L’insostenibile insipienza dell’essere

Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie funebri e di andare dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo.” (Herman Melville, Moby Dick)

Non v’è sorpresa nel desiderare di prendere il largo, pure se non c’è meta, che è desiderio d’avventura appagante attingere a quella enorme vasca da bagno che talora s’inquieta. Anzi, se meta c’è, questa non presuppone la deriva, richiede tratte precise, che sono quelle scritte con sapiente crudeltà certosina a definizione di rotte di grandi carghi, che caricarono merci che si fecero dentro di noi varco inesorabile cacciando il resto. Lasciando recluso ad angolo infimo il desiderio di vertigine che c’è nella scoperta, nell’accettare la deriva quale opzione plausibile, financo irrinunciabile. Ché in fondo ad ogni deriva c’è una terra nuova che si fa sorpresa, ed assai più sorpresa è sapere che oltre quella terra è ancora possibile una deriva al senso dell’arrivo, per un’altra terra, poi un’altra.

Perché è possibile immaginare esistenze altre fuori dal preordinato che rende torvi e assenti, intrisi di pensiero preconfezionato, a conservazione di sotto vuoto spinto ed accumulo in testa. È possibile riprendersi l’esatto contrario del far come convenuto, prima della follia dell’annichilimento, del pensiero che muore, del sogno spento. È possibile far grandi pulizie d’inutile fardello accumulato un tanto al chilo, per esigenza d’altro che non si curò della natura d’uomo, la ridusse a cloaca massima di rifiuto a spaccio d’occasione imperdibile. Non è ancora tardi per la prua rivolta vento alle spalle, che sarà quello e l’onda a convincere di svuotare le stive che appesantiscono navigazione spigliata, scivolamenti agili e perfetti su scogli che, invece, non concessero visto di sorpresa a chi muove se stesso con carico infinito. “Getta via il ciarpame, amico! Che la tua barchetta sia leggera, e porti soltanto ciò di cui hai bisogno.” (Jerome Kapla Jerome). Al massimo qualche bottiglia di vino in più.

Il prezzo giusto

… oggi nessuno si scandalizza, la società ha trovato dei modi per annullare il potenziale provocatorio di un’opera d’arte, adottando nei suoi confronti il piacere consumista.” (André Breton)

Sergio Poddighe è un amico, di lui, delle sue cose avevo già parlato qui, pure qui. Abbiamo fatto cose insieme, abbiamo riscoperto le nostre siculitudini, siciliani di mare aperto, con la valigia per un altrove, quel desiderio struggente di tornare, roba impertinente che si fa viva come un fenomeno carsico. Ma abbiamo pure giocato, anche coi nostri nomi, ch’io prestai voce ed armonica sgangherata a questa cosa qui di sotto che ha disegni immaginifici suoi.

Mi ha mandato un suo scritto, pubblicato su un suo social.

Sergio Poddighe, nel suo studio

Me l’ha mandato per e-mail, che io sono poco social. ve lo ripropongo ché mi piacque parecchio: “Se da un lato le visite ai musei ci mostrano un persistente interesse per l’arte, dall’altro assistiamo ad una fortissima resistenza a renderla propria. L’acquisto di un quadro, nella mente dei più, rimane prerogativa dei ricchi, magari ignoranti, ma capaci di investire. Tutti gli altri guardano all’opera d’arte come ad un oggetto inaccessibile. A mio parere, la colpa di questa impasse la si deve anche agli artisti: il valore in denaro che danno alla propria opera è quasi sempre esagerato. Con l’equazione “più lo prezzo, più lo carico di valore”, l’artista visivo ha trasformato il suo prodotto in un bene di lusso, rendendone più difficile sia l’acquisizione che la circolazione. Personalmente, se una persona di medio reddito viene nel mio studio desideroso di acquistare un quadro, cerco di fargli un prezzo ragionevole. Non si tratta di sminuire il valore dell’opera, ma di applicare due principi: onorare l’interesse verso il lavoro; rendere il manufatto artistico un oggetto accessibile. Ho gestito per un anno e mezzo una piccola galleria (esponevo solo opere altrui) e una frase ricorrente era: “questo quadro mi piace molto, ma non ho il coraggio di chiedere quanto costa… so già che non è alla mia portata”. Un pittore non dovrebbe tentare di vendere un quadro ad un prezzo che egli stesso non potrebbe permettersi. Un’inversione di tendenza aiuterebbe la crescita di tutti, accorciando la distanza tra chi ama l’arte e chi la produce.” (Sergio Poddighe)

