Click e boom

In attesa che la guerra si faccia ancor più seria e bombarda e spingarda cedano d’uopo campo a pretesa di protagonismo d’atomo a disgregazione, decido di far breve sosta a caffè e piccola sgambata.. Per intanto musica, avanti, sempre per la ragione che questa, sino in fondo, v’accompagna a meno fatica di lettura

Ho un tale rispetto per la fotografia, che mi capita d’andarmene in giro con la macchina fotografica e non farne nemmeno una. Che poi non è che sprechi rullino, che in digitale questo non conta. Ma tant’è, m’è rimasto questo. Mi pare che non vengano bene, che non corrispondano a quell’incontro fatale tra il me di dentro e la sua rappresentazione là fuori. Indugio, tentenno, alfine desisto, se non in rare occasioni. M’è parsa invidia quella fregola d’immortalare le cose che a taluni appartiene d’impeto compulsivo. Ma poi mi sono fatta ragione che ognuno s’è fatto a modo suo, che io non faccio eccezione. Nemmeno mi scatta lo sghiribizzo del click dinnanzi all’immagine del bello con cui s’offre talora la realtà. Che mi viene da pensare che bella non sarebbe la foto, piuttosto il soggetto intrappolato di pixel o rullino. Dunque, ancor più desisto, ripiego, che poi fotografo non sono, poiché, qual nessuno, non sono niente. Tuttavia, nulla ho di personale avverso lo scatto isterico e sequenziale, nemmeno m’è giunto sentimento ostile nei confronti di chi s’appresenta alle mostre fotografiche con lo zoom che s’accomoda ad adipe, sorretto di cordella, a dar definizione che, certo, quella è esposizione d’immagini, ma anch’io, pure, ne sarei avvezzo, sol volessi. È quel sentirsi affratellato di click che mi urtica, che ogni click, poiché è già stato in attimo a fuga, poi non ci appartiene più. Che se scatto una foto c’è che mi viene musica a supporto, pensieri e parole s’affastellano a quella, non mi soggiunge mai da sola, è impresa corale di me con me, ed ancora con me. E l’incontro nel punto d’accumulo è cosa difficile, e ostico mi rende lo scatto.

Talora ho tentazione, mi si spinge d’automatismi il dito sul pulsante di scatto, mi roteo tempi e diaframmi, che ciò che ho davanti penso, merita. Ma è spesso cosa che mi dura un attimo fugace, poi si spegne d’entusiasmo e cerco oltre, se trovo. Fermo mi resto, comunque, che quell’incontro ci sarà, che nulla m’è dato a pensare di negativo dell’immagine che mi si sottrasse allo scatto e che mi porto via lo stesso a memoria.

Stamane, che c’era un fugace sole, mi capita di luce giusta una bellezza rara di paesaggio architettonico, pure mi scappa che la fotografo, anche solo di cellulare. Non faccio un etto di danno, che quella è cosa bella, mi ripeto, e me la vorrei portare a memoria di byte, pure ad eccezione comportamentale. Me ne cerco uno scorcio lindo, che mi restituisca il soggetto senza intromissioni, né ne trovo uno, né di dritto, nemmeno di sgambescio. La scena s’occupa di tanti che clicchettano, ma non sul fatto d’architettura in sé, su se stessi a selfie, e la bellezza si pone a sola quinta d’autoreferenza, un come dire io c’ero.

M’arrendo, che m’è parso di capire che non troverò scena libera, che taluni s’attengono a precetto d’essere belli in cima al creato, e reiterano il gesto di dirselo ad immagine, non si sa mai dovesse sgretolarsi tale granitica certezza.

