Post scriptum (Allonsanfàn parte seconda: Alberto Sipione)

Capita che antiche letture, come un fiume carsico, riemergano dalle pagine ingiallite della memoria. Capita che cerchino di farsi breccia nel disincanto dell’ora, per finire derubricate a nostalgie del tempo perduto. Capita, pure, che un vecchio ciclostile riaffiori dalla memoria d’un cassetto – quanta memoria hanno i cassetti? – e che scorgendo quelle righe, ripercorrendole sillaba su sillaba, non si riesca a definirne una data certa. Ci sono cose senza tempo, certo, ci sono cose che sembrano scritte oggi, come questa che ho trovato mentre riciclo carta, per appunti o per accendere un fuoco.

“Si può sostenere senza esagerazioni che mai come oggi la nostra civiltà è stata minacciata da tanti pericoli. I vandali, con i loro mezzi barbari, cioè estremamente precari, distrussero la civiltà antica in una zona circoscritta dell’Europa. Attualmente è tutta la civiltà mondiale, nell’unità del suo destino storico, che vacilla sotto la minaccia di forze reazionarie armate di tutta la tecnica moderna. Non ci riferiamo solo alla guerra che si prepara. Sin da oggi, in tempo di pace, la situazione della scienza e dell’arte è divenuta assolutamente intollerabile”.

Tutt’altro che oggi, il brandello di memoria sdrucita è del 1938, a firma Breton, Trotsky. Forse allora progetto autentico di recupero di una strategia rivoluzionaria, oggi, invece, derubricato nel declinante fronte occidentale pronto alla disfatta, ad inutile fardello nascosto nell’ultimo cassetto in fondo a destra, stessa direzione del cesso. Tralascio, poiché non ho voglia di spendere tempi di ragionamento, di discutere nel merito – seppure ne avessi i mezzi, ma forse qualcuno, pure come brandello di memoria anch’esso, ce l’ho per ragioni non confessabili – delle disfide planetarie tra scienziati, psico-medici, che a singolar tenzone si sfidano nei salotti buoni del mainstream. Quant’erano migliori i ritrovi dell’alba, dietro conventi di frati minoriti? Tralascio pure di constatare, senza creanza, come mi confarrebbe e piedi nel piatto, di esternare che pare abbiano studiato medicina e scienze più o meno disapplicate, in facoltà teologiche di confessioni agguerritamente avverse. Tralascio pure – ancora nel merito – di come questo “civilissimo” confronto liberal-democratico, sia divenuto caricatura della dialettica serratissima e sovieticissima tra Kapitsa e Lisenko. L’uno sotteso – e sconfitto – al benessere del suo paese in un’ottica di liberazione della scienza, dunque, dell’uomo; l’altro a sostenere interessi staliniani sino anche a negare le evidenze stesse della scienza. Solo che di Kapitsa se ne sono visti assai meno di quanto egli stesso non abbia avuto spazio sulla Pravda. I Lisenko, più estenuanti, nella loro ottusa reiterazione di impudicizia servile, si sono invece moltiplicati in prospettiva della difesa di interessi da parcella. E nella tragedia postkafkiana, unico contraltare alle loro esternazioni deliranti, lo consumano, nel più scontato dei giochi delle parti, le pletore dei complottisti, alla farsesca ricerca di un colpevole con nome e cognome, un capro espiatorio qualsiasi, un migrante male in arnese o una multinazionale, tutto fa brodo per barbigli d’ogni fatta. Tanto, tutti belli accomodati sullo stesso dito a fronte di luna, s’apprestano alla pesca a strascico, per prede qualsiasi, da un estremo all’altro e senza escludere il ventre molle del mezzo. Dunque, si consuma l’inedita alleanza tra i burocrati del senso di responsabilità e della salute dei cittadini, e le torme metafisiche dei dissidenti, che come due facce della stessa moneta, si spendono insieme perché non vi sia qualcuno che chieda di pagare il conto salatissimo delle contraddizioni ai padroni del vapore.

Poi, ancora, sul vecchio retaggio di memoria ultraottantenne, dunque improduttivo: “In ciò che di individuale conserva nella sua genesi, nelle qualità soggettive che mette in opera per cogliere un certo fatto che implica un arricchimento oggettivo, una scoperta filosofica, sociologica, scientifica o artistica, appare come il frutto di un caso prezioso, cioè come una manifestazione più o meno spontanea della necessità. Non è possibile ignorare un tale contributo sia dal punto di vista della conoscenza in generale (che tende a far sì che si sviluppi l’interpretazione del mondo) sia dal punto di vista rivoluzionario (che, per arrivare alla trasformazione del mondo, esige che ci si faccia un’idea esatta delle leggi che ne governano il movimento). Più in particolare, non è possibile disinteressarsi delle condizioni mentali in cui questo contributo continua a prodursi e, perciò, non si può non vigilare affinché sia garantito il rispetto delle leggi specifiche cui è soggetta la creazione intellettuale”.

Con malcelata stanchezza, m’affido all’arte, alla bellezza, come m’affido alla magnesia per la gastrite.

“La sorda riprovazione che suscita nel mondo artistico questa negazione spudorata dei principi cui l’arte ha sempre obbedito e che neppure Stati fondati sulla schiavitù hanno osato contestare, deve far posto ad una condanna implacabile. L’opposizione artistica è oggi una delle forze che possono utilmente contribuire al discredito e alla rovina dei regimi in cui si annulla non solo il diritto della classe sfruttata di aspirare ad un regime migliore, ma ogni sentimento di grandezza e persino di dignità umana”.

Finisco con un portatore sano d’indignazione – sintomatico -, continuando, sinché reggo, quello che nel precedente post m’ero altresì riproposto, presentandovi, così come so fare e quindi a spizzichi e bocconi, le cose di un artista che definirei militante, per il rifiuto del prêt-à-porter del linguaggio artistico: Alberto Sipione. Alberto è fotografo raffinato, che non rifiuta la modernità e la tecnologia, ma le soggioga – dunque, non ne è soggiogato – al processo di recupero dell’arte come dimensione umana irrinunciabile, bisogno essenziale e componente di una nicchia ecologica primigenia. La sua è opera eversiva, nel senso etimologicamente più puro del termine, dal latino e-vertere, cambiare direzione, che trasforma il quotidiano in una dimensione onirica, la cui interpretazione dis-vela il bisogno essenziale comunicativo.

Alberto Sipione, Dottore in Niente (Università Internazionale Situazionista), nasce a Siracusa nel 1968. All’età di 20 anni si avvicina alla fotografia analogica in Bianco Nero. Si interesse ai reportage sociali ed alla fotografia sociale. Venti anni dopo conoscerà personalmente il suo maestro , Pino Bertelli con il quale lo lega un sodalizio decennale. E’ affascinato dalle teorie sull’Urbanismo Unitario sviluppate dall’Internazionale Situazionista, e basa molti suoi lavori sulla Geografia Urbana. Con un passo indietro fra le avanguardie conosce, cura e si lega alle tematiche surrealiste. Tra i suoi cattivi maestri Benjamin Peret, George Bataille e Pierre Molinier. Definisce la fotografia non come un puro mezzo di masturbazioni estetiche e tecniche ma legata alle altre discipline che interrogano e sognano un cambio radicale sociale slegate da qualsiasi commemorazione mercantile.

albertosipione.it

La mostra covid free (Allonsanfàn parte prima: Sergio Poddighe)

E chi lo può sapere quando finisce ‘sta cosa della pandemia. Ci sono fior fiore d’esperti che brancolano nel buio, s’arrabattano come alchimisti nel medio evo, facendo attenzione a non buttar giù le porcellane buone, a non turbare le suscettibilità dei tribunali dell’inquisizione social, che quelli maneggiano punizioni e torture peggio di certi tenutari di scantinati d’antichi castellacci e di anticamere di forche papaline. Insomma, si naviga a vista. Poche idee ma confuse. Posto questo, che mi pare di buon senso, quasi chiacchiera da bar, forse pure peggio, ci sarà poi da ricostruire tutto, economie sfasciate, casse pubbliche di cui si vedono fondi grattati, cose così. Poi, ciascuno, fa i conti con le proprie vittime. Mi pare che però pochi facciano i conti, a parte giusto i diretti interessati, con chi sceglie di campare d’arte, che già era cosa assai complicata in tempi di vacche grasse, ma ora che i bovini sono a stecchetto, attendono di attraversare il deserto. L’arte e la bellezza fanno abbassare il PIL, sono improduttive. Cioè, se compro un quadro bello, e mi posso permettere quello e poco altro, spendo quanto un paio di telefonini, ma il quadro, ch’è l’anticamera dell’inferno, ci sta che mi dura una vita, mentre il cellulare me lo danno a scadenza. Se poi alzo il prezzo, c’è poco da fare, sfioro l’automobile. Peggio, se compro un libro, e metti caso mi viene di leggerlo; richiede tempo, me ne devo stare ore e giorni davanti quelle pagine col rischio materiale che mi spunta uno spiritello critico in testa, m’arricchisco di prospettive inedite e non cash & carry. Tolgo tempo alla fila al centro commerciale, dove, altro che libro compro. Stessa cosa mi succede se mi vado a vedere una mostra o uno spettacolo di teatro, non solo tolgo tempo a cose che hanno più apPIL, ma poi me ne vengo fuori con strane idee.

Moralis de fabula, leggere, ammirare l’arte, la bellezza, sono abitudini da non coltivare, mi pare. Fatte salve alcune “nobili” eccezioni. Perché la cultura, per qualcuno, non è missione da cui ricavare somme gratificazioni dell’anima, e magari tirarci fuori di che campare con decenza, è cosa d’affari, di prebende, familismi, organizzazione del consenso. Mi posso, che ne so, per suadente lusinga del cliente, considerare che sono attore memorabile, fotografatore (da notare il neologismo, contraltare dell’accezione corretta) ispirato, dipingitore (anche qui, mi supero per politically correct, che potevo dire imbrattatele, ma sono persona dabbene) sublime, scrittore arguto e raffinato, e pure, a somma fortuna che s’accompagna ad un ego smisurato, essere cugino del sindaco, cognato dell’assessora, nipote del plurimilionario fabbricatore, che pensa ch’è meglio mi dedichi all’arte altrimenti mi balena in testa di metter bocca negli affari di famiglia. Beh, questi, che di prebende fecero virtute, la crisi non la patiranno, e si vedranno garantiti spazi e fortune, nonché notorietà imperitura, ora e per sempre. Che se poi, con umile portamento, gli chiedi di condividere almeno gli spazi, ti guardano come fossi il lazzaro senza speranza di resurrezione, ti rigirano il no sotto forma di c’è chi può e chi no: ed io può, che da quelle parti troppa cultura bene non fa.

Allora, a me, che di talento non dispongo, ma che per disponibilità economiche e temperamento, nell’arte trovo soddisfacimento per certe pulsioni elementari, mi viene in mente la pletora degli altri, che non li manda Picone e che non hanno facce le cui sembianze sono assimulabili ad altre zone anatomiche. Ecco, tra questi ce ne sono di bravi veramente, alcuni di talento portentoso, che hanno studiato, ma pare non abbiano diritto di cittadinanza, per carattere e ritrosia, talvolta, spesso perché non hanno santi in paradiso che li illuminano d’incenso. E allora io voglio fare una cosa. Una cosa da poco, roba che vale quel che vale, certe volte conta il pensiero. Io questo ho, il blog, e glielo apro, li presento, li ospito come fosse casa loro, anzi, è casa loro. Mi scrivo le mie cose, poi, spazio all’arte ed alla bellezza che altrimenti, ora come ora, non se le vede nessuno. Che importa se qui al massimo la vedono in sette o otto, sono sette o otto più di prima. E mi viene da pensare che se la faccio io questa cosa, poi c’è qualcuno che s’appassiona e reitera il gesto, così l’rt della bellezza diventa pericolosamente alto come quello del Covid. Magari rimane traccia. Se son rose…okkio al PIL.

E allora comincio subito con uno che trovo veramente bravo, perché me lo ritrovo magicamente tra il surrealismo di Breton e le copertine delle Mothers of Invention. Sergio Poddighe.

I lavori di Poddighe sono la rappresentazione del contesto dei desideri umani e dell’uomo stesso come soggetti effimeri, metafora della parzialità dell’essere. L’uomo, dunque, è entità incompleta, mutilata, che rincorre l’effimero come unica vacua speranza compensativa. Riempie i propri vuoti creandone di nuovi, rincorre le proprie ansie costruendone di ulteriori, mai definitivamente consapevole del proprio progressivo allontanamento dalla concreta condizione umana. Proprio sulla condizione umana le opere suggeriscono una riflessione profonda, una riflessione ed un’analisi che possono essere affrontate da più punti di vista, poiché l’accettazione della complessità, quindi delle diverse angolazioni dell’osservazione è l’unico strumento attraverso cui è possibile costruire una prospettiva di ricomposizione dell’essere umano.

SERGIO PODDIGHE è nato a Palermo nel 1955. Si è diplomato al Liceo Artistico della sua città e in seguito presso l’Accademia di Belle Arti di Roma (corso di pittura). Ha insegnato Discipline Pittoriche presso il Liceo Artistico Statale, dal 1990 risiede ed opera ad Arezzo. Si è interessato agli aspetti simbolici e psicologici del segno grafico (per questo ha frequentato per un anno l’Istituto di Studi Grafologici di Urbino), come delle espressioni legate al mondo dell’illustrazione, del fumetto e della pubblicità. Ha prestato la sua opera per l’esecuzione di decorazioni, copertine di libri, manifesti legati a spettacoli ed eventi culturali. La sua ricerca pittorica si snoda attraverso percorsi espressivi diversi: dalla grafica, alla sintesi tra manipolazione digitale e pittura propriamente detta. Ha all’attivo numerose personali e partecipazioni a rassegne d’arte contemporanea in Italia e in Europa (Francia, Germania, Belgio, Svizzera, Austria, Romania, Croazia). Ha esposto in rassegne d’arte contemporanee in Usa (New York City, Houston, San Diego, Los Angeles), e al padiglione italiano di Art Basel Miami (edizione 2010); con i reduci di questa rassegna ha partecipato, in seguito, a “ Venti artisti internazionali a Palazzo Borromeo” , Milano. In Florida, inoltre, presso la contea di Walton, ha allestito due personali. Sue opere fanno parte d’innumerevoli collezioni private e pubbliche.

https://www.sergiopoddighe.it/

Il vento lo fa

Il vento qualche volta lo fa. S’arriccia il pelo che pare un gatto, si smarca dall’orizzonte azzurro col colore della sabbia, e s’avventa a terra come se questa gli avesse strappato di bocca il topo. “Non ce n’è pesce, e non ce n’è per tre giorni”, dice Gianni. “Tanto dura”. E si mette la barca a posto, che pure al porticciolo non è sicura, si alzano certe onde come a mare aperto, e quanto le smanaccia il libeccio. Bisogna allontanarla dallo scoglio e dalla banchina, tesa a mezza costa dalla cima alla bitta e con l’ancora per l’altra parte. E si spera che regga, senza grattare troppo il fondo, trovando appiglio giusto sott’acqua su uno scoglio robusto, e no sulla sabbia fine e fango. Il rischio è che te la ritrovi un pezzo qua e uno là. Pure gli stagnoni si sono gonfiati, e garzette e pellicani e ogni altro uccello da pesca se ne stanno per aria, immobili, paiono scolpiti nelle nuvole di sabbia e appesi a una specie di soffitto. Tanto, manco per loro c’è pesce. Quelli se ne sono andati al largo, nel silenzio profondo, dove non s’ammaraggiano troppo, non rischiano di finire pancia sopra sulla spiaggia, o a sguazzare senza scampo nelle pozze sugli scogli. Per un po’, laggiù, sono pure più tranquilli, che non s’aspettano né bocconi amari né impigli. Quelli che non ce la fanno già sono pranzi veloci dei gabbiani.

Certe volte lo fa, il vento, che all’incrocio dei due mari s’infila nel gradino che quello più caldo fa sopra quello più freddo, e la striscia bolle di schiuma. Una volta o due ti pare di vederci sotto Cariddi, tanto s’agita. Con lo sguardo cerchi di capire dove arriva, ma poi la perdi perché la schiuma si alza fino al cielo e non si vede niente. Il sale ti entra negli occhi, la sabbia in bocca. Un bar aperto c’è, piccolo, con la signora che borbotta come una caffettiera, contro il tempo, contro la stagione, contro il governo. Gli altri sono chiusi, quelli sono di gente di fuori, aspettano i turisti ed ancora non è tempo loro. Comunque, un caffè si recupera. Sa di sale pure quello, o forse è solo il sale che t’è rimasto in gola per quei cento metri sulla banchina, in mezzo al paese deserto e alle scoppole del vento d’Africa. “Non ce n’è pesce”, dice pure lei, e torna a maledire tutto. “Tre giorni dura”.

