Il prezzo giusto

… oggi nessuno si scandalizza, la società ha trovato dei modi per annullare il potenziale provocatorio di un’opera d’arte, adottando nei suoi confronti il piacere consumista.” (André Breton)

Sergio Poddighe è un amico, di lui, delle sue cose avevo già parlato qui, pure qui. Abbiamo fatto cose insieme, abbiamo riscoperto le nostre siculitudini, siciliani di mare aperto, con la valigia per un altrove, quel desiderio struggente di tornare, roba impertinente che si fa viva come un fenomeno carsico. Ma abbiamo pure giocato, anche coi nostri nomi, ch’io prestai voce ed armonica sgangherata a questa cosa qui di sotto che ha disegni immaginifici suoi.

Mi ha mandato un suo scritto, pubblicato su un suo social.

Sergio Poddighe, nel suo studio

Me l’ha mandato per e-mail, che io sono poco social. ve lo ripropongo ché mi piacque parecchio: “Se da un lato le visite ai musei ci mostrano un persistente interesse per l’arte, dall’altro assistiamo ad una fortissima resistenza a renderla propria. L’acquisto di un quadro, nella mente dei più, rimane prerogativa dei ricchi, magari ignoranti, ma capaci di investire. Tutti gli altri guardano all’opera d’arte come ad un oggetto inaccessibile. A mio parere, la colpa di questa impasse la si deve anche agli artisti: il valore in denaro che danno alla propria opera è quasi sempre esagerato. Con l’equazione “più lo prezzo, più lo carico di valore”, l’artista visivo ha trasformato il suo prodotto in un bene di lusso, rendendone più difficile sia l’acquisizione che la circolazione. Personalmente, se una persona di medio reddito viene nel mio studio desideroso di acquistare un quadro, cerco di fargli un prezzo ragionevole. Non si tratta di sminuire il valore dell’opera, ma di applicare due principi: onorare l’interesse verso il lavoro; rendere il manufatto artistico un oggetto accessibile. Ho gestito per un anno e mezzo una piccola galleria (esponevo solo opere altrui) e una frase ricorrente era: “questo quadro mi piace molto, ma non ho il coraggio di chiedere quanto costa… so già che non è alla mia portata”. Un pittore non dovrebbe tentare di vendere un quadro ad un prezzo che egli stesso non potrebbe permettersi. Un’inversione di tendenza aiuterebbe la crescita di tutti, accorciando la distanza tra chi ama l’arte e chi la produce.” (Sergio Poddighe)

Posto che sono d’accordo con quanto scrive Sergio, che ciò potrebbe apparire non autentica sorpresa – le persone si frequentano se c’è idem sentire, almeno da qualche parte -, mi va di aggiungere qualcosa, quale nota a margine d’una ricerca imperfetta, che è compito statutario di queste pagine mie. A premessa ricordo che certe avanguardie che fecero storia dell’arte furono più avvezze a frequentazioni di bettole che non di salotti buoni, pure m’è dato a sapere che espressioni elevatissime d’arte trassero ispirazione da privazione e non dal lusso. Tante esperienze di straordinaria bellezza sono finite in dimenticatoi cupi perché non si confrontarono mai in modo efficace con regole, non di bellezza e talento, ma di economie asfittiche e grigie. Oggi, l’artista che non fa scelta diversa da ricerche di prebenda, di curatele un tanto al chilo a prezzo d’oreficeria, di critico ad esaltazione per alzo quotazione, che non si fece sussieguoso ed accondiscendente con fatto di mercato e potente di turno, rimase invisibile. E mi preme dire a Sergio, ch’egli, che è artista di talento limpido, come altri (pochi, invero) par suo, e che fece scelta diversa, non avrà palcoscenico degno, sarà, come l’arte sua, confinata a poco, che c’è il mondo del valore di scambio che non consente che l’arte giunga a chiunque; lo spazio adeguato a che venga resa nota gli verrà precluso, verrà sottratto a lui, ma anche a tutti quelli che ne avrebbero tratto certo giovamento. Aggiungo, l’artista non è soggetto neutro, egli viaggia per il mondo, ne ha, in qualche modo, consapevolezza: dunque, se ritiene che la sua sia arte da grande prezzo pratica una scelta ideologica e nulla più. Egli aspira a vetrina e grande compenso per una ragione sola, perché egli ha, istintivamente, a prova provata di suo agire, un’idea altrettanto ideologica della società. Egli ama la gerarchia sociale, ama il doblone quale criterio di valutazione degli uomini, non è interessato a che la sua arte giunga al più ampio pubblico possibile, che dia un contributo critico alla lettura del mondo, sia di godimento a tanti. Egli aspira alle folle solo se fatte di pubblico pagante, al più in forma di claque al momento del suo ultimo vernissage. Sarà artista costui? Forse si, ma la bellezza è un’altra cosa, non è roba esclusiva. Per quanto mi riguarda questi rimarranno solo mercanti, che vendono la propria arte non perché è bella, ma perché vale un gonfio conto in banca.