Cuore di scoglio

“Non c’è lido più lontano di quello dove non si approda.“ (Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca)

C’è scoglio e scoglio, che non tutti sono uguali. C’è scoglio finto, eletto a frangiflutto, di pietra per scherzo, manufatto di calcestruzzo d’innaturale cubo, schiavo già a concepimento, a prendere schiaffo di mareggiata per protezione di banchina di molo, a non far di rena di bagno polvere al vento, a barriera a porre divieto di diruto per villetta a fronte mare, a budello di strada a fresco di palma voragine di falesia. C’è scoglio a supponenza, che mette culo a nord e muso a sud, pure a viceversa, a prender sberle da vento di maestro ma non si fa a sottrazione di scirocco e libeccio. Tal altro scoglio si fa ponente e levante insieme, che di grecale patisce l’onda, ma pure a provenza s’espone, a farsi rosicare frammento ad ogni uggio di tempo. C’è scoglio mansueto, che s’alliscia piano di risacca, si infila collana di cistoseira, all’uopo s’adatta ad ospizio per sole, si finge spiaggia rubiconda a color medesimo d’arenaria.

C’è scoglio pure che non s’avvede di brutalità di bufera, che prima s’erge a promontorio, poi, a grattar di risacca e tempesta, diventa amputazione, pare nave d’Argonauta pronta a varo e a confine suo, fatta isola, si cinge di posidonia. Ce n’è altro che di corrosione di sale si camuffa a riccio puntuto, diviene collezione di lama di rasoio e qui non si cammina. Se ne videro che furono in vetta a ripido strapiombo, che per scavo d’inesorabile onda, si fecero scoglio riverso per crollo improvviso, che ancora portano traccia di radice d’arbusto cotto al sole. Se ne videro di biancheggianti di calcare, tali altri furono di nero basalto o dorati di friabile arenaria. Su taluni si scavano pozze, diventano alveari di granchio e paguro, s’istoriano della patella, si tingono di mitilo. Tutti questi, tanti altri, non s’affermano d’ospitalità mondana per forza, talora stanno alla larga da fasto di cartolina, s’accucciano a braccia di mare, ne reggono l’urto d’intemperanza, si carezzano di bonaccia, ma pare fanno all’unisono trampolino per sguardo acceso a volta d’orizzonte, passerella per infinito, si tingono di colore di sangue e vino quando la distesa dinnanzi s’inghiotte il sole, per poi risputarlo a luogo opposto. Si strisciano di bianco di sale, talora patiscono lo striscio nero della pece, l’azzurro della pietra celeste che impazzimento produsse al polpo a tana di sotto. Se ne vedono che pare che aspettano compagnia, si dispongono ad acqua cheta, ma pure fanno resistenza a fortunale, che sollevano lo spruzzo ad altezza di vertigine e fanno omaggio di sale al tutto d’intorno. Ma non c’è, mai ci fu, mai ce ne sarà, scoglio che si sottrasse a braccia ad aggrappo per porto salvo, che pare, scoglio intendo, con cuore assai più a palpito di chi vorrebbe a respingimento di bombarda futuro morto d’annego. Più cuore ebbe scoglio qualunque, miserabile lembo di terra ad ostinazione proteso ad orizzonte, che a chi accese lumino a giorno di memoria di migrante, poi aprì sacrestia, ma solo a profugo altro di colore giusto, che domani è un giorno altro e a dimentico si lascia tutto a buon cuore di scoglio, a pietas di pezzo di roccia più viva che carne e sangue.

All that jazz

Due Giugno, oggi, si festeggia la Repubblica, tale cosa appare infondata che già è a trabiccolo ad art. 1, che per compro bomba a super PIL di sforamento di tetto previsto, pure a 11 pare messa male. Ma fa caldo d’asfissio che provai ad uscire ma incorsi in vicissitudini che mi riportarono a fresche mura domestiche. Allora mi prendo tempo e vi rifaccio storia vecchia di musica, a tutto volume.

