Buoni propositi

Mi porto avanti di musica, subito subito, che non pongo tempo in mezzo.

M’arrivano notizie con messaggistica che spesso nemmeno leggo, che pure ci vedo male e i microbi che m’appaiono sul display del cellulare, più che essere incomprensibili, sono talora irritanti. Di questi tempi, ce ne sono taluni da vesciche purulente, che m’assumono come terminale ultimo, pure da parti avverse, di verità a supremazia indiscutibile, circa andamenti pandemici, tesi viral-epidemiologiche avanzatissime, che a me manca solo che metto i bandi per strada che tanto non m’esprimo. Ve ne dico d’uno d’altra tendenza che, così, di schiribizzo, mi sono letto ad ingrandimento di lente.

Vi si legge – a stento, ma questo è solo il mio punto di scarsa vista – che l’inventore del Tapis roullant, pare, sia schiattato a 54 anni, a tre anni meno dell’inventore della ginnastica. Tal campione mondiale di body building s’è arreso a 41, Maradona, il piede di Dio, a 60. Di converso, tale Harland Sanders, inventore del pollo fritto, è campato sino ad 88, il produttore delle sigarette Winston s’è spento, forse ad ultima boccata, a 102, lo scopritore dell’oppio a 116, ma per un terremoto, il produttore del Cognac Hennessey a 98 anni s’è fatto il cicchetto finale. Posto che queste cose a poco servono nel definire la linea di condotta, che le leggi dei grandi numeri implicano ben altre riflessioni, mi sovviene pensiero che le statistiche che si rincorrono di questi tempi, non sarebbero assai più precise.

Mi sta finendo l’Oro Pilla

Che non turbo coscienze – o, se le turbo, mi dispiace – se vi dico che, poste così le cose, mi tratto bene, ho cura di me, e m’affido alle statistiche di cui sopra, che pure, a parte le mie scorribande a vicolo sperduto, tra Achille e la tartaruga ho già scelto la seconda.

Click

Musica, avanti, sempre per la ragione che questa, sino in fondo, v’accompagna a meno fatica di lettura

Ho un tale rispetto per la fotografia, che mi capita d’andarmene in giro con la macchina fotografica e non farne nemmeno una. Che poi non è che sprechi rullino, che in digitale questo non conta. Ma tant’è, m’è rimasto questo. Mi pare che non vengano bene, che non corrispondano a quell’incontro fatale tra il me di dentro e la sua rappresentazione là fuori. Indugio, tentenno, alfine desisto, se non in rare occasioni. M’è parsa invidia quella fregola d’immortalare le cose che a taluni appartiene d’impeto compulsivo. Ma poi mi sono fatta ragione che ognuno s’è fatto a modo suo, che io non faccio eccezione. Nemmeno mi scatta lo sghiribizzo del click dinnanzi all’immagine del bello con cui s’offre talora la realtà. Che mi viene da pensare che bella non sarebbe la foto, piuttosto il soggetto intrappolato di pixel o rullino. Dunque, ancor più desisto, ripiego, che poi fotografo non sono, poiché, qual nessuno, non sono niente. Tuttavia, nulla ho di personale avverso lo scatto isterico e sequenziale, nemmeno m’è giunto sentimento ostile nei confronti di chi s’appresenta alle mostre fotografiche con lo zoom che s’accomoda ad adipe, sorretto di cordella, a dar definizione che, certo, quella è esposizione d’immagini, ma anch’io, pure, ne sarei avvezzo, sol volessi. È quel sentirsi affratellato di click che mi urtica, che ogni click, poiché è già stato in attimo a fuga, poi non ci appartiene più. Che se scatto una foto c’è che mi viene musica a supporto, pensieri e parole s’affastellano a quella, non mi soggiunge mai da sola, è impresa corale di me con me, ed ancora con me. E l’incontro nel punto d’accumulo è cosa difficile, e ostico mi rende lo scatto.

Talora ho tentazione, mi si spinge d’automatismi il dito sul pulsante di scatto, mi roteo tempi e diaframmi, che ciò che ho davanti penso, merita. Ma è spesso cosa che mi dura un attimo fugace, poi si spegne d’entusiasmo e cerco oltre, se trovo. Fermo mi resto, comunque, che quell’incontro ci sarà, che nulla m’è dato a pensare di negativo dell’immagine che mi si sottrasse allo scatto e che mi porto via lo stesso a memoria.

Stamane, che c’era sole, mi capita di luce giusta una bellezza rara di paesaggio architettonico, pure mi scappa che la fotografo, anche solo di cellulare. Non faccio un etto di danno, che quella è cosa bella, mi ripeto, e me la vorrei portare a memoria di byte, pure ad eccezione comportamentale. Me ne cerco uno scorcio lindo, che mi restituisca il soggetto senza intromissioni, né ne trovo uno, né di dritto, nemmeno di sgambescio. La scena s’occupa di tanti che clicchettano, ma non sul fatto in sé, su se stessi a selfie, e la bellezza si pone a sola quinta d’autoreferenza, un come dire io c’ero.

M’arrendo, che m’è parso di capire che non troverò scena libera, che taluni s’attengono a precetto d’essere belli in cima al creato, e reiterano il gesto di dirselo ad immagine, non si sa mai dovesse sgretolarsi tale granitica certezza.

E musica sia, quale che sia?

Vabbè, e fate partire questa cosa qui sotto, che vi dovrebbe bastare sino alla prossima.

Avevo in casa, la filodiffusione, che paiono passati secoli, pure forse è così. Tuttavia, c’era la Hit Parade di Lelio Luttazzi ed al primo posto ci capitava roba come Angie, dei Rolling Stones. Non è cosa che mi facesse impazzire, mi pareva corta, finiva subito, ma certo schifezza non si poteva dire che fosse. Che io, che sono lento di comprendonio, ho bisogno che la cosa si prolunghi assai per entrarci dentro, se neppure mi basta per una mezza sigaretta, ci resto male, che almeno me l’accompagni fino alla fine, mica dico che me ne faccia fare una stecca più fiasco di vino. Ad ogni buon conto, che è da allora che non mi guardo intorno, che mi avvito al me e basta, mi salta lo sghiribizzo, così, per pura celia, d’andarmi a vedere che c’è ora ai piani alti del disco. Che poi di dischi mi sa che non se ne praticano più, che mi pare che sono l’unico che se ne compra qualcuno ogni tanto.

