8 Marzo (anteprima)

Che m’accingo a 8 Marzo, prima del tempo, che poi non m’è dato a sapere se ce la faccio. Pure ne faccio riferimento per fatto che fu lotta di donna, ma che a tramonto d’aspettativa si vide riflesso che tutto pare vano. Parto di musica, però.

Non mi stupisco che più non ho stupore, che non ve n’è notizia di presa di canali a rete unificata, che d’altro che sa di bomba c’è da discutere, che la bomba la sgancia uomo, non m’avvedo che tante ne sganciarono donne. Che poi a ministro e primo ministro non è dato d’occuparsi di cosa banale, con espressione a fuga e distanza da cosa avvenuta in sotto silenzio, che al più s’interviene su bimbi a manganello per protesta di morte di lor pari, che si grida all’infiltro ed è scandalo che non fu di ialuronico a gonfiare bocche a canotto. Che pare ci fu errore a forma di sequestro, e casa, a dedica a immensa mamma Felicia, torna a famiglia di boss, che tutto tace. E m’assommo di chieder scusa io, che essendo nessuno ho tempo e modo, non m’occupo di tutto pieno ad arsenale. Lo faccio come m’aggrada, che non metto mimosa ma ogni fiore, e ricordo d’altre donne pure sepolte d’oblio. Mamma Felicia sarebbe assai contenta che di suo sorriso ho memoria zeppa. Ma pure ad altre donne faccio omaggio, che mi critico a genere senza rimorsi.

Le donne dei “Fasci”

Fra il 1893 e il 1894 la Sicilia fece molto parlare di sé per dilagare in città e campagne di grandissima agitazione sociale senza precedenti e rapido diffondersi dei Fasci siciliani delle lavoratrici e dei lavoratori, organizzazione quale mai si era vista prima, capillarmente strutturata, dotata di efficiente coordinamento regionale, ispirata a socialismo, guidata da dirigenti per lo più giovani, intelligenti, colti e determinati. Adolfo Rossi, giornalista d’inchiesta, si reca in Sicilia per studiare il movimento. Ne intervista i protagonisti nelle campagne e coglie esterrefatto il ruolo di donne – un terzo del movimento, che per farne a metà di quelle, ora ci vuole doppia quota rosa ex legis – e della loro capacità di esprimere concetti politicamente elevati, con proprietà di linguaggio e consapevolezza di condizione e prospettive di loro lotta.

Noi non andiamo più in chiesa, ma al Fascio.

Là dobbiamo istruirci, là organizzarci per la conquista dei nostri diritti.

Vogliamo che, come lavoriamo noi, lavorino tutti, e non vi siano più né ricchi né poveri. Che tutti abbiano del pane per sé e per i figli. Dobbiamo essere eguali. Io ho cinque bambini e una sola cameretta, dove siamo costretti a mangiare, a dormire, tutto, mentre tanti signori hanno dieci o dodici camere, dei palazzi interi (…)

Vogliamo mettere in comune le terre e distribuire con giustizia quello che rendono.

Ci deve essere la fratellanza, e se qualcheduno mancasse ci sarebbe il castigo.

Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno gli usurai. Alla fondazione del Fascio i nostri preti erano contrari e al confessionale ci dicevano che i socialisti sono scomunicati. Ma noi abbiamo risposto che sbagliavano, e in giugno, per protestare contro la guerra ch’essi facevano al Fascio, nessuno di noi andò alla processione del Corpus Dammi. Era la prima volta che avveniva un fatto simile.

I signori prima non erano religiosi e ora che c’è il Fascio hanno fatto lega coi preti e insultano noi donne socialiste come se fossimo disonorate. Il meno che dicono è che siamo tutte le sgualdrine del presidente.

Quando un reato è commesso da un ricco, nessuno se ne cura, mentre il povero che ruba un pugno di grano per sfamarsi va subito in prigione.

Vedete che per i poveri non c’è giustizia in Piana dei Greci! I signori dicono apertamente che ci vogliono ammazzare ad uno ad uno. (…) Per ora i nostri consiglieri non potranno far altro che impedire gli abusi e le prepotenze dei signori i quali finora comandavano anche nel Comune. Ma i Fasci nomineranno anche i consiglieri provinciali e i deputati, e quando alla Camera avremo maggioranza socialista….

Noi speriamo che sorgano presto anche nel continente. Voi vedete come si moltiplicano qui. Possibile che nel resto d’Italia i nostri fratelli che soffrono seguitino a dormire? Basterà che qualcheduno cominci a predicare anche là l’unione del proletariato. Anche noi fino alla primavera scorsa non sapevamo che cosa fossero i Fasci. Morivamo di fame e tacevamo. Eravamo ciechi. Non ci vedevamo.

Maria Occhipinti

Che ricordo di lei, a tempo di muscolo a palestra d’armi e doppi petti di migliori tronfi di boria maschile, è più letale d’atomica, pure se non fa morti. Che fece il Non si parte! di Ragusa, che lottò contro arruolamenti forzati a ricostituzione d’esercito di Badoglio e Bonomi. A Ragusa, il 4 gennaio del 1945, a far fuggire giovani rastrellati, si fece tappeto in strada per bloccare il mezzo delle reclute, che era al quinto mese di gravidanza. E per quel gesto fu insurrezione, per giorni quattro, con esercito patrio a sparar sulla folla, ad uccidere ragazzo e sagrestano. E Maria, cattiva maestra per odio a guerra, si fece anni da carcere in carcere. Pure prigioniera da suore rimase, per volontà imperitura di stato democratico. Il suo racconto a dramma l’ho trovato scritto da Maricla Boggio.

