Nausee

Tutto era pieno, tutto era in atto, non c’era intervallo, tutto, perfino il più impercettibile sussulto, era fatto con un po’ d’esistenza. E tutti questi esistenti che si affaccendavano attorno all’albero non venivano da nessun posto e non andavano in nessun posto. Di colpo esistevano, e poi, di colpo non esistevano più: l’esistenza è senza memoria; di ciò che scompare non conserva nulla — nemmeno un ricordo”. (Jean Paul Sartre, La nausea)

Non mi veniva di scrivere d’altro, manco ora che sta arrivando la bufera e non ho che ombrelli a telai dismessi. Che quell’altro me invece ne aveva voglia, lui che, quand’era giovane, pareva ch’era già vecchio, che i suoi amori glieli sceneggiava Resnais e li cantava Jaques Brel. Che gli dicevano ch’era sbarcato da nave d’Argonauta, da secolo ignoto, che s’apprestava su uno scoglio ogni mattina, vestito come veniva, sino alle ciabatte, che pareva che lì c’era nato, cosa che poi era. Pure – gli dicevano – che il mondo d’intorno se ne andava da un’altra parte, che l’avevano lasciato lì, sempre su quello scoglio, come istantanea cotta al sole, ultimo Mohicano, su quella Rive Gauche ch’apparteneva a lui ed a quattro signore che s’ammestieravano d’antico.

Che pure s’ammetteva social ante litteram, di dita unte al tetraetile di Gestetner, di cui – per caso puro – non c’è morto per impronte digitali su uova sode, manco per il tracannare di zibibbi all’arsenico e gazzosa. Che con fogli e colla in mano aveva conosciuto stampella a mesi, formato economy – che quello passava la mutua –, per ginocchia a grattugia, nell’incontro con ferri di cappucci neri arditi d’ignoto, persi nel tempo, irrispettosi di titolazioni quotidiane che ne danno natali recenti e morti antiche. Che non vollero affratellarsi con mammoni e mannari nelle novelle della nonna. Di destino crudele patì le spire, in giovane età già vecchia, ma pure le pene del disarmo nucleare d’un Settimo, in fila poi per sussidio di disoccupazione. Che avrei dovuto scrivere per sussiego alla sua ineluttabile pulsione primordiale all’angoscia sotto pelle? Per assecondare l’arrovello, l’intorciniarsi di budella? Che pare non s’avveda, né da mo’, nemmeno da poi, che la prospettiva sghemba la rende ancor più tale? E mai si fece lucido per lo scivolo del tutto che è viscido e d’intorno. Impara, ancora, pur da vecchio immemore, che tale fu prima del primo dente da latte, per perseverare nella sua senescenza definitiva. Al di più, che non l’assecondo che rare volte, nell’ipotesi redentiva del cosmo, lo invito al desco, al chiaro dello scuro del rosso, alla saxata di Coltrane, urlo di vertigine, a parlare dell’ultimo Ray Sugar, alle geometrie di Cifalà, a sogni sotto zampe d’elefante, di Nico e la Redgrave, mica di cose serie, a contorno della frittatina con cipolle, che stasera, tanto, non è cosa di mettersi a relazionare, e tra noi l’alito pesante s’ammette.

Osso, Mastrosso e Carcagnosso (seconda parte)

Vi mando la seconda parte dell’avvincente saga di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, mentre per la terza non mi ci appresto, almeno per ora. Mi sa che ve la scrive qualcun altro. E se non ve la scrive nessuno, pazienza, che come vi dissi, nella prima (ve la leggete qua, se vi va e ci avete tempo da perdere) io non ho i titoli, manco quelli di coda.

Qualche piccola repressione in qui e in là.

Agli inizi del ‘900, riprende con vigore la mobilitazione contadina nelle campagne siciliane. Al centro dell’azione dei braccianti è la costituzione delle Casse rurali, un’idea di credito alternativo per sottrarsi al giogo mafioso, agli usurai ed allo strapotere dei grandi possidenti. Nacquero le affittanze collettive che consentivano la gestione cooperativa delle terre. Alla mafia questa cosarella non andava granché bene, che se poi la gente comincia a vivere con dignità, ci sta che si mette strane idee in testa, che ne so, si mette a partecipare alla vita politica, non accetta più ricatti ed estorsioni, si fa pure convinta che c’è lo stato. Dunque, interviene con numerosi omicidi, tutti rimasti impuniti, di braccianti. Mi ricordo quello di Luciano Nicoletti e di politici della sinistra quali Lorenzo Panepinto ed il sindaco di Corleone Bernardino Verro. E siccome promettere costa poco, certe volte praticamente nulla, quando scoppia la 1° Guerra Mondiale, ai contadini gli si dice che al loro ritorno avranno la tanta agognata terra, che la cosa serve pure a scongiurare certi movimenti antipatriottici come il “Non si parte” di Ragusa. Dopo la guerra, chi s’è visto s’è visto, tanto parecchi non tornarono. Consiglio la lettura del libro Terra matta, di Vincenzo Rabbito, un contadino semi analfabeta di Chiaramonte Gulfi che racconta questo pezzo di storia dalla parte di chi l’ha vissuta direttamente. Un magnifico diario d’una vita disgraziata, selezionato per la pubblicazione con Einaudi a “I Diari della Pieve”. Comunque, tornando ai fatti, capita che qualche “testa calda” la terra che gli era stata promessa se la prende. La repressione dovuta al fuoco congiunto di mafia ed istituzioni ristabilisce l’ordine costituito e pazienza se ci scappa qualche centinaio di morti. Il commissario Messana fa sparare sui contadini a Riesi ammazzandone 15. La mafia, che quando si tratta di servire lo stato non si tira indietro, partecipa al massacro con l’uccisione di dirigenti politici e sindacali come Nicolò Alongi ed il segretario dei metallurgici Giovanni Orcel che operavano per unire lotte contadine ed operaie. Nel 1920, a Randazzo, la polizia uccide 9 manifestanti ed il giorno dopo fa sei morti durante un comizio a Catania. I casi di lupara bianca non si contano. Per fare ancora più ordine si arriva alle soglie del ventennio di modo che la violenza mafiosa si accompagni a quella delle squadracce fasciste. Viene, tra gli altri, ucciso il sindaco di Erice Sebastiano Bonfiglio. Si vede che qualcuno per eccesso di zelo esagerò, così fu inviato in Sicilia il prefetto Mori, che iniziò una campagna di repressione della mafia. Tuttavia, quel che è certo, è che venne rimosso non appena cominciò a colpire esponenti di spicco della criminalità organizzata ben inseriti nel nuovo assetto di potere. Pareva, insomma, che si potesse colpire solo la “bassa mafia”, quelli che Sciascia chiamava scassapagghiari, per cooptare invece le alte sfere dqell’organizzazione.

Il 10 luglio del 1943, gli Alleati sbarcano in Sicilia. Per anni si è sostenuto che la mafia ebbe un ruolo decisivo nelle operazioni, ma studi più recenti hanno chiarito che, se uno ne ebbe, fu piuttosto legato al controllo sociale postbellico, per limitare l’impatto politico legato alla ripresa delle lotte contadine. In questa direzione determinante è stato il sostegno mafioso al movimento separatista (il leader politico di quel movimento, Finocchiaro Aprile, già deputato e membro della Costituente, disse che la mafia, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla) ed al banditismo, per contrastare il “vento rosso del nord”. In effetti lo sbarco ebbe luogo in quell’area della Sicilia in cui la presenza mafiosa era pressoché irrilevante (le provincie “babbe”, stupide, di Siracusa e Ragusa, dove non succede nulla). È vero pure che molti mafiosi erano arruolati, anche con gradi importanti, nelle fila dell’esercito americano. Tra questi il boss Vito Genovese. Pure vi fu un intervento di mafiosi siciliani di stanza a New York per la “bonifica” del porto della città dalle spie tedesche. Il ruolo mitologico di Lucky Luciano è stato invece completamente smontato. Val la pena leggere, in questo senso, lo splendido e dettagliatissimo resoconto storico (interamente costruito su fonti ufficiali) dell’ormai raro “L’esercito della Lupara”, di Filippo Gaia, testo che, peraltro, fu acquisito dalla prima Commissione antimafia.

Le mobilitazioni contadine ricominciarono già nel 1944 e fu subito strage a Palermo, con l’esercito che apre il fuoco contro i manifestanti, uccidendo 30 persone e ferendone 150. Fatti analoghi si registreranno in tutta le principali città della Sicilia. Centinaia di migliaia di contadini si organizzano per chiedere l’attuazione delle riforme agrarie volute dal ministro comunista Gullo, ma si scontrano con la violenza mafiosa ed istituzionale, che lascerà sul terreno migliaia di morti, da Portella della Ginestra nel ’47, sino ai fatti di Avola del ’68. Sarebbe impossibile elencare tutte le vittime di questa violenza, tra cui donne e bambini, molte delle quali rimarranno dimenticate per sempre. Prima di essere ammazzato dalla mafia, il deputato comunista Li Causi, ebbe un sorprendente pubblico scambio epistolare, per tramite del giornale L’Ora di Palermo, col bandito Giuliano, autore “ufficiale” della strage di Portella, che accusava di essersi schierato coi potenti e non con i siciliani che dichiarava di voler proteggere dalle ingiustizie. Giuliano rispose: “Sono solo gli uomini senza vergogna a fare i nomi, e non gli uomini che tendono a farsi giustizia da soli, che mirano a mantenere alta la propria reputazione nella società”; Li Causi replicò: “Non capisci che Scelba, il ministro dell’interno, ti farà uccidere?”; Giuliano rispose a sua volta: “”So bene che Scelba vuole ammazzarmi, vuole giustiziarmi perché gli faccio vivere un incubo, posso fare in modo che sia portato a rispondere di azioni che se rivelate, distruggerebbero la sua carriera politica, e metterebbero fine alla sua esistenza”.

Nel 1961, Leonardo Sciascia pubblica “Il giorno della civetta”, che possiamo considerare come il primo vero romanzo sulla mafia. Mi cito, che ci ho un ego smisurato, con una cosa pubblicata qui ma anche altrove (in quel caso se l’è intestata inopinatamente quell’altro me che continua a rinnegare il suo essere nessuno): Sciascia, “allo specchio mette, ne “Il giorno della civetta”, il capitano Bellodi e il padrino don Mariano Arena, in un dialogo amplificato dal film tratto dal romanzo e per la regia di Elio Petri. In quell’occasione, Sciascia fu accusato di volere in qualche modo legittimare la vecchia mafia, tutto sommato permeata ancora da un “codice d’onore”. In realtà, alla luce della produzione complessiva del maestro di Racalmuto, pare piuttosto che emerga una sorta di tacito riconoscimento del padrino allo stato come proprio “affidabile” interlocutore. Nel breve spazio di un dialogo, Sciascia ripropone insieme la questione meridionale, la subcultura mafiosa, ma anche la sostanziale accondiscendenza dello stato, per un gioco delle parti protrattosi sin dall’Unità d’Italia, che ha consentito all’organizzazione criminale di divenire “una” delle tante espressioni manifeste del potere e di evolversi sino a dimensioni allora insospettabili. Insospettabili proprio per benevolenza istituzionale”.

Negli anni ’60, la mafia ha ormai rapporti stabili con la politica – nel ’57 viene ucciso il sindaco di Camporeale Pasquale Almerico, che non accetta l’ingresso dei mafiosi nel suo partito, la DC – e in una Sicilia che diventa sempre più terziaria e meno agricola, rivolge la propria attenzione all’affare gigantesco della speculazione edilizia, sostenuta dalla Cassa del Mezzogiorno. Emerge una borghesia mafiosa urbana sempre più dedita a traffici internazionali e protagonista del sacco di Palermo. Un primo piano, in questo frangente, se lo prendono il sindaco di Palermo Salvo Lima – ucciso nel 1992 – e Vito Ciancimino arrestato per mafia solo nel 1993.

La transizione è quinta di una cruenta guerra di mafia di cui sarà vittima nel 1963, tra gli altri, Cesare Manzella, fatto esplodere da un’autobomba. Un’altra macchina carica di esplosivo destinata ad alcuni mafiosi provoca la morte di sette uomini delle forze dell’ordine. Dopo la strage viene attivata la prima Commissione antimafia istituita l’anno precedente e che completerà i suoi lavori nel 1976, con la relazione di minoranza curata dal deputato comunista Pio La Torre e dal magistrato Cesare Terranova, entrambe vittime di mafia pochi anni dopo.

Il movimento antimafia, negli anni ’60, è condotto da minoranze al cui interno si sviluppa l’azione sociale di Danilo Dolci, che organizza gli strati popolari riprendendo modalità organizzative del movimento contadino. Ma anche le donne iniziano la loro battaglia e tra queste Serafina Battaglia che fa condannare gli assassini del marito e del figlio. Dice al magistrato Cesare Terranova: “Se le donne dei morti ammazzati si decidessero a parlare non per vendetta ma per sete di giustizia la mafia in Sicilia non esisterebbe da un pezzo”. È morta dimenticata nel 2004. Come dimenticata è la vicenda della diciassettenne Franca Viola che, nel 1965, rifiuta il matrimonio riparatore con il mafioso che l’ha violentata, e lo fa arrestare.

Dal 1968 nascono gruppi politici alla sinistra del PCI che aggiornano l’analisi sul fenomeno mafioso, puntualizzando l’esistenza della borghesia mafiosa e chiedendo, già nel 1970, l’espropriazione dei beni mafiosi. Di questi gruppi fa parte Peppino Impastato, di famiglia mafiosa, che dai microfoni di Radio Aut denuncia le attività del boss di Cinisi Gaetano Badalamenti. Viene ammazzato nella notte tra l’8 ed il 9 maggio 1978 con un delitto camuffato da suicidio.

Il 23 aprile dell’81, viene ammazzato a Palermo il boss Stefano Bontate. È il primo atto di una guerra di mafia che produrrà un migliaio di morti. A scatenare la guerra sono i Corleonesi di Totò Riina che puntano a beccarsi l’organizzazione. Il 13 settembre 1982, dopo dieci giorni dall’omicidio del Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa a Palermo, viene emanata la Legge n. 345, frutto dell’unificazione di due disegni di Legge, il primo di Pio La Torre, il secondo del ministro Virginio Rognoni, che definisce l’associazione a delinquere di stampo mafioso e introduce la confisca dei beni mafiosi. Tra i perdenti della guerra tra i clan, c’è Masino Buscetta, che vede la sua famiglia sterminata e che si offre come collaboratore di giustizia nelle mani del giudice Falcone svelando l’organigramma di “Cosa Nostra”. Le dichiarazioni di Buscetta sono fondamentali allorché si costituisce il pool antimafia con a guida Antonino Caponnetto e per l’istituzione del maxi processo nel 1986, a seguito del quale verranno comminati decine di ergastoli e migliaia di anni di condanna agli uomini di “Cosa Nostra”. Misteriosamente il pool verrà sciolto.

A partire dalla fine degli anni ’70, comunque, la controffensiva antimafiosa di pezzi dello stato porta all’assassinio di un numero impressionante di uomini delle istituzioni, tra cui il Presidente della Regione Sicilia Pier Santi Mattarella, il deputato comunista Pio La Torre, il magistrato Rocco Chinnici con la sua scorta, Ciaccio Montalto, anch’egli magistrato, il procuratore Costa, i carabinieri Pietro Morici, Giuseppe Bommarito, Vito Levolella, Emanuele Basile, il commissario Beppe Montana, il capo della mobile di Palermo Ninni Cassarà, e tanti altri in una scia di sangue che si continua senza soluzione di continuità per un ventennio.

Le stragi

Il 12 marzo del 1992 viene ucciso Salvo Lima, l’uomo più potente della DC dell’isola. Il 23 maggio dello stesso anno viene compiuta la strage di Capaci (sul territorio di Isola delle Femmine). Gli attentatori fecero esplodere un tratto dell’autostrada A29 provocando la morte, oltre che del giudice Giovanni falcone anche della moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e degli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Il 19 luglio, in via D’Amelio a Palermo, in un altro attentato muiono Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, in via dei Georgofili a Firenze, l’esplosione di un’autobomba imbottita con circa 277 chilogrammi di esplosivo, provocò l’uccisione di cinque persone: i coniugi Fabrizio Nencioni e Angela Fiume con le loro figlie Nadia Nencioni (9 anni), Caterina Nencioni (50 giorni di vita) e lo studente Dario Capolicchio (22 anni), nonché il ferimento di una quarantina di persone.

Dopo 23 anni di latitanza, il 15 gennaio del 1993, viene arrestato a Palermo Totò Riina. Dopo l’arresto non viene effettuato il controllo del villino che sarà perfettamente ripulito da misteriosi ignoti (ma chi sarà stato? Mah, qualche amante dell’ordine e dell’igiene casalinga). Il 26 settembre del 1995, comincia a Palermo il processo a Giulio Andreotti che si concluderà con la sua assoluzione perché i reati contestati sino al 1980, tra cui l’associazione a delinquere semplice, sono prescritti, mentre per quelli successivi non vi sono prove sufficienti. Nel 2006 viene arrestato Bernardo Provenzano, latitante da 43 anni. Già killer di Luciano Liggio aveva pilotato la “sommersione” della mafia. Appena arrestato, con un mezzo sorriso si rivolse agli uomini della mobile con un sibillino “non sapete cosa state facendo”.

Informare, da certe parti, fa male alla salute

Molti i giornalisti vittime della mafia per le loro inchieste. Cosimo Cristina, ucciso nel 1960, è un corrispondente de L’Ora come Mario De Mauro, ammazzato nel 1970, ed il giornalista ragusano Giovanni Spampinato, ucciso nel 1972 da un estremista di destra figlio del presidente del tribunale. Nel 1984 viene ucciso a Catania il fondatore de “I Siciliani”, scrittore e drammaturgo, Pippo Fava. Mauro Rostagno, giornalista ed ex militante di Lotta Continua, viene ammazzato per le sue inchieste su mafia e massoneria nel 1988 e, nel 1993, fu assassinato Beppe Alfano, corrispondente de “La Sicilia”.

Chiesa e mafia

Assai complessa l’analisi che si può fare dei rapporti tra Chiesa e mafia. Da una parte sono molti i preti uccisi per il loro impegno contro la mafia, come Don Puglisi. Durissimi gli attacchi dell’arcivescovo di Palermo allo stato che non contrastava adeguatamente la mafia. Di converso opachi sono stati i rapporti tra lo IOR e Michele Sindona, le posizioni del cardinale Ruffini che si rifiutò di condannare la mafia per la strage di Ciaculli negli anni ’60, e molti i preti accusati di collusione e condannati per questo reato. Un gruppo di frati del convento di Mazzarino furono condannati perché estorcevano il pizzo con la violenza negli anni ’50 (pagate fratelli, pagate). Il giornalista Cosimo Cristina che aveva denunciato i fatti fu “giustiziato” poco dopo.

E oggi che succede

Sull’oggi attendiamo nuove. È un dato oggettivo però che la mafia oggi non è più operativa solo nei suoi territori di origine, e che il suo sistema di relazioni politiche ed imprenditoriali sono ormai radicate ovunque. Così come sono evidenti i rapporti organizzativi e d’affari tra le varie organizzazioni che, in taluni casi, sembrano essersi suddivisi i compiti nella gestione degli affari illeciti. Ma, stante a quanto se ne parla, chissà che non avesse ragione Finocchiaro Aprile, che la mafia, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla.

Osso, Mastrosso e Carcagnosso (prima parte)

Mi decido, quasi per celia, a pubblicare una serie d’appunti, derubando studi assai più precisi in qui e in là. Roba per ragazzi delle scuole, mica per grandi scienziati sociali e politologi, nemmeno per giuristi raffinatissimi. Come sarà chiaro a chi legge, non si tratta d’uno scritto che ha respiro storico fondamentale, che io quello non lo so produrre. Nemmeno voglio intromettermi in una discussione che riguarda fatti recenti e su cui ognuno può farsi l’idea che gli pare. Io la mia ce l’ho, ed è tale che, quanto accaduto appena qualche giorno fa, non m’è affatto di stupore. Mi pare, invero, sia solo la conseguenza di una storia lunga e complessa. E se Giovanni Falcone sosteneva che la mafia è una cosa degli uomini, e che quindi ha un inizio ed una fine, io certo non mi permetto di dissentire. Tuttavia mi permetto di sussurrare, sommessamente, per quello che ho visto ed ascoltato – e mica da una sola campana – che mi pare più probabile che la mafia finirà proprio insieme a tutte le altre cose degli uomini. Vi propongo questa cosa a spizzichi e bocconi, forse manco tutti uno dietro l’altro, pur se proverò a seguire un qualche filo temporale, sempre nei limiti del me “nessuno”, che non sono nessuna delle cose di cui sopra, manco un accademico di un qualche miserrimo rango. Come ben potete immaginarvi, non godo di pulpiti, che sempre nessuno resto.

Dapprincipio fu il verbo

La mafia è un fenomeno complesso, mica un’accolita di teppistelli, ma nemmeno un’orda di barbari incapaci di intendere e volere, piuttosto un insieme di organizzazioni criminali che operano all’interno di un sistema di rapporti, che svolgono attività violente e illegali, ma anche formalmente legali, finalizzate all’accumulazione di ricchezze e all’acquisizione e gestione di posizioni di potere. Ha un codice culturale e gode di un certo consenso sociale.

La storia della mafia è fatta di continue metamorfosi, trasformazioni radicali che l’hanno adeguata ad altrettanto mutevoli contesti storici, culturali, sociali, politici ed economici. Si passa dai fenomeni embrionali, tra il XVI ed il XIX sec., alla mafia agraria, attiva dall’Unità sino agli anni ’50 del XX sec.; negli anni ’60 del secolo scorso diventa urbano-imprenditoriale, quindi si arriva all’oggi d’una penetrazione capillare nel mondo finanziario.

Ai tempi di Federico II si parlava già di “bravi” (grosso modo ascrivibili a quelli di cui parla il Manzoni) ingaggiati dai baroni per seminare terrore nelle campagne. Continuarono a farlo per feudatari e latifondisti in epoche più recenti, al cui soldo stavano gabellotti e picciotti vari, con i quali si tenevano d’occhio i contadini perché non protestassero troppo, ma pure per darsele tra loro.

Nel 1531, un funzionario scrive a Carlo V, poiché aveva questa strana sensazione che la giustizia colpisse solo i “panni bassi” mentre i delitti più gravi vedevano i responsabili passarla liscia. Allora vi fu il “curioso” accadimento di un magistrato ucciso da sicari che godevano della protezione del vicerè, e pare che questi ricevesse regalie varie per intercedere in favore di criminali. Ovvio che tutti se ne stavano zitti davanti ai crimini, diventando omertosi, che avevano abbastanza eloquentemente la percezione di una giustizia che, più che dea bendata, pareva ninfetta ciecata.

Nel 1543, qualcuno si sveglia, si rende conto che le cose non vanno proprio per il verso giusto, e decide di peggiorarle, istituendo le compagnie d’armi: queste erano composte da un capitano e da dieci uomini, all’uopo selezionati con cura tra violenti e pregiudicati. Tali masnade di “benemeriti” della società, avevano il compito di perseguire i delitti. Nel 1563, un documento ufficiale recita che il “Regno si sente molto gravato dal comportamento di questi”. E proprio tra questi s’appresenta come temibile certo Mario de Tomasi, che accumula ingenti fortune e s’offre in sposo a una nobildonna con cui darà vita alla stirpe dei Gattopardi. “Tutto cambia perché niente cambi”, scrive Tomasi di Lampedusa, e, aggiunge, con l’Unità d’Italia gli sciacalli, cioè i borghesi, hanno preso il posto degli aristocratici. Chissà se s’era avveduto del suo avo.

Nel 1576 un documento, riferendosi alle attività della “Vucciria” di Palermo, recita: “nelli macelli non si macella quasi carne alcuna… dandosi commodità alli mali homini che arrobano detti animali di potere coprire i loro latrocinii per questa via”. Dette carni venivano vendute in monopolio con la complicità delle autorità locali. Ancora nel 1773 si scrive: “… nel caso che i proprietari delle bestie accettino di pagare un riscatto per le bestie rubate, soglonsi dividere tutto tra ladri e capitani”. Girolamo Colloca, il “re della Vucciria” vanta tra i suoi protettori il Duca di Medina ed il Duca di Terranova. Nel 1675, un certo Francesco Greco, denunciò fatti di crimine legati a questi traffici illeciti. I sicari che lo indussero al silenzio più definitivo godettero di assoluta impunità.

Pari pari procedeva l’Inquisizione, una vera e propria organizzazione mafiosa, che ha avuto un ruolo fondamentale nell’istituzione della prassi dell’impunità. L’organizzazione contava in Sicilia su un esercito di circa 30.000 “familiari”, un corpo “scelto bene” di “santissimi ed onorati” uomini di fede, che godevano di un foro privilegiato e che misero su un produttiva fabbrica di delinquenti. Verrà abolita da Caracciolo sulla strada delle sue riforme contro il potere feudale e mafioso nel 1782.

Ovvio che se non ti comporti proprio bene bene, e qualcuno te lo fa notare, magari togliendoti quell’impunità di cui godevi, allora ti metti a dire che sei stato frainteso, che quello che fai è per il bene della società, che sei un filantropo, ti cerchi alleati, consenso, che le bastonate che davi non ti sono sufficienti (cose d’altri tempi, no?)

Così, questi protomafiosi, attingono, che ne so, al mito dei Beati Paoli per spacciare la propria organizzazione come nata per rendere giustizia ai poveri ed agli oppressi. Si racconta, allora, in un mito che mescola delitti d’onore, omertà e religione, che tali Osso, Mastrosso e Carcagnosso, rappresentanti di Cristo, San Michele e San Pietro, braccati da infame sbirraglia, si rifugiano a Favignana dopo aver vendicato una sorella violentata, e lì, travolti da questo desiderio benefattorio, fondano mafia, ndrangheta e camorra.

Caracciolo lascia memoria delle sue riforme agrarie che, in talune parti di Sicilia, cominciano a far vedere i loro frutti, e arrivano peraasino all’abolizione dei privilegi feudali. Questo, certo, non è che faccia un gran piacere ai poveri ricchi latifondisti, che a colpi di gabellotti e, sempre godendo di certa accondiscendenza da parte delle autorità locali borboniche, si difendono come possono. Comunque, contenti non sono. S’aspettano di essere liberati dall’infame giogo. A questo si aggiunge che bande eversive scorrazzano qui e là. Ce n’è una, di cui si parla già nel 1838, che si faceva chiamare Sacra Unione, la cui beatitudine era garantita dal fatto che a guidarla fosse un prete, e che praticava l’abigeato su vasta scala, protetta da autorità e proprietari. A questo punto la Sicilia si prepara ad affrontare lo sbarco dei Mille, che davvero non se ne poteva più. A sancire la nuova era, tra le fila dei Garibaldini sono anche Giovanni Corrao e Giuseppe La Masa, che arruolano i “picciotti” per la conquista della Sicilia. Le richieste dei bistrattati possidenti trovano accoglienza presso i capi garibaldini che, a Bronte, soffocano nel sangue la rivolta contadina contro i latifondisti. Il nostro eroe nazionale Nino Bixio in persona, ordina di sparare sui contadini che s’aspettavano d’essere liberati dal giogo feudale del Duca di Bronte, tale Nelson, erede dell’ammiraglio. Questi s’era acchiappato il posto, spaparanzandosi in una stupenda abbazia, poiché Ferdinando IV gli era riconoscente assai per aver ordinato l’impiccagione d’un altro Caracciolo, tale Francesco, abile navigatore e un poco troppo idealista, che coi Borbone aveva un qualche dissidio. Bixio, in quell’occasione, fece fucilare pure lo scemo del villaggio che, incautamente, s’era messo a gridare “Libertà, libertà” alla vista dei garibaldini. Ce l’ha raccontata Verga questa storia, in una novella che si chiamava proprio “La Libertà”. Ma se qualcuno si permette di rimettere in discussione la natura etica del Risorgimento, in tutte le sue componenti, ivi compreso sottintendendo malevolmente che un eroe quale Nino Bixio fosse una specie di mercenario al soldo degli inglesi, come sostengono certe malelingue, lo impicco ad un pennone più alto di quello destinato a Francesco Caracciolo.

I Savoia, comunque, dopo l’obbedisco, decisero, per spirito unitario, di non far rimpiangere i Borbone, scavalcandoli persino in talune scelte a sostegno dei poveri latifondisti e dei picciotti al loro soldo. Cominciarono a sparare ad alzo uomo sulle riforme agrarie di Caracciolo (il vicerè), e proibirono ogni genere di coltura fosse pure di puro sostentamento ai piccoli proprietari contadini, a favore della monocoltura cerealicola. I generosi latifondisti si poterono riprendere cosi con generosi tozzi di pane le terre a loro “ingiustamente” sottratte dal vil volgo bracciantile. Se era il caso qualche osso spezzato o, nei casi più ostinati, qualche strategica sparizione nelle vaste campagne incolte ai margini dei poderi, serviva a garantire il passaggio di proprietà meglio d’un atto notarile. Ma i contadini, rozzi quali sono, anziché abbozzare, ammettendo la propria inferiorità umana, morale e materiale, cominciano ad organizzarsi e creano le Leghe dei “Fasci” (che nulla hanno a che vedere, se non nel nome, con certi ventenni). Un movimento vastissimo, per un terzo costituito da donne (altro che quote rosa, queste spudorate) che si organizza per resistere al sopruso mafioso ed istituzionale. Il 4 gennaio 1894, il capo del governo italiano, l’ascaro Francesco Crispi, già eroe dei Mille, decretò lo stato d’assedio, violando lo Statuto Albertino (non ci sono testimonianze che i Savoia si siano stracciate le vesti) che lo prevedeva solo in caso di presenza di invasore straniero, e diede pieni poteri civili e militari al generale Morra di Lavriano per mettere a ferro e fuoco l’Isola e sciogliere i Fasci Siciliani. Centinaia di persone furono trucidate dal fuoco incrociato di mafia e forze dell’ordine, migliaia incarcerate e decine di migliaia fuggirono dalla Sicilia. Scrive Antonio Labriola (Roma, 10 aprile 1894): “Fino ad ora la parola di un italiano non poteva essere che modesta, anzi modestissima, nei rapporti del socialismo internazionale. Tutto al più avea valore di convincimento personale, o di promessa e di speranza da parte di pochi precursori liberamente o spontaneamente associati. Mancava il fermento della massa proletaria, che risultasse dal sentimento si una determinata situazione economica.

Ora ciò e cambiato. Coi tristi casi di Sicilia il proletariato è venuto su la scena. Questa è la prima volta in Italia che il proletariato, con la sua coscienza di classe oppressa e la sua tendenza al socialismo, s’è trovato di fronte alla borghesia.

Alla prima mossa è succeduta rapida la repressione. Ma ciò non rimarrà senza effetto. Gli stessi errori commessi serviranno di ammaestramento. La stessa borghesia, che per difendersi ha bisogno di reprimere, fa da maestra.

D’ora innanzi non ci sarà che progresso. Il socialismo, come forza impulsiva, investirà la massa proletaria.

Cinquant’anni fa C. Marx ha detto (- ripeto il senso non le parole -) che non importa guardare a quello che il singolo proletario pensa o dice, né a quello che tutti i proletari pensano o dicono, ma a quello a cui sono necessariamente portati dalla loro stessa situazione. L’Italia di ora lo conferma”.

Parole a vuoto quelle di Labriola.

Sul finire dell’800, i delitti di mafia rimasti impuniti, riguardavano anche rappresentanti delle istituzioni. Tra questi, nel 1893, quello di Emanuele Notarbartolo, già sindaco di Palermo che, da direttore del Banco di Sicilia, si era opposto a certe poco chiare manovre speculative. Viene incriminato come mandante dell’omicidio Raffaele Palizzolo, deputato legato ai mafiosi. La sentenza contro di lui venne annullata a Firenze per un vizio di forma. Al suo rientro fu accolto come un eroe per la mobilitazione dell’associazione Pro-Sicilia, di cui faceva parte e ne era tra i fondatori, l’antropologo Giuseppe Pitré. Nello stesso periodo il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi pubblica una relazione in cui descrive nel dettaglio l’organizzazione criminale mafiosa. Quel rapporto rimarrà lettera morta e l’interpretazione della mafia come struttura unitaria, gerarchica e organizzata, con un vertice da cui dipendono le realtà locali, verrà ripresa solo dopo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta.

E per ora mi fermo qui, che la storia è lunga assai. Alle prossime puntate il resto di questo avvincente (o avvilente, non mi ricordo più) racconto.

Bacio le mani a tutti

P.S., Domani è il 9 ottobre, c’è una ricorrenza di cui lascio traccia musicale.

