L’isola che se ne va

Le rughe dell’altopiano, scavate dalle lacrime di Gea, si distendono di meraviglia mentre s’approssimano al mare. E gorgheggiano ancora nei pantani immediatamente a ridosso della costa, salmastri come si compete all’emozione a tinte forti che li ha prodotti. È terra che s’immagina, tanto nelle memorie latine, quanto in quelle arabe, sia stata approdo di Ulisse, uno dei tanti Marsa at Bawalis che non c’è terra del Mediterraneo che se ne sia privata. Forse, per quella vegetazione accesa da Eden ritrovato dell’ultima ruga, prima della grande evoluzione dell’orizzonte, mi sovviene potesse trattarsi di terra di Lotofagi, ma non insisto, poiché nessuna comunicazione ufficiale m’è giunta da poeti con difetti visivi. V’era, su quella costa – così diceva un tal Camilliani, architetto bergamasco esperto di fortificazioni, che la costa della Trinacria, nel XVI sec., se la fece a periplo per studiare la difesa dell’indifendibile – un castellaccio prossimo ad un paese diruto. Poi, per secoli, solo povere case sparse sull’instabilità di dune alte come nel deserto più interno, celate da canneti e lentischi, tra le gemme azzurre e bianche di stagni e sale.

Ne parlavano come la Valletta dei Lupi, a certificare che quella era terra di nessuno, un tempo martoriata dalla malaria. Non c’era la fila per andarci. Così, deserta, me la ricordo, allorché, certe domenica, si faceva festa nella cascina a fianco la vigna della vecchia zia, dove le uve succhiavano, pur di sopravvivere, acque salate dal mare. Così il vino veniva su aspro e sapeva di mare e terra insieme, che al palato non distinguevi il confine. A berselo per buttar giù le telline, abbondanti pure se tiravi su solo un pugno di sabbia dal bagnasciuga, era esperienza che riconciliava col tempo che passa, poiché lo bloccava come la sbarra faceva con la fila dei carretti di sale e lupini al passaggio della littorina. Dirimpetto alla costa, a spezzare la linea dell’orizzonte, c’è quella striscia di terra, cento metri di scoglio affiorante con un piccolo faro che vi sporge lateralmente, perché le navi che trafficavano il Mar d’Africa sin dai Fenici, non finissero per farne conoscenza rumorosa. Ci andavo a nuoto con una camera d’aria a traino, per non sfinirmi, e lì, maschera e coltello, dopo aver assaggiato il mare nello scrigno dei ricci, mi concedevo la spesa dei polpi per l’insalata della sera. Ci cresceva poco sopra, troppo stretta e troppo a mare, solo i porri selvatici che le avevano dato il nome. Chissà come c’era finita lì quell’isola! Forse un bradisismo, o forse era ciò che restava d’un istmo che le correnti avevano amputato. Fatto sta che mare a destra, a sinistra, a nord, pure a sud, mi pareva che stavo viaggiando con una zattera alla deriva. E gli anfratti rocciosi erano le stive per i miei arnesi da pesca e di certi sacchetti di iuta. Tutta roba che ci ritrovavo al mio ritorno. Chi toccava niente lì? Ed anche qualche pirata vi fosse sbarcato, che ne so, alla ricerca d’un tesoro nascosto, certo non si sarebbe emozionato alla vista d’un paio di coltelli arrugginiti, un gancio incordato ad un tubo di zinco, e quel po’ di contenitori di prede preziose, lì all’uopo per essere riempiti. E ne avrei riempiti anche con lenze ed ami, che lanciavo più a sud, verso l’orizzonte aperto, dalla prua della mia gigantesca ed inaffondabile nave. Ebbi pure compagnia, senza saperlo, poiché lì ci ritrovarono i resti sepolti d’uomini e donne, forse i familiari dell’Emiro Ziyadat Allah III, che qui li seppellì dopo averli trucidati, temendo per loro la peggior sorte d’una sospetta congiura di palazzo.