Ragusa Ibla ci mandò San Giorgio a incontrare il nostro San Giuanne…

San Giorgio a cavallo, terribile! armato di lancia e vittorioso contro il drago…

Lasciate i nostri figli! Per carità lasciateli! Siamo stanchi di guerre! Non vogliamo più servire i Savoia! Ridate i figli a queste madri! Per carità lasciateli andare! Mi ucciderete, ma voi non passate!

VOCI di donne – E’ incinta! Incinta di cinque mesi! Non le fate male! Per carità!

L’esercito sabaudo chiedeva di andare a combattere al nord, contro i tedeschi e i fascisti… Ma non erano già arrivati gli americani a liberarci? E quell’esercito, dei Savoia, non era ancora dei fascisti? Niente a che fare con i partigiani del nord. Ho deciso di impedire con tutte le mie forze che si parta per la guerra! E ci sono riuscita, ma a quale prezzo! Per me tanti ragazzi erano sfuggiti alla trappola e le madri e i padri mi abbracciavano… Ma nel pomeriggio si cominciò a sparare, i soldati erano armati e organizzati, Caddero molti ragazzi. Tanti i feriti, li curai come potevo, incoraggiando le madri ad aiutarmi. Il terrore durò una settimana. I nostri giovani vennero arrestati, e io con loro. Non ci fu giustizia per la povera gente. Mentre centinaia di famiglie soffrivano per i figli catturati o uccisi, i fascisti continuavano a passeggiare indisturbati per la città. Gli arrestati, quasi tutti, erano comunisti e socialisti. Fui condannata insieme al gruppo dei ribelli (…) mi mandarono al confino. Dentro di me la mia creatura si muoveva. Mi confortava il pensiero che non partivo da sola. (…)

Non ho nemmeno una camicia per questa creatura! Non c’era neanche un pannolino.

Magra, le mani trasparenti le dita fini come artigli… un piccolo rapace… In viso era bella… graziosa… ma il corpo… lo spettro della fame. Piangeva piangeva per tre giorni non fece altro che piangere… Alla fine piegò la testina da una parte e chiuse gli occhi come per morire. Venne un compagno, non so come altro definirlo… un compagno perché pativa insieme a noi, ma non l’avevo mai visto prima… Prese la bambina fra le mani, la scaldò con la forza delle braccia. A poco a poco la bambina prese vita, il colore le apparve sulle guance… aprì gli occhi, ci guardò e sorrise. Era salva.

Franca Viola

A 17 anni e basta, fu presa dal mafioso Melodia, che agì con aiuto di dodici amici, tutti di gran coraggio da maschio vero. Franca fu violentata, malmenata, lasciata a digiuno, tenuta segregata per otto giorni; poi, i parenti del fenomeno Melodia contattarono il padre di Franca per la “paciata” e matrimonio riparatore a tanto di rito per parroco dabbene. Padre e madre di Franca giocarono a finta di “che bello” e fecero arrestare la banda. Che legge di repubblica proponeva che il matrimonio era gomma a matita per stupro, altrimenti c’era il “donna svergognata”.

Il giudice Giovanni Albeggiani, per fermo immagine di Franca, fece mannaia sulla banditaglia, ma la leggiastra fu abrogata dopo sedici anni, e altri quindici ne passarono per 1996, che poi stupro è contro persona non contro morale. Eccola Franca, che pure porta per cognome fiore.

Per me quella vicenda rappresentò una vera e propria disgrazia, ho dovuto attraversare momenti tristi, di sofferenza, è stata un’esperienza decisamente negativa. Ritenni quel gesto non un atto di grande coraggio, ma una normale scelta dettata dal cuore. Feci quello che mi sentivo di fare, furono i media, in seguito, a rendere la vicenda un evento storico.

La gente parla sempre a sproposito, nel bene o nel male, dicevano che mi vendevo le interviste ai giornali per soldi, mi mortificavano con le loro false affermazioni. Ero contenta quando sentivo di altre ragazze che si erano salvate facendo la mia stessa scelta, mi faceva piacere sapere che, anche se indirettamente, ero stata io ad aiutarle. Quella legge era ingiusta e andava cambiata, c’è sempre una prima volta, e io fui quella che diede inizio al cambiamento. Mi sposai e decisi di condurre una vita dedita alla normalità, lontana dai riflettori. Abitai tre anni a Monreale, dove mio marito lavorava, per poi trasferirmi di nuovo ad Alcamo quando ottenne il trasferimento. Abbiamo due figli, uno studia Scienze naturali e l’altro lavora come commercialista. Con loro non abbiamo mai affrontato a pieno la questione, sanno già tutto dagli altri, che mi descrivono sempre come una donna molto coraggiosa.

Mi sono sempre sentita molto serena, come se non fosse mai accaduto niente. Guardo a quei giorni come se avessi seguito bene e da vicino la cronaca che ha visto coinvolta un’altra persona. Per me non è stato facile allora riprendere la vita di tutti i giorni, ma quella scelta fu decisiva. Semplicemente non volevo sposarmi con un uomo che non amavo e preferivo restare tutta la vita da sola piuttosto che farlo. Non fu un gesto coraggioso. Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare, come farebbe oggi una qualsiasi donna: ho ascoltato il mio cuore, il resto è venuto da sé. Oggi consiglio ai giovani di seguire i loro sentimenti; non è difficile.