“Ho memoria vaga d’un prozio, non consanguineo, tale dunque per incroci matrimoniali ibridi. Ad ogni buon conto, faceva l’ufficiale medico nell’esercito regio, quando le bombe cascavano a grappoli. Una di quelle colpì in pieno il palazzo dove viveva e lo squarciò catapultandolo immobile e privo di sensi su un cornicione. Ci rimase appeso per chissà quanto tempo. Non si riprese più, se ne rimase muto e zitto, chiuso in un autismo definitivo da lì a che sarebbe campato. E gli anni dopo la guerra erano quelli d’una psichiatria ancora antica. A chi manifestava segni di squilibrio evidenti, che ne so, patteggiava per le mobilitazioni contadine, non s’arrendeva al tubo catodico, gli facevano l’elettroshock. A quelli come il vecchio prozio, invece, si diceva, bisognava fargli provare uno shock di pari brutalità come quello che l’aveva incarcerato nel suo intimo assoluto. Così, mi raccontavano, diceva il luminare svedese (che quelli erano anche anni in cui il luminare, se non era svedese, difficile fosse tale, luminare intendo). Il poveretto non si riprese, semmai parve peggiorare. Me lo ricordo già vecchio e con un cruciverba in mano che risolveva, correttamente e in pochi frangenti, gli incroci più complessi, azzeccando ogni definizione. Due volte sole, dal terribile incidente, parlò. La prima, quando morì mio nonno, e vedutolo così disteso sul letto di morte, lasciando di stucco i presenti, tirò fuori la caritatevole preoccupazione del suo giuramento d’Ippocrate: “Gliela avete data la penicillina?”. La seconda, quando dalla televisione non venne fuori una cosarella orchestrale di Strauss. Sollevò gli occhi dal cruciverba e, a rinnovato stupore di sorella e cognata, disse: “Oh, i bei valzerini viennesi”. Poi zitto, fino alla morte. Se l’avessero curato con la musica? Ma io sono nessuno e tutto possono dirmi, fuorché svedese o luminare. A scanso d’equivono non me ne privo, anche se dei valzerini viennesi, che un po’ mi stuccano, ne faccio a meno. Vado di jazz, pure ve lo racconto come mi viene.

Primo step

Succede così, sono quelle cose che non ti aspetti. Cioè, ti aspetti senz’altro che un povero contadino di un piccolissimo paese della Sicilia salga su una nave a vapore nella seconda metà dell’Ottocento e, dopo un viaggio estenuante durato settimane, sbarchi con la famiglia a New Orleans per fare il calzolaio, il manovale o chissà ché. Il biglietto da Palermo, poi, costava assai meno di quello delle tratte di Napoli e Genova. Roba che certi barconi sul Mar d’Africa quella traversata sembra che la rifacciano pari pari, comprese certe privazioni estreme. E “quel mare color del vino” di contadini siciliani ne vomitava a migliaia nel Delta , tanto che in certe strade pareva di starsene alla Conca D’Oro o su un moletto dello Ionio. Te lo aspetti che qualcuno cerchi un orizzonte diverso per fuggire alla fame, alla guerra. Quello che non ti aspetti mai, e forse nemmeno Girolamo La Rocca con sua moglie Vittoria Di Nino immaginavano, è che in quella terra avrebbero dato vita al “Cristoforo Colombo della musica”. Era così che si definiva Nick, il loro secondogenito, il primo ad incidere un disco jazz nel 1917, con la sua “Original Dixieland Jass Band”, proprio con due esse e senza zeta. Nick non era un virtuoso, ed aveva anche la testa matta, come l’hanno certi di quelli che lasciano un segno, ma anche un labbro così duro da fare certe sparate alla tromba che chi lo ascoltava si metteva ginocchioni.

Ecco, questo non te l’aspetti, ma questo è il jazz, esattamente quello che non ti aspetti. Pure se certo, al di là d’un certo ego smisurato del vecchio Nick, il jazz aveva già diritto di cittadinanza su questo pianeta da mo’, non altrettanto chi lo suonava, generalmente d’un colore diverso del nostro di cui sopra.

Secondo step

“Cos’è il Jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai.” diceva Louis Armstrong. La cosa migliore è mettere su un disco e cominciare ad ascoltarlo. Se dopo un po’ ti sembra di sentire l’odore di chi sta suonando, il suo alito caldo, se la musica comincia a strisciarti sotto la pelle e hai la sensazione che scappi fuori da ogni parte di te, e che tu sei lì, tra quelli della band, allora l’hai scoperto, il jazz intendo.

