Una possibilità

Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità. Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o tal altra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche esser diverso. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è”. (Robert Musil, L’uomo senza qualità)

M’aspetto cose mirabili, che è vicina la festa, sommo giubilo, cose da fine guerra con guerra in corso. Le folle acclamanti che si lasciano indietro tempi grami, oscuri presagi, largheggiando di felicitazioni di massa, sorrisi sguai(n)ati sotto mascherine agghindate a festa. Così m’è parso di capire. Pure mi viene in mente che la pandemia, smobilitata ex legis, lascia il passo alla riconquista delle posizioni perdute. S’attiene alle prescrizioni, se ne sta al massimo in qualche terapia intensiva. Solo che non ho capito, che sono tardo, che fine fa quell’altra pandemia, quella senza virologi e generalissimi, quella che ci lascerà strascichi divaricanti, che riporterà il mondo in somma divisione per due, forse per tre, o per tremila.

E se l’una parte gioirà, illuminandosi d’immenso, per la riconquista del posto al sole shakerato non mescolato, con l’olivetta in fondo al calice, le altre non si vestiranno a lutto di certo. Ma quel ch’è stato è stato, che di virus ce n’era più d’uno, e se all’uno sopravviviamo, l’altro, m’è sopravvenuto il dubbio, forse che si mette a produrre accelerazioni evolutive su basi selettive. M’attengo ai fatti – di mestiere tratto scienze esatte – che l’evoluzione non si può prevedere, e pure Leopardi s’era accomodato sul fatto che la “matrigna” fa quel che vuole, mica chiede permessi e desiderata. Ma io me li prendo lo stesso i desiderata, tanto, appunto, al massimo sono desiderata, e mi faccio l’elenco di quelli che sopravviveranno tali e quali, non s’evolvono, semmai si ricollocano in una nicchia ristretta, criptobiotici d’assalto, di cui non s’era avveduto prima il Grande Untore – che su tutti veglia saggiamente -, nemmeno s’accorgerà che esistono dopo. Sono quelli che nel D Day rimarranno invisibili, non saranno invitati al grande banchetto, che manco prima c’erano mai stati. Eppure, come me, metteranno il naso fuori, s’accorgeranno che ancora l’aria, a tratti e da qualche parte, è rimasta fresca. Sono quelli di “ci hai una sigaretta, dammi cento lire”, che vedono passare il bus sbagliato per ore, che pensano che Film Blu sia un capolavoro ma che gli piglia male se se lo devono rivedere. Sono quelli che pensano che i più grandi poeti dell’ultimo mezzo secolo siano Sugar Ray Leonard ex aequo con Cifalà, quelli che tirano la lenza senza l’amo per non dovere giustificare che se ne stanno su un moletto a tempo indeterminato. Sono quelli che non hanno mai visto una partita allo stadio, che al cinema non hanno mai mangiato il pop corn, che si chiedono se il comune pagherà. Quelli che, in fin dei conti, Orfeo ha pure fatto bene a voltarsi, che la TV gli prende solo tre canali e la lavatrice sembra una cava di marmo. Quelli che in salotto al posto dell’argenteria ci hanno la Lettera 22, che non sanno dov’è l’Ikea, che “non capisco ma m’adeguo”. Quelli che non s’aspettano il meglio, neppure il peggio, i disertori di tutte le guerre, quelli che hanno deliberatamente scelto d’essere nessuno, giacché è sempre meglio che essere uno qualunque. Quelli che, come da desiderata, appunto, forse un giorno faranno “banda”, ritrovandosi d’un tratto sugli scalini esausti della stessa chiesa diroccata. E senza conoscersi, conquisteranno l’altare, con tanto di pulpito nemmeno richiesto, per ridere da lì del re che è nudo.

E voi chi siete?

Radio Pirata 13 (a me medesimo, a chi lo sa)

Oggi Radio Pirata va a numero 13, che siccome porta sfiga, me lo dedico a puntata per me medesimo e a chi s’accolla rischio, che non socializzo sventure se non per delega. Vi riciclo pure foto vecchie che ho ad esausto armamentario d’immagine, altro è in altra casa lontana, in questa ho grattato fondo d’hard disk. Pure di musica m’accenno a patria mia che è mondo intero, ma occhio strizzo a luogo di natali. E di subito mi parto a nota.