Il vento qualche volta lo fa, soffia tre giorni e poi smette. Questo è solo il primo, per gli altri s’aspetta. Nemmeno le barche grosse escono col tempo così. E dove vanno, a farsi inghiottire da Cariddi, a farsi scippare le reti da Scilla?

Il vento lo fa, qualche volta, che ti deposita le posidonie pure sulle cime delle palme, ti scoperchia le serre, si ruba la spiaggia e con la sabbia rossa ci ricopre la strada. Quei quattro chioschi di legno che in estate sfornano bicchieri colorati non ce la fanno nemmeno a passare la prima mezz’ora, poi chissà se li recuperi per la bella stagione. Magari approdano più in là, dopo il promontorio, si travestono di barca fenicia, o relitto di disperazione, e qualche genio in costume, fra qualche mese, si pensa d’aver trovato chissà quale testimone di intemperie tropicali, di viaggi senza rotta, di pirati e corsari.

Il vento lo fa, certe volte, che d’improvviso s’inchina. Lo fa quando sei solo però, che s’abbassa e ti fa passare, sino allo scoglio, concedendoti il tempo per raccogliere la stella. Lo fa quando sei solo, così, se lo racconti, non ci crede nessuno.

Lavorare stanca

Che a me, poi, la fregola del lavoro non m’è mai presa. Domani ricomincio e, se mi guardo dietro, non è che abbia mai davvero smesso. Mi sono concesso le pause fisiologiche, quelle per le camicie da stirare, la liturgia del baccalà, il riassetto delle piante in terrazza, e due parole smesse buttate su queste pagine. “Prof. – mi viene in mente che mi dice la giovane alunna – ma lei l’ha fatto il ’68?”. Bene, delle due l’una, che a quella creatura sopra i vent’anni paiono tutti uguali, oppure sono ormai messo così male in arnese che non riesco più a dissimularlo. “Certo che no”. E la collega con lo stivaletto sadomaso sogghigna, che mi dovrebbe almeno una cinquemila lire a mo’ di compenso per il siparietto. Non è che può essere tutto gratis. E no che non l’ho fatto, manco fonetizzavo consapevolmente i miei primi abbozzi di vaff… Pure il ’77 me lo sono visto da uno scoglio, che mi rendevo appena autonomo nella pesca col bolantino. Il riflusso me lo sono goduto, invece, tutto, pure quello gastroesofageo, che da allora, a furia di calci nei denti, vado avanti di magnesia. La ricerca della libertà è salto ad ostacoli. Che non sia stravecchio come certi brandy mi viene però, a magra consolazione, dalla stima lontanissima della data fatidica della pensione. Quasi manco ci penso più a quella dimensione d’utopia. Pare che, da qualche parte, su qualche foglio sparso d’una scrivania borbonica, ci sia scritto a mio uso e consumo “fine pena mai”, come per certi ergastolani che si sono macchiati di crimini efferati e nefandezze. Oh, intendiamoci, a me piace il lavoro che faccio, mi gratifica, lo faccio con passione, l’ho scelto rinunciando a cose assai meglio retribuite e socialmente gradite, e non mi risparmio, anche oltre quanto mi è richiesto. Posto questo, c’è la valutazione che saprei cosa fare se mi dicessero “da domani fai festa”. Potrei confrontarmi con la ricerca estrema del talento nascosto nel mio più intimo. Perché tutti trascorriamo anni a cercare di disvelarlo quel talento che abbiamo sepolto nel nostro più profondo. Taluni, fortunati mortali, lo trovano subito. A me non è stato dato d’incontrarlo, ma c’è qualcosa che mi suggerisce quale è: semplicemente non fare nulla. Ecco, sono sicuro che in quella pratica eccellerei, sarei Nobel per la nullafacenza. Certo, potrei cominciare subito subito, per vedere se riesco davvero così bene. Ma c’è sempre qualcuno che ti impedisce di esplorare i tuoi talenti – è così che è fatta la società dell’oggi – e ti manda bollette a tradimento, ti chiede il conto alla cassa, la rata del mutuo. Dunque, mi tocca aspettare ancora parecchio, forse inutilmente per la decodifica di quel “fine pena”. E allora, così, per celia, mi balena in testa l’idea che potrei chiedere un finanziamento alle pubbliche istituzioni, creo una start up, come si dice oggi nel linguaggio evoluto che ancora mi sfugge nelle sue linee guida più elementari. Un bel progettino da presentare a comuni, provincie, regioni, al governo nazionale e financo all’Unione Europea. Un progetto preciso, puntuale, dettagliato, con cui chiedo di essere retribuito all’unico scopo di rivendicare per me il talento che m’è stato sottratto, finalmente non fare nulla. Lo articolo per bene in che cosa consiste, passo passo, voce per voce di spesa, bilancio preventivo e consuntivo. Perché non dovrebbero concedermelo, che danno milioni, talora di più, a certi ceffi che poi con quei soldi ci fanno danni inenarrabili? Sbancano, inquinano, sfruttano, perseguitano. Io, invece, prometto solennemente che non farò nulla, dunque nemmeno danni. La richiesta la ceralacco col sangue, se serve. E poi mi metto silenziosamente a contemplare quel che resta della bellezza, della terra e del mare insieme, prima che qualche altro contributo a pioggia non se li porti via.

Vabbé, lascio a chi m’è capitato qui tra le righe una cosarella che avevo già pubblicato qualche tempo fa, che oggi più di tanto non mi viene da fare. E spero sia di buon auspicio in questo scorcio giovanissimo d’anno.

“E come tutti i santi giorni che Nostro Signore ha voluto regalarci di vita grama su questa terra, il Signor Padrone, ormai sazio, scelse tra le ossa lasciate nel piatto quello più nudo e ripulito, ché dove c’era ancora carne valevano oro per il brodino della sera. Con quello in mano aprì l’uscio e lo lanciò tra i cani affamati nel cortile. Subito le bestie, sbranandosi l’un con l’altra, cercarono di avventarsi sul magro bottino.

Molte rimasero sanguinanti sul selciato, e più d’una non si sarebbe più rialzata. Il Signor Padrone, al cospetto della ferocia del branco, valutò con soddisfazione di come quello avrebbe difeso la sua casa e la sua ricca dispensa. Il vincitore della contesa, si trascinò a fatica verso di lui con il suo misero trofeo tra i denti, i brandelli di carne che si staccavano lasciando scoperte ferite purulente, e sollevò la zampa per ringraziare il suo benefattore. E questo per ogni santo giorno che Nostro Signore ha voluto regalarci di vita grama su questa terra, per la gioia del Signor Padrone, sempre più raggiante pel colore rosso sangue del selciato del suo cortile. Le povere bestie, esauste per digiuno e dolore, con gli occhi al Cielo cercavano di incrociare lo sguardo di Nostro Signore – non era forse Lui il Signore di tutte le creature? – nell’attesa disperata di aggiudicarsi il prossimo ossicino e placare così la propria fame con la generosità del Signor Padrone.

Poi venne il giorno in cui quei fantasmi rinsecchiti e laceri non ebbero più forza nemmeno per sollevare gli occhi al Cielo, ed al cospetto del Signor Padrone sull’uscio, si trovarono d’improvviso a sbirciare in casa avvedendosi di quanto ricca fosse la sua dispensa, ma di più di quanto pingui fossero le sue chiappe. E quello fu l’ultimo giorno in cui affondarono le loro fauci su una creatura vivente, il giorno prima rimase per sempre l’ultimo in cui lo fecero con i propri simili.

E voi anime elette, esseri superiori, che dominate dall’altezza vertiginosa di una piramide il resto del mondo ma che vi scannate nell’arena per la gioia del Vostro Signor Padrone, quando smetterete di guardare alla sua generosità e vi avvedrete delle sue chiappe succulente?”

Alla tua, Abate Faria

Ci sono personaggi della letteratura che se ne stanno nell’immaginario senza fare rumore, non vogliono dare fastidio. A volte ritornano, come un fiume carsico che riemerge più in là. A me ne è rimasto uno che mi si affastella ultimamente, insieme ad altre memorie, si fa il fotofinish con il Capitano Achab: l’Abate Faria, rincalzo di punta nel Conte di Montecristo di Alexandre Dumas e Auguste Maquet. Lessi il romanzo ch’ero alle medie e ancora c’era in giro il maestro Manzi.

Ogni mese o due – non ricordo bene – un professore che aveva la sigaretta accesa incorporata, rovesciava sulla cattedra un po’ di libri sbiaditi e logori, e noi dovevamo pescarne uno dal mucchio. Già allora avevo una certa repulsa per lo sgomito, m’è rimasta per le resse al banco delle cene a buffet – di norma digiuno -. A scanso d’equivoci, non è che spintonarsi alla cattedra fosse da ascrivere ad avidità culturale di quella ciurma scalcagnata della nave Suburbia; è che il professore pretendeva la relazioncina sul libro che avremmo dovuto leggere. Dunque, sic et simpliciter, l’azzanno collettivo era funzionale all’accaparro del libro con tante figure e poca roba scritta. Il Conte di Montecristo non rientra in quella categoria e, da buon ultimo, mi toccò a primo acchito. Facendo di necessità virtù, lo lessi d’un fiato, folgorato sulla via di Damasco. Divenni, senza porre tempo in mezzo, io stesso il conte, spietato come lui, ricco assai meno. Tuttavia, sfidavo a singolar tenzone i coetanei più grossi, perché tanto più il nemico è armato più ne verrà in gloria l’averlo affrontato. Accampando pretesti per presunti torti subiti, davo appuntamenti all’alba dietro conventi dei frati minori, brandendo l’indice a mo’ di spada. Ne buscai tante, ma ne uscivo soddisfatto. Per un periodo almeno. Poi, coi lividi, mi crebbe il dubbio, una cosa sotto la pelle che incomprensibilmente mi procurava pruriti nervosi. Decisi di rimettere mano al testo per cercare di capire cosa mi fosse sfuggito e che mi cortocircuitava in testa. Alla ressa successiva, poiché era ormai nota la mia spietatezza, non dovetti sgomitare. Le folle s’allargarono davanti a me come s’aprirono le acque del Mar Rosso al passaggio del popolo eletto, e m’assicurai si il libro di poche righe e tante figure, ma sotto vi feci scivolare con destrezza il fitto “Il Conte di Montecristo”, compiendo il mio primo esproprio proletario. Lo lessi e lo rilessi, quasi non pensavo ad altro. Fu lì che il conte divenne comprimario dell’abate. Ma come, pensai, quello s’affanna per uno spicchio di cielo, per un sorso d’aria, ti fa pure cristiano (nel senso d’umano, senza troppe accezioni religiose, come dicevano i vecchi) spiegandoti le cose del mondo, l’uso proprio del verbo, ti spiana strada per libertà definitive scavando il tunnel della Manica con le unghie e un cucchiaino da tè, t’attrezza un’autostrada verso la ricchezza, e tu che fai? Adesso che sei stramiliardario, che al cospetto Trump pare il ragazzo che ti chiede l’Euro del carrello della spesa, ti potevi comprare un’isola della Grecia o della Martinica, farti un Resort con tutti i confort; oppure, se proprio ti piaceva la bella vita d’occidente, un castello nella Loira, in riva al bosco, con giardino, sauna e doppi servizi. Se pure t’era rimasta in cuore la nobile fanciulla di cui i traditori t’avevano privato con cinica arguzia, vattela a rapire notte tempo, che lei ci viene con te, che t’ha serbato ricordo caldo nella memoria. Con lei te ne potevi stare tranquillo e beato a goderti la fortuna che t’è accorsa, a brindare con Bordeaux e Cognac alla memoria dell’abate, portandoti dietro pure l’unico vantaggio della reclusione: l’essere regredito alla condizione umana primigenia, capace d’afferrare il senso di ciò che si intende per bisogno essenziale, consapevole, finalmente, di cosa significa appagarlo. E invece… Ti procuri un servo sciocco, ti vesti come un manichino d’una Standa d’epoca, e t’appresti a vendicarti, arrovellandoti e costruendoti prigioni di fegato e bile. E la libertà? Non ti serviva quella?

Ecco, questo ne ricavai, che il conte quasi non me lo ricordo, l’abate, invece, me lo porto dietro.

Ultimamente, come dicevo, mi si è ripresentato, l’abate intendo. Saranno le lunghe reclusioni forzate, le quarantene, la prigione del lavoro che s’accosta alle quattro mura tra cui soffrire la clausura, ma, insomma, a me manca l’Abate Faria, tanto più che non ho vendette da consumare.

E come Edmond, tutti, soli con noi, riconquistiamo lentamente ma inesorabilmente l’essenza stessa della natura umana, con le barbe che sfogano la loro pulsione antigravitazionale, capelli che s’arruffano, forchette che spariscono, vestiti che si ungono di soffritti. Ma come un qualsiasi Dantes, la libertà ritrovata, anche solo per un istante, si trasforma in vendetta. Dal carcere alla ressa ai centri commerciali, davanti ai concessionari per comprare la vettura con cui ingravidare il garage, affollare i parcheggi, congestionare gli incroci, prenotare appuntamenti notturni con operatori estetici che recuperano dall’abbrutimento le forme ataviche della nicchia ecologica. A me viene voglia d’altro, di corse (lente, anzi, lentissime, facciamo passeggiate) ignudi sulle spiagge deserte del Mar d’Africa, sino al tramonto ed alle reti di Pilu Rais, nella speranza della ricciola all’acqua pazza, delle rughe dell’altopiano quando piove, che gli orti si gonfiano d’orgoglio e le mucche promettono formaggi, col contadino, prima scosso del tuo apparire selvatico, che poi si commuove e t’omaggia d’uova e verdure. E la sindrome della capanna che diviene ritiro assai poco spirituale in amplessi incondizionati tra comunardi e baratti d’essenze biologiche. È la libertà che mi penso. Ma voi, novelli Dantes, di chi volete vendicarvi, della vita stessa, della bellezza che non v’è stata prescritta dal medico o da un faccialibro qualsiasi e che non riconoscete più, pure vi infastidisce quando, solo guardando un estratto conto – spesso in rosso –, sceglierete cosa fare del sorso d’aria che v’è concesso?

Il Maestro di Regalpetra

Mi dicono che non si festeggiano i compleanni prima, pare porti sfortuna al festeggiato. E tuttavia non desisto: sono animato da buoni propositi. Non desisto poiché il compleanno è di persona assai in vista, di cui tanti, e di prestigio, diranno e scriveranno (vi potrei fare un elenco dettagliato e preciso, senza tema di smentita, di quelli che faranno gli auguri più mirabolanti). Mi porto avanti, insomma, non rischio, vista la vetrina di cui dispongo, d’essere tacciato di presunzione, poiché i miei auguri li faccio pure in anticipo. E poi, se li faccio in posizione defilata ed anzitempo non metto in imbarazzo nessuno di quelli di cui sopra. Mica mi voglio mettere a certi pari… Io che parlo coi sassi, sono praticamente un disadattato, sfioro il border line, ad essere ottimisti.

Il Maestro di Regalpetra l’ho incontrato alcune volte ch’ero molto giovane, titolare di assai più capelli pure dai cromatismi definiti. Mi fu anche presentato, almeno tre volte, e se si esclude la prima, per le altre si replicò la liturgia, segno d’un passaggio inosservato degli antecedenti, cui non m’opposi, più per pudore che per orgoglio. Del resto, allora, al massimo, frequentavo luoghi di risacca, e le partenze non mi si confacevano. Ed un’isola è piccola e chiusa per definizione. Gira, gira, alla fine ci si incontra. Foss’anche per un rosolio alla cannella in riva ad un bar.

