Radio Pirata 34 (per sopraggiunto disgusto)

Radio Pirata è a puntata di sostituzione di pensiero mio che s’affolla ma si rifiuta d’uscire a scoperta lettura. V’è tanto di orrendo che toglie forze e respiro, pure il quotidiano che è normalità pare concetto di normalità zoppa, a cospetto di follia cotanta che pare pazzo da catena chi non s’affastella a pensiero di normalità comune. Pure, forse, risultai pazzo anch’io che per sfinimento non parlo oggi, forse domani, ma lascio sempre spazio a giovani collaboratori che si fanno a manifesto per farsi ossa in territorio viscido di comunicazione. Io metto musica che faccio radio di servizio.

Direi che il dato più probante e preoccupante della corruzione italiana non tanto risieda nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e nella privata, quanto nel fatto che si rubi senza l’intelligenza del fare e che persone di assoluta mediocrità si trovino al vertice di pubbliche e private imprese.

In queste persone la mediocrità si accompagna ad un elemento maniacale, di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo segno, ma che alle prime difficoltà comincia a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli. Si può dire di loro quel che D’Annunzio diceva di Marinetti: che sono dei cretini con qualche lampo di imbecillità: solo che nel contesto in cui agiscono l’imbecillità appare – e in un certo senso e fino a un certo punto è – fantasia.

In una società bene ordinata non sarebbero andati molto al di là della qualifica di “impiegati d’ordine”; in una società in fermento, in trasformazione, sarebbero stati subito emarginati – non resistendo alla competizione con gli intelligenti – come poveri “cavalieri d’industria”; in una società non società arrivano ai vertici e ci stanno fin tanto che il contesto stesso che li ha prodotti non li ringoia”. (Leonardo Sciascia)

Le atrocità sollevano un’indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono “more”, “sudice”, dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. (…) L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell’istante in cui l’occhio di un animale ferito a morte colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – “non è che un animale” – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il “non è che un animale”, a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell’uomo è la parodia dell’uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della “proiezione morbosa” che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l’umano proprio come il diverso. L’assassinio è quindi il tentativo di raddrizzare la follia di questa falsa percezione con una follia ancora maggiore: ciò che non è stato visto come uomo, eppure lo è, viene trasformato in cosa, perché non possa confutare, con un movimento, lo sguardo del pazzo”. (Theodor Adorno)

Che a sottrazione di luttuoso lutto si disvelano le file, quali processionarie, a sguardo a sorriso spento ed occhio a nulla estatico, di corsa ad accaparramento che non c’è domani… “con la massa degli oggetti cresce… il regno degli enti estranei a cui l’uomo è soggiogato. È lo stadio supremo di un’espansione che ha ritorto il bisogno contro la vita. Il bisogno di denaro è quindi l’unico bisogno prodotto dall’economia politica, e il solo che esso produca“. (Guy Debord)

Per chi lo sa

“C’è un tempo in cui devi lasciare i vestiti, quelli che hanno già la forma abituale del tuo corpo, e dimenticare il solito cammino, che sempre ci porta negli stessi luoghi. È l’ora del passaggio: e se noi non osiamo farlo, resteremo sempre lontani da noi stessi.” (Fernando Pessoa)

Quel tempo arriva nelle forme che vuole, quando desidera di farlo, mai si presenta a richiesta, finge di non essere stato invitato, pure se ad evocarlo è stata ogni stilla di sangue e sudore che puoi buttar fuori. Ci hai pensato a quel tempo, in un lasso di tempo infinito, indeterminato, non te ne serve altro. È roba che si consuma a gambe ferme, non quando ti muovi, nemmeno quando ti si muovono le consapevolezze doverose del quotidiano, quando l’abito da lavoro che t’è toccato pare così logoro che non c’è più spazio per immaginare il colore della carne che prova a nascondere. Che è dato a stupirsi pure per la scoperta d’essere colorato in qualche modo, non d’amorfo grigio, che era cosa che desumevi da stanchezze definitive. Si realizza di forme concrete un tempo ancora d’orizzonte, ch’è perso nel chiaro d’una luna, forse nelle cappe del sole di scirocco, nel rosso della sabbia del deserto che s’avvicina a trasporto di libeccio. C’è ancora quel profumo strano, acre, di vita vissuta come viene, pure dovrebbe non esserci, che non c’è distesa di posidonia nelle aule vuote, nemmeno nelle stanze a vista di terminale. Lo specchio pare gioca ogni giorno ad implacabile riflesso d’autore, non fornisce manipolazioni sghembe d’immagine, che non si riconosce mai d’acchito, non fa come riverbero azzurro di mare, che di distorsione fece solo virtù sua.

