Le storie nella storia (Allonsanfàn parte ventunesima: “Era di giugno” di Mario Di Sorte)

Raro che parli di libri da queste pagine, non mi risulta d’averlo mai fatto se non in riferimenti di sgambescio, obliqui, qualche citazione rubata all’uopo. E ve n’è ragione precisa nel fatto che mi è raro di rimanerne preso a tal punto da non poterne fare a meno se escludo cose di lettura antica, volumi e volumetti che s’affollano – o prendono polvere – sui miei comodini, compagni d’un viaggio non invidiabile. C’è poi quell’altra cosa che mi crea indugio nel farlo, quell’altra cosa che riguarda me, anzi, ad essere onesti quell’altro me, da cui in queste pagine decisi di divorziare unilateralmente. Poiché egli di libri ne scrive, non parlando dei suoi mi pareva che potrebbe aversene a male ch’io parli di quelli d’altri.

Per una volta faccio finta di niente, stimando che forse non se ne accorge, seppure prima di procedere fui frenato anche da altro che m’accorsi essere invidia. E già, ché io mai ebbi capacità di farmi capire ad immediatezza di lettura, nemmanco forse ci provai. Ed invece il libro di cui voglio parlare è chiaro e limpido, scritto da un amico carissimo e fraterno (e pure questo mi frenò un attimo, ch’è facile essere additato qual preda di piaggeria) che sa dare peso alle parole, ne conosce il senso profondo, ne soppesa l’esatto valore. Ma finii per superare residui di pruderie, dunque procedo.

Era di Giugno (Effigi Edizioni) di Mario Di Sorte è un libro che esplora la storia, ce ne rende un’immagine composta di frammenti e vissuti drammatici, ma non convenzionali. Lo fa attraverso le vicende umane di tre ragazzi, Bobby, Alfred e Tonino, diversi, com’è necessario che siano gli sguardi che si volgono alla comprensione della complessità che regola i fatti degli uomini, l’irrazionalità della guerra, in questo caso, la costruzione di relazioni che pure fanno degli uomini ancora una volta uomini. Di Sorte usa uno strumento narrativo singolare, originalissimo, crea l’ordito d’una trama fitta con eleganza ma mai indugia in trovate ed orpelli estetizzanti.

Pare lo scienziato che osserva il vetrino ad occhio nudo prima di posizionarlo con perizia sotto le ottiche potentissime d’un microscopio. Aumenta progressivamente l’ingrandimento e crea un passaggio di testimone nel ruolo di protagonisti del libro di cui non ci si avvede subito. La storia, la gigantesca mobilitazione internazionale, i fermenti di liberazione e resistenza, la follia della barbarie della guerra sono fatti anche di luoghi, personaggi che attraversano il tempo, che paiono navi alla deriva. Nella prima parte del romanzo è tutt’altro che quinta scenografica per il racconto di precise vicende umane, è essa stessa protagonista e la coinvolgente narrativa di Di Sorte ce la rende in dettagli precisi, atmosfere convulse e rapidi cambi di scena. Interni di navi inseguono porti brulicanti, immense distese d’oceano, deserti e campi di guerra si alternano, e pare di sentire dentro le pagine del libro un vociare sconnesso, i boati terrificanti che disvelano orrore e speranze. Poi il microscopio della narrazione cambia oculare, coglie presenze umane sempre più precise, delineate, prima camei di grande potenza letteraria, apparizioni fugaci (il comandante d’una nave che trasporta prigionieri è figura sorprendente, come certe magnifiche presenze nei libri di Conrad). L’Italia prende posizione, lentamente, si lascia attraversare, ci mette se stessa, i suoi boschi, i suoi borghi, le campagne, ogni dettaglio è descritto con precisissima attenzione. Nulla pare lasciato al caso nelle descrizioni di Di Sorte, tutto concorre a costruire l’unicum narrativo della complessità degli eventi da cui emergono poderose presenze d’umanità varia, quelle che, senza rendercene quasi conto, ritroviamo adesso protagoniste, come avessero ricevuto un immaginario testimone dal tutto d’intorno. Le donne, gli uomini si esprimono con i loro rancori, le violenze, gli amori, la solidarietà, e fanno di questo libro un romanzo non catalogabile, che si muove oltre il genere. È libro storico, certo, insieme romanzo d’amore e di guerra, di sogni e nostalgie, di struggente desiderio di mondi altri, di speranze, di utopie che emergono dalle macerie e cui pare non importa molto di epiloghi sempre e comunque mai scontati.