Posto che sono d’accordo con quanto scrive Sergio, che ciò potrebbe apparire non autentica sorpresa – le persone si frequentano se c’è idem sentire, almeno da qualche parte -, mi va di aggiungere qualcosa, quale nota a margine d’una ricerca imperfetta, che è compito statutario di queste pagine mie. A premessa ricordo che certe avanguardie che fecero storia dell’arte furono più avvezze a frequentazioni di bettole che non di salotti buoni, pure m’è dato a sapere che espressioni elevatissime d’arte trassero ispirazione da privazione e non dal lusso. Tante esperienze di straordinaria bellezza sono finite in dimenticatoi cupi perché non si confrontarono mai in modo efficace con regole, non di bellezza e talento, ma di economie asfittiche e grigie. Oggi, l’artista che non fa scelta diversa da ricerche di prebenda, di curatele un tanto al chilo a prezzo d’oreficeria, di critico ad esaltazione per alzo quotazione, che non si fece sussieguoso ed accondiscendente con fatto di mercato e potente di turno, rimase invisibile. E mi preme dire a Sergio, ch’egli, che è artista di talento limpido, come altri (pochi, invero) par suo, e che fece scelta diversa, non avrà palcoscenico degno, sarà, come l’arte sua, confinata a poco, che c’è il mondo del valore di scambio che non consente che l’arte giunga a chiunque; lo spazio adeguato a che venga resa nota gli verrà precluso, verrà sottratto a lui, ma anche a tutti quelli che ne avrebbero tratto certo giovamento. Aggiungo, l’artista non è soggetto neutro, egli viaggia per il mondo, ne ha, in qualche modo, consapevolezza: dunque, se ritiene che la sua sia arte da grande prezzo pratica una scelta ideologica e nulla più. Egli aspira a vetrina e grande compenso per una ragione sola, perché egli ha, istintivamente, a prova provata di suo agire, un’idea altrettanto ideologica della società. Egli ama la gerarchia sociale, ama il doblone quale criterio di valutazione degli uomini, non è interessato a che la sua arte giunga al più ampio pubblico possibile, che dia un contributo critico alla lettura del mondo, sia di godimento a tanti. Egli aspira alle folle solo se fatte di pubblico pagante, al più in forma di claque al momento del suo ultimo vernissage. Sarà artista costui? Forse si, ma la bellezza è un’altra cosa, non è roba esclusiva. Per quanto mi riguarda questi rimarranno solo mercanti, che vendono la propria arte non perché è bella, ma perché vale un gonfio conto in banca.

La lettera che non ho scritto

Che ad approssimarsi di fine degli esami, a catena di montaggio studente dopo studente passa a schiera esatta sotto occhio attento di inquisizione a domanda, mi sovviene cosa che vale ancora e che, dopo suono di musica, oppure assieme, vi rimando che è ancora valida.

“Tutte le volte, poi, mi viene che alle mie alunne, ai mie alunni, in luogo di pagellina, scriverei una lettera, se solo potessi consegnargliela, a quelli che non ho più, che hanno preso strade diverse, talune fortunate per com’è dato di pensarle, talaltre meno di soddisfazione. a quelli che ho, a quelli che avrò. Scriverei in lettera che, mentre termino rendiconto a numero di quanto valgono, mi volevo scusare, che per pigrizia, per vigliaccheria, forse, non me ne sottrassi, non m’opposi, a parziale discolpa addurrei che taluni mi mandano rate di mutuo e bollette da pagare.

Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che in questi anni ho agito da cattedra lontana, non per distanziamento asociale, quale imposto da protocollo, ma da mero esecutore materiale d’ordine sbagliato di burocrate, di cui fui consapevole come soldato che saluta i propri commilitoni per missione suicida. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei di farmi scendere da pulpito che non m’appartiene, che fingo sia mio per pudore di dirgli che me lo imposero come non volevo. Alle mie alunne, ai miei alunni, che richiamai al compito scritto, al test a croce, non raccontai mai le cose che ho appreso, non me ne fu dato tempo, nemmeno modo, né cercai quel tempo e quel modo, forse per pigrizia, per ignavia. Che d’Archimede disegnai formule geometriche, ma non mi fu dato tempo di parlargli delle sorprese della sua scienza, della Biblioteca d’Alessandria dove si formò, dell’odio suo per la guerra, cui dovette partecipare per volere di tiranno contro tiranno. Che se gli parlai delle meraviglie di natura, non ebbi tempo di spiegare che sono loro più dei panni a firma che indossano, e che, quelli stessi che m’impongono di metterli in fila, di targarli a voto, gliele mangiano ogni giorno, o le danno a cibo per porci che non grugniscono, atteggiati a Bel Paese in doppio petto. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che avrei voluto dirgli che adesso tocca a loro, ch’io e quelli come me hanno fallito, di non credere d’essere liberi, nel qual caso mai lo saranno, che mi facciano vedere che può andare a finire in altro modo di quello ch’è già scritto. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che m’avrebbe creato solluchero ascoltare le loro storie, sapere chi sono, seduti in cerchio. Che quello era da fare, che ridere d’un riso solo è d’obbligo per mondo libero, e invece passai tempi e tempi a relazionare a numero esatto per sapere di tabellina, di formula, di legge di frodo. Per dirgli che sapere pure serve, che rende liberi, non il lavoro, che basta guardare in faccia il loro vecchio professore per dimostrare il teorema. Che sapere serve per sé, non per un voto qualunque per cinquemila lire in premio di nonno s’è buono. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che sono nessuno, roba facile da dimenticare, che li ho delusi, pure se non lo sanno, che talora mi dimostrano tale affetto che più mi rende colpevole di non averci provato meglio, per stanchezza, forse.”

Solo un’isola

Nacqui su un’isola talmente piccola che per girarmela tutta mi bastava poco. Ma mai mi venne d’annoiarmi a far perimetri e perimetri. Pure, se m’allontanavo per altra terra, cascavo comunque su un’isola, grande per come ti pare, ma sempre isola era. Un’isola, più è piccola più sa d’infinito, più si fa centro di mondo intero, che tutto ciò che ti circonda è infinito, dunque, qualunque cosa è dentro quello sconfino, non può che esservi centro, è a sguardo d’infinito a destra e manca, a destra e manca di dove ti giri. Che dunque sarei a destino centro d’universo d’abisso? Che tale evidenza di vertigine mi fece nessuno che non ho altro da riportare che uno sguardo a ciò che non conosco.

Che quello sguardo mi rimase inesausto, non me ne venne a conoscenza mai di cosa è oltre l’orizzonte, tanto v’andai incontro, tanto quello si spostò. Mi feci ragione di ignoranza, pure mi feci ragione che quella era passione autentica di conoscenza. Mi faccio isola e m’esploro quello che mi viene, né mai mi parve d’aver finito, manco m’attrezzai a star fermo di pensiero pure quando mi depositai come delfino spiaggiato ancora su un’altra isola. Ma sono isola io, forse, che chi nasce isola non se n’avvede che è tale anch’egli, si porta uno scoglio dentro, a mare d’infinito ed infinito d’orizzonte, sia che lanci sguardo a destra, sia che lo fermi a manca.

Quale voce giunge sul suono delle onde
che non è la voce del mare?
E’ la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
perché si è ascoltato.

E solo se, mezzo addormentati,
senza sapere di udire, udiamo,
essa ci dice la speranza
cui, come un bambino
dormiente, dormendo sorridiamo.

Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno sito,
ove il Re dimora aspettando.
Ma, se ci andiamo svegliando,
tace la voce, e c’è solo il mare.
” (Fernando Pessoa, “Le isole fortunate”)

La ripartenza

Ho sempre viaggiato molto, non mi sono mai fermato se non per poco, pure è mia ripromessa di rimettere un piede dopo l’altro per altre traiettorie di scoperte. Ho cominciato a viaggiare che avevo appena smesso ginocchia sbucciate, seguendo flussi d’anadromi, percorsi d’avventura tali che poi me li ritrovavo pari pari nei racconti di Hemingway, di Chatwin, financo in certe cose di Salgari. Vi ci accompagno io in musica, che sono storie segrete, ne meritano di buona.

