Critica del regresso formale

Quando addivenni ad assecondare l’idea di questo blog, m’ero, per così dire, lasciato irretire dall’idea d’uno spazio statutariamente ed esclusivamente diaristico, un esatto contraltare per cose assai più serie (meglio sarebbe, però, appellarle quali seriose) altrove ubicate, opera d’un me con nome e cognome e non di questo me “nessuno”. Questo l’intendimento primigenio nella creazione del refugium peccatorum. Capita, tuttavia, che ci si trovi utilmente stimolato ad altro, indotto a mischiare le carte. E così, l’amica cara che ti riporta l’irrequietezza per uno studio recente, t’accende la miccia. Per farla breve, dagli scienziati del Ragnar Frisch Centre for Economic Research, in Norvegia, giunge voce che lo slancio dell’Effetto Flynn, quello della crescita vertiginosa, sin dagli inizi del ‘900, del Q.I. mondiale, pronto ad incontrarsi con l’infinito, in realtà avrebbe raggiunto il suo picco già negli anni ’70, per poi iniziare un lento, inesorabile declino.

È vero che vi sono studi persino precedenti a quelli di Flynn, che ci raccontano dell’inadeguatezza del Q.I. poiché questo sarebbe in grado di misurare, e pure in modo assai poco efficace (presuppone elementi culturali di partenza con approcci estremamente astratti, appannaggio esclusivo di certi ambiti sociali, e non per castighi genetici) solo talune intelligenze, per intenderci, al più quella linguistica e quella logico-matematica. Ed invece, la teoria delle intelligenze multiple ne evidenzia almeno altre cinque: l’intelligenza spaziale, l’intelligenza interpersonale o sociale, l’intelligenza introspettiva, l’intelligenza cinestetica o procedurale, l’intelligenza musicale. Dunque, la consapevolezza dell’esistenza di approcci più complessi, in qualche modo, dovrebbe ridimensionare la portata degli studi norvegesi, rendendoli meno drammatici. E questo a primo acchito. Ma non me ne sono fatto così persuaso, giacché, accanto ad altre evidenze, paiono dimostrarsi qualcosa di più che una semplice teoria, la banale lettura di statistiche opinabili. Nel confrontarmi con la natura dura e cruda, ancorché asettica, dei dati, mi sovviene la ricerca più di casa nostra, ma sublime nella sua accezione più pura, condotta dal mai abbastanza compianto Tullio De Mauro, circa il progressivo impoverimento del linguaggio nei giovani. Nel 1976, De Mauro condusse uno studio sui vocaboli normalmente in uso degli studenti dei ginnasi italiani: erano, allora, circa 1600. Vent’anni dopo, nel 1996, si produsse in una nuova rilevazione da cui emerse che erano crollati a 6 o 700. Mi viene l’orrifico pensiero di quante parole abbiano oggi in uso. Mettendo insieme le due cose, anche per perfetta sovrapposizione temporale, e senza citare Wittgenstein o Heidegger – in generale mi producono eruzioni cutanee – mi pare evidente che la capacità di produrre un pensiero complesso, dipenda in buona parte dal linguaggio che lo sostiene, dunque dalla sua natura articolata. Meno il linguaggio è ricco, meno efficace sarà la sua capacità di rappresentare la complessità. In definitiva, ammettendo l’esistenza di “molte” intelligenze, ognuna di queste è funzione del linguaggio con cui viene elaborata e può esprimersi. Il linguaggio complesso libera la creatività, produce ricerca di bellezza oltre i confini predefiniti del prêt-à-porter, di fatto sviluppa le intelligenze. Viceversa il suo impoverimento produce la delega ad altri del pensare. Si configurerebbe così una condizione in cui l’intelligenza non scompare in assoluto, ma si distribuirebbe in modo ineguale, diventando appannaggio di elité che alimentano la decadenza del pensiero articolato, sostenendo l’impoverimento del linguaggio in funzione di una sorta di monopolio che le porrebbe ai vertici indiscussi della piramide evolutiva. Agli altri, appollaiati sui gradini più bassi del monumento, non rimarrebbe che qualche frase sbiascicata, elaborata più con le viscere che dalla ragione. E questo sino ad una sorta di brontolio primordiale, a fonemi monosillabici e scomposti, con cui s’invoca il vertice divino perché soddisfi bisogni essenziali nemmeno del tutto consapevoli. Ammetto, seppure il mio è osservatorio ristretto, di realtà piccole e statisticamente irrilevanti, che, nel mio lavoro d’insegnante, della cosa mi pare d’essermi avveduto. Pure a partire dai libri di testo, ormai più ricchi di schemi semplificativi, mappe concettuali, immagini e patinature, piuttosto che di contenuti. E la scuola diviene valutatoio a crocette, prima ancora che luogo di formazione sociale, di esplorazione appassionata dei saperi per disvelare talenti, dunque, per liberare intelligenze. E chi insegna non è più tenuto ad insegnare bene, piuttosto obbligato a progettare, pianificare, relazionare ogni colpo di tosse, compilare tabelle in modo impeccabile, crocettare anche lui. Con l’obiettivo finale d’una pagellina, per ora limitata agli studenti, poi, per osmosi ideologica, trasferita ai docenti. Non ci ho mai creduto, ma mi rattrista che se prima ero in abbondante compagnia, in un rovescio d’AlliGalli, ora siamo in quattro, sparuti come i capelli che c’ho in testa.