Ad ogni buon conto, un secolo fa, l’8 gennaio 1921, nello stesso anno del PCI, nasceva a Racalmuto, in provincia di Agrigento, Leonardo Sciascia. È stato tra gli intellettuali e scrittori italiani più rilevanti del secolo scorso. Nisticò, storico direttore dell’Ora di Palermo, l’avrebbe definito siciliano di scoglio, per la sua ritrosia – forse ripulsa, persino – a lasciare, anche solo per brevi periodi, l’isola. Eppure la sua opera, organicamente incentrata sullo studio delle viscere della Sicilia, del suo lato oscuro, lo rende protagonista della letteratura internazionale, poiché ha reso il racconto della sua terra l’archetipo illustrativo delle contraddizioni umane. La sua scrittura era tagliente, acuta, disvelava in ogni passaggio la sua conoscenza profonda del carattere dei siciliani, ne metteva a nudo il dispiegarsi in tremila anni di storia, in una sorta di continuità che ha fagocitato impietosamente ogni sovrapposizione culturale. Una Sicilia oppressa che ha reso i siciliani propri stessi oppressori, li ha inesorabilmente integrati nella natura ambigua in cui verità e menzogna si inseguono in un gioco permanente di specchi. Come volesse riprodurre ciò che l’immagine geografica di quella terra ha voluto restituire con la sua forma, tripartita, triplice, triangolare, in un ritorno costante e circolare a quel tre che, oltre la perfezione del numero, incarna la somma del primo pari e del primo dispari, articola il tutto esattamente alla stregua del suo esatto contrario. Molti suoi scritti, hanno la caratteristica di riprodurre le dinamiche diacroniche di un rapporto autorigenerantesi all’infinito tra vittime e carnefici. La sua stessa concezione della rinascita dell’isola era sviluppata sulla contraddizione tra la necessità ineluttabile di un processo rivoluzionario e la constatazione della sua stessa irrealizzabilità. Allo specchio mette, ne “Il giorno della civetta”, il capitano Bellodi e il padrino don Mariano Arena, in un dialogo amplificato dal film tratto dal romanzo e per la regia di Elio Petri. In quell’occasione, Sciascia fu accusato di volere in qualche modo legittimare la vecchia mafia, tutto sommato permeata ancora da un “codice d’onore”. In realtà, alla luce della produzione complessiva del maestro di Racalmuto, pare piuttosto che emerga una sorta di tacito riconoscimento del padrino allo stato come proprio “affidabile” interlocutore. Nel breve spazio di un dialogo, Sciascia ripropone insieme la questione meridionale, la subcultura mafiosa, ma anche la sostanziale accondiscendenza dello stato, per un gioco delle parti protrattosi sin dall’Unità d’Italia, che ha consentito all’organizzazione criminale di divenire “una” delle tante espressioni manifeste del potere e di evolversi sino a dimensioni allora insospettabili. Insospettabili proprio per benevolenza istituzionale. “La mafia se non ci fosse bisognerebbe inventarla”, diceva Scelba, da ministro dell’interno, assai proteso più a soffocare le rivolte contadine nell’isola, piuttosto che le vittime della sopraffazione mafiosa. Ma anche per una qualche distrazione da parte di pezzi consistenti della stampa, compresa quella locale, che, come certi consigli comunali – dunque, anche della politica -, diceva Sciascia, preferiscono parlare del Vietnam che delle cose immediatamente fuori dell’uscio di casa.

Lui, invece, vuole vederci chiaro. Individua nella mafia la ricomposizione sociale, politica, culturale di eventi storici. La sua genesi, la sua esplosione, la sua straordinaria capacità criminale, non è frutto del destino cinico e baro, o di una sorta di deriva genetica dei siciliani, ma della precisa combinazione di obiettivi strategici, di natura politica ed economica, e della miseria, della destrutturazione culturale di un intero popolo messa in atto cinicamente. E non vi sono né sollevazioni popolari, né uomini dotati di raffinatissimo intelletto che vi possano porre rimedio. In qualche modo, Sciascia usa i suoi personaggi come burattini o marionette di questa trama già scritta. Il loro apparire sulla scena è la recita a soggetto, ciò che li precede è già noto, inutile reiterarne la genesi. I suoi personaggi sono prigionieri della storia, ed interpretano il ruolo che questa ha riservato loro. Non godono di alcuna libertà, non riescono nemmeno per un attimo ad essere artefici del proprio destino. In questo senso, forse, la sua narrativa è spietatamente antipirandelliana, poiché l’altro agrigentino certamente lasciava, pur mantenendone per sé il controllo con fili sottilissimi, margini al libero arbitrio dei suoi personaggi, perché fossero protagonisti della propria stessa vicenda umana.

Nella sua scrittura, Sciascia appare dotato di una capacità straordinaria di sintesi, a fronte di un profondissimo acume analitico. I fatti vengono eviscerati, scandagliati da ogni angolazione, disvelati nella loro contraddittorietà e quindi esposti senza nulla concedere all’improvvisazione narrativa. Ma nella sintesi efficace non si abdica all’espressione sorprendente, all’invenzione letteraria, ad un linguaggio superbo, colto, elegante. Il ruotare intorno alle vicende storiche e umane, all’osservazione attenta e minuziosa d’ogni più recondito ed apparentemente insignificante dettaglio, sembra essere l’esatto contraltare della sua postura statica. Immobile, come la statua che campeggia sulla piazza del suo paese natale, con l’immancabile sigaretta in mano, Sciascia si è assicurato un posto in prima fila nel teatro degli accadimenti, la cui rapidissima e folle corsa li porta a roteare intorno a lui perché ne possa cogliere le più impercettibili sfumature.

La sua coerenza è granitica, non ha mai inteso giustificarsi di quanto detto e scritto. Ho già detto delle critiche a “Il giorno della civetta”. I suoi interventi da deputato contro il duro trattamento che veniva riservato ai terroristi, gli era valsa l’accusa di una sorta di accondiscendente benevolenza nei confronti di questi, e critiche feroci aveva suscitato l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera “I professionisti dell’antimafia” – titolo che, invero, non aveva scelto lui – in cui attaccava le modalità di selezione dei magistrati impegnati nella lotta alla mafia. In quell’occasione, pure per il riferimento esplicito a Paolo Borsellino, fu al centro di polemiche alimentate dai suoi detrattori che si erano spinti a definire quello scritto come un regalo alla mafia ed un’aggressione gratuita a chi cercava invece di contrastarla. Ma se, nel primo caso, è ovvia la natura di recupero dello stato di diritto – non è possibile derubricare la lotta alla tortura come un semplice orpello protoumanitario, al cospetto del pericolo ancorché oggettivo del terrorismo (quale riferimento vertiginoso a “In morte dell’inquisitore”) -, nel secondo, la riflessione non fu così ben accetta, tanto più che arrivava a valle della stagione della guerra di mafia. Sciascia, con scarna puntualizzazione, precisò che lo stesso trattamento “benevolo” riservato a Borsellino non valse per Giovanni Falcone. Fatte salve le differenze contestuali tra quel periodo e le sabbie mobili dell’attualità, in quanti, oggi, si sentirebbero di criticare quel j’accuse alle modalità di attribuzione degli incarichi in magistratura?

Emerge ancora uno Sciascia che individua nel suo presente le condizioni degenerative del futuro, una prospettiva sempre e comunque di causa-effetto d’ogni accadimento umano.

Romanzi come “Todo modo”, “Una storia semplice”, “A ciascuno il suo”, dovrebbero essere dotazione organica delle scuole d’ogni ordine e grado. E l’obiezione della loro specificità regionale non ha fondamenta: quanto pensate che uno studente di Cefalù possa riconoscere come parte della propria identità un’immagine quale “quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno”?

Sciascia è stato un intellettuale autentico, non s’è accomodato, men che mai posizionato. Ha mantenuto distanza critica costante dal potere poiché quello era suo compito statutario, l’unico che consente all’intellettuale di contribuire a cambiare lo stato di cose esistente.

Ahimè, non se ne vedono molti altri in giro. Mala tempora currunt.

Viaggio dentro il paesaggio

Quanti sono gli approdi di Ulisse? L’isola di Calipso, le Terre dei Lotofagi, i giardini di Circe? V’è stata una risposta potente e lunga millenni alla descrizione di un paesaggio fatta da un cieco, un semplice accenno tra vicende dal contesto universale per scatenare rincorse al toponimo che giustificasse una tappa fondamentale del viaggio più vertiginoso della letteratura. E vale lo stesso per certi scorci d’Oriente salgariani – come per i primi, sia pure per diversi impedimenti, mai visti – che hanno rievocato sogni e speranze di derive definitive. Più concrete appaiono certe divagazioni su tramonti indimenticabili nei taccuini di viaggio di Goethe, e poi quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno, suggestioni che fossero state immortalate da una qualsiasi pellicola o su qualche milione di pixel, non ci sarebbero giunte in fattezze così nitide e dirompenti. Poi l’invenzione della macchina fotografica ha spiazzato pletore di artisti e letterati costringendoli a cercare altre strade per delineare e trasmettere le suggestioni del paesaggio. Non si poteva più renderlo in forme perfette, più perfette di uno sviluppo almeno. In realtà, prima che la fotografia riducesse la natura descrittiva del paesaggio a pratica manichea ed estetizzante, rasserenante al punto da divenire materia utile per certe sale d’aspetto dentistiche, il volo di fantasia stampava immagini ben più profonde, giacché liberava l’energia del paesaggio, fosse anche semplicemente quello immaginato, e lo poneva in rotta di collisione – o in convergenza – con certe qualità dell’anima dell’artista, con le sue arguzie, talvolta con le sue furbizie.

Ed allora si può presumere che la fotografia abbia prodotto nell’artista l’effetto collaterale dell’insorgere necessario d’un approccio altro col paesaggio, non più meramente descrittivo, ma dialettico, un affare personale, un teté a teté allo specchio. All’artista, persino al fotografo più avveduto direi, quello cioè che non cerca patinature estetizzanti, il colpo di scena ad effetto della visione grandangolare del tutto e subito, neanche nebbioline trasognate, non rimane che interloquire col paesaggio, divenirne parte, attraversarlo per renderne l’essenza primordiale. Non può più lasciare l’impressione di conoscerlo, deve metabolizzarlo, incorniciarne il dettaglio, de-scriverlo, o meglio, re-interpretarlo, modificarlo se ne è il caso. In altre parole de-scrivere il paesaggio può voler dire scannerizzarlo nel suo invisibile, coglierne la molteplicità delle suggestioni, aggiungervene d’altre. Il paesaggio è tale poiché qualcuno l’ha attraversato e ne ha ricavato tratti della propria identità, la sua perfetta narrazione, dunque, non può esserne la sepoltura nell’istante cristallizzato da un click, piuttosto è la ricerca inversa che riporta alla luce una sequenza temporale dinamica. La natura corruttibile delle cose, infatti, ritiene in sé le tracce del tempo che si sovrappongono, si stratificano diacronicamente; e così la traccia più recente non cancella le precedenti, le opacizza soltanto per un periodo effimero. Ma è lo stesso tempo che gioca con le cose degli uomini e, graffiando via gli strati superiori depositati dal suo passaggio, ne scopre i precedenti, in un gioco cromatico che il de-scrittore del paesaggio disvela in un unicum narrativo che va oltre l’istante. Questa ricerca non può non consumarsi dentro un percorso di riscoperta, che parte dai luoghi del proprio vissuto anche quando il senso d’abbandono li rende ad occhi distratti prevalente e fastidioso. Effetto collaterale di questo cammino di riscoperta identitaria diventa così la messa a fuoco del dettaglio che sfugge a chi è vittima inconsapevole del gioco d’inganno del tempo, che ha scelto la disillusione dell’accelerazione parossistica come pratica quotidiana, ma che appare invece agli occhi di chi non se ne lascia irretire come irrinunciabile taumaturgia. “Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci”, diceva John Ruskin, e la deriva nel paesaggio, in quello concreto e materiale del quotidiano così come in quello della mente, è proprio un viaggio lento, dentro quei silenzi che in una condizione “urbana” e moderna non sono previsti, appartengono, per l’immaginario collettivo distorto, solo a certe valli antiche e remote. Silenzi in cui però si avverte profondo il respiro del tempo che è passato, rotto solo da qualche richiamo lontano ed ancestrale che proviene da un luogo indefinito. “L’oscurità indietreggia davanti all’illuminazione e le stagioni davanti a stanze con l’aria condizionata: la notte e l’estate perdono il loro fascino, e l’alba sparisce. l’uomo della città pensa di allontanarsi dalla realtà cosmica e per questo non sogna più. Il motivo è evidente: il sogno nasce all’interno della realtà e si realizza in essa”. (Gilles Ivan) La reazione è la deriva nel paesaggio, lo scontro con esso, come per due enormi marmi michelangioleschi, la realtà materiale e la psiche dell’artista, che collidono liberandosi, scheggia dopo scheggia, frammento su frammento, delle sovrastrutture. Il risultato non è scontato, non appartiene ad un progetto ripetibile, si riarticola in senso dialettico ad ogni urto, rivela realtà sorprendenti ed insospettate in ciascuno dei due soggetti a specchio. L’opera finale non è perciò l’epitaffio d’un atto creativo, ad essa tocca di vagare ancora alla ricerca di nuovi orizzonti in un paesaggio di nuove menti, di nuove derive, di improbabili – e nemmeno certi – approdi. La deriva nel paesaggio, così, è alla base di tutto, diviene la rottura sistematica di ogni paradigma, d’ogni già visto, ma continua ad appartenere all’oggetto materiale che scarnifica sino all’essenza e reinterpreta come opera d’arte giacché lo circonda del vuoto. In pratica la deriva è due cose insieme, processo di esplorazione e tecnica di straniamento. “Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela” (Henry Laborit). In entrambi i casi il risultato finale è la nuova scoperta, quella che non è tracciata sulle carte di navigazione, di “rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione”. Impone che il paesaggio non sia definito secondo paradigmi assoluti, ma divenga il luogo d’esplorazione di un’atmosfera.

Nello straniamento l’oggetto paesaggio diviene un insieme di sensazioni che si riarticolano in un Kaos altro, postfondativo, unico ed irripetibile in quanto dipendente dall’osservatore. E persino il paesaggio degradato diviene contenitore di speranze, a patto che lo straniamento ne disarticoli le ragioni statutarie e lo rielabori dentro nuove consapevolezze. Lo spazio banale, evitato, de-costruttivo, viene filtrato dallo straniamento e diventa esperienza fisica, emotiva, contatto primordiale e silenzioso, la quinta scenografica su cui si depositano i presupposti della memoria. I quotidiani vissuti ed eteroposizionati creano la suggestione della trasformazione positiva e progressiva, la situazione che contrasta con l’esistente e ne muta lo stato di cose.

Il progetto di de-scrizione del paesaggio merita una premessa inevitabile in ogni caso, il paesaggio va attraversato lentamente, sia quello immaginato che si materializza in un sogno, una visione, una suggestione, sia quello vissuto, fosse anche quello che il paradigma estetico derubrica ad anonimo e degradato delle periferie di Suburbia. Eppure non può essere un attraversamento programmato, rituale, una ricerca chiavi in mano, piuttosto la situazione che si realizza poiché l’essenziale è solo contingenza. “Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente: gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre. C’è qualcuno, credo, che ha compreso questo. Soltanto ha cercato di sormontare questa contingenza inventando un essere necessario e causa di sé. Orbene, non c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza: la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare; è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare… ecco la Nausea”. (J. P. Sartre).

Il fotografo di frodo

Ce n’erano state di domeniche così, che pareva che tutti i colori del mondo si fossero dati convegno in paese, pure sui panni al sole che si fanno a specchio sul mare, una lastra di metallo lucente che in fondo, sulla linea d’orizzonte, diventava cielo senza che si capisse in quale punto esatto avveniva il passaggio di consegne. Dentro i cortili e nei vicoli che scivolavano verso gli approdi le donne spazzavano dinnanzi alle porte dei dammusi, i bambini si rifacevano le ginocchia dietro le palle di pezza, e qualcuno faceva partire le lenze dal molo. Il vecchio professore se ne stava seduto al sole d’una terrazzina, provando a leggere qualcosa su un libro dalla copertina consunta.

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet ;

Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit ! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?

Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
Ô toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !

Cercava nella sua memoria il senso di parole un tempo assai più chiare, ora oscure per neuroni in disarmo anagrafico. Mentendosi spudoratamente dissimulava il buio di comprensione con altri difetti organici emotivamente più sopportabili, cambiando e rinforcando lenti altre sul naso aguzzo proteso verso il centro della terra.

Cominciavano a muoversi come processionarie le file lente di quelli che raggiungevano la parrocchiale per la messa di mezza mattina, spiate da occhi neri dietro persiane socchiuse, pronti a cogliere dettagli nascosti male sotto i vestiti di festa. Era l’ora in cui i sughi cotti dalla mattina evaporavano per raggiungere la piazza di basole, verso il caffè più centrale, popolato degli uomini a sedere che si scambiavano i due quotidiani a disposizione. Più giù, sul molo, erano le barche e le reti tirate in secco, con le casse del pesce stoccato a riva pronte per le tavole dei tre ristoranti della zona, già in fibrillazione per l’invasione di quelli di città in divisa da villeggianti. Arrivavano a frotte quando c’erano giornate così, e quelli del posto non è che ne avvertissero la presenza con gioia, se si escludevano i titolari dei bar, delle trattorie sul lungomare e di quel paio di bettole che dalle verande apparecchiate con tovaglie a quadri bianchi e rossi offrivano alla vista solo fette di mare e muri scheggiati in cambio di prezzi a buon mercato.

