Ultimo atto?

Arrivato all’ultimo tampone mi pare che mi devo fare pure l’RCA, che non c’è cautela che basti. Se mi va bene domani mi danno il foglio di via libera. Fino all’ultimo inciampo, ch’è scritto pure su fondi di caffè che c’è. Libero tutto, ma di DAD mi cavo gli occhi, e mi si abbassa la palpebra sopra l’oscurità di sotto. Nemmeno mi viene di indugiare a monitor, ch’è roba ormai da tormento, da ferri caldi sotto le unghie. Che mi verrebbe di scrivere ma diottrie esauste m’invitano a frugare in archivio che una cosarella che scriverei pure ora l’ho trovata. Nasi strippati a tamponi ardenti, occhi rifusi, mi rimangono orecchie, e se ne avete altrettante, partite di musica, con quella leggete, se vi viene, che non vi porta scompenso, pure s’è ritrito.

“Le finestre, talvolta, sono copertine di libri aperti, le porte finestre lo sono di grossi tomi che s’aprono sulle distese di pagine di terrazzi e balconi. Libri di memorie, diari di viaggio, appunti per una fuga. Pagine ancora intonse, da riempire di parole. Mi sono convinto che il Borneo di Salgari deve essere stato scritto su quelle pagine. C’è un momento migliore degli altri per scriverci sopra, quando s’apre la copertina rigida e fuori è appena l’alba. Fa ancora freddo, e l’aria t’entra sotto la pelle, cerca riparo, s’apre varchi e risveglia le curiosità della notte. La luce non mostra ancora la consuetudine, ma fa della penombra l’anticamera della scoperta, come se alla sua esplosione il già visto dovesse trasformarsi nell’inattesa sortita della sorpresa.

Stamane era fresco su quelle pagine, ed il fiume di sotto s’intravedeva appena, una striscia dorata, sottile per le piogge mancate. Poi i raggi più impertinenti, come un re Mida al contrario che ha cambiato fornitore di stupore, lo trasforma in un budello color rame. E mi viene di lanciargli una bottiglia – ho avuto tempo a sufficienza per procurarmene una vuota, pure con tanto di tappo a tenuta – perché la consegni al mare con un messaggio, un pizzino da niente su cui ho buttato uno scarabocchio, giusto tre parole in fila. Ma mi viene, così per scherzo, l’idea di anticipare la bottiglia. E allora mi precipito su un tronco, una zattera, una canoa, pure un canottino gonfiabile va bene, a favore di corrente sino al mare. Lì c’è bisogno d’altri mezzi, roba cui cazzare la randa e il fiocco per cogliere tutto il vento necessario a strappare nodi alle onde, schivare la fiera famelica, le cannoniere portoghesi, i brigantini di sua Maestà, appena una sosta per un bicchiere buttato giù d’un fiato con i pirati, e poi ancora verso Sud. Sino all’approdo su una Ferdinandea che non c’è sulle carte, naufrago su una spiaggia di vetro, con la mia scorta di prugne secche, cucunci e vino.

La speranza è che un’eruzione improvvisa non mi cancelli con lo scoglio, sprovveduto emulo d’Empedocle, per di più pigro poiché per nulla propenso ad accettare la sfida dell’ascesa vertiginosa al grande vulcano, solo oziosamente sdraiato ad un passo dalla risacca. Ma se proprio deve succedere, almeno fammi ritrovare prima la bottiglia, il messaggio che mi sono mandato per vedere se sono più veloce di me stesso. Eccola là, la bottiglia, mentre si sente il brontolio sottomarino della bestia che risorge. Tra la pomice del bagnasciuga strappo il tappo, e sul postit, che con le cartolerie chiuse di meglio non ho trovato, le tre parole in fila : Appena posso arrivo.”

Papillon

Gliel’ho detto a quell’altro me che così non va più bene. Che tra quarantene, lockdown et similia, pare che siamo diventati Papillon per quanto ci piacerebbe scappare da qui, portandoci dietro solo la musica.