In quotidiano di lavorio indefesso c’è urlo ovunque, sgraziato e d’artificiosa perfetta fattura, che a natura è altro che frastuono, quando è tuono a spavento pare invece rimbrotto benevolo, strappa sorriso, fa regalo di libertà che non è d’acquisto a svendita. Risorsa da lavoro, si dice, pare compenso per acquisto di libertà, ma quella non è cosa d’un tanto a chilo, non merita che la fatica d’essere vissuta a pieno, che vuol dire avere occhi per compiacersene, non polmoni per respirare la merce che ne è surrogato. Ed è vero, poi, ed alla fine, che il lavoro rende liberi, liberi dal desiderio d’esser liberi, quando te ne sei assuefatto e quel tempo, quando arriva, ci sta che si palesa e non te ne accorgi, che hai dimenticato in fondo ad un cassetto di inutili memorie l’orologio che suona al suo passaggio.

A sfidar destini

La terra trema, di bombarda non cessa il suono, a mare aperto c’è continuità d’annego a fuga di disperazione, pure virus appare a cedimento d’eversione per boicotto, che crede a terrapiatta, rema contro governo di migliorissimi, a sprezzo che fu abolito per legge di stato edotto e saggio, non s’eclissa e fa morto ammazzato per piglio criminale e senso civico da fattucchiera. Bolletta schizza con benzina, d’inflazione fecero overdose che stempero dolor con nota ridotta a strumento solo.

A pagamento per sgobbo c’è sempre voce a ribasso, pure per insegnante, che se vuol aumento di centesimo dimostri d’essere ad abnegazione totale, con conseguente contratto h24, reperibilità a notte fonda per esercizio a crocettatura, che pare settimanale a mille mila tentativo d’imitazione, tal altra rassomiglia a roulette che russa è meglio non si dice, che entri in camera caritatis e lista di proscrizione a compagnia di Tolstoj. C’è anche pletora di nullafacenti, a dimostro falso e negletto che sistema è sbagliato, quale kamikaze a martirio, continua a farsi d’ammazzo a posto di lavoro. Grandi firme seguono moda a dir che se donna è incinta al massimo laverà piastrella ch’io non ce la voglio, che a notte inoltrata, senza luna ed ululato di lupo a cottimo, poi non si presenta a lavoro che s’occupa di bebè. Che a ben vedere, pare che taluno lassù esiste, che coincidenza è troppa a malcapitati noi, e col tutto insieme così, vien da pensare che è ad alterazione permanente. Rivolge strale che manco Giove Pluvio, ad anni di suo regno celeste, pareva mosso a tale adirata postura. Mi viene a pensiero che entità possa palesarsi a chiarimento d’equivoco, che ci dice che non si fa a siffatto modo, che con tale autorevolezza conclamata di liturgia salvifica, noi a cenere immergiamo capo, e si volta pagina a giuro non lo faccio più.

In attesa di venuta, m’è palese desiderio di scoglio, pure di frastagliata costituzione a falesia, sferzato da vento di libeccio, che sudore, sangue e lacrime regala di mare onnipotente, sino a sguardo d’orizzonte perduto, per sogno di spiaggia altra e vertigine definitiva. Ad ora mi tocca solo surrogato d’acqua a sputacchio di fiume, asfissiato da cambio climatico

Stasera pure ho invito a cena, che invito è vieni, ma cucina tu. Allora mi sconfinfera antica saggezza popolare per ritrovo di soluzione per casi di grave complessità. Rapidità di esecuzione, sintetica ma esaustiva rappresentazione a slow. Qualcosa nel prodotto finito che ricorda, nella sua natura più intima, il pane e pomodoro. Gli ingredienti sono formazione cameristica che esegue repertorio di tale minimalismo che Glass appare barocco, ma nel contempo è ensemble ad emersione d’eleganze sorprendenti. Allora, mentre l’acqua prova ad aggiudicarsi bollore, si sguscia taluno spicchio d’aglio, se ne asporta l’infame anima verde, e si trita grossolanamente il resto. Quando acqua e sale appaiono preda di deliri convettivi, vi si immergono gli spaghetti e si lancia frammentume d’aglio a tuffo in bollenza d’olio d’oliva, meglio se di giovane piccantezza. Si accompagna la sfrigolante esuberanza con peperoncini rossi (ne ho di varietà che guarderò di sottecchi ignari commensali, sussurrando appena “qui si parrà la tua nobilitate”). A quel punto un film di schiuma d’amido si sarà fatto strato sulla superficie d’acqua, per evasione da trafilature bronzee, e con un cucchiaio ne raccolgo d’abbondanza a stempero soffritture infernali, per verso su aglio e peperoncino a formare biancheggiante salsina. Appena gli spaghetti sono addentabili, si ricongiunge il tutto in padella per divertito salto d’insieme che avvolga ogni cosa all’altra, in morbido e vellutato abbraccio su cui discontinuità cromatica sarà di trito di prezzemolo freschissimo. Infine, sapidissimo grattugiato di ragusano stagionato (va bene anche pecorino, romano o toscano che sia, qualcuno osa parmigiano o grana…). E di bombardo con Sirah a fiasco, meglio a damigiana, è guanto di sfida a Fato, o chi per lui, che si spera in resa sua a senza condizione.