Terzo step

Insomma, ora sai cos’è il jazz, l’hai ascoltato, ne hai capito il senso profondo, fai parte della band. Possiamo parlarne se ti va. John Coltrane diceva che “Il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un’espressione musicale; e questa musica è per me espressione degli ideali più alti. C’è dunque bisogno di fratellanza, e credo che con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra”.

Quarto step

Fratelli della stessa band, non possiamo dimenticarci di nessuno perché, come dice Wynton Marsalis, “Il jazz è un’arte collettiva e un modo di vivere che allena alla democrazia” è l’arte del timing: ti insegna il quando. Quando cominciare, quando attendere, quando farti avanti, quando prendere il proprio tempo”.

Ti insegna che devi ascoltare, che non ha senso che sia solo tu a parlare ma che quello che dici ha un senso solo se prima o poi toccherà a qualcun altro di dire la sua perché “nel jazz tutti vogliono suonare in modo differente. Devi imparare ad ascoltare modi diversi di fare le cose. E siccome suoni con gli altri, devi accordarti. Ed è quando sei a tempo che sai quando startene quieto e quando essere assertivo. Sai stabilire quando il tuo suono è la risposta a quello dell’altro e quando far partire l’invenzione”.

Quinto step

Il padre di Wynton, Ellis, diceva: “Il jazz libera dalle catene. Ti farà apprendere un modo di pensare sofisticato”. E Wynton… “L’America democratica non ha ancora fatto propria la lezione del jazz. La imparerà attraverso quello che sta accadendo. È solo questione di tempo. La crisi, la mancanza di denaro sono i segni della svolta. Come una persona che dice di essere in forma ma non fa esercizio. Dopo molti anni senza praticare sport e riempiendosi di fritti gli arriva l’infarto. E se sopravvive si mette in forma davvero. Perché il dolore insegna. Lo ha insegnato il jazz.”

Per finire: Sesto step

“Il jazz ha lo stesso valore per i musicisti e per il pubblico perché la musica, legata com’è ai sentimenti, all’unicità dell’individuo e all’improvvisare insieme, fornisce risposte ai problemi fondamentali della vita. Più è alto il livello di attenzione, maggiori sono i benefici. Come in una conver­sazione, il musicista si accorge quando la gente ascolta: a un ascolto ispirato corrisponde un’esecuzione ispirata. Conoscere il jazz apre nuove prospettive alla percezione della storia. Ho letto resoconti della grande Depressio­ne e ho conosciuto e suonato con persone che l’avevano vissuta. Ma quando ascoltate Mildred Bailey o Billie Holiday, l’orchestra di Benny Goodman o Ella Fitzgerald con quel­la di Chick Webb, la vostra visione di quel periodo si fa più acuta e perspicace: il linguaggio che adoperavano, il modo in cui ricorrevano allo humour e agli stereotipi per colma­re il divario tra le razze, la loro concezione dei rapporti in­terpersonali…

Si sentiva che le persone stavano delineando un mo­do di intendere e celebrare la loro esistenza nonostante i tempi duri; anzi, se ne facevano beffe.

La musica può metterci in contatto con le nostre esistenze precedenti e prefigurare un futuro migliore. Ci ricorda qual è il nostro stadio nella catena delle conquiste dell’umanità, lo scopo primario dell’arte.

I più grandi artisti in ogni campo parlano attraverso i secoli di temi universali – morte, amore, invidia, vendetta, avidità, giovinezza, vecchiaia, i temi fondamentali, e quindi immutabili, dell’esperienza umana.

L’arte e gli artisti fanno davvero di noi “la famiglia dell’uomo” e molti dei grandi musicisti jazz incarnano quella consapevolezza.” (Winton Marsalis)

E se la musica è finita, fatela ripartire, meglio se jazz.

Radio Pirata 26 (guerriglia di barricata)

Radio Pirata diventa Ventisei, che a guerra che incombe risponde a guerriglia che non fa morto ammazzato, ma stordisce avversario di pace con arma potentissima, di schermaglia ricca a sfaccettatura per danno incommensurabile a brutto e orrido che avanza. Sette note usa a cannoneggiamento e oltre va per affermazione di diritto a bellezza a forma che vi pare, che quella salverà il mondo, che lo disse tale che è a censura che nacque a posto sbagliato. E vado di immaginifica potenza di bombardo a modo mio.