Però, capisco lui, – o meglio, cerco di capirlo, pure se non mi riesce – ma io che c’entro? Che sono nessuno conclamato tale? Io, poi, che sono incline alla solidarietà, gli sto pure accanto, ma se è troppo stroppia. Glielo avevo detto, financo implorato, di rimanere a fare i pescatori, ma pure di frodo, s’era necessario. Ma lui niente, che pare non volesse deludere il mondo, quello stesso che lo imprigiona e butta via la chiave, che poi non solo di quarantena si tratta. C’è, pure, che la convivenza forzata tracima di dialettiche serrate, che a me non m’aggradano, m’annoiano, di più, mi irritano. E irritato io, irritato lui, finisce che chiedo la separazione, almeno pro tempore. Me ne vado, scappo di casa, mi viene l’egoismo compulsivo, che io d’anagrafica d’altri non rispondo, non ci ho mica la tessera sanitaria, a nessuno non la rilasciano. Mi faccio le valigie – sporta di pane e pomodoro, e fiasco, a lui gli lascio la parmigiana che Stefano, che ha banchino a mercato sotto casa mia, m’ha lasciato a uscio melanzane fuori stagione dignitose – e mi faccio un viaggio, dove mi pare e come mi pare, che a lui lo lascio con le sue prescrizioni, pure morali, corpo e mente. Se ha spirito lo porto con me, al guinzaglio, come si compete a chi nasce schiavo e tal vuol rimanere. Mi metto a seguire il fiume tra trote e carpe che saluto con riverenza, niente contro di loro, ma non mi fermo più di tanto.

Raggiungo il mare in fretta, mi seguo corrente, pure corrente mi faccio, talora scoglio, che di riverbero di sole e d’onda traslucido d’immenso. D’abisso mi dipingo, e prendo un caffè con sirene astemie, di cicchetti mi finisco con pirati fenici, mi scaldo al fuoco d’Argonauti, doppio Zanzibar, le Bermude le triangolo, e nel Borneo colleziono Monsoni che metto in agenda per il viaggio prossimo venturo. Spiego vele e le accartoccio, sia di bonaccia, sia di tempesta, m’approdo a deserti marini, di cristalli di sale m’adorno le barbe, telefono con le conchiglie e m’agghindo di stelle di firmamento e di fondo.

Di derive mi faccio approdo, e ogni isola che non c’è mi diventa casa che un Venerdì che m’offre una sigaretta ed un frittino di pesce ce lo trovo sicuro. E cavalco ippocampi, m’accendo un cubano, mi prescrivo rum antibiotici e strascico il cammino di Patagonia. Di ghiacciai m’acceco al tramonto, con pinguini vestiti a prima alla Scala, e ballo coi delfini, griglio con le orche, ed ogni fiera d’oceano sfido a tressette. Carambolo su tappeti verdi d’asfodelo e ruchetta, m’addormento in terra di Lotofagi, dentro caverne scavate da Lestrigoni. Con ciclopi a tre occhi canto canzoni perdute e tratteggio storie sul fondo d’un pozzo, accanto al riflesso di luna. Poi mi fermo, sull’ultimo scoglio, che non vè altra libertà se non quella di starsene a fronte d’orizzonte, che t’apre lo sguardo, pure mentre chiudi gli occhi.

Quarantenario

Continua, com’è vero che il sole sorge, il mio viaggio da prigioniero quarantenato. Che tra lockdown e “isolamenti fiduciari”, gli ultimi due anni mi sono apparsi assai stravaganti, pure m’avvedo che non mi finisce qui, che ci ho da mettere in conto altre “pause di riflessione”, da ripensare tutto, che di progetti chiari e definiti non si parla, piuttosto di ravvedimenti. Che per fortuna mia e d’altri, che se n’approfittano all’uopo, nel prima v’è stato chi ha lasciato note d’eredità. Dunque, sovrabbondo, che non si sa mai dovessimo averne carenze per diktat di qualche tipo.

Che la cosa che più mi sarebbe venuta da pensare, m’avessero paventato il tutto, era di assaporar profumi di libertà in ricomposizioni sociali, voglie relazionali di solluchero, gettarmi a capofitto nell’affratellarmi col resto del genere umano. Mi sarebbe venuto in mente di rivestirmi a modino, di rimbellettarmi, deodorarmi a napalm, inamidarmi colletti. Questo immaginavo mi ci sarebbe voluto, ch’è durata due minuti, forse tre. Che invece cominciavano – e continuano – a mancarmi aria e scogli, bufere e tempeste, mari solinghi e fiumi impetuosi, cataratte, galeoni spagnoli al largo, feluche e barchette sballonzolate, financo l’odore acre della scolatura d’alici.