E a tutte le donne che hanno orecchie, dico mi dispiace, che d’ogni uomo, almeno un poco, è colpa di patriarcato. E faccio omaggio di musica.

Osso, Mastrosso e Carcagnosso (prima parte)

Mi decido, quasi per celia, a pubblicare una serie d’appunti, derubando studi assai più precisi in qui e in là. Roba per ragazzi delle scuole, mica per grandi scienziati sociali e politologi, nemmeno per giuristi raffinatissimi. Come sarà chiaro a chi legge, non si tratta d’uno scritto che ha respiro storico fondamentale, che io quello non lo so produrre. Nemmeno voglio intromettermi in una discussione che riguarda fatti recenti e su cui ognuno può farsi l’idea che gli pare. Io la mia ce l’ho, ed è tale che, quanto accaduto appena qualche giorno fa, non m’è affatto di stupore. Mi pare, invero, sia solo la conseguenza di una storia lunga e complessa. E se Giovanni Falcone sosteneva che la mafia è una cosa degli uomini, e che quindi ha un inizio ed una fine, io certo non mi permetto di dissentire. Tuttavia mi permetto di sussurrare, sommessamente, per quello che ho visto ed ascoltato – e mica da una sola campana – che mi pare più probabile che la mafia finirà proprio insieme a tutte le altre cose degli uomini. Vi propongo questa cosa a spizzichi e bocconi, forse manco tutti uno dietro l’altro, pur se proverò a seguire un qualche filo temporale, sempre nei limiti del me “nessuno”, che non sono nessuna delle cose di cui sopra, manco un accademico di un qualche miserrimo rango. Come ben potete immaginarvi, non godo di pulpiti, che sempre nessuno resto.

Dapprincipio fu il verbo

La mafia è un fenomeno complesso, mica un’accolita di teppistelli, ma nemmeno un’orda di barbari incapaci di intendere e volere, piuttosto un insieme di organizzazioni criminali che operano all’interno di un sistema di rapporti, che svolgono attività violente e illegali, ma anche formalmente legali, finalizzate all’accumulazione di ricchezze e all’acquisizione e gestione di posizioni di potere. Ha un codice culturale e gode di un certo consenso sociale.

La storia della mafia è fatta di continue metamorfosi, trasformazioni radicali che l’hanno adeguata ad altrettanto mutevoli contesti storici, culturali, sociali, politici ed economici. Si passa dai fenomeni embrionali, tra il XVI ed il XIX sec., alla mafia agraria, attiva dall’Unità sino agli anni ’50 del XX sec.; negli anni ’60 del secolo scorso diventa urbano-imprenditoriale, quindi si arriva all’oggi d’una penetrazione capillare nel mondo finanziario.

Ai tempi di Federico II si parlava già di “bravi” (grosso modo ascrivibili a quelli di cui parla il Manzoni) ingaggiati dai baroni per seminare terrore nelle campagne. Continuarono a farlo per feudatari e latifondisti in epoche più recenti, al cui soldo stavano gabellotti e picciotti vari, con i quali si tenevano d’occhio i contadini perché non protestassero troppo, ma pure per darsele tra loro.

Nel 1531, un funzionario scrive a Carlo V, poiché aveva questa strana sensazione che la giustizia colpisse solo i “panni bassi” mentre i delitti più gravi vedevano i responsabili passarla liscia. Allora vi fu il “curioso” accadimento di un magistrato ucciso da sicari che godevano della protezione del vicerè, e pare che questi ricevesse regalie varie per intercedere in favore di criminali. Ovvio che tutti se ne stavano zitti davanti ai crimini, diventando omertosi, che avevano abbastanza eloquentemente la percezione di una giustizia che, più che dea bendata, pareva ninfetta ciecata.

Nel 1543, qualcuno si sveglia, si rende conto che le cose non vanno proprio per il verso giusto, e decide di peggiorarle, istituendo le compagnie d’armi: queste erano composte da un capitano e da dieci uomini, all’uopo selezionati con cura tra violenti e pregiudicati. Tali masnade di “benemeriti” della società, avevano il compito di perseguire i delitti. Nel 1563, un documento ufficiale recita che il “Regno si sente molto gravato dal comportamento di questi”. E proprio tra questi s’appresenta come temibile certo Mario de Tomasi, che accumula ingenti fortune e s’offre in sposo a una nobildonna con cui darà vita alla stirpe dei Gattopardi. “Tutto cambia perché niente cambi”, scrive Tomasi di Lampedusa, e, aggiunge, con l’Unità d’Italia gli sciacalli, cioè i borghesi, hanno preso il posto degli aristocratici. Chissà se s’era avveduto del suo avo.

Nel 1576 un documento, riferendosi alle attività della “Vucciria” di Palermo, recita: “nelli macelli non si macella quasi carne alcuna… dandosi commodità alli mali homini che arrobano detti animali di potere coprire i loro latrocinii per questa via”. Dette carni venivano vendute in monopolio con la complicità delle autorità locali. Ancora nel 1773 si scrive: “… nel caso che i proprietari delle bestie accettino di pagare un riscatto per le bestie rubate, soglonsi dividere tutto tra ladri e capitani”. Girolamo Colloca, il “re della Vucciria” vanta tra i suoi protettori il Duca di Medina ed il Duca di Terranova. Nel 1675, un certo Francesco Greco, denunciò fatti di crimine legati a questi traffici illeciti. I sicari che lo indussero al silenzio più definitivo godettero di assoluta impunità.