E mentre sparo ad alzo uomo melodia a spiazza l’ascaro, mi concedo di compagnia buona che pare pure di bevuta ottima.

È alla massa degli uomini e delle donne che lavorano, vecchi e giovani, che spetta decidere circa l’essere o non essere del militarismo attuale, e non a quella piccola particella di questo popolo che sta nel cosiddetto abito del re” (Autodifesa di Rosa Luxemburg pronunciata al Tribunale di Francoforte nel febbraio del 1914 contro l’accusa di incitamento alla diserzione)
E sparacchio di mio, a barricata.

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.
” (Bertolt Brecht)
Resisto a botto di bomba con controbotto, pure di fagotto.

Il mondo si divide in due campi: i dominatori e i dominati, gli sfruttatori e gli sfruttati. I paesi poveri non lo sono per incapacità congenita, lo sono a causa di circostanze storiche, che hanno fatto sì che certi paesi abbiano dominato, sfruttato e depredato gli altri per arricchirsi. Quando i ricchi diventano sempre più ricchi, e si parla qui di logica matematica, quando i ricchi sfruttano i poveri, i ricchi diventano sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri.”
“Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire.
” (Jean Paul Sartre)
Faccio barriera e cingo bandiera, bianca, mi pare, ch’è da suonare.

Dopo la pioggia viene il sereno,
brilla in cielo l’arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
È bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?
Un arcobaleno senza tempesta,
questa si che sarebbe una festa.
Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.
” (Gianni Rodari)
M’attrezzo ancora a resistere ardito, diserto, s’è il caso, sin dentro lo spartito.

Click

Musica, avanti, sempre per la ragione che questa, sino in fondo, v’accompagna a meno fatica di lettura

Ho un tale rispetto per la fotografia, che mi capita d’andarmene in giro con la macchina fotografica e non farne nemmeno una. Che poi non è che sprechi rullino, che in digitale questo non conta. Ma tant’è, m’è rimasto questo. Mi pare che non vengano bene, che non corrispondano a quell’incontro fatale tra il me di dentro e la sua rappresentazione là fuori. Indugio, tentenno, alfine desisto, se non in rare occasioni. M’è parsa invidia quella fregola d’immortalare le cose che a taluni appartiene d’impeto compulsivo. Ma poi mi sono fatta ragione che ognuno s’è fatto a modo suo, che io non faccio eccezione. Nemmeno mi scatta lo sghiribizzo del click dinnanzi all’immagine del bello con cui s’offre talora la realtà. Che mi viene da pensare che bella non sarebbe la foto, piuttosto il soggetto intrappolato di pixel o rullino. Dunque, ancor più desisto, ripiego, che poi fotografo non sono, poiché, qual nessuno, non sono niente. Tuttavia, nulla ho di personale avverso lo scatto isterico e sequenziale, nemmeno m’è giunto sentimento ostile nei confronti di chi s’appresenta alle mostre fotografiche con lo zoom che s’accomoda ad adipe, sorretto di cordella, a dar definizione che, certo, quella è esposizione d’immagini, ma anch’io, pure, ne sarei avvezzo, sol volessi. È quel sentirsi affratellato di click che mi urtica, che ogni click, poiché è già stato in attimo a fuga, poi non ci appartiene più. Che se scatto una foto c’è che mi viene musica a supporto, pensieri e parole s’affastellano a quella, non mi soggiunge mai da sola, è impresa corale di me con me, ed ancora con me. E l’incontro nel punto d’accumulo è cosa difficile, e ostico mi rende lo scatto.

Talora ho tentazione, mi si spinge d’automatismi il dito sul pulsante di scatto, mi roteo tempi e diaframmi, che ciò che ho davanti penso, merita. Ma è spesso cosa che mi dura un attimo fugace, poi si spegne d’entusiasmo e cerco oltre, se trovo. Fermo mi resto, comunque, che quell’incontro ci sarà, che nulla m’è dato a pensare di negativo dell’immagine che mi si sottrasse allo scatto e che mi porto via lo stesso a memoria.