Mi parrebbe lesa maestà che, per esempio, vi proponessi cosa musicale che non posseggo in un qualche formato, compreso musicassetta originale. Non per adesione incondizionata al diritto d’autore, piuttosto per quella condizionata al dovere di condivisione, roba tra il me e quello che suona. Che poi a quello che suona quanto gliene importa se il me nessuno s’affascina di sua produzione, piuttosto, ho idea, gli viene a sommo del petto la gioia sublime del me con cognome e nome, timbrati e firmati a sindacatura, che ci ha messo la cinquemila lire. C’è il capitalismo, ch’è cosa che mon mi sfugge. Poi mi sovviene a giusto, che dovrei anche andare a vedere di che s’accomodano a delizia i ragazzi dell’oggi, che sono pure quelli a cui insegno cose esatte come i numeri. Insomma, mi rendo smanettone e mi faccio edotto di classifiche ed hit, ascolti e vendite – pari a poco assai, mi pare di capire -. Mi seleziono dieci o dodici cose di quelle più a gettone – che scrivo pure d’antico – e m’avvedo, orribilmente, che non ve n’è nessuna che conosca, che paio uno finito in queste stagioni con una scalcagnata macchina del tempo, assemblata alla meno peggio nel secolo breve. Me le ascolto, financo con attenzione e trattengo una certa disillusa frustrazione, che a me paiono tutte uguali, che sarà pure che non sono aduso. Ma d’acchito immediato m’adombro, che i testi pare che glieli scrive Pappagone post sbronza, che le musiche ce le hanno infilate a forza dal carillon della nonna. Fortuna vuole che durano il tempo d’uno sbadiglio, che la suite non si prevede. Che ci fu tempo che riconoscevi il chitarrista dalla prima nota ed il batterista dal primo rullare, per non parlar di piani e fiati, financo della solitudine della chiave di sol, nella tesssitura del tappeto di sotto. Che certi testi t’agghindavano a liturgico religioso silenzio. Mi ritraggo, mi sgomento, poi m’avvedo, che pare che sia una mia lezione, con tasso d’attenzione che pare il minimo comune divisore, l’uno e basta che val bene per tutti. Che mi devo reinventare a teatro tra Pitagora ed Euclide per non far scappare tutti dalla finestra, non farmi mettere le mani addosso. E che devo dire ancora, che era meglio che mi ricordavo della buonanima di Lelio Luttazzi, che già mi pareva un tanto così e così?

Cattivi maestri

Lo zio Antonio mi chiama due o tre volte al mese, s’intrattiene parecchio, pure se disarticola il verbo, che faceva lavoro che l’appensionò a tasche gonfie, ma che sfrangia neuroni, ne succhia a cannuccia linfa vitale. Sempre chiama per due cose, che la prima riguarda un vecchio libro assurto a Bibbia, d’un “ei fu” gastronomo, i cui appunti rimisi all’uopo in formazione leggibile per la editor cortese. Non gli sconfinferano taluni dettagli del prezioso scritto, quali, ad esempio, la mancanza di precisione nel riportare la grammatura del pompelmo da spremere, o la diametratura specifica del cucchiaio d’olio previsto. Me ne chiede lumi. che a nulla vale rispondere circa la fluidità dell’informazione, mi tocca di trovare – a memoria d’esperienze pregresse, adiranti per imperdonabile approssimazione – la giusta dose, a prescindere. Che quando squilla il telefono, pure, mi munisco di bilancia e squadra, sia mai mi trovi impreparato. Felice non legga qui – nessuno non ha patria né dio, figuriamoci zio – posso affermare la falsità ricercata con cui rifornisco l’esatto tassello mancante, che il q.b. non è cosa ch’attiene a chi perse l’occhio su rendiconti d’economie vertiginose. (v’intermezzo di musica, che non sono sicuro vi interessino i fatti miei, e vi rifate le orecchie fino in fondo)

Chiama anche quando se ne sta fronte porto, sul bastione del castello, per fornirmi, stavolta lui, il dettaglio esatto di chi attraversa la bocca, se pilotina, feluca o transatlantico, se è mossa da sibilanti turbine, diesel borbottanti, vele o remi silenziosi. Me ne eviscera dimensioni e presumibile scopo sociale, colori e bandiera battente, talora financo targa e nome, se leggibili di crepuscolo, sollecitandomi a ricordarne la proprietà che a lui non sovviene. E manco a me sovviene. Né mi sottraggo dal fare ipotesi, non m’azzardo dal non dare risposte. Mi sovviene, invece, di quando eravamo complici d’ispezioni abissali, di come svuotavamo la cornucopia di tesori, in guscio, lische o spine che fossero.

Di quando non c’era domenica che s’era sotto al bastione che dà sul mare aperto, dove lo scoglio non era ancora turismificio di lidi Belle Époque, di bicchieri ed ombrellini. Quando lui, asciutto ad acciuga, era dotato di lingua fluente, radicale di precisioni ittiche. Lo scoglio era vuoto se non di noi, che nessuno s’azzardava d’acqua gelida fuori stagione. E la domenica vuote erano pure le stanze delle tre grazie, che di piacere facevano economie a cottimo. Così stendevano seni prosperosi, disoccupate dalle campane a messa, che quando suonano fanno peccato certi lavori, occhio alle onde, in attesa. V’era anche per loro, gentile omaggio di zio e nipote, una parte del bottino, quello che andava consumato lì per lì, all’acqua di mare, prima che ne perdesse la linfa vitale, irrorato del succo di limone appena colto. Quella era incombenza mia di procurarne, sgusciante ad anguilla, nel furto all’albero d’oro del vescovo. S’era, il santo prelato, chiuso il giardino, per cristiana carità, di muraglione elevatissimo, con ferrei spioventi a dissuadere monellerie di esproriazione. Ma l’albero, blasfemo ed eretico, si protendeva un ramo carico di preziosi, oltre le puntute ferramente, che bastava l’elevazione del cassone di motoape di Turi il rigattiere, per socializzarne l’oro tra le foglie. Talora, immersi, sgusciava veloce la barca del signor Enzo, fiero di record, e lui sbiascicava a mezza voce – che aveva linguaggio dabbene in tutte le altre occasioni – l’improperio definitivo, che s’era fatto persuaso che lì su conoscessero il segreto della secca al largo, quella dove peschi cernie più grasse di Teresa, sospesa di petto alle ringhiere, nell’attesa del succo del riccio. Ne seguiva la scia sin verso dove l’occhio arrivava, poi, che l’inghiottiva la curvatura del pianeta, sommesso, riconquistava il fondale suo. E la griglia del pranzo mai rimase vuota, neppure di maestrale, libeccio o scirocco.