68 risposte a "Il prezzo giusto"

    1. Grazie, le mie riflessioni sono poca cosa, credo, invece, che una discussione seria sul valore dell’arte, sul ruolo delle -se esistono – avanguardie, sia dirimente. L’arte come soggetto politico, nel senso di un recupero etimologicamente corretto del termine, credo sia assente da troppo tempo.

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  1. Bella la filastrocca sicula!! E l’ho anche capita, ma non chiedermi come ho fatto. Cioè, no… è ovvio che i disegni aiutano molto. 😀 Concordo con questo Artista, che è uno di quelli veri: è grande! Io li comprerei tutti, ma non subito, che prima devo vendere i miei per potermi permettere di comprare i suoi. E non credo che lui li scambierebbe, con i miei 😀 😀 😀 Prima o poi avrò la motocicletta verde e le due donne con gli occhi grandi e neri. Ci sto lavorando. 😉 Per ora me li guardo qui. Grazie!!!

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      1. Questo è vero, ma anche alla provvidenza, a volte occorre porre un ragionevole limite. Io non ci capisco niente delle cose che combino, è vero, ma non mi impensierisce sto fatto; però penso di capire quando una cosa che fanno gli altri è bella. Le sue sono belle! Molto. Anche le sue idee sono belle.

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      2. Sì, concordo. Io ho visto che una delle cose importanti nel momento in cui ci si prova è il senso di libertà; come quando si fanno le cose perché ti piace farle, perché ti va di farle così, in quel modo lì, in quel momento lì, senza costrizioni, senza condizionamenti, ecco. Se le fai così, allora hanno un sapore più buono, dopo. E tu stai bene, come quando ti innamori; che poi è la stessa cosa. Ti innamori di come fai le cose. E allora vengono bene. Che ho detto?!

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  2. Abbastanza inquietanti, io prenderei quello con l’oca, che ha uno sguardo impertinente, e quello con il gufo sulla testa della donna.
    Proprio l’altra sera stavo parlando di arte e artisti con una paio di amiche. Siccome avevo pubblicato il post riguardante la mostra “Il mare a Salice Terme”, spiegavo loro che l’artista s’era lamentato per il titolo del post: “L’arte del riciclo diventa allegria”. Titolo che mi pareva simpatico, considerando che lui costruisce pesci in legno utilizzando anche materiale di recupero, come taglieri, assi per lavare ecc.
    Il “Maestro” mi ha detto che lui non vuole essere mescolato con quelli che raccattano rottami per farne oggetti, lui è ben altro.
    Bene, gli ho risposto che, considerando il fatto che lui medesimo ha definito la sua aerte un hobby poiché fa il barman come mestiere, a me pareva un titolo utile per attirare attenzione, ma tuttavia ero pronta a farmi suggerire idee migliori.
    Poi gli ho mostrato come, alcuni amici artisti del riciclo, abbiano creato dal nulla autentiche imprese esponendo opere non solo in Italia.
    A lui è caduta la bocca per terra e si è ammansito, siventando quasi ossequioso nei miei confronti dal momento che conosco quelle persone e che il mio logo (la faccina che vedi nel mio blog) è il mio ritratto fatto da una grande scultore che non aveva mai fatto ritratti.
    Ecco, ‘sto tipo è proprio uno di quelli che guarda il soldo e non l’arte. Tant’è che, neofita ultraquarantenne, con i suoi pesci di legno, esposti solo ed eslcusivamente una volta nel mio paese, ha già deciso di creare un brand e tuffarsi nel mercato dell’arte.
    Io ho scritto il post perché mi è stato richiesto dall’assessora alla cultura del mio paese, nonché presidente della commissione bibliotecaria di cui faccio parte, e solo come evento folkloristico, però avrei voluto dire all’artista: “Vula bass e sta atent ai fil”, vola basso e stai attento a fili della luce. 😉

