiva perfino la vampa calda delle fiatate.

Per buona fortuna la spiaggia era oramai vicina, e il mare si vedeva lì a pochi passi.

Appena fu sulla spiaggia, il burattino spiccò un bellissimo salto, come avrebbe potuto fare un ranocchio, e andò a cascare in mezzo all’acqua. Alidoro invece voleva fermarsi: ma trasportato dall’impeto della corsa, entrò nell’acqua anche lui. E quel disgraziato non sapeva nuotare; per cui cominciò subito ad annaspare colle zampe per reggersi a galla; ma più annaspava, e più andava col capo sott’acqua.

Quando ritornò a rimettere il capo fuori, il povero cane aveva gli occhi impauriti e stralunati, e, abbaiando gridava:

– Affogo! affogo!

– Crepa! – gli rispose Pinocchio da lontano, il quale si vedeva oramai sicuro da ogni pericolo.

– Aiutami, Pinocchio mio!… salvami dalla morte!… –

A quelle grida strazianti il burattino, che in fondo aveva un cuore eccellente, si mosse a compassione, e voltosi al cane, gli disse:

– Ma se io ti aiuto a salvarti, mi prometti di non darmi più noia e di non corrermi dietro?

– Te lo prometto! te lo prometto! Spicciati per carità, perché se indugi un altro mezzo minuto, son bell’e morto. –

Pinocchio esitò un poco: ma poi ricordandosi che il suo babbo gli aveva detto tante volte che a fare una buona azione non ci si scapita mai, andò nuotando a raggiungere Alidoro, e, presolo per la coda con tutt’e due le mani, lo portò sano e salvo sulla rena asciutta del lido.

Il povero cane non si reggeva più in piedi. Aveva bevuto, senza volerlo, tant’acqua salata, che era gonfiato come un pallone. Per altro il burattino, non volendo fare a fidarsi troppo, stimò cosa prudente di gettarsi novamente in mare; e allontanandosi dalla spiaggia, gridò all’amico salvato:

– Addio, Alidoro; fa’ buon viaggio, e tanti saluti a casa.

– Addio, Pinocchio, – rispose il cane – mille grazie di avermi liberato dalla morte. Tu m’hai fatto un gran servizio: e in questo mondo quel che è fatto è reso. Se capita l’occasione ci riparleremo…. -” (Pinocchio, Carlo Collodi)

La cerniera (reloaded per apice di disgusto)

Rifaccio a quasi pari cosa scritta e riscritta, ché c’è inutilità di nuovo verbo che l’ndato è ancora non a scadenza. Pure, pare, acquisti giovinezza. Bell’Italia – ormai – a(r)mate sponde, che qual puttana t’affascina di merletti e trini, di muscoli dorati e abbronzature UV, bell’Italia che reclami patrie e dei, financo famiglie a valori universali, che non mostrasti pudore per bimbi e donne e uomini che a costa antica di civiltà fanno morte per fame e sete e giù, in fondo al mare. E tu, Bell’Italia, che mi facesti passare pure voglia di scrittura a disgusto sopravvenuto, che per fortuna già scrissi. Abbellitaglia, sai che c’è? Ch’è meglio che non te lo dico.

“Me ne avvidi un giorno, uno solo per fortuna, come quel “c’era una volta” non additabile al tempo che fu, piuttosto all’unicità dell’accaduto. Ed era quel giorno che, dirimpetto al blu, m’ostinavo, sforzando gli occhi a ruga, a scrutare oltre la curvatura dell’orizzonte, sì come la vista potesse curvarsi per andare oltre quell’oltre. M’avvidi di come quella lastra appena screziata di schiuma, come l’ardesia si tinge del gesso, fosse la cerniera che unisce civiltà e deserti, caldi opprimenti e favole nordiche di ghiaccio, suburbie tormentate e foreste lussureggianti, umanità stanche e civiltà morenti, giovani con gli occhi della speranza e vecchie incurabili disperazioni.