Sit down, please

Insomma, c'è quell'altro me che mi trascina in mille rivoli d'impegno. Che io glielo dico sempre che non è cosa per me e, sotto sotto, so pure – e anche lui lo sa, anche se non l'ammetterebbe nemmeno se lo lasciassi a pane e acqua (e passi per il pane, ma l'acqua e basta...) – che non è cosa manco per lui. Però c'è il lavoro, il sindacato, quelle due o tre cosarelle – come dice lui, ma risultano a me più di tre o quattro – che ci tengono sotto pressione. Per cui il blog non è che me lo coltivo come vorrei, che è cosa che, invero, mi piacerebbe fare. E sempre si corre a destra e manca, che, al massimo, posto quando mi capita, quando posso, sempre assai meno di quanto m'aggraderebbe. E ciò attiene alle ragioni per cui queste pagine esistono da un anno e mezzo circa. Qua e ora, pure se non richiesto, di questo tempo mi farei un bilancio piccolo piccolo, niente di serio, che coi bilanci non ho pratica. Insomma, io che coi social e la rete ho la stessa dimestichezza d'un alcolista con le dame di San Vincenzo, ad un certo punto mi faccio casa virtuale. Ci pensai che c'era il lockdown, ma quello è fatto accidentale, che l'esigenza era altra. Mi dovevo riprendere una rivincita sullo scrivere, che ce l'avevo con lui. Perché fra me e lo scrivere s'era stabilito un malinteso grosso come un palazzo. 
M'ero fatto persuaso che valesse la pena di scrivere se potevo farlo alla grande, se con quello non facevo prigionieri. In seconda battuta, potevo farlo per camparci, nel qual caso potevo anche indugiare in minchiate, e questo è quello che avevo fatto per anni, scrivere minchiate, intendo - che se ne andavano a ruba –, mentre, se qualcosa “alla grande” avrò scritto, non se ne sono accorti che in tre o quattro, pure scimuniti peggio di me, autentici nessuno senza arte nemmeno parte. Così non m'avvidi che di una sola soluzione: smettere, dimenticarmene. Stessa cosa feci con la fotografia, mi vendetti persino la cinghia della macchina fotografica, financo accettai la prima offerta, talmente pessima che non mi misi nemmeno a trattare, che era sopraggiunto l'estasi del sommo disgusto. Peggio ancora feci, fuggii addirittura dai luoghi dello scrivere, mi feci romita lontano dallo scoglio che mi diede natali. Alla soglia di Nettuno, sostituii le visuali di stimmate di Santo. E ad ogni tentativo di riprendere penna in mano, cascavo nello sconforto del “che senso ha?”, che non mi legge nessuno. Poi, fu fortuna – che non so spiegare - sopraggiunse il giorno del “chi se ne importa”, come fece Rosa, dunque, non del “chi se ne frega”, che ad altri confà di più. E qual solluchero nello scoprirmi di nuovo a scrivere, senza manco pensarci se bene o male, al come mi viene viene, al quello che esce esce, di getto, di brutto, d'istinto, solo per me, al più per i miei sassi. Che meraviglia riscoprirsi nessuno a scrivere, nessuno a leggere. Appagare questo nessuno per il semplice gusto di farlo, come si tracanna dalla coppa degli dei. Scoprire che non ci sono controindicazioni, nemmeno effetti collaterali. Scoprire che, se ti rilassi, e fai che t'aggrada davvero, senza pretendere altro se non quello in sé, è misterioso il risultato. Già, e sorprendente e misterioso premio che mi veniva dal rileggermi i commenti degli ultimi post, tanti assai che manco m'immaginavo (grazie di cuore, dunque, a chi ogni tanto passa da qui). Botte e risposte, divertite, garbate, che là fuori c'è un tasso di violenza che non capisco, di veemenza crudele, di sconforto collettivo – preciso che nemmeno io sono un ottimista d'acchito -. Che è tutto urlato, che pare di sentirle le urla che t'assordano pure in certo scritto, sbavante di rabbiose certezze, faziosità definitive, condanne sommarie. E qui invece mi pareva che c'eravamo messi fuori la sedia nei cortili lontani della mia isola, per cogliere la brezza che viene dal mare e stempera la calura dello scirocco. Che profumo di chiacchiere col fiasco sul gradino. Mi ricorda pure quando, nemmeno troppo tempo fa – un paio d'anni o tre al massimo – trovato lo slarghetto sui gradini d'un sagrato, con la banda dei soliti, valutando il deserto d'intorno nella notte, lontani dalle consuetudini, tirammo fuori la chitarra per strimpellare antiche delizie di commozione. Per prima s'affaccio' l'anziana signora, e si sedette ad ascoltare, “suonate, suonate, ragazzi” (sentirci appellati ragazzi ci fece un qualche effetto). Poi la ragazza venne a passo svelto verso di noi, sbucata dal palazzo che immaginavamo disabitato, come il tutto d'intorno dirupato. “Ne avete ancora?”. Che la vecchia amica rispose con garbo di mortifica che saremmo andati via subito, che non volevamo disturbare. Quella, invece, chiese un attimo e sparì dentro il portone scorticato, per riapparire con tanti bicchieri quanti ne bastavano e più bottiglie degli stessi, “Che anch'io voglio cantare”, disse, senza pubblico pagante

Fenomenologia del fungo porcino

E con la rinascita, il PIL che s’abbevera alla fonte della vittoria, la ripartenza, grinpasse in resta, c’è l’altra rinascita che s’appresta, quella dello sfrigolio di padella a massa. Che poi il gocciolio benedetto d’autunno, nel rinsecchito sottobosco estivo, partecipa rubicondo, pure se talvolta esagera, che non capisce bene e non s’attiene alla misure prescritte, sbatacchiando la foresta. Ma non val la pena d’arrovellarsi di ciò, nemmeno quando il pienone tracima e infanghicchia il dintorno pulito a mondo. Le prove generali son venute ammodino, dunque, fuoco alle polveri e che autunno sia.

Ma, per ricondurre me stesso ad una dimensione appena al di sopra d’ogni sospetto, cercherò di spiegare ciò che intendo, che detta così questa cosa, lascerebbe intendere un certo mio indugiare nel consumo di sostanze assai poco lecite, a rischio che qualcuno citofoni. Che dovete sapere, se non ne foste già a conoscenza, che nei pressi degli antichi borghi, v’è consuetudine alla ricorrenza di sagra, ad esaltare la nobiltà di frammenti urbani aggrottati tra i boschi. Di sagra si rivendica superiorità morale, civica, sociale, financo economica e culturale. Per ciò, e poco altro, ne fioriscono a specchio, separate d’una settimana o poco meno, di un centellinare di chilometri appena; e domato ex legis l’orrendo virus, ve ne sono a bizzeffe: della birra, del prosciutto, del tortello, della cotica, della cozza, vitello ubriaco, anatra zoppa. Obiettivo strategico di abilissimi prolocatori è di superare incassi e presenze dell’infame borgo rivale, la cui essenza di centro abitato, con storia annessa, è dichiarata sedicente. Il popolo locale partecipa con avvincente competizione nella competizione, a sancire il vincitore della disfida, sgomitando, calpestando, inveendo, sudando, ed esibendo, infine, quale trofeo di cruente tenzoni, il pregiato piatto, sul cui fondo s’adagiano le ipotesi dei protagonisti prescelti a denominar la sagra tra le sagre.

Le disfide sono aspre, ai limiti della regolarità, si sprecano colpi bassi. Se taluno s’inventa una sagra, non va posto tempo in mezzo per rispondere all’infida provocazione. Chi si ferma è perduto… s’ode a destra uno squillo di tromba… da sinistra risponde lo sfrigolio della griglia! Il paese dei campanili s’è desto, di tifo, d’orticello ben curato a pesticida! Ne è archetipo illustrativo il fungo porcino, o meglio la sua non-natura di creatura trifolata, più che l’identità saprofita e rimineralizzatrice. Il pezzo autentico del paese sa come difendere la superiorità del proprio fungo porcino, la sua purezza estetica, contro l’ignobile dirimpettaio della collina dinnanzi. Figuratevi se sia accettabile che torme di barbari vadano ad importunare le sacre campane. Come si permettono, cosa vogliono? Che la smettano d’assediare coste, d’insidiare identità consolidate nella sagra più bella e grande, nella festa più affollata, persino nella più untuosa, con tanto di nostrali effluvi diossinici, alimentati da bollenti spiriti culinari sull’imponente quinta scenografica della plastica del piatto, che, con equilibrismi raffinatissimi, viene domata nella sua instabilità da calor bianco di trifolature.

Se il fungo porcino è il re della sagra, la sua quintessenza identitaria, nelle segrete (non sagrate, dunque) stanze e cucine del privato quieto vivere, io elessi il galletto a mio prediletto, non quello che pigola appena oltre il mio tetto (indugio in palazzescate) bensì quello che nel linguaggio aulico della scienza, vieppiù vivo pur se in lingue morte, finisce per divenire Cantharellus cibarius (un amico premuroso me ne ha portati alcuni da boschi ombrosi, per mio puro ed esclusivo godimento). E se la nomenclatura linneiana non v’è consueta, beccatevi la pletora di definizioni dell’avversario più fiero del porcino di massa, come da noto dizionario virtuale: gallinaccio, gallitula, galletto, gialletto, gaddiniedde, finferlo o garitula. Insomma, mentre lo scontro all’arma bianca infuria tra gli antichi borghi per chi sfrigola il porcino meglio e più d’altri (ma quanti porcini ci sono in quei boschi, che sfamano torme d’appetiti errabondi?), nella mia cucina, in armonica compagnia di porro e prezzemolo, il galletto incontra il furore incandescente dell’olio d’oliva, e si riduce, si indora, si contorce, mentre attende il suo momento, talora incoraggiato da lanci di mezze bicchierate di vino (mezze, ovvio, le altre mezze al cuoco, d’aperitivo), come per il ciclista sul muro di scalate pirenaiche, quando il tifoso gli corre dietro spruzzandolo di pregiata minerale, ed ogni goccio d’acqua ne ravviva lo sforzo finale. Infine, s’arrende, in vetta alla cottura precisa, ed è quello il momento in cui uova battute con sale e pecorino e pepe, vanno ad uniformare i cromatismi della padella, a far da sottobosco alla nuova effimera vita del re della montagna, lo scalatore definitivo, il funghetto in maglia gialla. Quante uova, quanti funghi? È ovvio, quanti più finché la frittata è fatta, bella, così gialla che un libro di Chandler pare un’appendice di Liala. Al più con verde a pois di prezzemolo fresco, poi il chilo di pane del forno accanto, ancora olio sulle fette, ed un fiasco di vino (fiasco, non bottiglia). Sono quei momenti in cui non volete che nessuno disturbi, e potreste persino vedere una di quelle fiction girate in borghi rileccati all’uopo, lucidi d’occorrenza, senza urlare di sgomento perché avete altro da fare che non indignarvi per italiche disfide, del tutti insieme contro il resto del mondo; voi avete davanti il piatto che sancisce la pace nell’universo, avete trovato le ragioni profonde dell’ecumenismo militante, in giallo, per di più, non come certi sindacati però!

Una piccola nota a margine, a proposito di quelli che domani, privi di fiero spirito patriottico, non parteciperanno alla sagra. Informatevi se vicino ve n’è una e, se state vicini al mare, andateci, che quando ricapita un tramonto su spiaggia deserta, mentre il tepore ancora tiene?

La sentenza (polvere sotto il tappeto)

Ci sono sentenze ed inchieste ad orologeria? E che ne so, ma pure chi se ne frega. Il giochino non mi interessa più. Ci sono condanne ad orologeria, però, anzi, condanne scandite ad ogni minuto. È condannato a morte probabile chi la mattina s’alza ad ore improbabili, per andare a strappare l’obolo di sussistenza. Perché il destino cinico e baro lo inciampa nella trebbiatrice, l’accomoda al fresco d’una stanza d’ozono, gli regala avide aspirate di esalazioni d’una vasca di mosto – altri, che m’importa se ad orologeria, s’aspirano altro, e si fanno occhietti a pupilla midriatica -. Ed il siur padrun dalle belle braghe bianche, può star tranquillo, che il nostro è paese garantista. Un paio di cose – la seconda, del Maestro Ignazio Buttitta, la faccio mia, per dedicarla, mica per tenermela -, dunque, per chi è polvere sotto il tappeto, con lo sfondo fragoroso ed inutile del plural tenzone nella cassa da morto del segreto dell’urna.

subtraxerim utilium

Ho sentito i cori dei corvi

e l’arcangelo vestito di nerofumo

recitare litanie

in fondo alla ciminiera

dei campi di cotone.

Era il canto della strada buia,

in riva alla città zoo,

la sirena che pregava

di catturare gli scarafaggi d’ogni tribù,

nascosti alla luce esausta del neon

dallo scricchiolio della pattumiera

gonfia d’orgoglio

e di cose non dette, non scritte.

E se fossero sagge e definitive

le parole della notte

il mattino si diverte a cancellarle

per l’innata sua passione per lo smog,

o per lo smoking

– color cimitero –

da abbinare alla cravatta

con il nodo scorsoio

da indossare il ventisette

di un mese qualsiasi per l’obolo

dai vestiboli della civiltà dorata.

Nun sugnu pueta

Non pozzu chiànciri

ca l’occhi mei su sicchi

e lu me cori

comu un balatuni.

La vita m’arriddussi

asciuttu e mazziatu

comu na carrittata di pirciali.

Non sugnu pueta;

odiu lu rusignolu e li cicali,

lu vinticeddu chi accarizza l’erbi

e li fogghi chi cadinu cu l’ali;

amu li furturati,

li venti chi strammíanu li negghi

ed annèttanu l’aria e lu celu.

Non sugnu pueta;

e mancu un pisci greviu

d’acqua duci;

sugnu un pisci mistinu

abituatu a li mari funnuti:

Non sugnu pueta

si puisia significa

la luna a pinnuluni

c’aggiarnia li facci di li ziti;

a mia, la menzaluna,

mi piaci quannu luci

dintra lu biancu di l’occhi a lu voj.

Non sugnu pueta

ma siddu è puisia

affunnari li manu

ntra lu cori di l’omini patuti

pi spremiri lu chiantu e lu scunfortu;

ma siddu è puisia

sciògghiri u chiacciu e nfurcati,

gràpiri l’occhi a l’orbi,

dari la ntisa e surdi

rumpiri catini lazzi e gruppa:

(un mumentu ca scattu!)…

Ma siddu è puisia

chiamari ntra li tani e nta li grutti

cu mancia picca e vilena agghiutti;

chiamari li zappatura

aggubbati supra la terra

chi suca sangu e suduri;

e scippari

du funnu di surfari

la carni cristiana

chi coci nto nfernu:

(un mumentu ca scattu!)…

Ma siddu è puisia

vuliri milli

centumila fazzuletti bianchi

p’asciucari occhi abbuttati di chiantu;

vuliri letti moddi

e cuscina di sita

pi l’ossa sturtigghiati

di cu travagghia;

e vuliri la terra

un tappitu di pampini e di ciuri

p’arrifriscari nta lu sò caminu

li pedi nudi di li puvireddi:

(un mumentu ca scattu!)

Ma siddu è puisia

farisi milli cori

e milli vrazza

pi strinciri poviri matri

inariditi di lu tempu e di lu patiri

senza latti nta li minni

e cu lu bamminu nvrazzu:

quattru ossa stritti

a lu pettu assitatu d’amuri:

(un mumentu ca scattu!)…

datimi na vuci putenti

pirchi mi sentu pueta:

datimi nu stindardu di focu

e mi segunu li schiavi di la terra,

na ciumana di vuci e di canzuni:

li sfarda a l’aria

li sfarda a l’aria

nzuppati di chiantu e di sangu.

Inopinatamente m’ergo a traduttore dalla lingua mia a quella che m’ha adottato, sperando di non fare troppi danni.

Non sono poeta

Non posso piangere

che i miei occhi sono secchi

ed il mio cuore

è come lastra di pietra

La vita mi ha ridotto

arido e bastonato

come una carrettata di brecce

Non sono poeta

Odio usignoli e cicale

leggera brezza che accarezza l’erba

e le foglie che cadono con le ali

Amo i fortunali

i venti che spazzano via le nuvole

e nettano aria e cielo

Non sono poeta

nemmeno un insipido pesce

d’acqua dolce;

sono un pesce selvatico

abituato ai mari profondi:

Non sono poeta

se poesia vuol dire

la luna sospesa

che impallidisce i volti degli amanti;

a me, la mezzaluna,

piace quando risplende

nel bianco degli occhi dei buoi.

Non sono poeta

ma se è poesia

affondare le mani

nel cuore degli uomini che soffrono

per spremerne via pianto e sconforto;

ma se è poesia

sciogliere il cappio agli impiccati,

aprire gli occhi ai ciechi,

ridare l’udito ai sordi

spezzare catene, legacci e nodi:

(fra un momento scoppio!)…

Ma se è poesia

chiamare dentro tane e grotte

chi mangia poco e veleno inghiotte;

chiamare braccianti

ingobbiti sulla terra

che succhia sangue e sudore;

e strappare

dal fondo di miniere di zolfo

la carne degli uomini

che cuoce all’inferno;

(fra un momento scoppio!)…

Ma se è poesia

desiderare mille

centomila fazzoletti bianchi

per asciugare occhi gonfi di pianto;

desiderare letti morbidi

e cuscini di seta

per ossa storpiate

di chi lavora;

e desiderare che a terra

vi sia un tappeto di foglie e fiori

per rinfrescare il cammino

a piedi nudi dei poveri:

(fra un momento scoppio!)…

Ma se è poesia

farsi mille cuori

e mille braccia

per stringere povere madri

inaridite dal tempo e dalla sofferenza

senza latte al seno

e col bambino in braccio:

quattro ossa strette

ad un petto assetato d’amore:

(fra un momento scoppio!)…

datemi la voce più potente

perché mi sento poeta:

datemi uno stendardo di fuoco

e che mi seguano gli schiavi della terra,

un fiume di voci e canti:

gli stracci per aria

gli stracci per aria

inzuppati di pianto e sangue.

Foglie di fico

Che poi io non ce l’ho mica con Greta, che la ragazza in sé m’è pure simpatica, in un certo senso, per un perché che però mi sfugge. Invero, mi provoca talora pruriginosa orticaria se argomenta, ad esempio, di carta igienica ai cinesi, tralasciando di menzionare le soffici cellulose scandinave, ed apparendomi assai più isolata – e desolata – foglia di fico, che paladina della foresta. Pure, mi sono chiesto, che ci abbiano di così magico e suadente certi deretani – ne parlo in senso generale, non ne faccio questione di preferenze cromatiche o d’altro – di estreme latitudini nordiche o longitudini occidentali, rispetto ai corrispettivi sul fiume Giallo, per meritarsi – loro si – tocchi igienici vellutati post-evacuazioni, mentre per quegli altri la stessa pratica diventa pericolo mortale per il pianeta? E però mi fa piacere che tanti giovani si spellino le mani e le corrano dietro, che si preoccupino e occupino delle cose. Certo, ho quella decadente sensazione che non affondino il colpo, ma cosa si pretende dopo decenni di Napalm neuronale? Che si mettano a fare profonde analisi antropologiche sugli screanzati comportamenti di massa dell’occidente intero, ivi compreso il nuovo occidente che s’apre ad oriente?

A me fa piacere che quei giovani s’aprano alla consapevolezza. M’arrovello per quegli altri che non lo fanno, più vecchi d’assai, che certe dinamiche di transizione hanno vissute senza batter ciglio, pure talora financo le hanno desiderate ed auspicate. E non voglio mica rispolverare antichi miti come Chico Mendés (“l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio”), che poi passo per nostalgico. Ma ai fans di Greta, chiederei, sommessamente, di continuare, se vogliono, a venerarla come divinità olimpica, ma che magari, visto che il problema non sono esattamente i salotti scandinavi per i quali nutro autentica e smisurata ammirazione, ma i ghiacciai del Polo, le foreste equatoriali, i predeserti e i mari dell’altro pianeta, di invitare ai convegni anche Esquimesi, pastori del Mali, Indios dell’Amazzonia. Che ci avete paura di non trovare un interprete? O forse i meritevoli – e attempati – finanziatori ed organizzatori di occasioni d’incontro a così alti livelli decisionali con lo sguardo enigmatico e accusatorio della giovane paladina, hanno paura davvero che i Cinesi ci rubino la carta igienica? Nel qual caso suggerisco l’alternativa d’usare in sua vece proprio le foglie di fico, così qualche pianta fotosintetica la piantate all’uopo e per un nobile uso, magari – ancora sommessamente suggerisco- senza far confusione con quelle d’India.

Kind of Blue

Mi ricordo poco i dettagli del palesarsi di momenti luttuosi, l’evento in sé contempla l’attenzione completa oltre la cornice. Il 28 settembre del 1991 me lo ricordo bene, invece. Pure se era un giorno qualunque, alla fine d’una giornata come le altre, che si concludeva allo stesso modo di tante passate, di una moltitudine a seguire, davanti ad una caraffetta di vino ed alla bruschetta. “È morto Davis”. Mi disse il ragazzo del pub. Davis? Chiesi. “Miles Davis”. M’ammutolii. Lui ebbe la malaugurata sorte di continuare. “È stato un grandissimo musicista”. Vabbè. Mi dissi. E fu la prima e l’ultima volta che non profanai il fondo d’una caraffa. M’alzai e nemmeno pagai il conto, non se lo meritava. Che definire Miles Davis come un grandissimo musicista è come definire Ulisse un eccellente viaggiatore. Ce ne sono pletore di grandissimi musicisti, taluni lo stesso Davis li disprezzava apertamente.

Anche definirlo musicista è la riduzione ai minimi termini d’un’opera epica. Miles Davis è stato compendio narrativo della storia dell’arte del XX secolo. Non è stato un innovatore, ma un rivoluzionario che ha fatto e vinto la sua rivoluzione. Viene dopo Gillespie, dopo Parker, ne era ammirato, ma soffiava nella tromba senza una sparata di quelle buone, come quelle con cui i suddetti ti lasciavano ginocchioni e senza fiato solo ad ascoltarle. Lui, viceversa, era l’inventore del teletrasporto, più sofisticato di quelli di Star Treck, che ti porta dove vuoi. Faceva volare i tappeti come manco in un racconto da Mille e una Notte, muoveva le corde dell’anima con una dirompenza che non capivi da dove venisse, era bufera sotto le mentite spoglie della brezzolina di primavera, lo Tsunami che si camuffa di placide acque di stagno. Ossessionato da mille angosce, scorbutico, indisponente, l’avevo visto ad un concerto poco prima, e mai s’era mostrato in volto. Ma ogni suo nota sgusciata dalla tromba rossa, t’entrava dentro e ti mostrava il dettaglio sorprendente dei suoi lineamenti, sicché parevano incisi nel granito da mastri scalpellini del Rinascimento. La sua vicenda personale e artistica è monumentale opera letteraria, serie pittorica, portfolio d’un grande fotografo, financo film d’autore raffinatissimo, dove ogni fotogramma, come ciascuna delle sue note, è opera compiuta in sé. La trama di quell’opera è spiazzante, straniante, sorpresa autentica. Detestava i jazzisti della sua generazione, con taluni che avevano suonato con lui era sprezzante. Solo Coltrane era riuscito a sottrarsi ai suoi strali, pure era davvero il suo esatto contraltare, con quel sax che pareva lanciare urla furibonde di rivendicazione identitaria, d’appartenenza ad un’America che si sollevava. Le atmosfere sospese, soffuse di Davis, invece, parevano a loro agio accanto a Juliette Greco, nei salotti artistici della Rive Gauche. antitesi dello scontato, colpo di genio biografico. È forse per questo che Kind of Blue è musica definitiva, Ascenseur pour l’échafaud vertigine esistenzialista.

Così, poi, ho capito perché, al contrario di altri eventi luttuosi, quello me lo ricordo bene: perché Miles Davis, in quel 28 settembre di trent’anni fa, semplicemente non è morto, ha solo cambiato prospettiva, arricchito la sua biografia. Non mi pare, infatti, che ci sia stato un solo giorno, da allora, che non abbia sentito la sua tromba viva, che non abbia avuto la percezione esatta che quel suono, allo stesso tempo laconico e dirompente, non mi struggesse o sollevasse all’uopo. La sua musica continua a riempire spazi, quelli che decidiamo di lasciare vuoti, pure quelli che si svuotano da soli e non sappiamo mai di preciso come colmare. Dunque, difficilmente mi sovviene come si possa recitare il de profundis per chi non s’arrende ad esistere, a dispetto di quella banale nota biografica rappresentata dalla seconda data accanto ad un secondo luogo.

La bellezza salverà il mondo

Lo scrissi a commento d’un post d’un blog , la deliziosa trovata del principe, la risposta non fu prevista. Aria fritta, mi si rispose, roba da salotti buoni. (Mi fate un favore, se vi va, prima di proseguire a leggere, m’avviereste la musica in fondo, così si capisce meglio quello che voglio dire?) Non m’offesi, nemmeno replicai, che le querelle m’annoiano. Mi dicono che col tempo si diventa brontoloni e insofferenti. Invece, io, m’adagio, mi sorprendo di flemme imperturbabili, che Giobbe pare yuppie isterico. M’indigno, sì, che se non lo fai hai sangue ad acqua, ma non m’altero, non m’adiro, non sfido a singolar tenzone, lascio correre. Che mi pare fatica sprecata che oggi le idee sono cose che sanno di cristallo di sale, ma pure non si sciolgono nemmeno nell’acqua ragia.

Poi forse aveva ragione lo (o forse “la”, chissà, non mi sono informato) sprezzante blogger, anche se a pensarmi frequentatore di salotti buoni, un po’ mi venne da ridere, col mio bivani senza doppi servizi, il salotto che s’affonda nella cucina (angolo cottura, a dire il vero), le mie bettole sgangherate, le osterie perdute ed il trekking attraverso i ciottoli d’un fiume – ormai – asciutto, alternativa alle scalinate dirupate di antico centro dimentico d’essere tale, che si sgretola ad ogni passaggio di fortunale, ma anche di brezzolina. La bellezza salverà il mondo, e chi può dirlo, in effetti? Che lo scoglio su cui nacqui m’è caro della sua bellezza, ma la barchetta legnosa e rugginosa di chiodi, quando arriva la protervia dell’onda, è meglio che da lì ce la togli, bello per quanto ti pare starsene lì, ma c’è il rischio che t’illumini d’incenso. E poi che la bellezza è tale per taluno, per altro è noia pura, è dato di fatto. Che mi s’arriccia il pelo a brivido dinnanzi a immagini che per mondi paralleli paiono d’autentica fiaba. Di converso, m’agghindo a riso estatico al cospetto di certe suggestioni che per altri sono discaricabili. Così ci rifletto e penso, e mi sovviene che pure questo mondo non mi piace, dunque, a che mi giova salvarlo? Non meriterebbe forse che cercassi io – e mi impegnassi a tal uopo – quell’eutanasia che pare ricercare avidamente? È che poi si fa sera, e m’avvedo in testa di quel fiume di ciottoli cui racconto storie, del paese diruto, della bettola e del vino con quei quattro compagni (di viaggio), forse messi male in arnese almeno quanto me. Mentre mi verso un bicchiere di rosso, il crostino pane e pomodoro, intorno c’è jazz e sulle ginocchia un libro che parla d’un pescatore scortese, e mi viene da pensare: “che bellezza”. Ed almeno per stasera sono salvo.

E buona scuola!

Mi tocca riciclare, ultimamente, causa inabilità visiva dell’altro me. Mi tocca riciclare una cosa scritta già l’anno scorso che non avevo avuto cuore di pubblicare, che il momento era grave. Ma poiché lo è ancora e, come direbbe Flaiano, “la situazione è grave ma non è seria”, lo posto pari pari com’era, che non ci si affatica pupille già a dura prova, magari con un paio d’aggiornamenti.

Insomma, come liquefazione di sangue santo, o lacrimazione a timer di madonne, suona la prima campanella della scuola, si ripropone il miracolo. Che io davvero mi sono persuaso che di miracolo si tratta, né più né meno che dei casi sopracitati. Già, perché se la suoni – la campanella, intendo – tra il dilemma di come verificare un green pass, di quanti centimetri dev’essere la distanza tra le rime buccali (quale poetica aulica nelle parole del legislatore), oppure su come costruire le nuove tabelle e criteri di valutazione, tra pletore di relazioni e controrelazioni, protocolli (per carità, però a costo zero), se bastano un venticinque diverse modalità d’assunzione algoritmica del personale che poi non arriva mai se non a spizzichi e bocconi e sempre a ranghi ridottissimi, edificazioni spinte mai avvenute, e quant’altro, se poi la campanella suona uguale, che cos’è?

Mi sovviene un vecchio libro che m’appartiene in copia anastatica, che parla di fatti ottocenteschi, e di modalità d’apprendimento (pedagogismi compresi tra le righe, morti e uccisi, sepolti in lapidi di crocette). Vi si leggeva che le donne dei Fasci siciliani, dopo essersi spezzate la schiena tutto un giorno, non pensavano a riposarsi, ma imparavano a leggere e scrivere al lume di candela, e questo dicevano: “Noi non andiamo più in chiesa, ma al Fascio. Là dobbiamo istruirci, là organizzarci per la conquista dei nostri diritti. Vogliamo che, come lavoriamo noi, lavorino tutti, e non vi siano più né ricchi né poveri. Che tutti abbiano del pane per sé e per i figli. Dobbiamo essere eguali. Io ho cinque bambini e una sola cameretta, dove siamo costretti a mangiare, a dormire, tutto, mentre tanti signori hanno dieci o dodici camere, dei palazzi interi (…) Vogliamo mettere in comune le terre e distribuire con giustizia quello che rendono. Ci deve essere la fratellanza, e se qualcheduno mancasse ci sarebbe il castigo. Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno gli usurai. Alla fondazione del Fascio i nostri preti erano contrari e al confessionale ci dicevano che i socialisti sono scomunicati. Ma noi abbiamo risposto che sbagliavano, e in giugno, per protestare contro la guerra ch’essi facevano al Fascio, nessuno di noi andò alla processione del Corpus Dammi. Era la prima volta che avveniva un fatto simile. I signori prima non erano religiosi e ora che c’è il Fascio hanno fatto lega coi preti e insultano noi donne socialiste come se fossimo disonorate. Il meno che dicono è che siamo tutte le sgualdrine del presidente. Quando un reato è commesso da un ricco, nessuno se ne cura, mentre il povero che ruba un pugno di grano per sfamarsi va subito in prigione. Vedete che per i poveri non c’è giustizia in Piana dei Greci! I signori dicono apertamente che ci vogliono ammazzare ad uno ad uno. (…) Per ora i nostri consiglieri non potranno far altro che impedire gli abusi e le prepotenze dei signori i quali finora comandavano anche nel Comune. Ma i Fasci nomineranno anche i consiglieri provinciali e i deputati, e quando alla Camera avremo maggioranza socialista….

Noi speriamo che sorgano presto anche nel continente. Voi vedete come si moltiplicano qui. Possibile che nel resto d’Italia i nostri fratelli che soffrono seguitino a dormire? Basterà che qualcheduno cominci a predicare anche là l’unione del proletariato. Anche noi fino alla primavera scorsa non sapevamo che cosa fossero i Fasci. Morivamo di fame e tacevamo. Eravamo ciechi. Non ci vedevamo”. Va da sé, che tutta questa voglia di imparare, emanciparsi, crescere, come donne, come società, mica poteva andar giù al buon ascaro Crispi, che, violando la costituzione d’allora, lo Statuto Albertino – mica na roba bolscevica – mandò l’esercito a sparare sui contadini, fuoco incrociato con quello dei “picciotti”, in un sequel d’accordo stato-mafia. Eppure, a quelle donne che volevano studiare, e che consideravano quella come la più alta forma di ribellione, non è dedicato che qualche rigo nei testi di storia più illuminati, mentre il magnifico Crispi, eroe dei Mille, può godere d’intitolazioni di viali e piazze in lapidi imperiture. Ma a dire queste cose, o a far riferimento, che ne so, alle biografie di punte di diamante dello sbarco in camicia, come i picciotti Corrao (splendido brecciatore di porte romane) e La Masa, o a fare riferimento alle stragi di Bixio, poi finisco che passo per filo o neo borbonico, un po’ come se dicessi oggi che questa storia del greenpass mi dà da pensare, etichettato quale feroce terrapiattista; ammetto, altresì, e per onestà intellettuale, che se me ne dichiarassi favorevole, a quello od al vaccino (fatto), sarei, da vulgate speculari, additato quale servo sciocco di una multinazionale o complice del grande complotto pluto-giudaico-massonico, forse financo membro della Spectre. Questa è la semplificazione (mercificazione, meglio, nell’era dei social) della comunicazione, non è necessario riflettere, studiare, informarsi, la posizione è cash & carry. Ma come testimoniavano le donne dei fasci siciliani, è così da tempo immemore. Guai ai colti (nel senso che si interrogano, non in quello di coloro che sanno già tutto e che dal pulpito dorato ci illuminano d’immenso). Ed alla scuola che comincia, a quei ragazzi che tornano sui banchi – a rotelle – cosa dico? Rifatevi alle contadine dei Fasci? Oppure rifatevi all’esempio evoluto della Emma Perodi, splendido esempio di donna emancipata, inviata in Sicilia tra le macerie delle stragi di Crispi – i maestri dovevano essere di sicura fede savoiarda e i panni risciacquati in Arno – che con le sue novelle ispirate, raccomandava alle giovani contadinelle di fuggire dal terrorifico gatto mammone, pure alla miseria della vita nei campi, ai margini dell’orrenda foresta, sposandosi un ricco aristocratico di città.

A lei, magari, dedicano una scuola o un parco – financo letterario -, oltre a svariate vie. E che devo dire a questi ragazzi che tornano tra i banchi – sempre a rotelle, ovvio – in questi giorni? Nulla, niente, nisba, nada de nada, che poi perché dovrebbero ascoltare un me nessuno, neppure auspico che diano ascolto a quell’altro me che insegna matematica ed è già di suo abbastanza vecchio e rincoglionito? Che prendano esempio dalle donne dei Fasci? Che qualche collega illuminato poi magari mi invita ad attenermi alla formula bruta. Nemmeno posso rivolgermi a loro,a spiegando cosa il mio compaesano Archimede – pur se pitagorico – pensasse della guerra, che siamo in epoche di guerre giuste, d’esportazioni democratiche, che chi se ne frega di come vanno a finire. Però una cosarella voglio raccontarla ai miei colleghi, magari a quei due o tre che mi leggono, forse per sbaglio, perché sono di passaggio o solo per affetto. Premesso che in questi due anni si sono tutti spezzati la schiena prendendo zoccolate sui denti – alla faccia del filosofo, quello bravo e controtendente -, voglio rivolgermi a loro, di cui rispetto l’impegno, ma anche a quei due o tre che mi seguono e colleghi non sono, per ricordare il maestro Manzi. Pure a quelli che s’apprestano, matita rossa e blu – adesso virtuale –, a sgangherare registri di quattro, a farsene orgoglio smisurato quali medaglie da gran generale, testimonianza di ferma volontà meritocratica. Si chiamava Alberto Manzi, ed ha insegnato a leggere e scrivere a milioni di italiani in un paese ancora sgangherato dalla guerra, pieno di speranze ma ancora ignorante d’ignoranza indotta. Condusse tra il 1960 e il 1968 il programma “Non è mai troppo tardi” – praticamente DAD -, un capolavoro di pedagogia, espressione autentica di servizio pubblico e imitato in altri settantadue paesi. Dopo la guerra, nel 1946, aveva accettato l’incarico – non c’era la fila – di insegnante nel carcere minorile “Aristide Gabelli” di Roma. Senza banchi – nemmeno a rotelle -, senza sedie, nemmeno libri, insegna a bambini e ragazzi tra i 9 e i 17 anni con addosso fardelli terribili. Sperimenta metodi didattici rivoluzionari e diventa per loro un assoluto punto di riferimento, spesso l’unico. Racconta e fa raccontare e recitare storie a quei ragazzi. Pubblicano pure “La tradotta”, un giornale che trasmette le emozioni dei suoi giovani allievi. Tra il 1955 ed il 1977, trascorre le estati in Sud America. Ci va per conto dell’università di Ginevra a studiare le formiche. Manzi è un biologo, anche se si era laureato anche in pedagogia e filosofia. In Perù e Bolivia, capisce che per gli indios è fondamentale l’istruzione per reagire alla propria condizione permanente di sopraffazione. Insegna anche a loro a leggere e scrivere, li spinge a costituirsi in piccole cooperative agricole, ad autoorganizzarsi contro lo sfruttamento. Non troppo amato dalle autorità – chissà come mai – continuerà ad andarci lo stesso (una ONG mononucleare).