Pari pari procedeva l’Inquisizione, una vera e propria organizzazione mafiosa, che ha avuto un ruolo fondamentale nell’istituzione della prassi dell’impunità. L’organizzazione contava in Sicilia su un esercito di circa 30.000 “familiari”, un corpo “scelto bene” di “santissimi ed onorati” uomini di fede, che godevano di un foro privilegiato e che misero su un produttiva fabbrica di delinquenti. Verrà abolita da Caracciolo sulla strada delle sue riforme contro il potere feudale e mafioso nel 1782.

Ovvio che se non ti comporti proprio bene bene, e qualcuno te lo fa notare, magari togliendoti quell’impunità di cui godevi, allora ti metti a dire che sei stato frainteso, che quello che fai è per il bene della società, che sei un filantropo, ti cerchi alleati, consenso, che le bastonate che davi non ti sono sufficienti (cose d’altri tempi, no?)

Così, questi protomafiosi, attingono, che ne so, al mito dei Beati Paoli per spacciare la propria organizzazione come nata per rendere giustizia ai poveri ed agli oppressi. Si racconta, allora, in un mito che mescola delitti d’onore, omertà e religione, che tali Osso, Mastrosso e Carcagnosso, rappresentanti di Cristo, San Michele e San Pietro, braccati da infame sbirraglia, si rifugiano a Favignana dopo aver vendicato una sorella violentata, e lì, travolti da questo desiderio benefattorio, fondano mafia, ndrangheta e camorra.

Caracciolo lascia memoria delle sue riforme agrarie che, in talune parti di Sicilia, cominciano a far vedere i loro frutti, e arrivano peraasino all’abolizione dei privilegi feudali. Questo, certo, non è che faccia un gran piacere ai poveri ricchi latifondisti, che a colpi di gabellotti e, sempre godendo di certa accondiscendenza da parte delle autorità locali borboniche, si difendono come possono. Comunque, contenti non sono. S’aspettano di essere liberati dall’infame giogo. A questo si aggiunge che bande eversive scorrazzano qui e là. Ce n’è una, di cui si parla già nel 1838, che si faceva chiamare Sacra Unione, la cui beatitudine era garantita dal fatto che a guidarla fosse un prete, e che praticava l’abigeato su vasta scala, protetta da autorità e proprietari. A questo punto la Sicilia si prepara ad affrontare lo sbarco dei Mille, che davvero non se ne poteva più. A sancire la nuova era, tra le fila dei Garibaldini sono anche Giovanni Corrao e Giuseppe La Masa, che arruolano i “picciotti” per la conquista della Sicilia. Le richieste dei bistrattati possidenti trovano accoglienza presso i capi garibaldini che, a Bronte, soffocano nel sangue la rivolta contadina contro i latifondisti. Il nostro eroe nazionale Nino Bixio in persona, ordina di sparare sui contadini che s’aspettavano d’essere liberati dal giogo feudale del Duca di Bronte, tale Nelson, erede dell’ammiraglio. Questi s’era acchiappato il posto, spaparanzandosi in una stupenda abbazia, poiché Ferdinando IV gli era riconoscente assai per aver ordinato l’impiccagione d’un altro Caracciolo, tale Francesco, abile navigatore e un poco troppo idealista, che coi Borbone aveva un qualche dissidio. Bixio, in quell’occasione, fece fucilare pure lo scemo del villaggio che, incautamente, s’era messo a gridare “Libertà, libertà” alla vista dei garibaldini. Ce l’ha raccontata Verga questa storia, in una novella che si chiamava proprio “La Libertà”. Ma se qualcuno si permette di rimettere in discussione la natura etica del Risorgimento, in tutte le sue componenti, ivi compreso sottintendendo malevolmente che un eroe quale Nino Bixio fosse una specie di mercenario al soldo degli inglesi, come sostengono certe malelingue, lo impicco ad un pennone più alto di quello destinato a Francesco Caracciolo.

I Savoia, comunque, dopo l’obbedisco, decisero, per spirito unitario, di non far rimpiangere i Borbone, scavalcandoli persino in talune scelte a sostegno dei poveri latifondisti e dei picciotti al loro soldo. Cominciarono a sparare ad alzo uomo sulle riforme agrarie di Caracciolo (il vicerè), e proibirono ogni genere di coltura fosse pure di puro sostentamento ai piccoli proprietari contadini, a favore della monocoltura cerealicola. I generosi latifondisti si poterono riprendere cosi con generosi tozzi di pane le terre a loro “ingiustamente” sottratte dal vil volgo bracciantile. Se era il caso qualche osso spezzato o, nei casi più ostinati, qualche strategica sparizione nelle vaste campagne incolte ai margini dei poderi, serviva a garantire il passaggio di proprietà meglio d’un atto notarile. Ma i contadini, rozzi quali sono, anziché abbozzare, ammettendo la propria inferiorità umana, morale e materiale, cominciano ad organizzarsi e creano le Leghe dei “Fasci” (che nulla hanno a che vedere, se non nel nome, con certi ventenni). Un movimento vastissimo, per un terzo costituito da donne (altro che quote rosa, queste spudorate) che si organizza per resistere al sopruso mafioso ed istituzionale. Il 4 gennaio 1894, il capo del governo italiano, l’ascaro Francesco Crispi, già eroe dei Mille, decretò lo stato d’assedio, violando lo Statuto Albertino (non ci sono testimonianze che i Savoia si siano stracciate le vesti) che lo prevedeva solo in caso di presenza di invasore straniero, e diede pieni poteri civili e militari al generale Morra di Lavriano per mettere a ferro e fuoco l’Isola e sciogliere i Fasci Siciliani. Centinaia di persone furono trucidate dal fuoco incrociato di mafia e forze dell’ordine, migliaia incarcerate e decine di migliaia fuggirono dalla Sicilia. Scrive Antonio Labriola (Roma, 10 aprile 1894): “Fino ad ora la parola di un italiano non poteva essere che modesta, anzi modestissima, nei rapporti del socialismo internazionale. Tutto al più avea valore di convincimento personale, o di promessa e di speranza da parte di pochi precursori liberamente o spontaneamente associati. Mancava il fermento della massa proletaria, che risultasse dal sentimento si una determinata situazione economica.