Ma dubbio non ce n’era, era la scoperta dell’acqua calda, anzi, dell’acqua salata, che a questo serve il mare, a mettere insieme, congiungere. E se c’è qualcuno di supremo, ce l’ha messo davanti per questo. Pure, sono propenso a pensare che il supremo non vi sia, e che se è lì quella vertigine blu lo è per scelta sua, all’uopo, appunto. E a noi non rimane che prenderne atto giacché così è, per fortuna nostra, una volta tanto. Poi, è vero, si mette a giocare a rimpiattino con chi lo scruta, si nasconde una parte segreta e lontana, curva dietro l’angolo, s’appronta alla sorpresa, te la fa emergere di botto, fosse una cannoniera di Sua Maestà o la feluca di miserabili pescatori scalzi, la zattera d’un naufrago o la crocierona dell’inchino, fosse anche solo la bottiglia col messaggio di papiro con l’”Help me.. per favore, non venitemi a cercare che qua sto bene”, o lo Tsunami che si riprende il mal tolto. Modella gli scogli con trama d’artista, forse per vezzo, talvolta per rabbia d’incomprensione, s’accolla fatiche antiche e ne restituisce d’altre con interessi da compro oro a strozzo. Se decidi che lo percorri lambendone le propaggini più interiori, e lasci orme sulla spiaggia nella speranza del ritroso, s’avviluppa su se stesso, quindi si rialza e ti cancella il passaggio, in una notte che ingoia la luna oppure in un mezzogiorno di fuoco e scirocco, meglio di libeccio, quando pare si faccia asciugacapelli a risparmio energetico. Cerniera, sì, che unisce due lembi che si cercano, come anime perse, che si annusano, si scrutano, e come innamorati aspettano l’una la prima mossa dell’altro, oppure, nel viceversa dell’ammiccamento, manifestano la certezza dell’incontro. Cerniera che salda le attese, e non le rende vane, semmai ne amplifica il senso definitivo oltre il tempo, le mostra quali essenziali vertigini della giostra a scapicollo. Cerniera del vedo e non vedo, che ti lascia il senso della scoperta e dell’approdo indefinito nella terra – forse – promessa, certo ritrovata.”

Il mare non ha il colore del vino, ha ragione il professore. Forse nella prima aurora, o nel tramonto: ma non in quest’ora. Eppure, il bambino ha colto qualcosa di vero: forse l’effetto, come di vino, che un mare come questo produce. Non ubriaca: s’impadronisce dei pensieri, suscita antica saggezza” (Leonardo Sciascia)

Ricorrenze 1 (3 novembre, senza dio, patria e famiglia)

Il 4 gennaio 1894, il capo del governo italiano, l’ascaro Francesco Crispi, già eroe dei Mille, decretò lo stato d’assedio, a seguito del grande movimento dei Fasci Siciliani, in aperta violazione dello Statuto Albertino (non ci sono testimonianze che i Savoia si siano stracciate le vesti) che lo prevedeva solo in caso di presenza di invasore straniero, e diede pieni poteri civili e militari al generale Morra di Lavriano per far sacco della Sicilia. Centinaia di persone furono trucidate dal fuoco incrociato di mafia e forze dell’ordine, migliaia incarcerate e decine di migliaia fuggirono all’estero. Di quel movimento faceva parte tal Bernardino Verro che partecipò alla fondazione dei Fasci del suo paese, Corleone e ne divenne presidente. «Il nostro fascio conta circa seimila soci tra maschi e femmine, ma ormai si può dire che, meno i signori, ne fa parte tutto il paese, tant’è vero che non facciamo più distinzione fra soci e non soci. Le nostre donne hanno capito così bene i vantaggi dell’unione tra i poveri, che oramai insegnano il socialismo ai loro bambini»

La sua non fu attività che si limitò al suo paese, girava in lungo e in largo per quelli vicini, a dare spinta perché altri facessero allo stesso modo.

Già allora, come risulta da verbali d’inquirenti, si fece acerrimo nemico delle cosche ed il 16 gennaio 1894, fu arrestato in virtù delle “illuminate” deliberazioni di Crispi. Pure un tribunale militare, a scanso d’equivoco, lo condannò a sedici anni e ammenda di 500 lire. Rilasciato dopo due anni per grazia ricevuta, fondò una federazione di agricoltori che il buon prefetto ritenne fatto assai disdicevole, ch’egli pareva volesse rifondare i fasci. La condanna fu a sei mesi, l’ammenda un po’ più alta della prima, 100.000 lire, per associazione illegale. Si fece latitante negli Stati Uniti, a far cantore di socialismo oltre oceano per un paio d’anni, poi rientrò e si scontò la pena. Che tale non gli dovette apparire che perseverò a fondare cose di contadini, che ebbero, a disgrazia sua, gran successo a Corleone. L’idea di Bernardino Verro parve buona, che voleva soppiantare a titolarità di terre, la proprietà d’uno ch’era gabellotto, spesso boss di mafia, con gabellotto collettivo che se lo facevano i contadini stessi.

Così, taluno che non l’ebbe in particolare simpatia, provò ad ammazzarlo nel 1910, ed egli stesso spiegò al giudice la cosa: «Codesti antichi gabelloti maffiosi, finché erano stati soli a pretendere in affitto gli ex feudi, avevano potuto imporre ai proprietari ed ai contadini le condizioni più favorevoli ai loro interessi. Invece, col sorgere della cooperativa agricola e coi relativi scioperi dei contadini, erano venuti a trovarsi di fronte ad una concorrenza formidabile, in quanto ché la cooperativa offriva ai proprietari delle terre estagli più elevati di quelli imposti dai gabelloti maffiosi… Da qui l’odio profondo di costoro, che venivano lesi nei loro interessi… ed il bisogno di farne vendetta.»

