La Mar…

Sempre in attesa che quell’altro me, a conto di disbrigo pratiche, mi liberi per andarmene finalmente a cospetto del blu più blu, smetta dunque d’ostinazione di socializzare sue iperattività, gli dico d’imperio “ora scrivi tu che m’hai pure divertito, se non hai tempo scava nei cassetti”, Io al più vado di musica.

Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna.” (Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)


Cos’è diventato il mare? Quello di petto al quale stavo da ragazzino, su uno scoglio ad aspettare che all’amo ci fosse qualcosa di notevole, di gigantesco e pesante. La lampuga, che lo scirocco si porta via, ma qualche volta invece se la pensa così, vira dal largo e punta sotto costa, per capire se c’è roba da mangiare. Che finge d’essere altro, con quella pinnettina azzurro e argento, che strappa l’urlo a quei tre turisti tedeschi, affacciati alla banchina del porto perché hanno sbirciato tra le pagine di Goethe, che c’è il pescecane, come in una canzone di Kurt Weill. Zitti, che magari ci casca e viene a fare colazione all’amo. O la ricciola che, meno pudica e più ingorda, s’appresta a lambire la costa, come bestia famelica. Ma anche due sauri e quattro ope vanno bene. E quelli prendo. Che fine ha fatto il mare del libeccio, che prima tartaglia giorni interi, poi s’arruffa il pelo e t’avverte col boato dell’onda, col ringhio della risacca, l’odore del sale, che con lui non si scherza? Poi si stanca, e se ne sta buono buono, quasi voglia farsi perdonare per l’ascesso d’ira, nascondendosi dietro forma di specchio, senza manco farti capire dove finisce lui e passa le consegne al cielo, laggiù in fondo, dove curva e la vela fa capolino, mentre il resto della barca pare se lo siano inghiottito Scilla e Cariddi. E allora ti piglia quella specie di commozione per come s’appresta a farsi bello il tutto d’intorno. Non ti viene da fare nessun movimento, non tiri su la lenza e la lasci lì, sotto sotto sperando che nulla abbocchi. Che il tonfo della bestia che si divincola non spezzi il silenzio, che non ti costringa a far fatica per tirarla a secco e ti distragga dal meravigliarti. Al limite ci pensa Pilu Rais a tirar su la cernia, con la sua barchetta e la faccia d’uomo senz’anni, cotta dal sole e scavata di rughe di sale, che somiglia ad una carta geografica di El Idrisi riemersa dalle intemperie delle biblioteche d’Alessandria. Che fine ha fatto il mare? Quello di Giovannina e Teresa che, tra un cliente e l’altro s’affacciano al bastione del sole che si leva e, i grandi seni sulle ringhiere rugginose, urlano ai ragazzini di stare attenti che sugli scogli si scivola che c’è il lippo. Ma a noi non importava di scivolare, come fili di posidonia ci saremmo rialzati come niente fosse successo, con in mano il limone rubato all’albero del vescovo, e lo scollo da intingere nel riccio aperto a piatto di gran portata, perché piccolo com’è, pure, là dentro ci sta tutto il mare. Che fine ha fatto il mare? Che ora è tomba di disgraziati. Una volta quelli venivano a raccontarci le storie d’altre rive, d’altre facce come la nostra, e le ascoltavamo con lo stupore del fanciullo. Ora sembra che debbano starsene al fondo, per farsi perdonare d’esistere. E chi se la mangia più la ricciola? Che ne sai con cosa ha cenato la sera prima quando all’alba, poco accorta, viene a farsi uno spuntino all’amo? Che fine ha fatto il mare, che non è mai stato mio e basta, ma anche d’ogni cristo che ci si affaccia, ci nuota, e d’ogni creatura che ci respira dentro? Almeno lasciatecene un pezzo, quello dell’alba che la rena è umida e deserta, quello della luna che ci si tuffa dentro. A certi cosa importa di starsene lì, se poi si sono comprati un tanto all’etto il divertimento d’una notte, che non gliene importa nulla se lo vendono lì che ancora c’è un pezzo di mare, poiché nuotano più volentieri nel cloro, tra olivette di plastica ed ombrellini nei calici colorati? Non lo sentono nel bum bum il suono della risacca. Ci sono distese di capannoni che hanno tirato su, produttivi, mica come noi pigre creature del mare che abbassiamo il PIL. Dunque, se tanto vi piacciono le fabbriche dei soldi che vi servono per comprare felicità prêt-à-porter, perché non vi trovate uno spazietto lì per tracannare le vostre coppe di champagne? Il mare, anzi, quel che ne resta, lasciatelo semplicemente a chi si fa saltare il cuore in gola appena lo vede, anche fuori stagione e senza servizio in camera.”

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11 risposte a "La Mar…"

  1. Io il mare non l’ho scordato. Mai. Ci sunnu omini ca su portanu dintra e tu certamente lo sai. Mi dispiace tanto quello che in generale il mare è diventato ma credo che abbai spalle ancora larghe per rifarsi e rieducarci. Quando ero giovane scendevo bene in apnea nel mio mare, mi ha lasciato dentro una traccia indelebile di salsedine.

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  2. . . . ‘Mi sento un po’ come il mare, abbastanza calma per intraprendere nuovi rapporti umani ma periodicamente in tempesta per allontanare tutti e starmene da sola.’
    (Alda Merini)
    .
    “Il coraggio non mi manca. È la paura che mi frega.”
    — Totò
    .
    “There’s a lot to be said for leaving things unsaid!”
    – Otis P. Stoat
    “C’è molto da dire per lasciare le cose non dette!”
    .
    . . . CAPODANNO … diventa TU …
    https://youtube.com/shorts/HuRnnF9
    .

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  3. . . . CAPODANNO … diventa TU …
    …………………………………………………

    * . * 🎄❤ ⛄ 🎄❤🎄 * . *

    * Capodanno *

    🎄❤ ⛄ 🎄❤🎄 ❤ 🎄❤ ⛄ 🎄❤🎄

    Un anno che passa non è niente:
    cambiano solo i calendari,
    il numero finale della data,
    l’intensità dei botti,
    la cifra esorbitante degli auguri.
    Meglio così: non ci salviamo
    con un giro
    di giostra, un brindisi,
    un conto alla rovescia alla TV.
    Ciò che cambia davvero
    è silenzioso,
    come un pensiero improvviso nella notte,
    il pianto di un uomo pentito,
    un IO, che senza far rumore,
    in un giorno di dicembre, o di gennaio,
    diventa TU …

    * Di Fabrizio Centofanti *

    🎄❤ ⛄ 🎄❤🎄 ❤ 🎄❤ ⛄ 🎄❤🎄
    ………………………………………………………

    . . . New Year eve

    A passing year is nothing:
    only calendars change,
    the final number of the date,
    the intensity of the barrels,
    the exorbitant amount of the wishes.
    Better this way: we do not save ourselves
    with a ride of carousel, a toast,
    or a countdown on TV.
    What really changes
    it this silent,
    like a sudden thought in the night,
    the cry of a repentant man,
    an I, that without much noise,
    on a day of December or January,
    becoming YOU …
    .
    * . * 🎄❤ ⛄ 🎄❤🎄 ❤ 🎄❤ ⛄ 🎄❤🎄 * . *
    …………………………………………………………..
    .
    .

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