“Non insegnavo a leggere e scrivere: invogliavo la gente a leggere e a scrivere”. Dirà delle sue esperienze. Docente universitario, lascia il suo incarico per tornare a fare il maestro elementare e scrive lettere di fuoco alle istituzioni contro una scuola fredda e burocratica, incurante delle esigenze dei bambini. Nel 1981 rischia il licenziamento perché si rifiuta di compilare le schede di valutazione: “Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest’anno, l’abbiamo bollato per i prossimi anni”. Viene sospeso dall’insegnamento, poi s’adegua, ma a modo suo, apponendo su ogni scheda di valutazione, un timbro: “fa quel che può, quel che non può non fa”.

Nel 1992 realizza un programma per la RAI: “Impariamo insieme”, per insegnare l’italiano agli extracomunitari. La nuova frontiera la apre ancora lui, mentre questo paese comincia a digrignare ferocemente le sue quattro ridicole gengie. Non è mai troppo tardi per ricordare Alberto Manzi, che diceva ai bambini “Siate capaci di camminare da soli a testa alta, perché nessuno di voi è incapace di farlo”. Buona scuola a tutti, pure a me, che non me lo merito, che mi ricordo di Alberto Manzi.

La cerniera (reloaded nel buio)

Io i post me li penso da me, ma poi me li mette dove devono stare quell’altro me che forse ho invaso (o che m’ha invaso lui, nel tremendo gioco dell’uovo e della gallina, non lo so). Ora, quell’altro me dice che ha problemi con gli occhi, non ci vede bene, causa un reverbero prolungato, un uso smodato di cellulari e terminali di PC. Insomma, non l’ho potuto disturbare, così passo da qui dopo tempo immemore, e manco so quando ci ritorno se perdura la cosa. Pure non gli posso chiedere di sforzare povere pupille affaticate, che poi non lo farebbe. “Ripubblicati”, mi dice. E così faccio, pure che cose da dire ne ho assai. Ma questa ve la ridico volentieri, che già marciamo verso lo stacco della spina al nostro armamentario di macchinari per cure palliative, che fanno finta di tenerci in vita come specie biologica.

“Me ne avvidi un giorno, uno solo per fortuna, come quel “c’era una volta” non additabile al tempo che fu, piuttosto all’unicità dell’accaduto. Ed era quel giorno che, dirimpetto al blu, m’ostinavo, sforzando gli occhi a ruga, a scrutare oltre la curvatura dell’orizzonte, sì come la vista potesse curvarsi per andare verso quell’oltre. M’avvidi di come quella lastra appena screziata di schiuma, come l’ardesia si tinge del gesso, fosse la cerniera che unisce civiltà e deserti, caldi opprimenti e favole nordiche di ghiaccio, suburbie tormentate e foreste lussureggianti, umanità stanche e civiltà morenti, giovani con gli occhi della speranza e vecchie incurabili disperazioni.

Ma dubbio non ce n’era, era la scoperta dell’acqua calda, anzi, dell’acqua salata, che a questo serve il mare, a mettere insieme, congiungere. E se c’è qualcuno di supremo, ce l’ha messo davanti per questo. Pure, sono propenso a pensare che il supremo non vi sia, e che se è lì quella vertigine blu lo è per scelta sua, all’uopo, appunto. E a noi non rimane che prenderne atto giacché così è, per fortuna nostra, una volta tanto. Poi, è vero, si mette a giocare a rimpiattino con chi lo scruta, si nasconde una parte segreta e lontana, curva dietro l’angolo, s’appronta alla sorpresa, te la fa emergere di botto, fosse una cannoniera di Sua Maestà o la feluca di miserabili pescatori scalzi, la zattera d’un naufrago o la crocierona dell’inchino, fosse anche solo la bottiglia col messaggio di papiro con l’”Help me.. per favore, non venitemi a cercare che qua sto bene”, o lo Tsunami che si riprende il mal tolto. Modella gli scogli con trama d’artista, forse per vezzo, talvolta per rabbia d’incomprensione, s’accolla fatiche antiche e ne restituisce d’altre con interessi da compro oro a strozzo. Se decidi che lo percorri lambendone le propaggini più interiori, e lasci orme sulla spiaggia nella speranza del ritroso, s’avviluppa su se stesso, quindi si rialza e ti cancella il passaggio, in una notte che ingoia la luna oppure in un mezzogiorno di fuoco e scirocco, meglio di libeccio, quando pare si faccia asciugacapelli a risparmio energetico. Cerniera, sì, che unisce due lembi che si cercano, come anime perse, che si annusano, si scrutano, e come innamorati aspettano l’una la prima mossa dell’altro, oppure, nel viceversa dell’ammiccamento, manifestano la certezza dell’incontro. Cerniera che salda le attese, e non le rende vane, semmai ne amplifica il senso definitivo oltre il tempo, le mostra quali essenziali vertigini della giostra a scapicollo. Cerniera del vedo e non vedo, che ti lascia il senso della scoperta e dell’approdo indefinito nella terra – forse – promessa, certo ritrovata. Ed è vero che, nell’intimo, poi uno le cerniere può aprirle, separare i due lembi, nell’intimo è cosa che si fa, pure con un certo segno di svago. Ma in pubblico, al più mostri le vergogne tue o d’altri. E ci sta che poi qualcuno se lo ricorda, e, passeranno mille mila anni, sghignazzerà per l’improbabilità di quel gesto contro la natura delle cose”

La trave nell’occhio

Ora, che io sia nessuno è un dato acclamato, ci sono prove inconfutabili, mi sono pure documentato, ho qui le fotocopie. Forse persino non esisto, che “nessuno” non ha diritto di cittadinanza, manco col green pass. Però, da qualche tempo, convivo con un altro me che invece ha una faccia, un odore, una memoria, persino un nome, con tanto di firma del sindaco. Non so bene chi ha invaso chi, comunque ci troviamo a starcene a contatto, pur nel rispetto dei reciproci spazi. Su molte cose andiamo d’accordo, su altre un po’ meno, ammetto. Ma poiché io sono nessuno, raramente mi permetto di contraddirlo.

Questo altro io è uno che sta nel mondo, che s’affratella con altri miliardi di esseri umani su questo pianeta. Solo che lo fa in modo strano, è uno che si preoccupa, piglia le cose troppo sul serio, s’angoscia, s’arrovella. Questo, talora, lo piomba in uno stato di prostrazione di cui io m’avvedo. Dunque, quando accade, lo invito a bere un bicchiere nel mio niente, così si sfoga, si rilassa. Poi, si sa, va a finire che un bicchiere tira l’altro e mi vomita addosso tutta la sua frustrazione per come vanno le cose, gli salta lo sghiribizzo che tutto va storto. Dovete sapere che questo mio altro io è uno che s’impegna da quando ha l’età della ragione, certo, a modo suo, con i suoi tempi, il suo parzialissimo ed approssimativo punto di vista. Che poi, da che ci dà dentro, non ha spostato una virgola, s’è impelagato in mille mila battaglie e le ha perse tutte, manco si può dire che almeno una l’abbia pareggiata. Lui è uno che se ne va al sindacato, che scrive articoli, che manifesta (ora poco o niente, invero, che – pensate com’è messo – s’è convinto che gli assembramenti manifestanti non siano buona idea, manco quelli ristoranti). È uno che ancora si compra lo stesso quotidiano da sempre, anche se non c’è più scritto che qualche commento; si documenta, cerca di capire… Vabbè, l’avete capito che tipo è. Insomma, ultimamente non gli funziona niente, e l’altra sera m’è toccato sorbirmelo che un fiasco manco c’è bastato. “Ma ti rendi conto, che a quello che fece cadere il governo perché non votò per i soldi alla guerra in Afghanistan gli misero la croce addosso, perché, dice, poi arrivano quegli altri eccetera eccetera. Uno non ci votò, uno solo in tutto il Parlamento. Che dissero, macché si può fare cadere un governo per una scemenza così? Poi arrivano quegli altri e chissà che cosa combinano, meglio che le combiniamo noi, e così hanno fatto. Ora tutti a stracciarsi le vesti che è morto Gino Strada, pure indignati se lo fanno quegli altri. Tutti a dire forse non ne valeva la pena che poi l’orologio s’è messo indietro di vent’anni. Ora, ma che ti pare normale? – Mi dice, e pure alza la voce, che è una cosa che non sopporto -. Che poi qua quest’estate tutto s’è bruciato, e si sono preoccupati per un quarto d’ora, poi basta. E non solo, che c’è l’Africa in fiamme, e la gente scappa che ci ha fame. E tutti nervosi che forse arrivano qua. E allora mettiamo l’incentivo e l’ecobonus, la rottamazione. Capito come se la ragionano? Fanno gli ambientalisti, i resilienti. – Mi cita Chico Mendes, sbraita che senza lotta per i diritti l’ambientalismo è giardinaggio, e continua, passa di pala in frasca – Che poi giusto ieri hanno chiuso un’altra fabbrica qua vicino, quattrocento persone si sono giocate, tutte assieme, ed una l’altra settimana… e noi giù, vaccino si, vaccino no, green pass si, green pass no, vabbè importante, ma pare la tifoseria dell’Estrella Polar contro quella del Belgrano, pure il gioco delle parti mi sembra, così si parla solo di quello. Si sono appattati. E ci si mette il filosofo, quello importante che quando parla pare che tre neuroni ce li ha solo lui, che mentre si faceva h24 lui ci diceva che eravamo in ferie da un anno”. E se ne va avanti per un paio d’ore buone che a me mi veniva pure sonno ad ascoltarlo. Ad un certo punto non ce l’ho fatta e sono sbottato, e gliel’ho proprio detto in faccia, a brutto muso, che stava facendo il Don Chichotte, un patetico guerriero, pure mezzo scemo, contro i mulini a vento. Gliel’ho detto che si doveva svagare, farsi un po’ di vita. Così s’è calmato, s’è buttato giù altri due bicchieri, poi m’ha guardato e mi fa: “Parli bene tu che sei nessuno, io invece sono uno qualunque, e tutte le mattine mi tocca d’alzarmi e guardarmi allo specchio, che vuoi che non mi vedo più se mi spunta la trave nell’occhio?”

Artists only

Le città, talvolta – spesso, invero – paiono ventri ampi, pieni di interstizi misteriosi. Più sono moribonde, più aggrovigliano viscere, le espandono, pare lo facciano apposta, per confondere l’anatomo patologo dell’autopsia, che poi, a sopraggiunto decesso, deve scrivere qualcosa sul referto: arresto cardiaco, aneurisma, no, stipsi furibonda e definitiva. Tra gli interstizi si trova di tutto. C’è caviale e champagne, pure lustrini e splendori prêt-à-porter,, schifezze indigerite se ne trovano a iosa. Un mattatoio si colloca lontano dagli occhi, che l’orrore del fiume rosso non turbi occhi innocenti a desco su braciole. Poi capita che si dismette, si lascia lì, appunto, ai margini delle viscere.

Ne ho visto uno proprio ieri, solo che, morto come fabbrica di frammenti cadaverici, poi s’è resuscitato fabbrica d’arte, di gioco, di colore. C’entro, me lo giro sin dove posso. C’è ancora tutto quello che era, le passerelle per gli animali, in acciaio, i frigoriferi, magazzini, gabbie. Solo che ora è pieno d’altro possa sembrare più lontano. Maschere, dipinti, murales, statue e terracotte, sono ovunque, pure un palco, gatti, piante.

Tutto si ricompone in un caos sorprendente, generativo. M’accolgono Marco e Pamela. Pamela fa ceramiche, dipinge, crea costumi e maschere per carnevale con quello che raccatta e per i bambini: “per quelle puoi venire anche tu”, mi dice ridendo.

Marco, mezzo belga, per altra parte della Toscana dei cavatori, m’accompagna in giro. Faceva il decoratore, mi racconta di sé, mi mostra le sue cose, splendide, materiche. Ne ho viste di croste esposte in gallerie, gente quotata (ah, il mondo dell’arte, ops, dei critici, del mercato, delle prebende, la prima m’era scappata, me ne scuso). Mi dice che l’arte è morta per i più, che non si riesce a viverci, mi dice cosa gli piacerebbe fare, di quel posto che presto non ci sarà più.

C’è un senso di abbandono, ma a me piace quella strana atmosfera che trasuda dalle pietre, dai ferri arrugginiti, dalle assi di legno consunte, dalle piante che si riprendono spazi, ti riporta a dialettiche materiali, atti creativi. Lì sono rimasti in quattro che reggono come possono. Sanno che dovranno andarsene, fare altro, da soli non ce la fanno, né hanno più voglia di far guerra ai mulini. Si sono scordati di loro, col Covid è andato in malora quello che già non era messo bene. Ci avevano lavorato parecchio, pagato le bollette ci facevano teatro, concerti, mostre, attività con i bambini. L’area però è stata destinata ad un piano di riqualificazione. L’arte, è ovvio, non è qualificante, nemmeno riqualificante. È storia concreta questa, storia d’una civiltà che ha deciso di staccarsi la spina da sola, mi passa per la testa mentre ci salutiamo e ci diamo appuntamento per parlare ancora tra qualche mese. Questo è il paese delle apericene, che deglutisce amaro per le discoteche che non aprono. Che non s’avvede delle botteghe morte, delle osterie abbandonate, delle fabbriche dismesse, volumetrie utili a palazzinari. È il paese che s’assembra, che non ascolta, che non racconta, non parla. È il paese che brucia, che le mostre sono un parco auto nella Motor Valley, che il ghiaccio si scioglie perché l’aria condizionata non funziona. È il paese che si riqualifica, che cresce, la locomotiva dell’UE, lancia in resta, collezione di medaglie.

Il fotografo di frodo

Ce n’erano state di domeniche così, che pareva che tutti i colori del mondo si fossero dati convegno in paese, pure sui panni al sole che si fanno a specchio sul mare, una lastra di metallo lucente che in fondo, sulla linea d’orizzonte, diventava cielo senza che si capisse in quale punto esatto avveniva il passaggio di consegne. Dentro i cortili e nei vicoli che scivolavano verso gli approdi, le donne spazzavano dinnanzi alle porte dei dammusi, i bambini si rifacevano le ginocchia dietro le palle di pezza, e qualcuno faceva partire le lenze dal molo. Il vecchio professore se ne stava seduto al sole d’una terrazzina, provando a leggere qualcosa su un libro dalla copertina consunta.

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet ;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit ! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
Ô toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !

Cercava nella sua memoria il senso di parole un tempo assai più chiare, ora oscure per neuroni in disarmo anagrafico. Mentendosi spudoratamente dissimulava il buio di comprensione con altri difetti organici emotivamente più sopportabili, cambiando e rinforcando lenti altre sul naso aguzzo proteso verso il centro della terra.

Cominciavano a muoversi come processionarie le file lente di quelli che raggiungevano la parrocchiale per la messa di mezza mattina, spiate da occhi neri dietro persiane socchiuse, pronti a cogliere dettagli nascosti male sotto i vestiti di festa. Era l’ora in cui i sughi cotti dalla mattina evaporavano per raggiungere la piazza di basole, verso il caffè più centrale, popolato degli uomini a sedere che si scambiavano i due quotidiani a disposizione. Più giù, sul molo, erano le barche e le reti tirate in secco, con le casse del pesce stoccato a riva pronte per le tavole dei tre ristoranti della zona, già in fibrillazione per l’invasione di quelli di città in divisa da villeggianti. Arrivavano a frotte quando c’erano giornate così, e quelli del posto non è che ne avvertissero la presenza con gioia, se si escludevano i titolari dei bar, delle trattorie sul lungomare e di quel paio di bettole che dalle verande apparecchiate con tovaglie a quadri bianchi e rossi, offrivano alla vista solo fette di mare e muri scheggiati in cambio di prezzi a buon mercato.

“Gaetano”. Chiamò la donna nel grembiule nero di sovrapposizioni luttuose. “Gaetano”. Ripeté ancora, affacciata al balcone. Gaetano non è che subito rizzava le orecchie. Aveva cose altre per la testa, mentre saltellava tra i frangiflutti che correvano paralleli a ponente del molo più importante del porticciolo. Doveva ritirare la nassa con le quattro scorfane pescate, e si accarezzava il gomito contuso colorato del livido, nero come l’occhio destro, mordicchiandosi il labbro tumefatto per capire se ancora faceva male. “Sono caduto con la bici”. Ripeteva alla zia e all’amico Mimmo. Si vergognava a dire che l’avevano pestato quei quattro che facevano banda, sempre pronti a farsi scattare i nervi quando lo vedevano arrivare. Perché a loro proprio quel tipo con cui erano cresciuti non era mai andato a genio. “È troppo strano Palmisano”. Uno che non parlava mai, e se ne stava ore a fissare chissà che cosa. Uno che non raccontava niente, che aveva la pelle attaccata alle ossa e sembrava più piccolo dei suoi dodici anni. Che pareva che viaggiasse su un altro pianeta, con quella testa troppo grossa, non in dimensioni assolute, piuttosto per l’illusione ottica dell’essere troppo “siccu, e poi si move ca pari nu ‘nvertebratu”. Con quell’espressione di sofferenza che si portava dietro da quand’era ancora più bambino, quando se ne stava perennemente allettato perché le malattie le prendeva tutte lui. Così, quei quattro, qualche volta, provavano a tirargli fuori qualcosa, lo chiamavano per nome, cercavano una reazione qualunque. Niente. Quello pareva alienato e gli faceva venire una rabbia che poi alla fine gli veniva di caricarlo di botte. Gaetano se le prendeva e non reagiva, tornandosene a casa come se sulle spalle avesse il mondo. “Ma sempre dalla bicicletta cadi?” Diceva zia Lucia. Un’altra volta la scusa buona era che era scivolato sul “lippo” degli scogli, quando ci era passato sopra per calare la lenza. L’unico ragazzo del borgo a cui non davano noia quelle sue cose strane era Mimmo. Lui ci parlava con Gaetano, e riusciva anche a strappargli più di qualche monosillabo. Quando era con Mimmo gli altri lo lasciavano in pace. Si limitavano a guardarlo male da lontano. Mimmo era d’altra pasta, come tutta la sua famiglia. Tutti comunisti, “ncazzusi”. Quelli, gli Scandurra, non si tenevano niente, e se gli mollavi una sberla te ne restituivano trecento. Il padre era una specie d’istituzione. Faceva l’avvocato e difendeva tutti i disgraziati del paese, facendosi pagare una volta si e chissà quante altre no. Per cui la gente gli portava rispetto.

“Gaetano”. Si sgolava zia Lucia. Poi Gaetano sentì. Più che altro aveva finito di fare quello che stava facendo e si era messo a correre verso casa. Era il giorno del suo compleanno e magari, pensava, qualcuno se lo sarebbe ricordato con un regalo. Gli sarebbe stata utile una canna da pesca nuova, col mulinello possibilmente, per pescare “a lancio”, un po’ più a largo, che sotto costa cominciava ad esserci poca roba. Doveva essere arrivato lo zio Carmelo, che faceva l’usciere al tribunale in città, e magari la canna l’avrebbe portata lui. Affrontò la leggera salita con la nassa che sembrava un lume, in quel modo che faceva ridere ed arrabbiare gli altri ragazzi, e si beccò una pietra ad una coscia. “Talia come curri”. Lui non si fermò nemmeno a vedere chi gliela aveva tirata, ma sbiascicò un “ahi!”, piano piano, per non dare a nessuno la soddisfazione di dire che gli aveva fatto male, e continuò a correre claudicando pure per l’ultima botta. A quel punto l’obiettivo era la canna nuova, ed era sicuro che lo zio gliel’aveva portata, da uno di quei negozi di città. Una canna con un mulinello di quelli “spaziali”, che lanciano ami, esche e galleggianti a più di cento metri.

“Auguri beddu! Guarda cosa ti ho portato”. E in quel pacchetto quadrato venti per venti doveva starci una canna da pesca? E che razza di canna da pesca era quella che stava lì dentro? C’era qualcosa di sbagliato. Ma come, pensò, uno fa il compleanno, e per non disturbare troppo si limita a farlo una sola volta l’anno, e poi non si concede il giusto riconoscimento a quella delicatezza con una canna da pesca nuova? Eppure con lo zio ne aveva discusso che la sua canna da pesca era messa male. “Volevo portarti una canna nuova, ma poi la zia, giustamente, mi ha fatto notare che quando vai sugli scogli caschi e ti fai male, che torni a casa che sembri un Lazzaro”. Ma la zia, gli affari suoi, mai…

“Aprilo, vedi che c’è dentro”.

E che roba è questa? Pensò scartando la confezione di carta blu. Ma anche quando l’oggetto fu totalmente nudo in suo possesso non capì. Sollevò gli occhi verso lo zio, che per lui era come domandare ossessivamente. “Minchia! È una macchina fotografica, una Polaroid”. Sbottò quello a mezzo riso comprensivo.

“Che devi dire per forza queste parole vastase davanti o picciriddu. Spieghici comu funziona inveci di fari u cretinu o solitu to”. Sbraitò zia Lucia.

“E come funziona… Si prende la mira da qua – prese in mano l’oggetto misterioso, ed indicò il mirino – si inquadra quello che si vuole fotografare e si preme questo bottone. Poi si aspetta che esce la fotografia, e dopo mezzo minuto, come per magia, c’è la foto”. E lo disse tutto d’un fiato, ondulando la testa soddisfatto per quella abile docenza sostenuta senza la benché minima esitazione, proprio come fa un professionista serio che istruisce il suo ragazzo di bottega. “Ne puoi fare dieci per volta. La prossima volta ti porto anche un paio di ricariche, così fai pratica. Ci sono fior fiori di fotografi che usano la Polaroid. Anzi, fai una cosa Tano, visto che fra poco si mangia, qua ci sono i soldi. Vai al bar da Nuzzo, prendi i cannoli per tutti, e già che ci sei fai un paio di foto che poi vediamo se hai talento”.

Era ora di pranzo, a quell’ora per strada praticamente non c’era nessuno, e con l’oggetto misterioso, Gaetano entrò al bar. Lì c’era soltanto Nuzzo che stava servendo un paio di aperitivi a due che dovevano essere di città. A Gaetano quelli di città andavano giù ancor meno che agli altri, perché arrivavano lì per pescare con barche pazzesche che poi scaricavano nafta a mare e il pesce puzzava. In estate si mettevano tutti a fare il bagno come pinguini ed il pesce scappava. Poi avevano quelle canne sofisticatissime, e c’era pure chi usava la “pietra celeste”, anche se era vietato. La buttava sugli scogli sciolta nell’acqua, così i polpi si sentivano avvelenati ed uscivano fuori dalle tane, così li raccoglievano a mezze dozzine per volta. Non era così che si faceva. Quella non era pesca. Lui l’aveva detto al padre di Mimmo che gli aveva dato una risposta che non è che aveva capito tutta, ma il senso almeno gli pareva d’averlo afferrato. “Insomma, questi di città vengono qua e fanno col solfato di rame al nostro pesce quello che gli Americani facevano col Napalm ai Vietnamiti. Li stanano per mangiarseli. Ma la storia ci insegna che qualche volta chi fa certi calcoli poi può anche rimanersene digiuno, oppure finisce pure lui avvelenato”.

Visto che quelli nel bar erano di città, Gaetano, per non farsi turbare la scelta dei dolci, aspettò fuori che se ne andassero, seduto su uno scalino dietro l’angolo, a rigirarsi tra le mani la Polaroid. Piroettando quell’escrescenza d’occhi e memoria si esercitava nelle inquadrature. Finì per fermarsi, puntandolo col mirino, su un gatto che faceva la festa ad un sacchetto di spazzatura abbandonato, con dentro i resti di pesce le cui parti nobili a quell’ora dovevano essere stati serviti su ben altra tavola. Capì pure come si inseriva il flash. Poi sentì un rombo. Altri di città che avevano una moto, una tuta nera ed il casco in testa. Come fanno questi a tenersi in testa quella cosa pesante con questo caldo che non è nemmeno obbligatorio? Pensò. Il gatto scappò, e, pensò Gaetano, che aveva fatto bene con tutto quel chiasso che facevano. Ma quello che sentì dopo, altro che chiasso. Sembrava la guerra, una Lambretta smarmittata peggio di quella di suo cugino Stefano. Una cosa insopportabile ma che veniva da dentro il bar. Se ne rimase lì paralizzato, con gli occhi sbarrati, tenendosi la Polaroid stretta al petto. Quindi quei due della moto saltarono in sella e ripartirono a velocità sventolando qualcosa di scuro e metallico sbucato fuori da chissà dove. Rimase ancora qualche secondo lì, gli occhi fissi verso tutto quello che aveva visto, in un silenzio che non era certo ci fosse davvero. Poi si alzò, lentamente, ed entrò nel bar. I tre che ci aveva lasciato prima c’erano ancora, i due di città e Nuzzo. Solo che non erano più ritti al bancone, ma se ne stavano a terra, e di Nuzzo si vedeva solo la testa, in un lago rosso di cui un affluente zampillava ancora dalla gola. Chissà perché quel tremore che l’aveva accompagnato sino a quel momento cessò di colpo, e si trovo a sollevare la sua macchinetta, a spingerne, come se non avesse fatto altro per tutta una vita, il pulsante del flash per poi scaricare anche lui il suo caricatore su quei corpi martoriati.

Dieci foto, dieci. La sua prima collezione che valesse la pena di chiamare tale, perché quella di conchiglie era assai incompleta, senza tutte quelle specie di lontano che aveva visto in qualche negozio della città. E ne sarebbe passato di tempo prima di capire come era che tutti quelli che sino ad allora l’avevano preso in giro e menato perché era così “siccu, e si move ca pari nu ‘nvertebratu”, smettessero di colpo di farlo. Semplicemente perché adesso lui era uno che sapeva cose della vita che gli altri della sua età nemmeno si immaginavano, ed avevano capito che lui, anche se si muoveva strano, era uno che arrivava sempre prima degli altri.

Brucia

“Non è necessario immaginare che saranno il fuoco o il ghiaccio a porre fine al mondo. Ci sono altre due possibilità: una è la burocrazia, l’altra la nostalgia” (Frank Zappa)

Ferragosto è per me il giorno dell’anadromo – gli altri, pure, ma marco il territorio meglio in certe circostanze -. Me ne sto in paesone, che si svuota di turistumi e locali in festa. S’apprestano ai campi profughi, con portabagagli strabordanti di beni di sussistenza, dall’anguria alle cotolette del giorno prima, sedute e tendoni da circo, più ampi possibile, che contendono spazi vitali alla concorrenza, mettono su conflitti geopolitici sul litorale, che qui c’ero prima io. Vado controcorrente perché raggiungo la spiaggia ad orario improbabile, che manco s’è fatto giorno. Ho appuntamento con Pilu Rais. “Non lo so che trovo, ma passa che due cose sempre ci sono”, mi dice il giorno prima al telefono. I notturnamboli abbandonano a quell’ora la scena, li riconosci barcollanti, pure per il movimento anomalo e ondulatorio delle automobili. L’invasione della carreggiata è una possibilità, per cui scelgo strade traverse, allungo un po’, ma aumento le probabilità di sopravvivenza sino alla barca.

Becco la lampuga, fa caldo e il pesce, che già è scarso – ma di questo ho già parlato – cerca refrigerio pure lui negli abissi. Aveva una ricciola, ma non la mangio, è pesce vorace, non lo sai con cosa ha cenato la sera prima, e sono tempi che, laggiù, in fondo al Mar d’Africa, il campo profughi – quello vero – s’è fatto fitto, diventa dispensa. Preferisco i pesci di passo, la lampuga, appunto, se qualcuna è rimasta, poi ci ha gli Omega 3. Il ritorno è già a luce fatta, e mi pare d’attraversare l’inferno, la terra ancora brucia, l’ulivo saraceno che s’era fatto monumento ancora frigola. Non sapete quanto possa continuare a bruciare un ulivo, pare un cero alla Madonna, non finisce mai. Pure il carrubo dello zio Vincenzo, che d’estate dava ombra per la tavolata in campagna a dieci e più persone, ora pare un tizzoncino di brace. La Terra brucia, perché qualcuno ha dato fuoco alle polveri. E di piromani ce n’è assai. Che non sono solo quelli che, cerino alla mano, appicciano la fiamma. Tanti ce n’è ancora che manco lo sanno che sono piromani. Che si sventagliano in spiaggia e si lamentano dei 50 gradi, ma ci hanno il carrarmato da cinquemila di cilindrata, con un milione di cavalli che sgasa putrefazione mesozoica, che ci hanno cinquantasei telefonini di silici e quarzi, che per farne uno radono al suolo il Congo e prosciugano un paio di cataratte equatoriali, che ci hanno le batterie dell’ibrido – che non inquina, che è verde, perché lo fanno Biancaneve e i sette nani con la tessera del WWF, mica in una fabbrica che brucia tempesta – che per trovare il litio devono fare una spianata dove ci sono le Ande. E io me ne sto al paesone svuotato, ma prima mi faccio il caffettino da Piero: “niente mare oggi?”. Manco domani, e manco al fiume, che quello non c’è più quest’anno. Faccio finta che la terra non brucia oggi, che il ghiaccio dei poli s’è solo preso una vacanza, per galleggiare nei mojiti, mi butto nei vicoli che dai colori mi faccio distrarre, domani semmai mi corruccio d’infinito.

Concessione per un assembramento

Il mio rapporto con il televisore è quello che chiunque può avere con un qualsiasi altro elettrodomestico. In definitiva rassomiglia, dal mio approssimativo punto di vista, alla lavatrice. Senonché, quest’ultima, col suo roteare continuo ed unidirezionale, ha però qualcosa di mantrico, dunque assai più coinvolgente del primo. Evitando, comunque, di starmene a lungo ad osservare entrambi, mi capita – seppur non di sovente – di indugiare con l’elettrodomestico più colorato per qualche minuto, alla ricerca del Tenente Colombo, generalmente. In certi casi però scatta l’attrazione fatale per certe cose il cui contenuto orrifico cattura la mia attenzione come stimolerebbe la curiosità dello scienziato socio-antropologo. Da qualche anno, quest’effetto d’inquietudine me lo riservano certe trasmissioni di cucina, dove dei tali, con serietà e piglio accademico, elucubrano su abbinamenti sapienti tra la curcuma del Madagascar e lo zibellino delle Fiandre. M’avvedo che non s’appellano cuochi, ma chef, che hanno modalità di trasmissione del messaggio gastrointestinale, da sgamati conferenzieri. Disquisiscono su pietanze dai cromatismi estremi, più Mirò che Caravaggio,

che occupano porzioni infinitesimali di piatti dalle dimensioni della Nimitz. Vieppiù, narrano d’assembramenti d’ingredienti ricercatissimi, che si rincorrono ad occupare superfici millimetriche, confondendosi e interloquendo, pare, con simmetriche argomentazioni. Non ce n’è uno che non richieda un tomo di citogenetica per l’elencazione definitiva delle proprie componenti, che il gusto semplice del singolo protagonista deve emergere a gomitate, mica per centralità e prestanza. Nulla contro la sapienza elevatissima dei soggetti in questione, però… che debba mangiarmi una foglia di radicchio assieme a 32 o 33 orpelli in bella presenza, da commisurare adeguatamente affinché non invadano il protagonista, lo sovrastino sino a farlo scomparire, mi pare esercizio ginnico del palato cui manco la zia Agata e la sua imperitura Trinità penitenziale m’avrebbe sottoposto. Invero, la complessità m’intriga, ricercarla disperatamente m’è atto contronatura, direi contrario alla mia religione che, ahilei, non sembra coincidere con quella della pia zia. Eppure v’è un’eccezione di piatto complesso che m’attrae, pur se dubito che il mago chef ve lo preparerà mai. con colori forti e molteplici, come d’un Arlecchino. E devo ammettere che Arlecchino è maschera che adoro, almeno quanto quella di Giufà e Pulcinella. Per la sua natura proletaria certo, e per quella volontà di partecipazione a prescindere, fosse solo ad una festa. Di Arlecchino apprezzo la condizione patchwork, di tutto insieme. Mi ricorda, così lontano come sembra, nel tempo e nello spazio, certi piatti siciliani, da cui si desume che tempo e spazio siano invenzioni fallaci. La Sicilia, Trinacria, tripartita, triangolare, trilaterale, triste e tribolante è, infatti, essa stessa patchwork, “più di una regione” diceva Sciascia, fa continente, aggiungerei, con quel tre reiterato (ne tralascio i riferimenti alla perfezione, non sarei al di sopra d’ogni sospetto, tanto meno ne sono convinto) che è somma del primo pari e del primo dispari, dunque del tutto e del contrario di tutto. Che luttuoso lusso esservi nato. E la sua cucina ne è l’archetipo illustrativo, la quintessenza del Meltin Pot, che ingloba colori e sapori, senza lesinarne e tralasciarne alcuno, rinunciando così al gioco barbarico ad esclundendum. Ma c’è un piatto la cui composizione ne seppellisce ogni altro, non solo per la sua natura complessa ed articolata, dunque non banale, ma perché richiede tempi lunghi di realizzazione, lentezze gastronomiche che riconciliano al gusto dell’attesa e rendono la festa finale una sorpresa vertiginosa; è un piatto internazionalista, quasi un’anticipazione castro-mao-guevarista d’un movimento di emancipazione planetaria che parte molto dal basso, dalla terra addirittura, anzi, da ogni terra sparsa per il globo, cui attinge senza pregiudizi preculturali, senza curarsi di barriere, dogane, frontiere; è piatto libertario, giacché non ve n’é una ricetta unica, diventa scuola di pensiero; ciascuno può, sulla base d’una vena creativa personale, renderla propria ma senza mai esserne davvero esclusivo detentore giacché il gusto della condivisione alla fine prevale su qualsiasi tendenza edonistico-egoistica; ed infine, è piatto di memorie e storie antiche, che si rincorrono e riemergono, come in un fenomeno carsico, nella natura policromatica di chi le ha tramandate: è la “caponata”. Sulla provenienza esotica di certi ingredienti senza i quali non è tale, pomodori e melanzane, solo per citarne un paio, soprassiedo, se ne stenderebbe un trattato geogastronomico troppo vasto.