“Gaetano”. Chiamò la donna nel grembiule nero di sovrapposizioni luttuose. “Gaetano”. Ripeté ancora, affacciata al balcone. Gaetano non è che subito rizzava le orecchie. Aveva cose altre per la testa, mentre saltellava tra i frangiflutti che correvano paralleli a ponente del molo più importante del porticciolo. Doveva ritirare la nassa con le quattro scorfane pescate, e si accarezzava il gomito contuso colorato del livido, nero come l’occhio destro, mordicchiandosi il labbro tumefatto per capire se ancora faceva male. “Sono caduto con la bici”. Ripeteva alla zia e all’amico Mimmo. Si vergognava a dire che l’avevano pestato quei quattro che facevano banda, sempre pronti a farsi scattare i nervi quando lo vedevano arrivare. Perché a loro proprio quel tipo con cui erano cresciuti non era mai andato a genio. “È troppo strano Palmisano”. Uno che non parlava mai, e se ne stava ore a fissare chissà che cosa. Uno che non raccontava niente, che aveva la pelle attaccata alle ossa e sembrava più piccolo dei suoi dodici anni. Che pareva che viaggiasse su un altro pianeta, con quella testa troppo grossa, non in dimensioni assolute, piuttosto per l’illusione ottica dell’essere troppo “siccu, e poi si move ca pari nu ‘nvertebratu”. Con quell’espressione di sofferenza che si portava dietro da quand’era ancora più bambino, quando se ne stava perennemente allettato perché le malattie le prendeva tutte lui. Così, quei quattro, qualche volta, provavano a tirargli fuori qualcosa, lo chiamavano per nome, cercavano una reazione qualunque. Niente. Quello pareva alienato e gli faceva venire una rabbia che poi alla fine gli veniva di caricarlo di botte. Gaetano se le prendeva e non reagiva, tornandosene a casa come se sulle spalle avesse il mondo. “Ma sempre dalla bicicletta cadi?” Diceva zia Lucia. Un’altra volta la scusa buona era che era scivolato sul “lippo” degli scogli, quando ci era passato sopra per calare la lenza. L’unico ragazzo del borgo a cui non davano noia quelle sue cose strane era Mimmo. Lui ci parlava con Gaetano, e riusciva anche a strappargli più di qualche monosillabo. Quando era con Mimmo gli altri lo lasciavano in pace. Si limitavano a guardarlo male da lontano. Mimmo era d’altra pasta, come tutta la sua famiglia. Tutti comunisti, “ncazzusi”. Quelli, gli Scandurra, non si tenevano niente, e se gli mollavi una sberla te ne restituivano trecento. Il padre era una specie d’istituzione. Faceva l’avvocato e difendeva tutti i disgraziati del paese facendosi pagare una volta si e chissà quante altre no. Per cui la gente gli portava rispetto.

“Gaetano”. Si sgolava zia Lucia. Poi Gaetano sentì. Più che altro aveva finito di fare quello che stava facendo e si era messo a correre verso casa. Era il giorno del suo compleanno e magari, pensava, qualcuno se lo sarebbe ricordato con un regalo. Gli sarebbe stata utile una canna da pesca nuova, col mulinello possibilmente, per pescare “a lancio”, un po’ più a largo, che sotto costa cominciava ad esserci poca roba. Doveva essere arrivato lo zio Carmelo, che faceva l’usciere al tribunale in città, e magari la canna l’avrebbe portata lui. Affrontò la leggera salita con la nassa che sembrava un lume, in quel modo che faceva ridere ed arrabbiare gli altri ragazzi, e si beccò una pietra ad una coscia. “Talia come curri”. Lui non si fermò nemmeno a vedere chi gliela aveva tirata, ma sbiascicò un “ahi!” piano piano, per non dare a nessuno la soddisfazione di dire che gli aveva fatto male, e continuò a correre claudicando pure per l’ultima botta. A quel punto l’obiettivo era la canna nuova, ed era sicuro che lo zio gliela aveva portata, dopo averla comprata in uno di quei negozi di città. Una canna con un mulinello di quelli “spaziali”, che lanciano ami, esche e galleggianti a più di cento metri.

“Auguri beddu! Guarda cosa ti ho portato”. E in quel pacchetto quadrato venti per venti doveva starci una canna da pesca? E che razza di canna da pesca era quella che stava lì dentro? C’era qualcosa di sbagliato. Ma come, pensò, uno fa il compleanno, e per non disturbare troppo si limita a farlo una sola volta l’anno, e poi non si concede il giusto riconoscimento a quella delicatezza con una canna da pesca nuova? Eppure con lo zio ne aveva discusso che la sua canna da pesca era messa male. “Volevo portarti una canna nuova, ma poi la zia, giustamente, mi ha fatto notare che quando vai sugli scogli caschi e ti fai male che torni a casa che sembri un Lazzaro”. Ma la zia, gli affari suoi, mai…

“Aprilo, vedi che c’è dentro”.

E che roba è questa? Pensò scartando la confezione di carta blu. Ma anche quando l’oggetto fu totalmente nudo in suo possesso non capì. Sollevò gli occhi verso lo zio, che per lui era come domandare ossessivamente. “Minchia! È una macchina fotografica, una Polaroid”. Sbottò quello a mezzo riso comprensivo.

“Che devi dire per forza queste parole vastase davanti o picciriddu. Spieghici comu funziona inveci di fari u cretinu o solitu to”. Sbraitò zia Lucia.

“E come funziona… Si prende la mira da qua – prese in mano l’oggetto misterioso, ed indicò il mirino – si inquadra quello che si vuole fotografare e si preme questo bottone. Poi si aspetta che esce la fotografia, e dopo mezzo minuto, come per magia, c’è la foto”. E lo disse tutto d’un fiato, ondulando la testa soddisfatto per quella abile docenza sostenuta senza la benché minima esitazione, proprio come fa un professionista serio che istruisce il suo ragazzo di bottega. “Ne puoi fare dieci per volta. La prossima volta ti porto anche un paio di ricariche, così fai pratica. Ci sono fior fiori di fotografi che usano la Polaroid. Anzi, fai una cosa Tano, visto che fra poco si mangia, qua ci sono i soldi. Vai al bar da Nuzzo, prendi i cannoli per tutti, e già che ci sei fai un paio di foto che poi vediamo se hai talento”.

Era ora di pranzo, a quell’ora per strada praticamente non c’era nessuno, e con l’oggetto misterioso Gaetano entrò al bar. Lì c’era soltanto Nuzzo che stava servendo un paio di aperitivi a due che dovevano essere di città. A Gaetano quelli di città andavano giù ancor meno che agli altri, perché arrivavano lì per pescare con barche pazzesche che poi scaricavano nafta a mare e il pesce puzzava. In estate si mettevano tutti a fare il bagno come pinguini ed il pesce scappava. Poi avevano quelle canne sofisticatissime, e c’era qualche pure chi usava la “pietra celeste”, anche se era vietato. La buttava sugli scogli sciolta nell’acqua, così i polpi si sentivano avvelenati ed uscivano fuori dalle tane, così li raccoglievano a mezze dozzine per volta. Non era così che si faceva. Quella non era pesca. Lui l’aveva detto al padre di Mimmo che gli aveva dato una risposta che non è che aveva capito tutta, ma il senso gli pareva d’averlo afferrato. “Insomma, questi di città vengono qua e fanno col solfato di rame al nostro pesce quello che gli Americani facevano col Napalm ai Vietnamiti. Li stanano per mangiarseli. Ma la storia ci insegna che qualche volta chi fa certi calcoli poi può anche rimanersene digiuno, oppure finisce pure lui avvelenato”.

Visto che quelli nel bar erano di città, Gaetano, per non farsi turbare la scelta dei dolci, aspettò fuori che se ne andassero, seduto su uno scalino dietro l’angolo, a rigirarsi tra le mani la Polaroid. Piroettando quell’escrescenza d’occhi e memoria si esercitava nelle inquadrature. Finì per fermarsi, puntandolo col mirino, su un gatto che faceva la festa ad un sacchetto di spazzatura abbandonato, con dentro i probabili resti d’un pesce le cui parti più nobili a quell’ora dovevano essere stati serviti su ben altra tavola. Capì pure come si inseriva il flash. Poi sentì un rombo. Altri di città che avevano una moto, una tuta nera ed il casco in testa. Come fanno questi a tenersi in testa quella cosa pesante con questo caldo che non è nemmeno obbligatorio? Pensò. Il gatto scappò, e, pensò Gaetano, che aveva fatto bene con tutto quel chiasso che facevano. Ma quello che sentì dopo, altro che chiasso. Sembrava la guerra, una Lambretta smarmittata peggio di quella di suo cugino Stefano. Una cosa insopportabile ma che veniva da dentro il bar. Se ne rimase lì paralizzato, con gli occhi sbarrati, tenendosi la Polaroid stretta al petto. Quindi quei due della moto saltarono in sella e ripartirono a velocità sventolando qualcosa di scuro e metallico sbucato fuori da chissà dove. Rimase ancora qualche secondo lì, gli occhi fissi verso tutto quello che aveva visto, in un silenzio che non era certo ci fosse davvero. Poi si alzò lentamente ed entrò nel bar. I tre che ci aveva lasciato prima c’erano ancora, i due di città e Nuzzo. Solo che non erano più ritti al bancone, ma se ne stavano a terra, e di Nuzzo si vedeva solo la testa, in un lago rosso di cui un affluente zampillava ancora dalla gola. Chissà perché quel tremore che l’aveva accompagnato sino a quel momento cessò di colpo e si trovo a sollevare la sua macchinetta, a spingerne, come se non avesse fatto altro per tutta una vita, il pulsante del flash per poi scaricare anche lui il suo caricatore su quei corpi martoriati.

Dieci foto, dieci. La sua prima collezione che valesse la pena di chiamare tale, perché quella di conchiglie era assai incompleta, senza tutte quelle specie di lontano che aveva visto in qualche negozio della città. E ne sarebbe passato di tempo prima di capire come era che tutti quelli che sino ad allora l’avevano preso in giro e menato perché era così “siccu, e si move ca pari nu ‘nvertebratu”, smettessero di colpo di farlo. Semplicemente perché adesso lui era uno che sapeva cose della vita che gli altri della sua età nemmeno si immaginavano, ed avevano capito che lui, anche se si muoveva strano, era uno che arrivava sempre prima degli altri.

Immunità di gregge

“Tengo la posizione”, risponde al “come va?”. Francesco, armato di sigaro, se ne sta in trincea, provando l’ultima difesa di un mondo che scompare e che prima di farlo prova a dare un ultimo colpo di coda testimoniale, sotto assedio del resto che avanza. La sua libreria, – pochi metri quadrati, umidi e malconci – per qualcuno fuori del mondo, è oasi nel deserto. I libri là dentro è probabile che li abbia letti tutti, perché, se gliene chiedi uno, lui te ne parla, pure con dovizia di particolari. Se passi sotto San Pietro e ti va di fare sosta nell’oasi nel deserto, ha le sedie di plastica bianche, impilate a fianco della vetrina che dà sulla piccola piazzetta, il “quadrato della palma”, come la chiamava lo scrittore Franco “Ciccio” Belgiorno che lì s’accomodava spesso.

Lui ti dice “prenditi una sedia, siediti”, quando c’è il sole nell’autunno fresco, o l’ombra nelle estati torride del sud. A tempi variabili, dunque. M’è capitato di vederlo preoccupato, dopo l’invito a sedersi, se valuta eccessi di corpulenza nell’ospite: “prendine due, – dice con garbo e dissimulando la preoccupazione – resistono meglio, sono vecchie, mi fido poco”. Non mi ricordo di averlo mai visto scuro in volto. Francesco sorride a prescindere, a tutti, e con tutti scambia quattro chiacchiere. Mi prende in giro per il mio ritiro quasi romitico, nei luoghi d’un altro Francesco. Mi dice che da bambino i suoi lo portavano in vacanza lì, tra boschi fitti e scuri, eremi, santuari, monasteri. Leggevano le Novelle della Nonna della Perodi, tra Gatti Mammoni, oscuri presagi gotici e povere contadinelle, la cui unica speranza d’emancipazione dalla miseria “obbligata” e dalle privazioni della vita ai margini della foresta, era di sposarsi il nobile fiorentino. Un inno al femminismo, praticamente. “E ti pare che non venivo su così?”, ammiccando a come claudica. Se guardo le festose adunate dinnanzi e dentro i centri commerciali, le file coi carrelli stracolmi, lo struscio acritico e il divertimento pret-a-porter, il trionfo dell’industria del divertimento, le compere on line, mi viene da pensare a quello che saremmo se Francesco e quelli come lui fossero loro il virus, un virus che ammala di avvicinamento sociale, ma senza folla, che la folla è ansiogena, che sgombera il metabolismo dal “devo farlo per forza, ora e subito”. Mi viene da pensare che altro che crisi economica da pandemia e crollo dei consumi. Il PIL, una cosa del genere, lo asfalta, lo seppellisce definitivamente, altro che Covid. Ci toccherebbe vivere senza tempo, senza ansia, senza angosce, forse senza parecchi soldi. E che campi a fare se non hai pensieri torti e sconnessi, se non hai l’assillo che ti devi cambiare il cellulare che il tuo l’hai preso che sono passati già sei mesi? Di che cosa ti preoccupi se le scarpe colorate sono terminate? Come ti pensi domani, che il rottame che guidi non ci ha manco i sensori del peso che ti segnalano l’indice di massa corporea e che ti devi mettere a dieta? Che campi a fare se l’aperitivo è off limits, quello con gli ombrellini e il beverone colorato al benzene doc, con le tartine alla presunzione di gambero affumicato, al caviale di Marte ed al salame molecolare, bello pigiato col resto del mondo, in scatola o liofilizzato? Praticamente ti manca l’aria. Che poi, al massimo, ti tocca farti l’uovo sodo ed il bicchiere di vino rosso da Piero, con il piattino col sale dove buttarcelo dentro, sul tavolo bianco rovinato dal sole ed i gatti del quartiere che ti si strusciano al polpaccio per rivendicare la propria quota parte del povero banchetto. Ti tocca, anche lì, di scambiare quattro parole, col rischio orrendo, in quella calma irreale, che pure le capisci tutt’e quattro. Mi viene da pensarlo, lì per lì. Poi mi passa, e me ne torno coi piedi a terra, e mi chiedo al massimo se Francesco lo ritrovo aperto. Per lui, per quelli come lui, malattie sotto traccia, sotto il primo strato di pelle, sotto le ringhiere rugginose e le mura scorticate, il vaccino c’è già. Con vaccinazione di massa, praticamente immunità di gregge dietro l’angolo. Le stanno debellando queste malattie, pure con successo – parecchie non ci sono più – che manco il vaiolo e la peste bubbonica le hanno combattute con la stessa efficacia. Si, qualche contagiato ancora c’è, resiste, ma vedrete che ora ci si pensa, si fa il tracciamento e si chiudono i focolai. Così alla fine, il PIL, quello almeno, l’abbiamo salvato

Isole insulari

Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell’isola è segnata da questa certezza. Un’isola può sempre sparire. Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull’instabile. Per ogni isola vale la metafora della nave: vi incombe il naufragio”. (Manlio Sgalambro)

Aveva voglia Nisticò a classificare i siciliani in siciliani di scoglio e di mare, gli uni abbarbicati al substrato come una cozza, un dattero, un riccio spinoso, incuranti della natura claustrofobica dell’appartenenza. Gli altri, con la valigia in mano, fermi non ci stanno, e appena la prima brezza lo consente, prendono il largo a vele gonfie. Ma tutti si portano dentro la stessa insularità, che è condanna del viaggio e nostalgia struggente per il porto di partenza. Solo che ai primi arriva subito, ci soffrono di più, basta che si mettano poco fuori l’uscio di casa, si vadano a sbrigare un documento nel capoluogo. I secondi, al più, con la lacerazione del distacco ci si sono abituati a convivere. Ma tanto tornano, prima o poi vedi se tornano e non passa minuto che con la testa non si organizzano per farlo. Mi pare che questo desiderio di ritorno sia proprio il risultato della paura atavica che l’isola non la ritrovi più, che qualcuno, mentre ti allontani giusto un attimo, se la possa portare via. Forse lo tsunami o li turchi, anche se – ed è evento inconfutabile -, qualunque cosa arriva, dopo un primo attimo di sgomento, gli si apre la porta di casa e, passati al più cinque minuti, ti scordi che è arrivata allora allora, e ti pare che sia lì da sempre, ci fai l’abitudine. Tuttavia, poiché non si sa mai ed a scanso di equivoci, metti in giro strane voci, che lì ci sono i Lestrigoni, i Lotofagi, forse Circe, che giù per lì Scilla e Cariddi hanno un brutto carattere, che quei sassi, isole essi stessi, ce li lanciano Ciclopi poco socievoli e che le figlie di Kokalos avvelenano gli ospiti. Di più, se per ragioni di modernità te ne devi andare per qualche giorno, che ne so, a Poggibonsi, San Giovanni in Persiceto o a Cormano, saluti parenti e amici, fazzoletto in mano, come se stessi andando a sfidare i cannibali del Borneo.