La terra trema

M’era saltato, giusto a ier sera, causa giornata di fermenti e ipertrofie, lo sghiribizzo di farmi litrozzo o più (forse più) di vino rosso di presunta produzione contadinesca, ad affermo che fu estraneo a bisulfito a strabordo. Pure di genuinità e compostezza s’era fatto garante il villico che s’era esposto assai a dichiarar di falso, per dimostrazione di paventarsi immediato di gastriti perforanti ai limiti di prospezioni minerarie. Vado di musica a parzial conforto del patimento subito.

V’era, invero, tal sofferenza che non ebbi tregua di sonno, sì da indurmi a prolungar veglia con libercolo d’annata, saggio pari d’indigesto che il falso nettare. A reflusso aggiunsi, dunque, ulteriori e mai dome sofferenze di spirito d’analisi. E lì, a crogiolarmi di dolori, sazio di pasticche d’irrilevante efficacia, mi condussi ad ora tarda. Che pareva, d’un tratto, che cedessi al sonno, ma oppose lo gran rifiuto la terra madre di persona con tremo orrendo, che tutto ballò d’intorno, armadio si fece a scricchiolo tale e quale a infisso, lampadario ondulò d’altalena prolungata, letto parve a sobbalzo. Sicché sparì, in siffatto modo sollecitato, fastidioso fastidio da fregatura enologica, pure rimembranza di giorno pessimo s’occultò tra pieghe grigie, né parve godere di sorte migliore il filosofo francese con le cui pagine mi trastullavo inutilmente. Che a scatto fui lesto, e a rivestirmi pure di più, per pantaloni alla rovescia, maglione sottosopra, camicia d’abbottono sghembo, nella norma che mi si conviene, quale avrebbe aggiunto zia Agata in vita.

A precipizio spalancai la porta, ma all’uscio mi fui a blocco, che mi venne a mente il salvo oggetto definitivo in caso di cataclisma di maggior pronuncia. Indugiai a pensiero di quale esso fosse, roteai occhio a stanza intera, pure di testa scrutai dettagli nascosti. Di tabacco m’accertai presenza a tasca d’eskimo, pure c’era da accendere. Ipotizzai di condurre in fuga definitiva la macchina fotografica, o forse il portatile che conserva memorie mie. Poi mi venne a sommo di pensiero quel tal libro o quel tal altro, così mi ritrovai ai limiti d’un trasloco, pure se nulla, invero, m’ero ancora messo in mano. Fui colto dallo sconforto nel valutar che a nulla m’ero così assai affezionato, che cosa pare banale, inutile financo, a fuga vertiginosa. Ma volli insistere sinché lo sguardo non incrociò la preda giusta. E poiché m’avvidi che lo scossone m’aveva sedato di fatto, e non per suggestione, il malvagio gastroesofageo, ebbi a cuore finalmente oggetto di legame antico, e versatomi bicchiere di vecchio stravecchio, mi buttai sul divano per la sigaretta, avviando musica giusta, che se cataclisma doveva essere, così m’avrebbe colto, finalmente ad appago.

Il grande trogolo

La verità, voglio dire, non rischia niente a passare per un periodo di abbiezione: non il suo avvenire e nemmeno la sua gioventù. Quello che non deve mai venire meno è il nostro sforzo di intrattenerla, comunque, tra noi uomini.” (Elio Vittorini)

E giunse il tempo che desiderio di vertigine m’appare solo a sistemar chiappe a scoglio comodo, a favor di tenue brezza di ponente. Lì c’è posizione di sguardo ad altro tempo che andò via a rapidi scivolamenti. Che feci collezione di pergamene e titoli a ceralacca, di timbri e pacche sulle spalle, inchiostri di stilografica raccolsi. Mi avvidi di saggezze elevatissime di fini accademici, sagaci elucubratori di teorie d’avanzo, e professori mi professarono vie salvifiche di conoscenza. Capitani coraggiosi m’imbellettarono narrazioni d’autentico infinito di profondità, e preti e frati e paternostri m’illuminarono d’incenso, mi deliziarono d’omelie un tanto al chilo, pure in odore di santità mi parvero audaci pescatori di ghiozzi a tendenza d’eversione. Le madame dorè, le miti volontarie di misericordia, e signori dabbene di circolo esclusivo, di fatta impeccabile doppiopettata e profumo millefiori, mi fecero di sé modello esclusivo e beato. Arguzia finanziaria mi trasmisero autentici scienziati di doblone, ed a cure immaginifiche mi sottoposero per trattamento di deviazione.

Che però nacqui storto e storto rimasi, pur se mi sdoppiai a far finta d’assecondo. Che ora, a fase due, non m’è dato di adeguarmi all’immane trogolo di carni e sangue di sacrificio a conforto per Marte e Atena. Che però appresi di non apprendere, pur se assorbii finale convincimento che nemmanco le dame di San Vincenzo riusciranno a far del bene, ch’esse mai seppero cos’è la vita, che imbracciano sotto coscia, ad occulto, mitra e bomba.