Si comincia, con calma, a soffriggere dadini di sedano, carote e cipolle – non troppo piccoli, nemmeno particolarmente spessi – in olio extra vergine di oliva. Ora, so che taluni preparano il soffritto in qualche olio di semi, ciò che non capisco è come mai non sia proibito dalla legge. Invece, per chi possiede consapevolezze acquisite e non soffre di palati prelogici, la scelta sarà semmai tra quali oli d’oliva. Ci sono certi oli toscani e liguri meravigliosi, solo peccano di eccessi di protagonismo, preferiscono stare al centro dell’attenzione e meritano il pulpito; difficilmente li si può costringere ad essere comprimari, piccanteggiano il tutto d’intorno, finiscono per sgomitare, scavalcare la fila. Meglio un olio d’oliva siciliano, capace, se occorre, di accompagnare, mantenendosi leggermente defilato, propone delicatezza di trattamenti ma esprime forza e volontà di mantenersi integro nel calor bianco, insomma, non fa “scruscio”. Poi, non appena il battuto cubico comincerà ad acquisire vaghe consistenze e dorature da oreficerie raffinatissime, si aggiungono olive nere (denocciolate, se ci tenete a molari e premolari), capperi (meglio quelli piccoli e vagamente selvatici, sotto sale o in salamoia, appena scrollati), ed un paio di cucchiai di stratto, non di estratto di pomodoro, di “stratto”. Al limite usate pure il secondo poiché il primo è difficile da reperire. È una salsa di pomodoro molto salata che abili mani lasciano essiccare ai più feroci dei soli agostani del Mediterraneo, cosicché, mentre raggiunge consistenze da pasta dentifricia, si avviluppa dello iodio e della umida salsedine dell’aria, per poi finire in barattolo, ricoperto di un sottile film di olio. Rifiorisce in cottura, attribuendo all’insieme sapori forti e contagiosi. Un bicchiere di bianco vellutato e dalle opportune corposità, preferibilmente fatto con l’uva e non di miscele di bisulfiti (ve ne sono di ottimi nella Sicilia Occidentale – di vini intendo, non di bisulfiti -, ma anche quelli friulani e tirolesi si prestano allo scopo, peraltro proponendo ulteriori contaminazioni mai così ben accette, e poi, bervene un bicchiere accompagna bene tutta la lenta preparazione). Quindi un goccio di aceto di vino bianco, un pizzico di peperoncino rosso, e due grossi cucchiai di miele di timo o di salice degli Iblei, e sulla provenienza di questo non transigo: “da una parte la siepe di sempre dal vicino confine, succhiata dalle api Iblee nel fiore del salice spesso t’inviterà ad entrare nel sonno con il lieve sussurro” (Virgilio, V Ecloga). Il miele, rilasciando gli effluvi profumati di impervie balze calcaree battute dal sole, risuonerà di poesie arabe e racconti da “Mille e una notte”, oltre a caramellare ed attribuire ulteriori consistenze amplificate da pinoli appena tostati, ma io, talvolta, non indugio in triti di mandorle e pistacchi. Ancora un po’, e il ricco connubio riuscirà a maturare il proprio sacro convincimento di sapere – e potere – stupire. A parte avrete soffritto, ciascuno nella sua padella, per consentirne perfetti e diversi tempi di cottura che preservino le giuste reciproche croccantezze, dadi di melanzane e strisce di peperoni rossi, preferibilmente a cornetto. Per qualche minuto fate andare a fuoco lento tutto insieme con un mestolo di salsa di pomodoro ben ristretta e, poco prima che tutto abbia fine, una pioggia abbondante d’un trito di prezzemolo, basilico e qualche foglia di menta, perché cromatismi e profumi freschi stemperino certe asperità. Provate di sale e lasciate riposare, anche per ventiquattrore, tanto vi verrà senz’altro riconosciuta la fatica dell’attesa. Consumatela anche fredda, a buone mestolate abbondanti, che, trabocchi dal piatto finalmente, accompagnandola con del Nero d’Avola (in abundantia) o un Sirah e, sotto, jazz, giacché da quelle parti si improvvisa, che è poi il talento vero di quel vate che per primo servì caponata ai suoi ospiti.

E se non avete voglia di queste fatiche, che mai vi servirebbe un collezionista di stelle da cento Euro a salsina, provate pane e pomodoro.

“È indispensabile che tutti gli esseri e tutti i popoli saggi della terra capiscano che pane e pomodoro è un paesaggio fondamentale dell’alimentazione umana. Piatto peccaminoso per eccellenza perché comprende e semplifica il peccato rendendolo accessibile a chiunque. Piatto peccaminoso in quanto può significare un’alternativa a tutto ciò che è trascendente, a tutto ciò che è pericolosamente trascendente, se diventa cultura della negazione. Non fate la guerra ma pane e pomodoro. Non votate per la destra ma mangiate pane e pomodoro. No alla NATO e sì al pane e pomodoro. Ovunque e sempre. Pane. Pomodoro. Olio. Sale. E dopo l’amore, pane e pomodoro e un po’ di salame”. (Manuel Vasquez Montalban)

L’isola che non c’è più (ancora meno)

Ci vado ogni tanto, e aguzzo gli occhi tra i faraglioni, scruto l’orizzonte questa volta non per cercare la sorpresa, ma qualcosa che m’aspetto ci sia. L’ultima volta è stato qualche giorno fa. Niente, non c’era niente. Si, l’alta marea inganna. Ho montato uno zoom più potente, che mi spinge l’occhio un tantino più in là. Ma la calma piatta non si rompe da lì all’infinito, non v’è traccia di quello che m’aspetto. Non mi rimane che contemplarla, l’isola intendo, nella foto che fa da testata al mio blog in premonitrici forme crepuscolari. Pure la voglio ricordare così, come ne ho parlato solo qualche mese fa che ancora si vedeva.

“Le rughe dell’altopiano, scavate dalle lacrime di Gea, si distendono di meraviglia mentre s’approssimano al mare. E gorgheggiano ancora nei pantani immediatamente a ridosso della costa, salmastri come si compete all’emozione a tinte forti che li ha prodotti. È terra che s’immagina, tanto nelle memorie latine, quanto in quelle arabe, sia stata approdo di Ulisse, uno dei tanti Marsa at Bawalis che non c’è terra del Mediterraneo che se ne sia privata. Forse, per quella vegetazione accesa da Eden ritrovato dell’ultima ruga, prima della grande evoluzione dell’orizzonte, mi sovviene potesse trattarsi di terra di Lotofagi, ma non insisto, poiché nessuna comunicazione ufficiale m’è giunta da poeti con difetti visivi. V’era, su quella costa – così diceva un tal Camilliani, architetto bergamasco esperto di fortificazioni, che la costa della Trinacria, nel XVI sec., se la fece a periplo per studiare la difesa dell’indifendibile – un castellaccio prossimo ad un paese diruto. Poi, per secoli, solo povere case sparse sull’instabilità di dune alte come nel deserto più interno, celate da canneti e lentischi, tra le gemme azzurre e bianche di stagni e sale.

Ne parlavano come la Valletta dei Lupi, a certificare che quella era terra di nessuno, un tempo martoriata dalla malaria. Non c’era la fila per andarci. Così, deserta, me la ricordo, allorché, certe domeniche, si faceva festa nella cascina a fianco la vigna della vecchia zia, dove le uve succhiavano, pur di sopravvivere, acque salate dal mare. Così il vino veniva su aspro e sapeva di mare e terra insieme, che al palato non distinguevi il confine. A berselo per buttar giù le telline, abbondanti pure se tiravi su solo un pugno di sabbia dal bagnasciuga, era esperienza che riconciliava col tempo che passa, poiché lo bloccava come la sbarra faceva con la fila dei carretti di sale e lupini al passaggio della littorina. Dirimpetto alla costa, a spezzare la linea dell’orizzonte, c’è quella striscia di terra, cento metri di scoglio affiorante con un piccolo faro che vi sporge lateralmente, perché le navi che trafficavano il Mar d’Africa sin dai Fenici, non finissero per farne conoscenza rumorosa. Ci andavo a nuoto con una camera d’aria a traino, per non sfinirmi, e lì, maschera e coltello, dopo aver assaggiato il mare nello scrigno dei ricci, mi concedevo la spesa dei polpi per l’insalata della sera. Ci cresceva poco sopra, troppo stretta e troppo a mare, solo i porri selvatici che le avevano dato il nome. Chissà come c’era finita lì quell’isola! Forse un bradisismo, o forse era ciò che restava d’un istmo che le correnti avevano amputato. Fatto sta che mare a destra, a sinistra, a nord, pure a sud, mi pareva che stavo viaggiando con una zattera alla deriva. E gli anfratti rocciosi erano le stive per i miei arnesi da pesca e di certi sacchetti di iuta. Tutta roba che ci ritrovavo al mio ritorno. Chi toccava niente lì? Ed anche qualche pirata vi fosse sbarcato, che ne so, alla ricerca d’un tesoro nascosto, certo non si sarebbe emozionato alla vista d’un paio di coltelli arrugginiti, un gancio incordato ad un tubo di zinco, e quel po’ di contenitori di prede preziose, lì all’uopo per essere riempiti. E ne avrei riempiti anche con lenze ed ami, che lanciavo più a sud, verso l’orizzonte aperto, dalla prua della mia gigantesca ed inaffondabile nave. Ebbi pure compagnia, senza saperlo, poiché lì ci ritrovarono i resti sepolti d’uomini e donne, forse i familiari dell’Emiro Ziyadat Allah III, che qui li seppellì dopo averli trucidati, temendo per loro la peggior sorte d’una sospetta congiura di palazzo.

Nelle giornate in cui pareva che si fosse un tutt’uno col mare, riconquistavo la terra ferma a bracciate stanche e disordinate, che certe navi rocciose così grandi toccano il fondo e non possono attraccare. In spiaggia mi pareva che la cosa più sorprendente di quel viaggio fossero le stelle pittate sulla sabbia da mano d’artista. E la passione di fare castelli di sabbia d’ogni fatta che il tramonto colora di rosso.

Poi qualcuno s’è avveduto che quello era posto di meraviglia, e casa su casa, orrore su orrore, è venuto su un paese che quasi si bagna le fondamenta a mare. Ed i bagnanti fanno chiasso che i cavallucci sono fuggiti atterriti e non ce n’è uno manco a pregarlo in aramaico.

L’isola, invece, piano piano sparisce, quasi non si vede più. Me ne serbo il ricordo antico nella vecchia foto della testata di queste note al margine. Ma non è cosa ch’attiene a leggende o fugaci apparizioni come per certe Ferdinandee. Dicono che è la corrente che se la sta mangiando, quella spostata là di forza dal grande porto a ovest. Macché, figuratevi se il mare si mette ad ammazzare la sua bella figlia, rispondo, l’isola se ne sta andando da sola, di sua volontà, che quello schifo non lo regge. E ne ha ben donde – o d’onde, fate voi – , direi”.

Per grazia ricevuta

Niente, che ci ho limiti oggettivi, pure se mi lambicco e m’arrovello. Lo faccio a vuoto, con tanto d’effetto inerziale che non mi ferma. Ci sono cose che non capisco e che dovrebbero indurmi a lasciare perdere vani e temerari tentativi d’interpretazione. È questa cosa dell’essere qualcuno per forza, essere per essere, anche se a me pare essere per essere servendo, che non mi funziona. Ma quello che pare a me è irrilevante, che io sono uno che parla coi sassi, nessuno confortato dalla sua nullitudine. Invece, c’è un pezzo del mondo che è in quanto tale solo se è in massa ammassato, se si confonde e diviene moltitudine. Pensavo, c’è stato pure quel tempo, che la necessità d’essere dipendesse dall’essere altro, dal ritagliarsi un proprio costrutto vitale, distinguersi. Ed evidentemente mi sbagliavo, che così mi tocca essere nessuno se voglio non essere ammassato. Per non essere ammassato, dunque, qualcuno, bisogna diventare niente, invisibile. E se sei qualcuno dunque non sei nessuno e via discorrendo. E non è cosa che attiene a principi igienici e basta, che ti becchi il covid se te ne stai alito con alito con pletore d’alitanti, nemmeno un principio fobico di abbrutimento sociale – per questo, invero, talora qualche sintomo m’è parso di coglierlo, ma niente di grave -, piuttosto, ho derubricato la cosa a nota caratteriale, manco ci ho pagato una cinquemila lire con puntate ad un compro oro a strozzo per pagare pletore di psicoscavatori.

Però, passa il tempo, a questa condizione mi ci sono abituato, che mi pare pure che mi faccia bene. Del resto che colpa ne ho io se la mattina mi lasciano la spiaggia tutta per me e se ne stanno tutti appiccicati in un fazzoletto di rena che ci ha la densità della Striscia di Gaza. Ci fu un tempo che il mio ego strabordante mi portò persino a pensare che lo facessero per me, per non disturbare le mie nuotate, la lettura del solito quotidiano dove via via mi pare ci sia scritto sempre meno. Poi m’avvidi che io non c’entravo, che era cosa che mi prescindeva. Così – neppure dolorosamente – piano piano mi sono assuefatto all’essere nessuno, con la enne minuscola soprattutto, che qualifica il mio sostanziale e furibondo essere vertiginosamente niente. Io scrivo su questo blog, pure con un certo godimento, mi permetto qui e pubblicamente il luttuoso lusso di non essere nessuno. Mentre le moltitudini di identità statutariamente definite s’attenzonano su qualche social – che ora ce n’è talmente tanti che manco so quali sono – immaginando d’essere protagonisti dei propri magici destini. S’affrontano e si diffidano, sistemici e – presunti – antisistemici, signori della coerenza e complottisti, amanti del dubbio e di certezze che si spezzano ma non si piegano.

Tutti sospesi al giudizio definitivo del solo dio che conoscono, che poi si declina con quel pronomino “io” sol perché d’accidenti la “d” precedente s’è persa nell’urto con la folla claudicante. Ma ho idea che m’è venuta d’acchito, che tutti questi dei non s’avvedono, urlando il proprio divino nome, d’altri dei, più cattivi di quelli d’Olimpo, financo più capricciosi, che sollucherano di tanti sacrifici umani. E che ci posso fare io che “d” a precedermi non ne ho alcuna, se in quella moltitudine di identità, non ce ne scorgo nessuna, che dalle mie parti per questo si dice che “niuru ccu niuru nun tinci”. Sarà l’astigmatismo, che m’affligge da che sono bimbo, o sarà che bimbo sono rimasto e, analfabeta come poppante m’aggrappo al nulla estremo di questa identità d’inesistenza infantile, da cui però mi godo la spiaggia tutta per me, per somma grazia ricevuta.

Pascoli abusivi

Qualche volta dispongo la prua verso l’interno, non per distacco verso il mare, piuttosto per desideri di riscoperta. L’altopiano è luogo dell’anima, con i suoi silenzi e i maestosi carrubi che paiono vigilare sul viandante, cheti, ombrosi, antichi. Immensi monoliti di roccia bianca solcati da rughe, talune talmente profonde che le chiamano cave, percorse sul fondo da torrenti che talora ancora sopravvivono, e s’aprono strade turchesi riparate dal sole, tra il verde smeraldo d’ogni essenza. Sono fiumi che hanno nomi da divinità antiche, forse sono davvero quelle divinità, tramutate in lacrime per il fallimento d’ogni loro progetto planetario, soverchiato dal dio più feroce che s’alberga tra noi. M’intrattengo spesso sulle rive di quelle lacrime, che i profumi s’inseguono ai colori, ed i sensi si confondono gli uni con gli altri, in una sorta di stupefacente percezione psichedelica. Quando il tramonto rende il rosso alle pietre, ed i sassi cominciano a far sentire la loro intonazione, la predica definitiva d’una storia che ha dimenticato il tempo, m’intrattengo ad ascoltarli che c’è da imparare da quel racconto. Lunga narrazione, del tempo quando non c’era il tempo, terra di Lestrigoni e d’ombre, di ninfe e semidei. Cacciatori cortesi d’avventure, si scavano nascondigli per pudore d’esser sgamati nella loro più intima essenza. Il silenzio è capace di rimbalzare ogni dettaglio di quella storia senza levare un sopracciglio, solo che s’abbia voglia di percepirne il bisbiglio di vertigine.

Ed il pascolo è d’oro e le mucche, che non amano assembramenti, a distanze di sicurezza l’un dall’altra, s’accostano all’erba sopravvissuta all’afa del giorno. Lassù pare che si trovino a loro agio sopra ogni cosa, pur se m’avvedo di qualcosa che non funziona, che quel pascolo, che sa d’Arcadia, lì non c’entra. Dall’alto mi spingo con lo sguardo oltre il punto di vista della mucca, che ancora mi pare avere dignità, che non intendo sottovalutare. Sinché non m’avvedo delle ragioni dello stridio, che quello spettacolo, in altro contesto, m’avrebbe illuminato d’immenso ed ora m’inquieta. Che quel pascolo lì non doveva esserci, poiché, sino a qualche settimana fa, lì, c’era il lago che porta il nome della Santa. Pure lei – mi sa – non deve avere lavorato granché bene. Accetto, si l’accetto, il punto di vista felice della mucca e delle sue consorelle, ma tinche e trote? Evaporate anch’esse.

Qualcosa che non va c’è. Che poi se la cerco la trovo pure, che d’acqua da certe parti si muore, d’altre, per sua assenza, si crepa.

Non ce n’è più

In fondo al promontorio, oltre il borgo, Pilu Rais sgrana la rete. Il mio incubo peggiore è sempre stato quando il Mar d’Africa, all’orizzonte, si tinge di blu e rosso, il caldo soffoca ed il vento arriccia le onde che tutto pare che frigge e mugugna. Ti fai le sabbiature a caldo quando il tempo è così. Il Libeccio svuota la spiaggia non solo alle mie ore consuete, quelle piccole che il sole ancora è cauto, ma anche quando la torma barbara s’ammassa sulla rena, s’agghinda di tamburelli e si sente l’odore rancido della protezione solare per vichinghi dalla pelle in tintarella di luna. “E che pesce avete preso oggi?”, dico di solito quando il tempo è così. E lui s’alza un sopracciglio, s’arruffa i capelli di salsedine e sbotta: “Vossia mi cugghiunia sempri – io abbozzo mezzo sorriso, pure m’aspetto la risposta che non voglio, ma non ce la faccio a trattenermi -. C’è Libiciu, nun si nesci cu stu tempu”.

Il libeccio non te la fa passare liscia, che le onde paiono da surfisti, non da barchette e reti leggere, che non sono quelle dei transatlantici che sostengono palamitare occhi a mandorla, quelle che si perdono per chilometri e si grattano anche lo scoglio dell’abisso finché non c’è nulla. Mi tolgo il sorriso di bocca, gli porgo il caffè raccattato al chioschetto, e m’allontano mesto, di tanto in tanto bloccando al volo il panama che non ce la fa a starsene a posto in testa, che s’è vestito d’aquilone. Il pensiero di finire con una cotoletta mi rovina la giornata, mi riporta a tristi serate d’autunno-inverno. Roba che si rischia la depressione. Mi viene l’ansia e mi metto a scorrazzare per le campagne, fermo nel rifiuto del ritorno alla stagione grigia. Formaggio, olive, pagnotte calde e pomodoro secco, m’assecondano nel dimenticare le sfortune meteo. Questo succede se c’è il Libeccio, ‘u libiciu di Pilu Rais, che non s’affronta il mare se mugugna lui. Questo succede per due o tre giorni al massimo, poi tornano sgombri e occhibelli, che rientra il ponentino, e il peggio ti pare passato, ti riappropri del tutto all’acqua pazza, dei guazzetti, della griglia. Quest’anno è diverso, che il mare pareva una lastra di metallo tirata a lucido, che te ne puoi andare a pescare anche col canotto a remi. Soffia il ponentino e il Libeccio non sfonda. Se ne vede la striscia scura in fondo in fondo, che smorza il contrasto fitto dell’orizzonte marino col cielo. Ma non passa. Sto giro non ce la fa. Che uno se ne va al moletto, oltre il paese, fiducioso di riprendersi identità arcaiche, quelle che ti fanno dentro pirata fenicio o argonauta. “E che pesce avete preso ogg?i”. Stavolta non alza manco il sopracciglio, non s’arruffa i capelli di salsedine, quasi manco gli esce la voce quando risponde: “Triglie, quattro triglie, manco di scoglio”. “Ma ora siete voi che mi cugghiuniati. Con questo mare m’aspettavo che dovevate chiamare pure i vostri nipoti per svuotare le reti”. Nemmeno risponde subito, sempre a testa bassa che lui è abituato a guardarti negli occhi, quelli neri come l’abisso che quante volte ha conosciuto, che ha affrontato le tempeste, che certi pesci ha preso che il Vecchio di Hemingway pareva dilettante allo sbaraglio, pescatore della domenica. Le rughe di sale non sono più semplici pieghe bruciate dal sole, paiono scavi di sbancamento, aratura di campi. “Non ce n’è pesce, tutto l’inverno è stato così, e così continua, pure peggio”. Poi riabbassa gli occhi, e sgrana la rete, due o tre triglie ancora.

Sino all’ultima osteria

Ho ricordi vividi della mia gioventù, almeno in parte. Della fine del liceo si, della pletora di progetti che m’affollavano i neuroni, come in un raccordo autostradale. Arrivai alla maturità con qualche anticipo, che allora s’usava di saltare la prima classe delle elementari, e poiché ero proscritto alla leva in Marina (per quella si partiva prima e ci si stava di più), la famigerata cartolina azzurra me l’aspettavo da un momento all’altro, tanto più che m’ero assuefatto all’idea di togliermi il dente, subito subito, e senza manco sfruttare l’università per dilazionare i tempi. Ammetto ch’ero dilaniato tra il desiderio d’una fuga disertoria e romanzesca verso un paese esotico dove si combatteva ancora qualche guerriglia rivoluzionaria, e la possibilità di sfoggiare la bella divisa bianca da ufficiale e gentiluomo al gran ballo delle debuttanti. Nonostante l’adesione convinta alla prima ipotesi, finii per optare per la seconda, che già allora l’idea di cose troppo complicate non mi sconfinferava. Il desiderio d’avventure epiche richiede, per potersi avverare, fatiche sovrumane cui già allora non ero aduso. Insomma, di quello mi ricordo, d’altri accadimenti pure, di quelli tra i banchi, con annessi compagni di viaggio, invece, nada de nada. Qualche nome non troppo abbinato ad un volto, talora un cognome di sfuggita. Ma le mie superiori mi sono passate dentro senza lasciare segno alcuno, quasi con stanchezza, senza un guizzo.

Per cui, quando il solito vecchio compagno che invece tiene ben vivido l’archivio di quegli istanti di vita vissuta – per me – inutili, periodicamente s’appresta a farsi promotore della famigerata “rimpatriata”, a me mi becca l’orticaria. Che poi a dire non ci vengo mi pare pure che faccio lo snob, che me la tiro. Qualche anno fa c’è stata la prima puntata. Mi rintracciarono tramite un cugino, che non sapevano nemmeno se fossi ancora vivo o morto. Non dissi di no e andai, con la mestizia nel cor. Che m’immaginavo adipi strabordanti, canuzie e calvizie, fallimenti esistenziali e professionali cui mi sarei imbattuto con – parziale – dolore e che riguardavano persone di cui non avevo più alcuna memoria. Ma quando mai. Pareva d’essere a Dallas. Tutti belli e ricchi, eleganti e giovanilissimi, che io, come al solito strascicavo ciabattando, pure per il caldo afoso sul promontorio, e non mi sarei sorpreso mi lasciassero una cinquemila lire avanzate da una pizza tra liceali, così, per pietà. Mi tolsi di torno appena possibile. Non senza un qualche interrogativo. Come avevano fatto? Semplice arrivò la risposta. S’erano arrabattati per tutta una vita per diventare così, avevano speso anni e anni per assomigliarsi tutti, frequentando gli stessi circoli non s’erano mai persi di vista, le stesse università prestigiose, le stesse vacanze. Per dirla tutta, s’erano fotocopiati, parevano frutto d’un vecchio Gestetner a manovella. S’erano dati obiettivi, scavando una tacca sul tronco d’una palma come certi naufraghi disperati, ogni volta che ne raggiungevano uno. Una vita così, non un guizzo, uno sghiribizzo, un colpo di testa. Tutto pianificato, nessuna sorpresa. Questo emergeva pure dai loro soddisfatti racconti. Ho capito, dunque, perché non me ne ricordavo uno che fosse uno. Loro sono l’orgoglio del paese, le creature che con il loro impegno incessante tengono alto il PIL, nostro signore e padrone – nemmeno con letterarie braghe bianche -. Ecco perché ieri sera, la telefonata d’invito è arrivata puntuale come l’ora legale, senza avere risposta. Le mie noie me le scelgo accuratamente. Non ho mai fatto, se non per brevi e nemmeno intensi periodi, quello per cui ho studiato – quello me lo porto semplicemente dentro, e non mi dispiace -; ho imparato a leggere e scrivere nelle bettole più scalcagnate del pianeta, mi sono rimasti nei ricordi d’un tempo pescatori e falegnami, artisti dimenticati, meravigliosi attori di strada, giocolieri e puttane, che certe altre rimpatriate parrebbero più ultime cene o corti dei miracoli. Ne ho fatti colpi di testa, strambate e virate, cambi di prospettiva e giri di vita per diventare finalmente Nessuno. Però mi sono divertito, che non m’annoio mai più di tanto, anche quando mi trastullo nel nulla più assoluto davanti ad un pezzo di mare all’alba o in un vicolo deserto al tramonto sino a notte fonda, né m’è parso talora di patire di ciò. Pure di fotocopie me ne sono fatte poche. Sono azzardo per il paese, che il PIL lo abbasso. Mantengo però vivide le economie dei luoghi dove ho imparato tutto, le ultime osterie in cima alla più ripide scalinate, quelle ai margini del porto, dove si perdono le luci delle lampare e dove c’è sempre un fiasco di vino e – lì si – una storia da raccontare o da ascoltare, poi, eventualmente, anche da scrivere e leggere.

6 Luglio 1971, Satchmo sulla Luna

Theodor Wiesengrund Adorno l’ho adorato e lo adoro, tanto che mi spilucco i suoi Minima moralia come una beghina si sgrana il rosario in modo acritico, capace d’esaltarsi financo all’apologetica sottolineatura mantrica d’un Sambudello. Poi m’arriccio e m’adombro, m’indispettisco stizzito se mi parla del jazz come cosa degradante, puro piacere estetico, alla stregua d’esperienze pornografiche e gastronomiche. Musica-merce, come certe canzonette volgari, lontana dalle dinamiche autentiche d’umanità oppresse, asservita ad una concezione dei rapporti sociali capitalistici, subdolamente veicolante i contenuti esiziali del consumo a prescindere. Mi faccio d’improvviso eretico al pensiero di Coltrane e Mingus seduti con espressione inebetita sui banchi d’un supermercato, mi ateizzo di botto se m’immagino Gillespie alla stregua d’un imbonitore per saldi di pentole e materassi. Poi, dopo il primo acchito di repulsa, l’abbattimento del totem ed il superamento d’una dipendenza liturgica in favore del vizio puro, mi rassereno, mi rifaccio razionale, e m’avvedo che tale critica furibonda, il tedesco se la concepiva in quel ventennio tra anni trenta e primi cinquanta in cui ancora Mingus non solleticava utilmente le corde del contraddittorio, della dialettica in controtempo. Ed è chiaro che Adorno adduceva le sue ragioni di negazione d’arte per il jazz allorché, al suo orecchio perfetto, s’avvicendavano, effimere e suadenti, le partiture semplici e ripetitive di certe orchestrine swing, con patinature che, senza porre questioni di discernimento particolare, sapevano della voce cavernosa e della tromba ruffiana di Louis Armstrong. Dunque, in siffatto modo rappacificato coi miei credi, pure m’azzardo ad avallare le critiche furibonde del Francofortese. E se le gote più gonfie del mondo riferivano di nostalgie profonde e malinconiche per i bei tempi andati in certi sobborghi di New Orleans, già mi prefiguro le corse dal dermatologo per certe eruzioni cutanee, sobbollenti sotto traccia, di uno qualsiasi dell’ampia tribù dei Marsalis. Che certo, lui, era rivendicativo e vertenziale, difensore della causa di ex – ma non troppo ex – schiavi, non più di quanto non lo fosse Pippo di Topolino, piuttosto pareva l’esatta riproduzione al maschile di Butterfly, la domestica di Rossella O’hara.

E allora pace fatta, tutto a posto? E no, che rimangono dubbi, che m’arrovello d’incertezze. Che se fino ad ora il ragionamento a me pareva non facesse una grinza, manco una pieghetta rasa rasa, se m’ero accodato nel derubricare le strombettate dell’omonimo del passeggiatore lunatico, a pura e semplice mercanzia d’asporto, più d’una cosa, a cinquant’anni dalla sua dipartita, non mi torna. Semmai mi sovviene che quando bambineggiavo intorno al giradischi della Selezione del Reader Digest, dalla puntina abbassata senza garbo dalla mamma, gracchiava quella tromba, ed a me mi si muovevano le gambe. Era come se ci fosse qualcosa di magico e misterioso in quella roba, prima che l’età della ragione m’inducesse ad espellerla a lungo per consapevolezze – quanto spontanee non saprei dire -, che non m’evitava di ridere come se mi facessero il solletico sotto i piedi. E il “No, Satchmo no”, piano piano, lentamente, s’è spento, né più mi viene di saltare al brano successivo d’una compilation quando quel tappeto di velluto si fa suono. Pure mi si allarga il riso se mi prefiguro il faccione da palla da basket che campeggiava sulla copertina d’un vinile, più d’uno, anzi. Pare proprio vero che quando s’invecchia si torna bimbi.

Forse era un conformista Armstrong, e sottolineo il forse, che ormai non ne sono manco più così sicuro. Che certo non rilasciava dichiarazioni roboanti a difesa della sua gente. Ma all’apice del successo, durante i disordini razziali degli anni ’50, non esitò a mandare a quel paese il governo americano dopo aver visto un bianco sputare in faccia ad una studentessa nera. Quindi non staccò nemmeno il biglietto per un tour in Russia organizzato dal dipartimento di stato, ed in piena guerra fredda, se non significava esattamente “mi scelgo io qual’è il mio paese”, certo somiglia parecchio ad un “so comunque chi è la mia gente”. Ed è difficile non ammettere che il suo stile, così apparentemente semplice e ripetitivo, alla fine ha consentito di creare i presupposti perché il jazz divenisse musica libera ed universale, persino entrando nelle viscere e rivoltandole di chi apparve come il perfetto contraltare del Nostro. Non credo sia così scontato che, senza quell’esperienza Ragtime, avremmo ascoltato un giorno le furibonde tirate di Ornithology, nemmeno le ovattate atmosfere di Ascenseur pour l’échafaud. Pure, nell’evidenza che i dischi comunque li incidevano i bianchi, lui fa d’aprifila, abbatte una frontiera che non era scontato che in una certa America potesse crollare. Se poi non s’è messo a rivendicarlo per se e per altri, al limite, chi se ne frega, se quel faccione m’ha fatto ballare e sorridere, e qualche volta lo fa ancora. E manco stavo nella pelle quando, ad un paio d’anni dalla sua scomparsa, ho scoperto che il vecchio amico inglese, assiduo frequentatore d’ogni jazz club minimamente rispettabile d’Oltremanica, e con cui dividevo fiaschi di vino e jazz nella bettola sotto casa, prima del suo ultimo viaggio, aveva dato disposizioni che mi si recapitassero tutti i suoi vinili e centinaia di musicassette dell’ “odiato” jazz dell’adorato Adorno. E, fatto ovvio che ve n’erano parecchie di Satchmo, non ho resistito alla tentazione di procurarmi un vecchio mangianastri in un mercatino di vecchiumi che, premi un tasto, poi un altro, fa pendant con le atmosfere fumose di casa mia, e colonna sonora per certi whisky torbati, mentre mi scappa quello strano fenomeno che le gote mi si gonfiano a pallone da basket.

Battigie (e migranti che tornano)

A quell’ora di mattina a mare non c’è nessuno, o se qualcuno c’è è incontro pregiato, che non puoi fare se quel qualcuno è pure troppi. In troppi non c’è silenzio, nemmeno senti il mare che mugola, e si capisce che non gradisce la folla, ama rapporti esclusivi, comunque un po’ per volta. Gli altri, in troppi, sono soli. Stamattina, che il sole s’era messo appena l’abito da giorno, c’era un bluesman che vendeva granite col suo furgoncino. Mi dice che le fa con i limoni del suocero mentre mi offre un caffè freddo (caldo non lo fa). Poi si mette a suonare una Telecaster con un piccolo Marshall. Mi spiega che ha imparato una scala di Fa, anche se a me pareva che un mezzo tono di scordatura la facesse più Fa diesis. Ma suonava bene lo stesso, e se lo poteva permettere che i clienti ancora per un paio d’ore non si sarebbero visti. C’era una schiena scura al largo, un attimo, poi è sparita, pareva un delfino, o forse era un gioco d’onde. Mi racconta – l’aveva già fatto altre volte, ma mi faceva piacere ascoltarlo – che prima lavorava in Germania, sacrifici per i figli, “ora sono grandi e sistemati”, e lui può fare quello che gli pare, anche suonare il blues. “Sto prendendo lezioni, ma in estate preparo anche le pizze, e mi tocca che suono la mattina presto qua, se no mia moglie mi butta fuori di casa”. Un migrante, come me, che poi torna, perché si torna sempre. Mi bevo il caffè lentamente, poi pure mi faccio la sigaretta, con uno standard di Bessie Smith che suona dai vecchi altoparlanti sopra il frigo delle granite, mentre la chitarra è finita in un angolo del furgoncino. M’è sopravvenuto un pensiero in testa, salvo poi accorgermi che l’avevo già scritto, che la fantasia non m’arride. Però riciclo, che non si butta via niente, pure mi serve a guadagnarmi qualcosa ancora lì di spettacolare e marino, prima che i pinguini non compiano i loro rituali d’assembramento (e non me ne vogliano i pinguini, che hanno molta più fantasia).