Partivo, talora, che il sole se ne stava lì lì per decidere se farsi sorprendere negli abiti discinti della notte. Erano le ore d’avvio di grandi flussi migratori, i viali, le strade secondarie, si riempivano delle folle, tutti verso il punto d’accumulo, la grande piazza, quella coi negozi incantati, i bar, lo skyline imperioso dei grandi e moderni condomini, minimo dieci piani per uno, termo-ascensorati, le panchine di cemento tra gli oleandri, le auto più grandi, le moto ardite, abiti scintillanti nella notte, le risate. Il punto d’accumulo s’intasava sino ad ora certa, tarda comunque, che poi il flusso serpentiforme, dopo la lite per il parcheggio, si spostava verso i bum bum, sino all’alba. Io andavo da un’altra parte, il quartiere pareva fosse mio e basta, al più di quei due tre che mi seguivano nell’avventura. Le strade parevano labirinto d’ombre che luce non era prevista, né da case, chiuse da chissà quanto, né da impianti che lì, ai confini della civiltà che ne fu cuore, d’arrivare non ci avevano nemmeno provato. Traversavo il dedalo e ad ogni gomito di via definivo la scoperta, che le ombre di luna a luci sghembe fanno disegni diversi ad ogni passaggio, pure le anima di creature misteriose, miagolii, latrati lontani, le pareti strette di vicoli fanno risonanza di risacca. Si sentivano odori strani, parevano liberati dalle mura da tempi altri, a far festa per passaggio imprevisto, nella teoria d’inganni della notte. La traversata pareva libro di città esotiche, si dissimulava il Suk, la Casbah, o forse tale era, senza l’apparenza di vita, ma densa di essa. La luce della bettola era oltre che oasi nel deserto, bar di Casablanca, pure se non c’era servizio a tavolo, nemmeno Sam a suonare, ma era musica uguale, nelle storie di quattro vecchi ubriachi che raccontavano di mare e di guerra, impastando di zibibbo le poche parole rimaste tra gengie sgangherate.

Pareva whisky financo quel rosso che, per mandarlo giù, dovevi allungarlo con la gazzosa. Poi si ripartiva, ancora, attraverso il labirinto, sino al mare, allo scoglio di notte, l’umidità che t’entra nel colletto, ma non te ne avvedi, che c’è atmosfera di sale a far da coperta. Il viaggio, lento, era la notte intera, sinché il sole non si ripresentava ad Oriente, per promessa mantenuta, a tingere di rosso la schiuma del vento di levante che lascia posto al libeccio. E consente il lungo viaggio a ritroso, ad una luce altra, che riproduce ancora il gioco d’azzardo dell’ombra che diventa colore. Ma quella era terra di nessuno, dunque, forse solo mia, che è di tempi d’orrore che viaggi e non trovi a consumo un tanto al metro, che procedi lento che un miglio scarso pare traversata d’oceano. Che così fu, che fu tolto l’inganno del viaggio di vertigine, per un rassicurante centro commerciale.

Al tempo quando non c’era il tempo (Allonsanfàn parte undicesima: Aldo Palazzolo)

Tempi di guerre hanno immagini univoche di madri che piangono figli morti. Stabat Mater dinnanzi al corpo straziato del figlio, non della divinità, ché le madri di ogni guerra, d’ogni intemperanza, non dovrebbero sopravvivere ai figli, per leggi di natura sovvertite da follie d’uomini.

Due millenni addietro, quel momento, che pareva cambiasse la storia, indusse la Veronica al gesto semplice, di Pietas, di ripulire il volto dell’uomo morto. Tale altro, a quel tempo o forse secoli dopo, ricoprì, il corpo martoriato dell’uomo, non con tessuti raffinatissimi, con il lenzuolo più miserabile. Quello, per sue grossolane filature, iniziò l’osmosi perfetta, lasciando che la struttura biochimica della linfa vitale, segregata nella natura mortale, si cristallizzasse casualmente tra le trame della materia inerte del manufatto. Vi rimanesse in un per sempre d’immagine perfetta. La morte, coi suoi tormenti, apparve raffigurata nelle stratificazioni alchemiche, superiori al tratto stesso di grandi pittori. La fotografia si manifestò a donne, uomini increduli. Tredici secoli dopo, il canto vertiginoso della donna che pianse il figlio ebbe pure versi giusti, tredici secoli. Tredici, che è numero che torna, giorno di martirio altro, per Lucia che assurse a protettrice della luce, la fisica che rende possibile la fotografia nelle chimiche portentose d’una camera oscura. La luce che torna dalle profondità del buio.