Smarrimenti autarchici

A pallottoliere schierato feci di conto, lo rifeci e lo strafeci, ma non mi venne, che ciò mi produsse assai furonoa grami sensi di smarrimento che pure faccio di numeri mestiere mio. E mi venne che a scontrino di spesa mi ridussi a contezza di non esser a sufficiente autarchia, per gusto sadico di non guadagnar abbastanza, in definitiva mi ridussi a senza merito e presto, ho idea,- che v’è pure ministero preposto – sarò conclamato tale.

E già, perché bel paese non fu sovrano a dire abbastanza mangio di mio, che sessantamilioni non ce la fanno a farsi nutrimento di pane e pasta a grano preciso che non venne da paese a sotto bombarda o d’oltre oceano, nemmeno di fritturina mi posso acquietare, che a stento olio a produzione nostrale ve ne fu ad abbastanza per condimento d’insalatina. Eppure me medesimo è tipo che guarda ad autosufficienza come a valore aggiunto, che si cerca contadino ad ogni dove, ma vivo e vissi a piccolo borgo, mica a frontiera di suburbia di cemento. Ma tale detto paese – ma sarà mio, o forse ci fui spiattellato in illo tempore per errore madornale di cicogna sbronza, il che spiegherebbe financo certe altre cose? -, invece, dice questa è casa mia e qui comando io. Poi si scontra con contraddizione che fu letale ad altro tempo, che chi fa buon prodotto poi pretende che glielo paghi, che se ci ha anche bollettina a prezzo d’orafo, per forza fa così, ma se ce l’ho anch’io detta bolletta, a spesa fatta faccio incetta di tali prodotti di derivazione ignota e lido lontano. Che io poi li vedo a vagare supermercatisti a grande offerta di salsa di pomodoro a centesimo che non vale la bottiglia dentro cui fu infilata, e se c’è scritto, a cubitalità prorompente e tricolore sventolato, che è a provenienza patria, mi vien sospetto che fu fatta a sfrutto braccia a sopravvivenza d’annego.

Che mi pare pure così strano che chi si crogiola di quello vuole probabile annego di chi raccoglie fragola ed oliva un centesimo a cassa, per prezzo che è da disgraziato a sua insaputa, che fece corsa a scontrino leggero con fiato corto che al massimo a quello arriva. Che, insomma, pure quando mangi hai l’angoscia che sei ultimo, ed a scanso d’equivoco, quando sei penultimo, bastoni chi t’arranca dietro a chiedere miserevole compassione, non si sa mai gli venga lo sghiribizzo di emergere d’abisso a misura plateale, anziché infrattarsi nottetempo a scanso d’occhio indiscreto – dopo miracoloso aggrappo a scoglio salvifico – a calduccio di serra per schiena spezzata ad libitum, a favorir grande sovranità di desco.

Gioco di bimbi

La gente spesso parla di crudeltà “bestiale” dell’uomo, ma questo è terribilmente ingiusto e offensivo per le bestie: un animale non potrebbe mai essere crudele quanto un uomo, crudele in maniera così artistica e creativa.” (Fëdor Michajlovič Dostoevskij)

Che pare, ormai, gioco di bimbi ad uscita di scuola, che gioca a chi fa sputo a più distanza e ad altra celia che a dignità non dico. C’è chi dice che bomba mia è assai più grossa di bomba tua e la tiro a quando mi pare che se la tiri tu io ne tiro una ancora più grossa, che è così grossa che di tua non resta traccia nemmeno a ricordo lontano. E manco mi ricordo cosa volevo dire per costernazione di bombarda a diffusione che se uno dice no a tale schifezza passa per scemo di villaggio globale e meglio che faccio musica che questa è storia vecchia assai, e io, d’improvviso mi feci vecchio che parve che mi misi d’accordo con vecchietto ad abito bianco pure se mai mi misi a coda di sacrestia.