Ha telefonato anche ieri, che, prima mi chiede notizia specifica sul numero esatto di capperi d’una ricetta, – che il concetto di “una manciata” non gli pareva adeguato – quindi m’illustrò le dimensioni di una nave da crociera ancorata al centro del porto. Prima dragavano il fondale – mi ricorda – e alle banchine ci stavano pure quelle. Ora, al massimo, attracca uno yacht di lusso, o un peschereccio malfermo, tutta roba che pesca poco di chiglia. Poi, si cheta, smette di sbiascicare confusioni, riacquista rigidità semantiche: “Che io sono stato un coglione, – mi dice – con l’oro in bocca che avevo ad ogni giro di sguardo, mi sono consumato di lavori forzati. Ma tu sei più coglione di me, che pure lo fai, con l’esempio di quello ch’è diventato tuo zio”.

Divorzi

Che di primo acchito mi veniva pure di dargli un po’ d’attenzione a quell’altro me, di mettermi a parlare financo io di green pass, di vax e no vax. Che lui se ne fa cruccio. È che poi io non ci ho i titoli, e mi pare che l’ho detto che manco quelli di coda m’appartengono. Lui s’è fatto studi, e s’avvede che certi soggetti in giro s’assumono, per sé medesimi, aura di scienziati che gli viene di supporre, invece, che si sono presi la laurea con la Scuola Radio Elettra. Pure ce n’è di tali che la scuola suddetta l’hanno fatta per davvero, lì si sono fermati, e però parlano da candidati Nobelissimi. Che me l’ha detto mio cugino, che tengo un cognato che m’ha riferito. E lui mi viene a dire che gli pareva già strano che, al barrino del secolo andato, c’era gente che dettava la formazione a Valcareggi, che il montante di Marvin non valeva le danze di Ray Sugar. M’è toccato di porgli un freno, che già s’arrabatta male per il tutto d’intorno, non si dà tregua, s’angustia a sommo del petto. S’arrovella che il sotto traccia rimane tale, che non c’è spiegazione e commento del grave gravame che su tutti incombe, oltre la scorza e pure dentro. Che il fuscello pare albero piantato in terra, per radici profonde, che il tutto si palesa in niente ed il niente, di converso, s’atteggia a maximus. E io gliel’ho pure detto che merita si butti di piatto, che la smetta. Che certo, io parlo bene, che sono nessuno, mi dice. Ma dopo tanti anni di convivenza, io mi sono accorto d’essere pigro e m’assecondo, ma lui, invece, che pure tale è, non s’arresta manco a sparargli. Eppure anch’io, come lui, ho un sacco di cose da fare. Ed è questo che contraddistingue un pigro autentico. C’è una masnada di sciagurati perditempo che ciondolano senza intendimento alcuno, che si fingono indaffarati. Un pigro autentico è un’altra cosa, non è uno che non ha niente da fare, piuttosto da fare ne ha parecchio, ma passa pezzi consistenti del suo tempo ad evitare di farlo. È studioso attento dei percorsi, delle trame più o meno oscure del mondo che l’avviluppa. È capace, con la tenacia e la pazienza del pescatore, o del cercatore di funghi, di trovarne la soluzione nel non trovarne alcuna, nel mettersi in disparte, nel farsi gloriosamente nessuno. Questo mi piacerebbe che facesse, provo a traviarlo. Butto l’esca e me lo porto in giro senza muovere muscolo e piede, per vicoli solitari di lentezze e silenzi, che il dettaglio dà sempre quell’opportunità d’indugio che ti proietta nell’ozio totale e totalizzante.

Mentre godiamo, pro tempore, della nostra – finalmente – fissità ambulante, gli ricordo una cosarella che abbiamo scritto insieme tanti anni fa, quando ancora c’eravamo accomunati d’una qualche verve altra: “Perché cercare di capire adesso? Saranno le mie dita sottili o il profumo d’acqua e limone o gli occhi di una gatta che ha molte vite e poche spiegazioni da dare a stimolare curiosità ottuse? Pensa ciò che vuoi e dibattiti finché ti pare, agitati nella rete immaginando di essere l’ultimo o forse il primo e l’ultimo o solo uno dei tanti che riceve il trattamento speciale riservato a chi mi pare. Condurrò le danze e continua pure ad ascoltare ogni mio movimento, se ti riesce di cogliere qualcosa che possa darti risposte a domande che, come è chiaro, non sai porre. Perché non ne riconosci la troppa obliquità, la loro essenza di linee sghembe rispetto ad ogni risposta. Seguimi, adesso, approfittando della mia voglia di farti da guida prima che abbia un ripensamento, e ti abbandoni sulla riva di un acquario da dove potrai immaginare di cogliere ogni piccolo dettaglio dei tuoi naufragi. Dimentica la città-zoo. Non cercare vie di fuga diverse proprio ora che ne hai una vera. La tua ricerca rischia di essere vuota come le tue non-domande. Non ha conclusioni assolute ed interpretazioni oggettive, anche se ciò che è oggettivo è solo tale e quale a se stesso, quindi ancora insufficiente a garantire risposte. E smettila di girare intorno al problema, avvitandoti penosamente in un auto-assedio circolare. Il progetto circolare ha una sola tangente, e certo in quel punto dove s’afferma la prospettiva obliqua e angolare. È lì il quid del verso non sai cosa, verso non sai dove, la traccia della fuga dall’orbita scontata. Il cerchio è solo la banalità dell’opinione diffusa, del mi lascio tutto dietro, il punto d’accumulo orribilmente affollato. Vuoi forse un po’ di coda al casello? Vai pure, se è così, continua a girare solo intorno al centro svuotato. Ma se mi segui io lo riempirò di me sinché non esploderà lasciandoti senza cerchio e senza ingolfate prospettive, finalmente in fuga tangente e solitaria”.

Quindi scavo sul fondo di valigie disfatte da tempo, dove giacciono, giammai dimenticate, un paio di bottiglie di vino aspro e robusto. Le faremo fuori stasera, per accompagnare quel colpo di genio assoluto d’antica saggezza popolare, gli spaghetti al “sugo finto”, dove la carne è surrogata da semi di finocchietto che, per memoria esperienziale, riportano al gusto suggestivo di certe salsicce.