Aldo Palazzolo pare cogliere dalla Veronica il testimone di quei fatti, si concede natali il 9 luglio che è giorno di celebrazione della santa. Quindi, a virtù di tredici per santa della luce, scatta tredici immagini della trasfigurazione del volto della morte. Lascia che la camera oscura divenga la rappresentazione della morte, la riproduce nella casualità alchemica delle Liquid lights, disturbando lo sviluppo dell’immagine latente con gesti non preordinati. Il Kaos generatore fa sì che l’osmosi si realizzi nuovamente, e la scelta della stampa su lenzuola bianche a grandezza giusta ad avvolgere l’uomo, chiude il cerchio, ne riannoda le estremità corrotte, disgiunte. Il cerchio spezzato, simbolo della barbarie, si ricompone. La rappresentazione della morte diviene, al contempo, j’accuse portentoso alla violenza d’un mondo che non si rinnega, che anzi di quella si compiace, e articolazione d’una grammatica della Pietas, quale fu nel gesto della Veronica l’apertura d’una prospettiva altra e vertiginosa. Le immagini dialogano con ogni contesto, riescono a costruire una dialettica, non spariscono nella semplificazione del tutto bianco, tutto nero, restituiscono la complessità della vita, fanno della morte soltanto l’epilogo transitorio d’un ciclo irrisolto. Vita e morte non sono opposti, rappresentano soltanto tappe di un divenire, si arricchiscono ad ogni nuova orbita circolare compiuta, deridono il tempo, lo derubricano a variabile a favor di convenzione. La collezione di quei tredici scatti, diviene, dunque, naturalmente allocata “Al tempo quando non c’era il tempo”, l’infinito ciclico di chi sa che la morte si ripropone soltanto come conseguenza della vita, pure se la negazione della Pietas non dà mai per scontato il viceversa. L’umano che si annulla, non partecipa a quella dialettica, decide per la sua stessa definitiva consacrazione alla morte, ne sovverte i tempi naturali con la disgregazione involutiva del sé. Aldo Palazzolo, invece, si muove in direzione opposta e contraria, dà luce alla morte, e se con la sua rappresentazione caotica indica la caducità della vita, ne trasferisce l’essenza primordiale nella sua opera e ne nega l’assoluto, ricorda che solo la linfa vitale è in grado di riprodurre se stessa.

I teli impressi raffigurano la morte ma sono sorprendentemente vitali, dialogano con ogni luogo in modo diverso, discontinuo, vivono in un linguaggio complesso che catalizza un pensiero divergente rispetto al consueto. È confronto permanente con le cose, col tempo di cui nega il carattere destrutturante, ne amplifica le pulsioni taumaturgiche. Appare esposizione d’una fatta al Palazzo Riso di Palermo, assume aspetto altro nella Chiesa dei SS. Nicolò ed Erasmo di Modica Alta. Si fonde, in entrambi i casi, con l’insieme d’intorno, gioca a rimpiattino con le ombre, cattura la luce, crea una sensazione di catarsi, di cambiamento, lì dove invece, ad analisi poco attente ed avvedute, ancora convenzionali, pare illustri il disfacimento collegato alla morte. Il pensiero semplice, dunque, produce morte, e ne pretende precise raffigurazioni. La complessità, al contrario, ne coglie l’inevitabile contraddizione, ne trasforma l’ombra in amplificatore di luci, catalizzatore chimico d’altra vita. La dialettica tra gli arredi liturgici della chiesa dei SS Nicolò ed Erasmo, dipinti scrostati dal tempo, colori corrotti, e i soggetti di una parte delle immagini – le Mummie della Cripta del Convento dei Cappuccini di Savoca – impressionati sulle lenzuola di Palazzolo, appare il risultato di una narrazione costruita volutamente, non la sorpresa del caso. E se un drappo di colore dimenticato, sfuma nella raffigurazione esposta della morte trasfigurata sul telo, una mano che si alza fa altrettanto con un altro soggetto. Un gioco di equivoci, l’ironia del ricordo d’una struttura che ha smesso le sue falsità liturgiche per divenire luogo di creazione, contrasto, pensiero, progetto di vitale bellezza. Lo fa nel momento in cui derubrica al suo ruolo statutario e fondativo, si suicida nell’abbandono, denuncia se stesso in favore del percorso altro, inaspettato, divergente. La follia dell’incatenare la morte in rappresentazione mitologica, si trasferisce nella sua rappresentazione finalmente aderente al ciclo – circolare – della riscoperta della vita.