Ora ciò e cambiato. Coi tristi casi di Sicilia il proletariato è venuto su la scena. Questa è la prima volta in Italia che il proletariato, con la sua coscienza di classe oppressa e la sua tendenza al socialismo, s’è trovato di fronte alla borghesia.

Alla prima mossa è succeduta rapida la repressione. Ma ciò non rimarrà senza effetto. Gli stessi errori commessi serviranno di ammaestramento. La stessa borghesia, che per difendersi ha bisogno di reprimere, fa da maestra.

D’ora innanzi non ci sarà che progresso. Il socialismo, come forza impulsiva, investirà la massa proletaria.

Cinquant’anni fa C. Marx ha detto (- ripeto il senso non le parole -) che non importa guardare a quello che il singolo proletario pensa o dice, né a quello che tutti i proletari pensano o dicono, ma a quello a cui sono necessariamente portati dalla loro stessa situazione. L’Italia di ora lo conferma”.

Parole a vuoto quelle di Labriola.

Sul finire dell’800, i delitti di mafia rimasti impuniti, riguardavano anche rappresentanti delle istituzioni. Tra questi, nel 1893, quello di Emanuele Notarbartolo, già sindaco di Palermo che, da direttore del Banco di Sicilia, si era opposto a certe poco chiare manovre speculative. Viene incriminato come mandante dell’omicidio Raffaele Palizzolo, deputato legato ai mafiosi. La sentenza contro di lui venne annullata a Firenze per un vizio di forma. Al suo rientro fu accolto come un eroe per la mobilitazione dell’associazione Pro-Sicilia, di cui faceva parte e ne era tra i fondatori, l’antropologo Giuseppe Pitré. Nello stesso periodo il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi pubblica una relazione in cui descrive nel dettaglio l’organizzazione criminale mafiosa. Quel rapporto rimarrà lettera morta e l’interpretazione della mafia come struttura unitaria, gerarchica e organizzata, con un vertice da cui dipendono le realtà locali, verrà ripresa solo dopo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta.

E per ora mi fermo qui, che la storia è lunga assai. Alle prossime puntate il resto di questo avvincente (o avvilente, non mi ricordo più) racconto.

Bacio le mani a tutti

P.S., Domani è il 9 ottobre, c’è una ricorrenza di cui lascio traccia musicale.

E buona scuola!

Mi tocca riciclare, ultimamente, causa inabilità visiva dell’altro me. Mi tocca riciclare una cosa scritta già l’anno scorso che non avevo avuto cuore di pubblicare, che il momento era grave. Ma poiché lo è ancora e, come direbbe Flaiano, “la situazione è grave ma non è seria”, lo posto pari pari com’era, che non ci si affatica pupille già a dura prova, magari con un paio d’aggiornamenti.

Insomma, come liquefazione di sangue santo, o lacrimazione a timer di madonne, suona la prima campanella della scuola, si ripropone il miracolo. Che io davvero mi sono persuaso che di miracolo si tratta, né più né meno che dei casi sopracitati. Già, perché se la suoni – la campanella, intendo – tra il dilemma di come verificare un green pass, di quanti centimetri dev’essere la distanza tra le rime buccali (quale poetica aulica nelle parole del legislatore), oppure su come costruire le nuove tabelle e criteri di valutazione, tra pletore di relazioni e controrelazioni, protocolli (per carità, però a costo zero), se bastano un venticinque diverse modalità d’assunzione algoritmica del personale che poi non arriva mai se non a spizzichi e bocconi e sempre a ranghi ridottissimi, edificazioni spinte mai avvenute, e quant’altro, se poi la campanella suona uguale, che cos’è?