Ah, sul fondo della valigia ho altre cose, certo, cose che non occupano spazio, ricordi, note a margine, in ordine sparso. Pure mi sorge spontanea la domanda, mentre il soffritto per il sugo finto mi tiene vagamente impegnato insieme alla prima bottiglia: ma se decidessi di chiedere il divorzio dal cervello, quante possibilità avrei di vedermelo concesso? Senza dover pagare alimenti, intendo.

A Love Supreme

Il mio compito di musicista è trasformare gli schemi tradizionali del jazz, rinnovarli e soprattutto migliorarli. In questo senso la musica può essere un mezzo capace di cambiare le idee della gente”. (John Coltrane)

Sono passati quasi sessant’anni da quando esiste A Love Supreme, il brano più iconico dell’intera discografia di John Coltrane. Impulse pubblicherà, questo 22 Ottobre, la registrazione di una ormai mitica performance al club The Penthouse, a Seattle. Al Classic Quartet, la formazione tipo con cui Coltrane si esibiva, con McCoy Tyner al piano, Elvin Jones alla batteria, e Jimmy Garrison al contrabbasso, in quell’occasione – ed in altre a seguire – si aggiunsero il sax tenore di Pharoah Sanders (considerato il suo erede naturale insieme ad Archie Sheep), il contralto di Carlos Ward, ed il contrabbassista Donald Raphael Garrett. Roba che, se fosse Fantacalcio, si vincerebbe facile. Seppure ne esistano dal vivo numerose altre registrazioni, questa di A Love Supreme assume una rilevanza del tutto particolare, poiché Coltrane non riprodusse quasi mai dal vivo l’intera suite in quattro movimenti proposta nella prima edizione in studio. La registrazione – privatissima – è rimasta pressoché sconosciuta, se non a pochi fortunati eletti, poiché gelosamente custodita nella collezione privata del sassofonista Joe Brazil. Tuttavia, ogni singola versione di A Love Supreme non appare come semplicemente riproposta o, a seconda dei punti di vista, rinata, sembra piuttosto proseguire in un loop vertiginoso e definitivo, come se non smettesse mai di riprodursi all’infinito, come non avesse inizio, pure fosse senza fine. Riparte, piuttosto, da dove s’era interrotta l’ultima volta, s’arricchisce d’arabeschi orientali, di pulsioni identitarie, di spirito e corpo. Concepita come opera spirituale, religiosa, travalica le dimensioni consuete della liturgia e diviene immanente, materica, palpabile. Dentro c’è la storia del Jazz, il blues, l’estasi quasi orgasmica del Gospel, le atmosfere soffuse e dilatate del jazz modale, le feroci improvvise staffilate del free. A Love Supreme è opera politica in senso stretto, ne recupera, potremmo dire, l’etimologia più pura, dal concetto stesso di Polis. Pure, in questo senso, è opera eversiva, anche qui nel senso più autentico dell’e-vertere latino, il cambiare direzione radicalmente. Va oltre il senso d’una ricerca interiore, d’una esecuzione perfetta – che con quel po’ po’ di band non doveva essere nemmeno complicato si realizzasse a livelli elevatissimi -, ma avvolge chi l’ascolta, lo trascina dentro una nuova consapevolezza, rendendolo partecipe di un progetto umano evolutivo, ancor prima che musicale. Il sax di Coltrane, ben prima che si concluda la prima parte, Acknowledgement, è strumento d’un afflato comunitario, penna d’abilissimo narratore. L’omaggio a Dio è al contempo inno ad un’umanità ritrovata, o forse sperata, abbraccio di fratellanza, fusion tra corpo ed anima, tra trascendenza e sangue e sudore. Il tappeto ritmico, potente ed ossessivo, ipnotico, appare letteralmente straziato dalle note tirate del sax. Sensazioni distanti, pacate meditazioni, ed urla lancinanti di dolore, si susseguono senza soluzione di continuità, creando una fitta rete emozionale che non è mai contraddizione dicotomica, piuttosto rappresentazione di un complexus sorprendente, dove ogni dettaglio, la meno percettibile sfumatura, ha un ruolo determinante nel definire una narrazione epica.

Non resta che attendere con ansia questa registrazione, poiché è proprio nella natura dell’opera che sia presente un pubblico che vi interagisce emozionalmente e che dialoghi con musica e musicisti, che divenga contrappunto necessario alla partitura della prima incisione in studio, perché questa prosegua il suo intenso ed indefinito viaggio di scoperta e trasformazione.

A Love Supreme: Live in Seattle (Impulse! Records/UMe)

A Love Supreme, Pt. 1 – Acknowledgement (Live in Seattle/1965)

Interlude 1 (Live in Seattle/1965)

A Love Supreme, Pt. II – Resolution (Live in Seattle/1965)

Interlude 2 (Live in Seattle/1965)

A Love Supreme, Pt. III – Pursuance (Live in Seattle/1965)

Interlude 3 (Live in Seattle/1965)

Interlude 4 (Live in Seattle/1965)

A Love Supreme, Pt. IV – Psalm (Live in Seattle/1965)

Recorded by Joe Brazil at The Penthouse, Seattle WA.

Osso, Mastrosso e Carcagnosso (prima parte)

Mi decido, quasi per celia, a pubblicare una serie d’appunti, derubando studi assai più precisi in qui e in là. Roba per ragazzi delle scuole, mica per grandi scienziati sociali e politologi, nemmeno per giuristi raffinatissimi. Come sarà chiaro a chi legge, non si tratta d’uno scritto che ha respiro storico fondamentale, che io quello non lo so produrre. Nemmeno voglio intromettermi in una discussione che riguarda fatti recenti e su cui ognuno può farsi l’idea che gli pare. Io la mia ce l’ho, ed è tale che, quanto accaduto appena qualche giorno fa, non m’è affatto di stupore. Mi pare, invero, sia solo la conseguenza di una storia lunga e complessa. E se Giovanni Falcone sosteneva che la mafia è una cosa degli uomini, e che quindi ha un inizio ed una fine, io certo non mi permetto di dissentire. Tuttavia mi permetto di sussurrare, sommessamente, per quello che ho visto ed ascoltato – e mica da una sola campana – che mi pare più probabile che la mafia finirà proprio insieme a tutte le altre cose degli uomini. Vi propongo questa cosa a spizzichi e bocconi, forse manco tutti uno dietro l’altro, pur se proverò a seguire un qualche filo temporale, sempre nei limiti del me “nessuno”, che non sono nessuna delle cose di cui sopra, manco un accademico di un qualche miserrimo rango. Come ben potete immaginarvi, non godo di pulpiti, che sempre nessuno resto.