Insomma, tra scappa perché l’arrestano, l’arrestano e organizza uguale fratellanze e federazioni, le cose tra Bernardino e mafiosi e proprietari terrieri non pare siano troppo a idillio, ch’egli non si fa scrupolo d’organizzare financo scioperi. Fallito, comunque, il primo tentativo d’omicidio che fece vittima Panepinto suo compagno di lotte, fu accusato a luogo d’altro di cose bancarie false, e rinchiuso per dieci mesi. A cantar vittoria ci pensarono i mafiosi ch’ebbero, coi loro sodali del latifondo, brutta sorpresa a poco dopo che la condanna non fermò Verro. Pare, anzi, lo ringalluzzì, che a introduzione, nel 1914, del suffragio universale, si candida a sindaco di Corleone e ce la fa con plebiscito, che i socialisti beccarono 24 seggi su 30. A taluno, si ripete, certe cose piacere non fanno e, nel pomeriggio del 3 novembre 1915, Bernardino si fa bersaglio facile di sicari per undici ben assestati colpi di pistola. Lascia la moglie Maria Rosa Angelastri, e una figlioletta d’un anno. Il pubblico ministero, tal commendatore Wancolle, chiese d’assolvere tutti gli imputati per non aver commesso il fatto, e il tribunale accolse di buon grado la supplica inquirente. Bernardino Verro fu, quindi, ucciso nel novembre del 1915 ma, per legge regia, da nessuno.

Dunque, questo tal Verro senza dio era di sicuro, senza patria era che glielo spiegò bene proprio quella, senza famiglia lo scelse lui che l’abbandonò ché non si fece i cazzi suoi.

Punto di (s)vista

Cos’è la pazzia? Forse solo una deviazione standard da comportamenti normali, quelli che tengono i più, che accettano codifiche, quali che siano le consegne. Il pazzo, il dago, il reietto, il miserabile, meglio non guardarlo, non vederlo, lasciarlo nell’ombra è meglio, che i suoi connotati rimangano indefiniti, solo un’ombra sullo sfondo colorato e rutilante della “moda” (concetto statistico.matematico, come da definizione “la moda (o norma) di una distribuzione di frequenza X è la modalità (o la classe di modalità) caratterizzata dalla massima frequenza. In altre parole, è il valore che compare più frequentemente”).

“…la nave dei folli non era, poi, totalmente un parto della fantasia. Al contrario, era piuttosto comune la prassi di allontanare i matti dalla comunità dei normali, eventualmente proprio affidandoli a gente di mare. Accadeva spesso che venissero affidati a battellieri, a Francoforte, nel 1399, alcuni marinai vengono incaricati di sbarazzare la città di un folle che passeggiava nudo. Le città europee hanno spesso dovuto veder approdare queste navi di folli”. (Michel Foucault)

Succede che nel bel mezzo di una movida consueta, “normale”, l’ultimo, il senza tetto con problemi psichici, in una sera qualunque, continuava ad esistere, la qual cosa è già intollerabile per una realtà alla “moda” (nell’accezione di cui sopra). È normale che un gruppo di ragazzini, prima lo costringano a scolarsi una bottiglia di un superalcolico, poi lo riempiano di sputi, quindi pure di botte. Dopo fanno rissa con altri, roba nella “norma”. Il clochard si trascina, da solo, più in là, cercando di capire perché, cosa fosse successo, intontito dall’alcol, dalle botte, dalle urla. Da solo aspetta i soccorsi. Chi si indigna non si china su di lui, forse hanno paura, forse… Se ci fosse stato il pazzo sarebbe intervenuto, avrebbe fatto il Don Chichotte, il pazzo, dunque, nell’accezione più pura, persino letteraria, del “deviato”, non alla “moda”. Pazzi sono quelli che bloccano le strade per ricordarci che andiamo dritti nel baratro della catastrofe ambientale. Ma cosa si aspetta a sgombrarli, a mandarli a casa, in galera, quei pazzi che rallentano il traffico? Pazzi sono quelli che salvano in mare bambini, vecchi, donne, uomini che scappano da chissà quali atrocità, perché se uno rischia di crepare annegato, da quelle scappa, oppure è pazzo. Allora affondiamo le loro navi di folli, lasciamoli per sempre alla deriva. Pazzi quelli che dicono no alla guerra, e che non gliene frega niente di chi l’ha iniziata, talmente pazzi che nemmeno hanno rappresentanza in parlamento, il parlamento delle istituzioni rappresentative della brava gente “normale”, alla “moda”. Ci sono quelli che lanciano salsa di pomodoro su capolavori di inestimabile valore, per dire di cambiamenti climatici che ci fanno deserto a novembre, pazzi furiosi, dementi. Mi ci è voluta la lettura di dieci articoli d’indignazione prima di trovarne uno che diceva che, a dire il vero, il danno è di un paio d’Euro di sgrassatore, che quelle tele erano ben coperte da vetri spessi. Pazzi, siamo in mano ai pazzi. Ci vuole qualcuno dal bel piglio fermo che ce li tolga di mezzo.