Ad ogni buon conto, mettetela come vi pare, uno che nasce su un’isola sta già viaggiando. Perché il mare, tutto intorno, fermo non ci sta, e si muove di correnti e flutti, in definitiva, viaggia conto terzi.

Perciò migranti si nasce, non ci diventi solo se ti devi mettere a camminare. Se hai mare davanti, per forza sei migrante, anche se non ti piace, perché qualcuno o un’onda, che s’è contrariata di vento o bufera, lì ti ci ha portato, pure prima che tu nascessi.

Nell’insularità è connaturata la pigrizia più atavica, quella persino trascendente, che si fa connotazione definitiva ed archetipo illustrativo di genti. E del resto che ti agiti a fare se sei proprio dentro il gorgo più gorgo, il tutto che si muove permanentemente? Fatica sprecata. Che mai fu tale per ascolto di musica.

Che poi anche tutta quell’acqua, pure salata, che ci pensi e ci ripensi, a che ti serve tutta quell’acqua salata? Di bere non si beve e ti tocca portarti un fiasco di vino rosso che è fatto con l’uva là dietro, che s’è innaffiata di salmastro, così sa di terra e pure di mare. Pare come certe canzoni, che sanno di tutto, pure tutto il contrario loro, che s’affermano di puntuale fremituccio sotto pelle

Che è obiettivo che te ne stai a mare a tempo sempre. Pure se la lastra di mare è così ferma che ti dà l’idea che qualunque cosa ci si possa lanciare sopra poi rimbalza. Ti sfiora l’idea che puoi metterti a camminare sulla sabbia per contare quante orme riesci a fare. Ti sfiora, appunto, prima che vedi dove puoi fermarti e che bastano solo pochi passi. Il tempo non c’è sul mare pure a tempo di musica.

Certe volte a mare ci stai solo a guardare le barche. Quelle piccole e malmesse sono libro di tante pagine, pochi versi intensi su ogni facciata, un quadro incorniciato di blu e del colore della rena, che si ravviva di cromatismi quando arriva il crepuscolo, piove o un’aurora si fa strada fra le nuvole a tempesta.

Sono quadri d’un pittore che s’è scordato di firmarli, di mettere in calce una data, un frammento di riconoscibilità, che pure le ha provate tutte prima di metterli in mostra. Poi s’è arreso, senza rendersi conto d’aver firmato un capolavoro con nome d’altro. Le guardi e ti torna in mente immantinente una musica.

E voi, viaggiatori persi che siete attraccati su quest’isola che non vuole guerra né lì né altrove, avete un messaggio da lasciare nella bottiglia? Io ve lo cambio a baratto di musica.

Radio pirata

Mi decido che faccio radio, magari a periodica scadenza, come fossi giovane, pure mi faccio share da favola da solo, che mi riascolto musica ad libitum, senza tema che finisca se non a cassa per pagare cassa nuova di rosso, che fa bilancio d’IVA pure quello e contribuisco a oro alla patria. Parto subito che poi vi do notizie e chiacchiero, che si compete a DJ provetto, oggi come ieri.

Che parto subito a ricordo di lacrimuccia, per saluto a Ian McDonald che suonò ogni strumento conosciuto pure qualcuno che non conosceva nemmeno lui, e che erano corde profonde a vibrato intenso di dentro. Mi pare che mi ripeto se dico che quando taluno come lui se ne va, ci si rende conto ad amarezza di quel che resta. Ma non bisogna farsene cruccio che parlo al vento.

Che di poeti ce ne sono tanti, che mi fu detto che poeta che non soffre abbastanza, per se e altro, poi scrive schifezze.

Che lo seppe Euridice che se ne stette a passo d’aria fresca che quello si voltò, che disse che non resisteva a vederla, pure, secondo me, che son nessuno e che ha parere che non vale, apposta lo fece, che così di sofferenza sua e d’altra poté scrivere versi immortali, che ebbe discreto successo editoriale.

Che mi si dice che pare rischio vi sia imminente di guerra a cuore d’Europa, che navi trafiggono l’onde, razzi sciano a cielo, che è cosa buona e giusta pensare alla guerra, rilancia l’economia sparacchiare bombe, che poi bisogna ricolmare a tutto pieno arsenale, che se quello si svuota pare paese poco serio.