Dapprincipio fu il verbo

La mafia è un fenomeno complesso, mica un’accolita di teppistelli, ma nemmeno un’orda di barbari incapaci di intendere e volere, piuttosto un insieme di organizzazioni criminali che operano all’interno di un sistema di rapporti, che svolgono attività violente e illegali, ma anche formalmente legali, finalizzate all’accumulazione di ricchezze e all’acquisizione e gestione di posizioni di potere. Ha un codice culturale e gode di un certo consenso sociale.

La storia della mafia è fatta di continue metamorfosi, trasformazioni radicali che l’hanno adeguata ad altrettanto mutevoli contesti storici, culturali, sociali, politici ed economici. Si passa dai fenomeni embrionali, tra il XVI ed il XIX sec., alla mafia agraria, attiva dall’Unità sino agli anni ’50 del XX sec.; negli anni ’60 del secolo scorso diventa urbano-imprenditoriale, quindi si arriva all’oggi d’una penetrazione capillare nel mondo finanziario.

Ai tempi di Federico II si parlava già di “bravi” (grosso modo ascrivibili a quelli di cui parla il Manzoni) ingaggiati dai baroni per seminare terrore nelle campagne. Continuarono a farlo per feudatari e latifondisti in epoche più recenti, al cui soldo stavano gabellotti e picciotti vari, con i quali si tenevano d’occhio i contadini perché non protestassero troppo, ma pure per darsele tra loro.

Nel 1531, un funzionario scrive a Carlo V, poiché aveva questa strana sensazione che la giustizia colpisse solo i “panni bassi” mentre i delitti più gravi vedevano i responsabili passarla liscia. Allora vi fu il “curioso” accadimento di un magistrato ucciso da sicari che godevano della protezione del vicerè, e pare che questi ricevesse regalie varie per intercedere in favore di criminali. Ovvio che tutti se ne stavano zitti davanti ai crimini, diventando omertosi, che avevano abbastanza eloquentemente la percezione di una giustizia che, più che dea bendata, pareva ninfetta ciecata.

Nel 1543, qualcuno si sveglia, si rende conto che le cose non vanno proprio per il verso giusto, e decide di peggiorarle, istituendo le compagnie d’armi: queste erano composte da un capitano e da dieci uomini, all’uopo selezionati con cura tra violenti e pregiudicati. Tali masnade di “benemeriti” della società, avevano il compito di perseguire i delitti. Nel 1563, un documento ufficiale recita che il “Regno si sente molto gravato dal comportamento di questi”. E proprio tra questi s’appresenta come temibile certo Mario de Tomasi, che accumula ingenti fortune e s’offre in sposo a una nobildonna con cui darà vita alla stirpe dei Gattopardi. “Tutto cambia perché niente cambi”, scrive Tomasi di Lampedusa, e, aggiunge, con l’Unità d’Italia gli sciacalli, cioè i borghesi, hanno preso il posto degli aristocratici. Chissà se s’era avveduto del suo avo.

Nel 1576 un documento, riferendosi alle attività della “Vucciria” di Palermo, recita: “nelli macelli non si macella quasi carne alcuna… dandosi commodità alli mali homini che arrobano detti animali di potere coprire i loro latrocinii per questa via”. Dette carni venivano vendute in monopolio con la complicità delle autorità locali. Ancora nel 1773 si scrive: “… nel caso che i proprietari delle bestie accettino di pagare un riscatto per le bestie rubate, soglonsi dividere tutto tra ladri e capitani”. Girolamo Colloca, il “re della Vucciria” vanta tra i suoi protettori il Duca di Medina ed il Duca di Terranova. Nel 1675, un certo Francesco Greco, denunciò fatti di crimine legati a questi traffici illeciti. I sicari che lo indussero al silenzio più definitivo godettero di assoluta impunità.

Pari pari procedeva l’Inquisizione, una vera e propria organizzazione mafiosa, che ha avuto un ruolo fondamentale nell’istituzione della prassi dell’impunità. L’organizzazione contava in Sicilia su un esercito di circa 30.000 “familiari”, un corpo “scelto bene” di “santissimi ed onorati” uomini di fede, che godevano di un foro privilegiato e che misero su un produttiva fabbrica di delinquenti. Verrà abolita da Caracciolo sulla strada delle sue riforme contro il potere feudale e mafioso nel 1782.

Ovvio che se non ti comporti proprio bene bene, e qualcuno te lo fa notare, magari togliendoti quell’impunità di cui godevi, allora ti metti a dire che sei stato frainteso, che quello che fai è per il bene della società, che sei un filantropo, ti cerchi alleati, consenso, che le bastonate che davi non ti sono sufficienti (cose d’altri tempi, no?)

Così, questi protomafiosi, attingono, che ne so, al mito dei Beati Paoli per spacciare la propria organizzazione come nata per rendere giustizia ai poveri ed agli oppressi. Si racconta, allora, in un mito che mescola delitti d’onore, omertà e religione, che tali Osso, Mastrosso e Carcagnosso, rappresentanti di Cristo, San Michele e San Pietro, braccati da infame sbirraglia, si rifugiano a Favignana dopo aver vendicato una sorella violentata, e lì, travolti da questo desiderio benefattorio, fondano mafia, ndrangheta e camorra.