Pure, per desiderio divergente, non so se avete notato – me lo evidenziava un amico che di musica se ne intende – come le lunghe suite in voga negli anni ’60 e ’70, complesse e musicalmente articolate, come pure con liriche estese e poetiche, siano state sostituite da canzoni brevissime di due o tre minuti al massimo, con quattro frasi ripetute allo sfinimento. Pare passato un millennio pieno da quando sul retro delle copertine dei King Crimson, leggevi Pete Sinfield, words and inspiration. E del resto, nei totalitarismi si bruciavano i libri, taluni si mettevano al bando, si impediva la scuola aperta e per tutti, si proclamava l’ordine rassicurante, il nemico d’orrende complessità, si invocava la sintesi, la logica del fare, dell’orario da rispettare, della disciplina. Insomma, s’ingrossavano le fila dei trogloditi alla base della piramide, persino li si rendevano felici con qualche vittima sacrificale, uno zingaro, un omosessuale, un nero o un ebreo, all’uopo un comunista. E così, con la vista oscurata dalla trave nell’occhio, non ci s’avvede che Zenone chiede la carità sotto un portico scrostato che non gli hanno dato nemmeno il reddito di cittadinanza. Pure, nell’oggi, non è nemmeno necessario mettere su le arene per il sangue dei reziari, né v’è necessità di falò di libri, arti e bellezza; basta proclamarne l’inutilità, non apertamente che si rischia la sommossa, piuttosto sotto traccia, indurre in camera caritatis qualche intellettuale supponente, mentre ai campi di sterminio s’avvia ogni ipotesi di congiuntivo.

E se invece avesse avuto ragione Lamarck? Se quella cosa secondo cui le specie tenderebbero a preservare se stesse per volontà innata? Come le giraffe che si sarebbero allungate il collo per i germogli più teneri e dolci delle fronde più alte, e le gru le zampe per non sciuparsi il bel piumaggio? Se in funzione della conservazione della specie avessimo partorito la volontà di un bel repulisti di autosterminio di massa, relegando il cervello ad organo vestigiale per la gestione delle funzioni vegetative, sostituendolo per quelle più elevate con un più adeguato social?


25 risposte a "Critica del regresso formale"

  1. Caro Giò sinceramente il tuo cappello introduce bene l’abnegazione direi ad onor del vero ad una analisi ulteriore con finale alternativo mi vorrei riagganciare a quanto letto già da tempo non breve a conferma che i norvegesi in sostanza non hanno detto tanto di nuovo. Resta di fatto che la lingua è cultura. Su questo non ho molti dubbi seppure io creda che l’arte arricchisca molto la parola scritta e parlata. Solo l’uomo è in grado di utilizzare la parola come prima forma di comunicazione.Perciò è naturale che in un tempo neppure troppo lungo l’uomo possa regredire. Ciò che mi spaventa di più è la tecnologia e la meccanizzazione di ogni forma di lavoro. Il telefono portatile perfetto le macchine perfette che non hanno però valori, sentimenti ed emozioni.In realtà mi chiedo veramente dove stiamo andando e se stiamo prendendo coscienza di quanto possa diventare distruttivo l’uso superficiale di certe “diavolerie” Quello che tu ipotizzi può essere su scala mondiale ? Anche nei paesi più poveri in assoluto hanno in moltissimi telefono cellulare abbastanza moderno la Tv e diverse altre cianfrusaglie superflue… È “strano” ma non troppo ! Vorrei tornare con calma sull’educazione,in genere,sui giovani, sui giovanissimi, quindi sulla società, sulla famiglia, sulla scuola e fattori concomitanti importanti.
    L’uomo è pur sempre un animale,(dovrebbe essere il più intelligente, non lo dimostra gran ché) perciò è dotato di istinto di sopravvivenza e di conservazione,e in prevalenza è così. Forse sono andata fuori tema, nel caso pazienta. Tornerò a leggere meglio. Sinceramente i tuoi post mi piacciono molto,anche se non sono una piuma. Questo solo a dimostrazione che una formazione diversa, presenta una comprensione più difficoltosa. Ahhh …La Parola è grande fonte di espressione, soprattutto quando si ha qualcosa da esprimere .Grazie ,buona serata 💜💙🌟😘