Mi saltano schiribizzi d’incendi neroniani di parchi auto, di percorrere ad infradito sentieri a capra, spuntoni a roccia, di sassi mai cheti, di foreste fitte, mi sovvengono animali tremendi scodinzolarmi d’intorno festanti, che mammoni felini e mannari canini s’atterriscono essi stessi. Di più, cominciai – e persevero – a farmi gaudio di camice stropicciate, maglioni dismessi, traforati dal tempo, barbe antigravitazionali, i tre capelli in testa a prendere strade d’involuzione. E se mi sconfinfera modo di ricongiungimento a massa, v’è in questo voglia di stupore a disgusto del buon senso comune, di ciabattamenti stanchi, di fuggi fuggi, di c’hai na sigaretta, dammi cento lire, d’amplessi memorabili tra simili. Lo stesso virussino s’accomoda a fuga, per tanta screanzata violenza al bon ton, divento immune per sopraggiunta repulsa. Pure non ho remore d’aliti forti, come capita nella civile convivenza, che stasera faccio leva sul mio degradarmi, per piatto da seti ataviche e respingimenti sociali. Che trovo sul fondo della dispensa quattro cipolle che mi taglio a listarelle, pane raffermo – quello mi rimase – che sbriciolo in latte. Tutto insieme contraggo in un unico caotico marasma, fitto di burro, formaggio fuso, sale, peperoncino d’inferno e salvia. Ed il compattato caos inforno al calor bianco, con grattugia di pecorino pepato, che crei scorza d’armatura invalicabile se non d’accetta. E quanto m’aggrada che ci voglia un buon rosso litrozzo per buttarlo giù, mentre mi sento – finalmente – selvaggio in jungla.

Le mie prigioni

Che ormai la storia della mia quarantena mi pare che sia diario di viaggio perduto, un classico letterario con cui sollazzo me stesso, privo d’altre beatitudini nell’isolamento coatto. Che il primo tampone è arrivato (lussuoso molecolare, mica mordi & fuggi o pizza e fichi) che, con quello negativo, il sintomo psicosomatico se n’è svanito per com’era arrivato. In attesa del secondo, m’avvedo che sto davanti allo schermo già da troppo, che m’è preso il calo dell’occhio, dunque, musica sia, che l’orecchio appare assai meno stanco. e riciclo cosa che ci sta, che riempie pagine ed è all’uopo che non devo riscriverla.

“Ci sono personaggi della letteratura che se ne stanno nell’immaginario senza fare rumore, non vogliono dare fastidio. A volte ritornano, come un fiume carsico che riemerge più in là. A me ne è rimasto uno che mi si affastella ultimamente, insieme ad altre memorie, si fa il fotofinish con il Capitano Achab: l’Abate Faria, rincalzo di punta nel Conte di Montecristo di Alexandre Dumas e Auguste Maquet. Lessi il romanzo ch’ero alle medie e ancora c’era in giro il maestro Manzi.