Caracciolo lascia memoria delle sue riforme agrarie che, in talune parti di Sicilia, cominciano a far vedere i loro frutti, e arrivano peraasino all’abolizione dei privilegi feudali. Questo, certo, non è che faccia un gran piacere ai poveri ricchi latifondisti, che a colpi di gabellotti e, sempre godendo di certa accondiscendenza da parte delle autorità locali borboniche, si difendono come possono. Comunque, contenti non sono. S’aspettano di essere liberati dall’infame giogo. A questo si aggiunge che bande eversive scorrazzano qui e là. Ce n’è una, di cui si parla già nel 1838, che si faceva chiamare Sacra Unione, la cui beatitudine era garantita dal fatto che a guidarla fosse un prete, e che praticava l’abigeato su vasta scala, protetta da autorità e proprietari. A questo punto la Sicilia si prepara ad affrontare lo sbarco dei Mille, che davvero non se ne poteva più. A sancire la nuova era, tra le fila dei Garibaldini sono anche Giovanni Corrao e Giuseppe La Masa, che arruolano i “picciotti” per la conquista della Sicilia. Le richieste dei bistrattati possidenti trovano accoglienza presso i capi garibaldini che, a Bronte, soffocano nel sangue la rivolta contadina contro i latifondisti. Il nostro eroe nazionale Nino Bixio in persona, ordina di sparare sui contadini che s’aspettavano d’essere liberati dal giogo feudale del Duca di Bronte, tale Nelson, erede dell’ammiraglio. Questi s’era acchiappato il posto, spaparanzandosi in una stupenda abbazia, poiché Ferdinando IV gli era riconoscente assai per aver ordinato l’impiccagione d’un altro Caracciolo, tale Francesco, abile navigatore e un poco troppo idealista, che coi Borbone aveva un qualche dissidio. Bixio, in quell’occasione, fece fucilare pure lo scemo del villaggio che, incautamente, s’era messo a gridare “Libertà, libertà” alla vista dei garibaldini. Ce l’ha raccontata Verga questa storia, in una novella che si chiamava proprio “La Libertà”. Ma se qualcuno si permette di rimettere in discussione la natura etica del Risorgimento, in tutte le sue componenti, ivi compreso sottintendendo malevolmente che un eroe quale Nino Bixio fosse una specie di mercenario al soldo degli inglesi, come sostengono certe malelingue, lo impicco ad un pennone più alto di quello destinato a Francesco Caracciolo.

I Savoia, comunque, dopo l’obbedisco, decisero, per spirito unitario, di non far rimpiangere i Borbone, scavalcandoli persino in talune scelte a sostegno dei poveri latifondisti e dei picciotti al loro soldo. Cominciarono a sparare ad alzo uomo sulle riforme agrarie di Caracciolo (il vicerè), e proibirono ogni genere di coltura fosse pure di puro sostentamento ai piccoli proprietari contadini, a favore della monocoltura cerealicola. I generosi latifondisti si poterono riprendere cosi con generosi tozzi di pane le terre a loro “ingiustamente” sottratte dal vil volgo bracciantile. Se era il caso qualche osso spezzato o, nei casi più ostinati, qualche strategica sparizione nelle vaste campagne incolte ai margini dei poderi, serviva a garantire il passaggio di proprietà meglio d’un atto notarile. Ma i contadini, rozzi quali sono, anziché abbozzare, ammettendo la propria inferiorità umana, morale e materiale, cominciano ad organizzarsi e creano le Leghe dei “Fasci” (che nulla hanno a che vedere, se non nel nome, con certi ventenni). Un movimento vastissimo, per un terzo costituito da donne (altro che quote rosa, queste spudorate) che si organizza per resistere al sopruso mafioso ed istituzionale. Il 4 gennaio 1894, il capo del governo italiano, l’ascaro Francesco Crispi, già eroe dei Mille, decretò lo stato d’assedio, violando lo Statuto Albertino (non ci sono testimonianze che i Savoia si siano stracciate le vesti) che lo prevedeva solo in caso di presenza di invasore straniero, e diede pieni poteri civili e militari al generale Morra di Lavriano per mettere a ferro e fuoco l’Isola e sciogliere i Fasci Siciliani. Centinaia di persone furono trucidate dal fuoco incrociato di mafia e forze dell’ordine, migliaia incarcerate e decine di migliaia fuggirono dalla Sicilia. Scrive Antonio Labriola (Roma, 10 aprile 1894): “Fino ad ora la parola di un italiano non poteva essere che modesta, anzi modestissima, nei rapporti del socialismo internazionale. Tutto al più avea valore di convincimento personale, o di promessa e di speranza da parte di pochi precursori liberamente o spontaneamente associati. Mancava il fermento della massa proletaria, che risultasse dal sentimento si una determinata situazione economica.

Ora ciò e cambiato. Coi tristi casi di Sicilia il proletariato è venuto su la scena. Questa è la prima volta in Italia che il proletariato, con la sua coscienza di classe oppressa e la sua tendenza al socialismo, s’è trovato di fronte alla borghesia.

Alla prima mossa è succeduta rapida la repressione. Ma ciò non rimarrà senza effetto. Gli stessi errori commessi serviranno di ammaestramento. La stessa borghesia, che per difendersi ha bisogno di reprimere, fa da maestra.

D’ora innanzi non ci sarà che progresso. Il socialismo, come forza impulsiva, investirà la massa proletaria.

Cinquant’anni fa C. Marx ha detto (- ripeto il senso non le parole -) che non importa guardare a quello che il singolo proletario pensa o dice, né a quello che tutti i proletari pensano o dicono, ma a quello a cui sono necessariamente portati dalla loro stessa situazione. L’Italia di ora lo conferma”.

Parole a vuoto quelle di Labriola.

Sul finire dell’800, i delitti di mafia rimasti impuniti, riguardavano anche rappresentanti delle istituzioni. Tra questi, nel 1893, quello di Emanuele Notarbartolo, già sindaco di Palermo che, da direttore del Banco di Sicilia, si era opposto a certe poco chiare manovre speculative. Viene incriminato come mandante dell’omicidio Raffaele Palizzolo, deputato legato ai mafiosi. La sentenza contro di lui venne annullata a Firenze per un vizio di forma. Al suo rientro fu accolto come un eroe per la mobilitazione dell’associazione Pro-Sicilia, di cui faceva parte e ne era tra i fondatori, l’antropologo Giuseppe Pitré. Nello stesso periodo il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi pubblica una relazione in cui descrive nel dettaglio l’organizzazione criminale mafiosa. Quel rapporto rimarrà lettera morta e l’interpretazione della mafia come struttura unitaria, gerarchica e organizzata, con un vertice da cui dipendono le realtà locali, verrà ripresa solo dopo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta.

E per ora mi fermo qui, che la storia è lunga assai. Alle prossime puntate il resto di questo avvincente (o avvilente, non mi ricordo più) racconto.

Bacio le mani a tutti

P.S., Domani è il 9 ottobre, c’è una ricorrenza di cui lascio traccia musicale.