Di viaggio, di sale

Vado di riciclo, che s’avvicina ora di pranzo ed è stato periodo di grandi fatiche. Pure non mi passò la fame ed anzi vi porgo suggerimento che potrebbe far passare la vostra. Mentre mi faccio musica buona.

Ricordo la Sicilia, e il dolore ne suscita nell’anima il ricordo.

Un luogo di giovanili follie ora deserto, animato un dì dal fiore dei nobili ingegni.

Se sono stato cacciato da un Paradiso, come posso darne notizia?

Se non fosse l’amarezza delle lacrime, le crederei i fiumi di quel paradiso.“

(Ibn Hamdis)

“Che pare sia Medea, quel paese, per come tratta taluni suoi figli, che forse si vendica per insufficiente riconoscimento di propria bellezza a struggere. I viaggi sin lì durano poco, che il tempo non ti concede il lusso dello scoglio a forma di tartaruga, a favor di libeccio, sinché l’oltre non s’inghiotte il sole. Di distanza si paga pegno, talora, che quando si torna, all’appello pure manca qualcuno.

E si cerca conforto in alcova di fornelli, in cenacolo di gusto. Stasera mi compete di farlo, e fu fortuna che spacciatori di colori ne ho ancora, in quel lido lontano blandito d’onde, che è cosa difficile che sin qui, a banco di supermercato, v’arrivi qualcosa che tra ghiaccio e sale non abbia ancora festeggiato almeno un genetliaco. Di vino ne ho, pure non basta se non v’aggiungo colore e suadenza di gusto. Attingo a compiacimento alla sporta del lontano, dove trovo, appunto, sapori e colori, che insieme formano tavolozza perfetta di rimpianto, ma anche palliativo di lontananza. Olive nere, di forno di signora Carmela, cappero ormai quasi solitario, colto di timpa, strappato a marna da abile mano di zio Angelo, profumato di sale in cristallo di mare, pure un tozzo di pane raffermo di segale, che quella cresce a terra arsa di sole, – averne di cornuta m’apparirebbe l’orizzonte, navigherei con Argonauti – peperoncino di coltivazione demoniaca, tra magri interstizi di roccia, esalanti vapori al calor bianco di vulcano. Pomodorini di punta estrema ne trovo anche qua, decenti, armati di dignità quanto basta, come prezzemolo e basilico, non del tutto negletti. D’aglio ho scorte ancora, come d’olio nuovo d’altopiano, al profumo di mandorle. Anche di pasta, a trafilatura di bronzo, di grano duro e antico. Le acciughe, a dar tocco di mare definitivo, me le fa don Tano, in succo d’olive autentiche, mica sguazzanti in brodaglia di spremitura di pianta d’alambicco e sconosciuta in natura, mummificate d’aspetto e gusto, tristi ed assiepate in rispettoso ordine, morte invano.

Ne consegue piatto rapido e sapido, che richiede altresì pianificazioni algoritmiche, che non si concede facilmente all’errore, alla svista, pena amputazione cromatica e caduta di stile. Ordunque, in attesa del bollore d’acqua, merita che s’approntino gli ingredienti. Dapprima propenderei per imbiondimento di quattro o cinque cucchiai del pan grattato di segale in olio, a padellino antiaderente, onde evitare scivolamenti bituminosi. Tre spicchi d’aglio tritati alla bene in meglio, le olive a metà, denocciolate, a grazia ricevuta per molari improvvidi, trito finissimo di basilico e prezzemolo (se ne avete, due foglie di mentuccia non si disdegnano) e i pomodori ciliegini tagliati in quattro. Invero, ho optato per costoluto di Pachino, che ho trovato in confezione regalo ad oreficeria attrezzata, che quelli che restano li baratto a compro oro a strozzo per rata di mutuo. Quello lo tratto di fino, come merita, a cubetti adeguati, animati d’autarchia ché sprigionano aromi d’Olimpo, nemmeno avrebbero bisogno d’ulteriore spinta di condimento per quanto bastano a sé stessi. Di pasta la dose è essenziale, che taluni, intenzionati a viver da malati per crepar sani, s’accontenterebbero d’80 grammi, la razione K opta per 120, io propenderei per un paio d’etti, pure e mezzo. Si butta giù che in concomitanza gli spicchi d’aglio, in saltapasta, sfrigolano, perbacco, sfrigolano in olio bollente, in appassionato amplesso con pomodoro, olive, peperoncino e capperi, e fanno succo di mare riconquistato a sei o sette acciughe a sfaldatura. Ad evitare prosciugamenti fatali, di tanto in tanto, appropriata cucchiaiata d’acqua di cottura della pasta, pescata in superficie, dove l’amido si concentra per rivestire poi di tenere cotonature ad avvolgenza il tutto d’intorno. E non temete di rendere brodosa l’evoluzione bollente, che a quella ci sarà rimedio. Appena scolati, ancora assai al dente, che si avvoltolino lì gli spaghetti, a fiamma viva e vegeta, a completar cottura nell’armonia del mare e della terra più aspra, s’assorbano ogni residuo profumato, arricchito, un attimo prima del tutto è pronto, di erbe a pioggia di scirocco. Poi, che il pangrattato concorra ad assorbire ciò che resta d’umido, ma non per appropriarsene, piuttosto per distribuirne con pedissequa cura del dettaglio ogni aroma, colore, sapore. Infine, a piatto, ancora basilico. È concentrato di terra di Lotofagi, di rimpianti, di memorie antiche e vivide, e se non tratterrete una lacrima a commozione, questa saprà del sale del mare d’Ulisse.