Ch’io tutto imparai da puttane senza protettore, a quartiere miserabile dove misi dente da latte, e che, accademia autentica di bellezza, fu soffocato a rango di supermarket per saccheggio conclamato, con reparto d’onnisciente mammasantissima. Pure imparai da lambretta smarmittata di venditore di granchio per cattura a pietra celeste, da pazzo con canottiera su cappotto e camicia avvoltolata in testa, per posto a cappello in mano, a buco tappato per dammi cento lire, ci hai ‘na sigaretta. Che mi venne ad aula di lezione autentica osteria perduta, di abitanti a perenne nostalgia di bicchiere pieno, e vecchio compagno che s’accompagna a miserabile scarpa rotta, pantalone logoro e mano di calli e calce viva, curvo di schiena ma mai domo a dir di padrone peste e corna. Pure non fu capace di sopravvivenza a quello, nemmanco per saggezza di mutua a scarso d’assistenza e forse per cicatrice di manganello per protesta di contro legge. Che imparai dinamiche sofisticatissime d’universo da lavandaia a tempo perso, balia asciutta e odor di varechina. Altro seppi da pescatore silenzioso a barca a puzzo di cherosene e sangue di pesce raffermo, con ruga che solca il volto quale fiume di sale e fatica di sole. Che nessuno dei secondi ebbe allora a far mai guerra a tal altro, mai tirò indietro la mano a soccorso per chi vien dopo. Pure, a gengie sfatte, non smisero a riso per bimbo che passa, ch’io mi ricordo – che a denti non m’ero provvisto ancora – di tali sdentature di pace, ora che vedo biancheggiare nobili fauci di squali.

Le Vie dell’Immaginario (Allonsanfàn parte decima: Alice nel Paese delle Meraviglie)

“A che serve un libro, pensò Alice, senza dialoghi né figure?”.

Pensare di trasformare un intero, estesissimo quartiere storico, per pezzi consistenti semi abbandonato, in un gigantesco libro, le cui pagine sono rappresentazioni d’altri libri, “Alice nel paese delle Meraviglie”, il suo seguito immaginifico “Alice attraverso lo Specchio”, capolavori di Lewis Carroll, è pensiero divergente rispetto alle presunte inquietudini della lettura. I ragazzi di Immagina, quando concepiscono “Le Vie dell’Immaginario”, manifestazione annuale dedicata a grandi autori, ribaltano queste inquietudini, le trasformano in piacere autentico di scoperta, gioco, sorpresa. Immagina è già associazione atipica, ne fanno parte cinquanta ragazzi d’età compresa tra i sette ed i diciassette anni, che da qualche tempo animano il quartiere di Modica Alta, giocando a scuoterne le fondamenta, con epicentro nella Chiesa dei SS. Nicolò ed Erasmo, abbandonata, rinata. L’anno scorso celebrarono i cento anni dalla nascita di Federico Fellini, riportando i suoi film tra le strade strette, i vicoli, le ripide scalinate di quel quartiere abbarbicato su uno scosceso costone roccioso. Quest’anno la manifestazione farà la stessa cosa con Alice ed i suoi compagni d’avventura, i suoi incontri, le suggestioni di un capolavoro immortale. Ci stanno lavorando, a partire proprio dal loro quartier generale, perché tutto sia pronto per il via, il 18 luglio.

Il viaggio inizia proprio con l’ingresso alla chiesa oltre il quale sono cinque porte, quelle tra cui deve scegliere Alice, della Paura, della Rabbia, della Noia, dell’Amore, della Razionalità. Si aprono su altrettante stanze, ma solo una consentirà di iniziare il viaggio nel Paese delle Meraviglie. È viaggio che coglie il senso – o forse il non senso – del racconto di Carroll. Alice non sceglie la via breve del percorso chiavi in mano. La manichea distinzione tra bene e male le sfugge, non sembra imparare nulla, appare frastornata. Cammina attraverso un paese di contraddizioni, dove incubi e sogni non sembrano distinti, in cui le dimensioni del tempo e dello spazio si inseguono private della liturgia del consueto. Il viaggio è complesso, articolato, come nel Nastro di Möbius attraversa il sotto come il sopra, scopre il dentro tale e quale al fuori. Viene smarrita la stessa natura di fiaba, se ne perde la necessaria morale, si trasforma, invece, nella negazione stessa della narrazione quale strumento educativo, che induce a divenire “bravi bambini”, forse “bravi cittadini” ossequiosi, stereotipi d’infanzia “perfetta”. Si trasforma lentamente nel viaggio in una personalità intima ed esclusiva, non a caso si conclude esattamente dove ebbe inizio.