Sit down, please

Insomma, c'è quell'altro me che mi trascina in mille rivoli d'impegno. Che io glielo dico sempre che non è cosa per me e, sotto sotto, so pure – e anche lui lo sa, anche se non l'ammetterebbe nemmeno se lo lasciassi a pane e acqua (e passi per il pane, ma l'acqua e basta...) – che non è cosa manco per lui. Però c'è il lavoro, il sindacato, quelle due o tre cosarelle – come dice lui, ma risultano a me più di tre o quattro – che ci tengono sotto pressione. Per cui il blog non è che me lo coltivo come vorrei, che è cosa che, invero, mi piacerebbe fare. E sempre si corre a destra e manca, che, al massimo, posto quando mi capita, quando posso, sempre assai meno di quanto m'aggraderebbe. E ciò attiene alle ragioni per cui queste pagine esistono da un anno e mezzo circa. Qua e ora, pure se non richiesto, di questo tempo mi farei un bilancio piccolo piccolo, niente di serio, che coi bilanci non ho pratica. Insomma, io che coi social e la rete ho la stessa dimestichezza d'un alcolista con le dame di San Vincenzo, ad un certo punto mi faccio casa virtuale. Ci pensai che c'era il lockdown, ma quello è fatto accidentale, che l'esigenza era altra. Mi dovevo riprendere una rivincita sullo scrivere, che ce l'avevo con lui. Perché fra me e lo scrivere s'era stabilito un malinteso grosso come un palazzo. 
M'ero fatto persuaso che valesse la pena di scrivere se potevo farlo alla grande, se con quello non facevo prigionieri. In seconda battuta, potevo farlo per camparci, nel qual caso potevo anche indugiare in minchiate, e questo è quello che avevo fatto per anni, scrivere minchiate, intendo - che se ne andavano a ruba –, mentre, se qualcosa “alla grande” avrò scritto, non se ne sono accorti che in tre o quattro, pure scimuniti peggio di me, autentici nessuno senza arte nemmeno parte. Così non m'avvidi che di una sola soluzione: smettere, dimenticarmene. Stessa cosa feci con la fotografia, mi vendetti persino la cinghia della macchina fotografica, financo accettai la prima offerta, talmente pessima che non mi misi nemmeno a trattare, che era sopraggiunto l'estasi del sommo disgusto. Peggio ancora feci, fuggii addirittura dai luoghi dello scrivere, mi feci romita lontano dallo scoglio che mi diede natali. Alla soglia di Nettuno, sostituii le visuali di stimmate di Santo. E ad ogni tentativo di riprendere penna in mano, cascavo nello sconforto del “che senso ha?”, che non mi legge nessuno. Poi, fu fortuna – che non so spiegare - sopraggiunse il giorno del “chi se ne importa”, come fece Rosa, dunque, non del “chi se ne frega”, che ad altri confà di più. E qual solluchero nello scoprirmi di nuovo a scrivere, senza manco pensarci se bene o male, al come mi viene viene, al quello che esce esce, di getto, di brutto, d'istinto, solo per me, al più per i miei sassi. Che meraviglia riscoprirsi nessuno a scrivere, nessuno a leggere. Appagare questo nessuno per il semplice gusto di farlo, come si tracanna dalla coppa degli dei. Scoprire che non ci sono controindicazioni, nemmeno effetti collaterali. Scoprire che, se ti rilassi, e fai che t'aggrada davvero, senza pretendere altro se non quello in sé, è misterioso il risultato. Già, e sorprendente e misterioso premio che mi veniva dal rileggermi i commenti degli ultimi post, tanti assai che manco m'immaginavo (grazie di cuore, dunque, a chi ogni tanto passa da qui). Botte e risposte, divertite, garbate, che là fuori c'è un tasso di violenza che non capisco, di veemenza crudele, di sconforto collettivo – preciso che nemmeno io sono un ottimista d'acchito -. Che è tutto urlato, che pare di sentirle le urla che t'assordano pure in certo scritto, sbavante di rabbiose certezze, faziosità definitive, condanne sommarie. E qui invece mi pareva che c'eravamo messi fuori la sedia nei cortili lontani della mia isola, per cogliere la brezza che viene dal mare e stempera la calura dello scirocco. Che profumo di chiacchiere col fiasco sul gradino. Mi ricorda pure quando, nemmeno troppo tempo fa – un paio d'anni o tre al massimo – trovato lo slarghetto sui gradini d'un sagrato, con la banda dei soliti, valutando il deserto d'intorno nella notte, lontani dalle consuetudini, tirammo fuori la chitarra per strimpellare antiche delizie di commozione. Per prima s'affaccio' l'anziana signora, e si sedette ad ascoltare, “suonate, suonate, ragazzi” (sentirci appellati ragazzi ci fece un qualche effetto). Poi la ragazza venne a passo svelto verso di noi, sbucata dal palazzo che immaginavamo disabitato, come il tutto d'intorno dirupato. “Ne avete ancora?”. Che la vecchia amica rispose con garbo di mortifica che saremmo andati via subito, che non volevamo disturbare. Quella, invece, chiese un attimo e sparì dentro il portone scorticato, per riapparire con tanti bicchieri quanti ne bastavano e più bottiglie degli stessi, “Che anch'io voglio cantare”, disse, senza pubblico pagante

La cerniera (reloaded nel buio)

Io i post me li penso da me, ma poi me li mette dove devono stare quell’altro me che forse ho invaso (o che m’ha invaso lui, nel tremendo gioco dell’uovo e della gallina, non lo so). Ora, quell’altro me dice che ha problemi con gli occhi, non ci vede bene, causa un reverbero prolungato, un uso smodato di cellulari e terminali di PC. Insomma, non l’ho potuto disturbare, così passo da qui dopo tempo immemore, e manco so quando ci ritorno se perdura la cosa. Pure non gli posso chiedere di sforzare povere pupille affaticate, che poi non lo farebbe. “Ripubblicati”, mi dice. E così faccio, pure che cose da dire ne ho assai. Ma questa ve la ridico volentieri, che già marciamo verso lo stacco della spina al nostro armamentario di macchinari per cure palliative, che fanno finta di tenerci in vita come specie biologica.

“Me ne avvidi un giorno, uno solo per fortuna, come quel “c’era una volta” non additabile al tempo che fu, piuttosto all’unicità dell’accaduto. Ed era quel giorno che, dirimpetto al blu, m’ostinavo, sforzando gli occhi a ruga, a scrutare oltre la curvatura dell’orizzonte, sì come la vista potesse curvarsi per andare verso quell’oltre. M’avvidi di come quella lastra appena screziata di schiuma, come l’ardesia si tinge del gesso, fosse la cerniera che unisce civiltà e deserti, caldi opprimenti e favole nordiche di ghiaccio, suburbie tormentate e foreste lussureggianti, umanità stanche e civiltà morenti, giovani con gli occhi della speranza e vecchie incurabili disperazioni.