E a chi non piace Atahualpa, consiglio di stapparsi una gazzosa e sgranocchiarsi patatine al glutammato.”

Sdoppiamenti

Quando mi sdoppiai, non fu cosa d’improvviso, ma avvenne a gradualità a fatto di lockdown. Che comunque io la sensazione di doppio ce l’avevo, ma non era lampante, si faceva a gioco di capolino di tanto in tanto che mi era a estraneo un tale che poi ero pure io. La cosa non mi pesava, che pensavo non era grave. Ma al che me ne stetti a chiusura d’obbligo solo con me medesimo, e poi a reiterata quarantena a più e più riprese, mi fece dimostrazione scientifica d’evidenza.

Che poi io e quell’altro abbiamo affinità consistenti, direi, e non solo a fatto che condivisione di corpo medesimo è vincolo a fughe di divergenza notevolissima, ma anche che c’è precisa condivisione di principio.

È la risposta a tale condivisione che è differente, mi pare che è ciò che deriva dall’essere più o meno a legame con proprio vissuto di quotidianità andata. Ch’egli, altro me, intendo, affronta questione di petto, ad abnegazione non si tira indietro. Non fa a lascio intentato, che a busso di porta apre sempre. Egli s’affastella a disperazione, mai se ne sta fermo pure che a sfianco s’appresta spesso ed anche a volentieri. Financo fa a meno di sé stesso e di cose che ad egli aggradano. Io me ne starei, invero, a fare più tranquillo, a far nulla mi ritrovo più propenso. Che, in pratica, a me tocca di vivere quando lui s’acquieta. Il punto è che c’è impedimento a che io mi faccia niente e nessuno liberamente, che suddetta condivisione di carne, sudore e sangue è vincolo assai efficace. Dunque, c’è attraversamento di momento in cui egli ha priorità su me, mi trascina a destra e manca, a incombenza infinita che pare autorigenerante se stessa e mai si ferma a lasciar scorrere il tutto d’intorno. E mi faccio venia con altri che passano qui che talora mi dolgo di scarsa presenza, e pure prendo talora pausa lunga da questa che è casa mia, ci feci residenza e ad altro me non consetii di metterci naso con sua precisa condizione anagrafica, che questo – bloghettino di sassi senza nome, voglio dire– è spazio mio riservatissimo.

Comunque una cosarella, oggi, a dono per me e per chi ve ne legge assoluta, elevatissima verità filosofica, la lascio.

Nonostante la mia pigrizia, ho fatto un mucchio di cose che non avrei dovuto fare. Però ho confermato l’esattezza del suo giudizio per quanto riguardava il tralasciare di fare molte cose che non avrei dovuto assolutamente tralasciare. La mia pigrizia è sempre stato il mio cavallo di battaglia. Ma non mi vanto di ciò, è un dono di natura. Sono in pochi a possederlo. C’è una gran quantità di pigri, ci sono mascalzoni a bizzeffe, ma un ozioso genuino è una rarità. Non è il tipo che se ne va in giro con le mani in tasca. Al contrario, la sua più sorprendente caratteristica sta nel fatto che è sempre vorticosamente indaffarato. Infatti è impossibile godere della pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere. Non è affatto divertente non far nulla quando non si ha nulla da fare. Perdere tempo diventa allora una mera occupazione, e un’occupazione tra le più affaticanti. L’ozio è come i baci, per essere dolce deve essere rubato. Molti anni fa, quand’ero un ragazzo, mi ammalai gravemente: non sono mai riuscito a capire che cosa avessi di tanto grave, a parte un bestiale raffreddore. Immagino però che si trattasse di un malanno molto serio perché il dottore mi spiegò che sarei dovuto andare da lui un mese prima, e se la mia malattia (fosse quel che fosse) fosse durata per un’altra settimana, lui non avrebbe risposto delle conseguenze. Pare impossibile, ma non ho mai saputo di un medico chiamato a curare un qualsiasi ammalato, senza che si scoprisse che un altro giorno di indugio avrebbe reso impossibile la guarigione. La nostra guida sanitaria, filosofo e amico, è come l’eroe di un melodramma: compare sulla scena solo ed esclusivamete all’ultimo minuto utile”. (“Pensieri oziosi di un ozioso” – Jerome K. Jerome)