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  2. Francesca, grazie a te. Forse potremmo parlare più che di parola di linguaggio, il che includerebbe qualsiasi forma di produzione creativa. Nel report norvegese, in realtà pare che emerga come questo fenomeno sia presente soprattutto in occidente e riguarda i paesi altri in misura assai minore. E per i processi educativi credo che occorrerebbe aprire una parentesi assai più lunga, poiché il tema è talmente complesso da richiedere ben più che un semplice post su un blog. Però non è escluso che anche qui mi cimenti se non altro in un’ipotesi di riflessione. Buona serata anche a te.

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  3. Si Giò intendevo il linguaggio
    Non posso né mi passa affatto per la mente di screditare le ricerche. Nel mondo occidentale tale realtà e prevalente. Insisto un po’ sul tema intelligenza artificiale e stupidità naturale.
    Prima usavo una comune agenda per ricordare le cose da fare che andavo a consultare Da quando uso lo smartphone non ho bisogno di consultarlo, arrivano le notifiche. Di qualunque questione io mi interessi ne leggo i ritorni. A differenza di quanto può succedere a me, certi strumenti non sbagliano mai. Se c’è un errore sono stata a commetterlo. Lo stesso avviene quando faccio dei calcoli, il risultato è immediato e indiscutibile. Posso dubitare di tutto ma non della precisione della macchina che in certi ambiti è il concentrato delle facoltà umane,cui dare la massima affidabilità. Ed è al computer che ci affidiamo e, o, ad altre macchine sofisticate di cui abbiamo sperimentato ripetutamente l’efficienza e la precisione.
    È così che la macchina acquista l’autorevolezza sugli umani che ne riconoscono la superiorità rispetto a un qualsiasi proprio simile, per quanto esperto.
    Affideremo sempre più aa essa compiti maggiormente complessi, delicati e importanti.
    I giovani e i giovanissimi sono nati nell’era tecnologica. Mi chiedo se stanno affidando agli smartphone di nuovissima generazione anche quello di pensare e di decidere al posto loro ? La delega implica uno sgravio nonché un’alienazione a favore di Altri…Tanto lui non commette errori, gli umani sì.
    Però non sarà mai capace di provare sentimenti, ed è ciò che ci rende umani. Questo potrebbe essere proprio ciò che rende più complicate le cose. Ancora chiamiamo disumano non chi non è in grado di usare la logica, ma chi sa usare quella e non possiede un minimo di capacità di provare emozioni e sentimenti. Esonerata dal pensare l’umanità sarà finalmente libera di esternare tutto ciò che non è razionalità: amore, passioni, odio, rancore, amicizia e via dicendo. Tanto c’è chi decide perfettamente al suo posto. Il mio pensiero va ai bambini, agli agli adolescenti, ai giovani. Al loro non sapersi ribellare.
    Una proiezione di tale portata infine mi spaventa. Vorrei tanto seguire Lamarck. Magari non ho capito, però sono una che preferisce sbagliare per poi comprendere. Il tuo testo è ricchissimo e certi aspetti molto toccante. Grazie sincero della tua ponderata conoscenza. Buona 🌃

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  4. Langue e paròle … ma i segni ormai sono fonemi distorti, sgradevoli balbettii … pensa che alle medie negli anni 60 si studiavano e leggevano L’Iliade e L’Odissea sia pur nell’aulica e roboante traduzione Pidemontiana… vuoi mettere poi, il latino? la traduzioni complesse (ad esempio Quintiliano) si facevano già in terza media… sulle crocette, poi non ne parliamo…anche all’Università ormai i criteri di valutazione vincenti rispondono a freddi formulari e si fa carriera se si è in grado di digitalizzare verbali d’ogni sorta… Tullio de mauro ho avuto la fortuna di conoscerlo così come i suoi migliori allievi… ora abbiamo parolai asemantici danzatori sul vuoto (salvo rare eccezioni in nicchie editoriali e televisive) Sono tremendamente e dolorosamente d’accordo con te.