Faccio presente, quale nota a margine, che mi pare che nessuno disse davvero no in grande tempio di democrazia a compro bomba a più soldo che scuola e ospedale, e seppure lo disse mi fece a scompiscio da ridere che poi fece alleanza con chi disse compro altro che bomba, e di scuola faccio scuoletta, ospedale riduco al più a guardia medica che lo disse migliorissimo ed io obbedisco. E a chi venne a riso che ascoltò in illo tempore successivo scritto di cinema, dico che forse era meglio ridere poco già allora, che pure io però lo feci.

Ragazzi, ho l’impressione che ci siamo. Questo è un corpo a corpo nucleare coi russi. Sentite, ragazzi… io coi discorsi mi ci rigiro poco. Ma ho idea che giù da noi stiano combinando qualcosa di molto ma molto grosso. Poi ho anche una certa idea di quello che vi sentite dentro per quello che io vi dico in questo momento. Beh, in fin dei conti non sareste nemmeno esseri umani se il pensiero di una battaglia a colpi di bombe H non vi facesse un po’ di impressione. Ma una cosa dovete ricordarvi: la gente, giù a casa, conta su di noi, e per la miseria, noi non la deluderemo. Poi un’altra cosa… se anche questa faccenda è molto meno importante di quello che ho paura che sia, state certi che siete tutti destinati ad avere almeno una promozione o almeno qualche medaglia, quando sarà finita. E questo vale per tutti quanti, indistintamente, di qualunque razza, colore e religione sia. Beh, adesso basta chiacchiere e rimbocchiamoci le maniche.” (Maggiore T.J. “King” Kong, da Dottor Stranamore di Stanley Kubrick, 1964)

Click e boom

In attesa che la guerra si faccia ancor più seria e bombarda e spingarda cedano d’uopo campo a pretesa di protagonismo d’atomo a disgregazione, decido di far breve sosta a caffè e piccola sgambata.. Per intanto musica, avanti, sempre per la ragione che questa, sino in fondo, v’accompagna a meno fatica di lettura

Ho un tale rispetto per la fotografia, che mi capita d’andarmene in giro con la macchina fotografica e non farne nemmeno una. Che poi non è che sprechi rullino, che in digitale questo non conta. Ma tant’è, m’è rimasto questo. Mi pare che non vengano bene, che non corrispondano a quell’incontro fatale tra il me di dentro e la sua rappresentazione là fuori. Indugio, tentenno, alfine desisto, se non in rare occasioni. M’è parsa invidia quella fregola d’immortalare le cose che a taluni appartiene d’impeto compulsivo. Ma poi mi sono fatta ragione che ognuno s’è fatto a modo suo, che io non faccio eccezione. Nemmeno mi scatta lo sghiribizzo del click dinnanzi all’immagine del bello con cui s’offre talora la realtà. Che mi viene da pensare che bella non sarebbe la foto, piuttosto il soggetto intrappolato di pixel o rullino. Dunque, ancor più desisto, ripiego, che poi fotografo non sono, poiché, qual nessuno, non sono niente. Tuttavia, nulla ho di personale avverso lo scatto isterico e sequenziale, nemmeno m’è giunto sentimento ostile nei confronti di chi s’appresenta alle mostre fotografiche con lo zoom che s’accomoda ad adipe, sorretto di cordella, a dar definizione che, certo, quella è esposizione d’immagini, ma anch’io, pure, ne sarei avvezzo, sol volessi. È quel sentirsi affratellato di click che mi urtica, che ogni click, poiché è già stato in attimo a fuga, poi non ci appartiene più. Che se scatto una foto c’è che mi viene musica a supporto, pensieri e parole s’affastellano a quella, non mi soggiunge mai da sola, è impresa corale di me con me, ed ancora con me. E l’incontro nel punto d’accumulo è cosa difficile, e ostico mi rende lo scatto.