Mi sovviene un vecchio libro che m’appartiene in copia anastatica, che parla di fatti ottocenteschi, e di modalità d’apprendimento (pedagogismi compresi tra le righe, morti e uccisi, sepolti in lapidi di crocette). Vi si leggeva che le donne dei Fasci siciliani, dopo essersi spezzate la schiena tutto un giorno, non pensavano a riposarsi, ma imparavano a leggere e scrivere al lume di candela, e questo dicevano: “Noi non andiamo più in chiesa, ma al Fascio. Là dobbiamo istruirci, là organizzarci per la conquista dei nostri diritti. Vogliamo che, come lavoriamo noi, lavorino tutti, e non vi siano più né ricchi né poveri. Che tutti abbiano del pane per sé e per i figli. Dobbiamo essere eguali. Io ho cinque bambini e una sola cameretta, dove siamo costretti a mangiare, a dormire, tutto, mentre tanti signori hanno dieci o dodici camere, dei palazzi interi (…) Vogliamo mettere in comune le terre e distribuire con giustizia quello che rendono. Ci deve essere la fratellanza, e se qualcheduno mancasse ci sarebbe il castigo. Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno gli usurai. Alla fondazione del Fascio i nostri preti erano contrari e al confessionale ci dicevano che i socialisti sono scomunicati. Ma noi abbiamo risposto che sbagliavano, e in giugno, per protestare contro la guerra ch’essi facevano al Fascio, nessuno di noi andò alla processione del Corpus Dammi. Era la prima volta che avveniva un fatto simile. I signori prima non erano religiosi e ora che c’è il Fascio hanno fatto lega coi preti e insultano noi donne socialiste come se fossimo disonorate. Il meno che dicono è che siamo tutte le sgualdrine del presidente. Quando un reato è commesso da un ricco, nessuno se ne cura, mentre il povero che ruba un pugno di grano per sfamarsi va subito in prigione. Vedete che per i poveri non c’è giustizia in Piana dei Greci! I signori dicono apertamente che ci vogliono ammazzare ad uno ad uno. (…) Per ora i nostri consiglieri non potranno far altro che impedire gli abusi e le prepotenze dei signori i quali finora comandavano anche nel Comune. Ma i Fasci nomineranno anche i consiglieri provinciali e i deputati, e quando alla Camera avremo maggioranza socialista….

Noi speriamo che sorgano presto anche nel continente. Voi vedete come si moltiplicano qui. Possibile che nel resto d’Italia i nostri fratelli che soffrono seguitino a dormire? Basterà che qualcheduno cominci a predicare anche là l’unione del proletariato. Anche noi fino alla primavera scorsa non sapevamo che cosa fossero i Fasci. Morivamo di fame e tacevamo. Eravamo ciechi. Non ci vedevamo”. Va da sé, che tutta questa voglia di imparare, emanciparsi, crescere, come donne, come società, mica poteva andar giù al buon ascaro Crispi, che, violando la costituzione d’allora, lo Statuto Albertino – mica na roba bolscevica – mandò l’esercito a sparare sui contadini, fuoco incrociato con quello dei “picciotti”, in un sequel d’accordo stato-mafia. Eppure, a quelle donne che volevano studiare, e che consideravano quella come la più alta forma di ribellione, non è dedicato che qualche rigo nei testi di storia più illuminati, mentre il magnifico Crispi, eroe dei Mille, può godere d’intitolazioni di viali e piazze in lapidi imperiture. Ma a dire queste cose, o a far riferimento, che ne so, alle biografie di punte di diamante dello sbarco in camicia, come i picciotti Corrao (splendido brecciatore di porte romane) e La Masa, o a fare riferimento alle stragi di Bixio, poi finisco che passo per filo o neo borbonico, un po’ come se dicessi oggi che questa storia del greenpass mi dà da pensare, etichettato quale feroce terrapiattista; ammetto, altresì, e per onestà intellettuale, che se me ne dichiarassi favorevole, a quello od al vaccino (fatto), sarei, da vulgate speculari, additato quale servo sciocco di una multinazionale o complice del grande complotto pluto-giudaico-massonico, forse financo membro della Spectre. Questa è la semplificazione (mercificazione, meglio, nell’era dei social) della comunicazione, non è necessario riflettere, studiare, informarsi, la posizione è cash & carry. Ma come testimoniavano le donne dei fasci siciliani, è così da tempo immemore. Guai ai colti (nel senso che si interrogano, non in quello di coloro che sanno già tutto e che dal pulpito dorato ci illuminano d’immenso). Ed alla scuola che comincia, a quei ragazzi che tornano sui banchi – a rotelle – cosa dico? Rifatevi alle contadine dei Fasci? Oppure rifatevi all’esempio evoluto della Emma Perodi, splendido esempio di donna emancipata, inviata in Sicilia tra le macerie delle stragi di Crispi – i maestri dovevano essere di sicura fede savoiarda e i panni risciacquati in Arno – che con le sue novelle ispirate, raccomandava alle giovani contadinelle di fuggire dal terrorifico gatto mammone, pure alla miseria della vita nei campi, ai margini dell’orrenda foresta, sposandosi un ricco aristocratico di città.