Ogni mese o due – non ricordo bene – un professore che aveva la sigaretta accesa incorporata, rovesciava sulla cattedra un po’ di libri sbiaditi e logori, e noi dovevamo pescarne uno dal mucchio. Già allora avevo una certa repulsa per lo sgomito, m’è rimasta per le resse al banco delle cene a buffet – di norma digiuno -. A scanso d’equivoci, non è che spintonarsi alla cattedra fosse da ascrivere ad avidità culturale di quella ciurma scalcagnata della nave Suburbia; è che il professore pretendeva la relazioncina sul libro che avremmo dovuto leggere. Dunque, sic et simpliciter, l’azzanno collettivo era funzionale all’accaparro del libro con tante figure e poca roba scritta. Il Conte di Montecristo non rientra in quella categoria e, da buon ultimo, mi toccò a primo acchito. Facendo di necessità virtù, lo lessi d’un fiato, folgorato sulla via di Damasco. Divenni, senza porre tempo in mezzo, io stesso il conte, spietato come lui, ricco assai meno. Tuttavia, sfidavo a singolar tenzone i coetanei più grossi, perché tanto più il nemico è armato più ne verrà in gloria l’averlo affrontato. Accampando pretesti per presunti torti subiti, davo appuntamenti all’alba dietro conventi dei frati minori, brandendo l’indice a mo’ di spada. Ne buscai tante, ma ne uscivo soddisfatto. Per un periodo almeno. Poi, coi lividi, mi crebbe il dubbio, una cosa sotto la pelle che incomprensibilmente mi procurava pruriti nervosi. Decisi di rimettere mano al testo per cercare di capire cosa mi fosse sfuggito e che mi cortocircuitava in testa. Alla ressa successiva, poiché era ormai nota la mia spietatezza, non dovetti sgomitare. Le folle s’allargarono davanti a me come s’aprirono le acque del Mar Rosso al passaggio del popolo eletto, e m’assicurai si il libro di poche righe e tante figure, ma sotto vi feci scivolare con destrezza il fitto “Il Conte di Montecristo”, compiendo il mio primo esproprio proletario. Lo lessi e lo rilessi, quasi non pensavo ad altro. Fu lì che il conte divenne comprimario dell’abate. Ma come, pensai, quello s’affanna per uno spicchio di cielo, per un sorso d’aria, ti fa pure cristiano (nel senso d’umano, senza troppe accezioni religiose, come dicevano i vecchi) spiegandoti le cose del mondo, l’uso proprio del verbo, ti spiana strada per libertà definitive scavando il tunnel della Manica con le unghie e un cucchiaino da tè, t’attrezza un’autostrada verso la ricchezza, e tu che fai? Adesso che sei stramiliardario, che al cospetto Trump pare il ragazzo che ti chiede l’Euro del carrello della spesa, ti potevi comprare un’isola della Grecia o della Martinica, farti un Resort con tutti i confort; oppure, se proprio ti piaceva la bella vita d’occidente, un castello nella Loira, in riva al bosco, con giardino, sauna e doppi servizi. Se pure t’era rimasta in cuore la nobile fanciulla di cui i traditori t’avevano privato con cinica arguzia, vattela a rapire notte tempo, che lei ci viene con te, che t’ha serbato ricordo caldo nella memoria. Con lei te ne potevi stare tranquillo e beato a goderti la fortuna che t’è accorsa, a brindare con Bordeaux e Cognac alla memoria dell’abate, portandoti dietro pure l’unico vantaggio della reclusione: l’essere regredito alla condizione umana primigenia, capace d’afferrare il senso di ciò che si intende per bisogno essenziale, consapevole, finalmente, di cosa significa appagarlo. E invece… Ti procuri un servo sciocco, ti vesti come un manichino d’una Standa d’epoca, e t’appresti a vendicarti, arrovellandoti e costruendoti prigioni di fegato e bile. E la libertà? Non ti serviva quella? Ecco, questo ne ricavai, che il conte quasi non me lo ricordo, l’abate, invece, me lo porto dietro.

Ultimamente, come dicevo, mi si è ripresentato, l’abate intendo. Saranno le lunghe reclusioni forzate, le quarantene, la prigione del lavoro che s’accosta alle quattro mura tra cui soffrire la clausura, ma, insomma, a me manca l’Abate Faria, tanto più che non ho vendette da consumare.

E come Edmond, tutti, soli con noi, riconquistiamo lentamente ma inesorabilmente l’essenza stessa della natura umana, con le barbe che sfogano la loro pulsione antigravitazionale, capelli che s’arruffano, forchette che spariscono, vestiti che si ungono di soffritti. Ma come un qualsiasi Dantes, la libertà ritrovata, anche solo per un istante, si trasforma in vendetta. Dal carcere alla ressa ai centri commerciali, davanti ai concessionari per comprare la vettura con cui ingravidare il garage, affollare i parcheggi, congestionare gli incroci, prenotare appuntamenti notturni con operatori estetici, che recuperano dall’abbrutimento le forme ataviche della nicchia ecologica. A me viene voglia d’altro, di corse (lente, anzi, lentissime, facciamo passeggiate) ignudi sulle spiagge deserte del Mar d’Africa, sino al tramonto ed alle reti di Pilu Rais, nella speranza della ricciola all’acqua pazza, delle rughe dell’altopiano quando piove, che gli orti si gonfiano d’orgoglio e le mucche promettono formaggi, col contadino, prima scosso del tuo apparire selvatico, che poi si commuove e t’omaggia d’uova e verdure. E la sindrome della capanna, che diviene ritiro assai poco spirituale in amplessi incondizionati tra comunardi e baratti d’essenze biologiche. È la libertà che mi penso. Ma voi, novelli Dantes, di chi volete vendicarvi, della vita stessa, della bellezza che non v’è stata prescritta dal medico o da un faccialibro qualsiasi e che non riconoscete più, pure vi infastidisce quando, solo guardando un estratto conto, – spesso in rosso – sceglierete cosa fare del sorso d’aria che v’è concesso?”

I quarantenati

Insomma, m’appare chiaro che mi riquarantenano, che, di tante volte capitò, trattasi piuttosto di cinquantena, pure sessantena, forse, di m’incatena. Ci ho musica, per fortuna, ed all’uopo.