Nausee

Tutto era pieno, tutto era in atto, non c’era intervallo, tutto, perfino il più impercettibile sussulto, era fatto con un po’ d’esistenza. E tutti questi esistenti che si affaccendavano attorno all’albero non venivano da nessun posto e non andavano in nessun posto. Di colpo esistevano, e poi, di colpo non esistevano più: l’esistenza è senza memoria; di ciò che scompare non conserva nulla — nemmeno un ricordo”. (Jean Paul Sartre, La nausea)

Non mi veniva di scrivere d’altro, manco ora che sta arrivando la bufera e non ho che ombrelli a telai dismessi. Che quell’altro me invece ne aveva voglia, lui che, quand’era giovane, pareva ch’era già vecchio, che i suoi amori glieli sceneggiava Resnais e li cantava Jaques Brel. Che gli dicevano ch’era sbarcato da nave d’Argonauta, da secolo ignoto, che s’apprestava su uno scoglio ogni mattina, vestito come veniva, sino alle ciabatte, che pareva che lì c’era nato, cosa che poi era. Pure – gli dicevano – che il mondo d’intorno se ne andava da un’altra parte, che l’avevano lasciato lì, sempre su quello scoglio, come istantanea cotta al sole, ultimo Mohicano, su quella Rive Gauche ch’apparteneva a lui ed a quattro signore che s’ammestieravano d’antico.

Che pure s’ammetteva social ante litteram, di dita unte al tetraetile di Gestetner, di cui – per caso puro – non c’è morto per impronte digitali su uova sode, manco per il tracannare di zibibbi all’arsenico e gazzosa. Che con fogli e colla in mano aveva conosciuto stampella a mesi, formato economy – che quello passava la mutua –, per ginocchia a grattugia, nell’incontro con ferri di cappucci neri arditi d’ignoto, persi nel tempo, irrispettosi di titolazioni quotidiane che ne danno natali recenti e morti antiche. Che non vollero affratellarsi con mammoni e mannari nelle novelle della nonna. Di destino crudele patì le spire, in giovane età già vecchia, ma pure le pene del disarmo nucleare d’un Settimo, in fila poi per sussidio di disoccupazione. Che avrei dovuto scrivere per sussiego alla sua ineluttabile pulsione primordiale all’angoscia sotto pelle? Per assecondare l’arrovello, l’intorciniarsi di budella? Che pare non s’avveda, né da mo’, nemmeno da poi, che la prospettiva sghemba la rende ancor più tale? E mai si fece lucido per lo scivolo del tutto che è viscido e d’intorno. Impara, ancora, pur da vecchio immemore, che tale fu prima del primo dente da latte, per perseverare nella sua senescenza definitiva. Al di più, che non l’assecondo che rare volte, nell’ipotesi redentiva del cosmo, lo invito al desco, al chiaro dello scuro del rosso, alla saxata di Coltrane, urlo di vertigine, a parlare dell’ultimo Ray Sugar, alle geometrie di Cifalà, a sogni sotto zampe d’elefante, di Nico e la Redgrave, mica di cose serie, a contorno della frittatina con cipolle, che stasera, tanto, non è cosa di mettersi a relazionare, e tra noi l’alito pesante s’ammette.

Nozze d’oro in musica

Prima che finisca l’anno e me lo scordo, un ricordino per capire come siamo messi.

Anno prolifico il 1972, e prima che il giro di boa del tempo vada oltre il mezzo secolo, val la pena rievocarne i dischi che hanno fatto storia, dischi che paiono rimbrotto possente ad un oggi musicale assai poco all’altezza di quell’ieri rutilante.

Senza classifiche di merito una decina di album imperdibili, giunti a noi praticamente intonsi, pure ancora vibranti, in stretto ordine d’apparizione.