Ad ogni buon conto, mettetela come vi pare, uno che nasce su un’isola sta già viaggiando. Perché il mare, tutto intorno, fermo non ci sta, e si muove di correnti e flutti, in definitiva, viaggia conto terzi. Non merita citare chissà chi per comprendere che il viaggio è una precisa connotazione antropologica, e pure se ha talune accezioni di ingegneria nautica, non è solo uno spostamento da e per. Alla fine “basta aprire la finestra e si ha tutto il mare per sé. Gratis. Quando non si ha niente, avere il mare – il mediterraneo – è molto. Come un tozzo di pane per chi ha fame”. (Jean Claude Izzo)

Nell’insularità è connaturata la pigrizia più atavica, quella persino trascendente, che si fa connotazione definitiva ed archetipo illustrativo di genti. E del resto che ti agiti a fare se sei proprio dentro il gorgo più gorgo, il tutto che si muove permanentemente? Fatica sprecata. Per altri quella è ignavia, accidia, in realtà è saggia contemplazione del mondo che non sta fermo, dunque perché inseguirlo nell’apoteosi dell’operatività? Il mare vortica così tanto che ti fa dono ora del primato di paradiso terrestre, ora d’inferno in terra, né fu creato per compiacere chi vi si trova circondato senza scampo; inutile cercare di opporvisi. Se serve qualcosa, servissero tre secoli e più, prima o poi un’onda bislacca te la schiaffa davanti, spiaggiata a pancia rivolta al sole. Né si tratta d’un fiume che scorre in un unico verso, cosicché sai già cosa t’arriva a valle se conosci il monte. Il turbinio è pluridirezionale, dipende dalle stagioni, talora dall’umore nero della burrasca o talaltra accondiscendente d’un venticello virato a bonaccia. Sfidare quel tutto che si muove per provare a spostarsi in altra direzione è atto temerario. Ed in tutto quel bailamme agitato meglio star fermi giacché, prima o poi, da qualche parte arrivi, e se non arrivi – quella data parte, intendo – presto o tardi, t’arriva lei.

La cerniera

Me ne avvidi un giorno, uno solo per fortuna, come quel “c’era una volta” non additabile al tempo che fu, piuttosto all’unicità dell’accaduto. Ed era quel giorno che, dirimpetto al blu, m’ostinavo, sforzando gli occhi a ruga, a scrutare oltre la curvatura dell’orizzonte, sì come la vista potesse curvarsi per andare verso quell’oltre. M’avvidi di come quella lastra appena screziata di schiuma, come l’ardesia si tinge del gesso, fosse la cerniera che unisce civiltà e deserti, caldi opprimenti e favole nordiche di ghiaccio, suburbie tormentate e foreste lussureggianti, umanità stanche e civiltà morenti, giovani con gli occhi della speranza e vecchie incurabili disperazioni.

Ma dubbio non ce n’era, era la scoperta dell’acqua calda, anzi, dell’acqua salata, che a questo serve il mare, a mettere insieme, congiungere. E se c’è qualcuno di supremo, ce l’ha messo davanti per questo. Pure, sono propenso a pensare che il supremo non vi sia, e che se è lì quella vertigine blu lo è per scelta sua, all’uopo, appunto. E a noi non rimane che prenderne atto giacché così è, per fortuna nostra, una volta tanto. Poi, è vero, si mette a giocare a rimpiattino con chi lo scruta, si nasconde una parte segreta e lontana, curva dietro l’angolo, s’appronta alla sorpresa, te la fa emergere di botto, fosse una cannoniera di Sua Maestà o la feluca di miserabili pescatori scalzi, la zattera d’un naufrago o la crocierona dell’inchino, fosse anche solo la bottiglia col messaggio di papiro con l’”Help me.. per favore, non venitemi a cercare che qua sto bene”, olo Tsunami che si riprende il mal tolto. Modella gli scogli con trama d’artista, forse per vezzo, talvolta per rabbia d’incomprensione, s’accolla fatiche antiche e ne restituisce d’altre con interessi da compro oro a strozzo. Se decidi che lo percorri lambendone le propaggini più interiori, e lasci orme sulla spiaggia nella speranza del ritroso, s’avviluppa su se stesso, quindi si rialza e ti cancella il passaggio, in una notte che ingoia la luna oppure in un mezzogiorno di fuoco e scirocco, meglio di libeccio, quando pare si faccia asciugacapelli a risparmio energetico.

Cerniera, sì, che unisce due lembi che si cercano, come anime perse, che si annusano, si scrutano, e come innamorati aspettano l’una la prima mossa dell’altro, oppure, nel viceversa dell’ammiccamento, manifestano la certezza dell’incontro.

Cerniera che salda le attese, e non le rende vane, semmai ne amplifica il senso definitivo oltre il tempo, le mostra quali essenziali vertigini della giostra a scapicollo.

Cerniera del vedo e non vedo, che ti lascia il senso della scoperta e dell’approdo indefinito nella terra – forse – promessa, certo ritrovata.

Ed è vero che, nell’intimo, poi uno le cerniere può aprirle, separare i due lembi, nell’intimo è cosa che si fa, pure con un certo segno di svago. Ma in pubblico, al più mostri le vergogne tue o d’altri. E ci sta che poi qualcuno se lo ricorda, e, passeranno mille mila anni, sghignazzerà per l’improbabilità di quel gesto contro la natura delle cose.

Senza il tempo

Il viaggio in macchina sino al mare, d’inverno, mentre il resto del mondo s’affolla per il cotechino, è l’esperienza definitiva di una scoperta. L’altopiano si concede il leggero e costante declivio, bombatura d’immenso tra chiome sparse ed anarchiche di carrubi e olivi che si sorprendono della spiazzante cromia del fiore dell’oltretomba, del bianco della ruchetta e del rosso dei papaveri. Negli stagni che incontri per primi, la pioggia, sin dall’autunno, ha riboccato la speranza del volo e ce la trovi bella dipanata la fantasia del colore. Più in là, oltre la lingua di sabbia, lo specchio più immenso dell’acqua, chiuso solo dall’orizzonte, se ne sta fermo. Perché talvolta il mare se ne sta fermo pure se sotto sotto si muove, eccome se si muove.

Che pare proprio come se si stesse preparando per il cenone pure lui. Lo sa Pilu Rais, che cerca il fondo del bicchiere ancora un’altra volta, dopo aver scavato il fondo del blu. La sua barchetta è d’argento comunque, quale sia la tinta che ha scelto per l’ultimo ritocco. E s’avviluppa della rete dove sguscia una vita ancora. Non c’è verso di chiederglielo, ti porge il fiasco – di bicchiere più d’uno non ne ha – e fa cortesia darti il collo che sei tu a scegliere quello che ti serve. Te ne serve quanto basta, ma non ti stordisce qualunque sia l’ora, pare anzi che ti ringalluzzisce mentre ti senti che fai parte dell’universo. Piccolo piccolo, ma parte del tutto, dunque, tu stesso tutto. Quando il vecchio pescatore porta via le sue rughe salmastre e l’ultima cassa di colori sguscianti, te ne rimani solo. La lastra di mare è così ferma che ti dà l’idea che qualunque cosa ci si possa lanciare sopra poi rimbalza. Ti sfiora l’idea che puoi metterti a camminare sulla sabbia per contare quante orme riesci a fare. Ti sfiora, appunto, prima che vedi dove puoi fermarti e che bastano solo pochi passi. Il tempo non c’è sul mare. S’è dimenticato di misurarlo forse. Solo ne preserva la sua espressione più intima, la memoria, anzi, le memorie. Poiché ne scandisce e declina quelle passate sopra quelle dell’ora, forse persino le future, se sai leggere bene nel diario del viaggio che sarà. Il tempo passa, ma non si riesce a misurarlo, sfugge perché è effimero, insignificante, anche quando se ne è andato il sole non capisci bene quanto ne sia passato. Le memorie restano, la tua, che non t’avvedi di aver giocato, girandolo e rigirandolo tra le mani, per ore, con un murex svuotato da un Bernardo eremita che ha cambiato casa. Quelle d’altri, di mercanti fenici e pirati saraceni, di torme di Ulissi e precipitose fughe tra le mura di castellacci inghiottiti dalle onde. Quelle di avanzate improvvise di lenze ed ami alla prima bonaccia, di bagnanti festosi, d’urla di tonnare, di vele strappate, di cercatori di fortuna, di disperati che aspettano un approdo per l’essenza del desiderio. È allora che puoi tornartene a casa, ma senza saperlo sei partito e non sei più tornato, poiché, che tu voglia o meno, il mare t’ha inghiottito dentro, e t’ha fatto approdo e deriva al contempo.

Anime di lunga vita

Migranti si è per forza, solo che si nasca in cima a un monte, oppure sullo scoglio più basso che d’alghe e sonno si riempie con la marea. Solo che ti affacci da una finestra e gli occhi se ne vanno fin dove possono – loro – per istinto, e non dove gli viene detto che possono andare. Migranti si nasce, dunque, non ci diventi solo se ti devi mettere a camminare. Se hai mare davanti, per forza sei migrante anche se non ti piace, perché qualcuno o un’onda, che s’è contrariata di vento o bufera, lì ti ci ha portato, pure prima che tu nascessi. Hai voglia di metterti a costruire frangiflutti, tanto l’onda arriva comunque, come sorge il sole e cala la notte. Perché l’onda è ignorante, mica le puoi dire “questa è casa mia”. Non capisce, s’arrabbata un poco lì per d’intorno, prima senza dare nell’occhio, poi – se le prendono i cinque minuti – si schianta col tonfo e la schiuma sullo scoglio. Forse ti dà il tempo di scansarti, ma certe volte pure t’acchiappa di risacca. E lì è deriva, e dove ti porta lo sa il Cielo. Questa è la storia dell’uomo. Si gioca su un’onda che scavalchi, come argonauta, sfiorando la cresta di Scilla, ballando un tanghettino stonato con Cariddi, tanto, più che un tanghero non sei, così diranno, se te ne stai su uno scoglio ad aspettare l’onda giusta. Che poi ci sta che quella non arriva mai. E pari Penelope che ricama la tela, la cuce e la riscuce, sotto sotto, è mia opinione, poi compiacendosi del reiterarsi del gesto. Magari pensa ad Ulisse che torna, e le viene da pensare “ma che gli dico a questo, dopo tutto questo tempo, se mi s’appresenta d’improvviso?”. Il fatto è che l’attesa, tanto più su uno scoglio, non è più attesa, diventa condizione dell’esistere, t’allunga pure la vita. Vedi Argo, che quando smette d’aspettare si fa il volo del Grande Tacchino nel giorno del ringraziamento e pure dopo ch’è campato quanto mai altri, praticamente tutta un’Iliade ed un’Odissea. Quindi, l’onda, quella giusta intendo, forse arriva, forse no. Ma se non arriva che ci fa? Basta che lo scoglio su cui ti sei seduto ad aspettare sia bello comodo, non di quelli unghiosi che non trovi mai la posizione.

Ma che non ci sarà uno scoglio comodo davanti a tutta quell’acqua? Che poi anche tutta quell’acqua, pure salata, che ci pensi e ci ripensi, a che ti serve tutta quell’acqua salata? Di bere non si beve e ti tocca portarti un fiasco di vino rosso che è fatto con l’uva là dietro, che s’è innaffiata di salmastro, così sa di terra e pure di mare. E te ne puoi stare là tutta una vita a spiare l’orizzonte, per capire se laggiù qualcosa si muove, visto che non ti puoi muovere tu che l’onda giusta ancora non l’hai vista. Però sempre migrante resti, che t’è partita già l’anima oltre l’orizzonte, s’è fatta più d’un giro e poi è tornata. Che soddisfazione starsene fermi sullo scoglio, t’allunga la vita, mi pare l’ho detto questo.

Le gambe corte

“Non si dicono le bugie”, che è cosa che ci siamo sentiti dire spesso, quando ancora l’età della ragione non ci spinse a rivedere certi consigli in modo critico. In questi momenti che ciascuno dice la sua, tra chi sparge panico al terror bianco e chi invece urla al magacomplotto ed invoca la Spectre, come minimo qualcuno mente, o come si dice ai più piccoli, “dice le bugie”. Ma ad essere sincero io le bugie non le dico, non tanto perché sia convinto dell’immoralità dell’agire mentendo pur sapendo di mentire (non siedo su scranni alti io, né vi aspiro, dunque sono privo di vincoli etici in tal senso), quanto per l’orrenda fatica che ti spinge a tenerle a mente tutte sì da poterne difendere almeno l’impianto generale, all’uopo. Semmai, talvolta, si può sottacere la verità, rifugiandosi dietro un “non ci ho fatto caso”, oppure un “ma non l’avevo detto?”, buttato lì, quasi fosse una cosa che non ci appartiene. La bugia in sé, invece no, è faticosa e me ne sono persuaso. E, nel tentativo velleitario di scoprire chi la dice – o almeno la spara più grossa – mi rattristo di tanto attivismo diffuso, perché mi sa che da una parte all’altra del fronte, le gambe corte sono roba assai frequente. Pur in tale mesto convincimento personale, se c’è una storia che mi piace, è quella di Pinocchio.

Poco più che bimbo ne vidi la rappresentazione di Comencini in TV, musica da favola di Fiorenzo Carpi, la fata Turchina la faceva Gina Lollobrigida e mastro Geppetto era Nino Manfredi, mica pizza e fichi. E mi piaceva Pinocchio non solo perché si permetteva le sue bugie, sgamato al naso, ma soprattutto perché era fatto di materiale di risulta, riciclato da ceppi esausti, manco Greta si sarebbe spinta a tanto. Neppure Lisenko e la sua generazione del proletariato (ma tifavo Oparin a mani basse) dalla materia inerte l’avrebbe concepito, roba che la Prima Internazionale era un raduno di boy scout. Comunque, mi rimetto a leggere vecchie riviste, perché nel bel mezzo di nuove ondate pandemiche così ci si sollazza. Ad una sono abbonato e ci ritrovo questa cosa su Carlo Collodi, gigantesco protagonista della nostra storia letteraria la cui biografia è stata spesso pregna della grande accusa che si contrapponeva all’ammissione del suo genio imperituro: Collodi era un pigro. A parte il fatto che quella che per altri è un’accusa infamante per me è attestato di merito, ritrovo nelle vecchie pagine uno scritto di Eugenio Checchi che spiega l’abbandono del lavoro da parte dell’amico Carlo Collodi: “Non fu, come pareva agli amici ingannati dall’amabile scetticismo di Carlo, effetto di gradita pigrizia, nella quale egli diceva di sdraiarsi tanto volentieri dopo un trentennio di lavoro fecondo. Fu invece un più serio concetto dell’arte, che negli anni della tranquilla meditazione gli s’era venuto svolgendo nella mente, fissando visi come meta luminosa che egli sentiva di non poter raggiungere. Tutte le nuove scuole letterarie – scuole per modo di dire – rampollate dal settanta in poi, e battezzate da se stesse rinnovatrici del gusto, e ricreatrici d’una prosa dei nostri vecchi come il cavolo a merenda, indussero Carlo in errore; dovere egli e gli scrittori del tempo suo cedere il posto ai più giovani, ai più baldanzosi (…) Onde perplesso dapprima, sfiduciato poi, nella certezza che la torbida generazione affaccendata non si curasse più di ridere. (…) Felice errore…”. Cosa posso aggiungere, a parte che certe cose dovrebbero essere scritte oggi e non ricercate nelle pagine ingiallite della seconda metà dell’Ottocento, se non una piccola considerazione: “che bella una bugia, quando è così manifesto che lo sia”. Ma anche, quale nota al margine d’una ricerca imperfetta: “diffidate dei pigri, potrebbero non essere tali”.

E fortunato chi non ha capito!

Quel giovane autunno caldo di un certo numero d’anni fa (per pudore non confesserò quanti), insieme ad un gruppo d’altri che condivideva con me la passione per le posture statiche, me ne stavo incollato ad una panchina sul lungomare di ponente, quello dove il sole se ne va a dormire.