La quinta scenografica di Modica Alta, con le sue invenzioni urbane, l’imprevisto della scena, sembra costruita per questo viaggio, per un necessario monologo interiore. La natura corruttibile delle cose, infatti, ritiene in sé le orme del tempo, che si sovrappongono, si stratificano diacronicamente; la traccia più recente non cancella le precedenti, le opacizza soltanto, per un periodo effimero. Lo stesso tempo gioca con le cose degli uomini e, graffiando via gli strati superiori deposti al suo passaggio, ne scopre i precedenti, in un gioco cromatico che li riconduce ad un unicum narrativo che va oltre il presente. Questa ricerca non può che consumarsi dentro un percorso di riscoperta identitaria, dunque, che si riappropria dei luoghi anche quando il senso d’abbandono appare ad occhi distratti prevalente e fastidioso. Effetto sublime e collaterale di questo cammino, è la messa a fuoco del dettaglio che sfugge a chi è vittima inconsapevole del gioco d’inganno del tempo, a chi ha scelto la disillusione dell’accelerarsi quale pratica quotidiana. Appare, il dettaglio, quale irrinunciabile taumaturgia agli occhi di chi non è irretito dalla consuetudine. “Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci” (John Ruskin), e questo impone il viaggio lento, dentro i silenzi che in una condizione “urbana” e convenzionale non sono previsti, appartengono, semmai – in un immaginario qui smentito – solo a certe valli antiche e remote, ai più fitti dei boschi. Silenzi in cui si avverte profondo il respiro del tempo che è passato, rotto solo da qualche richiamo lontano ed ancestrale che proviene da un luogo indefinito, da dietro persiane serrate su un occhio scuro che spia il transito inatteso, allarmato, forse da scalpiccii desueti, lungo scalinate labirintiche, dentro il profumo di intingoli che sanno di memoria. Si dipanano – pure compiacendosene – le attese lunghe e pazienti, sinché i raggi sghembi del sole d’una certa ora, o qualche goccia di occasionale pioggia, non vivificano le coloriture di vernici dismesse, frammenti di intonaci, infissi scorticati. Dettagli d’umanità senza presenze, che riconciliano con dimensioni perdute, alternative ed ostili al mordi e fuggi, all’unica prospettiva dell’ora e subito. E del dedalo dimenticato, non rimase che l’opera collettiva di popolo e tempo, bellezza che riesce a farsi vanto delle sue rughe più profonde, senza riguardo, invero, per l’estetista. Pure s’arricchisce dei contributi di artisti, ispirati da Carroll, negli angoli più improbabili, che siano vecchie chiese, frammenti d’archeologia dimenticata, ripide e strette salite, cortili. La via degli adulti, la via che i “grandi” hanno già predisposto e realizzato, pare dimenticata, diviene la via di Alice, una strada personalissima di riscoperta.

Attese di pagine unte

C’è, e me ne avvidi- in attesa che signora primavera si ripresenti rinunciando ad ottusi ritardi – sottile ma robusto legame tra gusti letterari e gastronomici. Pure di musica però, che ci vado immantinente.

Ci sono fast food di vaghi retrogusti rancidi, salse e bibite che sanno di melassa, sapori che palati prelogici non solo gradiscono, ma pure mettono a corredo di certe letture – qualora ve ne siano, che capita di rado – che, appunto, sanno di rancido, di melassa, stuccano. A me tali cose – nessun pregiudizio nei confronti di chi ne fa uso massiccio, pervaso dal germe del mordi & fuggi -, che pure s’accompagnano a musichette sui cui testi glisso, mi fanno aumentare, ora la glicemia, ora il colesterolo, sfociano in reflusso gastrico, solo le legga, sia anche le mangi, pure le ascolti. Dunque, privandomene con cura, soprassiedo nel darne giudizio, mi dichiaro incompetente, potrei non essere all’altezza, giacché della loro esplorazione attenta feci a meno, né, ritengo, di sottopormi a radicali ripensamenti. Vi sono, invece, certe cene che non si dimenticano, quel dentice, innaffiato e basta con un bianco che non interferisce col gusto, lo esalta piuttosto, come lente d’ingrandimento ne illustra i dettagli, evita l’affastellarsi d’una moltitudine confusa di sensazioni indistinte. Rimane nella memoria, non accenna ad abbandonare la sua essenza di ricordo felice, semmai si dispone con sapiente lentezza, senza sgomitare, diacronicamente accanto ad altre esperienze di siffatta specie, pur mantenendo posizioni privilegiate. Vi sono, lì nei pressi, certi saraghi del Mar d’Africa, attesi senza fatica all’amo per ore, che abboccano mentre l’alba si esercita in cromatismi spiazzanti; pomodori colti negli orti degli dei, con lo sfondo lontano della fiammeggiante irrequietezza della tomba di Empedocle, ancora, chicchi di melograno giunti direttamente dalla terra dei Lotofagi.