A lei, magari, dedicano una scuola o un parco – financo letterario -, oltre a svariate vie. E che devo dire a questi ragazzi che tornano tra i banchi – sempre a rotelle, ovvio – in questi giorni? Nulla, niente, nisba, nada de nada, che poi perché dovrebbero ascoltare un me nessuno, neppure auspico che diano ascolto a quell’altro me che insegna matematica ed è già di suo abbastanza vecchio e rincoglionito? Che prendano esempio dalle donne dei Fasci? Che qualche collega illuminato poi magari mi invita ad attenermi alla formula bruta. Nemmeno posso rivolgermi a loro,a spiegando cosa il mio compaesano Archimede – pur se pitagorico – pensasse della guerra, che siamo in epoche di guerre giuste, d’esportazioni democratiche, che chi se ne frega di come vanno a finire. Però una cosarella voglio raccontarla ai miei colleghi, magari a quei due o tre che mi leggono, forse per sbaglio, perché sono di passaggio o solo per affetto. Premesso che in questi due anni si sono tutti spezzati la schiena prendendo zoccolate sui denti – alla faccia del filosofo, quello bravo e controtendente -, voglio rivolgermi a loro, di cui rispetto l’impegno, ma anche a quei due o tre che mi seguono e colleghi non sono, per ricordare il maestro Manzi. Pure a quelli che s’apprestano, matita rossa e blu – adesso virtuale –, a sgangherare registri di quattro, a farsene orgoglio smisurato quali medaglie da gran generale, testimonianza di ferma volontà meritocratica. Si chiamava Alberto Manzi, ed ha insegnato a leggere e scrivere a milioni di italiani in un paese ancora sgangherato dalla guerra, pieno di speranze ma ancora ignorante d’ignoranza indotta. Condusse tra il 1960 e il 1968 il programma “Non è mai troppo tardi” – praticamente DAD -, un capolavoro di pedagogia, espressione autentica di servizio pubblico e imitato in altri settantadue paesi. Dopo la guerra, nel 1946, aveva accettato l’incarico – non c’era la fila – di insegnante nel carcere minorile “Aristide Gabelli” di Roma. Senza banchi – nemmeno a rotelle -, senza sedie, nemmeno libri, insegna a bambini e ragazzi tra i 9 e i 17 anni con addosso fardelli terribili. Sperimenta metodi didattici rivoluzionari e diventa per loro un assoluto punto di riferimento, spesso l’unico. Racconta e fa raccontare e recitare storie a quei ragazzi. Pubblicano pure “La tradotta”, un giornale che trasmette le emozioni dei suoi giovani allievi. Tra il 1955 ed il 1977, trascorre le estati in Sud America. Ci va per conto dell’università di Ginevra a studiare le formiche. Manzi è un biologo, anche se si era laureato anche in pedagogia e filosofia. In Perù e Bolivia, capisce che per gli indios è fondamentale l’istruzione per reagire alla propria condizione permanente di sopraffazione. Insegna anche a loro a leggere e scrivere, li spinge a costituirsi in piccole cooperative agricole, ad autoorganizzarsi contro lo sfruttamento. Non troppo amato dalle autorità – chissà come mai – continuerà ad andarci lo stesso (una ONG mononucleare).

“Non insegnavo a leggere e scrivere: invogliavo la gente a leggere e a scrivere”. Dirà delle sue esperienze. Docente universitario, lascia il suo incarico per tornare a fare il maestro elementare e scrive lettere di fuoco alle istituzioni contro una scuola fredda e burocratica, incurante delle esigenze dei bambini. Nel 1981 rischia il licenziamento perché si rifiuta di compilare le schede di valutazione: “Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest’anno, l’abbiamo bollato per i prossimi anni”. Viene sospeso dall’insegnamento, poi s’adegua, ma a modo suo, apponendo su ogni scheda di valutazione, un timbro: “fa quel che può, quel che non può non fa”.

Nel 1992 realizza un programma per la RAI: “Impariamo insieme”, per insegnare l’italiano agli extracomunitari. La nuova frontiera la apre ancora lui, mentre questo paese comincia a digrignare ferocemente le sue quattro ridicole gengie. Non è mai troppo tardi per ricordare Alberto Manzi, che diceva ai bambini “Siate capaci di camminare da soli a testa alta, perché nessuno di voi è incapace di farlo”. Buona scuola a tutti, pure a me, che non me lo merito, che mi ricordo di Alberto Manzi.

8 Marzo (Ante litteram)

Ammetto di averci pensato un po’ prima di scrivere questo post. In generale non mi piace aderire alle liturgie. So che l’8 Marzo è più che tale, pure se, ad onor del vero, del carattere liturgico s’è intriso e nemmeno da poco. Ci ho pensato poiché non m’andava di cadere – per di più qual maschietto con la M maiuscola delle attestazioni anagrafiche – nel gioco dell’”oggi se ne parla”, domani è un altro giorno, si vedrà. Poi mi sono deciso a pubblicare questa cosa, perché sia omaggio per le donne, ma anche per gli uomini che ci arrivano, per gli altri ce ne faremo una ragione, almeno per il momento. E mi decido con la coscienza relativamente a posto, giacché si tratta di un lavoro più complesso e non concepito per una “liturgia”. Un lavoro compensativo d’una memoria fallace, anche rispetto al ruolo delle donne nel nostro paese. Rievocativo di fatti che la storia ha relegato a trafiletti infimi nei libri di testo scolastici, forse per la loro ingombrante attualità – pure per sciatteria – e la cui analisi si trova solo in lavori di tutt’altro che facile reperibilità (ricordo quelli eccellenti di Anna Puglisi ed Umberto Santino del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”). Mi riferisco alla vicenda dei “Fasci siciliani”, ed al ruolo che le donne ebbero in quel movimento, un ruolo di partecipazione che mai s’era visto sino ad allora. Si trattò di un’agitazione sociale senza precedenti, iniziata tra il 1893 e il 1894, dilagando nelle città e campagne con un’organizzazione capillarmente strutturata ma dotata di un efficiente coordinamento regionale, ispirata dal socialismo e guidata da dirigenti per lo più giovani, intelligenti, colti e determinati (lo stesso Lenin, ne rimase colpito, e per adesione di massa fu seconda solo a quella che diede vita alla Comune di Parigi).

“Fino ad ora la parola di un italiano non poteva essere che modesta, anzi modestissima, nei rapporti del socialismo internazionale. Tutto al più avea valore di convincimento personale, o di promessa e di speranza da parte di pochi precursori liberamente o spontaneamente associati. Mancava il fermento della massa proletaria, che risultasse dal sentimento si una determinata situazione economica. Ora ciò e cambiato. Coi tristi casi di Sicilia il proletariato è venuto su la scena. Questa è la prima volta in Italia che il proletariato, con la sua coscienza di classe oppressa e la sua tendenza al socialismo, s’è trovato di fronte alla borghesia. Alla prima mossa è succeduta rapida la repressione. Ma ciò non rimarrà senza effetto. Gli stessi errori commessi serviranno di ammaestramento. La stessa borghesia, che per difendersi ha bisogno di reprimere, fa da maestra.