Stamane, che c’era sole, mi capita di luce giusta una bellezza rara di paesaggio architettonico, pure mi scappa che la fotografo, anche solo di cellulare. Non faccio un etto di danno, che quella è cosa bella, mi ripeto, e me la vorrei portare a memoria di byte, pure ad eccezione comportamentale. Me ne cerco uno scorcio lindo, che mi restituisca il soggetto senza intromissioni, né ne trovo uno, né di dritto, nemmeno di sgambescio. La scena s’occupa di tanti che clicchettano, ma non sul fatto in sé, su se stessi a selfie, e la bellezza si pone a sola quinta d’autoreferenza, un come dire io c’ero.

M’arrendo, che m’è parso di capire che non troverò scena libera, che taluni s’attengono a precetto d’essere belli in cima al creato, e reiterano il gesto di dirselo ad immagine, non si sa mai dovesse sgretolarsi tale granitica certezza.

Le mie prigioni

Che ormai la storia della mia quarantena mi pare che sia diario di viaggio perduto, un classico letterario con cui sollazzo me stesso, privo d’altre beatitudini nell’isolamento coatto. Che il primo tampone è arrivato (lussuoso molecolare, mica mordi & fuggi o pizza e fichi) che, con quello negativo, il sintomo psicosomatico se n’è svanito per com’era arrivato. In attesa del secondo, m’avvedo che sto davanti allo schermo già da troppo, che m’è preso il calo dell’occhio, dunque, musica sia, che l’orecchio appare assai meno stanco. e riciclo cosa che ci sta, che riempie pagine ed è all’uopo che non devo riscriverla.

“Ci sono personaggi della letteratura che se ne stanno nell’immaginario senza fare rumore, non vogliono dare fastidio. A volte ritornano, come un fiume carsico che riemerge più in là. A me ne è rimasto uno che mi si affastella ultimamente, insieme ad altre memorie, si fa il fotofinish con il Capitano Achab: l’Abate Faria, rincalzo di punta nel Conte di Montecristo di Alexandre Dumas e Auguste Maquet. Lessi il romanzo ch’ero alle medie e ancora c’era in giro il maestro Manzi.