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    1. Caro Ettore, le tue sono riflessioni assai più che sagge. Al di là della valutazione sull’oggi, ci sembra di essere millenni lontani dal maestro Manzi, come dalle esperienze di Don Milani. Pure, mi pare, non s’è più presentata una stagione di riforme che aprisse davvero un dibattito nel paese, dai tempi della comunque contestatissima Franca Falcucci. Anch’io ho avuto modo di conoscere Tullio De Mauro. Con lui se ne è andato uno degli ultimi grandi intellettuali italiani. E mi chiedo, anche, dove davvero siano finiti gli intellettuali poiché, o se ne stanno sepolti – forse in un campo di grano – o hanno scelto la via d’un esilio volontario ed irreversibile. Il punto è, che su questi temi, mai si è aperta una riflessione seria. Come mai vi fu più il luogo in cui questa avvenisse ad opera delle persone di buona volontà.

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      1. già … forse l’ultimo in grado di scuotere con la parola come scandalo potente è stato Pier Paolo Pasolini… e quel che è oggi la nostra società si legge tutta nel suo film/testamento “Salò o le 120 giornate di Sodoma”… per non parlare di “Petrolio” e de “La divina mimesis”

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      2. Si, sono d’accordo, io aggiungerei Sciascia. Ma in realtà mi sono convinto che forse ci sia ancora qualcuno con quella potenza evocativa, forse con meno capacità di comunicarla. Mi vengono in mente – forse più per nostalgia di certe pagine di storia… forse, ma non ne sono sicuro – Berardi ed Agamben. Il punto è che oggi, Pasolini, così come Sciascia,, ho idea che non avrebbero avuto la visibilità di cui hanno giustamente goduto in illo tempore . Poiché hai citato nel tuo precedente commento la necessità di tenere vive le “sacre” scritture – m’andrebbero pure nelle tanticchia bacchettonesche critiche del De Sanctis, pur se preferirei le folate sul Boccaccio del tuo compaesanaccio Salvatore Muscetta – mi viene in mente, a proposito di morte della lingua morta, un episodio incorsomi qualche anno fa. Avevo chiesto al mio compianto fraterno amico Mario Geymonat un intervento al paese che m’ha adottato dentro un ciclo di incontri dal titolo Crisi della cultura e cultura della crisi. Lui venne volentieri, e tenne una conferenza ai limiti del sublime, riuscendo a coniugare Lucrezio e la sua esperienza personale e politica, in un unicum narrativo ed a braccio che lasciò me e gli astanti senza fiato. Bello, bellissimo, elevatissimo ed appagante com’è appagante la bellezza della parola raffinata ed aulica, di più, sensata. Ma non c’era un cane tra i presenti che fosse un professore di latino, di filosofia, di lettere e affini. Constatai l’inizio della fine.

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      3. Azze Muscetta… E non so se hai letto il Boccaccio del mio maestro Giancarlo Mazzacurati (“All’ombra di Dioneo”) figlio anche di studi condivisi e di lunghe riflessioni comuni… A proposito di Classicisti che diciamo di una figura quale Marcello Gigante che mi ritrovai a capo del comitato scientifico di un mio progetto di “Invasione spettacolare” di alcune aree archeologiche…una notte davanti alla Porta Rosa ad Elea fra libagioni di vino d’annata facemmo l’alba discutendo di Parmenide… e c’erano giovani assiepati intorno…perché i giovani se sai cibarli ritrovano un vigore inatteso…

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      4. Eh, Mazzacurati, Gigante, tu solletichi corde delicatissime, caro Ettore. Li ho incrociati in lettura, si, non senza un certo cenno di piacere autentico. Sai quelle cose che ti ritrovi sotto la pelle? Ma che te lo dico a fare, lo sai benissimo. Con Muscetta, diciamo che gli incontri erano assai più frequenti pure de visu, condividendo dimore poste sotto il vulcano. Ma davvero siamo in grado di fare a meno d’altri così? Ahimè temo di no, pena l’estinzione della specie, almeno di quella parte della specie che si vuole libera e germogliante di bellezze. ☺️

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  5. Complesso e simpaticissimo questo tuo foglio. C’era un fisiologo, P. McLean che descrisse fra i primi la fisiologia del sistema nervoso come una sorta di rudimentale teoria della mente (bisognerà aspettare molto, che arrivi Edelman per formalizzazioni più complete e complesse) che, insomma, al culmine di lunghi e stacanovisti anni di studio, nel suo manuale concluse: l’uomo è l’unico animale che ha sviluppato un organo ex novo, a corteccia, di cui non sa assolutamente cosa farsene. Motivava questo rispetto al rapporto emozioni e linguaggio o meglio alla traduzione in parole di noi stessi. Non distante da ciò che scrivi e mi fa sorridere.
    Io sono una purista delle neuroscienze e non posso ragionare in termini di intelligenze ma di intelligenza che si compone di funzioni cognitive superiori (quelle che descrivi tu) ma certo condivido tutto il filo che unisce le varie dimensioni che molto abilmente hai messo insieme …. recesso della scuola compreso … l’epigenetica ci aggiunge altri pezzi …. unendo la competizione darwiniana alla “volonta” innata …..
    bel trip! 🙂