Eppur si piove

Che altro me sottrae tempo a penna per blog, ch’egli s’occupa di cosa seria non di facezia. Ch’io, invece, brandirei penna per segnare a croce, precisa ed implacabile a calendario, giorno che passa a mi ricongiungo a mare. Che m’attrezzo a musica per gioco d’aprile va via.

Che qui piove, e governo è ladro pare qualunquismo, per cui tolgo piove che resta il resto. Ma è celia, che governo è di migliori, che annuncia crisi profonda per colpa di bomba, per cui s’attrezza a bomba come si compete a destino fulgido d’impero. Ch’io altrove rivolgo lo sguardo, e mentre pioggia pure impedisce scorrimento a riva di fiume, quale surrogato di sputacchio per mare ad oceano a tempesta, preservo memoria ad immagine di bufera d’animo e di vento.

Che io sono anima migrante, che feci valigia a tempo debito, e mi lasciai mare a spalle per suo scorrimento perpetuo in arteria, per risacca di vena. Che migranti si nasce, non ci diventi solo se ti devi mettere a camminare. Se hai mare davanti, per forza sei migrante, anche se non ti piace, perché qualcuno o un’onda, che s’è contrariata di vento o bufera, lì ti ci ha portato, pure prima che tu nascessi. E a dolore prendo atto, che mi inseguo pensando a ritorno come strada di migrazione d’uccello per stagione giusta che sia definitiva. Che verrà tempo giusto che “il tempo è più complesso vicino al mare che in qualsiasi altro posto, perché oltre al transito del sole e al volgere delle stagioni, le onde battono il passare del tempo sulle rocce e le maree salgono e scendono come una grande clessidra”. (John Steinbeck)

E c’è destino a compimento che “la mia terra è sui fiumi stretta al mare, non altro luogo ha voce così lenta, dove i miei piedi vagano, tra giunchi pesanti di lumache.” (Salvatore Quasimodo)

Che così, a fretta d’altro me, per sottrazione di lentezza, vi faccio buona domenica, pure per domani riannuncio che è sempre buono quel 25, che piove o ci sia il sole, e se fischia il vento scarpe rotte eppur bisogna andar.

La lettera che non ho scritto

Che finii lunga maratona di scrutinio, spugna che assorbe forze interiori che subito mi serve un litro buono di rosso, musica giusta.

Tutte le volte, poi, mi viene che alle mie alunne, ai mie alunni, in luogo di pagellina, scriverei una lettera, se solo potessi consegnargliela, a quelli che non ho più, che hanno preso strade diverse, talune fortunate per com’è dato di pensarle, talaltre meno di soddisfazione. a quelli che ho, a quelli che avrò. Scriverei in lettera che, mentre termino rendiconto a numero di quanto valgono, mi volevo scusare, che per pigrizia, per vigliaccheria, forse, non me ne sottrassi, non m’opposi, a parziale discolpa addurrei che taluni mi mandano rate di mutuo e bollette da pagare.

Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che in questi anni ho agito da cattedra lontana, non per distanziamento asociale, quale imposto da protocollo, ma da mero esecutore materiale d’ordine sbagliato di burocrate, di cui fui consapevole come soldato che saluta i propri commilitoni per missione suicida. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei di farmi scendere da pulpito che non m’appartiene, che fingo sia mio per pudore di dirgli che me lo imposero come non volevo. Alle mie alunne, ai miei alunni, che richiamai al compito scritto, al test a croce, non raccontai mai le cose che ho appreso, non me ne fu dato tempo, nemmeno modo, né cercai quel tempo e quel modo, forse per pigrizia, per ignavia. Che d’Archimede disegnai formule geometriche, ma non mi fu dato tempo di parlargli delle sorprese della sua scienza, della Biblioteca d’Alessandria dove si formò, dell’odio suo per la guerra, cui dovette partecipare per volere di tiranno contro tiranno. Che se gli parlai delle meraviglie di natura, non ebbi tempo di spiegare che sono loro più dei panni a firma che indossano, e che, quelli stessi che m’impongono di metterli in fila, di targarli a voto, gliele mangiano ogni giorno, o le danno a cibo per porci che non grugniscono, atteggiati a Bel Paese in doppio petto. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che avrei voluto dirgli che adesso tocca a loro, ch’io e quelli come me hanno fallito, di non credere d’essere liberi, nel qual caso mai lo saranno, che mi facciano vedere che può andare a finire in altro modo di quello ch’è già scritto. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che m’avrebbe creato solluchero ascoltare le loro storie, sapere chi sono, seduti in cerchio. Che quello era da fare, che ridere d’un riso solo è d’obbligo per mondo libero, e invece passai tempi e tempi a relazionare a numero esatto per sapere di tabellina, di formula, di legge di frodo. Per dirgli che sapere pure serve, che rende liberi, non il lavoro, che basta guardare in faccia il loro vecchio professore per dimostrare il teorema. Che sapere serve per sé, non per un voto qualunque per cinquemila lire in premio di nonno s’è buono. Alle mie alunne, ai miei alunni scriverei che sono nessuno, roba facile da dimenticare, che li ho delusi, pure se non lo sanno, che talora mi dimostrano tale affetto che più mi rende colpevole di non averci provato meglio, per stanchezza, forse.