Ogni mese o due – non ricordo bene – un professore che aveva la sigaretta accesa incorporata, rovesciava sulla cattedra un po’ di libri sbiaditi e logori, e noi dovevamo pescarne uno dal mucchio. Già allora avevo una certa repulsa per lo sgomito, m’è rimasta per le resse al banco delle cene a buffet – di norma digiuno -. A scanso d’equivoci, non è che spintonarsi alla cattedra fosse da ascrivere ad avidità culturale di quella ciurma scalcagnata della nave Suburbia; è che il professore pretendeva la relazioncina sul libro che avremmo dovuto leggere. Dunque, sic et simpliciter, l’azzanno collettivo era funzionale all’accaparro del libro con tante figure e poca roba scritta. Il Conte di Montecristo non rientra in quella categoria e, da buon ultimo, mi toccò a primo acchito. Facendo di necessità virtù, lo lessi d’un fiato, folgorato sulla via di Damasco. Divenni, senza porre tempo in mezzo, io stesso il conte, spietato come lui, ricco assai meno. Tuttavia, sfidavo a singolar tenzone i coetanei più grossi, perché tanto più il nemico è armato più ne verrà in gloria l’averlo affrontato. Accampando pretesti per presunti torti subiti, davo appuntamenti all’alba dietro conventi dei frati minori, brandendo l’indice a mo’ di spada. Ne buscai tante, ma ne uscivo soddisfatto. Per un periodo almeno. Poi, coi lividi, mi crebbe il dubbio, una cosa sotto la pelle che incomprensibilmente mi procurava pruriti nervosi. Decisi di rimettere mano al testo per cercare di capire cosa mi fosse sfuggito e che mi cortocircuitava in testa. Alla ressa successiva, poiché era ormai nota la mia spietatezza, non dovetti sgomitare. Le folle s’allargarono davanti a me come s’aprirono le acque del Mar Rosso al passaggio del popolo eletto, e m’assicurai si il libro di poche righe e tante figure, ma sotto vi feci scivolare con destrezza il fitto “Il Conte di Montecristo”, compiendo il mio primo esproprio proletario. Lo lessi e lo rilessi, quasi non pensavo ad altro. Fu lì che il conte divenne comprimario dell’abate. Ma come, pensai, quello s’affanna per uno spicchio di cielo, per un sorso d’aria, ti fa pure cristiano (nel senso d’umano, senza troppe accezioni religiose, come dicevano i vecchi) spiegandoti le cose del mondo, l’uso proprio del verbo, ti spiana strada per libertà definitive scavando il tunnel della Manica con le unghie e un cucchiaino da tè, t’attrezza un’autostrada verso la ricchezza, e tu che fai? Adesso che sei stramiliardario, che al cospetto Trump pare il ragazzo che ti chiede l’Euro del carrello della spesa, ti potevi comprare un’isola della Grecia o della Martinica, farti un Resort con tutti i confort; oppure, se proprio ti piaceva la bella vita d’occidente, un castello nella Loira, in riva al bosco, con giardino, sauna e doppi servizi. Se pure t’era rimasta in cuore la nobile fanciulla di cui i traditori t’avevano privato con cinica arguzia, vattela a rapire notte tempo, che lei ci viene con te, che t’ha serbato ricordo caldo nella memoria. Con lei te ne potevi stare tranquillo e beato a goderti la fortuna che t’è accorsa, a brindare con Bordeaux e Cognac alla memoria dell’abate, portandoti dietro pure l’unico vantaggio della reclusione: l’essere regredito alla condizione umana primigenia, capace d’afferrare il senso di ciò che si intende per bisogno essenziale, consapevole, finalmente, di cosa significa appagarlo. E invece… Ti procuri un servo sciocco, ti vesti come un manichino d’una Standa d’epoca, e t’appresti a vendicarti, arrovellandoti e costruendoti prigioni di fegato e bile. E la libertà? Non ti serviva quella? Ecco, questo ne ricavai, che il conte quasi non me lo ricordo, l’abate, invece, me lo porto dietro.

Ultimamente, come dicevo, mi si è ripresentato, l’abate intendo. Saranno le lunghe reclusioni forzate, le quarantene, la prigione del lavoro che s’accosta alle quattro mura tra cui soffrire la clausura, ma, insomma, a me manca l’Abate Faria, tanto più che non ho vendette da consumare.

E come Edmond, tutti, soli con noi, riconquistiamo lentamente ma inesorabilmente l’essenza stessa della natura umana, con le barbe che sfogano la loro pulsione antigravitazionale, capelli che s’arruffano, forchette che spariscono, vestiti che si ungono di soffritti. Ma come un qualsiasi Dantes, la libertà ritrovata, anche solo per un istante, si trasforma in vendetta. Dal carcere alla ressa ai centri commerciali, davanti ai concessionari per comprare la vettura con cui ingravidare il garage, affollare i parcheggi, congestionare gli incroci, prenotare appuntamenti notturni con operatori estetici, che recuperano dall’abbrutimento le forme ataviche della nicchia ecologica. A me viene voglia d’altro, di corse (lente, anzi, lentissime, facciamo passeggiate) ignudi sulle spiagge deserte del Mar d’Africa, sino al tramonto ed alle reti di Pilu Rais, nella speranza della ricciola all’acqua pazza, delle rughe dell’altopiano quando piove, che gli orti si gonfiano d’orgoglio e le mucche promettono formaggi, col contadino, prima scosso del tuo apparire selvatico, che poi si commuove e t’omaggia d’uova e verdure. E la sindrome della capanna, che diviene ritiro assai poco spirituale in amplessi incondizionati tra comunardi e baratti d’essenze biologiche. È la libertà che mi penso. Ma voi, novelli Dantes, di chi volete vendicarvi, della vita stessa, della bellezza che non v’è stata prescritta dal medico o da un faccialibro qualsiasi e che non riconoscete più, pure vi infastidisce quando, solo guardando un estratto conto, – spesso in rosso – sceglierete cosa fare del sorso d’aria che v’è concesso?”

