Viaggio dentro il paesaggio

E visto che non mi fu consentito per causa di tempo tremendo di non farlo, mi piace, così, per celia, di parlarvi d’attraversamenti fotografici di paesaggio. Pure capita che il paesaggio è a presenza umana, che talune di dette presenze non mi sono ostili come tal altre. Dunque io quelle vi propongo che l’altre mi interessano assai meno. Ma vi faccio dettaglio di ciò che penso che, manco sarebbe da dire, questa è cosa che si fa a suono di musica giusta e precisa.

Quanti sono gli approdi di Ulisse? L’isola di Calipso, le Terre dei Lotofagi, i giardini di Circe? V’è stata una risposta potente e lunga millenni alla descrizione di un paesaggio fatta da un cieco, un semplice accenno tra vicende dal contesto universale per scatenare rincorse al toponimo che giustificasse una tappa fondamentale del viaggio più vertiginoso della letteratura. E vale lo stesso per certi scorci d’Oriente salgariani – come per i primi, sia pure per diversi impedimenti, mai visti – che hanno rievocato sogni e speranze di derive definitive. Più concrete appaiono certe divagazioni su tramonti indimenticabili nei taccuini di viaggio di Goethe, e poi quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno, suggestioni che fossero state immortalate da una qualsiasi pellicola o su qualche milione di pixel, non ci sarebbero giunte in fattezze così nitide e dirompenti. Poi l’invenzione della macchina fotografica ha spiazzato pletore di artisti e letterati costringendoli a cercare altre strade per delineare e trasmettere le suggestioni del paesaggio. Non si poteva più renderlo in forme perfette, più perfette di uno sviluppo almeno. In realtà, prima che la fotografia riducesse la natura descrittiva del paesaggio a pratica manichea ed estetizzante, rasserenante al punto da divenire materia utile per certe sale d’aspetto dentistiche, il volo di fantasia stampava immagini ben più profonde, giacché liberava l’energia del paesaggio, fosse anche semplicemente quello immaginato, e lo poneva in rotta di collisione – o in convergenza – con certe qualità dell’anima dell’artista, con le sue arguzie, talvolta con le sue furbizie.