“Migranti si è per forza, solo che si nasca in cima a un monte, oppure sullo scoglio più basso che d’alghe e sonno si riempie con la marea. Solo che ti affacci da una finestra e gli occhi se ne vanno fin dove possono – loro – per istinto, e non dove gli viene detto che possono andare. Migranti si nasce, dunque, non ci diventi solo se ti devi mettere a camminare. Se hai mare davanti, per forza sei migrante, anche se non ti piace, perché qualcuno o un’onda, che s’è contrariata di vento o bufera, lì ti ci ha portato, pure prima che tu nascessi. Hai voglia di metterti a costruire frangiflutti, tanto l’onda arriva comunque, come sorge il sole e cala la notte. Perché l’onda è ignorante, mica le puoi dire “questa è casa mia”. Non capisce, s’arrabbata un poco lì per d’intorno, prima senza dare nell’occhio, poi – se le prendono i cinque minuti – si schianta col tonfo e la schiuma sullo scoglio. Forse ti dà il tempo di scansarti, ma certe volte pure t’acchiappa di risacca. E lì è deriva, e dove ti porta lo sa il Cielo. Questa è la storia dell’uomo. Si gioca su un’onda che scavalchi, come argonauta, sfiorando la cresta di Scilla, ballando un tanghettino stonato con Cariddi, tanto, più che un tanghero non sei, così diranno, se te ne stai su uno scoglio ad aspettare l’onda giusta. Che poi ci sta che quella non arriva mai. E pari Penelope che ricama la tela, la cuce e la riscuce, sotto sotto, è mia opinione, poi compiacendosi del reiterarsi del gesto. Magari pensa ad Ulisse che torna, e le viene da pensare “ma che gli dico a questo, dopo tutto questo tempo, se mi s’appresenta d’improvviso?”. Il fatto è che l’attesa, tanto più su uno scoglio, non è più attesa, diventa condizione dell’esistere, t’allunga pure la vita. Vedi Argo, che quando smette d’aspettare si fa il volo del Grande Tacchino nel giorno del ringraziamento e pure dopo ch’è campato quanto mai altri, praticamente tutta un’Iliade ed un’Odissea. Quindi, l’onda, quella giusta intendo, forse arriva, forse no. Ma se non arriva che ci fa? Basta che lo scoglio su cui ti sei seduto ad aspettare sia bello comodo, non di quelli unghiosi che non trovi mai la posizione. Ma che non ci sarà uno scoglio comodo davanti a tutta quell’acqua? Che poi anche tutta quell’acqua, pure salata, che ci pensi e ci ripensi, a che ti serve tutta quell’acqua salata? Di bere non si beve e ti tocca portarti un fiasco di vino rosso che è fatto con l’uva là dietro, che s’è innaffiata di salmastro, così sa di terra e pure di mare. E te ne puoi stare là tutta una vita a spiare l’orizzonte, per capire se laggiù qualcosa si muove, visto che non ti puoi muovere tu che l’onda giusta ancora non l’hai vista. Però sempre migrante resti, che t’è partita già l’anima oltre l’orizzonte, s’è fatta più d’un giro e poi è tornata. Che soddisfazione starsene fermi sullo scoglio, t’allunga la vita, mi pare l’ho detto questo”.

La lentezza e la ri-scoperta del silenzio

Avendo raggiunto le amate sponde, laggiù, dopo ovvio, lungo e periglioso viaggio, che tale divenne non appena m’accettai – con scarse alternative invero – d’affrontare l’ultimo tratto in modo assai convenzionale, ossia percorrendo strade appellate autostrade (più precisamente mulattiere ingorgate) di felicità riposta nell’arrivo, il benvenuto al sud si rivelò traumatico. Va da sé che non mi rammarico per il verbale che ho trovato nella buca delle lettere, chi sbaglia paga, ed io, sia pur non consapevolmente, sbagliai. Ma mi sorprese che l’operatore, sino ad allora infallibile, con cui tratto le mie telefonate, nonché la connessione alla rete – dunque pure quella al blog mio e d’altri che frequento – oppose lo gran rifiuto, pure per giorni. Per qualsiasi esigenza telefonica mi tocca rimettermi in macchina e spostarmi in altra zona della città. Non so quanto fui e sarò gradito ospite, presso caritatevoli amicizie, per la parte di smartworking che mi compete nei singhiozzi di campo. Mi sopraggiunge comunque quella strana nostalgia di tempi altri in cui la comunicazione o avveniva de visu o non avveniva. Talora si ricorreva alle cabine telefoniche, di cui non v’è più traccia alcuna. Tanto che m’ero quasi prefissato di sostituire, per nostalgie e disimpegno creativo, con una di quelle raccattata da qualche parte, la vasca da bagno. Al posto della cornetta lo spruzzo mi parrebbe cosa di estremo gusto. Viviamo, è vero, ma soprattutto finiamo per sopravvivere a ciò che ci accade, cercando di evitare inciampi o difficoltà di vario tipo: questa, del resto, è la preoccupazione maggiore. Ognuno di noi è chiamato la mattina ad alzarsi e a programmare una giornata alla quale assegniamo, noi stessi, difficoltà e prove, addirittura, a volte, creandocele. Esistono modi diversi di guardare le cose, di guardare gli angoli di una città, gli sguardi di una persona, i panorami che si susseguono o l’impegno che ci attende. Esiste un modo violento ed uno nonviolento. Il modo violento è quando vogliamo difenderci da una vita che immaginiamo esistere indipendentemente da noi. Il modo nonviolento è, invece, quando ci accorgiamo e capiamo che la vita non è ciò che ci accade, mentre siamo affaccendati a fare altro, ma che la vita siamo noi, lo è ogni persona, tanto che quando la vita stessa terminerà, quella persona, semplicemente, non ci sarà più.

È la ragione, credo che, fatte salve e rimosse le tragiche evenienze di cui siamo vittime inconsapevoli, per cui mi concedo con cenno notevole di svago, il lusso infinito di farmi il mio trekking nel disabitatissimo centro storico che s’arrampica sui ripidi costoni rocciosi, dirimpetto ai miei balconi ed alle spalle d’essi. Non ho desideri repressi d’urbanità caotica ed i silenzi di vicoli, cortiletti e stradine scivolose dell’usura delle basole, m’appartengono e m’attraggono. C’è nel tutto d’intorno, pur condito da brutale canicola, una sorta di fotografia del tempo, pure un desiderio di narrazioni. Ci sono storie che rimangono sepolte, come ricordi dimenticati e chiusi dentro ciascuno di noi; aspettano solo che, soffermandoci sulle loro tracce sbiadite, qualcuno le riporti alla luce. Questi viaggi lenti e di silenzi me ne offrono la chiave, in immagini cristallizzate e parole che si accompagnano – e mi accompagnano – in un viaggio che, più che un andare di tappe troppo spesso forzate, celebri attese e luoghi che sembrano far dimenticare il futuro. È un tempo senza spazio, senza movimento, non sta andando da nessuna parte ed è contro lo scorrere delle lancette dell’orologio. Sono i miei luoghi, posti che il tempo e gli uomini hanno dimenticato, che restituiscono le attese, l’esatto contrario del “tutto e subito”. Basta accettare l’idea che ogni dettaglio possiede un significato secondo, altro, nascosto, preferibilmente non subito evidente, che possiamo provare a tirar fuori con un procedimento che forse attiene ad una sorta di maieutica socratica. Neppure possiamo concederci una mera ricerca estetica e formale in quell’attraversamento fuori tempo, semmai possiamo provare a costruire una personalissima narrazione, immaginando la vita che fu lì, le ragioni d’una sorta d’estinzione di massa. Il dettaglio così diventa “la parte per il tutto” lasciandoci la possibilità di ri_vederlo, di ri_evocarlo e di ri_leggerlo in contesti del tutto soggettivi. Non rimane dunque che l’approccio lento alle suggestioni attraversate, con lunghe tappe d’attesa sui segni, sulle luci e sulle ombre, sui colori che, a dispetto di tutto, sembrano mantenersi vividi, quasi a presagire l’arrivo di un’altra vita, di altre storie. Ma non mi importa nulla d’una lentezza che vuole ritardare l’arrivo di un futuro immaginato minaccioso, che si arrocca nella sterile apologia di un passato che sappiamo idilliaco solo perché, appunto, è già trascorso. E tanto meno m’importa una banale, seppur lenta, prosecuzione del presente: chi vorrebbe un futuro simile ad un presente invecchiato? La lentezza a cui voglio costringermi è quella del darsi tempo per desiderare altri luoghi e altri tempi, è un procedere cauto che invogli il me viandante a scoprire tracce di sentieri nascosti e a varcare le soglie dimenticate. Quelle soglie oltre le quali, forse, ci aspetta Utopia, per non rassegnarci a dire con Nabokov che “il futuro non è che l’obsoleto al contrario”.

On the road

Appropinquandosi le ferie, non mi rimane ch’apprestarmi ad attraversare lo stivale – non so se avete presente quanto è lungo e tortuoso lo stivale – pure oltre il tacco, sino a quei posti stupidi, dove non piove mai, direbbe Brassens, sino a quel paese a forma di melograna spaccata (se capitate da quelle parti, quest’estate, fate un fischio, mi raccomando), t’aggiungerebbe Gesualdo Bufalino. È viaggio lungo e periglioso, almeno per me lo era un tempo, che mi ripresentavo a casa senza manco il fiato per buttar giù una granita, madido di sudore, lo stampo del sedile dell’auto sulla schiena a sommo di tatuaggio indelebile, pure coi battiti sincronizzati alle vibrazioni del motore. Percorrere tutto quel tratto in autostrada pare la traversata del deserto, a schivare certi decerebellati che ci hanno il pedale dell’acceleratore come escrescenza ectoplasmica del cervello, che non conoscono freni, né motori, nemmeno inibitori. La gimkana è urticante e ti sovviene il desiderio profondo della reintroduzione delle pene corporali, delle bacchettate sulle dita, a dir poco. Che poi io e la velocità abbiamo perso contatto da mo’, da quando l’ultimo autovelox non m’ha tirato fuori la freccia e m’ha sorpassato in linea continua, infliggendosi da solo una contravvenzione con tanto di foto segnaletica. Non regala tregua quel serpentone d’asfalto incandescente, coi suoi ingorghi ottusi, i rallentamenti improvvidi e brutali, autogrill che servono proteine liofilizzate, al sapore del nulla sotto vuoto spinto, e caffè che pare che li pubblicizzi Antonello Falqui in persona, che però manco la parola hanno della bevanda antisonno. Poi a me l’autostrada mi comincia a mezz’ora da casa, e mi finisce ad un quarto d’ora l’agognata meta. Senza scampo dunque. Mi sono messo pure a viaggiare leggero, che pure il pensiero di scaricare la macchina mi fa tremare le vene ai polsi, che poi a meta raggiunta che mi serve se non un paio d’infradito stagionate, con la suola di cocco. Poi arriva quel tale che ti dice che ho ragione, che è un incubo, e che lui, infatti, la serpe lunga e velenosa ha imparato ad evitarla, non la fa più.

Se ne va per strade traverse. E io obietto che ci vuole una vita ad arrivare. Lui annuisce e aggiunge il più pleonastico dei “chi se ne frega”. Infatti, chi se ne frega. Mi decido, e da qualche anno me lo faccio così il viaggio, e l’ho pure trasformato, che non è più il percorso da A a B, ma una specie di traversata alla Chatwin. Taglio per i monti, e faccio colazioni sorprendenti in baretti sperduti, pranzo in bettole di quint’ordine con robe sublimi, m’affaccio con borghi sperduti e deserti sull’infinito, cascate gioviali mi creano discontinuità sonore, boschi fitti di mistero mi spiattellano davanti le eleganze di daini e cerbiatti, e m’abbracciano d’ombre e frescure. Ci sono fontane d’acqua felice, e gentilezze d’anime che ti servono caffè che paiono veramente tali, insieme a biscotti che addolciscono i momenti di rara stanca. Le strade s’inerpicano e scendono a sincrono con albe e tramonti, e quando in fondo t’abbraccia il mare, ti pare che manco ti sei spostato da casa per quanto sei fresco ed appagato, pure se hai viaggiato una volta e mezza in più che manco il pedaggio hai pagato. Certo, se avete automobiline che concorrono per dimensioni con la Nimitz, evitate, se ci avete voglia di sfondare il muro del suono lasciate perdere, se avete fretta per condizione genetica, accontentatevi d’un Camogli o del Positano, e giù, estasiati a manetta, che tanto del bello, mi pare di capire, potete fare a meno. E sono pure sicuro che dovunque siete diretti, v’alloggerete in posti, e frequenterete robe che ce ne sono d’uguali pure sotto casa vostra. Ah, quasi dimenticavo, ho pure bella musica io.

Leggi come mangi

Io, che di liturgie non m’intendo, certe volte m’adeguo. E al pranzo della domenica, in tal faccende affaccendato, mi dibatto d’amenità nella bettola del cuore, camuffata di trattoria. I ravioli di zucca ci stanno un po’ prima di farsi spiattellare accanto al fiasco, quanto basta per l’occhiata fugace a quei due o tre domenicali che d’affezione m’inseguono la mattina del feriale. Sbirciati tanto per rendersi edotti di che pagine è fatta l’estate libresca.

Tripudio d’orrore, che s’accavalla alle torme della sera prima, a prosciugarsi le tasche d’orrendi manufatti sintetici, promossi a cibo da menti fervide. E m’avvedo, d’esperienza sghemba, dell’esistere d’un sottile ma robusto legame tra gusti letterari e gastronomici, sintomo di tempi grami; ancorché non abbia riflessi rapidissimi, me ne sono accorto anche io. Ci sono gommapiume ripiene di cadaveri di bestie esangui e sofferte, che mai conobbero libertà, che hanno retrogusto pungente e rancido, con salse e bibite antigravitazionali, di melasse e glucosi. Sapori che palati prelogici ambiscono collocare al rango di cene, accompagnandoli – se gli riesce almeno quello – a certe letture che, appunto, sanno di rancido, di zucchero di carie, stuccano. A me queste cose – nessun pregiudizio nei confronti di chi ne fa uso massiccio, per carità, che sono per il vivi e lascia vivere -, che spesso si accompagnano mirabilmente a talune musiche elementari, mi fanno aumentare, ora la glicemia, ora il colesterolo, sia solo che ne legga la quarta di copertina, sia solo che ne ammiri la presentazione a piatto. Dunque, evitandole con cura, soprassiedo nel darvene giudizi sommari, pur ammettendo che potrei non esserne all’altezza, giacché della loro esplorazione mi sono privato a lungo, né ritengo di sottopormi a radicali ripensamenti. Vi sono invece certe cene che non si dimenticano, quel dentice, quasi nature, innaffiato con un bianco che fluisce pacato e non interferisce col gusto, lo esalta piuttosto, come una lente d’ingrandimento ne illustra i dettagli e ne evita l’affastellarsi in una moltitudine confusa di sensazioni indistinte. Rimane nella memoria, non accenna ad abbandonare la sua essenza di ricordo felice, semmai si dispone con sapiente lentezza, senza sgomitare, diacronicamente accanto ad altre esperienze, pur mantenendo posizioni privilegiate. E ivi echeggia certe arie mozartiane, un Ravel da orchestre dirette dagli dei. Vi sono, lì nei pressi, certi saraghi del Mar d’Africa, attesi senza fatica all’amo per ore, e che abboccano mentre l’alba si esercita in cromatismi spiazzanti; cornici di pomodori colti negli orti dell’Olimpo, con lo sfondo lontano della fiammeggiante irrequietezza della tomba di Empedocle, e ancora chicchi di melograna giunti direttamente dalla terra dei Lotofagi. Se consumati poi invogliano le palpebre al sonno lieve, ed alla veglia spingono senza indugi verso letture lente, complesse, articolate, sofferte, che però ci fluiscono per sempre dentro, in forma di una ruga in più, un guizzo comportamentale, un’attitudine… Distinguo su ripiani facili da raggiungere le coste importanti di certe cose di Sciascia, Vittorini, Sartre, D’Arrigo, Virginia Woolf… Tutta roba che, quando se ne parla, riecheggia come tappa fondamentale della nostra esperienza formativa, ed un piatto assume consistenza letteraria, almeno quanto un libro fondamentale lascia al palato quel gusto permanente che deriva da ingredienti esiziali per cuochi abilissimi nell’amalgamare le parole. Eppure, accanto a ciò, c’è anche dell’altro… E se “L’uomo senza qualità” invoglia alla liturgia d’una Sacher, almeno quanto “Il garofano rosso” spinge verso il rito di un budino di mandorle, così certi banchi di frutti di mare, pomodori secchi, olive farcite e peperoncini diabolici, immersi in un Suk di colori e profumi, offrendoci l’opportunità di consumi rapidi ed estemporanei, accelerano il desiderio di tornare a sfogliare libercoli leggeri, che sembrano scivolare via come va giù un mitilo al limone, o un tocco di pepato fresco. Certo, v’è forse un po’ di pudore nell’ammettere che quelle letture d’un paio d’ore, street reading consumato sulla panchina d’un parco, a sedere su un muraglione dirimpetto al mare, o sotto un albero di ulivo saraceno, pure distratti dalla risacca o dagli uccelli (e non solo dal loro canto), possano averci formato gusto e memoria; ma che bellezza “Tre uomini in barca (per non parlare del cane)”, “l’uomo invaso”, “Ricette immorali”. Che meraviglia – di tanto in tanto, e senza esagerare – far finta di essere sani!

L’invasione

Non è che le restrizioni a me mi siano pesate tutto sto granché. Certo, le mie bettole scalcagnate mi sono mancate. Pure le puntatine a mare. Ma sono persona di costumi parchi, che s’accontenta. Adesso s’avvicina un’estate di libertà suadenti, con gli esami – che non finiscono mai -, mi lascio alle spalle il peggio, mi concedo certi privilegi. Ma questa che ciclicamente s’affaccia è per me anche stagione di dialettiche serrate, frutto di antiche disfide. Ma che ultimamente sembrano risolte. Io e il mio ginocchio sinistro, infatti, abbiamo raggiunto un equilibrio. Cioè, conversiamo amabilmente: io gli comunico cosa mi piacerebbe fare e lui ne prende atto, anche se però fa di testa sua. Mi piace questa sua capacità di ragionare con la sua testa, ancorché, talvolta, sembra farlo in modo che a taluni parrebbe animato da volontà sperequative nei miei confronti. Inizialmente gliene facevo una colpa, lo rimproveravo, gli rinfacciavo la ossequiosa obbedienza del suo gemello, quello di destra, intendo. Poi ho cominciato ad apprezzarne l’autonomia decisionale, l’imperturbabilità rispetto ai diktat definitivi ed assoluti, quella certa insofferenza per le gerarchie. In estate le nostre conversazioni si fanno più serrate, talvolta appaiono come delle vere e proprie disfide. Ora, mi pare evidente che io dipendo da lui almeno quanto lui dipenda da me, e il nostro è un rapporto orizzontale, credo ci sia rispetto reciproco. La mattina, quando sono laggiù, mi alzo presto, mi piace raggiungere il promontorio d’ora piccola, quando le masse ancora smaltiscono le bisbocce della sera prima.

Quindi, prima di avviarmi sull’arenile, concordiamo una linea di condotta. Io lo interrogo sulle sue volontà della mattina, in particolare gli chiedo se gli andrebbe il piccolo trotto sulla spiaggia, oppure il passo svelto, quello che fa bene al colesterolo – cerco di blandirlo dicendogli “siamo parte di un tutto, ne avresti giovamento anche tu” -, oppure la passeggiata meditativa. So che qualunque sarà la scelta lui agirà in modo estemporaneo, deciderà sul momento se cedere di schianto, oppure bloccarsi, gonfiarsi come un prosciutto, o scricchiolare con raccapriccio, nell’atto di volermi comunicare rumorosamente il proprio dissenso. Di recente non obietta, credo abbia gradito certe pasticche comprate in erboristeria che lo rianimano, lo fanno sentire più appagato e considerato, non più una minoranza sfruttata e relegata in un angolo, laggiù in basso. Certo, obietto io, va bene non consentire la corsettina, ma anche tu, che vizi borghesi: pasticche, ciascuna delle quali costa quanto un caffè espresso. Ed a proposito di caffè, è di questo che si tratta. Insomma, l’arrivo al promontorio prelude, a prescindere dall’accordo col mio ginocchio, alla sgambata in tenuta da Orzowey sino al borgo. Tre chilometri esatti da percorrere sull’arenile deserto, poi lì caffettino al chioschetto, quindi il ritorno, gli stessi tre a ritroso. Giunti in prossimità del promontorio nuotatina, sigarettina (l’abuso di diminutivi, è frutto di un certo meridionalismo che mi è rimasto appiccicato addosso, ed ora non riesco a sbarazzarmene, di questo mi scuso), poi a casa, prima che il sole divenga cattivo e che, soprattutto, le masse rumorose, con i loro ombrelloni branditi a mo’ di Durlindane, i tamburelli schioccanti, i palloni sgonfi, solletichino certe mie mai del tutto sopite agorafobie. Sul finire della scorsa estate, però, durante la sgambata, succede una cosa strana: a guardare la TV quella spiaggia dovrebbe essere invasa da torme di selvaggi inferociti con l’osso al naso e la sveglia al collo e che preparano pentoloni per bollire l’uomo bianco. Ed invece, altro che migranti, l’invasione c’è, ma di extraterrestri. Ve l’ho detto, io sgambetto sull’arenile come Tarzan, in costume da bagno e piedi scalzi, non mi formalizzo, sono un uomo rozzo, la spiaggia dal mio punto di vista limitato serve a questo, tanto più che è libera. Quelli, invece, si capisce che non sono di questo mondo, che sono creature d’altri pianeti, giacché sono abbigliate in modo diverso: si, all’apparenza sembrano come noi, come noi da molto giovani, ma poi indossano tutine attillatissime, mi dicono traspiranti, aerodinamiche, per fendere l’aria mentre corrono, penso, o per difendersi dai germi aggressivi del nostro pianeta. E poi hanno fili che li avvolgono dappertutto: fili che vengono fuori da fasce ai polpacci, ai polsi, alla cinta, al collo, alle caviglie e poi orecchie tappate con cuffie ed auricolari (credo dipenda dal fatto che nel loro pianeta il rumore della risacca sia considerato un po’ come da noi certa musica e, giustamente, se ne isolano), occhiali iridescenti, forse i resti di uno scafandro da astronauta, scarpe con sospensioni ed ABS. Io mi sento a disagio, e quando leggo nei loro occhi l’espressione di disgusto nel vedermi al trotto conciato in quel modo primitivo, mi inibisco e rallento (pratica in cui sono un esperto). Non vorrei dare dei terrestri un’immagine di generica trascuratezza. Ma che ci sarà collegato a tutti quei fili, gli strumenti con cui comunicano con l’astronave? O forse hanno paura di perdersi in spiaggia e si portano dietro un navigatore astrale? Il punto è che la spiaggia ne era piena. Ora, in attesa dell’arenile prossimo venturo, profittando dalla parziale libertà concessami dal nuovo colore regionale, la mia passeggiatina me la faccio sulla ciclabile accanto al fiume. E altri ne vedo, pari a quegli altri dell’estate. E allora, delle due l’una, o hanno completato l’invasione, e quelli della mia specie, i terrestri, intendo, se li sono portati sul loro pianeta per il ripopolamento di certe foreste spaziali, oppure… oppure, non me ne sono accorto e l‘extraterrestre sono io. E vabbè, come faccio a capire certe cose, sono cose d’altri mondi.

Peccatori scortesi

Ero a lungo rimasto sospeso tra il concedermi il sonno della notte e lo struggermi del rivoltolarmi tra lenzuola madide di sudore, nell’attesa del verdetto, poiché, se la prima ipotesi m’appartiene d’istinto, m’appariva altresì squallida manifestazione di qualunquismo esasperato, d’ignavia, financo d’accidia, non aderire alla seconda. Poi, per fortuna, la notizia è giunta in tutta la sua inesorabile magnificenza: il PIL cresce, l’Italia riparte, la produzione industriale s’accuccia sotto vele spiegate, come manco in precovid. Dunque, potrò dormire il sonno dei giusti, senza turbamenti, nemmeno sensi di colpa. Almeno così speravo. Invece no, non va tutto liscio, che c’è gente malvagia che s’aggira come spettro, gente senza comprensione per la collettività cui ogni cittadino onesto dovrebbe dare il suo indefesso contributo. Gente sciatta, che rema contro, curante solo del proprio interesse piccolo piccolo, non di quello del paese. La percezione di queste presenze l’avevo da tempo, pure se me ne mancava il coraggio di parlarne con qualcuno.

Ma ora, avendoli visti all’opera, l’evidenza mi sopraffà, ce ne sono prove dell’esistenza che convincerebbero un cieco. Di più, mi monta, a sommo del petto, quel senso d’angustia che m’impone d’interrogarmi, che forse di quegli spiriti inesausti pure io faccio parte. Ebbi le prime avvisaglie dell’infausta appartenenza a quella vil schiera allorché la zia Agata, dopo aver sfiorato il secolo di saggia permanenza in terra, non tirò il calzino citandomi all’uopo nel suo testamento. Orbene, poiché se non v’è dubbio che la madre patria pretende dai suoi devoti sudditi comportamenti adeguati, che la famiglia, fondamentale istituzione costitutiva del nostro beneamato Paese, s’aspetta altrettanto per il futuro florido delle nuove generazioni, forse anche il Padreterno parrebbe desiderare di non essere deluso. E, proprio nell’evidenza di quest’ultima ma non ultima richiesta, la zia mi lasciò in eredità una lussuosa edizione della Bibbia del Dorè, ed un rosario finemente istoriato, conquistato in qualche santo pellegrinaggio al luogo d’una qualche apparizione. E io, nel rispetto di tali volontà, misi gli oggetti sul comodino affinché si esprimessero liberandomi della mia insana possessione. Per fortuna si tratta di possessione pro tempore, poiché i tempi del lavoro non mi consentono d’esprimerla compiutamente oltre le ferie comandate. Ma ora che le stesse si avvicinano, ancora avvolto nei miei turbamenti, mi sveglio di soprassalto, pure maleficamente sorridente, per il possibile espletarsi prossimo venturo di certi insani comportamenti. Ovvio che ai miei cugini, che di tali invasioni demoniache non soffrono, sono toccati solo vasti possedimenti immobiliari e cospicue liquidità, che, per ius sanguinis, ricevettero – loro – dalla santa zia. Ebbene, per essere concreto, io m’affaccio al mondo con desideri insani, di cui non riesco a liberarmi, pur consapevole del danno che rischio di fare al paese. Almeno non riesco ad essere sereno in ciò, come certuni che osservo. Questi tali, sdegnosi del bene comune, se ne vanno spesso a piedi o in bicicletta, e fermandosi a respirare l’aria buona dei campi, avidamente s’accaparrano erbette e aromi, dal cappero alla borragine, dall’ortica alla ruchetta. Poi, non sazi, indugiano al sole sino al contadino, per contrattare ora un uovo fresco con cui far frittatine dell’erbette, ora una forma di cacio cavallo. Di più, taluni, il cui tasso di perversione non è commensurabile con altre fecce d’umanità depravata, si vedono lanciare lenze ed ami da qualche moletto sperduto, senza nemmeno il pudore d’occultarsi allo sguardo della gente per bene, quando tirano su la lampuga di tre chili e duecento che si dimena nell’ultima contorsione prima della teglia, per l’incontro col letto di patate, pure quelle – vigliacchi e fedigrafi – ottenute da complici agresti. Così, all’aria pura e nutrendosi di cibi orribilmente non edulcorati, vivono sani per se stessi, incuranti delle terribili ripercussioni del loro agire. Ed io m’affliggo dell’anelare da peccatore alle stesse tremende pulsioni, sperando che il Rosario della zia Agata, prima o poi, faccia il suo effetto redentivo. Per fortuna – e di ciò mi rallegro – gli altri, i cittadini per bene, quelli con la C maiuscola, tengono alti gli ideali della Patria, decisamente disdegnando certe pratiche riprovevoli. Quelli mi rincuorano perché ogni loro azione ha a cuore il PIL, la sua crescita, il suo levarsi al cielo per grazia ricevuta. Loro, incuranti del proprio benessere personale, ma animati da nobili ideali, s’affollano a consumare in certi locali a doppia w rovesciata, ogni genere di concentrato di grassi più o meno animali, alimentando l’occupazione con il proliferare di dietisti, cardiologi, centri estetici, spingendo, frementi ed orgogliosi della propria patria appartenenza, macchinari a reazione nelle palestre, indossando cardiofrequenzimetri, radioline ambulanti, telefonini d’ultima generazione (loro si, non i primi, mantengono vivo il mercato). Ma giammai si ridurrebbero nell’oscena pratica di attività fisiche soft ed all’aria aperta, poiché, acquistando giganteschi monoliti a quattro ruote in luccicanti nere corazze, alimentano il mercato dell’auto, pure delle finanziarie e delle banche, poiché il loro mero interesse è la crescita del PIL, il bene della nazione, perseguito sopprimendo, orgogliosamente indentitari, giammai barbari, le proprie pulsioni primordiali. Chissà se un giorno riuscirò finalmente anch’io, come loro, a dare il mio contributo alla patria.

Recinti e paletti

Io due o tre paletti per i miei sistemi di relazione li metto. Mica me ne sto a tirar su muraglie alte e fitte, che un po’ di ecumenismo m’è rimasto. Nemmeno mi faccio o Savonarola o Torquemada, a seconda dei casi, mettendomi a fissare limiti comportamentali ai prossimi più prossimi. Un recintino alto il giusto, che da lì non si passa, ma basta avere le chiavi e c’entri facile, appunto, schivando quei due o tre paletti che misi all’uopo. Certo, se ti piace far cagnara, urlare e sbraitare, parlare di mala maniera, lì non c’entri. Se ti sollazzi di bum bum, di cucine molecolari, se sei astemio per convincimento ideologico, non è che ti tratto male, ma te ne fai una ragione a star dall’altra parte del labile confine. Se sei uno che si mette a saccheggiarti casa, dipende, se sei Fra Dulcino, ti dico dove ho messo i preziosi (questa mi viene facile che di preziosi non ne ho, se non taluni da frigorifero), per il resto portati pure quello che ti pare, foss’anche solo virtuale, che alle cose m’affeziono poco, e anche con le idee ho rapporti conflittuali. Ma se sei entrato a casa mia sei pure ben consapevole di quello che ci trovi, se no cosa ci sei venuto a fare?

Posto questo, il recintuccio, con tanto di paletti agli angoli, mi si è sempre mostrato trasparente, e di là di quell’invisibile barriera, talora, pure solo di sgambescio, qualcuno ti s’avvicina, per un istante o due, che più di tanto non gli è concesso, né credo vi ponga interesse particolare a starsene in quella specie di ghetto. È cosa che capita a chi vive sotto questo cielo, però, che non può negarsi l’affratellamento collettivo, non dico con tutte le 7 miliardi e più di creature umane che ci vivono, ma con una parte pur esigua di esse. Capita, dunque, che poi li leggi sul giornale, che hanno rubato a sette ganasce, che si sono spartiti posti e prebende, frodato e truffato, per carità, fino a prova contraria. E ti fa più specie quando la notizia riguarda proprio l’immediato d’intorno del confine coi paletti. Che rubare, l’ho detto, non è cosa gradita, ma anche lì dipende. Che poi, di primo acchito, mi verrebbe pure di fare i nomi, financo i cognomi, che tanto li hanno fatti pure i TG, con tanto di fototessera che pareva scattata da Lombroso in persona. Ma se li facessi punterei l’occhio sul caso, non sul fatto che del caso è assai più diffuso. Ch’è quello, il fatto intendo, la malattia. Che non si cura solo col carcere degli scemi del villaggio globale che sono incappati nelle tenaglie strette della giustizia (che ci vadano, senza passare dal via, si spera). Ma con una bella quantità di sedute psichiatriche collettive che spieghi al resto non ancora beccato – ed ho ragione di credere che sia resto assai cospicuo – che quella di passare pezzi consistenti della propria miserabile esistenza a cercare di capire come fregare il prossimo tuo (e non come te stesso) è malattia, che pure è patologia anelare il potere assoluto, che anche si fa sindrome grave il sottrarsi a starsene quieti, che ne so, a godersi una pensioncina bevendo un bicchiere con gli amici al bar, che ti fa anche buon sangue e non ti viene l’ansia d’accumulazione compulsiva di dobloni e poteri. Che se poi te ne stai buono e tranquillo, mi sa pure che non t’angosci, anche se, capisco benissimo, che se ti sei strafogato qualche milione fregando e frodando, il tutto di tutti, non t’avvedi di certo che non ti sei rubacchiato la collanina nuova di madama la marchesa, o il rolexino di mister Pippone, ma ti sei rubato l’equivalente d’una partita di chemioterapici, il buono mensa per qualche bambino della materna, la pulizia del parco giochi… E lo so che tu non te ne rendi conto, che la cosa il sonno non te lo toglie, che sei un tossico e pure dipendente, ma allora fatti curare, ma da uno bravo, se nel frattempo non gli hanno chiuso il reparto per mancanza di fondi, che quelli se li sono intascati i fenomeni come te.