Pure, a scanso d’equivoco, che sempre una guerrettina da qualche parte, pure conto terzi e per truppe d’Ascari, c’è la possibilità di farsela, è meglio tenere in galera Turi Vaccaro, che d’esaltati che non la vogliono, poco virilpatri ce n’è già troppi a piede troppo libero a far passare male governo di migliori. Che gliela faccio cantare da quattro amici (e quanto gli voglio bene a questi qua) a cotanti pochi che protestano.

E poi che non c’è ressa per chiedere dedica, alla cara mamma, allo zio che ha fatto compleanno, alla cognata ch’ha partorito di fresco, dedica me la faccio io, che mi scovo canzone a me dedicata, pure se nessuno me l’ha scritta, ma tanto, che sono nessuno, posso millantare credito che nessuno s’offende.

E infine, che chiudo trasmissione, notiziona speciale che tutti ci rinfranca, che la pandemia sta per finire, ex legis, che la legge è legge, e non si discute. Che dico a chi non ci crede che la smetta di remare contro, che la ripartenza non ammette titubanze nemmanco arretramenti. E questa me la suono così, che bisogna esagerare a fiducia a credere.

Alla prossima puntata. Ma la prossima volta lasciate una cinquemila lire, almeno, o fiaschetto di vino a conforto.

Artists only

Le città, talvolta – spesso, invero – paiono ventri ampi, pieni di interstizi misteriosi. Più sono moribonde, più aggrovigliano viscere, le espandono, pare lo facciano apposta, per confondere l’anatomo patologo dell’autopsia, che poi, a sopraggiunto decesso, deve scrivere qualcosa sul referto: arresto cardiaco, aneurisma, no, stipsi furibonda e definitiva. Tra gli interstizi si trova di tutto. C’è caviale e champagne, pure lustrini e splendori prêt-à-porter,, schifezze indigerite se ne trovano a iosa. Un mattatoio si colloca lontano dagli occhi, che l’orrore del fiume rosso non turbi occhi innocenti a desco su braciole. Poi capita che si dismette, si lascia lì, appunto, ai margini delle viscere.

Ne ho visto uno proprio ieri, solo che, morto come fabbrica di frammenti cadaverici, poi s’è resuscitato fabbrica d’arte, di gioco, di colore. C’entro, me lo giro sin dove posso. C’è ancora tutto quello che era, le passerelle per gli animali, in acciaio, i frigoriferi, magazzini, gabbie. Solo che ora è pieno d’altro possa sembrare più lontano. Maschere, dipinti, murales, statue e terracotte, sono ovunque, pure un palco, gatti, piante.

Tutto si ricompone in un caos sorprendente, generativo. M’accolgono Marco e Pamela. Pamela fa ceramiche, dipinge, crea costumi e maschere per carnevale con quello che raccatta e per i bambini: “per quelle puoi venire anche tu”, mi dice ridendo.

Marco, mezzo belga, per altra parte della Toscana dei cavatori, m’accompagna in giro. Faceva il decoratore, mi racconta di sé, mi mostra le sue cose, splendide, materiche. Ne ho viste di croste esposte in gallerie, gente quotata (ah, il mondo dell’arte, ops, dei critici, del mercato, delle prebende, la prima m’era scappata, me ne scuso). Mi dice che l’arte è morta per i più, che non si riesce a viverci, mi dice cosa gli piacerebbe fare, di quel posto che presto non ci sarà più.

C’è un senso di abbandono, ma a me piace quella strana atmosfera che trasuda dalle pietre, dai ferri arrugginiti, dalle assi di legno consunte, dalle piante che si riprendono spazi, ti riporta a dialettiche materiali, atti creativi. Lì sono rimasti in quattro che reggono come possono. Sanno che dovranno andarsene, fare altro, da soli non ce la fanno, né hanno più voglia di far guerra ai mulini. Si sono scordati di loro, col Covid è andato in malora quello che già non era messo bene. Ci avevano lavorato parecchio, pagato le bollette ci facevano teatro, concerti, mostre, attività con i bambini. L’area però è stata destinata ad un piano di riqualificazione. L’arte, è ovvio, non è qualificante, nemmeno riqualificante. È storia concreta questa, storia d’una civiltà che ha deciso di staccarsi la spina da sola, mi passa per la testa mentre ci salutiamo e ci diamo appuntamento per parlare ancora tra qualche mese. Questo è il paese delle apericene, che deglutisce amaro per le discoteche che non aprono. Che non s’avvede delle botteghe morte, delle osterie abbandonate, delle fabbriche dismesse, volumetrie utili a palazzinari. È il paese che s’assembra, che non ascolta, che non racconta, non parla. È il paese che brucia, che le mostre sono un parco auto nella Motor Valley, che il ghiaccio si scioglie perché l’aria condizionata non funziona. È il paese che si riqualifica, che cresce, la locomotiva dell’UE, lancia in resta, collezione di medaglie.