Tempo al tempo

Ancora, pur se passa tempo, non ho capito bene se la cosa sta come dicono taluni, che sono nato vecchio oppure, com’è espressione d’altri, che mi arretro d’infante. Al bivio, mi pare di capire, che potrei azzardare un rincoglionimento senile, semmai, al più, un regresso infantile. Posto questo, che è cosa di cui mi sconfinfero assai poco, mandiamo la musica, che è meglio.

Insomma, nel mio caso, come m’appare evidente, v’è, che mi compete a prescindere dalla direzione al bivio, fondamentale stasi, fermo a statua di sale, colonna corinzia in terre non terremotate. E nella stasi mi riconosco, che, sia d’infante quale fui, – ed eventualmente sono – sia da anziano in dismissione come invece nacqui, – o, casomai, mi ritrovo – di poco mi sono concesso evoluzioni. Che da giovane, già vecchio, mi premeva di produrmi in rivoluzioni, così mi rimase vezzo da vecchio, regredito a giovanilismi desueti. Pure, m’avvedevo, già allora, che per guerriglieggiare ci vuole verve adatta, mica pigrizie ataviche, che quelle assai mi si confanno.

Che la rivoluzione io l’avrei anche fatta, se non fosse stata pratica di eccesso di movimento. Non volendomene sottrarre, fermo – sempre, non si sa mai – nei miei sacri convincimenti, mi trovai spazio adatto nella pratica del verbo, che nel far manifestazioni, o distribuire dazebau e violantini, più spesso m’affaticavo, talora mi ritrovavo ginocchia a grattugia, lividi e squarci vari da randello nerofumo. Mi ritrovai, così, a dar contributi alla causa quale addetto al verbo, a girar manovella al vecchio Gestetner, la quale cosa non mi comportava particolari patimenti. Ed a Lettera 24, andavo di matrice, che quella costava, e per renderla conveniente non se ne doveva sprecare con battiture a velocità galattica. Piuttosto la digitazione doveva procedere lettera per lettera, da far notte a riempirne una. Poiché la lentezza era per me virtù sublime, – pigrizia pure – mi ritrovai campione mondiale della rivoluzione da garage a piombo tetraetile d’inchiostri eversivi. Oggi, che la velocità del virtuale m’impedisce appagamenti da rivoluzionario, d’altro m’invento, che alla mia – di rivoluzione, intendo – mica rinuncio facile. Pure nell’oggi non disdegno di compiere gesta antisistemiche. E sotto il vento che fischia, a piedi, – scarpe rotte eppur bisogna andar – che già è quello atto eversivo, mi sono appresentato dinnanzi al centro commerciale e, tra l’avvilimento collettivo, ho dato 85 centesimi al ragazzo che ti chiede l’obolo. Quelli avevo, quelli gli ho dato, che lui non ha il POS ed il mio bancoposta – tinto di rosso per ragioni avverse le mie – avrebbe di certo opposto egualmente lo gran rifiuto. Poi, ho finto l’ingresso, quindi sono arretrato, nell’atto del non partecipo. Rigirati i tacchi consunti, m’apprestai dunque al bar dell’aperitivo, il più a gettoni di tutti, col bum bum di prima mattina, che d’olivette in plastica e melasse colorate a bollicine, cattura il tutto umano per mille mila miglia. Lì, dirimpetto, spavaldo a Che, sigaretta autoprodotta in bocca, gravata in basso da inconsistenze cellulosiche, ho tirato fuori, di provocazione estrema, la bottiglietta in vetro col vin del contadin, la fetta di pane schitto, e, sul gradino della parrocchiale ho provveduto alla resistenza passiva, a gettar passioni al sol dell’avvenire. Che soddisfazione lo sguardo ad orrore, che l’eversione si concreta all’uopo quando il tutto d’intorno ti schifa a vista.