Su quello di levante si vede sorgere, ma era assai improbabile che me ne stessi lì nel momento in cui la cosa avveniva, e posso testimoniare sotto giuramento che anche quegli altri avrebbero optato per un più comodo tramonto. Eravamo lì, in attesa che il mare facesse col sole il suo spuntino serale, quando, proprio mentre sembrava di sentirlo deglutire, da un angolo della panchina, forse illuminato dalla suggestiva visione su cui anche Goethe ebbe a scrivere qualcosa, si sentì: “il mio sogno è un Duetto Alfa Romeo, color terra bruciata, usato”. Ora, quella dichiarazione improvvisa, per nulla sollecitata, scosse tutti dal torpore cui ci eravamo dedicati sin lì con impegno, ed aprì una discussione feroce, e quasi si veniva alle mani. Sottolineo il quasi poiché, a raccontarla bene, il consesso non era particolarmente avvezzo a dedicarsi a certe fatiche fisiche, per di più a quell’ora tarda, proprio prima di cena e con lo scirocco che ti succhiava ogni ipotesi d’energia. Non vi fu difatti uniformità di giudizio su quella improvvida esternazione, poiché ognuno ebbe a che ridire su un suo aspetto particolare. Io, ad esempio, mi indignai perché ritenevo che il possesso di una macchina sportiva celasse sotto sotto una insana passione per la velocità, per l’attivismo, e ritenni la cosa inaccettabile. Una ragazza di cui non ricordo ormai nemmeno il nome (tanto meno il cognome e la fisionomia) e che spesso indugiava in quelle serate tranquille nella lettura di brani scelti da un Libretto Rosso che allora godeva ancora di una discreta fortuna editoriale, stigmatizzò con fervore autentico quello scivolamento mistico (tale doveva essere, viste le scarse fortune economiche) e borghese. Ci fu chi invece sindacò sulla scelta del modello, altri ebbero un travaso di bile per la scelta del colore. Ci fu qualcuno che espresse il proprio disagio circa l’idea che l’auto dovesse essere usata: “se proprio te la sogni, perché non te la sogni nuova, tanto, in quanto sogno, non costa di più”! Credo che in quest’ultima critica si nascondesse un malizioso riferimento al braccino sottodimensionato di chi aveva dato l’incipit a quella serrata disfida dialettica. Insomma, la discussione si protrasse a lungo, poiché ciascuno volle dare il massimo risalto al proprio punto di vista. Poi, d’improvviso, cadde il silenzio. Come se fossimo stati illuminati sulla via di Damasco, ci accorgemmo all’unisono della stessa cosa, neppure osammo confessarcela. Avevamo visto l’inizio della fine. Il consesso si sciolse mestamente e negli anni successivi e sino ad oggi (non vi dirò nemmeno stavolta quanti anni sono passati), sono convinto che nessuno di noi non abbia pensato almeno una volta a quel giorno in cui siamo stati testimoni dell’ultimo vaticinio di Cassandra.

La mar…

“Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna.” (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)

Cos’è diventato il mare? Quello di petto al quale stavo da ragazzino, su uno scoglio ad aspettare che all’amo ci fosse qualcosa di notevole, di gigantesco e pesante. La lampuga, che lo scirocco si porta via, ma qualche volta invece se la pensa così, vira dal largo e punta sotto costa, per capire se c’è roba da mangiare. Che finge d’essere altro, con quella pinnettina azzurro e argento, che strappa l’urlo a quei tre turisti tedeschi, affacciati alla banchina del porto perché hanno sbirciato tra le pagine di Goethe, che c’è il pescecane, come in una canzone di Kurt Weill. Zitti, che magari ci casca e viene a fare colazione all’amo. O la ricciola che, meno pudica e più ingorda, s’appresta a lambire la costa, come bestia famelica. Ma anche due sauri e quattro ope vanno bene. E quelli prendo. Che fine ha fatto il mare del libeccio, che prima tartaglia giorni interi, poi s’arruffa il pelo e t’avverte col boato dell’onda, col ringhio della risacca, l’odore del sale, che con lui non si scherza? Poi si stanca, e se ne sta buono buono, quasi voglia farsi perdonare per l’ascesso d’ira, nascondendosi dietro forma di specchio, senza manco farti capire dove finisce lui e passa le consegne al cielo, laggiù in fondo, dove curva e la vela fa capolino, mentre il resto della barca pare se lo siano inghiottito Scilla e Cariddi. E allora ti piglia quella specie di commozione per come s’appresta a farsi bello il tutto d’intorno. Non ti viene da fare nessun movimento, non tiri su la lenza e la lasci lì, sotto sotto sperando che nulla abbocchi. Che il tonfo della bestia che si divincola non spezzi il silenzio, che non ti costringa a far fatica per tirarla a secco e ti distragga dal meravigliarti. Al limite ci pensa Pilu Rais a tirar su la cernia, con la sua barchetta e la faccia d’uomo senz’anni, cotta dal sole e scavata di rughe di sale, che somiglia ad una carta geografica di El Idrisi riemersa dalle intemperie delle biblioteche d’Alessandria.

Che fine ha fatto il mare? Quello di Giovannina e Teresa che, tra un cliente e l’altro s’affacciano al bastione del sole che si leva e, i grandi seni sulle ringhiere rugginose, urlano ai ragazzini di stare attenti che sugli scogli si scivola che c’è il lippo. Ma a noi non importava di scivolare, come fili di posidonia ci saremmo rialzati come niente fosse successo, con in mano il limone rubato all’albero del vescovo, e lo scollo da intingere nel riccio aperto a piatto di gran portata, perché piccolo com’è, pure, là dentro ci sta tutto il mare.

Che fine ha fatto il mare? Che ora è tomba di disgraziati. Una volta quelli venivano a raccontarci le storie d’altre rive, d’altre facce come la nostra, e le ascoltavamo con lo stupore del fanciullo. Ora sembra che debbano starsene al fondo, per farsi perdonare d’esistere. E chi se la mangia più la ricciola? Che ne sai con cosa ha cenato la sera prima quando all’alba, poco accorta, viene a farsi uno spuntino all’amo? Che fine ha fatto il mare, che non è mai stato mio e basta, ma anche d’ogni cristo che ci si affaccia, ci nuota, e d’ogni creatura che ci respira dentro? Almeno lasciatecene un pezzo, quello dell’alba che la rena è umida e deserta, quello della luna che ci si tuffa dentro. A certi cosa importa di starsene lì, se poi si sono comprati un tanto all’etto il divertimento d’una notte, che non gliene importa nulla se lo vendono lì che ancora c’è un pezzo di mare, poiché nuotano più volentieri nel cloro, tra olivette di plastica ed ombrellini nei calici colorati? Non lo sentono nel bum bum il suono della risacca. Ci sono distese di capannoni che hanno tirato su, produttivi, mica come noi pigre creature del mare che abbassiamo il PIL. Dunque, se tanto vi piacciono le fabbriche dei soldi che vi servono per comprare felicità prêt-à-porter, perché non vi trovate uno spazietto lì per tracannare le vostre coppe di champagne? Il mare, anzi, quel che ne resta, lasciatelo semplicemente a chi se ne sa emozionare appena lo vede, anche fuori stagione e senza servizio in camera.

Tempeste e tempeste

“Che succede a volte nelle tempeste, eh, ‘Ndrja, che succede? Succede che alla fine la chiumma si dichiara vinta, tutti piegano il collo e da quel momento, di momento in momento, aspettano solamente l’ondata che li annegherà.

Però, quando l’ondata che pare mortale arriva, ed è un cavallone d’acqua e di vento che fischia e schiumeggia, alzato con le zampe per aria sopra la chiumma e ogni uomo già si speranza di mondo e si rincunea sotto, mentre il terribile cavallone si sdirupa sopra, li sconfonde, acceca e come per sempre gli leva il respiro, e tutti, inghiottendo acqua pensano: affogai, in quest’ultimo istante succede però, che il cavallone si ritira, la barca torna all’aria e ogni uomo cerca allora con gli occhi il compagno vicino, si contano l’uno con l’altro se ci sono tutti e, poi, subito, c’è chi ripiglia il timone, chi rimpugna il suo remo, chi svuota la barca dell’acqua imbarcata. Insomma, dopo quel terribile istante in cui vedettero la morte con gli occhi, fanno come avessero deciso di non arrendersi, e si direbbe che proprio lei, la morte vista con gli occhi, gli avesse ribellato il vivere che prima della morte, essi stessi, col loro scoraggiamento, avevano ormai mortificato: avanti, forza, sursincorda. Si spronano allora gli uomini in periglio. Vediamo quel è la situazione, vediamo se è proprio disperata o se ci possiamo mettere rimedio, vediamo, vediamo, se c’è modo d’uscirne. E se non era scritto che uscissimo, si scriva, se non altro, che ci ribellammo, e che maniammo, non solamente, maniammo d’ogni modo e maniera, smaniammo per potercela scapolare, e che la morte non ci pigliò a collo chino, con le mani al petto a dirci le preghierelle. Capisti, ‘Ndrja” (Stefano D’Arrigo, Horcinus Orca)

Fotografia, tempo e specializzazioni

Charles Baudelaire si scagliò con tale veemenza sulla fotografia da far venire mossa ogni foto nel raggio di chilometri dal suo Salon. Non era ammissibile per il poeta vergine che la fulminea attrazione dell’attimo spostasse lo sguardo dalla contemplazione elevatissima dell’arte pura, nella sua rappresentazione più autentica come nel teatro o nella pittura. Inaccettabile il processo di massificazione e tecnologizzazione dell’arte. L’industria si sostituiva al genio creativo, lo filtrava attraverso uno strumento, poneva anche gli inetti nella condizione di potersi definire artisti. Poi si fece fotografare in poltrona dall’amico Nadar, e questi ne colse nella sua posa disincantata tutta la poetica, sublimandola nell’attimo, appunto.

Nadar aveva compiuto il miracolo, anzi no, la magia, di elevare la sua arte a livelli vertiginosi usando l’immagine del suo più feroce – e certamente credibile – avversario, per emanciparla dal mero tecnicismo cui rischiava di essere relegata per sempre. Di più, l’invasione di campo della fotografia, capace di raccontare il reale con efficacia assai maggiore del più attento iperrealismo manierista, sospinse tutte le altre arti figurative verso orizzonti nuovi, alla ricerca di realtà parallele cui l’occhio non poteva giungere. Stessa preoccupazione di preservare la purezza dell’arte espressa da Baudelaire si ripalesò con il de profundis dei dagherrotipi e linotipie nell’eredità concessa alle prime 35 mm. Eppure non v’è dubbio che i movimenti colti dal click di Cartier Bresson, ma anche le immagini sfocate di Robert Capa, facciano parte a pieno titolo di ambienti di massima espressione artistica. Con il digitale, come per un misterioso fenomeno carsico, riemerge l’urlo dei puristi, e poi la fotografia per tutti col cellulare, credo abbia fatto venire l’orticaria persino alle ortiche. E se c’è chi invita alla riflessione prima del click e stigmatizza l’improvvisazione ottica, c’è invece chi accoglie come una vera rivoluzione democratica la possibilità che miliardi di occhi moltiplichino i propri sguardi con ogni mezzo possibile, raggiungendo l’apoteosi del numero infinito di scatti. Quanti appuntamenti all’alba dietro conventi di frati minoriti si sono consumati nella disfida finale per definire la verità che distingue lo scatto fine a se stesso – ma sarà sempre tale? – dalla foto concettuale? Ammetto che non parteciperò alla dialettica serrata tra i fautori del deposito di megapixel, non prendo parte, non sono interessato alla questione, ho deciso di far repubblica e di dichiararmi neutrale. Sguscio via, piuttosto, evito di frequentare i circoli fotografici come ho smesso di occhieggiare ai cenacoli pittorici, bazzicare simposi letterali.

Mi sono fatto una mia opinione sulla fotografia, che non appartiene alla fotografia, né alla scrittura, tanto meno alla musica o alla pittura o a cos’altro vi pare. Mi sono convinto, infatti, che la narrazione che ci portiamo dentro – nessuno escluso – trovi poi modo di esprimersi in un momento qualsiasi quando incontriamo la realtà che la rappresenta, e come ad uno specchio costruiamo la magia dell’incontro tra il nostro dentro e il resto d’intorno. Basta avere occhi e certe qualità dell’anima per guardare il nostro dentro e la sua rappresentazione lì fuori. Quando accade siamo pervasi dalla meraviglia e immortaliamo l’attimo con un’immagine, una poesia, due o tre note in fila, se ci aggrada e ne siamo capaci. Ciascuno come gli pare esprime la propria sorpresa nel sentirsi una parte del tutto e vuole conservare quell’istante, renderlo infinito, come il tempo che oltrepassa il frammento di se stesso dello scatto. Nella fotografia il tempo dell’incontro dura un attimo, bisogna coglierlo prima che fugga, più lungo nella poesia e nella musica, ancora più ampio nella prosa per il respiro profondo di tempi dilatati. Ed allora basta eliminare la variabile temporale per riprendersi l’originario progetto narrativo che è la parte razionale di quell’intimo e segreto miracolo dell’atto creativo. Del resto “il tempo della produzione, il tempo-merce, è una accumula­zione infinita di intervalli equivalenti. È l’astrazione del tempo irreversibile, di cui tutti i segmenti devono provare sul cronometro la loro sola uguaglianza quantitativa. In definitiva il “tempo è, in tutta la sua realtà effettiva, ciò che esso è nel suo carattere scambiabile. È in questo dominio sociale del tempo-merce che «il tempo è tutto, l’uomo non è niente; egli è tutt’al più l’incarnazione del tempo». È il tempo svalorizzato, la completa inversione del tempo come «campo di sviluppo umano»” (Guy Debord, Miseria della filosofia). Posso dunque ascoltare un’immagine, guardare un suono, sentire l’odore intenso della poesia e della scrittura se cancello il tempo. Ed il tempo derubricato ad un parametro “non vitale” consente di rifuggire l’orrore della specializzazione e dialogare con le forme espressive comunque si manifestino. Se si scattano foto perché sono il nostro naturale ricongiungimento con il reale, dunque, poi è bene intrattenere rapporti con altri fotografi, ma senza codificarli nella liturgia dell’appartenenza, piuttosto val la pena leggere un libro e parlare con chi ne scrive, ascoltarsi un disco in compagnia di chi fa musica. Perché nella specializzazione si nasconde il rischio mortale dell’annullamento della dialettica concreta e progressiva delle narrazioni individuali, la cui somma è la narrazione collettiva che trascende il tempo e destruttura e annulla l’immagine-merce al cospetto dell’immaginario. In fondo Nadar non ha letto attentamente le poesie di Baudelaire prima di catturarne l’espressione “maledetta” nel volto d’un uomo in poltrona?

Gourmet internazionalisti

Poiché si separano i mondi, civiltà stanziali contro popoli errabondi per desideri vari, poiché persino latitudini affini si parlano ma non si ascoltano e si rivendicano diversità superiori o diverse superiorità, all’uopo, devo ammettere che Arlecchino è maschera che adoro, almeno quanto quella di Giufà e Pulcinella. Per la sua natura proletaria certo, e per quella volontà di partecipazione a prescindere, fosse solo ad una festa. Di Arlecchino apprezzo la condizione patchwork, di tutto insieme. Mi ricorda, così lontano come sembra, nel tempo e nello spazio, certi piatti siciliani, da cui si desume che tempo e spazio siano invenzioni fallaci. La Sicilia, Trinacria, tripartita, triangolare, trilaterale, triste e tribolante è, infatti, essa stessa patchwork, “più di una regione” diceva Sciascia, fa continente, aggiungerei, con quel tre reiterato (ne tralascio i riferimenti alla perfezione, non sarei al di sopra d’ogni sospetto, tanto meno ne sono convinto) che è somma del primo pari e del primo dispari, dunque del tutto e del contrario di tutto. Che luttuoso lusso esservi nato. E la sua cucina ne è l’archetipo illustrativo, la quintessenza del Meltin Pot, che ingloba colori, sapori, odori, senza lesinarne e tralasciarne alcuno, rinunciando così al gioco barbarico ad esclundendum. Ma c’è un piatto la cui composizione ne seppellisce ogni altro, non solo per la sua natura complessa ed articolata, dunque non banale, ma perché richiede tempi lunghi di realizzazione, lentezze gastronomiche che riconciliano al gusto dell’attesa e rendono la festa finale una sorpresa vertiginosa; è un piatto internazionalista, quasi un’anticipazione castro-mao-guevarista d’un movimento di emancipazione planetaria che parte molto dal basso, dalla terra addirittura, anzi, da ogni terra sparsa per il globo, cui attinge senza pregiudizi preculturali, senza curarsi di barriere, dogane, frontiere; è piatto libertario, giacché non ve n’è una ricetta unica, diventa scuola di pensiero; ciascuno può, sulla base d’una vena creativa personale, renderla propria ma senza mai esserne davvero esclusivo detentore giacché il gusto della condivisione alla fine prevale su qualsiasi tendenza edonistico-egoistica; ed infine, è piatto di memorie e storie antiche, che si rincorrono e riemergono, come in un fenomeno carsico, nella natura policromatica di chi le ha tramandate: è la “caponata”. Sulla provenienza esotica di certi ingredienti senza i quali non è tale, pomodori e melanzane, solo per citarne un paio, soprassiedo, se ne stenderebbe un trattato geogastronomico troppo vasto.
Si comincia, con calma, a soffriggere dadini di sedano, carote e cipolle – non troppo piccoli, nemmeno particolarmente spessi – in olio extra vergine di oliva. Ora, so che taluni preparano il soffritto in qualche olio di semi, ciò che non capisco è come mai non sia proibito dalla legge. Invece, per chi possiede consapevolezze acquisite e non soffre di palati prelogici, la scelta sarà semmai tra quali oli d’oliva. Ci sono certi oli toscani e liguri meravigliosi, solo peccano di eccessi di protagonismo, preferiscono stare al centro dell’attenzione e meritano il pulpito; difficilmente li si può costringere ad essere comprimari, piccanteggiano il tutto d’intorno, finiscono per sgomitare, scavalcare la fila. Meglio un olio d’oliva siciliano, capace, se occorre, di accompagnare, mantenendosi leggermente defilato, propone delicatezza di trattamenti ma esprime forza e volontà di mantenersi integro nel calor bianco, insomma, non fa “scruscio”.