Ed allora si può presumere che la fotografia abbia prodotto nell’artista l’effetto collaterale dell’insorgere necessario d’un approccio altro col paesaggio, non più meramente descrittivo, ma dialettico, un affare personale, un teté a teté allo specchio. All’artista, persino al fotografo più avveduto direi, quello cioè che non cerca patinature estetizzanti, il colpo di scena ad effetto della visione grandangolare del tutto e subito, neanche nebbioline trasognate, non rimane che interloquire col paesaggio, divenirne parte, attraversarlo per renderne l’essenza primordiale. Non può più lasciare l’impressione di conoscerlo, deve metabolizzarlo, incorniciarne il dettaglio, de-scriverlo, o meglio, re-interpretarlo, modificarlo se ne è il caso. In altre parole de-scrivere il paesaggio può voler dire scannerizzarlo nel suo invisibile, coglierne la molteplicità delle suggestioni, aggiungervene d’altre. Il paesaggio è tale poiché qualcuno l’ha attraversato e ne ha ricavato tratti della propria identità, la sua perfetta narrazione, dunque, non può esserne la sepoltura nell’istante cristallizzato da un click, piuttosto è la ricerca inversa che riporta alla luce una sequenza temporale dinamica. La natura corruttibile delle cose, infatti, ritiene in sé le tracce del tempo che si sovrappongono, si stratificano diacronicamente; e così la traccia più recente non cancella le precedenti, le opacizza soltanto per un periodo effimero. Ma è lo stesso tempo che gioca con le cose degli uomini e, graffiando via gli strati superiori depositati dal suo passaggio, ne scopre i precedenti, in un gioco cromatico che il de-scrittore del paesaggio disvela in un unicum narrativo che va oltre l’istante. Questa ricerca non può non consumarsi dentro un percorso di riscoperta, che parte dai luoghi del proprio vissuto anche quando il senso d’abbandono li rende ad occhi distratti prevalente e fastidioso. Effetto collaterale di questo cammino di riscoperta identitaria diventa così la messa a fuoco del dettaglio che sfugge a chi è vittima inconsapevole del gioco d’inganno del tempo, che ha scelto la disillusione dell’accelerazione parossistica come pratica quotidiana, ma che appare invece agli occhi di chi non se ne lascia irretire come irrinunciabile taumaturgia. “Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci”, diceva John Ruskin, e la deriva nel paesaggio, in quello concreto e materiale del quotidiano così come in quello della mente, è proprio un viaggio lento, dentro quei silenzi che in una condizione “urbana” e moderna non sono previsti, appartengono, per l’immaginario collettivo distorto, solo a certe valli antiche e remote. Silenzi in cui però si avverte profondo il respiro del tempo che è passato, rotto solo da qualche richiamo lontano ed ancestrale che proviene da un luogo indefinito. “L’oscurità indietreggia davanti all’illuminazione e le stagioni davanti a stanze con l’aria condizionata: la notte e l’estate perdono il loro fascino, e l’alba sparisce. l’uomo della città pensa di allontanarsi dalla realtà cosmica e per questo non sogna più. Il motivo è evidente: il sogno nasce all’interno della realtà e si realizza in essa”. (Gilles Ivan) La reazione è la deriva nel paesaggio, lo scontro con esso, come per due enormi marmi michelangioleschi, la realtà materiale e la psiche dell’artista, che collidono liberandosi, scheggia dopo scheggia, frammento su frammento, delle sovrastrutture. Il risultato non è scontato, non appartiene ad un progetto ripetibile, si riarticola in senso dialettico ad ogni urto, rivela realtà sorprendenti ed insospettate in ciascuno dei due soggetti a specchio. L’opera finale non è perciò l’epitaffio d’un atto creativo, ad essa tocca di vagare ancora alla ricerca di nuovi orizzonti in un paesaggio di nuove menti, di nuove derive, di improbabili – e nemmeno certi – approdi. La deriva nel paesaggio, così, è alla base di tutto, diviene la rottura sistematica di ogni paradigma, d’ogni già visto, ma continua ad appartenere all’oggetto materiale che scarnifica sino all’essenza e reinterpreta come opera d’arte giacché lo circonda del vuoto. In pratica la deriva è due cose insieme, processo di esplorazione e tecnica di straniamento. “Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela” (Henry Laborit). In entrambi i casi il risultato finale è la nuova scoperta, quella che non è tracciata sulle carte di navigazione, di “rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione”. Impone che il paesaggio non sia definito secondo paradigmi assoluti, ma divenga il luogo d’esplorazione di un’atmosfera.

Nello straniamento l’oggetto paesaggio diviene un insieme di sensazioni che si riarticolano in un Kaos altro, postfondativo, unico ed irripetibile in quanto dipendente dall’osservatore. E persino il paesaggio degradato diviene contenitore di speranze, a patto che lo straniamento ne disarticoli le ragioni statutarie e lo rielabori dentro nuove consapevolezze. Lo spazio banale, evitato, de-costruttivo, viene filtrato dallo straniamento e diventa esperienza fisica, emotiva, contatto primordiale e silenzioso, la quinta scenografica su cui si depositano i presupposti della memoria. I quotidiani vissuti ed eteroposizionati creano la suggestione della trasformazione positiva e progressiva, la situazione che contrasta con l’esistente e ne muta lo stato di cose.

Il progetto di de-scrizione del paesaggio merita una premessa inevitabile in ogni caso, il paesaggio va attraversato lentamente, sia quello immaginato che si materializza in un sogno, una visione, una suggestione, sia quello vissuto, fosse anche quello che il paradigma estetico derubrica ad anonimo e degradato delle periferie di Suburbia. Eppure non può essere un attraversamento programmato, rituale, una ricerca chiavi in mano, piuttosto la situazione che si realizza poiché l’essenziale è solo contingenza. “Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente: gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre. C’è qualcuno, credo, che ha compreso questo. Soltanto ha cercato di sormontare questa contingenza inventando un essere necessario e causa di sé. Orbene, non c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza: la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare; è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare… ecco la Nausea”. (J. P. Sartre).