Nelle giornate in cui pareva che si fosse un tutt’uno col mare, riconquistavo la terra ferma a bracciate stanche e disordinate, che certe navi rocciose così grandi toccano il fondo e non possono attraccare. In spiaggia mi pareva che la cosa più sorprendente di quel viaggio fossero le stelle pittate sulla sabbia da mano d’artista. E la passione di fare castelli di sabbia d’ogni fatta che il tramonto colora di rosso.

Poi qualcuno s’è avveduto che quello era posto di meraviglia, e casa su casa, orrore su orrore, è venuto su un paese che quasi si bagna le fondamenta a mare. Ed i bagnanti fanno chiasso che i cavallucci sono fuggiti atterriti e non ce n’è uno manco a pregarlo in aramaico.

L’isola, invece, piano piano sparisce, quasi non si vede più. Me ne serbo il ricordo antico nella vecchia foto della testata di queste note al margine. Ma non è cosa ch’attiene a leggende o fugaci apparizioni come per certe Ferdinandee. Dicono che è la corrente che se la sta mangiando, quella spostata là di forza dal grande porto a ovest. Macché, figuratevi se il mare si mette ad ammazzare la sua bella figlia, rispondo, l’isola se ne sta andando da sola, di sua volontà, che quello schifo non lo regge. E ne ha ben donde – o d’onde, fate voi – , direi.


13 risposte a "L’isola che se ne va"

  1. Caro amico, grazie davvero per i tuoi apprezzamenti, che giudico preziosi poiché so quel che “Tu” scrivi. Mi verrebbe di risponderti “il mio nome è Nessuno”, ma mi sa che qualcuno mi ha preceduto, non sarei affatto originale, dunque, né all’altezza. Tuttavia, pur se assai più prosaico, i più che mi circondano mi chiamano Giò.

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  2. Grazie Gio o Nessuno, molto avvincente il secondo nome, eccezionale nell’epica credo nota a molti di noi, avvezzi alle letture classiche scolastiche.
    Racconto avvincente da leggere tutto d’un fiato. Forse è una narrazione autobiografica tanto mi appare profondamente vissuta e annotata nel cuore.
    La ricchezza era per pochi allora, nella tua Sinacria, forse di più, certo in molte regioni la vita era magra.
    Amo molto il mare, e l’isola, anche perché mia madre, sarda me lo ha trasmesso.
    Le altre ragioni sono personali, ma nuotare quando la spiaggia si svuota mentre il sole tramonta e raggiungere nuotando, la scogliera, mi offre un piacere davvero ,grande. Niente pesca per me, sarebbe bello anche con semplice ed essenziale attrezzatura. Leggere del viaggio, fino alla piccola isola, mi ha appagata.
    Il velo di nostalgia permea la narrazione, cui si unisce il calore, forse è una mia reinterpretazione della tristezza che sento molto nell’isola che non c’è più .Scompare di sua volontà, per allontanarsi dalle rovine che non sopporta,
    Prima di salutarti, ti riferisco che ho letto il link che mi hai inviato, con la mia amica di Erice. Lei confessa di sentirsi sempre, tipicamente un’isola. Ha molto apprezzato la tua narrazione, ti ringrazia
    E’ un piacere leggerti, scopro una ricchezza in alcuni blog. Alla prossima, grazie,
    un caro saluto

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  3. PS. Buongiorno amico e Pirandello dove lo mettiamo ? Riferito a Nessuno.
    Sai,anche il mio primo nome è diverso.
    Non ė importante. La curiosità insorge proprio nel “mistero”, poi passa, leggendoti.
    Il tuo racconto è così delicato, è soffio, è carezza, e respiro lento, regolare, infine è sospiro. I miei commenti di sera presentano errori. Non me ne vergogno, sono limitata, avverto la stanchezza,ma è un rito,la sera leggere e,un poco comunicare.Perdona gli errori,l’attenzione é al mio massimo quando ti leggo.
    Sento la necessità di farti gli auguri per il momento di vera emergenza sanitaria. Vivo il periodo in tutta la sua precarietà. Ogni giorno seguo i nipotini,la considero vita, opportunità, ricchezza, amore, creatività, ma so cosa rischio frequentando le loro case. Grazie ,buon tutto,a cuore aperto

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