Goal!

Non mi piace lo sport, me ne sono tenuto alla larga per parecchio tempo. È contro la mia religione. Un po’ di pallavolo, da ragazzo. Poi smisi. Troppo affanno ed effetti collaterali. Mi piacevano certi boxeur, Ray Sugar Leonard tra tutti. Mi pareva fossero personaggi letterari, con le loro storie di emancipazione, gli incontri leggendari. Pure Alì, invero. M’ero pure messo, su quella scia, ad incrociare guantoni. Ma non durò molto nemmeno quello. Trovavo assai disdicevole che, mentre io prestavo il mio setto nasale ad improvvide deviazioni, gli altri non facessero altrettanto, si scostavano. Col mio compagno di banco delle medie, sportivissimo autentico e convenzionale, non eravamo ben assortiti: lui un metro ed una spanna, con la faccia angelica ed i riccioli d’oro, ma ben piazzato; io spilungo e sottile come un giunco, levantino ed arabeggiante. A dispetto dell’aspetto, era uno spietato killer d’area di rigore, e mi convinse a farmi la partitella della domenica, su una specie di campo di patate alle cui estremità erano piazzate due porte senza rete, che ad ogni incrocio dei pali era rissa per l’opposta valutazione se la palla fosse passata sotto o all’esterno. Dismisi rapidamente che il dopo partita era sempre doloroso e tornavo a casa che, ancora più che per incontro di box, parevo una carta geografica. Al di là del fatto che, per spirito critico innato, m’ero rapidamente avveduto che non c’era storia per me sul campo da calcio. Mio padre, tifoso con cautela della Juventus (in Sicilia si nasce cattolici e juventini, a prescindere), mi portò a vedere una partita di serie A ch’ero bambino. Conosceva questo tale vicepresidente o qualcosa del genere d’una delle due squadre. Per i 90 minuti canonici, quei ventidue in mutande inseguirono confusamente il pallone, mirando più alle caviglie degli avversari che a quello. Per il resto ebbi la sensazione che, fossi sceso in campo, avrei potuto segnare anch’io un paio di gol. Il mio compagno di banco avrebbe fatto una goleada. Seppi che alla fine di quel meritatissimo doppio zero, un po’ dei protagonisti lasciarono il campo sui cellulari della polizia, tradotti in particolari ritiri per un calcio scommesse. La religione di stato (l’oppio dei popoli), dunque, non m’ha mai entusiasmato. Qualche cauta riscoperta, cenno di svago, roba da paesaggi immensi e orizzonti di fascino polveroso di Patagonia, m’è venuto dal calcio dei racconti di Osvaldo Soriano, di Manuel Vasquez Montalban e Eduardo Galeano, ma non sono mai andato oltre. Eppure, in certe occasioni, ridivento tifoso, dell’evento più che della squadra. M’è parso che ci sia, da qui a breve, una qualche kermesse d’un certo interesse, che vedo TV megalitici sparire dagli scaffali dei supermercati, con rapidità maggiore di quanto non vada via il pane fresco. L’evidenza l’ho avuta nella consultazione delle pagine d’un quotidiano. Ed io, ripeto, adoro questi eventi. Quando scatta l’ora x, le genti italiche, rispolverando sepolti amor patrii, s’affastellano nei salotti, sui divani monta smonta svedesi, dinnanzi a pareti a led made in China o Japan, con birre ed hot dog, tutti chiari riferimenti all’identità nazionale, da difendere e preservare contro l’invasione dello straniero, e per ridare alle ugole capacità espressive primigenie. Ed è questo che mi piace, che le vie dei borghi, di paesi e città, pur tra qualche lontano vagito d’un nascituro rigore, d’improvviso si svuotano del consueto, e per un paio d’ore, m’appartengono in esclusiva suadenti silenzi, musei d’ombre, dentro cui perdersi, sublimarsi. Questo a me piace di constatare, il lockdown autoinflitto, ed il campo libero della riappropriazione per chi non ha tema di lesa maestà.

La fatica di essere uguali

Non è che uno sceglie di essere minoranza, semmai anela il contrario. Ci credo poco – ma ne ammetto pure l’esistenza – che c’è un taluno che sceglie di essere sempre e comunque minoranza. È cosa degli uomini affratellarsi con milioni di altre creature, pure lontane e diverse. Ma l’evidenza dell’essere minoranza mi sopraffà sinché sono stato investito dall’età della ragione, cosa peraltro non richiesta. Che poi essere nell’età della ragione non per questo impone d’avere “ragione”. Si può dissimulare il proprio torto, nel profilo basso del parziale fraintendimento, nella diplomatica accettazione del volere altrui, nel mugugno a bassi decibel. Ma sempre dentro la riserva indiana, poi, ci si ritrova, senza se e senza ma, spesso con un solito irrisolto perché. C’è che uno non se lo sceglie da che parte stare, mi sono persuaso che gli tocca. Si può cambiare il corso degli eventi, ammettere che esiste il libero arbitrio, comunque ci si porta dietro – del predestinato – la propria ineluttabile condizione esistenziale. Almeno penso, che non ne sono manco così sicuro, pasciuto nel dubbio, forse nel sonno della stessa ragione. Così, predestinato, per origini e censo, a rapinare le vecchiette davanti alla posta, mai m’avvidi di come ciò possa non essere successo, spiattellato a fare un profino qualsiasi, financo a godermi certe smanie piccolo borghesi, talora pure a montare librerie Ikea. Però ho passato tutta la vita nel desiderio d’omologazione maggioritaria, d’adesione agli immaginari collettivi, che sono convinto che ti toglie pensieri, il contrario t’arrovella. E ciò m’è accaduto in ogni frangente che vissi, cosa di cui non vi terrò edotti né nel dettaglio, nemmeno nelle sue linee generali, poiché è cosa di poco conto. Il punto è che, seppure t’asciuga i criticismi, dunque ti solleva di certi gravami d’insonnia, l’essere maggioranza non è a costo zero, richiede tributi che taluni pagano con nonchalance, per altri è compito delicato, che impone fatiche e ti induce a scegliere di quali fatiche puoi fare a meno, quali altre sei in grado di sopportare. A me, lo dico francamente, dell’essere maggioranza mi preoccupa l’essere rapido e preciso. Eppure ci avevo sperato, come montagna inamovibile, in attesa del profeta, che la triste reclusione dei distanziamenti sociali, potesse stravolgere il senso delle cose, stralciare paradigmi, ridurre davvero le distanze. Invece!

È dai tempi della scuola, da quando la frequentavo dall’altra parte della barricata, intendo, che mi sento ripetere, se non esplicitamente almeno nelle indicazioni generali, che occorre essere rapidi, puntuali, efficienti, efficaci. Poi l’università, il lavoro, la musica non cambia, inno imperituro, richiamo costante alla mitica perfezione dell’agire, del produrre. Bisogna apparire decisi, vincenti, volitivi, esprimersi in modo sintetico ed esaustivo, non indugiare, accelerare, non tergiversare, perfezionarsi sino all’eccellenza, dimostrare volontà ferree, strategie definitive, risultare impeccabili, al di sopra d’ogni sospetto di lassismo, rinnegare il dubbio, compiacersi delle proprie granitiche certezze. Eleganti, ma senza pacchianerie – questo, invero, anche alla maggioranza, non è che proprio… -, in forma scultorea, frequentare i luoghi giusti, le giuste compagnie. Bisogna essere rapidi, dunque fast food, apericene, musiche con ritmi definiti, bum bum senza sorprese, rime baciate, brevi, che si ricordino, niente dissonanze e asimmetrie; il jazz è morto, l’improvvisazione sepolta. E io, se mi guardo intorno, se mi affaccio dai miei anni con lo sguardo indietro, la storia che vedo è un’altra. Quanti progetti, quante cose iniziate e lasciate lì, in attesa di chissà cosa. Quante incompiute, quante risoluzioni fallite, quante approssimazioni. Non ho mai avuto una visione circolare del tempo come gli orientali, mi sono crogiolato di memorie, facendo in modo che il futuro si muova con “lentezza” sino a toccarsi col presente, ed insieme aspettino il passato per un tamponamento a catena che li faccia coincidere in un unico punto temporale indefinito ed infinito. Poi, col tempo, continuerò ad esplorare lo “spazio breve che suggerisce l’infinito” (Jean Grenier), e sceglierò in un viaggio sghangherato la mia “Itaca, la terra fedele, il pensiero audace e frugale, l’azione lucida, la generosità dell’uomo che sa” (Albert Camus). Perché quante approssimazioni, per fortuna, possono restituirci almeno uno scorcio di quella bellezza infinita che è nella nostra irredimibile natura umana di creature lente, di strateghi della lentezza, in competizione con le più ostinate lumache nel contemplare i dettagli più insignificanti di questa terra, per cogliervi dentro la suadente poesia. Di converso, quante brucianti accelerazioni, pragmatismi risolutivi, decisionismi improcrastinabili, precisioni burocratiche, successi epocali, ci hanno lasciato l’eredità d’un condono edilizio…!

Punto – forse – a capo (e fortunato chi non ha capito, parte seconda)

Che i convincimenti ti si cuciono addosso, s’attaccano alla pelle, ti fanno vestito di festa e pure abito da lavoro e non te ne privi più, manco la notte, che s’immaginano pigiami felpati, di lana grezza e mutandoni, o sottane di trini e merletti, che poi la giovane ragazza s’attrezza a fare la cosa più normale, nella sua divisa d’ordinanza, e concede l’abbraccio fraterno, pregno della pietas che si compete al genere umano quando s’ignuda d’ogni altro orpello vestibile, e s’adombra il cielo e l’uniforme stentorea del mondo si trasforma in epiteto a vociare confuso e orrido, mentre le zampe d’oca, s’ammassano in fila, ossequiose, come dietro il papà Lorenz, o un altro capo che ci pare, purché sia bello ritto, in piedi, a dominare i seguaci che dissimulano passo d’anatra, che manca poco che queste fanno causa alle prime che di palme ai piedi ognuno si tiene le sue, al più c’è da star attenti che mentre si papereggiano tutti, scondizolando e sculettando con scarsa armonia di sensi, non si concedano in amplesso innaturale al cagnolino di secrezioni gastroesofagee che ha smesso di aspettare il campanellino di riflessi condizionati, ed ora s’accinge a soddisfare pulsioni primordiali purché ve ne sia disponibilità, pure tra interspecifici e, avvinghiata la paperella, dà origine alla progenie fortunata e artificiosamente eletta a pura dell’orrifico incrocio che della genia ottusa e involuta, ma pura d’immaginario, dai piedi piatti e salivazioni persistenti, contrattualizzata per bave alla bocca, al suon di sirena, s’attrezza ad esercito di difesa dei confini del mondo virtuale, procacciando pagine di dobloni al re delle facce da libro, solo di costa, che le copertine costano, pure se fai finta di cucirtele addosso anche quelle come vestito della festa, patinate per ogni sgherro e bravo manzoniano, e l’ultimo che s’era abbracciato come spiaggia da naufrago alla deriva, al più si becca il calcio palmato della bestia, ed il morso a zanna, manco bianca che quella se ne sta alla larga da ogni ocone, grosso modo giulivo, e dall’alto del monte s’appresta a riprender fiato dalla vista lunga della fine del mondo, che prima o poi, pure per mettere fine allo sconquasso della specie estinta a sua insaputa, forse conto terzi, finalmente mette un punto.

In pandemie d’Eros e Thanatos (Allonsanfàn parte quinta: Aldo Palazzolo)

Che di santi io non m’intendo, pur se ve ne sono taluni cui rimango fedele, illuminato sulla via di Damasco, ignorandone al contempo il nome di battesimo. Quelli patroni, ad esempio, che mi chiudono, allorché si presentano, la microscuola ch’ora pare incrocio tra altoforno e campo di cotone. Sono quei santi che inducono a conversioni definitive, che financo ti spalancano la Bibbia del Dorè sul comodino, a sostituire la carogna che d’urlo pose fine all’abbraccio di Morfeo ogni sacrosanta mattina che Domineddio manda sulla terra. Quei santi che prefestivano d’ore tarde, di dotte conversazioni col vecchio (nel senso d’invecchiato) Jack, mentre prova l’inutile evasione dall’orlo del bicchiere. Felicemente consapevole della lunghezza della notte prossima ventura, m’annodo i due neuroni funzionanti che mi rimangono per fare accosti improbabili. Me ne sovvengono tra pandemie, che ora di quelle si parla, ed il vecchio Jack (nel senso d’invecchiato, ma prima d’arrivare a me, altrimenti non ne avrebbe avuto il tempo) non s’oppone. Così, quella che c’è incorsa – la pandemia, intendo – me la comparo con quelle di letture antiche e d’età scolare. Insomma, m’è parso incarnarle tutte, per fasi, che cambiando l’ordine degli addendi la somma, stavolta, cambia. Dapprima, tutti felici di starcene in casa, a scorgere i dettagli della natura che s’appropria di spazi inopinatamente sottrattigli, fulgidi di speranze e del tutto andrà bene, a raccontarci storie dai balconi, con la chitarra in mano ad intonare La canzone del sole perché tutto il vicinato patisca le tue stesse pene. M’appariva come scelta d’isolamento boccaccesca, godereccia per le mani in pasta di pizze, speranzosi che certe belle vicine, come nelle canzoni di Brassens, bussino alla tua porta col pretesto di lieviti esausti. Poi subentra la narrazione manzoniana, che prelude all’estate del tutto finito, il virus è morto, cotto al raggio di sole, nell’acqua pazza come pesce, più che dall’acquazzone liberatorio. Così, tutti renzi (tramaglini) e lucie, pronti a soddisfare i nostri più intimi desideri di concupiscenza, come evocato in certe lettere mai corrisposte di San Paolo ai Corinzi. Poi l’angoscia, di narrativa più storica che letteraria, della Spagnola che, cupa statistica di morti e d’economie, t’adombra il futuro di dittature spietate. Insomma, pandemia d’Eros e Thanatos.

E sarà la persistenza di Jack, ma mi viene di parlare d’un amico che quei territori ha battuto d’arte ispirata (le foto me le ha date lui).

Eros e Thanatos in Aldo Palazzolo

Aldo Palazzolo, dalla Siracusa matrigna, è fra i testimoni più importanti del nostro tempo avendo immortalato i più grandi protagonisti del mondo della cultura contemporanea. Personaggi illustri (tra gli altri, Patty Smith, Adonis, Giulio Andreotti, Gesualdo Bufalino, Rudol’f Nureev, Sinopoli, Julian Beck) ma anche dettagli sorprendenti ed inconsueti che racchiudono storie, segreti, interessanti sempre.

Immagini che inquietano profondamente e spesso, quasi sempre anzi, seducono. Nel 1989 il critico Peter Weiermair lo segnala fra i ritrattisti più importanti al mondo allestendo l’esposizione e il catalogo per “Il ritratto nella Fotografia Contemporanea” con artisti come Andy Warhol, Robert Mapplethorpe, Annie Leibovitz, Bruce Weber, Mary Ellen Mark, Cleg & Guttman, Lynn Davis, Thomas Ruff. Ha esposto in manifestazioni di prestigio internazionale: da Arles, dov’è presente nel 1992 con una grande personale, alla Biennale di Venezia, ai festival di fotografia di Amsterdam, Liegi, Montpellier etc. Dal ’90 in poi vira verso una ricerca personalissima che lega l’elaborazione della foto alla riflessione sulla luce e sull’alchimia e che denomina “Liquid Light”. È stato fotografo di scena nel film “Il Garofano Rosso” ed ha curato le scenografie degli spettacoli “Change de Peu” a Geneve e “Le vecchie e il mare”, dal testo del poeta greco Jannis Rytsos, a Catania e Genova. Autore dei video-ritratti dedicati a Manlio Sgalambro, filosofo catanese, ed Enzo Sellerio, fotografo e fondatore dell’omonima casa editrice palermitana.

Difficile parlare della sua opera completa, troppo vasta, ricca delle suggestioni di esplorazioni vertiginose, delle magie delle camere oscure, scarse propensioni per i pixel.

Val la pena soffermarvisi a spizzichi e bocconi, per esempio con la sua ricerca su Eros e Thanatos.

In principio fu l’Eros (La Genesi)

Se v’è poco dubbio che tutto ebbe inizio dall’Eros, qualsiasi ripopolamento naturale ed umano, la ricerca di questo è divenuta ossessione e non fluida riscoperta dell’essenza stessa dei viventi – ivi compreso il genere umano -, gesto semplice e naturale. Al contrario, l’Eros, o viene definitivamente derubricato a pratica immorale, lì dove è stata la fonte cui si sono abbeverati poeti ed artisti d’ogni epoca e luogo, oppure sostituita dall’esasperazione del motto assai poco aulico del “persi per persi meglio perversi”, in definitiva, surrogandone il ruolo di riscoperta minimalista della sua essenza primordiale ed istintiva, delicata poesia di sensi, ad una kermesse di sovrastrutture, tacchi a spillo compresi. Nelle sue immagini della serie dei marmi, Aldo Palazzolo, invece, si rivolge nuovamente ad un Eros genetico, a quell’essenza perduta e sepolta dalla mondanità corrotta delle sovrastrutture, lo ritrova nella semplice e vertiginosa nudità delle forme. Continua, dunque, in una sorta di staffetta ideale, l’opera di recupero della materia primordiale, della forma nascosta, in parte già denudata degli eccessi materici di cave pregiate, da grandi estrattori di poesia umana dai blocchi di marmo.

Palazzolo, come è aduso fare, non scatta per scattare, non ha tempo da sottrarre alle pigrizie del Sud, va giustappunto all’essenza, interrogando i marmi circa il pensiero di quei creatori che li hanno liberati, secondo modalità e prassi michelangiolesche, dall’involucro di materia morta, restituendoli alla vita, ed in questo compie ed esalta nel contempo il gesto erotico definitivo e vertiginoso che solo può essere nella scoperta. Interrogando i marmi, con l’occhio “obiettivo” del ricercatore, deduce, e forse scopre al di là d’ogni ragionevole dubbio, il nucleo fondante del pensiero antico che ha generato quella vita di pietra. Una vita che, oltre il pensiero della forma minimale da cui si è generata, viene poi occultata da sovrastrutture, appunto, come certi vini del sud, serviti allungati con la gazzosa perché troppo difficili da buttar giù per corpo ed eccessiva adesione organolettica a terre aspre. Palazzolo dunque “denuda” il dettaglio primigenio, individua in quello il nucleo generatore dell’opera, lo libera da ciò che non serve del tutto d’intorno cui fu imprigionato dal “benpensantismo” che ad ogni epoca il – per definizione – declinante impero impone alle donne ed agli uomini, perché non riscoprano in sé, nella propria viva carne, ciò solo di cui hanno veramente bisogno. Poi ce lo rende, in forme inequivocabili, annullando distanze temporali ed aggiungendo il vuoto d’intorno che non crea equivoci, che proietta in una dimensione immaginifica e sorprendentemente condivisa chi si trova al cospetto di quell’immagine.

Thanatos, ovvero de profundis per l’altro – presunto – inizio.

È nel gesto intriso di pietas della Veronica a ricoprire il corpo martoriato del Cristo che si cela il primo scatto fotografico, il primo sviluppo. Nella concretizzazione di quel sogno d’una immortalità donata nell’imprimersi d’un volto, d’una immagine che prende vita nella camera oscura del tempo, in fin dei conti v’è tutta la tecnica più evoluta, oltre la volontà del gesto; altro che megapixel e photoshop, è invece un atto istintivo che procrastina la narrazione del ritratto all’infinito, come in un click, il click definitivo. Ma il desiderio profondo di sopravvivere a se stessi, prolungando il proprio corpo al di là d’ogni ragionevole barriera temporale, è anche altro, appartiene agli uomini d’ogni epoca, non nasce per caso e conto terzi; la volontà di esorcizzare la caducità d’una esistenza in forme biochimiche sostituendola con l’essenza della pietrificazione che, scarnificando il bio, salva l’immagine e con essa la volontà d’aggrapparvisi in eterno, è cosa da pazzi, ma anche assai diffusa, dai faraoni a Faust, dai corredi funebri a Dorian Gray. “Che fine ha fatto Baby Jane?” è invece roba da giorni nostri, da maquillagé dovuti e ricercati, perché si nasconda la cosa più vera che ci appartiene e che, in definitiva, è che ci apparteniamo per poco più di uno sbadiglio. Palazzolo, che nemmeno nei più audaci voli pindalici riesce a rassomigliare alla Veronica, quando scende nella cripta dei Cappuccini di Savoca, comunque fa quella semplice operazione di chiudere il cerchio, illustra l’illustrazione, amplifica e mette il Re Nudo, denuncia la pazzia di conquista dell’eterno, mostrandoci il volto tumefatto e scarnificato del tentativo fallito.

Chiude il cerchio, in un giro ampio che dura millenni, dal lenzuolo della Veronica, che voleva in realtà nascondere l’orrore del martirio per preservare la bellezza della memoria, ottenendo però l’opposto paradossale, sino al martirio post-portem, alla tecnica brutale che precede alla tragica consapevolezza della morte dell’immortalità. E la pazzia d’essere eterni è del Re, dell’Imperatore, del capo in quanto tale, il miserabile non vi aspira, prende quel che c’è, non vuole un monumento alla sua sciagura, non vuol diventare un Prometeo incatenato, gode delle pause in cui l’aquila è lontana semmai, e non banchetta con la sua carne viva; s’approfitta di quel che viene, pretende al massimo poco più, serene esistenze ad esempio, anche brevi s’è il caso, altro che vite eterne. Ed è dunque un cerchio chiuso, il tempo dell’immortalità, un cerchio che è la dimensione di ciò che si può spezzare, proprio come quelli incisi sulla sabbia da Archimede, a due passi da dove Palazzolo è nato, ucciso dalla barbarie per essersi distratto in una formula geometrica, per essere rimasto in contemplazione del giro perfetto. Il cerchio chiuso, dunque, la metafora di come le cose degli uomini possano essere mirabilie poetiche, maraviglie ed armonie in forme perfette, frutto esclusivo della ricerca del bello, ma che poi si trasfigurano nel potere e nel possesso, e nella conseguente maledizione di portarseli dietro per sempre, in un’orgia di devastazione e di corruzione che quel cerchio spezza, definitivamente, nel semplice tempo d’un battito di ciglia.

Il senso del possesso che fu pre-alessandrino

M’ero trasferito, e poi mi ci sarei fermato per un paio d’anni, nel paesello a quasi mille metri, per desiderio represso di ruralità e per fuggire alle costipazioni urbane cui non m’ero mai adeguato. Dalla finestra mi vedevo l’infinito, dalle cale greche del Siracusano sino ai promontori di Taormina. Da quella visione mi distoglievano i brontolii cupi della montagna o il lavoro – più angosciante il secondo, che ai primi attribuivo qualche forma di apprensiva naturalezza. Più in basso, nella piazza centrale, il bar sfornava certe sfogliatelle di ricotta bollente da esigere palati asfaltati. All’altro bar, ancora più in basso ma assai più blasonato, nel paese accanto, ci andavo dopo certe cene sulla costa, per un distillato la cui gradazione alcolica sconsigliava s’accendessero sigarette nel raggio di centro metri. In entrambi, le paste di nocciola e pistacchio deponevano per l’esistenza di Dio. Battiato stava lì nei pressi, e lo incontravo in un bar o nell’altro, non spessissimo, ma capitava. Al massimo era un buongiorno o buonasera, poiché di rapporti non ne avevamo, che da una parte lui era particolarmente schivo, dall’altra io poco entusiasta di così ardite frequentazioni. Non so se mi ricollegasse – ma non credo, nemmeno, penso, ci abbia perso qualche notte di sonno – a quello che aveva definito, in un articoletto d’anni prima, il suo Clic una specie di Tubular Bells minimalista e in paté di melanzane, o derubricato Patriots Arms a tormentone estivo. Non m’ha mai preso Battiato. Per me che anelo allo scatto improvviso ed imprevisto del Jazz, quella mi pareva fuffa. Il connubio con Sgalambro mi sembrò coronare quella sensazione di melassa che mi trasmetteva la sua musica, con quell’incedere borbonico, con le citazioni a mosaico; né Sgalambro mi piaceva di sé, anche se potevo riconoscergli un certo guizzo estetico nella sua produzione letteraria, altrettanto lo trovavo urticante nei contenuti da “filosofo non accademico”, come amava definirsi. Entrambi mi parevano invece scolastici, fastidiosi.

Nel tentativo di trovare qualcosa che del nostro m’appassionasse, m’andai pure a vedere il suo primo film (del secondo ho fatto a meno, memore del primo) Perdutoamor. Non ho resistito che un tempo. Poi, visto che se sei artista, così si dice, non puoi che esserlo a tutto tondo, giammai si privò d’essere persino pittore blasonato. Non mi sottrassi (per masochismo, forse) all’esposizione di pittura che, da buon esule d’oriente teneva con lo pseudonimo di Suphan Barzani, e da cui tirò fuori un catalogo a quattro mani con un mostro sacro quale Piero Guccione. C’ero stato invitato e tra folle intense e partecipate che m’hanno resuscitato vecchie agorafobie, prima a gesti, da lontano, poi, fattosi largo come Mosè che attraversa il Mar Rosso, a voce, con fare concitato ed entusiasta, un editore con cui avevo già lavorato mi chiese di scrivere qualcosa su quell’evento imperdibile. Riuscii a guadagnare l’uscita, e poi il famoso bar per il digestivo definitivo al Fuoco dell’Etna, appena in tempo. Quindi, anche se nei rapporti di forza non ero io a scegliere, buongiorno e buonasera al banco del bar, mi bastavano, pure m’avanzavano.

E però, non so perché, ma non passa festivo in cui, durante borghesissime pratiche d’abluzione mattutina, non mi sovvenga alle orecchie, pure dal mio più intimo e con un certo guadagno di svago, un “L’era del cinghiale bianco” o un “I treni di Tozeur”.

La città ideale

Più per angoscia che per celia, m’appartiene la vista lontana della città presa d’assalto, dalle torme dei resilienti – non resistenti – in griffe gratta e vinci. Lo spazio urbano assembrato diventa fantasma della sua crescita indiscriminata, sempre più privato, sempre meno pubblico, sociale, definitivamente distanziato, come nei giochi d’ossimori si compete, tanto più è affollato. Il reale, trasformato in immagine spettacolare, è quinta scenografica d’una rappresentazione farsa, in cui le mura cingono d’assedio gli assedianti, non più le mura di Campanella dov’è la storia della scienza, il progetto educativo condiviso dei destini magici e progressivi dell’uomo. Le mura s’attrezzano a prigioni da cui non s’evade, ma dentro cui ci si rinchiude spontaneamente, sovvertendo l’ordine mentale costituito, quello che cerca l’orizzonte libero e di vertigine dello sguardo dell’animale in gabbia.

Dunque, l’animale in gabbia, alla catena, ha qualcosa di più umano dell’umanità stessa, poiché invoca per sé lo spazio aperto, rifugge dal pericolo mortale dell’assalto all’unisono alla stessa preda. Le immagini degli eloquenti muri della città ideale di Platone, sono ora grate elettrificate e luminescenti, gli orrori della merce che trabocca dalla caricatura d’una cornucopia di svendite morali e materiali. Pure l’effimero, in quanto concetto, sparisce nelle celle delle fiumane umane, diventa superfluo necessario, vocazione definitiva alla barbarie annichilente. Le architetture/prigioni delle periferie commerciali, e di dormitori, pure quelle di centri storici mercatizzati, non sono innocenti oggetti devitalizzati, ma espressione urlante del potere sociale che reclama le sue vittime. E se l’agnello o l’orrendo porco, s’avvedono del loro imminente sacrificio all’altare della tavola imbandita, con lacrima ed urlo straziante, il residuo umano vi s’immola con fanciullesca indifferenza. La progressione verso la forma estrema del mercato, il narcisismo individualista, ha soppiantato persino le oscene gerarchie dei rapporti di produzione convenzionali. Ed il consumo diventa religione di stato, di sovrastato, religione della religione. Solo il lavoro rende liberi in quanto apre la via alla speranza redentiva del consumo, del consumo d’una merce, purché sia, pure solo nella sua percezione virtuale e fuggente. Le città assaltate hanno perso ormai persino quel flebile richiamo al modernismo, financo superato le creazioni monolitiche della dittatura ceauseschiana, le volontà di Marinetti di deviare canali per affogare la vetusta Venezia, o Le Corbusier che anelava l’autostrada che spaccasse in due Parigi. Gli spazi vitali non esistono se non nel sentire, ormai folle, di chi deraglia dalla “normalità” di chi è persona e non gente. La follia è solo di quei pochi che s’avvedono della malattia come dolorosa e furente.

La normalità – contrappeso di massa alla pazzia -, che osannava un tempo Davide e la sua povera pietra per millenni, ora è di giganteschi Golia splendenti d’armature invincibili, il cui unico desiderio è cancellare la memoria della fionda sotto il pesante tallone della propria poderosa ed indiscutibile stazza. Guai ai vinti, soprattutto se s’atteggiano a ultimi, tanto più se proclamano la propria deviazione standard dal numero medio, se s’appigliano, resistenti, alla propria follia premeditata.

Dopo quello per Cola Pesce, non resta che recitare il de profundis pure per Giufà, che s’aggirava per le campagne, e negli occhi aveva la meraviglia per il tutto d’intorno, financo per un piatto di fagioli, con la pentola in testa, che non gli scappasse da quella l’innata sua passione per la follia che l’accomunava agli infiniti colori d’una umanità perduta.

Cola Pesce è morto

Ora, capisco bene che di battaglie navali se ne sono raccontate. Di qualcuna ho memoria. Ma chissà perché non m’è mai capitato d’associare il terreno di battaglia con la disfida a cannonate, o lance in resta, per parlare di cose più antiche. Dev’essere perché sono nato coi piedi a mollo, e non capitava mai un giorno, pure se il fortunale batteva gelido e s’arruffava il pelo a schiuma di sale, che non me ne stessi, anche solo per un minuto, su uno scoglio, un moletto, una rena, a cercare di vedere se l’orizzonte s’era riposizionato. Se tempo m’avanzava, una lenza la lasciavo partire, anche solo per beccare una perca o un pesce cavaliere, spinoso ed avaro di ciccia. Dev’essere che starmene lì, praticamente ad un passo da quella specie d’utero materno sovradimensionato, pure fino alle ginocchia, o talora proprio immerso dentro, mi trasmetteva serenità. Il tutto d’intorno anche faceva altrettanto.

Da bambino prudente, non m’avanzava paura se più su, i seni che parevano carene appena calafatate e tenuti su dalle ringhiere rugginose di levante, nei momenti di pausa da antiche professioni, le signorine più famose del quartiere vigilavano sulla ciurma rumorosa ad affollare la battigia. Me le ricordo una ad una, prima che tutto d’intorno non diventasse un supermercato e il loro pubblico esercizio non desse scandalo. Ce n’era una, ricca di clientela affezionata e routinaria, che si chiamava come la santa cui era dedicata la strada dove teneva bottega. Tanto che mi convinsi, appena seppi leggere l’epigrafe toponomastica, che quella fosse proprio lei, la santa, intendo. Che quando glielo dissi al parroco, quello mi dimostrò una discreta mancanza di capacità astrattive, come si direbbe nelle classi della scuola dell’obbligo di certi alunni un tantino ingessati, mentre mi regalava un tatuaggio delle sue impronte digitali. A me, poi, la carretta di Santino, o la pilotina di Pilu Rais, pure se facevano più scruscio della Lambretta scarburata e smarmittata di mio zio, e facevano scappare le sardine lontano da ami vanagloriosi, l’idea di cannoniere non me l’hanno mai data. Si, è vero pure che a un certo punto, che parevano posate sull’orizzonte, si cominciavano a vedere certe città galleggianti che facevano impressione pure a quella distanza. Anche i racconti del grande sbarco me li prefiguravo, quando i vecchi (allora nemmeno tanto tali) raccontavano che tra cacciatorpediniere e incrociatori, per quant’erano, non si vedeva l’acqua di sotto. E però, niente, che quella cosa azzurra che non finiva mai mi dava sempre quel senso di pace. Pure quando virava al nero, e d’azzurro non c’era traccia, né sopra né manco sotto, che il cielo era così scuro, mentre s’abbassava sull’orizzonte, che faceva finta d’essere un imbuto che s’inghiotte le città intere, con tutti quelli che ci stanno, barche e palazzi compresi. Io lo sapevo che era sfogo che poi passa, che a tutti ci capita d’avere i cinque minuti, e il mare, se uno gli porta rispetto, non ti fa male. Eppure, mentre non faccio più il Cola Pesce – invero, non m’è appartenuto mai tanto di tenere su pesi per troppo tempo -, mi pare così strano che invece c’è gente che si lamenta che quelli t’annegano a frotte, senza manco farsi troppo pudore d’essere donne e bambini, che c’è chi schiera le portaerei perché là non si pesca, che mitragliano il pescherecciuccio, mentre ci sono certe palamitare di chilometri che strascicano ogni scoglio sommerso e manco lasciano un filo di posidonia. Ma si sa che il mondo non è fatto per quelli fatti strani come me, che Cola Pesce è morto, pure malamente.