La linea dritta

Che mi manca ormai poche settimane a mi fermo un attimo, che mi ricongiungo a scoglio natio, m’abbevero a fonte di fiume di Mercurio o di ninfa, tralascio risciacquo di panno in Arno pro tempore, quando si ripresenta ripartenza. Poco mi manca, che vi racconto, che già lo feci in illo tempore, quale è mio viaggio di ritorno ad origine.

Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci” (John Ruskin)

Mi viene di preparare valigie, che è tempo di rimigrare per pause di svernamenti. Che mi tocca di ripercorrere a ritroso lo stivale, cosa che, invero, talora poco m’aggrada che rischio di cedere all’ansia dell’arrivo. Ma ho due fortune d’accompagno a viaggio, che l’una è definita in traiettoria di linea sghemba, l’altra in musica on the road.

Posto che la seconda non m’è mai data a mancare, della prima sono artefice, che non mi persuadono linee esatte, nemmeno ho tema di ritardo. Se ho appuntamento a precisione, in genere, mi appresto ad anticipo, se non è dato orario, chi attende è di mie imperfezioni consapevole, si fa ragione d’attesa, nemmeno si turba che questa sia eccessiva. Quindi evito la linea dritta d’autostrada, che concede folle a caselli, ingorghi a banco per camogli e positani. Piuttosto zigzago viandante, che m’aspetto che s’aprano scorci improvvisi del mai visto se scelgo strade che di dritto hanno pari al rovescio. Traccio il percorso in tratto generale, optando per vago incedere, di mare o di monti, che c’è bettola di conforto, barettino con baristi a sorriso e caffè decenti, s’abbandono il consueto lineare a doppia, pure tripla, carreggiata. Ribadisco, fretta non ve n’è alcuna, che da A a B s’arriva in tanti modi, e la strada assai più veloce è sempre quella che occulta allo sguardo la sorpresa. Di basso non m’attende alcunché di concetto, che a meningi tiro freno a mano, s’accomoderanno a quiete. E quell’altro me pure si farà ragione che del suo libro ultimo non vi sarà che traccia ad anno nuovo, che le feste sono salve di faccende a pubblico. Che io di detti libri m’adopero a rinnegarli, lasciando scampo al successivo, che tanto ancora è a rotativa. Dunque, sarà scoglio, vago itinerario d’altopiano, baratto di pesce con Pilu Rais, vino torbido di terra e sale, vicolo d’abbandono a silenzio, e poco altro.

Mi sovviene, tuttavia che, se affanno e paraocchio vivono di linee ritte, senza gomiti e tornanti, quanto meglio s’avverrebbe ad esser tutti lenti, a procedere per partecipato affratellamento con le cose del mondo, a che si disvelino prospettive altre di armonie e bellezze? Che la linea ritta è si assai più rapida, ma uguale a se stessa, è itinerario cash & carry, percorso mordi & fuggi Ltd. Per arrivare poi al più ad altro rettilineo di preconfezioni precotte, che non v’è gusto d’incontro se non di chi di fretta fece virtù superiore, né indugia di narrazione, che non ha memoria e sguardo di chi sa fermarsi, di chi lancia occhio e cuore a deriva inattesa, che non ha vincoli al bivio.