D’ora innanzi non ci sarà che progresso. Il socialismo, come forza impulsiva, investirà la massa proletaria. Cinquant’anni fa C. Marx ha detto (- ripeto il senso non le parole -) che non importa guardare a quello che il singolo proletario pensa o dice, né a quello che tutti i proletari pensano o dicono, ma a quello a cui sono necessariamente portati dalla loro stessa situazione. L’Italia di ora lo conferma”. (Antonio Labriola – Roma, 10 aprile 1894)

Adolfo Rossi, un giornalista d’inchiesta, si reca in Sicilia per studiare quel movimento. Ne intervista i protagonisti nelle campagne e rimane stupito di come siano politicamente preparati nonostante prevalentemente contadini analfabeti. Resta colpito in particolare dal ruolo delle donne – si stima che almeno un terzo degli aderenti al movimento sia costituito da loro – e dalla loro capacità di esprimere concetti politicamente elevati con proprietà di linguaggio e consapevolezza della propria condizione e delle prospettive della loro lotta. Per consentire un tale spazio alle donne nella nostra “consapevole” società evoluta, avremmo bisogno di “quote rosa” imposte ex legis. Inutile dire che il movimento fu represso nel sangue per volontà dell’ascaro Francesco Crispi (cui tante strade sono intitolate) che proclamò lo stato d’emergenza in barba alle leggi (lo Statuto Albertino ne prevedeva il ricorso, quindi l’intervento dell’esercito, solo in caso di presenza di invasore nemico sul territorio patrio). Tralascio di dettagliare quale concezione avesse delle donne il Crispi, rimandandovi semmai alla lettura del bellissimo libro, pubblicato da Sellerio, dell’amica Maria Attanasio, La ragazza di Marsiglia (storia dell’unica donna che partecipò allo sbarco dei Mille) dando piuttosto voce alle contadine dei Fasci come riportata fedelmente nel libro “L’agitazione in Sicilia”, di Adolfo Rossi, per un 8 Marzo ante litteram, concepito per essere tale ogni giorno.

Noi non andiamo più in chiesa, ma al Fascio.

Là dobbiamo istruirci, là organizzarci per la conquista dei nostri diritti.

Vogliamo che, come lavoriamo noi, lavorino tutti, e non vi siano più né ricchi né poveri. Che tutti abbiano del pane per sé e per i figli. Dobbiamo essere eguali. Io ho cinque bambini e una sola cameretta, dove siamo costretti a mangiare, a dormire, tutto, mentre tanti signori hanno dieci o dodici camere, dei palazzi interi (…)

Vogliamo mettere in comune le terre e distribuire con giustizia quello che rendono.

Ci deve essere la fratellanza, e se qualcheduno mancasse ci sarebbe il castigo.

Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno gli usurai. Alla fondazione del Fascio i nostri preti erano contrari e al confessionale ci dicevano che i socialisti sono scomunicati. Ma noi abbiamo risposto che sbagliavano, e in giugno, per protestare contro la guerra ch’essi facevano al Fascio, nessuno di noi andò alla processione del Corpus Dammi. Era la prima volta che avveniva un fatto simile. I signori prima non erano religiosi e ora che c’è il Fascio hanno fatto lega coi preti e insultano noi donne socialiste come se fossimo disonorate. Il meno che dicono è che siamo tutte le sgualdrine del presidente. Quando un reato è commesso da un ricco, nessuno se ne cura, mentre il povero che ruba un pugno di grano per sfamarsi va subito in prigione.

Vedete che per i poveri non c’è giustizia in Piana dei Greci! I signori dicono apertamente che ci vogliono ammazzare ad uno ad uno. (…) Per ora i nostri consiglieri non potranno far altro che impedire gli abusi e le prepotenze dei signori i quali finora comandavano anche nel Comune. Ma i Fasci nomineranno anche i consiglieri provinciali e i deputati, e quando alla Camera avremo maggioranza socialista….

Noi speriamo che sorgano presto anche nel continente. Voi vedete come si moltiplicano qui. Possibile che nel resto d’Italia i nostri fratelli che soffrono seguitino a dormire? Basterà che qualcheduno cominci a predicare anche là l’unione del proletariato. Anche noi fino alla primavera scorsa non sapevamo che cosa fossero i Fasci. Morivamo di fame e tacevamo. Eravamo ciechi. Non ci vedevamo.”

Nota al margine: Rispondo qui ringraziando quel paio di gentili amiche/amici per la preoccupazione espressa circa una certa disinvoltura con cui uso le mie produzioni, che loro interpretano come artistiche, in riferimento a testi e foto, senza tutelarne, nemmeno pro forma, la proprietà. Lo faccio ribadendo un concetto già espresso (e credo sia quello che ha fatto scattare l’allarme) e cioè che quello che pubblico su questo blog è, salvo espressamente specificato, prodotto da me, e poiché io qui ho deciso di essere nessuno, ossia solo un sasso cui eventualmente chiedere un nome, appartiene a nessuno, dunque a tutti. Per cui ne è possibile la riproduzione parziale, totale, a frammenti o come vi pare, il rimaneggiamento, la mutazione genetica o quant’altro si voglia, senza necessità di citarne la fonte, che del resto non è citabile, poiché nessuno non esiste…