Riservato ai clienti

Scrivere mi si configura come atto liberatorio, e se talora impone fatica non lo è più di una coda all’ufficio preposto per ritirare il passaporto, il visto per un viaggio di vertigini autentiche. Che il permesso d’andare neppure è certificabile da ottuse burocrazie, quando si muovono dita sulla tastiera o, come si conviene nei momenti di massima ispirazione (direi meglio di pigrizia dirompente) non v’è necessità d’accendere il PC; basta la vecchia agenda nera con le pagine esauste di ghirigori perditempo e la Bic consunta. Pure, se capita che non mi viene niente da scrivere, va da sé che, poiché non sarei tenuto a farlo, possa desistere, senza produrre un etto di danno né a me, tanto meno ad altri. Ma mi basta poco per ritrovare verve, il tempo necessario, un bicchiere di vino e la musica giusta, che ne so, il Mingus che ho messo in fondo. Nemmeno si prospetta l’intervento delle forze dell’ordine precostituito per sciogliere l’adunanza sediziosa ed assembrata degli editori che s’affollano sotto casa mia per irrinunciabili proposte. Mi basta scrivere, poi, espletata la fisiologica pulsione, per me va bene, che sono nessuno (pure con la “n” minuscola), forse neanche esisto davvero. L’opera conclusa è irrilevante, a me interessa la strada che c’è da fare per arrivarci. Il resto è fuffa. Per me, intendo. E v’è un popolo ispirato là fuori, di talaltri nessuni (che nessuno è assai meglio di uno qualunque) che riempiono tele bianche, fanno musica e fotografie, incidono e scolpiscono dando vita a materia di risulta. Ispirazioni che vengono dalle viscere del niente e che in quel niente rimangono solo in apparenza, poiché hanno elevato coscienze. Lì, in quel niente sotterraneo e invisibile, sono convinto, s’annida l’ultima spiaggia di questo mondo. Basta che si riprendano le piazze. Certo che ci sono le piazze virtuali, ma a che servono se non c’è mai lo sguardo nello sguardo, se manca l’elettricità del rapporto? Le piazze di luce, di sole o luna che sia, sono chiuse alle moltitudini che hanno da raccontare una storia, sono circondate dall’orrore delle suburbie occupate dai (super)mercanti. Chiuse alla libera rappresentazione dell’estro, vincolate dalla proprietà privata (direi pure privata di tutto) come un parcheggio riservato ai soli clienti. Chi paga per lo sviluppo dell’estro lo fa solo in cambio del suo epilogo nell’opera finita e che non si ripeta. Viviamo tempi di necrofilia, ci piace il cadavere grondante china scura, giammai accetteremmo la rigenerazione dell’estro creativo, merce inacquistabile ed effimera, antimerce per definizione. Nessuno spazio, dunque, per chi a quello s’accinge, nessun compenso a chi detiene la virtù sublime dell’arte. Solo i lacchè di regime ne hanno diritto, con le loro mediocri autoesaltazioni tvsocial, ricoperti di prebende purché tengano occupato il campo con le loro schifezze, con la maschera di meritorie carriere artistico-letterarie, né infastidiscono i padroni del vapore se vendono i cadaveri putrefatti delle loro merci, sapientemente tutelate dai diritti d’autore.

“Si può affermare senza esagerazione che mai come oggi la nostra civilizzazione è stata minacciata da tanti pericoli. I vandali, usando i loro mezzi barbari, cioè estremamente precari, distrussero la civilizzazione in un settore d’Europa. Oggi, tutta la civilizzazione mondiale, nell’unità del suo destino storico, vacilla sotto la minaccia di forze reazionarie armate con tutta la tecnica moderna. Non alludiamo unicamente alla guerra che si avvicina. Già oggi, in tempi di pace, la situazione della scienza e dell’arte è diventata intollerabile.

In ciò che di individuale conserva nella sua genesi, nelle qualità soggettive che mette in azione per rivelare un fatto che significhi un arricchimento oggettivo, una scoperta filosofica, sociologica, scientifica o artistica, appare come un frutto di un caso prezioso, cioè come una manifestazione più o meno spontanea della necessità. Non bisogna trascurare un simile apporto, sia dal punto di vista della conoscenza generale (che tende all’ampliamento dell’interpretazione del mondo), sia dal punto di vista rivoluzionario (che esige, per giungere alla trasformazione del mondo, si abbia un’idea esatta delle leggi che reggono il suo movimento). In particolare, non è possibile disconoscere le condizioni mentali in cui questo arricchimento si manifesta, non è possibile cessare la vigilanza perché il rispetto delle leggi specifiche che reggono la creazione intellettuale sia garantito.

Ciò nonostante, il mondo attuale ci ha obbligato a constatare la violazione sempre più generalizzata di queste leggi, violazione alla quale corrisponde, necessariamente, una degradazione sempre più notevole non solo dell’opera d’arte ma anche della personalità “artistica”.

(…) La vera arte, cioè quella che non si soddisfa delle variazioni sui modelli stabiliti, ma che si sforza di esprimere le necessità intime dell’uomo e dell’umanità attuali, non può cessare di essere rivoluzionaria, cioè non può se non aspirare a una ricostruzione completa e radicale della società, sia anche solo per liberare la creazione intellettuale dalle catene che la legano e permettere all’umanità intera di elevarsi alle altezze che solamente geni solitari avevano raggiunto in passato”(…) L’arte non può sottomettersi senza decadere a nessuna direttiva esterna e riempire docilmente gli ambiti che alcuni credono di potergli imporre con fini pragmatici estremamente brevi. Vale più confidare nel dono di prefigurazione che costituisce il patrimonio di ogni artista autentico, che implica un inizio di superamento (virtuale) delle più gravi contraddizioni della propria epoca e orienta il pensiero dei suoi contemporanei verso l’urgenza dell’instaurazione di un ordine nuovo.

L’idea che dello scrittore aveva il giovane Marx esige ai nostri giorni di essere riaffermata vigorosamente. È chiaro che questa idea deve essere estesa, sul piano artistico e scientifico, alle diverse categorie di artisti e ricercatori. «Lo scrittore — diceva Marx — deve naturalmente guadagnare denaro per poter vivere e scrivere, però in nessun caso deve vivere per guadagnare denaro… Lo scrittore non considera in alcuna maniera i suoi lavori come un mezzo. Sono fini in sé; sono così scarsamente mezzi in sé per lui e per gli altri, che in caso di necessità sacrifica la sua stessa esistenza all’esistenza di quelli… La prima condizione della libertà della stampa si fonda nel fatto che non è un mestiere”. Mai sarà più opportuno blandire questa dichiarazione che contro chi pretende di sottomettere l’attività intellettuale a fini esteriori a essa stessa e, disprezzando tutte le determinazioni storiche che le sono proprie, dirigere, in funzione delle presunte ragioni di Stato, i temi dell’arte. La libera elezione di questi temi e l’assenza assoluta di restrizione in ciò che spetta al suo campo di esplorazione, costituisce per l’artista un bene che ha diritto di rivendicare come inalienabile. In materia di creazione artistica, importa essenzialmente che l’immaginazione sfugga a ogni coazione, che non permetta con nessun pretesto che le si impongano strade. A chi ci incita a consentire, sia per oggi o sia per domani, che l’arte si sommetta a una disciplina che consideriamo radicalmente incompatibile con i suoi mezzi, gli opponiamo un diniego senza appello e la nostra volontà di mantenere la formula: tutta la libertà nell’arte” (Diego Rivera, Leon Trotsky e André Breton)

Sculture

Reduce dall’ultimo tampone, che discontinua del ripetersi la steppa di gialla noia, in attesa dell’ultimo responso, mi godo, con le spine quotidiane, la mappa grigia del cielo sulla testa, che dissimula la primavera dell’aprile morente in autunno fitto. Tra il masochistico e desiderio di solluchero per delega, mi rivolgo al telefono al vecchio mastro di pennelli che sta sulla collina levata in su della striscia del mare, lì dove finisce il mondo, per sapere come si sente la spiaggia in basso della sua vigna scalcagnata. E lui, uomo di memorie ferme ed impassibili, nonché siano passati forse tre anni dal nostro ultimo cenacolo, manco mi saluta quasi, ma riprende la conversazione esattamente dove allora s’era abortita. “Come ti dicevo”, si introduce. Lo lascio finire, confidando che ciò avvenga, prima o poi, per avere risposta alla domanda impaziente. Mi parla di uno che tira di versi ”come mangia”. Roba criptica che merita chiarezza. “E che ci ha acidità di stomaco?, chiedo impertinente. “Ma quale – risponde – da re mangia. Certe olive sutta sali, che se lo fa lui u sali, cull’acqua di mari. Poesia vera, quella, e quella che s’appunta nei pizzini”. “E chi è sto fenomeno?”. Gli chiedo. “Niente, nessuno”, mi risponde, che è risposta normale per lui. “Bene sta, è deserta”, riferito alla spiaggia, che la domanda non se l’era persa.

E chiude che lo scirocco invoglia a seppellire semi di pomodori a fitta ragione d’insalate prossime venture. “Che anche per te ce n’è, sempre che vossia si degna a passarmi a trovare”, m’apostrofa sfottente. Che saperla deserta, che nessuno se l’è portata via, mi rasserena a sufficienza dal verdetto antigenico, pure il mutuo della casa mi pare il mutuo di un altro. E mi butto di colonna sonora adeguata sul divano e mi faccio il viaggio, tra le onde rosse nel bicchiere, e l’incandescenza della sigaretta protesa all’orizzonte, a far finta d’essere sole di Ponente. D’olive e salamoia pure m’accontento di surrogati, che le scorte serie le ho bruciate in tempo niente. Insomma, la strada, di lì alla spiaggia non ci arriva dritta, che l’altopiano s’arriccia, sobbalza, s’accuccia e si fa sghembo. Ti regala uno spicchio di gaudio e poi te lo nasconde di mura di fico d’India, ulivi saraceni e carrubi, contorti e lacerati da potature raffazzonate per far legna da forno. Non so se avete presente com’è il legno dei carrubi quando viene tagliato, ha il colore del sangue sotto la corteccia scura, è d’un rosso così vivido che ti fermi e gli regali una carezza, a lenire il dolore lancinante dell’amputazione. L’ulivo, che di potature è più aduso, non se ne lamenta, e se soffre comunque non lo da a vedere ch’è pianta nobile. Il carrubo, invece, che è albero di frutti poveri per muli ed asini, coi tronchi che sfidano i secoli, si contorcono e s’intrecciano a sculture ispirate, che manco una cappella di pregio se ne può far vanto, lui vuole crescere libero, non s’arrende alla privazione, si scava la vita in profondità, percia la roccia per un sorso d’acqua che gli basta per un lustro. E non vorrebbe essere disturbato mentre s’avvinghia alla pietra, si conquista un’istante di vita. Ti scrive ad ogni cerchio di cambio una poesia, una storia di gente che patisce. Non mi pare un caso che cresca sulla striscia di mare che s’inghiotte creature, e solo lì abbondante, con la linfa rossa di sangue. E quella vista, mi commuove, mi sobbalza dalla seduta comoda, che il viaggio, fino in fondo alla spiaggia, e prima ancora alla falesia che s’affaccia all’infinito, pure se di fantasia, me lo finisco in un altro momento che ora m’è venuta per la testa una poesia antica, che pare l’ha scritta un carrubo ed invece è di Ignazio Buttitta.

NUN SUGNU PUETA

Non pozzu chiànciri

ca l’occhi mei su sicchi

e lu me cori

comu un balatuni.

La vita m’arriddussi

asciuttu e mazziatu

comu na carrittata di pirciali.

Non sugnu pueta;

odiu lu rusignolu e li cicali,

lu vinticeddu chi accarizza l’erbi

e li fogghi chi cadinu cu l’ali;

amu li furturati,

li venti chi strammíanu li negghi

ed annèttanu l’aria e lu celu.

Non sugnu pueta;

e mancu un pisci greviu

d’acqua duci;

sugnu un pisci mistinu

abituatu a li mari funnuti:

Non sugnu pueta

si puisia significa

la luna a pinnuluni

c’aggiarnia li facci di li ziti;

a mia, la menzaluna,

mi piaci quannu luci

dintra lu biancu di l’occhi a lu voj.

Non sugnu pueta

ma siddu è puisia

affunnari li manu

ntra lu cori di l’omini patuti

pi spremiri lu chiantu e lu scunfortu;

ma siddu è puisia

sciògghiri u chiacciu e nfurcati,

gràpiri l’occhi a l’orbi,

dari la ntisa e surdi

rumpiri catini lazzi e gruppa:

(un mumentu ca scattu!)…

Ma siddu è puisia

chiamari ntra li tani e nta li grutti

cu mancia picca e vilena agghiutti;

chiamari li zappatura

aggubbati supra la terra

chi suca sangu e suduri;

e scippari

du funnu di surfari

la carni cristiana

chi coci nto nfernu:

(un mumentu ca scattu!)…

Ma siddu è puisia

vuliri milli

centumila fazzuletti bianchi

p’asciucari occhi abbuttati di chiantu;

vuliri letti moddi

e cuscina di sita

pi l’ossa sturtigghiati

di cu travagghia;

e vuliri la terra

un tappitu di pampini e di ciuri

p’arrifriscari nta lu sò caminu

li pedi nudi di li puvireddi:

(un mumentu ca scattu!)

Ma siddu è puisia

farisi milli cori

e milli vrazza

pi strinciri poviri matri

inariditi di lu tempu e di lu patiri

senza latti nta li minni

e cu lu bamminu nvrazzu:

quattru ossa stritti

a lu pettu assitatu d’amuri:

(un mumentu ca scattu!)…

datimi na vuci putenti

pirchi mi sentu pueta:

datimi nu stindardu di focu

e mi segunu li schiavi di la terra,

na ciumana di vuci e di canzuni:

li sfarda a l’aria

li sfarda a l’aria

nzuppati di chiantu e di sangu.

Inopinatamente m’ergo a traduttore dalla lingua mia a quella che m’ha adottato, sperando di non fare troppi danni.

NON SONO POETA

Non posso piangere

che i miei occhi sono secchi

ed il mio cuore

è come lastra di pietra

La vita mi ha ridotto

arido e bastonato

come una carrettata di brecce

Non sono poeta

Odio usignoli e cicale

leggera brezza che accarezza l’erba

e le foglie che cadono con le ali

Amo i fortunali

i venti che spazzano via le nuovole

e nettano aria e cielo

Non sono poeta

nemmeno un insipido pesce

d’acqua dolce;

sono un pesce selvatico

abituato ai mari profondi:

Non sono poeta

se poesia vuol dire

la luna sospesa

che impallidisce i volti degli amanti;

a me, la mezzaluna,

piace quando risplende

nel bianco degli occhi dei buoi.

Non sono poeta

ma se è poesia

affondare le mani

nel cuore degli uomini che soffrono

per spremerne via pianto e sconforto;

ma se è poesia

sciogliere il cappio agli impiccati,

aprire gli ochhi ai ciechi,

ridare l’udito ai sordi

spezzare catene, legacci e nodi:

(fra un momento scoppio!)…

Ma se è poesia

chiamare dentro tane e grotte

chi mangia poco e veleno inghiotte;

chiamare braccianti

ingobbiti sulla terra

che succhia sangue e sudore;

e strappare

dal fondo di miniere di zolfo

la carne degli uomini

che cuoce all’inferno;

(fra un momento scoppio!)…

Ma se è poesia

desiderare mille

centomial fazzoletti bianchi

per asciugare occhi gonfi di pianto;

desiderare letti morbidi

e cuscini di seta

per ossa storpiate

di chi lavora;

e desiderare che a terra

vi sia un tappeto di foglie e fiori

per rinfrescare il cammino

a piedi nudi dei poveri:

(fra un momento scoppio!)…

Ma se è poesia

farsi mille cuori

e mille braccia

per stringere povere madri

inaridite dal tempo e dalla sofferenza

senza latte al seno

e col bambino in braccio:

quattro ossa strette

ad un petto assetato d’amore:

(fra un momento scoppio!)…

datemi la voce più potente

perché mi sento poeta:

datemi uno stendardo di fuoco

e che mi seguano gli schiavi della terra,

un fiume di voci e canti:

gli stracci per aria

gli stracci per aria

inzuppati di pianto e sangue.

Parole, opere e omissioni (Allonsanfàn parte quarta: Iller Incerti)

“Gli individui separati ritrovano la loro unità nello spettacolo, ma solo in quanto separati. Giacché la comunicazione è unilaterale; è il Potere che giustifica se stesso e il sistema che l’ha prodotto in un incessante discorso elogiativo del capitalismo e delle merci da esso prodotte. (…) Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo. È l’autoritratto del potere all’epoca della gestione totalitaria delle condizioni di esistenza. (…) Lo spettacolo presuppone, quindi, l’assenza di dialogo, poiché è solo il potere a parlare. Condizione per raggiungere tale risultato è la totale separazione di individui sempre più isolati nella folla atomizzata (…) Ridotto al silenzio, al consumatore non resta altro che ammirare le immagini che altri hanno scelto per lui. L’altra faccia dello spettacolo è l’assoluta passività del consumatore, il quale ha esclusivamente il ruolo, e l’atteggiamento, del pubblico, ossia di chi sta a guardare, e non interviene. Lo spettacolo è «il sole che non tramonta mai sull’impero della passività moderna» (…) In questo modo lo spettatore è completamente dominato dal flusso delle immagini, che si è ormai sostituito alla realtà, creando un mondo virtuale nel quale la distinzione tra vero e falso ha perso ogni significato. È vero ciò che lo spettacolo ha interesse a mostrare. Tutto ciò che non rientra nel flusso delle immagini selezionato dal potere, è falso, o non esiste”. (Guy Ernst Debord. La società dello spettacolo)

Il potere ha necessità di un linguaggio, di segni che veicolino il dogma, che come la goccia percia la pietra, impongono un unico punto di vista, un’unica prassi liturgica. La parola ed il segno hanno, nella liturgia, un posto speciale, V’è, in questi anni, un uso piuttosto disinvolto delle parole, che finiscono per annullare, con la loro struttura perentoria, la dialettica, la critica dentro la società atomizzata. Alcune parole divengono dettato assolutistico, ancorché se ne possa scorgere un uso in apparenza utile e necessario: la strada per l’inferno è camuffata da buone intenzioni. M’è sorto subito alla testa il mitico “distanziamento sociale”, definizione, pare, frutto di una traduzione un po’ troppo letterale dall’inglese. Invero, si usa come termine di carattere igienico-sanitario, di per sé, dunque, asettico. Ma non sfugge che nega, nella sua reiterazione, la vitalità del linguaggio della ragione, per il quale occorrerebbe, e con miglior efficacia semantica, parlare di distanziamento fisico. Distanziamento sociale, nella sua accezione più letterale, rievoca piuttosto un senso di separazione relazionale, non solo fisica, pure solidaristica, d’attenzione ed ascolto, sociale, appunto. L’altro termine che mi rimbalza tra tempia e tempia, è “meritocrazia”. Al di là del fatto ch’è pare un neologismo mal coniato, pure sotto il profilo estetico, non v’è soggetto languidamente accovacciato in posizioni più o meno di potere, che non vi faccia riferimento. Scegliere i migliori per certe funzioni elevate, appare talmente ovvio che non v’è piccolo vate del popolo che non ne rivendichi una qualche misera paternità. Dunque, poiché occorre scegliere i migliori, e poiché chi decide e delibera è tale per sua stessa autoapologetica considerazione, va da sé che il migliore è quello che scelgo io, senza passare dal via. Infine – ma si potrebbe continuare assai più a lungo – ultimo ritrovato del linguaggio-segno con lucchetto alle caviglie, la famigerata “resilienza”. Dai miei vecchi studi biologici me n’è memoria d’un uso assai meno positivo, poiché sottintende la capacità di un ecosistema, sottoposto a brutale manipolazione, di ritrovare un proprio equilibrio, non necessariamente preshock. Insomma, l’uso del termine, ch’è esploso in uso da qualche settimana anche per indicare le prassi economiche e di spesa, financo le metodologie riformiste e per fare il bucato, finirebbe per giustificare scelte di qualsiasi tipo, purché suggellate dall’appellativo stesso, meglio se accompagnato da un qualche riferimento ad una fattispecie di transizione, sia essa ecologica, finanziaria, sociale o quel che vi pare. Ad ogni buon conto, sempre in termini ecologici, la condizione di resilienza si deve dopo la sconfitta dell’altra qualità degli ambienti naturali, definita come Resistenza. Dunque, nell’immane conflitto resilienza vs resistenza, la prima vince a mani basse per abbandono del campo da parte della seconda.

E allora, poiché non m’è dato d’accettare passivamente tutto purché sia, mi faccio una ragione del tutto, e scelgo di tornare ai segni-linguaggi che mi piacciono. Così mi rivedo quelli di Iller Incerti e delle sue opere. Iller è artista che esplora, non sta fermo, non s’adegua. Seppure la sua è una formazione ortodossa (gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna), mai m’è parso abbia smesso d’esplorare ogni forma d’arte espressivo-figurativa.

Dalle esperienze più classiche, alle video istallazioni, sino ad un uso estremamente consapevole delle nuove tecnologie. Il suo approccio con queste assume un aspetto d’antica tecnica artigianale, poiché soggioga lo strumento, per rivendicare priorità all’atto creativo dell’uomo-artista, permanentemente ancorato ad un desiderio pionieristico d’esplorazione. Dalla rappresentazione virtuale delle sue cose emerge una percezione materica, quasi se ne avverte sangue e sudore. L’opera di Iller è un viaggio mai concluso, la cui strada è tracciata da segni dinamici, la cui interpretazione rimanda a luoghi senza confini, che profumano d’oriente e s’immergono nel tempo dell’occidente e della storia. Il mito, la sua rappresentazione archetipica, viene sovvertito, diventa strumento della rappresentazione dell’oggi. Ogni passaggio artistico è contrassegnato dalla consapevolezza della prassi evolutiva e non statica dell’opera. Classici stravolti, moderne reinterpretazioni, antiche pulsioni e segni arguti d’un linguaggio del sé e dell’altro, si inseguono creando un ghirigoro vorticoso di suggestioni, dialettico, d’ascolto, di rottura schematica dell’immobilismo della società dello spettacolo. Ve ne ho reso piccolo assaggio (magari riguadatevi tutto dopo aver fatto partire la musica), per il resto, v’aggiungo anche un paio di link ( www.illerincerti.com www.illerincerti.it )

Tossine resistenti

Ammetto che le liturgie non m’hanno mai appassionato. È che, alla lunga m’annoiano. Mi pare pure che servano a farci ricordare una cosa in un tal giorno che negli altri c’è altro cui pensare. Vale per l’8 Marzo, il 25 Aprile, il 1° Maggio, le giornate delle memorie (che appellativo azzeccatissimo, roba da menti raffinatissime, per dirci che la memoria vale un giorno, che è merce in scadenza). Ammetto però che col 25 Aprile ci casco, e da quando me ne sto sulla Linea Gotica, solenne me ne vo’ a rendere omaggio alla lapide del giovane partigiano, con tanto di chitarra e compagnia sgangherata per un Fischia il vento e una Bella Ciao. Negli ultimi due anni, tra lockdown et similia me ne sono privato, ma con un senso d’angustia a sommo del petto. Tuttavia, poiché ce ne stiamo sui blocchi di partenza per le giubilanti riaperture del The Day After – che sia mera coincidenza, o artato cambio di connotati alla festa principale del giorno prima, non m’è dato a sapere – mi s’affaccia dolorosamente sotto il temporale (nel senso d’osso), e forse per un cortocircuito neuronale, che magari di Resistenza c’è bisogno.

Capisco ch’è complicato, che non è chiaro a chi resistere, né, almeno pare, che si combatta una guerra guerreggiata cui replicare col moschetto. Ma tant’è, me n’è venuta voglia, non di moschetto intendo, che imbracciarlo mi da’ l’idea di roba faticosa e che pure richiede perizie non in mio possesso. Comunque, me ne trovo ragioni interiori, mentre ancora la sindrome della capanna non m’ha del tutto sopraffatto, nel constatare che le scuole mi chiudono per quarantene una dopo l’altra, e che pure la mia m’è data a rischio (che paradosso sarebbe tutte chiuse per quarantene, aperte ex legis, e acquattate sotto gli sbraiti per l’ora negata di cocktail d’adrenaline ressanti). E con niente colpi di cannone, con le linee gotiche che s’ammorbano come certe piazze esplosive, con le trincee d’ospedale che paiono baluardi estremi, coi morti che di carne han perso le sembianze per metamorfosi in grafi e tabelle, a me viene voglia di Resistenza, che dopo quella, di norma, c’è Liberazione. E poi a me m’angoscia ancora, che son fatto male, che t’annegano donne, bimbi e uomini a fasci, nel mare dove sguazzo da che son nato, ed anziché lacrime sento il digrignare di denti di squalo, con tanto di distacco per contorno, come d’insalata insipida sotto la bistecca succulenta. Io di sbattere le mie gengie non ci ho voglia che comincio ad averci ‘n’età, e mi preservo gli apparati masticatori. Però, dal liberi tutti, se non mi quarantenano nel frattempo (che di quante me ne son fatte, se mi ritocca, me le devono mettere per iscritto, con tanto di decreto a firma del grande ufficiale, come cinquantene o sessantene), ho deciso che mi faccio la mia personalissima Resistenza, che pure, magari, mi ci ritrovo con qualche cenno di gaudio. Mi cerco le librerie più scalcagnate per comprami un libro, me ne vado a fare la spesa dal contadino più vecchio e malandato che conosco e m’avvinazzo nelle bettole da sganghero. Certo, sono consapevole che i petit gourmet ed i masterscieffi se ne possano fare una ragione, che gli amazonici non s’avvedranno dell’immane danno economico, che gli ititaliani da biotech non batteranno ciglio. Ma chissà che domani, più probabile dopodomani, non s’apprestino alle porte torme d’altrettanto resistenti.

P.S. Non è che qualcuno mi suggerisce qualcun’altra nota d’agire resistente, che io sono diligente e prendo appunti?

Una possibilità

“Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità. Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o tal altra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche esser diverso. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è”. (Robert Musil, L’uomo senza qualità)

M’è parso di capire, ma non ne sono certo, che forse si riapre, si riparte. M’aspetto cose mirabili, sommo giubilo, cose da fine guerra. Le folle acclamanti che si lasciano indietro tempi grami, oscuri presagi, largheggiando di felicitazioni di massa, sorrisi sguai(n)ati sotto mascherine agghindate a festa. Così m’è parso di capire. Pure mi viene in mente che la pandemia smobilita, lascia il passo alla riconquista delle posizioni perdute. S’attiene alle prescrizioni, se ne sta al massimo in qualche terapia intensiva. Solo che non ho capito, che sono tardo, che fine fa quell’altra pandemia, quella senza virologi e generalissimi, quella che ci lascerà strascichi divaricanti, che riporterà il mondo in somma divisione per due, forse per tre, o per tremila. E se l’una parte gioirà, illuminandosi d’immenso, per la riconquista del posto al sole shakerato non mescolato, con l’olivetta in fondo al calice, le altre non si vestiranno a lutto di certo. Ma quel ch’è stato è stato, che di virus ce n’era più d’uno, e se all’uno sopravviviamo, l’altro m’è sopravvenuto il dubbio, forse che si mette a produrre accelerazioni evolutive su basi selettive. M’attengo ai fatti – di mestiere tratto scienze esatte – che l’evoluzione non si può prevedere, e pure Leopardi s’era accomodato sul fatto che la “matrigna” fa quel che vuole, mica chiede permessi e desiderata. Ma io me li prendo lo stesso i desiderata, tanto, appunto, al massimo sono desiderata, e mi faccio l’elenco di quelli che sopravviveranno tali e quali, non s’evolvono, semmai si ricollocano in una nicchia ristretta, criptobiotici d’assalto, di cui non s’era avveduto prima il Grande Untore – che su tutti veglia saggiamente -, nemmeno s’accorgerà che esistono dopo. Sono quelli che nel D Day rimarranno invisibili, non saranno invitati al grande banchetto, che manco prima c’erano mai stati. Eppure, come me, metteranno il naso fuori, s’accorgeranno che ancora l’aria, a tratti e da qualche parte, è rimasta fresca. Sono quelli di “ci hai una sigaretta, dammi cento lire”, che vedono passare il bus sbagliato per ore, che pensano che Film Blu sia un capolavoro ma che gli piglia male se se lo devono rivedere. Sono quelli che pensano che i più grandi poeti dell’ultimo mezzo secolo siano Sugar Ray Leonard ex aequo con Cifalà, quelli che tirano la lenza senza l’amo per non dovere giustificare che se ne stanno su un moletto a tempo indeterminato. Sono quelli che non hanno mai visto una partita allo stadio, che al cinema non hanno mai mangiato il pop corn, che si chiedono se il comune pagherà. Quelli che, in fin dei conti, Orfeo ha pure fatto bene a voltarsi, che la TV gli prende solo tre canali e la lavatrice sembra una cava di marmo. Quelli che in salotto al posto dell’argenteria ci hanno la Lettera 22, che non sanno dov’è l’Ikea, che “non capisco ma m’adeguo”. Quelli che non s’aspettano il meglio, neppure il peggio, i disertori di tutte le guerre, quelli che hanno deliberatamente scelto d’essere nessuno, giacché è sempre meglio che essere uno qualunque. Quelli che, come da desiderata, appunto, forse un giorno faranno “banda”, ritrovandosi d’un tratto sugli scalini esausti della stessa chiesa diroccata. E senza conoscersi, conquisteranno l’altare, con tanto di pulpito nemmeno richiesto, per ridere da lì del re che è nudo.

E voi chi siete?

Normalmente anormali

Mi capita, spesso, anche perché mi consente di soddisfare pigrizie ataviche, di ripubblicare cose scritte già tempo fa, prima che il tempo mi conceda il desiderio di ripudiarle. Lo rifaccio ancora, questa volta con una certa malcelata inquietudine, poiché a me pare pure di respirarne a vagonate nell’aria. E’ cosa che ho buttato giù circa un anno fa e, com’è d’uopo, mi virgoletto, così mi cito. Fate voi se s’adatta ai tempi nuovi, e magari, prima di cominciare a leggere, avviate la musica giù in fondo, che v’aiuta la digestione.

“Ed ora che piano piano si cerca di ritornare all’auspicata “normalità”, mi rendo conto che forse non è quello che volevo, almeno non in queste forme. In realtà di tempo per riacquistare la facoltà di rimettere il naso fuori di casa non me ne rimane a bizzeffe, prigioniero, da insegnante, della didattica a distanza che ha moltiplicato il mio impegno sottraendomi la parte più essenziale e bella del mio lavoro, il rapporto con i ragazzi. E sarà pure che questa auspicata “normalità” si scontra con quella che molti hanno definito la “sindrome della capanna”, quella sorta di appagamento definitivo dello starsene in casa che ci becca giusto giusto quando l’evasione è alle porte. E poi la mascherina mi appanna gli occhiali, i guanti mi fanno perdere la sensibilità nel maneggiare le cose, mi indispettiscono. Sarà anche che del ritorno al “normale” mi fa paura l’orrenda atmosfera di intolleranza che, sopita per qualche scampolo di tempo nelle segrete stanze dei nostri domicili coatti, ora si ripresenta per la solita insostenibile insipienza dell’essere.

Ma tant’è, si ricomincia. Ricomincia la “normalità”, lo sfruttamento, il massacro ambientale, lo sbraitare contro qualche minoranza per nascondere le nostre più inconfessabili frustrazioni. Tornano in scena i protagonisti dell’odio a cottimo, sguaiati, bugiardi. Il loro obiettivo però non è cancellare le minoranze, lasciando che divengano capro espiatorio per i nostri disagi, le nostre fragilità, piuttosto soggiogare le masse, dunque ciascuno di noi. Le minoranze vengono usate in modo cinico e spietato per obnubilare le moltitudini che tornano a reclamarne il sangue come nell’antica Roma si esigeva quello dei gladiatori. Occuparsi degli ultimi, liberare Spartaco e far sentire la sua voce, non è dunque soltanto l’agire di chi non rinuncia alla propria umanità, ma anche un necessario atto di legittima difesa.

Eppure mi viene da pensare che, mentre fremevamo nei nostri isolamenti, come un inintelligibile disturbo sotto la pelle, magari a molti s’è palesata quella voglia di riscrivere un’altra “normalità”, di riprendersi da protagonisti quel pezzo d’umanità che fugge, diventarne gli untori in una nuova pandemia per cui non vorremmo si trovasse cura. Voglio lasciarvi con una cosa che certe volte mi torna alla mente, una di quelle che per quanti anni possano avere non se ne vanno mai, come un monito perenne e vertiginoso.”

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“Le atrocità sollevano un’indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono “more”, “sudice”, dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. (…) L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell’istante in cui l’occhio di un animale ferito a morte colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – “non è che un animale” – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il “non è che un animale”, a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell’uomo è la parodia dell’uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della “proiezione morbosa” che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l’umano proprio come il diverso”. (Theodor Adorno)

Keep calm!

Sulle cose ci arrivo con calma, che sono più tipo da panchina che da ciclopista. Mi prendo i miei tempi che mi gira la testa se mi metto a correre per arrivare sul pezzo con anticipi e imprimatur. Poi magari ci torno sopra, appena quei quattro neuroni (o neurini) si sono assestati ed hanno metabolizzato la cosa, a mente serena, come dice qualcuno. Perché non è che non m’avvedo della notizia, è che quella la interpreto male a caldo, mi confondo, ci ho da riflettere, coi miei tempi. E poi, dopo le cose le capisco meglio, quando la cagnara s’è assopita e non c’è frastuono d’intorno che mi distrae, mi faccio idee più precise.

Così, passi che gli abbiamo sparato l’embargo a quelli che ci hanno mandato medici ed infermieri mentre stavamo affogando. Lì, di primo acchito m’era sopravvenuto un “ma come?”. Ma, appunto, era roba d’istinto, senza pensiero logico. Poi a rifletterci, si, s’erano apprestati a darci una mano. Ma mica si può arrivare vestiti a quel modo, in maniche di camicia e scarpe rotte che pur bisogna andar. E se ne vanno pugni chiusi per aria, sbraitando che nostra patria è l’umanità. Ma come si permettono? Non sono mica a casa loro? Passi pure che si bombardicchia qualche milione di Curdi, s’ammassano alla frontiera, come pistola puntata, qualche altro milione di disperati (pure malvestiti, direi) al confine del paese dove si spara. Ma non concedere una meritata sedia ad una elegante e raffinata signora, questo proprio è da dittatori, da gente senza cuore, da sultano medievale. Per fortuna c’è chi mette a posto le cose, che dà l’esempio, perché se così non fosse, so io come andrebbe a finire. Senza buoni esempi si rischia il peggio. Magari te ne torni a casa che hai perso il lavoro che c’è la crisi, il virus, ed anziché, come si compete, di prendertela con le scie chimiche, con la Cina che ce l’ha mandato lei, con l’egiziano che vende lupini al mercato e sta al settimo piano, cinque piani più giù del cubo trenta per trenta dove t’è concesso di vivere, spalanchi la porta e atterrisci i bimbi cantando a squarciagola “O cara moglie”. Poi te la pensi, e piuttosto che, come si conviene, svalvolarti innocuamente di sfogo su faccia libro, ti metti a intonare “Contessa” su per la collina verde dov’è la villa del povero padrone che s’è dovuto decentrare l’azienda in Uralia per colpa del virus. Pure, con manifesto risentimento ideologico, gli blocchi il passaggio alla moglie, madama la marchesa, che con la sua porsciettina se ne vuole andare legittimamente a prendersi l’aereo privato per il paradiso democratico del golfo, che questa situazione la stressa. Magari t’assembri coi tuoi colleghi a rischio contagio per rivendicazioni velleitarie, che ne so, di un lavoro, anziché scegliere una bella ressa asettica di cassintegrati al mega centro commerciale che ora t’arriva pure la liquidazione. Così non si fa il bene del paese.