C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione fra le più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo. Nella matematica esistenziale il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio. Da tale equazione si possono dedurre diversi corollari, per esempio il seguente: la nostra epoca si abbandona al demone della velocità ed è per questo motivo che dimentica tanto facilmente se stessa. Ma io preferisco rovesciare questa affermazione: la nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per realizzare tale desiderio che si abbandona al demone della velocità; se accelera il passo è perché vuole farci capire che oramai non aspira più ad essere ricordata; che è stanca di se stessa, disgustata da se stessa; che vuole spegnere la tremula fiammella della memoria”. (Milan Kundera)

Se è fatica, dunque, di cambiar rotta, di scegliere la meno rapida, di generare l’incontro d’altro viandante, lento e narrativo, è divenuta fatica il pensare, l’indugio nel ventre di tempo, del racconto. Che se c’erano taluni che del viril “tiro dritto” s’approntavano a vanto, a me sovviene desiderio d’inceppo di clessidra, incendio di meridiana, sabotaggio d’orologio.

Radio Pirata 16 (prendetevela comoda, grazie)

Radio Pirata 16 arriva ch’è primavera, s’immola a lentezza che ad altri piace bomba ipersonica a fragore sordo, a morto scontato, pure ce n’è assai di più anche su Curdi, che tanto occhio è altrove, che chi sgancia quella passa per faccio la pace. E Radio Pirata si fa d’eversione feroce, che mentre piace a mondo scavare in fondo con gran boato, e a tanti aggrada mito accelerativo di partecipo pure io che ci ho mani a grilletto, si fa invece bradipica ch’è missione tenace di resa incondizionata per avanzata impetuosa a contempo. Si parte a musica che poi si dà parola a giovani leve di diserzione.

Che la guerra è sempre lampo, che pare crescita di prezzo a bolletta. “Perché è scomparso il piacere della lentezza? Dove mai sono finiti i perdigiorno di un tempo? Dove sono quegli eroi sfaccendati delle canzoni popolari, quei vagabondi che vanno a zonzo da un mulino all’altro e dormono sotto le stelle? Sono scomparsi insieme ai sentieri tra i campi, insieme ai prati e alle radure, insieme alla natura?” (Milan Kundera)

Al tempo in cui non c’era il tempo. per andarsene appena fuori confine non v’era necessità di portarsi dietro i permessi di soggiorno, ma buone gambe o un buon cavallo o una barca che non affonda troppo presto. A quel tempo senza tempo, ma pure oggi, secondo me, “vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci.” (John Ruskin)

Nonostante la mia pigrizia, ho fatto un mucchio di cose che non avrei dovuto fare. Però ho confermato l’esattezza del suo giudizio per quanto riguardava il tralasciare di fare molte cose che non avrei dovuto assolutamente tralasciare. La mia pigrizia è sempre stato il mio cavallo di battaglia. Ma non mi vanto di ciò, è un dono di natura. Sono in pochi a possederlo.

C’è una gran quantità di pigri, ci sono mascalzoni a bizzeffe, ma un ozioso genuino è una rarità. Non è il tipo che se ne va in giro con le mani in tasca. Al contrario, la sua più sorprendente caratteristica sta nel fatto che è sempre vorticosamente indaffarato. Infatti è impossibile godere della pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere. Non è affatto divertente non far nulla quando non si ha nulla da fare. Perdere tempo diventa allora una mera occupazione, e un’occupazione tra le più affaticanti. L’ozio è come i baci, per essere dolce deve essere rubato.” (J. Jerome K. Jerome)

Che a correre siamo tutti bravi, che manco sappiamo com’è fatto il tutto d’intorno, sommersi da pulsioni che non sono pulsioni, s’affermano a desiderio espresso conto terzi, che pare che ci soffiano il traguardo sotto il naso. E pure fosse, “quanta fretta! E che smania, ogni giorno, di ingurgitare e vomitar una moda, un autore, un’idea! Mentre non abbiamo ancora finito, temo, di capire i presocratici…” (Gesualdo Bufalino)

A settimana che comincia, vi dico, a scopo terapeutico, per legittima difesa, pure per rivoluzione esiziale, prendetevela comoda, fate finta di non aver dovere d’impresa, che la storia d’umanità pare “una piramide che si regge sulla punta” (Robert Musil) e non c’è verso che non barcolli, che se te ne stai buono e non partecipi a scrollone te ne avvedi e fai in tempo a scansarti, pure a sorreggerla, se è il caso.