Poi, non appena il battuto cubico comincerà ad acquisire vaghe consistenze e dorature da oreficerie raffinatissime, si aggiungono olive nere (denocciolate, se ci tenete a molari e premolari), capperi (meglio quelli piccoli e vagamente selvatici, sotto sale o in salamoia, appena scrollati), ed un paio di cucchiai di stratto, non di estratto di pomodoro, di “stratto”. Al limite usate pure il secondo poiché il primo è difficile da reperire. È una salsa di pomodoro molto salata che abili mani lasciano essiccare ai più feroci dei soli agostani del Mediterraneo, cosicché, mentre raggiunge consistenze da pasta dentifricia, si avviluppa dello iodio e della umida salsedine dell’aria, per poi finire in barattolo, ricoperto da un sottile film di olio. Poi, rifiorisce in cottura, attribuendo all’insieme sapori forti e contagiosi. Un bicchiere di bianco vellutato e dalle opportune corposità, preferibilmente fatto con l’uva e non di miscele di bisulfiti (ve ne sono di ottimi nella Sicilia Occidentale – di vini intendo, non di bisulfiti -, ma anche quelli friulani e tirolesi si prestano allo scopo, peraltro proponendo ulteriori contaminazioni mai così ben accette, e poi, bervene un bicchiere, ghiacciato, si intende, accompagna bene tutta la lenta preparazione). Quindi un goccio di aceto di vino bianco, un pizzico di peperoncino rosso, e due grossi cucchiai di miele di timo o di salice degli Iblei, e sulla provenienza di questo non transigo: “da una parte la siepe di sempre dal vicino confine, succhiata dalle api Iblee nel fiore del salice spesso t’inviterà ad entrare nel sonno con il lieve sussurro” (Virgilio, V Ecloga). Il miele, rilasciando gli effluvi profumati di impervie balze calcaree battute dal sole, risuonerà di poesie arabe e racconti da “Mille e una notte”. Ancora un po’, e il ricco connubio riuscirà a maturare il proprio sacro convincimento di sapere – e potere – stupire. A parte avrete soffritto, ciascuno nella sua padella, per consentirne perfetti e diversi tempi di cottura che preservino le giuste reciproche croccantezze, dadi di melanzane e strisce di peperoni rossi, preferibilmente a cornetto. Per qualche minuto fate andare a fuoco lento tutto insieme con un mestolo di salsa di pomodoro ben ristretta e, poco prima che tutto abbia fine, una pioggia abbondante d’un trito di prezzemolo, basilico e qualche foglia di menta, perché cromatismi e profumi freschi stemperino certe asperità. Provate di sale e lasciate riposare, anche per ventiquattrore, tanto vi verrà senz’altro riconosciuta la fatica dell’attesa. Consumatela anche fredda, accompagnandola con del Nero d’Avola (in abundantia) e, sotto, jazz, giacché da quelle parti si improvvisa, che è poi il talento vero di quel vate che per primo servì caponata ai suoi ospiti.

Normalmente anormali

Ed ora che piano piano si cerca di ritornare all’auspicata “normalità”, mi rendo conto che forse non è quello che volevo, almeno non in queste forme. In realtà di tempo per riacquistare la facoltà di rimettere il naso fuori di casa non me ne rimane a bizzeffe, prigioniero, da insegnante, della didattica a distanza che ha moltiplicato il mio impegno sottraendomi la parte più essenziale e bella del mio lavoro, il rapporto con i ragazzi. E sarà pure che questa auspicata “normalità” si scontra con quella che molti hanno definito la “sindrome della capanna”, quella sorta di appagamento definitivo dello starsene in casa che ci becca giusto giusto quando l’evasione è alle porte. E poi la mascherina mi appanna gli occhiali, i guanti mi fanno perdere la sensibilità nel maneggiare le cose, mi indispettiscono. Sarà anche che del ritorno al “normale” mi fa paura l’orrenda atmosfera di intolleranza che, sopita per qualche scampolo di tempo nelle segrete stanze dei nostri domicili coatti, ora si ripresenta per la solita insostenibile insipienza dell’essere.

Ma tant’è, si ricomincia. Ricomincia la “normalità”, lo sfruttamento, il massacro ambientale, lo sbraitare contro qualche minoranza per nascondere le nostre più inconfessabili frustrazioni. Tornano in scena i protagonisti dell’odio a cottimo, sguaiati, bugiardi. Il loro obiettivo però non è cancellare le minoranze, lasciando che divengano capro espiatorio per i nostri disagi, le nostre fragilità, piuttosto soggiogare le masse, dunque ciascuno di noi. Le minoranze vengono usate in modo cinico e spietato per obnubilare le moltitudini che tornano a reclamarne il sangue come nell’antica Roma si esigeva quello dei gladiatori. Occuparsi degli ultimi, liberare Spartaco e far sentire la sua voce, non è dunque soltanto l’agire di chi non rinuncia alla propria umanità, ma anche un necessario atto di legittima difesa.

Eppure mi viene da pensare che, mentre fremevamo nei nostri isolamenti, come un inintelligibile disturbo sotto la pelle, magari a molti s’è palesata quella voglia di riscrivere un’altra “normalità”, di riprendersi da protagonisti quel pezzo d’umanità che fugge, diventarne gli untori in una nuova pandemia per cui non vorremmo si trovasse cura.

Voglio lasciarvi con una cosa che certe volte mi torna alla mente, una di quelle che per quanti anni possano avere non se ne vanno mai, come un monito perenne e vertiginoso.

“Le atrocità sollevano un’indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono “more”, “sudice”, dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. (…) L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell’istante in cui l’occhio di un animale ferito a morte colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – “non è che un animale” – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il “non è che un animale”, a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell’uomo è la parodia dell’uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della “proiezione morbosa” che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l’umano proprio come il diverso”. (Theodor Adorno)

Ci sono problemi di reciprocità nel disordine del cosmo.

Si riprende, piano piano però, per non farsi venire le vertigini. C’è questa voglia di normalità che aleggia nell’aria. Per quanto mi riguarda la “normalità”, il già visto, per intenderci, non è che mi stia come un vestito di sartoria. C’è qualche problema che devo affrontare. Liberi tutti ma io devo fare la didattica a distanza che praticamente mi relega in casa senza nemmeno la soddisfazione di stare coi ragazzi, che è la cosa più sana e gratificante del mio lavoro di insegnante. È pure probabile che mi sia beccato la “sindrome della capanna”, quel desiderio uterino che ti spinge a startene a casa tua perché il mondo che sobolle non t’aggrada più. Sarà anche che la mascherina m’appanna gli occhiali, i guanti mi tolgono sensibilità, limitano i movimenti, mi indispettiscono nell’atto di prelevare dalle tasche la moneta giusta. Ma poi c’è tutto quel ragionamento sulla normalità che mi verrebbe da fare. Roba lunga che non s’esaurisce subito subito. Roba da sociologi e filosofi di certa caratura. Mica la risolvo io con uno sproloquio, io che parlo coi sassi. C’è pure da fare i conti con certe asimmetrie che se n’erano state come la polvere sotto il tappeto e che ora ricominceranno a traboccare sotto i lembi. Prima che succeda bisogna mettersi d’accordo, altrimenti le asimmetrie diventano eccessive, poi qualcuno finisce che si indispettisce e di teste calde in giro se ne trovano sempre, forse non come un tempo, ma qualcuna secondo me ancora c’è. Ci sono certe mie pulsioni in questi giorni no che ne sono la prova provata. Allora si deve trovare una sintesi, bisogna mettersi d’accordo, appunto.

Ragioniamo, dunque, come si compete tra persone civili, tra gente di buon senso. È vero che esistono profonde diseguaglianze, di classe intendo, tra le persone. Che non si tiri però fuori la solita solfa di quel due per cento che detiene il sessanta per cento, eccetera eccetera. A che serve rivangare, è roba da secolo decimonono, mica da gente di questi anni frenetici, gente per bene che pedala, che “fa”, che si impegna e che vuole tornare a fare. Bene, chiarito questo però alcuni puntini sulle i, con discrezione, si intende, io magari li metterei. Va bene che madama la marchesa alla Zona di Espansione Nord non ci va a stare e preferisce il suo castelletto con vista sul lago; mi sta anche bene che il commendatore Ciccio Bombo non prenda in affitto una soffittella semi arredata con vista sulla discarica appena appena sorta dal nulla nella Suburbia a Sud, giacché, giustamente, come dice lui, s’è appena arredata la villa a quattro piani con vista sul golfo, da cui si gode il panorama da sufficiente distanza perché si perda il dettaglio della quinta del promontorio degli abusivi. Mi sta bene che anche il viceversa non sia consentito e non per libera scelta di quelli che stanno a ZEN e Suburbia, ma direi per qualche resistenza altrui. Vi ripeto, mi sta bene, non mi lamento, col mio stipendio mi merito un bilocale né pretendo l’attico, quello con le piante carnivore che si mangiano i giardinieri – che poi di questi tempi è così difficile trovarne di bravi – e la terrazza da cui si domina il mondo, che ti serve il monopattino per andare da una stanza all’altra, che ci puoi giocare a tennis in bagno, pure in doppio! E se la signora contessa non farebbe mai a cambio consentendomi di usare le sue stanze affrescate da antichi schiavi, la capisco, non gliene faccio torto… Per parlare d’altro, è vero che la signora Pinco de Pallis, in virtù dei suoi conti monegaschi e caimaneschi mai e poi mai acconsentirà d’andarsi a scegliere nylon made in Taiwan nel mercoledì del mercato, né – mi pare di poterlo asserire senza tema di smentita – il buon cavaliere, che è il re delle maniglie delle porte blindate, il suo doppio petto blu, con l’aria condizionata incorporata e il certificato sartoriale rilasciato dal notaio, se lo comprò al “butto fuori tutto e chiudo”. Io queste cose le capisco e se anche non ho fatto il militare a Cuneo sono uomo di mondo, me ne faccio una ragione. Pure se il viceversa è sostanzialmente non consentito per ragioni che tralascio, queste sono cose che accetto. I miei maglioni con l’etichetta su cui c’è scritto, con ricco ricorso a simbologie assai criptiche, che è meglio che li lavi a mano, anzi è meglio se non li lavi proprio perché non si sa mai, mica pretendo che se li metta il venerato conte, col rischio che la sua epidermide elegantemente colorata da delicate lampade UV se ne potrebbe avere a male, ribellandosi e producendosi in un effluvio di pustole e pustolette. Quelle sono cuti per bene, altro che la mia rozza copertura che certo non si ribella giacché a certi tormenti è ormai adusa. Mi sta bene, vi dico che mi sta tutto bene, anche il categorico divieto del viceversa… Tuttavia, proprio per pareggiare i conti – la qual cosa, se volete, potrebbe anche essere interpretata come il modesto tentativo di una pacificazione globale – proporrei che si cominci a mettere dei divieti a certi viceversa letti in senso antiorario. Allora, mia cara madama la marchesa, signor comm, egregio presidente, gentile cav., facciamo una cosa, da oggi voi mangiatevi pure le vostre tartine al beluga, con la salsina di Richelieu, bevetevi i vostri Cabernet che tanto a me il mutuo alla posta per pagarmene una bottiglia non me lo danno. Fatevi fare dallo Chef che vi piace tanto – quello col ristorante che per mettere in vetrina i cappelli beccati dai forchettivendoli di certi almanacchi ci vuole la cappelliera, e per pagare il conto dovete fargli un bonifico “estero-estero” – il cervello di cavalletta in gelatina di alghe del lago della foresta del Cippo Lippo, se vi pare, Ma giù le mani dall’acquacotta, dalla caponata, dalla panzanella, dalla sarda al beccafico, dal lampredotto; da oggi, e per sempre, ex legis non v’è più consentito. Salvo che tutto il resto dei viceversa proibiti non vi risulti un prezzo eccessivo da pagare, ed allora però si rimette tutto in discussione e vi tocca di socializzare l’ultimo Barolo che avete preso all’asta al prezzo di un bivani in semiperiferia, e vi tocca di vedere se quel pezzo di tartufo bianco, prima di grattarvelo sull’ovetto, in quel bivani c’è qualcuno che lo vuole condividere.

Achille e la tartaruga

È proprio mentre sembra probabile che tutto si “normalizzi” – termine che mi crea invero una certa angoscia -, che scorrono impietose le immagini d’accelerazioni parossistiche verso il bicchiere colorato di rosso e blu, con l’oliva e l’ombrellino. Assisto con qualche trepidazione alla disfida definitiva tra gli eredi di Achille e della tartaruga, secondo alcuni la rivincita d’una tenzone che, al netto delle partigianerie, aveva visto assestare all’eroe invincibile la prima delle due cocenti sconfitte d’una vita vissuta al limite; la seconda, come ben sapete, ebbe esito fatale proprio a causa di punti deboli prossimi agli stessi piè veloci. Tuttavia, nonostante la saggezza degli antichi avesse voluto collocare le cose al loro posto, la nostra eroina ha più discendenti in brodetto di quanti non ve ne siano – ed in piena attività – dell’eroe acheo, con corollario di punti deboli ben camuffati da alte zeppe. Mi pare evidente che ogni riferimento ad eroiche gesta che appartengono a persone (e cose) realmente esistenti – e freneticamente operanti – è puramente voluto, ancorché non ne faccia diretta menzione. Ma v’è una novità nella rinnovata sfida: non un modo contro l’altro, il Pelide e la tartaruga, bensì moltitudini di Achille, taluni giovani e forti, tal altri assai meno, ad affollare con le proprie falcate, giammai la pista dell’antica competizione, dove le pause per troppa fiducia nei propri mezzi costarono l’alloro finale, piuttosto il tapis roulant, l’accesso ad un drinkbar d’asporto – incuranti delle lente e composte file ai comproro a strozzo -. Ed è probabile che le condizioni del campo, che stavolta non ammettono vincitori, saranno tali che chiunque sgomiti e si opponga alla corsa dell’altro, dissimulando inettitudini, esprimerà rabbiosamente il proprio disappunto per la gara truccata. E le tartarughe, carapaci azzoppati e radi che si barcamenano nelle solitudini contemplative e musicali del proprio Aventino? Ho l’ardire di pensare che, tutt’altro che sconfitte, questa volta si siano solo limitate a non accettare di correre inutilmente all’infinito e verso il nulla della normalità disvelata, abiurando invece alla prospettiva dell’alloro, come Sartre fece col suo strameritato Nobel.

Piuttosto, col proprio passo, occhi non irritati dal sudore, e senza l’assillo ambizioso e soffocante del traguardo, godranno del dettaglio d’ogni cosa, cogliendovene in ogni anfratto celato la bellezza. E “chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio” (Franz Kafka). Dunque, possiamo essere giovani in eterno, senza nascondere le nostre rughe, eroi senza saperlo, semplicemente rifiutando la corsa e la vertigine, l’ingorgo definitivo, scegliendo di non salire su un F35, né su qualunque altro carro vincente, come chi invece ha perso, per i suoi talloni disperati e fragili, il senso d’una vita.