Ma dubbio non ce n’era, era la scoperta dell’acqua calda, anzi, dell’acqua salata, che a questo serve il mare, a mettere insieme, congiungere. E se c’è qualcuno di supremo, ce l’ha messo davanti per questo. Pure, sono propenso a pensare che il supremo non vi sia, e che se è lì quella vertigine blu lo è per scelta sua, all’uopo, appunto. E a noi non rimane che prenderne atto giacché così è, per fortuna nostra, una volta tanto. Poi, è vero, si mette a giocare a rimpiattino con chi lo scruta, si nasconde una parte segreta e lontana, curva dietro l’angolo, s’appronta alla sorpresa, te la fa emergere di botto, fosse una cannoniera di Sua Maestà o la feluca di miserabili pescatori scalzi, la zattera d’un naufrago o la crocierona dell’inchino, fosse anche solo la bottiglia col messaggio di papiro con l’”Help me.. per favore, non venitemi a cercare che qua sto bene”, o lo Tsunami che si riprende il mal tolto. Modella gli scogli con trama d’artista, forse per vezzo, talvolta per rabbia d’incomprensione, s’accolla fatiche antiche e ne restituisce d’altre con interessi da compro oro a strozzo. Se decidi che lo percorri lambendone le propaggini più interiori, e lasci orme sulla spiaggia nella speranza del ritroso, s’avviluppa su se stesso, quindi si rialza e ti cancella il passaggio, in una notte che ingoia la luna oppure in un mezzogiorno di fuoco e scirocco, meglio di libeccio, quando pare si faccia asciugacapelli a risparmio energetico. Cerniera, sì, che unisce due lembi che si cercano, come anime perse, che si annusano, si scrutano, e come innamorati aspettano l’una la prima mossa dell’altro, oppure, nel viceversa dell’ammiccamento, manifestano la certezza dell’incontro. Cerniera che salda le attese, e non le rende vane, semmai ne amplifica il senso definitivo oltre il tempo, le mostra quali essenziali vertigini della giostra a scapicollo. Cerniera del vedo e non vedo, che ti lascia il senso della scoperta e dell’approdo indefinito nella terra – forse – promessa, certo ritrovata. Ed è vero che, nell’intimo, poi uno le cerniere può aprirle, separare i due lembi, nell’intimo è cosa che si fa, pure con un certo segno di svago. Ma in pubblico, al più mostri le vergogne tue o d’altri. E ci sta che poi qualcuno se lo ricorda, e, passeranno mille mila anni, sghignazzerà per l’improbabilità di quel gesto contro la natura delle cose”

Artists only

Le città, talvolta – spesso, invero – paiono ventri ampi, pieni di interstizi misteriosi. Più sono moribonde, più aggrovigliano viscere, le espandono, pare lo facciano apposta, per confondere l’anatomo patologo dell’autopsia, che poi, a sopraggiunto decesso, deve scrivere qualcosa sul referto: arresto cardiaco, aneurisma, no, stipsi furibonda e definitiva. Tra gli interstizi si trova di tutto. C’è caviale e champagne, pure lustrini e splendori prêt-à-porter,, schifezze indigerite se ne trovano a iosa. Un mattatoio si colloca lontano dagli occhi, che l’orrore del fiume rosso non turbi occhi innocenti a desco su braciole. Poi capita che si dismette, si lascia lì, appunto, ai margini delle viscere.

Ne ho visto uno proprio ieri, solo che, morto come fabbrica di frammenti cadaverici, poi s’è resuscitato fabbrica d’arte, di gioco, di colore. C’entro, me lo giro sin dove posso. C’è ancora tutto quello che era, le passerelle per gli animali, in acciaio, i frigoriferi, magazzini, gabbie. Solo che ora è pieno d’altro possa sembrare più lontano. Maschere, dipinti, murales, statue e terracotte, sono ovunque, pure un palco, gatti, piante.

Tutto si ricompone in un caos sorprendente, generativo. M’accolgono Marco e Pamela. Pamela fa ceramiche, dipinge, crea costumi e maschere per carnevale con quello che raccatta e per i bambini: “per quelle puoi venire anche tu”, mi dice ridendo.

Marco, mezzo belga, per altra parte della Toscana dei cavatori, m’accompagna in giro. Faceva il decoratore, mi racconta di sé, mi mostra le sue cose, splendide, materiche. Ne ho viste di croste esposte in gallerie, gente quotata (ah, il mondo dell’arte, ops, dei critici, del mercato, delle prebende, la prima m’era scappata, me ne scuso). Mi dice che l’arte è morta per i più, che non si riesce a viverci, mi dice cosa gli piacerebbe fare, di quel posto che presto non ci sarà più.

C’è un senso di abbandono, ma a me piace quella strana atmosfera che trasuda dalle pietre, dai ferri arrugginiti, dalle assi di legno consunte, dalle piante che si riprendono spazi, ti riporta a dialettiche materiali, atti creativi. Lì sono rimasti in quattro che reggono come possono. Sanno che dovranno andarsene, fare altro, da soli non ce la fanno, né hanno più voglia di far guerra ai mulini. Si sono scordati di loro, col Covid è andato in malora quello che già non era messo bene. Ci avevano lavorato parecchio, pagato le bollette ci facevano teatro, concerti, mostre, attività con i bambini. L’area però è stata destinata ad un piano di riqualificazione. L’arte, è ovvio, non è qualificante, nemmeno riqualificante. È storia concreta questa, storia d’una civiltà che ha deciso di staccarsi la spina da sola, mi passa per la testa mentre ci salutiamo e ci diamo appuntamento per parlare ancora tra qualche mese. Questo è il paese delle apericene, che deglutisce amaro per le discoteche che non aprono. Che non s’avvede delle botteghe morte, delle osterie abbandonate, delle fabbriche dismesse, volumetrie utili a palazzinari. È il paese che s’assembra, che non ascolta, che non racconta, non parla. È il paese che brucia, che le mostre sono un parco auto nella Motor Valley, che il ghiaccio si scioglie perché l’aria condizionata non funziona. È il paese che si riqualifica, che cresce, la locomotiva dell’UE, lancia in resta, collezione di medaglie.