La linea dritta

Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci” (John Ruskin)

Mi viene di preparare valigie, che è tempo di rimigrare per pause di svernamenti. Che mi tocca di ripercorrere a ritroso lo stivale, cosa che, invero, talora poco m’aggrada che rischio di cedere all’ansia dell’arrivo. Ma ho due fortune d’accompagno a viaggio, che l’una è definita in traiettoria di linea sghemba, l’altra in musica on the road.

Posto che la seconda non m’è mai data a mancare, della prima sono artefice, che non mi persuadono linee esatte, nemmeno ho tema di ritardo. Se ho appuntamento a precisione, in genere, mi appresto ad anticipo, se non è dato orario, chi attende è di mie imperfezioni consapevole, si fa ragione d’attesa, nemmeno si turba che questa sia eccessiva. Quindi evito la linea dritta d’autostrada, che concede folle a caselli, ingorghi a banco per camogli e positani. Piuttosto zigzago viandante, che m’aspetto che s’aprano scorci improvvisi del mai visto se scelgo strade che di dritto hanno pari al rovescio. Traccio il percorso in tratto generale, optando per vago incedere, di mare o di monti, che c’è bettola di conforto, barettino con baristi a sorriso e caffè decenti, s’abbandono il consueto lineare a doppia, pure tripla, carreggiata. Ribadisco, fretta non ve n’è alcuna, che da A a B s’arriva in tanti modi, e la strada assai più veloce è sempre quella che occulta allo sguardo la sorpresa. Di basso non m’attende alcunché di concetto, che a meningi tiro freno a mano, s’accomoderanno a quiete. E quell’altro me pure si farà ragione che del suo libro ultimo non vi sarà che traccia ad anno nuovo, che le feste sono salve di faccende a pubblico. Che io di detti libri m’adopero a rinnegarli, lasciando scampo al successivo, che tanto ancora è a rotativa. Dunque, sarà scoglio, vago itinerario d’altopiano, baratto di pesce con Pilu Rais, vino torbido di terra e sale, vicolo d’abbandono a silenzio, e poco altro.

Mi sovviene, tuttavia che, se affanno e paraocchio vivono di linee ritte, senza gomiti e tornanti, quanto meglio s’avverrebbe ad esser tutti lenti, a procedere per partecipato affratellamento con le cose del mondo, a che si disvelino prospettive altre di armonie e bellezze? Che la linea ritta è si assai più rapida, ma uguale a se stessa, è itinerario cash & carry, percorso mordi & fuggi Ltd. Per arrivare poi al più ad altro rettilineo di preconfezioni precotte, che non v’è gusto d’incontro se non di chi di fretta fece virtù superiore, né indugia di narrazione, che non ha memoria e sguardo di chi sa fermarsi, di chi lancia occhio e cuore a deriva inattesa, che non ha vincoli al bivio.

C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione fra le più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo. Nella matematica esistenziale il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio. Da tale equazione si possono dedurre diversi corollari, per esempio il seguente: la nostra epoca si abbandona al demone della velocità ed è per questo motivo che dimentica tanto facilmente se stessa. Ma io preferisco rovesciare questa affermazione: la nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per realizzare tale desiderio che si abbandona al demone della velocità; se accelera il passo è perché vuole farci capire che oramai non aspira più ad essere ricordata; che è stanca di se stessa, disgustata da se stessa; che vuole spegnere la tremula fiammella della memoria”. (Milan Kundera)

Se è fatica, dunque, di cambiar rotta, di scegliere la meno rapida, di generare l’incontro d’altro viandante, lento e narrativo, è divenuta fatica il pensare, l’indugio nel ventre di tempo, del racconto. Che se c’erano taluni che del viril “tiro dritto” s’approntavano a vanto, a me sovviene desiderio d’inceppo di clessidra, incendio di meridiana, sabotaggio d’orologio.