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    1. L’idea che hanno molti della propria arte come assoluta creazione del genio è vezzo antico. Talora paga persino, il più delle volte diventa disastro totale. Non perdo tempo con chi si compiace delle proprie cose. Ho parlato delle cose di Poddighe perché lui è il più feroce critico di sé stesso

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  3. M’era sfuggito, questo tuo post.
    “… le visite ai musei ci mostrano un persistente interesse per l’arte”: direi che il tuo amico è ottimista! Bréton (grande!) senz’altro più realista.
    “… un oggetto inaccessibile. A mio parere, la colpa di questa impasse la si deve anche agli artisti…”: ma anche dei compratori che, non potendosi permettere le opere ‘inaccessibili’, quelle che invece lo sono e spesso sono anche di valore (quale che sia per ognuno), non le considerano neanche di striscio, senza sapere che magari potrebbero pure piacergli (ergo, bene facisti a dare visibilità al tuo amico).
    Se quella che vedo in una delle sue opere è una lambretta, ma anche se non lo è, mi piace molto, ma anche altre. Tra l’altro, i soggetti sono molto vari e anche un po’ gli stili (si vede che ha consapevolezza!).
    Tuttavia gli auguro con tutta l’anima di un’appassionata dilettante autodidatta, di avere presto un pubblico degno, così come lo intendi tu ma soprattutto lui, a prova provata – e meritata – di suo agire.
    “… certe avanguardie che fecero storia dell’arte furono più avvezze a frequentazioni di bettole che non di salotti…”: giusto!
    “… finite in dimenticatoi cupi perché non si confrontarono…”: intendevi dire che non volevano farlo, che non capirono che era necessario?
    Concludo: mercanti farebbe rima con saltimbanchi, se non fosse che questi ultimi un po’ d’arte ce la mettono, nel loro mestiere (almeno stando al dizionario).

    P. S. Ma la filastrocca sicula non me l’avevi già segnalata tanto tempo fa? Nun me fa’ fatica’, ché fa caldo, Anto’ 😀

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      1. Ma se anche nei musei (civici, pubblici, ecc.) organizzano, che so… eventi come “grande mostra di Chagall!!!” e poi, arrivato lì, trovi tre quadri suoi e 15 di contemporanei spesso sconosciuti, a volte anche giustamente!

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      2. Sì, il tema è complesso, difficile anche esserne all’altezza, ma ora metto da parte il tuo post e prima o poi lo pubblico anche io (per quel che vale).
        Ho ancora in canna una tua foto di una porta, ma è ancora lì in attesa di un degno “accostamento”. Ne avevo da parte una di Basquiat, ma non c’entra niente…

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  4. all di là delle perfette riflessioni tue e di Sergio Poddighe, nonché al fatto accertato che “l’arte in genere e soggettiva” la mia domanda è: ma siamo sicuri che – specialmente al giorno d’oggi – chi visita i musei sia davvero interessato all’arte e/o ne sia almeno infarinato?