Oscure visioni

Non è che ne sia persuaso io, è una fatto che gli specchi non mentono. Ma non è per desiderio di fuga dalla verità che mi trovo raramente ad interloquire con loro. Mi capita di ritrovarmici davanti svogliatamente, mi dedico alla cosa con sguardo annoiato e distratto, non mi ci soffermo se non per esigenze improrogabili, come farmi la barba tutte le sante mattine prima di andare al lavoro. C’è questa necessità convenzionale e la rispetto con zelo. Solo che adesso, nella dismissione delle libertà – quanto ob torto collo non è dato a sapersi -, le convenzioni saltano, si infrangono su desideri incompiuti di fughe infinite, di viaggi verso orizzonti sconosciuti, voglie a lungo sopite di derive ed approdi. Ed è allora che le barbe crescono, selvagge, impertinenti, incuranti della fisica, in tutte le direzioni dello spazio e del tempo, il cui scorrere registrano con precisione teutonica. Venuto meno l’obbligo civico del radersi, la distrazione del primo acchito si trasforma impietosa nell’osservazione minuziosa del dettaglio. E quel volto imbiancato ed ispido quasi non lo riconosco, s’affaccia da quella finestra a simmetria invertita senza ritegno, scimmiottando l’abbandono di modi dabbene, la progressiva metamorfosi verso la trascurata barbarie. Ma sarà poi tale, barbarie intendo, quella strana pulsione che aleggia nel silenzio delle case? O è piuttosto la riscoperta di un’essenza sopita di natura compressa? Ed allora immagino cosa succederà nel momento del liberi tutti. Certo vi saranno disperati assalti a barbieri e parrucchieri. Torme di donne e uomini, come per incanto resuscitate da un lungo letargo, che vorranno recuperare le proprie bellezze convenzionali invadendo i territori contesi del glamour.

Risse sui marciapiedi si scateneranno al primo levarsi delle saracinesche dei luoghi della bellezza effimera, ed i telefoni per le prenotazioni saranno incandescenti, bruceranno del calor bianco dell’impazienza, del desiderio di porre fine a quell’incontro quotidiano con la figura regredita dall’abbandono che s’affaccia da moltitudini di specchi. Eppure mi sono convinto che l’indugiare nell’ozio estetico, il riappropriarsi della propria natura primordiale, da qualche parte almeno, potrebbe attecchire. L’espressione barbara che in qualche frammento del nostro DNA ci mantiene legati a certi anelli evolutivi perduti, liberata del condizionamento definitivo del senso estetico comune, sia pure per poco, potrebbe riemergere prepotente, come succede alle creature dei boschi che s’avvedono della commestibilità e squisitezza di certi frutti trascurati quando non v’è più traccia di quelli consueti. Li vedo certi affermati professionisti trasformare preziose cravatte di seta inglesi in presidi sanitari anticontaggio o fasce cattura sudore per la fronte; talune ricercate signore di pizzi e leopardi armeggiare in infradito di gomma con tacchi dodici per bucare suoli fertili e porre in sede teneri virgulti di pomodori e zucchine; borsalini che diventano ceste per asparagi e velette e merletti cuciti insieme in reti fai da te per trote e cavedani. Le auto, poi, gigantesche fuoriserie monolitiche, nere e strabordanti, un tempo terrore delle vecchiette ai semafori, con ruote che sgommando rumorosamente sradicavano manti stradali e marciapiedi, parcheggiate a spina di pesce e doppia fila perché masse claudicanti esclamassero “oh” collettivi di stupore ed ammirazione, ora, invece, eccole lì, abbandonate ai bordi dei campi, in riva alla città, trasformate in comodi pollai e conigliere, con le uova ordinate sul cruscotto in radica di noce e la capretta distesa sulla pelliccia dell’ultimo esemplare di una specie estinta. Nei parchi torme di integralisti del sushi si contenderanno panchine con le babysitter per consumare avidamente fette di pane, olio e pomodoro, con spicchi d’aglio il cui olezzo produce il necessario distanziamento sociale, tirandole fuori, con l’unto che le invade, dalle borse di pitone un tempo vanto per le prime. E gli shortini, l’apericena, gli assembramenti sotto i portici del centro? sepolti in una memoria antica per far largo a quella ancestrale di muretti di periferia e fiaschi impagliati di vino spuntato, con le olive in salamoia e fette di pecorino afferrate da mani che mai più vedranno manicure nemmeno se tolgono l’IVA. La catarsi estetica travolgerà un pezzo di questo pianeta, con barbe irriverenti e selvagge, felpe bucate da gocce liberate d’olio di frittura, impertinenti peluche fuori controllo che crescono sotto le ascelle persino di madama la marchesa, scarpe rotte e pur bisogna andar. Anche nei modi non ci sarà freno, e la socializzazione di rumorose digestioni sarà solo la punta d’un iceberg che anticipa il rientro di taluni nella remota nicchia ecologica dei nomadi raccoglitori, mentre gli sguardi ammiccanti tra i sessi saranno sempre più frequenti col crescere esponenziale della produzione di feromoni non più attutiti nell’effetto da deodoranti h24. E però, credo, che chi andrà incontro a certe trasformazioni non avrà più fretta, neanche voglia di mettersi a sbraitare più di tanto, e dopo essersi ripreso un pezzo di sé, magari potrebbe diventare nei modi pericolosamente contagioso, l’untore per definizione, il cattivo maestro.

Per quanto mi riguarda, ammetto che un certo tasso d’abbrutimento io me lo sono portato sempre dietro, per me cambierà poco penso, il fiasco di vino impagliato ed i carciofi trifolati al solito tavolo della trattoria di Michele e Marica immagino li ritroverò dove li ho lasciati. Consumo come certi piccoli diesel, in definitiva abbasso il PIL, sono tra quelli che remano contro già da un pezzo, che danno il cattivo esempio, al più, mi sa, torno a comprare qualche lametta, così, tanto per sostenere l’economia, ma non c’è fretta.

subtraxerim utilium

Ho sentito i cori dei corvi

e l’arcangelo vestito di nerofumo

recitare litanie

in fondo alla ciminiera

dei campi di cotone.

Era il canto della strada buia,

in riva alla città zoo,

la sirena che pregava

di catturare gli scarafaggi d’ogni tribù,

nascosti alla luce esausta del neon

dallo scricchiolio della pattumiera

gonfia d’orgoglio

e di cose non dette, non scritte.

E se fossero sagge e definitive

le parole della notte

il mattino si diverte a cancellarle

per l’innata sua passione per lo smog,

o per lo smoking

– color cimitero –

da abbinare alla cravatta

con il nodo scorsoio

da indossare il ventisette

di un mese qualsiasi per l’obolo

dai vestiboli della civiltà dorata.

La classe non è acqua

Ieri era il 25 Aprile, ed ho ascoltato Bella Ciao, l’ho ricevuta in ogni versione possibile. Nemmeno immaginavo ce ne fossero tante. E tra un Fischia il Vento e Bella Ciao, appunto, i “ce la faremo”. Ora io credo proprio che ce la faremo, alla fine della fiera ce l’abbiamo sempre fatta e c’è sempre un 25 Aprile che ce lo ricorda. Solo non vorrei ce la facessimo con l’oro alla patria, l’oro finto degli ultimi che come gli anziani in una RSA talora sembrano sacrificabili. Vabbè, in una domenica di sole, allorché si respira aria intensa di primavera, di “risvegli” autentici, mi viene in mente questa strana storia, una di quelle che nessuno aveva mai scritto, ma che aleggia nell’aria da che l’uomo è uomo, sempre ammesso che lo sia mai stato davvero.

“E come tutti i santi giorni che Nostro Signore ha voluto regalarci di vita grama su questa terra, il Signor Padrone, ormai sazio, scelse tra le ossa lasciate nel piatto quello più nudo e ripulito, ché dove c’era ancora carne valevano oro per il brodino della sera. Con quello in mano aprì l’uscio e lo lanciò tra i cani affamati nel cortile. Subito le bestie, sbranandosi l’un con l’altra, cercarono di avventarsi sul magro bottino.

Molte rimasero sanguinanti sul selciato, e più d’una non si sarebbe più rialzata. Il Signor Padrone, al cospetto della ferocia del branco, valutò con soddisfazione di come quello avrebbe difeso la sua casa e la sua ricca dispensa. Il vincitore della contesa, si trascinò a fatica verso di lui con il suo misero trofeo tra i denti, i brandelli di carne che si staccavano lasciando scoperte ferite purulente, e sollevò la zampa per ringraziare il suo benefattore. E questo per ogni santo giorno che Nostro Signore ha voluto regalarci di vita grama su questa terra, per la gioia del Signor Padrone, sempre più raggiante pel colore rosso sangue del selciato del suo cortile. Le povere bestie, esauste per digiuno e dolore, con gli occhi al Cielo cercavano di incrociare lo sguardo di Nostro Signore – non era forse Lui il Signore di tutte le creature? – nell’attesa disperata di aggiudicarsi il prossimo ossicino e placare così la propria fame con la generosità del Signor Padrone.

Poi venne il giorno in cui quei fantasmi rinsecchiti e laceri non ebbero più forza nemmeno per sollevare gli occhi al Cielo, ed al cospetto del Signor Padrone sull’uscio, si trovarono d’improvviso a sbirciare in casa avvedendosi di quanto ricca fosse la sua dispensa, ma di più di quanto pingui fossero le sue chiappe. E quello fu l’ultimo giorno in cui affondarono le loro fauci su una creatura vivente, il giorno prima rimase per sempre l’ultimo in cui lo fecero con i propri simili.

E voi anime elette, esseri superiori, che dominate dall’altezza vertiginosa di una piramide il resto del mondo ma che vi scannate nell’arena per la gioia del Vostro Signor Padrone, quando smetterete di guardare alla sua generosità e vi avvedrete delle sue chiappe succulente?”

Messaggi nella bottiglia

Le finestre, talvolta, sono copertine di libri aperti, le porte finestre lo sono di grossi tomi che s’aprono sulle distese di pagine di terrazzi e balconi. Libri di memorie, diari di viaggio, appunti per una fuga. Pagine ancora intonse, da riempire di parole. Mi sono convinto che il Borneo di Salgari deve essere stato scritto su quelle pagine. C’è un momento migliore degli altri per scriverci sopra, quando s’apre la copertina rigida e fuori è appena l’alba. Fa ancora freddo, e l’aria t’entra sotto la pelle, cerca riparo, s’apre varchi e risveglia le curiosità della notte. La luce non mostra ancora la consuetudine, ma fa della penombra l’anticamera della scoperta, come se alla sua esplosione il già visto dovesse trasformarsi nell’inattesa sortita della sorpresa.

Stamane era fresco su quelle pagine, ed il fiume di sotto s’intravedeva appena, una striscia dorata, sottile per le piogge mancate. Poi i raggi più impertinenti, come un re Mida al contrario che ha cambiato fornitore di stupore, lo trasforma in un budello color rame. E mi viene di lanciargli una bottiglia – ho avuto tempo a sufficienza per procurarmene una vuota, pure con tanto di tappo a tenuta – perché la consegni al mare con un messaggio, un pizzino da niente su cui ho buttato uno scarabocchio, giusto tre parole in fila. Ma mi viene, così per scherzo, l’idea di anticipare la bottiglia. E allora mi precipito su un tronco, una zattera, una canoa, pure un canottino gonfiabile va bene, a favore di corrente sino al mare. Lì c’è bisogno d’altri mezzi, roba cui cazzare la randa e il fiocco per cogliere tutto il vento necessario a strappare nodi alle onde, schivare la fiera famelica, le cannoniere portoghesi, i brigantini di sua Maestà, appena una sosta per un bicchiere buttato giù d’un fiato con i pirati, e poi ancora verso Sud. Sino all’approdo su una Ferdinandea che non c’è sulle carte, naufrago su una spiaggia di vetro, con la mia scorta di prugne secche, cucunci e vino.

La speranza è che un’eruzione improvvisa non mi cancelli con lo scoglio, sprovveduto emulo d’Empedocle, per di più pigro poiché per nulla propenso ad accettare la sfida dell’ascesa vertiginosa al grande vulcano, solo oziosamente sdraiato ad un passo dalla risacca. Ma se proprio deve succedere, almeno fammi ritrovare prima la bottiglia, il messaggio che mi sono mandato per vedere se sono più veloce di me stesso. Eccola là, la bottiglia, mentre si sente il brontolio sottomarino della bestia che risorge. Tra la pomice del bagnasciuga strappo il tappo, e sul postit, che con le cartolerie chiuse di meglio non ho trovato, le tre parole in fila : “Appena posso arrivo”.

Giovanni

Il complotto

È arrivata, questa specie di piaga d’Egitto, l’ottava pena capitale. Io però scivolamenti mistici non ne ho, e seppure indugio talvolta in vaghe ipotesi complottiste, poi mi risveglio la mattina e mi faccio il caffè, m’accendo la radio, così mi passano. “L’isolamento è della ragione”, mi ripeto, che è cosa assai più grave dell’amputazione feroce dell’apericena e del tapis-roullant. Pensieri consolatori che derubricano il problema a brevi parentesi, che poi s’allungano da tonde a quadre, quindi sventolano i ghirigori delle graffe, come spuntano dal nudo marmo dei balconi i vessilli patriottici, gli spiriti antichi dello stringiamoci a coorte. La cura ch’è peggio del male, perché al secondo – si spera – ci sarà rimedio, per la prima non c’è vaccino, e gli anticorpi hanno le stampelle da un pezzo, sono esposti al germe, come certi ospiti dei pii alberghi. E così, mentre conto in larghezza e lunghezza i passi che separano le pareti di casa mia, prendo la via del terrazzo, con passo felpato, non per eleganze feline, piuttosto per somme imbottiture di pantofole – non mi soffermo su valutazioni estetiche – made in China. Ed all’alba appena fuggita, m’avvedo delle torme di militanti dei poteri forti, cervi e cinghiali che dell’assenza di pesanti cingolati sulla statale fanno virtù, saccheggiando beatamente generi di prima necessità nei pascoli in riva al fiume. Che siano loro ad aver complottato per guadagnarsi il posto al sole, invitando il cuginetto piccolo a fare azione di polizia e pulizia e riempire privatissimi domicili coatti della patriottica schiera di geniali ed operosi bipedi? Sbaragliato il nemico storico, si sono impadroniti del mondo, non mostrano soggezione, come la lucertola che appena m’affaccio viene senza pudore e timore a richiedere la razione kappa di briciole ed avanzi. Come certe gazze e merli, che m’aspettano al varco perché anche loro pretendono, e come se pretendono. Sanno di avere il coltello dalla parte del manico, non fuggono più atterriti ad ogni umano bisbiglio, se la ridono invece, pur se talvolta mi pare di cogliere nei loro sguardi un timido barlume di compassione. Insomma, tutto questo tripudio di natura che s’affaccia alla fine m’è d’un qualche conforto. Se devi essere sconfitto, che almeno l’avversario sia degno, abbia un bell’aspetto, non stia lì a pavoneggiarsi, ti dia l’onore delle armi. Però hanno gioco facile: a guardarci bene che avversari siamo noi? Se vinciamo non facciamo prigionieri e nella sconfitta si fa a scaricabarile anziché firmare la resa, provando magari a strappare condizioni più accettabili. Ma si è mai visto un tucano che se la prende col giaguaro per la deforestazione in Amazzonia, oppure un koala che s’incazza con i canguri per gli incendi in Australia? Io me ne sto alla finestra, sotto sotto patteggio per chi ha vinto, ma non lo do a vedere, dovessi pagar dazio nel caso in cui i rapporti di forza fossero riscritti. Si rischia di finire sotto processo, al banco degli imputati con l’accusa di connivenza col nemico, ascaro, traditore della specie, infingardo,. Vabbé, a far guerra non ci sono portato, ma un certo guadagno di svago mi viene dallo starmene in cucina, con la musica sotto, avendo cura prima di sgombrare anche le piazze virtuali, e di azzerare il suono ottuso e compulsivo della messaggistica. E già mi vedo, quando tutto sarà finito, accreditato a far tutorial su come si prepara la caponata, la parmigiana, la pasta ‘ncaciata. Sfidare a singolar tenzone all’alba, dietro il convento dei Frati Minoriti, chef stellati, distruggerne i sacrali convincimenti. Ma anche scrollare di dosso ai palati prelogici dei fastfooder granitiche certezze, con elogi della lentezza, dell’ozio culinario. Magari stenderò il definitivo trattato di socio-antropologia gastronomica, in cui rivendicherò il mio ruolo di guru, perché un altro mondo è possibile, tra la griglia ed il tegame di cotto. E verrò acclamato come l’ultimo dio. Nel frattempo sanifico con alcool e candeggina, cioè me ne faccio una ragione e me ne lavo le mani, come da prescrizione e per una certa propensione all’incertezza. Insomma, tutto bene, direi.

Una cosa però mi manca, il mare. L’odore dello iodio, il rumore della risacca. Ma sono persuaso che laggiù, da qualche parte sul Mar d’Africa, tra le anime di pescatori di frodo fenici, contrabbandieri saraceni, un qualsiasi Ulisse che ha perso una qualche Itaca, c’è un moletto che m’aspetta, e da cui farò partire la mia lenza. Senza l’esca, è ovvio, non vorrei far la fatica di slamare il pesce, né mi piacerebbe che qualcuno dagli abissi se ne avvedesse e mi presentasse il conto al successivo ribaltamento di fronte. Faccio di necessità virtù.

Giovanni