Viaggio dentro il paesaggio

Quanti sono gli approdi di Ulisse? L’isola di Calipso, le Terre dei Lotofagi, i giardini di Circe? V’è stata una risposta potente e lunga millenni alla descrizione di un paesaggio fatta da un cieco, un semplice accenno tra vicende dal contesto universale per scatenare rincorse al toponimo che giustificasse una tappa fondamentale del viaggio più vertiginoso della letteratura. E vale lo stesso per certi scorci d’Oriente salgariani – come per i primi, sia pure per diversi impedimenti, mai visti – che hanno rievocato sogni e speranze di derive definitive. Più concrete appaiono certe divagazioni su tramonti indimenticabili nei taccuini di viaggio di Goethe, e poi quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno, suggestioni che fossero state immortalate da una qualsiasi pellicola o su qualche milione di pixel, non ci sarebbero giunte in fattezze così nitide e dirompenti. Poi l’invenzione della macchina fotografica ha spiazzato pletore di artisti e letterati costringendoli a cercare altre strade per delineare e trasmettere le suggestioni del paesaggio. Non si poteva più renderlo in forme perfette, più perfette di uno sviluppo almeno. In realtà, prima che la fotografia riducesse la natura descrittiva del paesaggio a pratica manichea ed estetizzante, rasserenante al punto da divenire materia utile per certe sale d’aspetto dentistiche, il volo di fantasia stampava immagini ben più profonde, giacché liberava l’energia del paesaggio, fosse anche semplicemente quello immaginato, e lo poneva in rotta di collisione – o in convergenza – con certe qualità dell’anima dell’artista, con le sue arguzie, talvolta con le sue furbizie.