Ivi echeggiano certe suite, certe tirate di fiati, battute a controtempo su clap, pure a tasti bianchi e neri, vibrati di corde. Dimensioni perfette del gusto, del suono, che invogliano le palpebre a socchiudersi, per spalancarsi poi a veglia su letture lente, articolate, sofferte, che però finiscono per scivolarci per sempre dentro, in forma di una ruga in più, un guizzo comportamentale, un’attitudine… Distinguo, su ripiani facili da raggiungere, le coste importanti di certe cose così… Tutta roba che, quando se ne parla, riecheggia come tappa essenziale della nostra esperienza formativa, ed un piatto assume consistenza letteraria, almeno quanto un libro lascia al palato quel gusto permanente che deriva da ingredienti esiziali per cuochi abilissimi nell’amalgamare le parole. Eppure, accanto a ciò, c’è anche dell’altro… E se “L’uomo senza qualità” invoglia alla liturgia d’una Sacher, almeno quanto “Il garofano rosso” spinge verso il rito di un budino di mandorle, così, certi banchi di frutti di mare, pomodori secchi, olive farcite e peperoncini diabolici, immersi in un Suk di colori e profumi, offrendoci l’opportunità di consumi rapidi ed estemporanei, accelerano il desiderio di tornare a sfogliare libercoli leggeri, poche pagine che sembrano scivolare via come va giù un mitilo al limone, o un tocco di pepato fresco s’annega nel sorso d’un Frappato. Certo, v’è forse un po’ di pudore nell’ammettere che quelle letture d’un paio d’ore, street reading consumato sulla panchina d’un parco, a sedere su un muraglione dirimpetto al mare, sotto un albero di ulivo saraceno, pure distratti dalla risacca o dagli uccelli (e non solo dal loro canto), possano averci formato gusto e memoria; ma che bellezza “Tre uomini in barca (per non parlare del cane)”, “l’uomo invaso”, “Ricette immorali”. E se il pensiero corre immediato al perfetto abbinamento letterario gastronomico del Gattopardo, allorché Angelica perdette la sua elegante postura, lanciandosi assatanata, dunque, finalmente, umana, sul timballo di maccheroni, o se gli arancini dei Benedettini deconcentrarono financo i Viceré, è però anche vero che occorre altro che non sia di così difficile asporto quando si decide che la domenica mite di primavera si proclama tale al lusso d’una panchina, a consumo appena d’un libercolo. Non mi rimane che suggerirvene uno che avete già letto, che ci riconsegna la sorpresa d’un ordito, che disvela dettagli sempre nuovi senza l’intralcio d’una trama ignota. Che ne so, un Diario di Eva, o di Adamo, se vi pare, una cosa che scende giù come un bicchiere di Zibibbo fresco, o l’agognato caffè di prima mattina. Ma prima di ritrovare la solita panchina e di scovare la lettura prescelta sullo scaffale in alto a destra, in un mortaio triturate frutta secca, pinoli, nocciole, noci, mandorle, pistacchi non salati, e spolverateli di semi di sesamo. Poi lasciate che il miele di timo (che fortuna se aveste quello di carrubo a portata di mano) si sciolga sino a caramellare sul fondo di una padella; versatevi sopra il trito e amalgamate tutto. Dunque, versatelo ancora bollente su un foglio di carta forno, sino a farlo consolidare in forma di lastra di vetro brunito, e spaccatelo a quadri che infilerete in un cartoccio da portare con voi. Quel crunch di sgranocchiamenti che ne conseguirà sarà allo stesso tempo colonna sonora della vostra lettura e arma di dissuasione di massa per tenere lontane presenze importune. Che meraviglia – di tanto in tanto, e senza esagerare –, che guerre tolgono il sonno, pandemie furono, ex legis, abolite, far finta di essere sani!

Di Norma

Mi capitò, così per chiacchiera, di articolare discussione con certi tipi a rischio d’estinguimento, tali che predicano il “vietato non toccare”, per intenderci. Che pure fanno notare delizie su cui avevo avuto modo di riflettere soltanto in modo assai superficiale, poco consapevole, e cioè che nel progettare qualsiasi umana schifezza si tiene ormai conto di un famigerato “utente tipo”, cui si attribuisce un grado assoluto di “normalità” incontrovertibile e generalizzata. Vado di musica a tipo prescritto.

Ora, pare che questo (utente) tipo, la cui natura concettuale ed indefinita ne è il carattere distintivo, marchio di fabbrica, non s’ammali, abbia tratti standardizzati, non cresca, non muoia, di fatto sostituisce la variabilità umana con tutte le sue debolezze – pure schifezze -, che ne so, la memoria, la stazza, la religione, il voto, l’odore, la faccia e quant’altro. In siffatto modo sollecitato a riflettere, mi balenò per la mente anche la pletora di riforme che affollano i salotti di prime pagine plaudenti a migliori e quotidiane, che ne so, quella della sanità (l’utente sostituisce il malato) o della scuola (in questo caso il modello di studente universale ha il sopravvento sul soggetto in età evolutiva, che matura la propria personalità nei luoghi di formazione sociale, cancella arcaismi di siffatta natura, taluni ispiratori d’eversione quali il Maestro Manzi, Don Milani).