Talora ho tentazione, mi si spinge d’automatismi il dito sul pulsante di scatto, mi roteo tempi e diaframmi, che ciò che ho davanti penso, merita. Ma è spesso cosa che mi dura un attimo fugace, poi si spegne d’entusiasmo e cerco oltre, se trovo. Fermo mi resto, comunque, che quell’incontro ci sarà, che nulla m’è dato a pensare di negativo dell’immagine che mi si sottrasse allo scatto e che mi porto via lo stesso a memoria.

Stamane, che c’era un fugace sole, mi capita di luce giusta una bellezza rara di paesaggio architettonico, pure mi scappa che la fotografo, anche solo di cellulare. Non faccio un etto di danno, che quella è cosa bella, mi ripeto, e me la vorrei portare a memoria di byte, pure ad eccezione comportamentale. Me ne cerco uno scorcio lindo, che mi restituisca il soggetto senza intromissioni, né ne trovo uno, né di dritto, nemmeno di sgambescio. La scena s’occupa di tanti che clicchettano, ma non sul fatto d’architettura in sé, su se stessi a selfie, e la bellezza si pone a sola quinta d’autoreferenza, un come dire io c’ero.

M’arrendo, che m’è parso di capire che non troverò scena libera, che taluni s’attengono a precetto d’essere belli in cima al creato, e reiterano il gesto di dirselo ad immagine, non si sa mai dovesse sgretolarsi tale granitica certezza.

Ritirata (riproposta)

Per oziosa indisposizione alla scrittura, faccio riproposta che pare tempo immoto.

Ritirarsi non è scappare, e restare non è un’azione saggia, quando c’è più ragione di temere che di sperare. Non c’è saggezza nell’attesa quando il pericolo è più grande della speranza ed è compito del saggio conservare le proprie forze per il domani e non rischiare tutto in un giorno.” (Miguel De Cervantes) Che se cosa così te la dice il babbo di Don Chichotte c’è che ci credo, e piazzo muro di musica a difesa, mentre preparo la contromossa, a capo chino per venti di guerra.

L’Orda d’Oro fu mossa che conquistò il mondo con strategia di ritirata strategica che fece a spiazzo del nemico, festoso di presunta vittoria. Ma pure a resa v’è grazia, diserzione è necessità di vita. Che mi innalzo sul pennone più alto d’albero maestro – non avendone alcuno opto per antenna dismessa di TV – bandiera bianca, a segnalare la presa di posizione definitiva ed inderogabile, e che sventoli, perbacco, che sventoli. Mi decido sì per resa, che d’apparenza è a scanso di condizione, ma nasconde ritirata strategica, attacco pure su tutti i fronti. Se non partecipi al gioco, il giocatore che resta è già sconfitto, che si ritrova senza trastullo, che il mondo ha necessità di nemici ed io mi sottraggo al ruolo di parte, mi faccio a lato che è decisione spontanea, dunque odora di trionfo. La ritirata mia non fu mai solo tale e basta, piuttosto attrezzo a vita altra che non guarda per vedere, che vede senza guardare con occhi di dentro, e fu disegno di ri-scoperta, di dimensione e-versiva di vivere. Conquisto, avanzo, in ritirata, m’approprio di non appropriazione, esproprio l’inappropriato, riprendo posizione in orizzonte aperto, in dettaglio sfuggito, che di quelli v’è traccia a campo di battaglia a devastazione, che parevano conquistati ed invece, liberati d’assillo di conquista, appaiono fioriture d’uomo libero.