Apre l’anno, a gennaio, Storia di un minuto, della Premiata Forneria Marconi, l’album forse più osannato del Prog italiano. Ha respiro non da cortile di casa nostra e contiene brani che sono rimasti nell’immaginario collettivo degli appassionati del genere. La carrozza di Hans ed È festa senz’altro, e poi Impressioni di Settembre, perla autentica (taluni ammiccamenti pop nel testo denunciano lo zampino di Mogol) che, con liriche e musica, immette in atmosfere ovattate di preautunni dimenticati di cui ci restituisce memoria intonsa, compensando in musica le follie degli ultimi cambi climatici. La band è da far tremare le vene ai polsi: Mauro Pagani (flauto, ottavino, violino, cori), Flavio Premoli (tastiere e voce), Franco Mussida (chitarre, mandoloncello, voce), Giorgio Piazza (basso, cori), Franz Di Cioccio (batteria, percussioni, moog, cori)

Del Primo Febbraio è Harvest, opera fondamentale del repertorio di Neil Young. È stato l’album più fortunato del cantautore canadese, e non solo perché ha venduto più di qualsiasi altro suo disco. Per renderlo lavoro unico e superbo Young s’era chiamato a fianco gente come Linda Ronstadt, i suoi vecchi compagni di viaggio Stephen Stills, Graham Nash e David Crosby, e poi James Taylor, financo la London Symphony Orchestra. Alabama è un inno contro il razzismo che riprende ragionamenti lasciati aperti dall’album precedente con Southern Man. Gran pezzi anche The Needle and the Damage Done, il trasognato brano che dà il titolo all’album e, ovviamente, l’indimenticabile Heart of Gold.

Pubblicato il 25 febbraio, Pink Moon è il terzo ed ultimo album di Nick Drake, un lavoro intimo, da cui traspare la sofferenza cupa del cantautore inglese, il progressivo isolamento da tutto e tutti che lo porterà alla morte per un’overdose d’antidepressivi un paio d’anni dopo. Tranne che per un piccolo inciso di pianoforte, nell’album c’è solo la chitarra e la voce calda di Drake, ormai troppo chiuso in sé stesso per fidarsi d’arrangiamenti d’altri. Secondo il racconto del tecnico delle registrazioni le canzoni furono incise in diretta, per lo più con “buona la prima”. Il brano che dà il titolo all’album è una chicca struggente, il resto non è meno imperdibile.

Machine Head (25 marzo) è l’album più iconico dei Deep Purple assieme al mitico Made in Japan, pubblicato poco dopo nello stesso anno, e rappresenta un punto cruciale della storia dell’Hard Rock. Contiene, tra le altre cose, Smoke on the Water, brano dedicato all’incendio che si sviluppò nel teatro che ospitava a Ginevra un concerto di Frank Zappa, fumo nell’acqua e fuoco nel cielo, insomma. Non c’è stato chitarrista in erba che, per qualche decennio, alle feste di compleanno non ne abbia forzato sulle corde il motivo. Certo, il reef levafiato di Ritchie Blackmore è cosa che appartiene solo agli dei delle sei corde. Gli altri musicisti, Ian Gillan, voce e armonica, Jon Lord (mitico il suo organo), Roger Glover e Ian Paice (basso e batteria d’un tappeto ritmico a maglie strettissime), ne fanno una superband.

Data di nascita 16 giugno 1972 per The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, quinto album di David Bowie, più noto col titolo sintetico di Ziggy Stardust. L’inglese non è ancora sceso dalla sua dimensione spaziale e nel disco ha messo brani celeberrimi che testimoniano il prosieguo del suo viaggio interstellare, come Starman, Ziggy Stardust,Suffragette City e Rock ‘n’ Roll Suicide. L’album è storia d’un mondo sull’orlo del baratro su cui spicca la figura “eroica” d’un ragazzo divenuto rockstar grazie a sostegni alieni. È uno dei lavori più influenti di Bowie nonché uno dei suoi più grandi successi. Il personaggio narrato è simbolo d’un linguaggio che travalica le note di cui è protagonista, diventa fatto di costume, dialoga con ogni altra forma d’arte.

Close to the Edge degli Yes si fa disco l’8 settembre dell’anno fatidico. Prog sinfonico, con la title track che si prende un intero lato e la voce particolarissima di Jon Anderson a raccontare storie criptiche dai richiami potenti al Siddharta di Herman Hesse. Il lato B è tutt’altro che b, con una perla autentica qual è AndYou and I. In giro per il disco Howe disegna arabeschi immaginifici con le sue chitarre, la batteria di Bruford non s’accontenta di far ritmica ma s’affaccia a melodie ispiratissime (lascerà subito dopo la band per unirsi ai King Crimson). Gli altri due musicisti della band, il tastierista Rick Wakeman e il bassista Chris Squire mai ebbero ruolo da comprimari. Il miglior album in assoluto della band inglese, uno dei più grandi della scena Prog.

Transformer, di Lou Reed, nasce l’8 novembre, ed è prodotto da David Bowie e Mick Ronson

L’album è un disco spudoratamente elettrico, il secondo dell’ex Velvet Underground da solista, contiene brani tra i più noti del suo repertorio, certamente quelli che sono rimasti di più nella memoria collettiva della sua opera. Tra gli altri Perfect Day, Vicious e Satellite of Love. Ma è soprattutto il disco della ballata Walk on The Wild Side, pezzo dal ritmo ipnotico, una tirata di sax memorabile, la voce che pare un sussurro provenire dalla stanza accanto, a costruire la narrazione stralunata del variegato mondo della Factory di Andy Warhol con cui Lou Reed era entrato in contatto ai tempi dei Velvet Underground.