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    1. Grazie davvero per il tuo commento, è azzeccato, e mi ha divertito. Ho un ricordo vago ma presente degli studi di McLean, roba comunque che s’è infiltrata nella soffitta della corteccia, ed ora è piuttosto impolverata. Comunque, sono d’accordo con te sul considerare l’intelligenza come una cosa unica e annoverare le altre quali funzioni cognitive superiori. Giocavo un po’ con la cosa, adoperavo, dunque, una funzione cognitiva d’un certo tipo – sulla definizione di superiore, in questo caso, magari soprassiedo -. La tua chiosa è splendida. L’idea di sovrapporre alla competizione darwiniana una sorta di volontà innata all’evoluzione è intrigante, con buona pace di Darwin che esclamava: “Dio ci salvi dalle sciocchezze di Lamarck”. Ed a ben vedere, dunque, potrebbe essere che quella volontà si riveli biunivoca e possa condurre, indifferentemente, in relazione a chi se la porta dentro, in una direzione evolutiva come in quella diametralmente opposta. Così, l’inspiegabile corteccia di McLean, pur avendone svelato le neuroscienze il senso profondo, potrebbe ritrovarsi d’un tratto quale organo vestigiale, praticamente un moncone di coda.😀

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      1. Anche io mi sono divertita. Ridacchiavo leggendo. Ti senti un pò stolta a ridere davanti al pc però …. studiando la neurobiologia dello sviluppo la si “vede” la volontà innata. c’e’ un libro meraviglio che tratta l’argomento, da un altro punto di vista La macchina cervello: fisiologia dell’atto della volontà di Marc Jeannerod. Comunque, parlare di atto della volontà è ancora molto difficile. La scienza va dove va il principio di incotrovertibilità! Però, divulvare è certo un’arte. Il tuo articolo o scritto come preferisci è assai efficace. E se solo ci si rendesse conto di quanto siamo meravigliosi forse ci sarebbe più pace. Ciao, Mimì

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      2. Oh Mimi, la volontà talvolta è così involontaria che s’addiviene spesso alla conclusione – fallace – che non può esistere. Tanto più essa si contraddice, nella dialettica serrata degli opposti e dei contrari, tanto più diventa preponderante, e, appunto, in quanto negazione di se stessa, conduce all’ineluttabile conclusione di quanto “meravigliosi” si possa essere, solo che se ne accetti l’evidenza. 😃
        P.S. Proprio mentre cercavo di mettere insieme, e pure per volontà volontaria, una risposta alla tua, mi confrontavo su cose assai effimere con il comune amico, Mastro Alberto da Modica, in una sorta di dimostrazione “scientificamente incontrovertibile” che il caso – comprensivo del suo anagramma caos – è principio generatore (da Oparin per Iskra).
        Ciao, Gio

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      3. 🙂 Ieri ci volevo infilare anche un pensiero sulla fisica classica. …. ora non saprei più formularlo …. anche perchè la fisica la so a modo mio. Soprattutto la fisica quantistica è poetica. Presto o tardi ci vediamo a Modica. Ciao

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  6. Ho apprezzato molto questo tuo articolo, pieno di stimoli davvero interessanti. Mi piace il tuo talento. Ma è sul tuo iniziale riferimento a ciò che è “serio” che vorrei riflettere. Chi è serio spesso lo è perché prova passione per ciò a cui si dedica, cioè è serio perché è concentrato su qualcosa, e lascia necessariamente, in questo modo, da parte la passione per se stesso. Questo esclude il “prendersi sul serio”. Viceversa, è l’affettazione, l’atteggiamento studiato, a denotare la passione per se stessi,  quindi il prendersi troppo sul serio. Gli atteggiamenti studiati sono di qualsiasi tipo. C’è chi si atteggia ad artista, chi ad intellettuale, con tutta la seriosità del caso, e c’è anche chi, facendo lo scanzonato e il giocoso per voler essere sprezzante, tradisce la posa, il cliché. È il pigiare troppo su un tasto, qualsiasi esso sia, credo, ad essere urtante. E ciò mi pare l’esatto contrario della “serietà” di cui ho detto. È per questo che amo chi è serio.

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