Per di più, all’utente tipo è concesso persino di essere portatore di handicap, ma con caratteristiche precise, come figurano in quei disegnini che indicano parcheggi per disabili, dunque dotati di enormi sedie a rotelle in cui l’omino sparisce incassato tra braccioli monumentali. L’utente “normale”, allo stesso modo, non gode di gusto estetico, ne consegue che ci sono, che ne so, biblioteche talmente brutte che difficilmente consentono l’accesso a chi ha a cura la bellezza della lettura, non è, dunque, a norma. Di converso, se la vostra vecchia zia perde pezzi della sua autonomia, si trasferisce a casa vostra, e vi strafoga di lasagne, se poi non passate più al tornello dell’autogrill, o dello stadio, o dell’aeroporto, è colpa vostra che avete dismesso l’abito dell’utente tipo, vi siete voluti ghettizzare nell’a-normalità di stazza. E certo non siete un bell’esempio per quei milioni di studenti che hanno rinunciato alla propria identità in nome del progresso, per essere classificati in un numero di categorie che entrano nelle dita delle mani e che taluni chiamano voti, come quelli che si prendevano per conventi e monasteri.

In quanto antimoderno, che si rifiuta di diventare utente tipo a difesa di presunta avvilente specificità personale, vi spiego come si fa la Norma, ossia quel piatto tipico che qualcuno vuole far risalire giammai alla norma in quanto tipicizzazione di massa, bensì a quella del “Cigno” Vincenzo Bellini.

Cominciate col preparare una salsa con pomodori freschi, meglio se costoluti di Pachino (non ciliegini), su un soffritto d’aglio, ed addizionatela di abbondante basilico. A parte friggete in olio d’oliva quintalate di melanzane tagliate in fette di mezzo centimetro, ed asciugatele ben bene dell’olio che tendono ad assorbire. Qualcuno, prima che manifestino cambi cromatici nel calor bianco e sfrigolante della padella, le lascia in una salamoia, schiacciate da un peso, per disperdere il retrogusto amarognolo cui l’ortaggio tende. Io non lo faccio giacché quel gusto consolida appetiti, di certo il mio, per il quale, ricordo, ho chiesto deroga alla norma, ma non alla Norma. Cuocete gli spaghetti, conditeli con la salsa in un piatto di ceramica colorata, sufficientemente ampio da farci atterrare elicotteri, dunque ricopriteli senza lasciar spazio a capolini, con lenzuola di melanzane – avrete cura di lasciare quelle che restano in un piatto, lì, a portata di mano, non distante dal fiasco del rosso -. Infine, cotonate il tutto con abbondante nevicata di ricotta salata grattugiata sul momento. A questo punto cominciate a pescare le fette con la ricotta, infilzando il sottostante spaghetto sinché non risulterà nudo. Ricopritelo nuovamente come prima, perché non prenda freddo, e ricominciate, per due, tre volte, se siete inappetenti, esagerate se buone forchette, sino a disvelare i preziosi cromatismi del nudo piatto. Essendo l’operazione lunga e complessa, ancorché gratificante, avrete tempo di ascoltare pezzi consistenti degli eleganti gorgheggi di quell’altra “Norma”, oppure, come faccio io, andate di jazz. Poi fatevi una ragione del non aver capito niente di cosa si intende per norma, ma quanta soddisfazione nell’essere finalmente utente tipo in deroga, dunque stupido ex legis!

Gioco di specchi

“Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini” (Frida Kahlo)

Gli orizzonti ci raccontano di quanto effimeri siano i confini degli uomini, di quanto s’apprestino a divenire solo convenzioni brutali e disumanizzanti, atti di grigia e autobeatificantesi burocrazia. Perché la linea dell’orizzonte giammai sarà confine, piuttosto invoglia lo sguardo, la mente ed il cuore ad andarvi oltre, a cercarne la fine che non c’è. Ed è proprio quell’infinito prescrittivo c’apre fantasia e sogno, libera le coscienze di chi ha le giuste qualità dell’anima per provare l’ebbrezza del viaggio di scoperta. Non v’è forse financo nella natura il dono concesso alle sue creature d’aprirsi all’infinito? Non sono i promontori esposti al vento, brulli per definizione, protesi come infiniti occhi verso l’orizzonte? Non sono, ancora, le vette dei monti aperte perché si goda della meraviglia del tutto d’intorno? Vi fu un tempo che anche gli uomini s’erano avveduti del fatto, e costruivano le loro ipotesi d’architettura più celebrata perché aprissero lo sguardo, concependole solo come l’invito a guardare oltre. Così per certe piazze rinascimentali, passerelle per lo sguardo proteso ad esplorare mondi sconosciuti. Pure per certi templi greci che appaiono più trampolini verso il divino, che cubi di roccia che ritengono preghiere. I teatri dell’antichità dissimulavano la scena perché fosse in continuità solenne e vertiginosa con la striscia di cielo e mare che la chiudeva, con acqua e porti in un tutt’uno, a raccontare le gesta di viaggi infiniti ed estremi.

Empedocle, dopo aver assaggiato l’irrequietezza fiammeggiante della più alta delle vette, dovette per forza volgere lo sguardo a quella linea in fondo. E roteandolo in ogni direzione comprese che quella era la somma delizia, tale da non poter essere superata da altra esperienza. Quindi, tanto valeva farsi friggere in magma, nel convincimento che tanto il sommo piacere d’un viaggio immediato per tutto il mondo era appagato. Ammetto che, poco filosoficamente e con scarsa poesia, assai propenso a cose d’un pezzo più prosaiche, mi sarei acceso con l’incandescenza d’intorno una MS, e me la sarei goduta un tanto in più. Ed a dire il vero è esperienza che ripetei più e più volte, sinché almeno, lo sferzare gelido non m’induceva a raggiungere il buen retiro d’un rifugio dove si versava il vino giusto. Pronto, però, a ritornarci, o semmai a reiterare il lancio dello sguardo all’infinito da qualsiasi altra posizione mi sarebbe stata concessa.