A novembre c’è pure Can’t Buy a Thrill, perla di perfezione quasi maniacale del duo Donald Fagen e Walter Becker, in breve gli Steely Dan. Collezione di brani dai testi ironici con continui riferimenti alla Beat Generation; lo stesso nome del gruppo, a non dar adito ad equivoci, è quello di un vibratore di cui si parla nel libro Pasto nudo di William S. Burroughs. Il suonato e gli arrangiamenti fanno del dettaglio impalcatura solidissima per tutto l’album, i musicisti sono scelti tra i migliori session del momento, nulla appare fuori posto, non c’è granello di polvere. Do it again è brano di notorietà fuori del tempo, musica da sottofondo, da ballare, semplicemente da ascoltare, magari durante un viaggio in auto, col rammarico di non averne più la musicassetta.

Di dicembre è Darwin! del Banco del Mutuo Soccorso. Difficile parlare semplicemente di gran produzione di Prog italiano, il respiro profondo, la qualità tecnica di questo album ne fanno un capolavoro del genere a livello internazionale. Concept dedicato al padre dell’evoluzionismo, scava alla ricerca di suoni e melodie che riportano ad atmosfere primordiali, ripercorrono cammini evolutivi. 750.000 anni fa…l’amore? è poesia elevatissima, il testo andrebbe inserito nelle antologie scolastiche, la voce del mai abbastanza compianto Francesco Di Giacomo sembra saltar fuori da una dimensione temporale inavvertita, pare flauto suonato a dimostrare che gli dei del creato hanno concorrenze spietate in carne, ossa, ed ugole. Gli altri della band sono Vittorio e Gianni Nocenzi alle tastiere, Marcello Todaro alle chitarre, Renato D’Angelo al basso e Pierluigi Calderoni, batteria e percussioni, fenomenali.

Talking Book di Stevie Wonder è album che vede luce ad ottobre. È il disco che consacra il giovanissimo cantante della Motown, allora appena ventiduenne, quale mostro sacro della Black Music. Eppure con questo lavoro travalica proprio quel linguaggio che ne aveva caratterizzato le produzioni precedenti. Il sound della musica nera degli anni ’60 su cui s’era formato, viene riscritto, stravolto e ricomposto in un collage di incredibili suggestioni. Il nostro sperimenta, suona ogni strumento, esplora generi, li riscrive, se ne fa pioniere. Due brani sopra gli altri, ad aprire ciascuno un lato del disco, l’elegante e romantica You Are the Sunshine of My Life, dedicata alla moglie, e poi Superstition, incalzante brano rithm&blues che farà scuola.

Ascolto buono, allora, che se v’annoiate avete bisogno di supportini adeguati.

Radio Pirata 47 (per meritoria attesa)

Radio Pirata fa Quarantasette di puntata, che è tempo di concedersi tempo e dunque selezione musicale sarà svolta per snervo a lunghezza indefinita che vi tiene impegnati per ore notevoli, che se non avete nerbo per ascoltare detta scelta, all’uopo Radio non è emittente che fa per voi, e vi tocca di cercare ritornello babadì babadà, che dura poco, ma pure di solluchero concede un tantino meno.

Che è tempo che suono di campanella sancisce passaggio di consegne tra migliorissimi e meritevolissimi, con tanto di tinta unica gli uni e gli altri, che praticamente siamo in una botte di ferro come ebbe a dire tale che mi pare si chiamò Attilio Regolo. Che ci attende destino prospero di bombarda che ormai mi pare che c’è intesa globale a far scoppiare quella che vale mille, che se scoppia quella si risponde con milleuno che precede a successione esatta milledue e milletre, quindi ad libitum sino a cessate il fuoco ma pure cessate e basta d’ogni altra cosa.

E pare che non ci sia troppo tempo a dedico per scrittura che pure scrittura è cosa che pare di poco merito, pure musica buona mi pare di poco merito che adesso abbiamo grande rilancio di economia attraverso zumpazù di cultura elevatissima a spiaggia di superaffollo e bagno a prezzo che tolgo finalmente di mezzo disgraziato in mutande per sostituzione, con grande fervore di applauso di popolume, con appropriata gestione a costume in pelle di leopardo, meglio di pitone. E per rilancio di economia serve preciso e grande cambio di clima che estate dura tutto l’anno, a caldo becco financo a capodanno che pinguino si fa ad ospito a congelatore e si danza a spiaggia in allegria come faccio a Caraibi pure a lidi nostri patrii e famiglii