Una possibilità

“Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità. Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o tal altra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche esser diverso. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è”. (Robert Musil, L’uomo senza qualità)

M’è parso di capire, ma non ne sono certo, che forse si riapre, si riparte. M’aspetto cose mirabili, sommo giubilo, cose da fine guerra. Le folle acclamanti che si lasciano indietro tempi grami, oscuri presagi, largheggiando di felicitazioni di massa, sorrisi sguai(n)ati sotto mascherine agghindate a festa. Così m’è parso di capire. Pure mi viene in mente che la pandemia smobilita, lascia il passo alla riconquista delle posizioni perdute. S’attiene alle prescrizioni, se ne sta al massimo in qualche terapia intensiva. Solo che non ho capito, che sono tardo, che fine fa quell’altra pandemia, quella senza virologi e generalissimi, quella che ci lascerà strascichi divaricanti, che riporterà il mondo in somma divisione per due, forse per tre, o per tremila. E se l’una parte gioirà, illuminandosi d’immenso, per la riconquista del posto al sole shakerato non mescolato, con l’olivetta in fondo al calice, le altre non si vestiranno a lutto di certo. Ma quel ch’è stato è stato, che di virus ce n’era più d’uno, e se all’uno sopravviviamo, l’altro, m’è sopravvenuto il dubbio, forse che si mette a produrre accelerazioni evolutive su basi selettive. M’attengo ai fatti – di mestiere tratto scienze esatte – che l’evoluzione non si può prevedere, e pure Leopardi s’era accomodato sul fatto che la “matrigna” fa quel che vuole, mica chiede permessi e desiderata. Ma io me li prendo lo stesso i desiderata, tanto, appunto, al massimo sono desiderata, e mi faccio l’elenco di quelli che sopravviveranno tali e quali, non s’evolvono, semmai si ricollocano in una nicchia ristretta, criptobiotici d’assalto, di cui non s’era avveduto prima il Grande Untore – che su tutti veglia saggiamente -, nemmeno s’accorgerà che esistono dopo. Sono quelli che nel D Day rimarranno invisibili, non saranno invitati al grande banchetto, che manco prima c’erano mai stati. Eppure, come me, metteranno il naso fuori, s’accorgeranno che ancora l’aria, a tratti e da qualche parte, è rimasta fresca. Sono quelli di “ci hai una sigaretta, dammi cento lire”, che vedono passare il bus sbagliato per ore, che pensano che Film Blu sia un capolavoro ma che gli piglia male se se lo devono rivedere. Sono quelli che pensano che i più grandi poeti dell’ultimo mezzo secolo siano Sugar Ray Leonard ex aequo con Cifalà, quelli che tirano la lenza senza l’amo per non dovere giustificare che se ne stanno su un moletto a tempo indeterminato. Sono quelli che non hanno mai visto una partita allo stadio, che al cinema non hanno mai mangiato il pop corn, che si chiedono se il comune pagherà. Quelli che, in fin dei conti, Orfeo ha pure fatto bene a voltarsi, che la TV gli prende solo tre canali e la lavatrice sembra una cava di marmo. Quelli che in salotto al posto dell’argenteria ci hanno la Lettera 22, che non sanno dov’è l’Ikea, che “non capisco ma m’adeguo”. Quelli che non s’aspettano il meglio, neppure il peggio, i disertori di tutte le guerre, quelli che hanno deliberatamente scelto d’essere nessuno, giacché è sempre meglio che essere uno qualunque. Quelli che, come da desiderata, appunto, forse un giorno faranno “banda”, ritrovandosi d’un tratto sugli scalini esausti della stessa chiesa diroccata. E senza conoscersi, conquisteranno l’altare, con tanto di pulpito nemmeno richiesto, per ridere da lì del re che è nudo.

E voi chi siete?