Si rischia la barbarie se qualcuno non mette punti fermi, se qualcuno non prende decisioni rapide ed efficaci. Io, ahimé, non ci arrivo, sono condannato alla barbarie, non sono stato ben educato. Certe volte, che ci ho qualche minuto senza una DAD e un webinar, m’affaccio alla terrazza, mi guardo il fiume. Poi me ne entro dentro e, invece di andarmene sanamente a far coda per l’ultimo smartphone, m’accomodo sul divano e mi rileggo per la quattordicesima volta “Tre uomini in barca, per non parlare del cane”, con bicchiere di vino, sigaretta e jazz. Insomma, ammetto che se crolla il PIL è pure per colpa mia, e ringrazio che ci sia qualcuno così luminoso nei suoi messaggi che me lo ricorda tutti i santi giorni che Domineddio mi concede di vivere su questa fortunata terra.

De profundis per il mondo che fu (Allonsanfàn parte terza: Ignazio Monteleone)

Se ne vanno i presidi di civiltà, si spengono come per destini cinici e bari, ineluttabili per volontà supreme. Nel rientro ai lidi natii si contano i pezzi mancanti, ci si rattrista delle liturgie soppresse. Constatare il vuoto siderale della vetrina, la saracinesca spenta, i libri nella penombra, ammassati e privi di vita, la carta smunta d’umidità antica, produce una sorta di cupo presagio d’abbandono definitivo. La vecchia libreria non c’è più, quel punto centrale nel quadrato della palma ha smesso d’esistere, per quel virus che non lascia scampo, che non si cura di vaccini né di vitamine, nemmeno di terapie d’urto. Rimane la prospettiva bugiarda del fascino d’un sottopasso, che echeggia di antichi simposi divertiti, conversazioni senza sbocco, dunque, d’orizzonti vertiginosi. È il nulla che non si riempie, la resa incondizionata alla barbarie. Una libreria che chiude è sconfitta bruciante, non per chi ne usufruiva e basta, pure e persino per chi non s’è mai reso conto che lì ve ne fosse una, o forse ne era, al più, a distratta conoscenza.

Le resistenze sembrano ormai sepolte, ma val la pena cercarne le sacche residuali, per vedere se qualcosa di fiamma è rimasta sotto la cenere. È così che mi ritrovo da Ignazio Monteleone, che è pittore resistente per definizione, già dai tempi in cui non pareva nemmeno il caso di resistere, in cui non s’avvedeva che ci fosse di che farsi partigiano, piuttosto s’anelava l’assuefazione. Nel suo atelier-abitazione, un vecchio magazzino riattato all’uopo, si respira storia, si legge sulle pareti un lunghissimo percorso artistico. Si sente anche il vociare felicemente scomposto dei suoi allievi, cui cerca ancora di tirar fuori estri creativi oltre il tempo scuola. Perché la sua non era scuola, un paradigma aristotelico, piuttosto Stoa, caparbia voglia di scoprire i talenti nelle dita e negli occhi dei suoi ragazzi. Come faceva il Maestro Manzi, quando insegnava a leggere e scrivere a milioni di italiani senza memoria, lui smantella sovrastrutture, per liberare la creazione d’un linguaggio nuovo, non soggetto ai valutatoi prescrittivi del contemporaneo.

I suoi lavori aderiscono alla stessa ricerca incessante della bellezza che sta nel tratto apparentemente ingenuo, mossa efficace e spiazzante contro la sproporzione delle forze in campo. Corvi e Vele e il giallo (“ch’è colore bastardo”), un don Chichotte, le sette palme che danzano, i treni a vapore. Ignazio, che è figlio di ferroviere, come già Quasimodo e Vittorini, pure da queste parti, sa cosa c’è da aspettarsi ad ogni stazione, ad ogni fermata, fazzoletti levati al cielo, umidi di lacrime e colorati di rossetti, fasci di palme stesi ad asciugare per una domenica di festa. La sua opera è preziosa poiché non si limita ad esporsi, invita al convivio, come le sue mostre, dove è quinta condivisa di pomodori e caci, olive, uova sode e pani caldi, manco a dirlo, vini pista e ammutta, che incendiano le budella col gusto della terra bruciata dal sole. Le note di Schifano ci sono tutte, inseguite dai suoi studi fiorentini all’Accademia, messaggi di avanguardie isolane, ed approdi per ogni continente. Colori precisi, e tratti sfumati, contorni nitidi e ombre fuggenti, nel tutto che si disincrosta dell’eccesso, sino a renderci l’essenza del pensiero più autentico, la sintesi dell’oggetto che ne amplifica la nostalgia per le forme esatte. Quadri che fanno suoni, melodie di motori sbuffanti, scalpiccio di zoccoli e fruscii di piume, ma pure odori forti, commenti soffusi. Il suo lavoro di anni, le sue opere, sono barricate altissime e resistenti, se reggono, almeno quelle, è una buona notizia.

Il salotto buono

La bellezza non è per tutti, pure se tutti dovrebbero pascersene, ma non è per tutti. E se l’arte t’attrezza ad arrivarci, manco l’arte è per tutti. Che v’è un mondo che ne è stato privato ex legis.

La percezione, quella che ti sta sotto la pelle come friccicorio pruriginoso, l’avevo già da un pezzo, le clausure (a)sociali tra quattro mura me ne hanno, al più, fatto il gentile omaggio della conferma, consegnato il responso diagnostico. Non è per tutti perché v’è stata, nel tempo, la consuetudine a nasconderla, la coazione a ripetere del celarla allo sguardo, che alla fine funziona. Poiché non interessa quello che non conosci, dunque, seppure la bellezza esiste, non è detto che tu la conosca. Nessuno t’obbliga ad accostarti a quello che non hai mai visto: della luna te ne viene meno la curiosità, se al suo posto t’hanno mostrato il pozzo dov’è caduta.

La bellezza è per i salotti buoni, li ce ne trovi un artefatto sintetico, quanto meno il passaporto (in)sanitario per farci un salto dentro, qualora te ne venisse voglia. Poi, mi pare, che lasciarne al salotto buono l’esclusiva sia una bella mossa per chi se l’è inventata.

È così che rifanno le città, le riarticolano purché non si veda la bellezza intorno, nemmeno quella che c’è nelle loro viscere, nelle fondamenta. Sono prodotti ideologici, con cenni manifesti di patologie delicatissime, acute, gravi. Hanno solo vie d’uscita verso il consumo, vie di fuga murate, orizzonti occlusi. Le periferie di Suburbia sono anaidentitarie rispetto ad alfabeti evoluti d’umanità, coazioni a ripetere di costruzione di protoidentità subumane, cittadelle fortificate distese sul magma sconfitto della prospettiva creativa. Sono escrescenze ectoplasmiche che tendono a ricongiungersi, occupando i luoghi vitali che vi si inframezzano, procedendo con contaminazioni psicotiche di riqualificazioni architettoniche, per spazi capitalistici d’interdizione. L’architettura è l’alibi demiurgico per la creazione di un sistema sociale verticistico, che impone allontanamento ed esclusione. Produce l’atomizzazione dei sistemi di relazione e della comunicazione sociale. La frammentazione sociale rende il disagio non più collettivo, ma questione personale, esalta l’individuo anche nella sua condizione di malessere profondo, ne disvela le contraddizioni e le ambiguità come non patologiche, piuttosto banali effetti collaterali necessari. La percezione della propria malattia svanisce nella barbarie e nel rifiuto – per non accettazione, neppure conoscenza – delle forme più elementari d’articolazione del pensiero divergente dal dogma. La bellezza semplicemente non esiste più poiché non esiste più il progetto creativo, mentale, naturale, che la interpreta e la genera, pure a partire dalla sofferenza. Non esiste più poiché è forma relazionale pura e aggregativa.

Il salotto buono ne mantiene per sé brandelli funerari, esposti nel proprio spazio vitale. Si cinge del recinto protettivo dell’immensità periferica, e si nutre del totem dell’economia circolare, i cui rifiuti – che non esistono per dogma concepito da chi li produce, come nelle sacre scritture – si ammassano sotto i tappeti di Hyperpolis, provocando la mostruosa ed aberrante adesione postculturale al consumo felice e responsabile.

Il sistema è perfetto, non c’è complotto, non c’è regia, è il corpo che si autoinvolve in una direzione specifica, con le proprie staminali che rigenerano i tessuti cancellando la memoria di ciò che era. Risolve le sue patologie inglobandole, rendendole sistemiche, financo le trasforma in cura per la stessa malattia.

Ma scappa, talora, che qualcuno s’accorge d’essere malato, qualcuno che s’è fissato ch’esiste la bellezza, e se gliene precludi la vista se ne sta a cercarla in tondo, scansando il resto. Se non la trova, ma pure la cerca, si mette a frequentare il piccolo mondo antico di chi fa la stessa cosa, fa banda di pazzi con quello, si mette ad armeggiare con cose delicate, riannoda il cerchio spezzato, magari ne parla, rischia il contagio. E così s’avvede che il punto di vista è irrilevante. Ciò che è oggettivo non è opinabile, è soltanto tale e quale a se stesso. Scopre che il progetto circolare non ha solo una tangente, certo non solo in quel punto dov’è la prospettiva obliqua, angolare, bugiarda, il quid verso l’orbita scontata. Che quella è solo l’opinione diffusa, anche il punto d’accumulo orribilmente affollato. Solo l’ultima traccia dell’obbligo di tenere la destra o cosa volete che sia un po’ di coda al casello, al cestello, al carrello.

Roba da far gridare allo scandalo: in un momento come questo, mettersi a cercare la bellezza. Roba che nei salotti buoni sobbalzano, pure non hanno il vaccino, se quel male dilaga.

Achille e la tartaruga (reloaded)

Mi pare che, lungi dall’essere liberi tutti, piuttosto merita allacciare una corrispondenza, fitta d’interessi comuni, con l’Abate Faria, appena il tempo di capire quale CAP impostare in loco del destinatario. Ma, memore dell’ultima volta, m’atteggerei a cautela prima di farcire di lime le torte ed annodare lenzuola. Piuttosto mi ricarico una cosa vecchia, proprio a sommo d’esperienza che mi comunico innanzitutto da me medesimo, sempre in uso col virgolettato che chiarisce -a quasi un anno – che niente di nuovo c’è sotto il sole, pure specifica di simboli che in testa mi s’accese il sostanziale niente. E magari sto giro, per rendere l’esperienza falsamente nuova, fate partire prima la musica giù in fondo.

“È proprio mentre sembra probabile che tutto si “normalizzi” – termine che mi crea invero una certa angoscia -, che scorrono impietose le immagini d’accelerazioni parossistiche verso il bicchiere colorato di rosso e blu, con l’oliva e l’ombrellino. Assisto con qualche trepidazione alla disfida definitiva tra gli eredi di Achille e della tartaruga, secondo alcuni la rivincita d’una tenzone che, al netto delle partigianerie, aveva visto assestare all’eroe invincibile la prima delle due cocenti sconfitte d’una vita vissuta al limite; la seconda, come ben sapete, ebbe esito fatale proprio a causa di punti deboli prossimi agli stessi piè veloci. Tuttavia, nonostante la saggezza degli antichi avesse voluto collocare le cose al loro posto, la nostra eroina ha più discendenti in brodetto di quanti non ve ne siano – ed in piena attività – dell’eroe acheo, con corollario di punti deboli ben camuffati da alte zeppe. Mi pare evidente che ogni riferimento ad eroiche gesta che appartengono a persone (e cose) realmente esistenti – e freneticamente operanti – è puramente voluto, ancorché non ne faccia diretta menzione. Ma v’è una novità nella rinnovata sfida: non un modo contro l’altro, il Pelide e la tartaruga, bensì moltitudini di Achille, taluni giovani e forti, tal altri assai meno, ad affollare con le proprie falcate, giammai la pista dell’antica competizione, dove le pause per troppa fiducia nei propri mezzi costarono l’alloro finale, piuttosto il tapis roulant, l’accesso ad un drinkbar d’asporto – incuranti delle lente e composte file ai comproro a strozzo -. Ed è probabile che le condizioni del campo, che stavolta non ammettono vincitori, saranno tali che chiunque sgomiti e si opponga alla corsa dell’altro, dissimulando inettitudini, esprimerà rabbiosamente il proprio disappunto per la gara truccata. E le tartarughe, carapaci azzoppati e radi che si barcamenano nelle solitudini contemplative e musicali del proprio Aventino? Ho l’ardire di pensare che, tutt’altro che sconfitte, questa volta si siano solo limitate a non accettare di correre inutilmente all’infinito e verso il nulla della normalità disvelata, abiurando invece alla prospettiva dell’alloro, come novelli Sartre al cospetto d’un Nobel.

Piuttosto, col proprio passo, occhi non irritati dal sudore, e senza l’assillo ambizioso e soffocante del traguardo, godranno del dettaglio d’ogni cosa, cogliendovene in ogni anfratto celato la bellezza. E “chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio” (Franz Kafka). Dunque, possiamo essere giovani in eterno, senza nascondere le nostre rughe, eroi senza saperlo, semplicemente rifiutando la corsa e la vertigine, l’ingorgo definitivo, scegliendo di non salire su un F35, né su qualunque altro carro vincente, come chi invece ha perso, per i suoi talloni disperati e fragili, il senso d’una vita”.

Distanziamento (a)sociale

“La rapidità dello sviluppo materiale del mondo è aumentata. Esso sta accumulando costantemente sempre più poteri virtuali mentre gli specialisti che governano le società sono costretti, proprio in virtù del loro ruolo di guardiani della passività, a trascurare di farne uso. Questo sviluppo produce nello stesso tempo un’insoddisfazione generalizzata ed un oggettivo pericolo mortale, nessuno dei quali può essere controllato in maniera durevole dai leader specializzati” (Guy Debord, I Situazionisti e le nuove forme dell’arte e della politica)

Alla fine siamo rossi, che c’è stato un tempo, praticamente da tutta una vita, almeno da quando ho messo quattro gengie in fila, che pur di urlare “tutti rossi” mi sarei svenduto un rene. E invece arriva il crollo annunciato dell’impero, ma senza manco spettri che s’aggirano per l’Europa. Era inevitabile, mi verrebbe da pensare, ma ho salutato i miei ragazzini stamattina non senza sentirmi un certo peso proprio lì, alla bocca dello stomaco. Son ragazzini, ancora non sono adusi al distanziamento sociale, anche se hanno compreso, mi pare piuttosto bene, cos’è quello fisico. Si cercano con gli occhi, nemmeno si chiedono chi sono le rispettive famiglie. Bisognerebbe che facessero qualche webinar ad un mondo d’adulti precotti ed abbrancicati come sarde al mercato, pure testa coda, così ce n’entrano di più a cassetta. Mi verrebbe, così, per sfogo e necessità compensative, di mettermi a riflettere, a discutere della cosa. Poi però mi passa, me ne viene meno la voglia. Mi viene però di parlare d’una cosa a latere, né mi permetto di dire che sarò l’unico a farlo, che di imprimatur faccio a meno. È questa cosa del distanziamento sociale che non mi torna. Perché se c’è bisogno di distanze di sicurezza, quelle ch’evitano il contagio, mi pare – pare a me, cioè, che sono nessuno per scelta e vezzo antico – meglio sarebbe parlare di distanziamento fisico. Già, perché da questa cosa, in un modo o nell’altro, forse se ne esce, ma poi vanno messi assieme i cocci, vanno rizzate su le macerie, certo dell’economia, certo della scuola (quanto m’indispone che, nel bel mezzo della bufera, ci sia l’accanimento terapeutico del chiacchierare ancora di valutazioni, roba che mi faccio fuori scorte secolari di magnesia), ma a queste cose ci pensano intelletti sopraffini, mica uno che parla coi sassi ci si può cimentare. Del sociale distanziato, che non era manco messo così d’appresso manco prima, chi se ne importa.

Cioè, mi viene in mente, che c’è un mondo che non ha diritto di cronaca, non se la passa bene sulle prime pagine dei giornali, manco quelli on line, nemmeno s’affaccia in TV. C’è quel mondo ai margini, che prova a campare di bellezza, d’arte. Conosco taluno che s’accorda con sé stesso d’essere artista, e si cerca chi se lo compra un tanto al chilo, talaltro non ci crede manco lui, ma finge di esserlo, spavaldo di tecniche dissimulative dell’aria fritta. Ma qualcuno lo conosco che fa cose serie. Però è vezzo diffuso che se ne sta a mantecarsi nel suo brodino primordiale, pure se gustoso, ad autocelebrarsi specchiandosi nello stagno fino a caderci dentro. Con gli altri non ci parla, e finché le cose erano da tempi di vacche grasse, la sfangava, a mala pena, ma la sfangava. Ora raccoglie fumo con la racchetta da tennis, e aspetta che gli si ripresenti lo stagno. Solo che, pure se finisce, come finisce? Che ho sensazioni brutte che certe cose non tornano indietro, e di bellezza ci scordiamo, in favore di tenebre rutilanti di fuochi d’artificio. Insomma, se si parla d’arte da queste parti, da qualche decennio, si parla di monadi più attente a mantenere un in-sano distacco da ogni parte che becchi, che dialogare fa fatica. E se poi le espressioni artistiche si mettono a parlare magari fanno movimento d’opinione, espressivo, sociale e solidaristico, si mettono a far cagnara. Dunque meglio distanziarle socialmente le espressioni del libero pensiero, dell’arte, della bellezza. Abbiamo tutti una storia da raccontare, spesso più di una. La bellezza di queste storie è che qualcuno può ascoltarle, leggerle, guardarle in un quadro o una foto, ascoltarle in musica, farle sue, se crede. Ce ne sono alcune tristi, bislacche, altre intricate, a fondo cieco, che non portano da nessuna parte, altre ancora non hanno un inizio né tanto meno una fine, talune hanno una morale ma non se ne vede il senso; ne conosco altre che non hanno una morale, ma si capiscono meglio. Ci sono storie che entusiasmano, storie che fanno ridere, piangere, storie che annoiano. In questi giorni ne ho sentite di storie, fate voi a che categoria appartengono, io non ho troppa voglia di metterle in uno scaffale o in un archivio con l’etichetta “storia seria” o “fatto di cronaca” o quant’altro. E comunque gli artisti non si parlano, non si raccontano le loro storie, mica vorranno fare la fine delle resse al centro commerciale? Sono distanziati socialmente prima del distanziamento sociale. Ma io, umilmente, una proposta a chi fa bellezza gliela devo fare, anche se viene da uno poco credibile che s’è messo a fare nessuno, per cui prendetela come viene: ma perché non v’agghindate tutti a nessuno, che poi se metti insieme un nessuno più un nessuno, e ci aggiungi una pletora di nessuni, magari ne viene fuori uno bello grosso, di quelli che non puoi far finta che non esiste?

8 Marzo (Ante litteram)

Ammetto di averci pensato un po’ prima di scrivere questo post. In generale non mi piace aderire alle liturgie. So che l’8 Marzo è più che tale, pure se, ad onor del vero, del carattere liturgico s’è intriso e nemmeno da poco. Ci ho pensato poiché non m’andava di cadere – per di più qual maschietto con la M maiuscola delle attestazioni anagrafiche – nel gioco dell’”oggi se ne parla”, domani è un altro giorno, si vedrà. Poi mi sono deciso a pubblicare questa cosa, perché sia omaggio per le donne, ma anche per gli uomini che ci arrivano, per gli altri ce ne faremo una ragione, almeno per il momento. E mi decido con la coscienza relativamente a posto, giacché si tratta di un lavoro più complesso e non concepito per una “liturgia”. Un lavoro compensativo d’una memoria fallace, anche rispetto al ruolo delle donne nel nostro paese. Rievocativo di fatti che la storia ha relegato a trafiletti infimi nei libri di testo scolastici, forse per la loro ingombrante attualità – pure per sciatteria – e la cui analisi si trova solo in lavori di tutt’altro che facile reperibilità (ricordo quelli eccellenti di Anna Puglisi ed Umberto Santino del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”). Mi riferisco alla vicenda dei “Fasci siciliani”, ed al ruolo che le donne ebbero in quel movimento, un ruolo di partecipazione che mai s’era visto sino ad allora. Si trattò di un’agitazione sociale senza precedenti, iniziata tra il 1893 e il 1894, dilagando nelle città e campagne con un’organizzazione capillarmente strutturata ma dotata di un efficiente coordinamento regionale, ispirata dal socialismo e guidata da dirigenti per lo più giovani, intelligenti, colti e determinati (lo stesso Lenin, ne rimase colpito, e per adesione di massa fu seconda solo a quella che diede vita alla Comune di Parigi).

“Fino ad ora la parola di un italiano non poteva essere che modesta, anzi modestissima, nei rapporti del socialismo internazionale. Tutto al più avea valore di convincimento personale, o di promessa e di speranza da parte di pochi precursori liberamente o spontaneamente associati. Mancava il fermento della massa proletaria, che risultasse dal sentimento si una determinata situazione economica. Ora ciò e cambiato. Coi tristi casi di Sicilia il proletariato è venuto su la scena. Questa è la prima volta in Italia che il proletariato, con la sua coscienza di classe oppressa e la sua tendenza al socialismo, s’è trovato di fronte alla borghesia. Alla prima mossa è succeduta rapida la repressione. Ma ciò non rimarrà senza effetto. Gli stessi errori commessi serviranno di ammaestramento. La stessa borghesia, che per difendersi ha bisogno di reprimere, fa da maestra.

D’ora innanzi non ci sarà che progresso. Il socialismo, come forza impulsiva, investirà la massa proletaria. Cinquant’anni fa C. Marx ha detto (- ripeto il senso non le parole -) che non importa guardare a quello che il singolo proletario pensa o dice, né a quello che tutti i proletari pensano o dicono, ma a quello a cui sono necessariamente portati dalla loro stessa situazione. L’Italia di ora lo conferma”. (Antonio Labriola – Roma, 10 aprile 1894)

Adolfo Rossi, un giornalista d’inchiesta, si reca in Sicilia per studiare quel movimento. Ne intervista i protagonisti nelle campagne e rimane stupito di come siano politicamente preparati nonostante prevalentemente contadini analfabeti. Resta colpito in particolare dal ruolo delle donne – si stima che almeno un terzo degli aderenti al movimento sia costituito da loro – e dalla loro capacità di esprimere concetti politicamente elevati con proprietà di linguaggio e consapevolezza della propria condizione e delle prospettive della loro lotta. Per consentire un tale spazio alle donne nella nostra “consapevole” società evoluta, avremmo bisogno di “quote rosa” imposte ex legis. Inutile dire che il movimento fu represso nel sangue per volontà dell’ascaro Francesco Crispi (cui tante strade sono intitolate) che proclamò lo stato d’emergenza in barba alle leggi (lo Statuto Albertino ne prevedeva il ricorso, quindi l’intervento dell’esercito, solo in caso di presenza di invasore nemico sul territorio patrio). Tralascio di dettagliare quale concezione avesse delle donne il Crispi, rimandandovi semmai alla lettura del bellissimo libro, pubblicato da Sellerio, dell’amica Maria Attanasio, La ragazza di Marsiglia (storia dell’unica donna che partecipò allo sbarco dei Mille) dando piuttosto voce alle contadine dei Fasci come riportata fedelmente nel libro “L’agitazione in Sicilia”, di Adolfo Rossi, per un 8 Marzo ante litteram, concepito per essere tale ogni giorno.

Noi non andiamo più in chiesa, ma al Fascio.

Là dobbiamo istruirci, là organizzarci per la conquista dei nostri diritti.

Vogliamo che, come lavoriamo noi, lavorino tutti, e non vi siano più né ricchi né poveri. Che tutti abbiano del pane per sé e per i figli. Dobbiamo essere eguali. Io ho cinque bambini e una sola cameretta, dove siamo costretti a mangiare, a dormire, tutto, mentre tanti signori hanno dieci o dodici camere, dei palazzi interi (…)

Vogliamo mettere in comune le terre e distribuire con giustizia quello che rendono.

Ci deve essere la fratellanza, e se qualcheduno mancasse ci sarebbe il castigo.

Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno gli usurai. Alla fondazione del Fascio i nostri preti erano contrari e al confessionale ci dicevano che i socialisti sono scomunicati. Ma noi abbiamo risposto che sbagliavano, e in giugno, per protestare contro la guerra ch’essi facevano al Fascio, nessuno di noi andò alla processione del Corpus Dammi. Era la prima volta che avveniva un fatto simile. I signori prima non erano religiosi e ora che c’è il Fascio hanno fatto lega coi preti e insultano noi donne socialiste come se fossimo disonorate. Il meno che dicono è che siamo tutte le sgualdrine del presidente. Quando un reato è commesso da un ricco, nessuno se ne cura, mentre il povero che ruba un pugno di grano per sfamarsi va subito in prigione.

Vedete che per i poveri non c’è giustizia in Piana dei Greci! I signori dicono apertamente che ci vogliono ammazzare ad uno ad uno. (…) Per ora i nostri consiglieri non potranno far altro che impedire gli abusi e le prepotenze dei signori i quali finora comandavano anche nel Comune. Ma i Fasci nomineranno anche i consiglieri provinciali e i deputati, e quando alla Camera avremo maggioranza socialista….

Noi speriamo che sorgano presto anche nel continente. Voi vedete come si moltiplicano qui. Possibile che nel resto d’Italia i nostri fratelli che soffrono seguitino a dormire? Basterà che qualcheduno cominci a predicare anche là l’unione del proletariato. Anche noi fino alla primavera scorsa non sapevamo che cosa fossero i Fasci. Morivamo di fame e tacevamo. Eravamo ciechi. Non ci vedevamo.”

Nota al margine: Rispondo qui ringraziando quel paio di gentili amiche/amici per la preoccupazione espressa circa una certa disinvoltura con cui uso le mie produzioni, che loro interpretano come artistiche, in riferimento a testi e foto, senza tutelarne, nemmeno pro forma, la proprietà. Lo faccio ribadendo un concetto già espresso (e credo sia quello che ha fatto scattare l’allarme) e cioè che quello che pubblico su questo blog è, salvo espressamente specificato, prodotto da me, e poiché io qui ho deciso di essere nessuno, ossia solo un sasso cui eventualmente chiedere un nome, appartiene a nessuno, dunque a tutti. Per cui ne è possibile la riproduzione parziale, totale, a frammenti o come vi pare, il rimaneggiamento, la mutazione genetica o quant’altro si voglia, senza necessità di citarne la fonte, che del resto non è citabile, poiché nessuno non esiste…

La presa della Fera

Succede, soprattutto nei momenti di riflusso (non gastroesofageo), che incontri quegli sguardi ieratici, quelle espressioni estasiate, con gli occhi che pare esplorino l’infinito; poi, appena sussurrata, la frase che ti cattura – a me, invero, stranisce, persino mi inquieta -: “questo libro m’ha cambiato la vita”. È pure probabile che io sia un uomo rozzo, persona di sensibilità appena verificabile, tipo che inchiodo se un gatto mi taglia la strada, non tiro dritto incurante, cioè, questo sì, lo faccio, magari oltre non vado. A me, però, un libro non m’ha mai cambiato niente. Quando vi fu la riscoperta di Memorie d’Adriano, per buttarla in caciara, pareva che tutti non aspettassero altro per schierare occhi persi verso l’orizzonte, che quello dell’avvenir ormai pareva perso. Mi viene in mente che quel libro di vittime così ne fece parecchie. Posto che io non ce l’ho con la cosa della Yourcenar, m’è pure piaciuta (ho preferito Il Portico di Zenone), l’ho letta con affabile genio, come altri: però, ribadisco, “un” libro, la vita non me l’ha mai cambiata. Tanti libri assieme finiscono col farti buono o una pura schifezza, dipende da quello che leggi. Se non leggi, poi, forse va pure peggio. Ma uno, uno solo, intendo, con me non c’è riuscito. Anche perché, se ci si ferma a pensare un attimo, ognuno di noi è fatto da talmente tante pagine, che pure certe scritture strette e fitte come fanno a starci dentro senza perdersi come goccia nel mare? Tranne che, appunto, qualcuno di pagine sue ne abbia non troppe, e s’accontenta. Così mi pare che sia, anche se, proprio se la devo dire tutta, ce n’è stato uno di libro, che seppure non m’ha cambiato la vita, tuttavia…

Insomma, è storia antica, ed eravamo in mezzo ad una Sicilia di contraddizioni, intorno alla metà degli anni ’50, ma io non c’ero, non ancora, almeno. C’era Elio Vittorini, che faceva l’editor d’Einaudi. Fu il tempo che ricevette una stesura de Il Gattopardo. Si disse che la rifiutò sdegnosamente, e fu accusato perciò di feroci ideologismi. Pare, invece – e ho fonti certe ed attendibili in merito – che in realtà abbia solo evidenziato che l’opera pareva incompleta, che non c’era finale. Poi fu pubblicato da Feltrinelli. Chi l’ha letto avrà in effetti notato come il finale sia un po’ appiccicaticcio, quasi pareva non c’entrasse niente col resto, come ci avessero messo il primo che trovavano perché non se ne poteva fare a meno. Tanto che Visconti lo fece praticamente sparire dal suo film. Ma sto divagando, non è alla cosa del Lampedusa che mi riferisco. È che, quasi contestualmente, si presenta da Vittorini, un giovane ricercatore, siciliano anch’egli, tale Stefano D’Arrigo, con un libercolo che si chiama “ giorni della fera. All’editor quel lavoro piace, ma consiglia benevolmente di rimpolparlo un tanticchia. Fu preso abbastanza sul serio poiché quel rimpinguare di pagine durò oltre vent’anni, si da trasformare il libretto embrionale nell’opera monumentale -1600 pagine fitte e strette come mai, da perderci fiumi di diottrie – Horcinus orca. Roba che poi, per rilassarti, leggi i classici russi. Così pensavo, tenendomene alla larga beatamente, pur se taluni che s’erano avventurati nella lettura li conoscevo. Gente reticente, che non raccontava niente di quello che avevano trovato in quelle 1600 pagine, e, senza troppi sguardi ieratici, a domanda rispondeva con fastidio che me le potevo anche leggere da solo. Pare che custodissero una sacra reliquia, un segreto estremo e definitivo, custodi di quello come cavalieri templari. Io non è che non ci dormissi la notte, e financo Mastro don Gesualdo Bufalino scrisse un Codicillo a D’arrigo, in cui, dopo aver elogiato l’opera, candidamente ammetteva di non essere nemmeno arrivato al giro di boa. Per cui mi sentivo confortato nella mia scelta. Sinché, una graziosa signora, col senno di poi, non so, se per affetto oppure per inconfessata antipatia, me ne fece gentile omaggio, pure in bella confezione. Lo deposi con cura in un angolo oscuro della mia libreria, e feci finta di dimenticarmene. Tuttavia, quella costa voluminosa, tanto larga quanto alta, pareva accendersi di fosforescenze ogni volta che vi passavo dinnanzi. C’era qualcosa che attirava la mia attenzione da quelle parti. Mi capitava di svegliarmi di soprassalto dai miei sogni giovanili, e tutto sudato andavo a verificare se il libro s’era acceso di nuovo, se s’era messo a vivere. Fu così che mi decisi di cominciarne la lettura. Dopo le prime duecento pagine, sofferte di contenuti, m’avvidi della vertigine che ne rimaneva. Così smisi una prima volta. Ma quello non demordeva, lampeggiava come certi catarinfrangenti autostradali, senza ritegno per l’oscurità d’intorno, sfavillando, persino. Io dissimulavo l’interesse, facevo finta di niente, mi mostravo indifferente. Ci ricascai, forse per altre trecento o quattrocento pagine, arrivai persino a superare Bufalino. Ma m’arresi ancora. Poi un lascia e piglia, e di resa in resa, arretramenti e incursioni, quella dialettica serrata maturò l’ultima pagina che acquietò la fera, e dopo quasi due anni. Quindi, sancì l’irrilevanza d’ogni altra cosa abbia letto sino ad allora o avrei letto da lì in poi. Qualcuno m’ha chiesto cosa ne pensassi, di cosa parlasse, me ne chiedevano un Bignami. Sempre risposi, ma perché non ve lo leggete?

Un nome c’è, da qualche parte

“Ho sempre avuto l’idea che navigando ci siano soltanto due veri maestri, uno è il mare, e l’altro è la barca, E il cielo, state dimenticando il cielo, Si, chiaro, il cielo, I venti, Le nuvole, Il cielo, Si, il cielo”. (José Saramago)

Quando arrivano all’alba, coi motori che appena sbuffano, quasi non le senti. La barche, quelle piccole, di piccolo cabotaggio, sono discrete, non fanno rumore e pure l’equipaggio, a quell’ora del giorno, pare assecondarne la discrezione. Si muove piano, per non infierire sulla stanchezza della notte, tutti come recitassero a soggetto, con l’unico linguaggio del corpo, senza parlare. Le barche hanno sempre un nome. Quello di una madre, una sorella, un’amata o un santo padre. Tutte hanno una storia, dal momento in cui sono armate, a quelle in cui s’affollano d’equipaggi, foss’anche un equipaggio d’un cristiano solo. Scivolano d’attese, s’apprestano ai moli ed alle bitte con le cime tese, come volessero conquistarsi il riposo meritato, aggrappandosi alla certezza d’un porto sicuro dopo l’irrequietezza della notte, con le reti che vibravano d’argenti e d’ultimi respiri affannosi.