Mi riprendo scoglio dorato, colori spumeggianti d’abbandono, le diacronie del tempo, le note andate ed il respiro profondo della memoria fervida ed ininterrotta dei ricordi. Questi tamponano il presente ad ingorgo, sfrecciano come saetta spuntata e non di guerra oltre il presente, si fanno futuro di prospettiva, ch’è il nemico che avanza è già fuggito in disfatta, ch’è schiavo di sua stessa guerra quotidiana, di libertà negata a prigionia autoinflitta per fila alla cassa, di direzione mai a linea sghemba. Procede a linea dritta, il nemico, che solo quella conosce, non ambisce a percorso lungo e panoramico, alla lentezza che vede tutto. Corre illimitato a velocità di logaritmo, che non v’è dettaglio nell’accelerazione a parossismo che narra di storia, spera solo a stazione celata da muro, in benedizione d’assoluzione, di conforto in sacre stanze di corruzione. Che la resa non è prevista, nessuno s’arrende, dunque, finalmente nessuno, ho isola per diserzione ch’è sorta dal mare e nessuno vede, che l’uno qualunque non ne conosce esistenza nemmanco a binocolo o telescopio portentoso che occhi non ha, ne prospettiva di deriva e approdo.

Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: andare alla deriva o fuggire davanti alla tempesta. La fuga è spesso il solo modo di salvarsi.” (Henry Laborit)

Ritirata

Ritirarsi non è scappare, e restare non è un’azione saggia, quando c’è più ragione di temere che di sperare. Non c’è saggezza nell’attesa quando il pericolo è più grande della speranza ed è compito del saggio conservare le proprie forze per il domani e non rischiare tutto in un giorno.” (Miguel De Cervantes) Che se cosa così te la dice il babbo di Don Chichotte c’è che ci credo, e piazzo muro di musica a difesa, mentre preparo la contromossa, a capo chino per venti di guerra.

L’Orda d’Oro fu mossa che conquistò il mondo con strategia di ritirata strategica che fece a spiazzo del nemico, festoso di presunta vittoria. Ma pure a resa v’è grazia, diserzione è necessità di vita. Che mi innalzo sul pennone più alto d’albero maestro – non avendone alcuno opto per antenna dismessa di TV – bandiera bianca, a segnalare la presa di posizione definitiva ed inderogabile, e che sventoli, perbacco, che sventoli. Mi decido sì per resa, che d’apparenza è a scanso di condizione, ma nasconde ritirata strategica, attacco pure su tutti i fronti. Se non partecipi al gioco, il giocatore che resta è già sconfitto, che si ritrova senza trastullo, che il mondo ha necessità di nemici ed io mi sottraggo al ruolo di parte, mi faccio a lato che è decisione spontanea, dunque odora di trionfo. La ritirata mia non fu mai solo tale e basta, piuttosto attrezzo a vita altra che non guarda per vedere, che vede senza guardare con occhi di dentro, e fu disegno di ri-scoperta, di dimensione e-versiva di vivere. Conquisto, avanzo, in ritirata, m’approprio di non appropriazione, esproprio l’inappropriato, riprendo posizione in orizzonte aperto, in dettaglio sfuggito, che di quelli v’è traccia a campo di battaglia a devastazione, che parevano conquistati ed invece, liberati d’assillo di conquista, appaiono fioriture d’uomo libero.

Mi riprendo scoglio dorato, colori spumeggianti d’abbandono, le diacronie del tempo, le note andate ed il respiro profondo della memoria fervida ed ininterrotta dei ricordi. Questi tamponano il presente ad ingorgo, sfrecciano come saetta spuntata e non di guerra oltre il presente, si fanno futuro di prospettiva, ch’è il nemico che avanza è già fuggito in disfatta, ch’è schiavo di sua stessa guerra quotidiana, di libertà negata a prigionia autoinflitta per fila alla cassa, di direzione mai a linea sghemba. Procede a linea dritta, il nemico, che solo quella conosce, non ambisce a percorso lungo e panoramico, alla lentezza che vede tutto. Corre illimitato a velocità di logaritmo, che non v’è dettaglio nell’accelerazione a parossismo che narra di storia, spera solo a stazione celata da muro, in benedizione d’assoluzione, di conforto in sacre stanze di corruzione. Che la resa non è prevista, nessuno s’arrende, dunque, finalmente nessuno, ho isola per diserzione ch’è sorta dal mare e nessuno vede, che l’uno qualunque non ne conosce esistenza nemmanco a binocolo o telescopio portentoso che occhi non ha, ne prospettiva di deriva e approdo.

Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: andare alla deriva o fuggire davanti alla tempesta. La fuga è spesso il solo modo di salvarsi.” (Henry Laborit)

Click

Musica, avanti, sempre per la ragione che questa, sino in fondo, v’accompagna a meno fatica di lettura

Ho un tale rispetto per la fotografia, che mi capita d’andarmene in giro con la macchina fotografica e non farne nemmeno una. Che poi non è che sprechi rullino, che in digitale questo non conta. Ma tant’è, m’è rimasto questo. Mi pare che non vengano bene, che non corrispondano a quell’incontro fatale tra il me di dentro e la sua rappresentazione là fuori. Indugio, tentenno, alfine desisto, se non in rare occasioni. M’è parsa invidia quella fregola d’immortalare le cose che a taluni appartiene d’impeto compulsivo. Ma poi mi sono fatta ragione che ognuno s’è fatto a modo suo, che io non faccio eccezione. Nemmeno mi scatta lo sghiribizzo del click dinnanzi all’immagine del bello con cui s’offre talora la realtà. Che mi viene da pensare che bella non sarebbe la foto, piuttosto il soggetto intrappolato di pixel o rullino. Dunque, ancor più desisto, ripiego, che poi fotografo non sono, poiché, qual nessuno, non sono niente. Tuttavia, nulla ho di personale avverso lo scatto isterico e sequenziale, nemmeno m’è giunto sentimento ostile nei confronti di chi s’appresenta alle mostre fotografiche con lo zoom che s’accomoda ad adipe, sorretto di cordella, a dar definizione che, certo, quella è esposizione d’immagini, ma anch’io, pure, ne sarei avvezzo, sol volessi. È quel sentirsi affratellato di click che mi urtica, che ogni click, poiché è già stato in attimo a fuga, poi non ci appartiene più. Che se scatto una foto c’è che mi viene musica a supporto, pensieri e parole s’affastellano a quella, non mi soggiunge mai da sola, è impresa corale di me con me, ed ancora con me. E l’incontro nel punto d’accumulo è cosa difficile, e ostico mi rende lo scatto.

Talora ho tentazione, mi si spinge d’automatismi il dito sul pulsante di scatto, mi roteo tempi e diaframmi, che ciò che ho davanti penso, merita. Ma è spesso cosa che mi dura un attimo fugace, poi si spegne d’entusiasmo e cerco oltre, se trovo. Fermo mi resto, comunque, che quell’incontro ci sarà, che nulla m’è dato a pensare di negativo dell’immagine che mi si sottrasse allo scatto e che mi porto via lo stesso a memoria.

Stamane, che c’era sole, mi capita di luce giusta una bellezza rara di paesaggio architettonico, pure mi scappa che la fotografo, anche solo di cellulare. Non faccio un etto di danno, che quella è cosa bella, mi ripeto, e me la vorrei portare a memoria di byte, pure ad eccezione comportamentale. Me ne cerco uno scorcio lindo, che mi restituisca il soggetto senza intromissioni, né ne trovo uno, né di dritto, nemmeno di sgambescio. La scena s’occupa di tanti che clicchettano, ma non sul fatto in sé, su se stessi a selfie, e la bellezza si pone a sola quinta d’autoreferenza, un come dire io c’ero.

M’arrendo, che m’è parso di capire che non troverò scena libera, che taluni s’attengono a precetto d’essere belli in cima al creato, e reiterano il gesto di dirselo ad immagine, non si sa mai dovesse sgretolarsi tale granitica certezza.