Conversazione in Sicilia

Dio ha condannato noi uomini a lavorare e uno penserebbe che i posti dove non si vede l’ombra di un povero diavolo che tiri la zappa siano stati abbandonati dagli uomini e da Dio. Invece sono posti pieni di gente anche più degli altri. Con la differenza ch’è gente che ha capito, e che se la spassa in città, la maggior parte del tempo, a chiacchierare nelle piazze e a far festa nelle chiese. Poiché Dio è di manica larga, sa di averci condannati in un momento di cattivo umore, e trovar gente che lo capisce gli fa un piacere tale che ronza di continuo intorno a loro, e lavora Lui per loro; e rende ricche di raccolti le campagne loro come capita di rado che siano di quanti si attengono alla lettera della Sua scrittura”. (Elio Vittorini)

Musica sia, ora, che ci serve.

Che stando sul Mar d’Africa mi sovviene di personaggi mitici, di epoche in cui la tavola imbandita sotto la pergola ospitava cene di Lucullo, pane, olive, cacio e uova sode, con acciughe e pomodoro secco quali note a margine. Mai mancò da bere, pure se se ne faceva uso in tanti e in tanto.

Seppure s’inebriava il tutto d’intorno, che svuotava meningi di contenuti eccelsi, talora capitava che d’iskra s’illuminasse il tutto, che la tavolata beona pareva trasformata in cenacolo, in zibaldone, senza che nessuno se ne lagnasse. E seppure, spiazzato dall’evento, il vecchio amico, di cabareth edotto, provasse a creare discontinuità col chiedere, ad accento di Piero Aretino, se Jo Pomodoro fosse di Pachino, vi fu una sera, ch’appare d’altra epoca, scontro durissimo, di dialettica quasi al limite del serramanico. E non so come che capitò di chiacchierare in toni pacati di Gattopardo, che taluno tirò fuori la cosa a margine di ragionamento, che fece supposizione che rimane mistero di chi ne completò lo scritto. Che il finale pareva appiccicaticcio, che Visconti, a creare capolavoro, pareva se lo fosse giocato pari pari. E fin lì si concordava, se nonché, come fu e come non fu me ne faccio immemore, che talaltro sbiascicò di “minchiata” di Vittorini, che ne cassò la pubblicazione per Einaudi. E lì s’aprì cavalleria rusticana, che mancò poco volassero piatti, dei bicchieri v’era meno rischio. Ora, io patteggiai a difesa dell’uomo d’Ortigia, di cui ero edotto circa alcune asperità caratteriali, per biografie di chi lo conobbe, di comuni conoscenze, che io ho anagrafica che non me ne permise frequentazione, nemmeno occasionale incontro. Pure, di tutta l’opera me ne costruirei monumento a capezzale, per scrittura magnifica, profondità d’abisso, acume d’analisi a vertigine. Ma anche pensiero di libertà definitiva, che disse no a Baffone allorquando era vietato di legge morale, pure al Magnifico s’oppose, senza rinunciar a radicale critica eterodossa di società. Che mi parve fosse naturale che cestinasse malamente l’opera d’uno che tutto cambia, perché nulla cambi, mentre s’avvampava di guerra a sangue a contadini esausti del lungo assalto a latifondo, morti a fasci di fuoco incrociato di picciotti e sbirraglia scelbiana. Pure, a me, le saghe noblesse oblige manco mi piacciono, m’infastidiscono, talora m’annoiano. Feci banda di tali convincimenti a gruppo compatto, che Vittorini fece bene, che avremmo controfirmato a sangue la scelta impopolare; ma la controparte era analoga di numero e di mezzi dialettici e, al calor bianco, alimentò disfida, che pareva Italia e Francia giocata da bimbi a fionde nei vicoli del Garofano Rosso. A dir di loro, la cassata – nel senso di censura, non di torta isolana – era infarcita di pregiudizio ideologico, che il libro del Tomasi, pure se pareva politicamente non correttissimo, era pur sempre capolavoro di scrittura elevata. La tenzone continuò a lungo, alimentata da rosso soave, arma impropria di guerra, solleticante ugole ad urla. Sinché tutto ebbe quiete, che il vecchio a banda ammise, a candido sorriso divertito dalla battaglia, che la lettera di Don Elio l’aveva letta per bene, che lì non c’erano i toni della censura, ma quelli pacati d’editor responsabile, con timido accenno all’incompletezza dell’opera. Incompletezza poi colmata nella pubblicazione definitiva da mano ignota, forse.