Ed allora si può presumere che la fotografia abbia prodotto nell’artista l’effetto collaterale dell’insorgere necessario d’un approccio altro col paesaggio, non più meramente descrittivo, ma dialettico, un affare personale, un teté a teté allo specchio. All’artista, persino al fotografo più avveduto direi, quello cioè che non cerca patinature estetizzanti, il colpo di scena ad effetto della visione grandangolare del tutto e subito, neanche nebbioline trasognate, non rimane che interloquire col paesaggio, divenirne parte, attraversarlo per renderne l’essenza primordiale. Non può più lasciare l’impressione di conoscerlo, deve metabolizzarlo, incorniciarne il dettaglio, de-scriverlo, o meglio, re-interpretarlo, modificarlo se ne è il caso. In altre parole de-scrivere il paesaggio può voler dire scannerizzarlo nel suo invisibile, coglierne la molteplicità delle suggestioni, aggiungervene d’altre. Il paesaggio è tale poiché qualcuno l’ha attraversato e ne ha ricavato tratti della propria identità, la sua perfetta narrazione, dunque, non può esserne la sepoltura nell’istante cristallizzato da un click, piuttosto è la ricerca inversa che riporta alla luce una sequenza temporale dinamica. La natura corruttibile delle cose, infatti, ritiene in sé le tracce del tempo che si sovrappongono, si stratificano diacronicamente; e così la traccia più recente non cancella le precedenti, le opacizza soltanto per un periodo effimero. Ma è lo stesso tempo che gioca con le cose degli uomini e, graffiando via gli strati superiori depositati dal suo passaggio, ne scopre i precedenti, in un gioco cromatico che il de-scrittore del paesaggio disvela in un unicum narrativo che va oltre l’istante. Questa ricerca non può non consumarsi dentro un percorso di riscoperta, che parte dai luoghi del proprio vissuto anche quando il senso d’abbandono li rende ad occhi distratti prevalente e fastidioso. Effetto collaterale di questo cammino di riscoperta identitaria diventa così la messa a fuoco del dettaglio che sfugge a chi è vittima inconsapevole del gioco d’inganno del tempo, che ha scelto la disillusione dell’accelerazione parossistica come pratica quotidiana, ma che appare invece agli occhi di chi non se ne lascia irretire come irrinunciabile taumaturgia. “Vi fu sempre nel mondo assai più di quanto gli uomini potessero vedere quando andavano lenti, figuriamoci se lo potranno vedere andando veloci”, diceva John Ruskin, e la deriva nel paesaggio, in quello concreto e materiale del quotidiano così come in quello della mente, è proprio un viaggio lento, dentro quei silenzi che in una condizione “urbana” e moderna non sono previsti, appartengono, per l’immaginario collettivo distorto, solo a certe valli antiche e remote. Silenzi in cui però si avverte profondo il respiro del tempo che è passato, rotto solo da qualche richiamo lontano ed ancestrale che proviene da un luogo indefinito. “L’oscurità indietreggia davanti all’illuminazione e le stagioni davanti a stanze con l’aria condizionata: la notte e l’estate perdono il loro fascino, e l’alba sparisce. l’uomo della città pensa di allontanarsi dalla realtà cosmica e per questo non sogna più. Il motivo è evidente: il sogno nasce all’interno della realtà e si realizza in essa”. (Gilles Ivan) La reazione è la deriva nel paesaggio, lo scontro con esso, come per due enormi marmi michelangioleschi, la realtà materiale e la psiche dell’artista, che collidono liberandosi, scheggia dopo scheggia, frammento su frammento, delle sovrastrutture. Il risultato non è scontato, non appartiene ad un progetto ripetibile, si riarticola in senso dialettico ad ogni urto, rivela realtà sorprendenti ed insospettate in ciascuno dei due soggetti a specchio. L’opera finale non è perciò l’epitaffio d’un atto creativo, ad essa tocca di vagare ancora alla ricerca di nuovi orizzonti in un paesaggio di nuove menti, di nuove derive, di improbabili – e nemmeno certi – approdi. La deriva nel paesaggio, così, è alla base di tutto, diviene la rottura sistematica di ogni paradigma, d’ogni già visto, ma continua ad appartenere all’oggetto materiale che scarnifica sino all’essenza e reinterpreta come opera d’arte giacché lo circonda del vuoto. In pratica la deriva è due cose insieme, processo di esplorazione e tecnica di straniamento. “Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela” (Henry Laborit). In entrambi i casi il risultato finale è la nuova scoperta, quella che non è tracciata sulle carte di navigazione, di “rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione”. Impone che il paesaggio non sia definito secondo paradigmi assoluti, ma divenga il luogo d’esplorazione di un’atmosfera.

Nello straniamento l’oggetto paesaggio diviene un insieme di sensazioni che si riarticolano in un Kaos altro, postfondativo, unico ed irripetibile in quanto dipendente dall’osservatore. E persino il paesaggio degradato diviene contenitore di speranze, a patto che lo straniamento ne disarticoli le ragioni statutarie e lo rielabori dentro nuove consapevolezze. Lo spazio banale, evitato, de-costruttivo, viene filtrato dallo straniamento e diventa esperienza fisica, emotiva, contatto primordiale e silenzioso, la quinta scenografica su cui si depositano i presupposti della memoria. I quotidiani vissuti ed eteroposizionati creano la suggestione della trasformazione positiva e progressiva, la situazione che contrasta con l’esistente e ne muta lo stato di cose.

Il progetto di de-scrizione del paesaggio merita una premessa inevitabile in ogni caso, il paesaggio va attraversato lentamente, sia quello immaginato che si materializza in un sogno, una visione, una suggestione, sia quello vissuto, fosse anche quello che il paradigma estetico derubrica ad anonimo e degradato delle periferie di Suburbia. Eppure non può essere un attraversamento programmato, rituale, una ricerca chiavi in mano, piuttosto la situazione che si realizza poiché l’essenziale è solo contingenza. “Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente: gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre. C’è qualcuno, credo, che ha compreso questo. Soltanto ha cercato di sormontare questa contingenza inventando un essere necessario e causa di sé. Orbene, non c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza: la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare; è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare… ecco la Nausea”. (J. P. Sartre).