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      1. specie dopo che una influencer di grido è apparsa sui social con tanto di foto scattata agli Uffizi (conosco quel museo e gli incanti che contiene)…
        E niente, perdona la mia polemica, s’il te plaît.
        In ogni caso, io non sono un’esperta, neh, sono solo una curiosa di quel mondo e giro musei e gallerie per imparare a distinguere 😊

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      2. fiuii son riuscita a spiegarmi (di solito chi ci va perché fa figo, si ferma davanti alle opere per scattare selfie 😆😆😆… visti con i miei occhi, oppure va veloce come un treno… senza cercare un dialogo con l’arte che ha sempre qualcosa da dire 😉)
        Non vorrei trattenerti troppo, buona serata e un sorriso.

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      3. Gli Uffizi? Solo perché sono “obbligatori”, un po’ come San Pietro a Roma e volendo, ma con molto coraggio e tempo per l’interminabile fila e la visita. Opinione personale, eh…

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      4. Anche un po’ troppa, come il Louvre: difficile orientarsi, evitare disturbi vari ecc.
        L’ultima volta che siamo stati a Londra (per fortuna avevamo a disposizione una settimana ospite di gentile amica che ci ha prestato la casa), abbiamo suddiviso la visita alla National Gallery in 4 parti: mattina e pomeriggio di due giorni diversi. Non sempre è possibile riuscirci…

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      1. Di crepe manifeste il sistema ne ha già parecchie e ben visibili. Ma, come tutte le cose che si reggono sul denaro e la fama, ha l’eternità assicurata nel nostro sistema economico e sociale.

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  5. Non posso che essere d’accordo su quanto asserisce il tuo amico pittore. L’arte dovrebbe essere accessibile a tutti, non solo a chi acquista solo per investimenti. Un quadro, quando lo compri e ti piace , ogni volta che lo guardi,regala un’emozione così personale e unica da credere che quel quadro sia nato solo per te. E questo è magnifico.

    no all’arte ” furba ” che fa passare per artistici, tagli o macchie senza senso sulle tele…

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  6. Molto interessante la sua considerazione iniziale e altrettanto interessanti le tue riflessioni. U post davvero molto bello comprese le foto dei quadri dell’artista e gli stessi quadri che mi somo piaciuti per la loro originalità🥀🥀🥀

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    1. Le opere di Poddighe richiedono tempi più lunghi di osservazione, di lettura del dipinto e di risonanza intima con colui che guarda e fa bene l’artista a qui sottolinearlo come tra i primi morivi che impediscono all’arte di essere percepita, vissuta e fruita poi (in tutti e per tutti i sensi con cui si vuole parlare di essa)

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  7. mi è partito il commento… e poi prima si parlava, si discuteva, si immagina, si lottava socialmente per dire che Arte è indefinibile e spesso serva. Prima si vendeva il vuoto di una stanza, si chiudeva l’aria in una busta e per poi venderla ributtandola a se stessa, all’aria… oggi, dove tutto di noi è nello stesso tempo assente o “iperpresente’ e moltiplicante, chi e come oggi potrebbe definire in un modo collettivo la sua essenza? Per me, ad esempio, l’Arte è Bellezza ma definire poi il concetto di Bellezza diventa allo stesso tempo gabbia o volo, Arte.
    Insomma, riflettendo su tutto ciò che il tuo bel post proponeva, mi accorgo quanto poi sia difficile parlare di Arte in un social, nel web .. per dire infine – ritorniamo nelle piazze e abbiamo il coraggio di dire ed essere parte dell’Arte. Mi fermo, vaneggio, perdona.
    Comunque grazie, di cuore.

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    1. Grazie a te. Perché hai centrato un punto essenziale, che il limite del web a definire, a rendere fruibile l’arte. Difficile parlarne senza confronti a tre dimensioni, difficile trasmetterne completamente l’essenza trascurando la sua dimensione materica

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