Che mi venne di quell’episodio metafora e morale insieme, che oggi due bande s’affrontano su campo assai più vasto, che di proprie verità fanno l’assoluto, come il reziario distrae il popolo bue dalla natura oggettiva dell’incedere delle cose, forse assai più semplice e pacata di contratti per bave alla bocca.

La calce ed il cotto

Mi dicono, taluni, ch’io vivo a nostalgia, che è cosa non rispondente al vero, poiché del bel tempo andato non ho affezione particolare, che fu tempo di travagli. Ma v’erano, tuttavia, marasmi di dettagli di solluchero allora, dunque – saggio di filosofia quale Epicuro – me li serbo ancora, che non sono più apparentati solo con quel tempo, rimangono nell’oggi, lontani, dunque, dall’essere esclusive rimembranze, come certe musiche che suonano ancora.

Talune di quelle cose si perdono, me ne dolgo e a quelle si, rivolgo rimpianto. Ozio e lentezze mi sono ancora cari, quali cenni di svago, pure cose di densità palpabile ancora m’appartengono. Preciso, invero, che mai mi rivolsi più di tanto ad affezionarmi alle cose di stretta proprietà, le tratto con svogliatezza, se escludo dal novero dischi e libri. Ma cose di legame ne conservo, che non sono mie, nemmeno mi sconfinfera l’idea possano essere d’altri, che la bellezza rifiuta l’appartenenza, rifugge del concetto proprietario. Sempre, nella valutazione che non è bello ciò che è bello, che principio di bellezza, forse, non è fatto assoluto. Che di certe bettole che mi furono aule di scuola, sentii disquisire malissimo, in contrappunto non cantante con certe tavole apparecchiate a lusso. Di tali personaggi di cui m’innamorai, e che fecero storia contorta di sé, mi pare di ricordarne censura. Pure per certi vini, che sapevano di terra e sale, e mi vennero a conforto – financo d’economie approssimative – ricordo espressioni di disgusto.

La fornace, vecchia cattedrale che dalla punta si sdraia sulle onde, ghermisce di camino il cielo, e s’apparecchia al tramonto come quinta estatica sul tutto d’intorno, è una di quelle siffatte idee concrete che mi convive di simbiosi.

Seppure non me la godo quanto mi parrebbe, me ne faccio racconto, memoria presente, e il reincontro attendo con le ansie vaghe di chi ha caduca certezza delle cose. Consunta nelle malte incendiate, lei, s’è retta – capolavoro d’architetti che non pensarono alla storia – un secolo e più, d’equilibri precari di pietre, sottese a leggerezza, a sorreggersi l’un con l’altra, pare, a dispetto di leggi newtoniane, pure di convenzioni socio(il)logiche nelle contraddizioni dell’oggi. Ma ogni anno, il rinnovato afflato, mi pare che s’abbandoni al desiderio di sparire e, mentre mi rendo ancora nessuno al suo cospetto, lei adesso smunge, si compenetra con la sabbia generatrice, s’affolla di salsedini e si concede al vento, pietra su pietra. Mi dice, or ora, il maestro sulla punta del corvo, di pennelli e scalpelli assai edotto, che s’amputò un’ala, che quella mai rivedrò se non in cocci. Un po’ più monca, piano piano, la fornace pare s’arrende, forse al desiderio di divenire nostalgia, ricordo d’ozi e lentezze, sigarette rubate, in bilico di falesia. O forse issa bandiera bianca di calce e cotti sul comignolo più alto, per sopraggiunta noia e stanchezza di irruzioni cash & carry.