Pare, secondo taluni, che quel senso di libertà cui invoglia l’orizzonte libero allo sguardo, sia l’anticamera della pazzia, forse persino la sua conclamata manifestazione, come in un bel ricettario codificato di psichiatra. Ci sono le prove, pare, appunto, e la memoria corre a Don Chichotte, lancia in resta, che si scaglia contro il mulino che si frappone tra lui ed il suo orizzonte d’amore. Il buon Sancho, invece, che è uomo saggio, compassionevole e giusto, urla il suo “signor padrone”.

Venne così il tempo della saggezza, ed ancora dura, in cui l’Homo Faber si mise in testa che più che il sogno, più che il volo di Pindaro, valesse la pena costruire il recinto per le menti. Dunque chiuse quegli orizzonti, mascherando la scelta col bel verde di tigli e cipressi, perché lo spettatore dell’infinito non s’avvedesse di quanto la sua natura d’esplorazione fosse stata sepolta dal tiranno. E dopo aver sradicato foreste e boschi, è divenuta preoccupazione imporre alla natura ciò che non le è mai appartenuto, tappare gli occhi. Ecco la volontà del renderla schiava, donna di servizio ed essa stessa aguzzina e carceriera della ricerca della terra d’Utopia.

I confini sono scritti col sangue degli eroi, gli orizzonti, invece, sono tracciati dalla fantasia dei pazzi e dei visionari. Oggi, che il sangue è finalmente al potere, la fantasia è prigioniera delle segrete dell’oscuro presagio della fine del gioco. E di emuli di Don Giacomino da Recanati, che vincono l’asfissia d’una siepe con semplice sguardo di dentro, non è che ve ne sia una pletora a far fila. V’è invece il tutto pieno di condannati a quel contrappasso dell’inseguire la propria coda nel tentativo d’azzannarla, convinti si tratti del nemico più feroce.

Ma puoi metterla come vuoi, proprio come ti pare, ti puoi mettere a negare l’evidenza, travestirti di certezze granitiche circa la collocazione delle tue chiappe al centro dell’universo, immaginarne l’assedio di quella cosa infida e sgusciante che rifugge dalle tue zanne, ma pur se non t’avvedi dell’esistenza d’un orizzonte diverso, quello c’è comunque, ed oltre quello c’è qualcuno o qualcosa, così come, ti piaccia o no, tu sei esattamente quel qualcuno o qualcosa che c’è oltre l’orizzonte di qualcun altro.

Eppur si piove

Che altro me sottrae tempo a penna per blog, ch’egli s’occupa di cosa seria non di facezia. Ch’io, invece, brandirei penna per segnare a croce, precisa ed implacabile a calendario, giorno che passa a mi ricongiungo a mare. Che m’attrezzo a musica per gioco d’aprile va via.

Che qui piove, e governo è ladro pare qualunquismo, per cui tolgo piove che resta il resto. Ma è celia, che governo è di migliori, che annuncia crisi profonda per colpa di bomba, per cui s’attrezza a bomba come si compete a destino fulgido d’impero. Ch’io altrove rivolgo lo sguardo, e mentre pioggia pure impedisce scorrimento a riva di fiume, quale surrogato di sputacchio per mare ad oceano a tempesta, preservo memoria ad immagine di bufera d’animo e di vento.

Che io sono anima migrante, che feci valigia a tempo debito, e mi lasciai mare a spalle per suo scorrimento perpetuo in arteria, per risacca di vena. Che migranti si nasce, non ci diventi solo se ti devi mettere a camminare. Se hai mare davanti, per forza sei migrante, anche se non ti piace, perché qualcuno o un’onda, che s’è contrariata di vento o bufera, lì ti ci ha portato, pure prima che tu nascessi. E a dolore prendo atto, che mi inseguo pensando a ritorno come strada di migrazione d’uccello per stagione giusta che sia definitiva. Che verrà tempo giusto che “il tempo è più complesso vicino al mare che in qualsiasi altro posto, perché oltre al transito del sole e al volgere delle stagioni, le onde battono il passare del tempo sulle rocce e le maree salgono e scendono come una grande clessidra”. (John Steinbeck)

E c’è destino a compimento che “la mia terra è sui fiumi stretta al mare, non altro luogo ha voce così lenta, dove i miei piedi vagano, tra giunchi pesanti di lumache.” (Salvatore Quasimodo)

Che così, a fretta d’altro me, per sottrazione di lentezza, vi faccio buona domenica, pure per domani riannuncio che è sempre buono quel 25, che piove o ci sia il sole, e se fischia il vento scarpe rotte eppur bisogna andar.