Che gli insegnanti, che comincia la stagione, si sta come d’autunno cadono le foglie, a scavare trincee che poi ci tocca di riempire, così, per tenere alto il morale della truppa, che di Armando Diaz all’orizzonte non v’è traccia. Fatte le scorte per affrontare il gelido isolamento, mi appaio come certi tipi che s’attrezzavano il rifugio antiatomico, solo con la certezza della bomba, attesa senza armatura cementizia e contatore geiger. Che poi non si punta più a quel che sarà, che del doman non v’è certezza, semmai si lancia sguardo nostalgico a ciò che fu, assai più di conforto, che almeno quello ce lo siamo presi. Uno scoglio lontano, così, per dire. Se torna torna, altrimenti ci s’è goduto e si può raccontare, che raccontare è forma di suadente consolazione, o così mi pare che sia, ora, che domani è un altro giorno, si vedrà.

E che racconto, che non mi sovviene, nella pressione degli eventi, quasi nulla alla ricerca del tempo perduto? Mi tocca di trovar conforto nell’angolo più fascinoso di casa, quello cottura, che vi racconto d’un piatto che tutti conoscete, ma credo meriti ribalta che mai ve lo serviranno in luoghi con soffitti a firmamento e conti da trasfusione: spaghetti, aglio e olio. Posto che, nonostante la sua essenzialità, il piatto si presenta come paradigma antidepressivo, è altresì poverissimo, sicché non si può sbagliare poiché, il miserando, non può permettersi di rinunciare al prodotto finito, con la deposizione del fallimento in pattumiera, e, deluso dall’insuccesso, giammai opterà per ben altre ricchezze gastronomiche di cui è, per definizione, sprovvisto. Neppure il quarantenato, quale io sono e fui, costretto alla reclusione, potrà, in vista dell’insuccesso, rallegrarsi del brasato in trattoria. Gli ingredienti sono fondamentali, che si derubrica alla complessità, mai all’essenza del gusto. Aglio (non di quello che ha spicchi da microscopia elettronica), olio (vero, mi raccomando, di contadino), prezzemolo freschissimo, pecorino d’autentica pecora di pascoli non diossinici, pure spaghetti trafilati al bronzo, che non s’incupiscono d’intingolo, lo accolgono suadenti, piuttosto, lo stringono in morbido abbraccio. E mentre l’acqua bolle, si buttan giù quelli, – se siete in quarantena, dunque ad un passo dalla depressione, se ne consigliano almeno due etti e mezzo – che, in padella ampia a parte, fuoco lento che non bruci, olio ed aglio abbondante, a pezzi grossolani, consumano già amplessi memorabili, arrovellandosi al calor bianco, stimolandosi reciprocamente passioni antiche, insopite. E venne il tempo che, a far da incomodo terzo, si getta in mischia il peperoncino, non uno quale che sia, che piccanteggi appena, ma il frutto prezioso per palati incatramati, che se cade in terra ustiona il pavimento, linea la ceramica, corrode il marmo. Lo scontro inizia a divenire cruento, che la temperatura sale, ma non può protrarsi troppo a lungo, occorre ricondurre alla pace, alla delizia della convivenza, creare le condizioni per un nuovo afflato che abolisca convenzioni borghesi. V’è il candido strumento nella pentola che bolle, lì dove la trafilatura rilascia amidi delicatissimi. Pescandoli con cautela, solo quelli, intendo, si rilasciano nell’olio bollente dove sublimano col tutto d’intorno, emulsionando e avvolgendo, derubricando l’ambiente arroventato ad alcove vellutate. Un minuto – ma solo quello – prima che gli spaghetti raggiungano l’al dente perfetto (assaggiateli, assaggiateli, non fidatevi dei tempi di cottura indicati), il trito finissimo del prezzemolo, produrrà freschezze e discontinuità cromatiche. E la pasta saltatela al calor bianco della padella, lasciando che poveri ingredienti s’arricchiscano della loro solida alleanza, attendendo la felice mantecatura col pecorino, come i proletari di tutto il mondo uniti, a fronte alta e determinata ostinazione, anelano al sol dell’avvenire. Mi dimenticavo – non per me, si intenda – per costrutto narrativo, che è piatto che mette sete, e dateci di rosso, aspro e cattivo come certuni da sud pieno, quasi d’Africa, d’Oriente perduto.